CAPITOLO LIX.

Impero greco salvato. Numero, passaggio de' Crociati, e avvenimenti della seconda e della terza Crociata. S. Bernardo. Regno di Saladino nell'Egitto e nella Sorìa. Conquista Gerusalemme. Crociata marittima. Riccardo I, re d'Inghilterra. Papa Innocenzo III. Quarta e quinta Crociata. Federico II Imperatore. Luigi IX di Francia, e due ultime Crociate. I Franchi o Latini scacciati dai Mamalucchi.

A. D. 1097-1118

Se fosse lecito per un istante dimenticare la gravità della Storia, l'Imperatore Alessio[534] potrebbe essere paragonato a quella fiera chiamata Jackal, che per nudrirsi di quanto avanza al pasto del leone, accompagna questo animale alla caccia. Sieno pure stati rilevanti i timori concetti dal ridetto principe, grande l'impaccio in cui trovossi al passaggio delle prime Crociate, i vantaggi venutigli in appresso dalle imprese de' Franchi largamente nel compensarono. Già assicurato, per accortezza e vigilanza, il possedimento di Nicea, prima conquista de' Crociati, dalla qual Fortezza a proprio talento minacciava i Turchi, li costrinse così a sgomberare i dintorni di Costantinopoli. Intanto che i pellegrini guerrieri, trascinati da cieco valore, penetravano nel cuor dell'Asia, l'astuto Imperator de' Greci colse maestrevolmente l'istante in cui gli Emiri della costa marittima erano stati richiamati sotto lo stendardo del Sultano, per discacciare i Turchi dalle Isole di Rodi e di Chio, e restituire le città di Efeso, Smirne, Sardi, Filadelfia e Laodicea al Governo dell'Impero esteso per opera di lui dall'Ellesponto alle rive del Meandro e alle dirupate coste della Panfilia. Tornate le chiese all'antico loro splendore, rifabbricate e affortificate le città, questo deserto paese videsi di bel nuovo popolato da colonie di Cristiani, che di buon grado s'indussero ad abbandonare il soggiorno di una frontiera, che a costo di tanti pericoli custodivano. Tutte queste paterne sollecitudini alle quali avea volto l'animo Alessio, possono in qualche modo scusarlo ai nostri occhi, se la cura della liberazione del Santo Sepolcro pose da un lato; ma i Latini lo accusarono di diffalta e perfidia. Se per una parte, questi gli aveano fatto giuramento di obbedienza e fedeltà, egli erasi per l'altra obbligato a secondare la loro impresa o colla persona, o almeno co' suoi denari e colle sue truppe. Col ritirarsi vergognosamente ogni vincolo de' Crociati disciolse, e le loro spade, fin lì state ad essi strumento di vittorie, titolo e mallevadori della giusta loro independenza divennero. A quanto apparisce, non rinnovellò Alessio le sue antiche pretensioni sul regno di Gerusalemme[535]; ma le frontiere della Cilicia e della Sorìa erano più recenti acquisti e meglio alle truppe greche accessibili. Annichilato, o disperso trovavasi il grande esercito de' Crociati. Boemondo sorpreso e fatto prigioniero avea lasciati gli Stati di Antiochia privi di un Capo che li governasse; costretto questo Principe a contrarre un rilevante debito per liberarsi di schiavitù; i Normanni non assai numerosi per rispingere i continui assalti de' Greci e de' Turchi. Pervenuto a tale estremità, Boemondo si appigliò al coraggioso partito di confidare la difesa di Antiochia al proprio congiunto, il fedele Tancredi, di armare contra l'Impero di Bisanzo tutte le forze dell'Occidente, in somma di mandar a termine quel disegno che additato aveangli le lezioni, e l'esempio del genitore Guiscardo. Imbarcatosi segretamente, attraversò il mare da' suoi nemici occupato, e se vogliam credere alla novelletta della principessa Anna, una bara entro cui si collocò, agli occhi di tutti lo nascondeva[536]. Accolto in Francia fra le acclamazioni e i pubblici applausi, lo stesso Re diedegli la propria figlia in isposa. Glorioso funne il ritorno nell'Asia, perchè i guerrieri i più rinomati del secolo condiscesero a far parte della spedizione sotto di lui. Ripassò il mare Adriatico, condottiero di cinquemila uomini a cavallo e di quarantamila fanti d'ogni banda dell'Europa raccolti[537]. Ma la salda resistenza che la Fortezza di Durazzo opponea, la prudenza di Alessio, la carestia che già faceva sentirsi, e la vicinanza del verno, deluse avendo le speranze ambiziose del Capitano, i confederati ne abbandonarono vituperosamente gli stendardi. Un Trattato di pace[538], diè tregua al terrore de' Greci, che ben presto la morte dello stesso Boemondo liberò per sempre da un avversario, cui non opponea freno alcun giuramento, niun pericolo atterriva, niun prospero successo saziava. I figli di questo nel principato d'Antiochia gli succedettero; ma, determinati con ogni circospezione i confini, stipulata con tutta chiarezza la natura del vassallaggio da prestarsi da essi, le città di Tarso e di Malmistra tornarono in potere dell'Imperator di Bisanzo, divenuto padrone di tutta la circonferenza della costa di Natolia, da Trebisonda sino ai confini della Sorìa. La discendenza di Selgiuk stanziatasi nel regno di Rum[539], d'ogni lato dal mare e dagli altri Musulmani rimase disgiunta. Le vittorie de' Franchi, e persino le loro sconfitte crollato aveano il poter de' Sultani, ritiratisi dopo la perdita di Nicea in Cogni, o Iconium, picciola città situata nell'intorno del paese e distante più di trecento miglia da Costantinopoli[540]. Invece di tremare per la propria capitale, i Principi Comneni faceano guerra offensiva ai Turchi, e dovettero soltanto alla prima Crociata, se la caduta del vacillante loro Impero fu differita.

A. D. 1101

Nel dodicesimo secolo, tre grandi migrazioni accaddero nell'Occidente, intese a trasferirsi per terra alla liberazione della Palestina, perchè l'esempio e i buoni successi della prima Crociata, eccitarono l'ardore dei Pellegrini e de' soldati lombardi, franchi e alemanni[541]. Quarant'otto anni dopo la liberazione del Santo Sepolcro (A. D. 1147), l'Imperatore Corrado III, e Luigi VII Re di Francia, impresero la seconda Crociata, a fine di soccorrere il vacillante Impero (A. D. 1189) de' Latini della Palestina[542]. Una gran parte dei guerrieri della terza Crociata, era condotta dall'Imperatore Federico Barbarossa[543], che non meno dei Re di Francia e d'Inghilterra, scosso erasi alla notizia della perdita di Gerusalemme, perdita che tutti i Cristiani feriva. Le tre spedizioni, e nel numero de' Crociati, e nelle lor traversate per mezzo al greco Impero, e nelle circostanze e negli avvenimenti de' loro scontri co' Turchi, si rassomigliano. Un compendioso paralello eviterà le repliche di un monotono e molesto racconto. Comunque l'immaginazione possa trovarsi allettata dall'idea di una Storia seguìta delle Crociate, questa però non offre continuamente, se non se le stesse cagioni e gli stessi effetti; e i moltiplici sforzi adoperati, ora a difendere, ora a conquistar Terra Santa, ad altrettante copie imperfette di un medesimo originale, molto avvicinansi.

I. Le numerose bande che seguirono sì da vicino le orme de' Pellegrini erano condotte da Capi eguali per grado a Goffredo e ai compagni del medesimo, benchè ad essi inferiori di fama e di merito. A capo delle lor bandiere vedevansi i Duchi di Borgogna, di Baviera e d'Aquitania; il primo, discendente da Ugo Capeto; ceppo della casa di Brunswik, il secondo. L'Arcivescovo di Milano, Principe temporale, si trasportò seco le ricchezze del suo palagio e della sua Chiesa, delle quali infine profittarono i Turchi; gli antichi Crociati, Ugo il Grande e Stefano di Chartres, tornarono in Asia per compire il voto che non aveano per anco soddisfatto. L'immensa moltitudine che disordinatamente seguivali, si avanzava in due bande, la prima composta di dugento sessantamila Pellegrini, la seconda di circa sessantamila uomini a cavallo e centomila fanti[544]. Gli eserciti della seconda Crociata, avrebbero potuto aspirare alla intiera conquista dell'Asia; poichè e la Nobiltà della Francia e dell'Alemagna, vedeasi animata dalla presenza dei suoi Sovrani, e il merito di Corrado e di Luigi contribuiva, non meno del loro grado, a rendere luminosa una tale spedizione, e ad infondere nelle soldatesche, una disciplina che da' Duci subordinati avrebbe potuto difficilmente aspettarsi. L'Imperatore e il Re di Francia, conduceano ciascuno, un corpo di cavalleria formidabile, composto di settantamila uomini, oltre all'ordinario corteggio di questi Sovrani[545]; laonde senza tener conto delle truppe leggiere, de' contadini, delle donne, de' fanciulli, de' preti e de' monaci, la totale somma de' Pellegrini a quattrocentomila persone ascendea. Un movimento universale vedeasi nell'Occidente, dagli Stati di Roma alla Brettagna. I Re di Boemia e di Polonia agli ordini di Corrado ubbidirono; dalla testimonianza unanime de' Greci e de' Latini, veniamo assicurati che i messi dell'Imperatore di Bisanzo, dopo aver numerati al passaggio di un fiume, o di una gola, novecentomila uomini, si trovarono inabili a proseguir questo calcolo[546]. Nella terza Crociata, l'esercito di Federico Barbarossa apparve men numeroso, perchè gl'Inglesi, e i Francesi preferirono la navigazione del Mediterraneo. Di quindicimila cavalieri e d'altrettanti scudieri, andava composto il fiore dell'alemanna cavalleria; onde l'Imperatore, sulle ungaresi pianure, passò in rassegna sessantamila uomini a cavallo e centomila fanti, nè noi dopo quanto abbiamo udito raccontarci nelle prime Crociate, ci stupiremo che la credulità abbia fatto ascendere a seicentomila Pellegrini, il numero dei partecipanti a tale ultima migrazione[547]. Questi stravaganti calcoli non mostrano che la maraviglia de' contemporanei: ma la loro maraviglia medesima fa prova evidente d'immenso numero, comunque a definirlo non basti. Poteano i Greci millantare la loro superiorità nell'arte e negli stratagemmi della guerra; ma non però si stavano dal celebrare il poderoso valore della cavalleria francese, e della infanteria degli Alemanni[548]; stranieri che troviamo dipinti come uomini di ferro, di gigantesca statura, che lanciavano fiamme dagli occhi e versavano sangue a maniera d'acqua. Corrado avea inoltre al suo seguito, una truppa di donne armate ad usanza di cavalieri. Gli stivali e gli speroni dorati, della condottiera di queste amazzoni, le meritarono il soprannome della Donna dai piedi d'oro.

II. Il numero e l'indole de' Crociati erano agli ammolliti Greci un soggetto di terrore; e quanto è soggetto di terrore agli uomini, della loro avversione il divien facilmente. Ma lo spavento inspirato dalla potenza dei Turchi per qualche tempo questo mal umore assopì: e ad onta delle invettive dai Latini scagliate contro di Alessio, crediamo potere accertare che questo Imperatore ne dissimulò gli insulti, finse non accorgersi delle ostilità, regolò l'imprudente loro imperizia, aperse al coraggio de' medesimi la strada del pellegrinaggio e della conquista. Ma appena scacciati da Nicea e dalle marittime coste i sultani, allorchè la vicinanza di questi, ritiratisi in Cogni, non atterriva omai i principi di Bisanzo, i Greci si abbandonarono con minore riguardo all'indignazione prodotta in essi dal frequente e libero passaggio de' Barbari occidentali, che minacciavano la sicurezza dell'Impero e ne insultavano la maestà. Regnarono Manuele Comneno e Isacco l'Angelo ai tempi della seconda e terza Crociata. Il primo di questi sovrani a passioni, sempre impetuose, i sentimenti d'un cuor malevolo, spesse volte congiunse. Il secondo, esempio di codardia e di perfidia, avea così immeritamente come spietatamente punito il tiranno, in luogo del quale erasi posto. Eravi forse un segreto e tacito patto, fra i dominatori di Costantinopoli e il popolo, di distruggere o certamente sconfortare i pellegrini con ogni genere d'ingiurie ed angherie; e questi, per vero, col mancar di prudenza e di disciplina tutti i momenti, ne somministravano pretesti e occasioni. I Monarchi dell'Occidente aveano stipulato, che le loro soldatesche avrebbero trovato negli Stati del greco Imperator e libero passaggio, e vettovaglie, convenevolmente pagandoli; giuramenti e ostaggi aveano da entrambe le parti guarentiti simili patti, e il più povero tra i soldati di Federico, portava con seco tre marchi d'argento statigli per le spese del cammino assegnati. Ma la ingiustizia e la perfidia violarono ogni convenzione, e i ripetuti torti di cui ebbero a querelarsi i Latini, vengono attestati da uno storico greco che all'onore de' suoi compatrioti antepose la verità[549]. Anzichè ricevere amichevolmente i Crociati, le città greche dell'Europa e dell'Asia chiudevano ad essi le porte, e sol dall'alto delle mura calavano ai medesimi canestri di vettovaglie, sempre al bisogno inferiori. Quand'anche l'esperienza del passato e il timore dell'avvenire, avessero potuto scusare questa timida ritrosia per parte dei Greci, come difendeano l'inumanità di mescolare nel pane somministrato ai Latini e calcina, e droghe mortifere? E se pur fosse lecito assolvere Manuele dal sospetto di aver partecipato colla sua tolleranza a pratiche sì abbominevoli, come lavarlo dalla taccia di aver fatta battere moneta di falsa lega per valersene a trafficare coi Pellegrini? Questi ad ogni passo venivano arrestati o indiritti sulla cattiva strada. Mandavansi segreti ordini a' governatori perchè affortificassero i passi, i ponti atterrassero. I soldati latini che restavano addietro, venivano spogliati o trucidati barbaramente. Se si addentravano nelle boscaglie, dardi, da invisibili mani lanciati, trapassavano i cavalli ed i cavalieri; trovavansi abbruciati ne' loro letti gli infermi, e lungo le strade, i Greci appiccavano i cadaveri degli uomini scannati da essi. Tal genere d'ingiurie accese lo sdegno de' campioni della Croce, che di pazienza evangelica non eran forniti; laonde i Principi greci per evitare le conseguenze di una nimistà che eglino stessi avevano provocata, senza trovarsi in forze per poterla rintuzzare, la partenza e l'imbarco di questi ospiti formidabili sollecitarono. Giunto presso alla frontiera de' Turchi, Barbarossa perdonò alla colpevole Filadelfia[550], e largo di compensi ai servigi che la città di Laodicea gli aveva prestati, deplorò la fatale necessità che lo costrinse a versare il sangue di alcuni Cristiani. Ne' parlamenti avutisi dai Principi greci co' sovrani della Francia e dell'Allemagna, quelli si trovarono esposti a frequenti mortificazioni, e benchè, la prima volta che Luigi comparve dinanzi a Manuele, non gli fosse stato assegnato che un basso sgabello in vicinanza del trono[551]; appena il re francese ebbe condotto il suo esercito di là dal Bosforo, ricusò venire ad un secondo colloquio a meno che il suo fratello, l'Imperatore, non acconsentisse ad usar seco lui come con un sovrano eguale ad esso, e per mare, e sul continente. Maggiori difficoltà ancor si trovarono nel regolare il cerimoniale tra i Greci principi e gl'Imperatori Corrado e Federico. Pretendeano questi esser eglino, come Imperatori di Roma, i veri successori di Costantino[552], e la purezza de' lor diritti e della lor dignità sostenevano alteramente. Il primo di questi rappresentanti di Carlomagno, non volle starsi a petto di Manuele che a cavallo, in mezzo ad una pianura; il secondo, coll'attraversare l'Ellesponto anzi che il Bosforo, si sottrasse dal passare per Costantinopoli, e dal vederne il Sovrano. Ad uno di questi Monarchi alemanni, pur coronati imperatori a Roma, il Principe greco nelle lettere che scrivea, non si degnava dare altro titolo fuor quello di Rex, o principe degli Alemanni; e il debole, quanto vanaglorioso, Isacco l'Angelo ostentava d'ignorare il nome del più grand'uomo e del maggiore sovrano del suo secolo. Intantochè gl'Imperatori greci riguardavano con abborrimento i Crociati, e siccome ministri ad essi di angosce, manteneano co' Saracini e co' Turchi segreta corrispondenza. Di fatto, Isacco l'Angelo che aveva in Costantinopoli fondata una moschea, ove potesse pubblicamente praticarsi il culto musulmano, doleasi perchè l'amicizia da lui dimostrata al gran Saladino, coi Franchi in mal accordo il poneva[553].

III. Le numerose catene di Pellegrini che passarono il Reno dopo la prima Crociata, rimasero distrutte sulle piazze della Natolia dalla peste, dalla fame e dall'armi de' Turchi; i soli Capi, accompagnati da poco seguito di cavalleria si sottrassero, e la miseranda loro peregrinazione compirono. Può giudicarsi del senno di costoro, dal divisamento che di sottomettere strada facendo la Persia e il Khorasan avevano concepito, e della loro umanità, dalle carnificine degli abitanti di una città cristiana, che colle palme e colle croci in mano venivano ad incontrarli. La spedizione di Corrado e di Luigi fu meno imprudente e crudele, ma più della precedente Crociata partorì disastro e rovina alla Cristianità; e Manuele viene accusato fino da' proprj sudditi di avere traditi i Principi latini, e col far consapevole di tutti gli atti loro il Sultano, e col munirli di scorte infedeli. Mentre i Crociati avrebbero dovuto in uno stesso tempo assalire da due diverse bande il Sultano, l'emulazione affrettò la partenza degli Alemanni, il sospetto quella de' Francesi tardò. Per lo che, Luigi avea terminato di passare il Bosforo colle sue truppe, allor quando si scontrò in Corrado che riconducea gli avanzi di un esercito, del quale avea perduta la maggior parte sulle rive del Meandro, dopo un'azione gloriosa sì, ma sfortunata. Allora, tanto più sollecito fu a ritirarsi l'alemanno Imperatore, che pugnealo il confronto tra il proprio sfregio e la pompa presente del suo rivale. Ridotto, per la diffalta de' suoi vassalli independenti, alle truppe de' suoi Stati ereditarj, dovette chiedere ad imprestito alcuni vascelli dai Greci onde compiere per mare il voto fatto di peregrinare alla Palestina. Nè alle lezioni dell'esperienza, nè alla natura di una simile guerra, ponendo mente il re di Francia, s'innoltrò nel paese stesso, ove Corrado ebbe disastro; nè di questo ebbe miglior fortuna. L'antiguardo che portava la regal bandiera e l'oriflamma di S. Dionigi[554] raddoppiò imprudentemente il cammino; onde il retroguardo, in mezzo al quale il sovrano trovavasi, fu costretto ad accampare di notte tempo, senza avere potuto raggiugnere la parte di esercito marciata avanti. Venne circondato e forzato il campo da una moltitudine di Turchi, i quali nell'arte della guerra più abili che non fossero i Cristiani del dodicesimo secolo, col favor delle tenebre, e della confusione degli accampati, questi fugarono o uccisero, del campo s'impadronirono. In mezzo a quel soqquadro de' suoi, Luigi salì sopra un albero; e fatto salvo dal proprio valore e dall'accecamento de' nemici, potè, allo schiarire del giorno, sottrarsi ai medesimi, e pressochè solo il suo antiguardo raggiugnere. Non osando più allora continuare la sua peregrinazione per terra, si trovò felice a bastanza nel poter raccogliere in sicuro gli avanzi dell'esercito entro l'amico porto di Satalia, d'onde veleggiò ad Antiochia. Ma sì pochi legni i Greci gli somministrarono, che non gli fu dato il condurre seco se non se i nobili e i cavalieri. La infanteria perì, miseramente abbandonata alle falde de' monti della Panfilia. L'imperatore ed il re si abbracciarono a Gerusalemme, e piansero congiuntamente; poi unite le forze che lor rimaneano a quelle de' Cristiani della Sorìa, gli ultimi tentativi della seconda Crociata ebbero sotto le mura di Damasco infausto successo. Corrado e Luigi s'imbarcarono per l'Europa, dopo essersi acquistata grande fama di coraggio e pietà. Ma intanto gli Orientali aveano imparato a disfidare la possanza di due monarchi, il cui nome e le forze militari da lungo tempo li minacciavano[555]. Forse avrebbero dovuto paventare assai più Federico I, e l'esperienza che sotto il suo zio Corrado questo principe aveva acquistata nell'Asia. Oltrechè, quaranta stagioni campali nell'Alemagna e nell'Italia, lo aveano istruito nell'arte di comandare; e veramente sotto il regno di lui, i suoi sudditi, e persino i principi dell'Impero, avvezzati eransi ad obbedire. Perdute di vista Filadelfia e Laodicea, ultime città dell'Impero greco, Federico Barbarossa s'innoltrò per mezzo ad un paese deserto, sterile, impregnato di sali, terra dice lo Storico[556] di tribolazione e d'orrore. Per venti giorni di penoso e sconfortante cammino, dovette ad ogni istante difendersi dagli assalti d'innumerabili bande di Turcomanni[557] che parea continuamente risorgessero, e più furibondi, dalle sofferte sconfitte. Ma non si stancò di combattere e di sofferir l'Alemanno; e tanto era ridotto, quando pervenne sotto le mura d'Iconium, che appena mille de' suoi cavalieri aveano quanta forza bastasse loro a tenersi in arcione. Pure, mercè un impeto violento, e al quale i Musulmani mai non aspettavansi, li sconfisse, prese la città d'assalto, costrinse il Sultano ad implorare pace e clemenza dal vincitore[558], e fatto per tal guisa libero il cammino, Federico portò l'armi sue trionfanti nella Cilicia, fatal limite delle sue vittorie, perchè ivi travolto da un torrente annegò[559]. Le infermità e le diserzioni, il rimanente degli Alemanni distrussero, o spersero, e lo stesso figlio dell'Imperatore morì all'assedio di Acri, avendo egual sorte la maggior parte degli Svevi suoi vassalli che colà il seguitarono. Fra tutti gli eroi latini, Goffredo di Buglione e Federico Barbarossa sono i soli che pervennero ad attraversare l'Asia Minore. Ma il loro ardimento, e per fino i buoni successi ottenuti dai medesimi, servirono di lezione e cautela, a quelli che vennero dopo; onde ne' secoli più illuminati dalle successive Crociate, tutte le nazioni alle molestie e ai pericoli della via di terra quelli del mare anteposero[560].

L'entusiasmo che animò la prima Crociata, è avvenimento semplice e naturale. Recentissima la speranza concetta, ignoti i rischi, conformità dell'impresa col genio dominante del secolo; ma ben sono giusto argomento di sorpresa e di commiserazione ad un tempo, e la ostinata perseveranza dell'Europa, a vincere la quale fu senza frutto l'esperienza delle sciagure de' predecessori; e il reiterarsi di queste sciagure, fattosi quasi fomite alla fiducia di chi le affrontava di nuovo; e sei successive generazioni che a capo chino si precipitavano nell'abisso innanzi ad esse dischiuso; e gli uomini d'ogni stato e condizione, che rischiavano esistenza e averi, coll'unico fine di acquistare o conservare un sepolcro di pietra[561], posto duemila miglia lontano dalla lor patria. Per un volgere di due secoli, dopo il Concilio di Clermont, ciascuna primavera, ciascuna state partoriva una nuova migrazione di Pellegrini, armati per la difesa di Terra Santa; ma i sette grandi armamenti, ossia le sette Crociate, ebbero per motivo o una recente calamità, o un incalzante pericolo; e a queste spedizioni trascinati vennero i popoli e dall'autorità de' Pontefici, e dall'esempio dei Re. Alla voce dei Santi Oratori, il comune zelo infiammavasi, la nazione ammutiva, e fra questi Oratori la prima sede vuol essere assegnata al monaco Bernardo (A. D. 1091-1153), collocato indi fra i Santi della Chiesa romana[562]. Nato di una famiglia nobile della Borgogna, otto anni all'incirca dopo la prima conquista di Gerusalemme, avea ventitre anni, quando andò a segregarsi dai profani, nel monastero di Citaux di recente instituito, e che col vigore delle nuove fondazioni fioriva. Dopo due anni, come Capo della terza colonia del ridetto Ordine, si trasferì a Chiaravalle nella Sciampagna[563], contentatosi poi, finchè visse, dell'umile titolo di Abate di questa Comunità. I filosofi del nostro secolo; senza curarsi assai di distinguere, hanno versato su tali eroi spirituali, la derisione e il disprezzo. Diversi anche de' men rinomati fra essi, per una certa forza d'animo si segnalarono; e maggiori almeno de' lor seguaci e discepoli, in quella età di superstizione, ad una meta aggiugneano che molta mano di emoli lor contendea. La solerzia, l'eloquenza, l'ingegno di scrivere, grande preminenza sopra i rivali, e sopra i contemporanei, a S. Bernardo acquistarono; e veramente le Opere di lui nè di arguzia, nè di calore vanno sfornite; e mostrano aver egli prese a norma la ragione e l'umanità fin quanto il suo carattere di Santo gliel permetteva[564]. Se fosse rimasto al secolo, avrebbe posseduta la settima parte di un mediocre retaggio; coi pronunziati voti di penitenza e di povertà[565], col rifiuto di ogni dignità ecclesiastica, coll'assoluta non curanza delle vanità mondane, l'Abate di Chiaravalle divenne l'oracolo dell'Europa e il fondatore di centosessanta monasterj. La libertà delle appostoliche censure ch'ei profferiva, facea tremare i Papi e i Sovrani. In uno scisma della Chiesa, la Francia, l'Inghilterra, Milano lo consultarono, e stettero al giudizio ch'ei pronunciò, Innocenzo II, non dimenticò di aver dovuta all'Abate di Chiaravalle la tiara; e di questo Abate era stato amico e discepolo Eugenio III, successor d'Innocenzo. Ma la pubblicazione della seconda Crociata, fu per S. Bernardo l'istante di splendere qual missionario profeta, chiamando le nazioni alla difesa del Santo Sepolcro[566]. Nel parlamento di Vezelai aringò il Re; e Luigi VII, e i vassalli di questo Sovrano ricevettero dalle mani di S. Bernardo la Croce. L'Abate di Chiaravalle si prese indi il meno facile assunto di trarre al proprio partito l'Imperatore Corrado, e colla forza de' gesti, della voce della sua patetica veemenza, giunse ad infiammare gli animi di un popolo melenso e ignorante, e che inoltre la lingua dell'Oratore non intendea. Tutta la strada che ei trascorse da Costanza a Colonia, il trionfo del suo zelo e della sua eloquenza contrassegnò. S. Bernardo si congratula con sè medesimo di essere pervenuto a spopolare l'Europa, affermando che le città e le castella, prive trovavansi d'abitanti, e facendo il conto che vi rimaneva appena un uomo, per consolar sette vedove[567]. Gli accecati fanatici, vinti dalla possanza del suo dire voleano sceglierlo per generale; ma S. Bernardo, che avea dinanzi agli occhi l'esempio di Piero l'Eremita, si contentò di assicurare il celeste favore ai Crociati, ed ebbe l'accorgimento di ricusare il comando di una militare impresa, della quale e i disastri, e i buoni successi del pari la rinomanza delle virtù evangeliche del Santo poteano offuscare[568]. Non quindi evitò dopo il cattivo esito della Crociata le imputazioni di falso Profeta e di autore delle pubbliche calamità. I nemici di lui trionfarono, confusi rimasero i suoi partigiani, e tardi solamente, offerse al Pubblico una apologia della propria condotta, apologia a dir vero, poco soddisfacente. Cita in essa l'obbedienza che ai comandi del Papa ei doveva, si diffonde sulle vie misteriose della Providenza accagiona de' mali dei Cristiani le colpe degli stessi Cristiani, e lascia modestamente trapelare che la sua missione era stata da visioni e miracoli confermata[569]; argomento cui non v'era replica, se fosse stata certa la cosa. Ma di venti, o trenta prodigi che i discepoli di S. Bernardo affermano operati da lui, in un sol giorno, nel mezzo delle pubbliche assemblee della Francia e dell'Inghilterra, ch'essi chiamano in testimonianza[570], non ve n'è forse un solo, il quale fuor del ricinto di Chiaravalle, ai nostri dì sia creduto; oltre di che, in tutto quanto riguarda le guarigioni soprannaturali di infermi, di storpj, di ciechi che vennero condotti al cospetto dell'uomo di Dio, non è più possibile in oggi il discernere qual parte debba attribuirsi al caso, quale alla immaginazione degli uomini, quale alla impostura e alle finzioni dell'operator del miracolo[571][572].

La stessa divina onnipotenza diviene scopo alle querele de' mortali, fra loro opposti ne' desiderj. La liberazione di Gerusalemme, considerata in Europa come una beneficenza del cielo, fu deplorata, e forse anche, qual calamità pubblica, riguardata nell'Asia. Dopo la presa di questa città, i fuggiaschi della Sorìa portarono fino ai remoti paesi la costernazione che gl'invase. I cittadini di Bagdad piansero prostrati nella polvere; Zeineddino, cadì di Damasco, si strappò alla presenza del Califfo la barba; tutto il Divano versò calde lagrime su la dolente avventura[573]. Ma non altro che lagrime potevano offerire i Comandanti de' Credenti, schiavi eglino stessi fra le mani de' Turchi; e benchè, nell'ultimo secolo degli Abbassidi, la possanza temporale de' Califfi si fosse alcun poco rimessa, questa però alla città di Bagdad e alle province de' dintorni si limitava. I tiranni de' Califfi, i discendenti di Selgiuk, al pari dell'altre asiatiche dinastie, le vicissitudini del valore, della possanza, della discordia, dell'invilimento, della caduta aveano sopportate; nè le forze loro, o il loro coraggio bastavano alla difesa della religione. Sangiar, ultimo eroe di loro stirpe, ritirato agli estremi confini della Persia non era conosciuto, nemmen di nome, ai Cristiani dell'Oriente[574]. Intanto che i deboli Sultani languivano nei lor serragli, da catene seriche avvinti[575] il pio assunto di salvare l'Islamismo si presero i loro schiavi, gli Atabek[576], il nome turco de' quali come quello dei patrizj di Bisanzo ammette essere tradotto colla espressione padri del principe. Il valoroso Turco, Ascanzar, già favorito di Malek-Sà, dal quale aveva ottenuto il privilegio di starsi alla destra del trono, nelle guerre civili che alla morte dello stesso principe succedettero, perdè il suo governo di Aleppo e la vita. I fedeli Emiri che gli erano stati soggetti, persistettero nel portare amore al figlio di Ascanzar, Zenghi, segnalatosi guerreggiando i Franchi, nella giornata di Antiochia funesta ai Musulmani. Trenta stagioni campali che, servendo il Califfo e i Sultani, contava Zenghi, la fama militare di cui godeva, gli assicuravano, e ottenne il comando di Mosul, siccome il solo campione che potesse vendicare e difendere la causa del Profeta. Nè Zenghi la speranza di sua nazione deluse; perchè, dopo un assedio di venticinque giorni, e prese Edessa d'assalto, e i Franchi da tutte le terre vinte oltre l'Eufrate scacciò[577]. Questo independente sovrano di Mosul e di Aleppo, le guerriere tribù del Curdistan sottomise, e i soldati di lui s'avvezzarono a riguardare il campo come lor patria, lasciando alla liberalità del principe il pensiere di compensare le fatiche de' suoi difensori, e di proteggerne le famiglie ch'eglino abbandonavan per lui. Condottiero di tai veterani, Noraddino, figliuolo di Zenghi, riunì a poco a poco sotto di sè i possedimenti maomettani (A. D. 1145-1174); il regno di Damasco a quel di Aleppo congiunse; e fece con buon successo una lunga guerra ai Cristiani della Sorìa. Dilatato il suo vasto Impero dalle sponde del Tigri a quelle del Nilo, gli Abbassidi ogni titolo e prerogativa regale al loro servo fedel concedettero. I Latini medesimi si videro costretti ad ammirare la saggezza, il valore, e persino la giustizia e la pietà di questo implacabile loro nemico[578]. Negli atti e della vita privata, e del suo governo, il pio guerriero rianimò lo zelo, e ricondusse la semplicità de' primi Califfi; sbanditi l'oro e la seta dal suo palagio, proibito negli Stati di lui l'uso del vino, scrupolosamente le rendite pubbliche al servigio dei popoli adoperò, nè mai alle frugali spese della sua casa si prevalse d'altre ricchezze fuor delle rendite de' fondi da lui comprati, colla parte legittima che gli spettava sulle prede fatte ai nemici (A. D. 1163-1169). La sultana favorita avendogli mostrato ardente desiderio di possedere certa ricca suppellettile di femminile lusso, ei le rispose. «Come volete ch'io faccia! Temo Dio, e non sono che il cassiere de' Musulmani: le loro ricchezze non mi appartengono. Però possedo tuttavia tre botteghe nella città di Hems, servitevene, ma non ho altra cosa da poter dare». La Corte di giustizia di Noraddino era il terror de' Grandi, l'asilo de' poveri. Alcuni anni dopo la morte di questo sultano un cittadino che lagnavasi di oppressione per parte del successore corse per la strada esclamando, «o Noraddino! Noraddino! che cosa sei tu divenuto? abbi pietà del tuo popolo e vieni a soccorrerlo.» Si paventò di un tumulto, e il tiranno seduto sul proprio trono, arrossì e tremò, al nome di un monarca che più non era.

Per l'armi de' Franchi e de' Turchi, i Fatimiti aveano perduto l'intera Sorìa, e benchè si mantenessero nell'Egitto, l'invilimento cui declinò la loro possanza, portò conseguenze ancor più disastrose a questi discendenti o successori di Maometto. Nondimeno, rispettati fino allora, siccome tali, viveano rinchiusi nel proprio palagio del Cairo, e sacre le lor persone, di rado al profano sguardo o de' sudditi, o degli stranieri si offersero. Gli ambasciatori latini[579] hanno descritto il cerimoniale della loro ammissione dinanzi al Califfo, e come introdotti venissero attraversando una sequela di anditi oscuri e di portici illuminati. Ravvivavano una tale scena il mormorare degli augelli e il susurrare delle fontane: non vedeano d'ogni banda che animali di specie rara, e preziose suppellettili. Fu anche mostrata ad essi una porzione del tesoro: la rimanente parte supposero. Dopo avere oltrepassato un gran numero di porte custodite da Negri e da eunuchi, pervennero al Santuario, ossia alla stanza entro cui stavasi il Sovrano dietro una cortina velato. Il Visir che conduceva gli ambasciatori, deposta la scimitarra, per tre volte sul pavimento prostrossi. Sollevata venne alfin la cortina, e poterono contemplare il Comandante de' credenti, che dava ordini al suo primo schiavo, in sostanza padrone: i Visir, o i Sultani usurpata aveano la suprema amministrazion dell'Egitto; e decidendosi coll'armi le gare degli aspiranti a tal carica, il nome del più meritevole, ossia del più forte nella patente reale del comando veniva registrato. Le fazioni di Dargam e di Saver si scacciavano a vicenda dalla capitale e dal regno, e quella di esse che soggiaceva, implorava la pericolosa protezione del Sultano di Damasco, o del re di Gerusalemme, mortali nemici della setta, e della Monarchia de' Fatimiti. Più formidabili, per potere e professata religione, erano i Turchi: ma i Franchi aveano sopra Noraddino il vantaggio di non trovare ostacoli nel trasferirsi per linea retta da Gaza al fiume Nilo. Per la situazione degli Stati di Noraddino, le truppe di lui vedeansi costrette ad un giro molesto e pien di pericoli intorno all'Arabia, onde si trovavano esposte alla sete, ai disagi e al malefico influsso de' venti infocati del Deserto. Zelo unito ad ambizione, facea bramoso il Principe turco di regnare sotto il nome degli Abbassidi in Egitto: l'impresa di restituire la perduta dignità a Saver che aveva implorata la protezione di Noraddino, gli offerse un motivo specioso alla prima spedizione, che egli confidò all'Emiro Siracù, generale rinomato per sua esperienza e valore. Dargam perdè la battaglia e la vita; ma il felice rivale di questo Visir, parte per ingratitudine, parte per timori e sospetti non privi di fondamento, sollecitò i soccorsi di Gerusalemme onde liberare l'Egitto dalla prevalenza de' suoi superbi benefattori. Trovatosi il generale di Noraddino nell'impossibilità di resistere alle forze congiunte de' due nemici, abbandonò le recenti conquiste, e fe' sgombra Belbeis, o Peluso, a patto di ottenere una libera ritirata; nel tempo della quale, mentre i Turchi marciavano alla sfilata dinanzi al nemico, e chiudea l'ordine della battaglia il lor generale armato della sua azza da guerra, attento a tutto ciò che accadea, un Franco osò domandargli, se non temeva di essere assalito. «Certamente non appartiene che a voi, rispose l'intrepido Emiro, il cominciare l'assalto, ma abbiatevi per sicurissima cosa, che un solo de' miei soldati non andrà in paradiso, senza avere mandato prima un infedele all'inferno.» Ricomparso il generale alla presenza del suo Sovrano, le ricchezze del paese, la mollezza degli abitanti, le discordie lor gli narrò, le quali cose la speranza riaccesero in Noraddino. Ai pietosi divisamenti di questo, il Califfo di Bagdad fece plauso, e Siracù condottiero di dodicimila Turchi e di undicimila Arabi, si mostrò per la seconda volta in Egitto. Nondimeno, queste forze erano ben inferiori alle forze degli eserciti confederati de' Franchi e de' Saracini; onde a me sembra che il passaggio del Nilo operato dal generale di Noraddino, la ritirata nella Tebaide, le fazioni della giornata di Babain, la sorpresa di Alessandria, le spedizioni e le controspedizioni, nelle pianure e nelle valli di Egitto, dal Tropico al mare, palesino, nell'uomo che divisò tali imprese, un nuovo e straordinario grado d'intelligenza militare. L'abilità di lui secondarono le valorose sue soldatesche, e un Mammalucco, il giorno prima di un'azione campale esclamava:[580] «Se non possiamo liberare l'Egitto da questi cani di Cristiani, perchè non rinunciamo agli onori e ai premj che ne ha promessi il Sultano? Perchè non andiamo coi villani a coltivare la terra? o colle donne a filare entro un harem? Cionnullameno, a malgrado di tanti sforzi[581], e comunque l'eloquenza di Saladino sì nobilmente si adoperasse in Alessandria[582] per difendere la condotta militare tenuta dal suo zio Siracù, questi terminò la seconda sua spedizione con una ritirata preceduta da un'onorevole capitolazione; e Noraddino aspettò con impazienza l'occasione di tentare con miglior successo una terza impresa; occasione ben tosto offertagli da Amalrico, o Amauri, Re di Gerusalemme, imbevutosi della perniciosa massima, che non dee serbarsi fede agl'inimici di Dio. Un guerriero religioso, il gran Mastro dell'Ordine degli Ospitalieri, lo incoraggiò ne' disegni concetti; l'Imperatore di Costantinopoli diede, o promise una flotta per secondare gli eserciti della Sorìa; e il perfido Cristiano, non sazio del fatto bottino, e de' sussidj che gli venivano dall'Egitto, a conquistare questo paese si accinse. In tale estremità, i Musulmani al Sultano di Damasco volser gli sguardi; e il Visir Saver, che d'ogni banda attorniavan pericoli, cedè ai desiderj unanimi della nazione. Noraddino parve contento di un'offertagli terza parte sulle rendite dell'Egitto. Già i Franchi erano alle porte del Cairo; ma al loro avvicinarsi, fu appiccato il fuoco ai sobborghi della vecchia città; un negoziato insidioso li trasse in inganno; i lor vascelli non poterono entrare nel Nilo. Schivata prudentemente una battaglia co' Turchi, in mezzo ad un paese nemico, Amauri tornò nella Palestina, carico della vergogna e del rimprovero, compagni sempre dell'ingiustizia dal buon successo non coronata. Partiti i Franchi, Siracù, qual liberatore dell'Egitto, di una veste d'onore fu ornato; ma la contaminò ben tosto coll'ordinare la morte dell'infelice Saver. La carica di Visir per qualche tempo gli Emiri turchi si degnarono assumere: ma la conquista degli stranieri, affrettò la caduta de' Fatimiti; grande cambiamento politico, eseguitosi tranquillamente e per l'effetto d'un ordine e d'una parola. Già i Califfi, e per la propria debolezza, e per la tirannide de' Visiri, si erano nell'opinione pubblica disonorati. Fremuto aveano i loro sudditi in veggendo il discendente e il successore del Profeta, porgere la sua mano ignuda ad essere toccata dalla callosa mano di un ambasciatore latino; e piansero allora quando il Califfo d'Egitto, i capelli delle proprie donne, come segnale di ultimo stremo e cordoglio, al Sultano di Damasco inviò (A. D. 1171). Per ordine di Noraddino, e per sentenza de' Dottori, vennero solennemente ribenedetti i nomi sacri di Abubeker, di Omar e di Otmano; Mostadi, Califfo di Bagdad, nelle pubbliche preghiere venne solennemente riconosciuto siccome il vero Comandante de' Credenti; alla divisa nera degli Abbassidi fece luogo la verde de' figli di Alì; l'ultimo di questa schiatta, il Califfo Aded, dieci giorni dopo, morì, nella felice ignoranza del proprio destino. Le ricchezze di lui assicurarono l'obbedienza de' soldati, e il tumultuar de' Settarj sedarono; nè accadde in appresso, per qualsivoglia cambiamento politico[583], che dalla tradizione ortodossa de' Musulmani i popoli dell'Egitto si allontanassero.

A. D. 1171-1195

Le colline di là dal Tigri abitate sono dai Curdi, tribù di ardimentosi pastori[584], vigorosi, selvaggi, indocili, dediti al ladroneccio, e ostinatamente affezionati al governo di Capi che hanno comune con essi la patria e l'origine. La somiglianza di nome, di situazione e di costumanze, ne danno fondamenti a crederli i Carduchiani de' Greci[585]; e difendono tuttavia contro i tentativi della Porta ottomana quell'antica libertà che, a malgrado de' successori di Ciro, mantennero. L'indigenza e l'ambizione li trassero ad abbracciare il mestiere di soldati mercenarj. Fecero strada al regno del gran Saladino i servigi del padre di lui, e dello zio[586]; e il figlio di Giob, o Aìub, semplice Curdo, era a bastanza grande di per sè stesso per ridersi dell'adulazione di chi ne volea derivata sin dai Califfi arabi la genealogia[587]. Noraddino prevedea sì poco la rovina prossima ed imminente alla propria famiglia, che costrinse Saladino a seguire in Egitto il suo zio Siracù. Questo giovine assicurò la sua rinomanza militare nella difesa di Alessandria, e se potessimo prestar fede ai Latini, sollecitò ed ottenne dal generale cristiano gli onori profani della cavalleria[588]. Morto Siracù, Saladino, il più giovine e il meno possente fra gli Emiri, per questa considerazione appunto ottenne la carica, divenuta, come dicemmo, men rilevante di gran Visir; ma giovatosi de' consigli del padre, la cui venuta al Cairo egli aveva affrettata, bentosto per suo ingegno acquistò preminenza sopra gli eguali, e seppe rendere affezionato a sè e ai proprj interessi l'esercito. Sin tanto che Noraddino visse, questi ambiziosi Curdi, i più sommessi fra gli schiavi del medesimo si dimostrarono; e il sagace Aiub impose silenzio alle querele dell'irrequieto Divano, protestando che, se tal fosse la volontà del padrone, egli medesimo avrebbe condotto a piè del trono il figlio carico di catene. «Mi è convenuto, ei dicea, in particolare a Saladino usare siffatto linguaggio in una assemblea composta di vostri rivali: ma sappiatelo; oggidì ci troviamo in tale stato da non dovere nè paventare, nè obbedire; e tutte le minacce di Noraddino non otteranno da noi il tributo di una canna di zucchero». La morte del Sultano giunse in tempo di salvar padre e figlio dai pericoli, e dai rimproveri che a tal pensamento andavan congiunti. Il figlio del morto Sultano d'anni undici, rimase per qualche tempo fra le mani degli Emiri di Damasco, intanto che il nuovo Signore dell'Egitto veniva insignito dal Califfo di tutti que' titoli[589], che giustificar ne poteano agli occhi del popolo la usurpazione; ma non andò guari che sembrando a Saladino non bastante possedimento l'Egitto, da Gerusalemme i Cristiani, da Damasco, da Aleppo, dal Diarbekir gli Atahek discacciò. Avendolo riconosciuto per protettor temporale la Mecca e Medina, il fratello di lui conquistò l'Yemen ossia l'Arabia Felice; e crebbe tanto in dominazione che questa, negli ultimi giorni di Saladino, da Tripoli d'Affrica sino al Tigri, dall'Oceano Indiano fino alle montagne dell'Armenia estendevasi. Giusta le massime di buon ordine e di fedeltà di suddito diffuse fra noi, difficilmente può sembrarne immune da rimprovero di ingratitudine e di perfidia, il contegno tenutosi da Saladino; ma l'ambizione di lui può trovar qualche scusa nelle rivoluzioni dell'Asia[590], ove persin l'idea di successione legittima era perduta, nel recente esempio che gli stessi Atabek aveano dato, ne' riguardi che Saladino usò mai sempre al figlio del suo benefattore, nella condotta generosa ed umana che verso i rami collaterali della caduta dinastia conservò, nel proprio merito e nella loro inettezza, nell'approvazione del Califfo, fonte unica della legitima autorità, per ultimo nel voto e negl'interessi de' popoli, alla felicità de' quali sono per prima cosa instituiti i governi. Fu ammirato in Saladino, come nel suo predecessore, il felice, quanto raro, accoppiamento delle virtù di un santo e delle virtù di un eroe; poichè Saladino e Noraddino nel novero de' Santi Maomettani l'uno e l'altro son collocati. Costantemente avvezzatisi a meditar guerre sante, parve, che insieme a tal consuetudine, acquistassero quell'indole prudente e moderata, della quale in tutti gli atti di loro vita scorgiamo le tracce. Saladino, in sua gioventù, era stato dedito al vino e alle donne[591]; ma l'ambizione fece ben presto, che rinunziando ai diletti de' sensi, le più dignitose follìe del potere, e dell'amore della rinomanza, a questi sostituisse. Vestiva un rozzo abito di lana; bevea solamente acqua; mostratosi non men sobrio, e di gran lunga più casto del Profeta degli Arabi, e nella sua fede e in tutte le sue azioni diede continuamente a divedere il rigido Musulmano. Finchè visse, manifestò il suo rincrescimento che le cure necessarie alla difesa della religione, non gli permettessero adempire il dovere del pellegrinaggio alla Mecca; ma alle ore prefisse, e cinque volte al giorno, orava in compagnia de' fratelli; e accadendogli di avere involontariamente tralasciato alcuno de' digiuni dal Profeta prescritti, col massimo scrupolo l'omissione sua riparava. Può essere citata siccome prova (che per vero dire di ostentazione sentiva) del coraggio e della divozione di Saladino, il costume che egli avea, di leggere prima di dar battaglia il Corano standosi a cavallo, camminando a capo delle sue soldatesche, e posto in mezzo ai due eserciti che in procinto erano di assalirsi[592]. Schifo d'ogni studio che alla dottrina superstiziosa della Setta di Safei non si riferisse, tutti gli altri depresse: ebbe a vile i poeti, e questa circostanza fece la lor sicurezza; perchè tanto abborriva tutte le scienze profane, che un filosofo, il quale avea diffuse alcune sue scoperte speculative, venne preso, e, per ordine del pietoso Sultano, strozzato. Il più oscuro fra' sudditi poteva implorare la giustizia del Divano contra il Principe, o contra il ministro del Principe; e solamente, allor che un regno era prezzo dell'ingiustizia, Saladino non sentiva ritrosìa nel commetterla. Mentre i discendenti di Selgiuk e di Zenghi gli teneano la staffa, e davano ordine ai suoi vestimenti, gl'infimi servi della sua casa riceveano prove della dolcezza e dell'affabilità del loro Signore; si contraddistinse per eccesso di liberalità all'assedio di Acri colla distribuzione gratuita di dodicimila cavalli, e quando morì non furono trovate nel suo erario che quarantasette dramme d'argento, e una sola piastra d'oro. Durante un regno, quasi tutto speso nelle guerre, i tributi diminuì, e i cittadini godettero pacificamente de' frutti di loro industria. Nell'Egitto, nella Sorìa e nell'Arabia, moschee, collegi, ospitali e una ben munita Fortezza nel Cairo edificò: ma tutte le fondazioni di Saladino avendo per mira il ben pubblico[593], fra queste non ebbevi un palagio, un giardino al lusso personale del Sultano serbati. In un secolo di fanatismo le naturali virtù di un fanatico eroe gli stessi Cristiani a stima e ad ammirazione costrinsero: dell'amicizia di Saladino l'Imperatore di Alemagna gloriavasi[594]; quel di Bisanzo, suo confederato, il chiedeva[595]. La conquista di Gerusalemme per tutto Oriente ed Occidente diffuse, e, fors'anche oltre al vero, ampliò la rinomanza di questo Sultano.

Il regno di Gerusalemme fu di breve durata, e se più presto anche non cadde[596], alle discordie de' Turchi e de' Saracini il dovette. I Califfi Fatimiti, e i Sultani di Damasco, abbagliati da alcuni vantaggi presenti e personali, sagrificarono la causa generale della loro religione. Ma poichè le forze dell'Egitto, della Sorìa, e dell'Arabia, riunite furono sotto l'Impero di un eroe, che natura e fortuna sembravano avere armato contra i Cristiani, tutte le cose all'interno di Gerusalemme presero minaccevole aspetto, e tutt'altro che apparenze lusinghiere, lo stato interno di esse offeriva. Dopo la morte de' due Baldovini, uno fratello, l'altro cugino di Goffredo di Buglione, lo scettro passò nelle mani di Melisinda, figlia del secondo Baldovino, e nel marito della medesima, Folco, Conte di Angiò, stato per un precedente maritaggio il ceppo de' nostri Plantageneti dell'Inghilterra. I due figli di Melisinda e di Folco, Baldovino III ed Amauri sostennero con qualche buon successo una guerra vivissima contro gl'Infedeli. Ma la lebbra, frutto delle Crociate, privò Baldovino IV, figlio di Amauri, delle facoltà del corpo e della mente. E ne era la naturale erede Sibilla sorella del defunto e madre di Baldovino V, la quale, dopo la morte, non assai provata naturale, del proprio figlio, coronò un secondo marito, Guido di Lusignano, principe di bell'aspetto, ma sì poco meritevole di rinomanza che lo stesso Goffredo, fratello del medesimo, fu udito esclamare: «Se hanno fatto di lui un Re perchè non far di me un Dio?» in somma una tale scelta il biasimo generale incontrò. Raimondo, Conte di Tripoli, il più potente fra i vassalli che dalla successione e dalla reggenza trovavansi esclusi, concepì odio sì invelenito contra il nuovo Sovrano, che per disbramarlo vendè il proprio onore e la propria coscienza al Sultano. Tali furono, a mano, a mano, i guardiani della Santa Città, un lebbroso, un fanciullo, una donna, un codardo e un traditore. Pur ne fu tardata, per altri dodici anni, la caduta mercè alcuni soccorsi giunti d'Europa, e pel valore de' monaci guerrieri, e per le brighe che al potentissimo avversario de' Cristiani occorsero, or nelle parti interne del suo vasto impero, or a' confini remotissimi da Gerusalemme. Finalmente, questo Stato, giunto al pendìo di sua rovina, vedeasi circondato e stretto da nemici per ogni banda, allorchè i Franchi sconsigliatamente violarono la tregua che la precaria esistenza loro protraeva. Rinaldo di Castiglione, soldato di ventura, avendo sorpreso una Fortezza in vicinanza del Deserto, da questo campo spogliava le carovane, insultava la religion del Profeta, alle città di Medina e della Mecca le sue minacce estendea. Saladino si degnò querelarsene, e chiedere una soddisfazione cui desiderava di non ottenere; negatagli questa, immediatamente, condottiero di un esercito di ottantamila uomini, la Terra Santa assalì: e fu prima impresa di lui l'assedio di Tiberiade, suggeritogli dal Conte di Tripoli al quale la stessa città appartenea. Il Re di Gerusalemme cadde nella rete di estenuare le guernigioni delle proprie Fortezze, e di mettere in armi il suo popolo per munire di soccorsi un Forte rilevante qual Tiberiade si era[597]. Il traditor Raimondo, dopo avere additato ai nemici il modo di sorprendere i Cristiani in un campo mancante d'acqua, all'istante della battaglia, si diede alla fuga, da suoi e dai nemici egualmente esecrato[598]. Sconfitto e preso Lusignano in un combattimento, che gli costò la perdita di trentamila uomini, la vera Croce, il che fu massimo avvilimento per li Cristiani, cadde nelle mani degl'Infedeli. Venne condotto nella tenda di Saladino il Re prigioniero, quasi moriente di sete e paura. Il vincitor generoso lo presentò di una tazza di sorbetto; ma non permise a Rinaldo di Castiglione il partecipare di tale atto di clemenza e di ospitalità. «La persona e la dignità di un Re, dicea Saladino a Lusignano, son sacre; ma quest'empio masnadiero renderà tosto omaggio al Profeta ch'egli ha bestemmiato, o perirà della morte che per tante riprese ha meritata». Fosse orgoglio, o comando della sua coscienza, il guerriero cristiano ricusò il primo patto, e, percosso sul capo dalla scimitarra del Sultano, le guardie del medesimo terminarono di dargli morte[599]. Venne condotto a Damasco, e rinchiuso entro onorevole prigione il tremante Sultano di Gerusalemme, al quale un pronto riscatto dovea fra breve restituire la libertà. Ma la vittoria di Saladino fu macchiata dalla sentenza di morte eseguita sopra dugentotrenta Ospitalieri, intrepidi campioni e martiri della lor fede. Il Regno rimase privo di Capo, e de' gran mastri de' due Ordini militari, un di loro ucciso, l'altro condotto prigioniere. Convenute erano a questa fatale battaglia le guernigioni della capitale e di tutte le città della costa marittima, e dell'interno del paese. Tiro e Tripoli le sole furono che alla rapida invasione di Saladino resistessero, onde, tre mesi dopo la giornata di Tiberiade, il Sultano con numerosa oste si mostrò alle porte di Gerusalemme[600].

A. D. 1187

Potea Saladino temere che l'assedio di una città, il cui destino tenea l'Europa e l'Asia perplesse, ridestasse le ultime scintille dell'entusiasmo ne' Cristiani, e che fra i sessantamila di essi, i quali tuttavia rimanevano in Gerusalemme, ciascuno sarebbe stato soldato, e ciascun soldato un eroe avido del martirio. Ma la regina Sibilla per sè medesima e pel marito prigioniero tremava; quelli fra i baroni e cavalieri che aveano potuto sottrarsi alla morte e alle catene, conservavano, in quegli estremi, lo stesso spirito di fazione, le medesime passioni di personale interesse. Composta di Cristiani orientali la massima parte degli abitanti di Gerusalemme, gli avea l'esperienza ammaestrati a preferire al governo de' Latini il giogo maomettano[601]; nè il Santo Sepolcro conducea a quelle regioni se non se ciurme di miserabili prive d'armi, come di valore, che colle carità de' pellegrini guerrieri vivevano. Ciò nullameno vennero affrettatamente fatti alcuni apparecchi di difesa; ma l'esercito vittorioso rispinse le sortite degli assediati, e collocate le sue macchine con buon successo, e aperta una larga breccia, nel giorno decimoquarto, dodici stendardi di Maometto e del Sultano sulle mura di Gerusalemme fè sventolare. Invano la Regina, le donne[602] e i frati co' piè scalzi e processionalmente, si portarono a supplicare il figliuol di Dio, perchè volesse salvar la sua tomba dalle mani sacrileghe degl'Infedeli. Fece mestieri il ricorrere alla clemenza del vincitore, che la prima deputazione severamente ricusò, facendo noto il suo giuramento di vendicare le lunghe angosce con tanta pazienza sofferte dai Musulmani; essere trascorsa l'ora del perdono, giunto il momento di espiare il sangue innocente versato per opera di Goffredo e de' Crociati. Ma spinti a tal disperazione i Cristiani, con un coraggioso sforzo fecero comprendere al Sultano, ch'ei non era per anche sicuro affatto della vittoria, e la loro appellazione al padrone comune di tutti gli uomini, fu ascoltata con rispetto dall'Aiubita. Un sentimento di umanità ammollì il rigore del fanatismo e della conquista; accettata la sommessione della città, condiscese Saladino a risparmiare il sangue degli abitanti; i Cristiani greci e orientali ottennero permissione di vivere sotto il governo del vincitore; non così i Franchi e Latini, pei quali fu decretato, che entro quaranta giorni sgombrassero Gerusalemme, con promessa di essere condotti sani e salvi ne' porti dell'Egitto e della Sorìa. I riscatti vennero poi così regolati; dieci piastre d'oro per ogni uomo, cinque per ogni donna, una per ciascun fanciullo; chi non aveva modo di pagare un tale riscatto in perpetua cattività rimanea. Alcuni Storici, con malignità, anzichè no, sonosi compiaciuti nel raffrontare la clemenza di Saladino e la strage della prima Crociata: differenza che sarebbe da attribuirsi unicamente al carattere personale del conquistatore: nè per altra parte dobbiamo dimenticarci l'offerta di capitolare fatta dai Cristiani, l'ostinatezza de' Maomettani nel sostenere l'assedio insino all'ultimo, la presa della città seguìta per assalto. Fa d'uopo, per vero dire, dar merito all'esattezza onde il Sultano le condizioni del Trattato adempì, e al guardo di compassione ch'ei volse sulla sventura de' vinti. In vece di pretendere a tutto rigore il pagamento del riscatto, liberò settemila indigenti, contentandosi della somma di trentamila bisantini, e altri due o tremila, immuni da qualunque sborso. Il numero degli schiavi rimasti, si ridusse ad undici o al più quattordicimila persone. Nell'abboccamento che ebbe colla Regina, Saladino cercò raddolcirne l'afflizione co' discorsi e persin colle lagrime. Distribuì con larga mano elemosine alle vedove e agli orfani che a tale stato avea ridotti la guerra, e mentre gli Ospitalieri combatteano tuttavia contro di lui, l'umano vincitore permetteva ad alcuni loro fratelli, che mossi da più vorace pietà al servigio degl'infermi adoperavano le proprie cure, il continuare un intero anno in sì caritatevole ufizio. Cotali atti di clemenza e di virtù, l'amore e l'ammirazione degli uomini gli han meritati. Nè vi era cosa che costringesse a fingere Saladino; poichè anzi, il fanatismo in lui eccessivo, dovea indurlo piuttosto a dissimulare che ostentare verso i nemici del Corano una colpevole compassione. Quando Gerusalemme fu libera dalla presenza degli stranieri, il Sultano al suono di una musica guerriera, e cogli stendardi spiegati dinanzi a sè, vi fece il suo ingresso trionfale. La grande moschea di Omar, che in una chiesa aveano convertita i Cristiani, fu di nuovo consacrata a un solo Dio, e al Profeta di lui Maometto. Con acqua di rosa ne vennero purificati i pavimenti e le mura, e collocata nel Santuario una cattedra fatta dalle stesse mani di Noraddino. Ma allorchè fu veduta atterrata e trascinata per le strade la Croce d'oro che splendea sulla cupola, i Cristiani di tutte Sette misero un lamentevole gemito, cui risposero le acclamazioni di giubilo de' Musulmani. Il Patriarca aveva in quattro cofani d'avorio raccolto le Croci; le immagini, i vasellami, e le reliquie della Santa Città. Di questi s'impadronì il Sultano che avea divisato, siccome trofei della cristiana idolatria[603], portarli in dono al Califfo. Ma poi si piegò a confidarli nelle mani del Patriarca e del Principe d'Antiochia, sacrati pegni, che di poi a prezzo di cinquantaduemila bisantini d'oro Riccardo d'Inghilterra ricuperò[604].

A. D. 1188

Eravi luogo a temere, o sperare, giusta gl'interessi diversi delle nazioni che, fra brevissimo tempo, i Cristiani da tutta quanta la Sorìa verrebber cacciati. La cosa nondimeno non si avverò, che un secolo dopo la morte di Saladino[605]; la resistenza opposta dalla città di Tiro, in mezzo al corso delle vittorie, il fermò. Erano state imprudentemente condotte in questo porto tutte le truppe delle guernigioni che aveano capitolato, le quali trovandosi in numero forte a bastanza per difendere quella piazza, riacquistarono fiducia e coraggio per l'arrivo di Corrado di Monferrato, che fra quelle mal disciplinate torme l'ordine restituì. Il padre del ridetto Corrado, venerabile pellegrino, era caduto, nella battaglia di Tiberiade, prigioniero: ma il disastro di tale giornata tuttavia in Grecia e in Italia ignoravasi, allorchè l'ambizione e la pietà condussero questo nuovo Crociato a visitare gli Stati del proprio nipote, il giovine Baldovino. La vista degli stendardi di Maometto avendolo avvertito di evitare le coste di Giaffa, venne unanimamente accolto, qual Principe e difensore di Tiro che già Saladino assediava. Fermezza di zelo, e forse fiducia nella generosità del nemico, gl'inspiravano l'ardimento di affrontarne le minacce, e di protestare che, quand'anche avesse veduto il vecchio padre suo in pericolo sulla breccia, avrebbe egli lanciato il primo dardo, e procacciata a sè medesimo la gloria d'essere figlio di un martire[606]. Apertosi il porto di Tiro alla flotta degli Egiziani, fu d'improvviso tesa di nuovo la catena che lo chiudeva, onde cinque galee maomettane rimasero prese, o mandate a fondo; in una sortita di Cristiani perirono mille Turchi; e tal si fu la difesa, che Saladino, dopo avere arse le sue macchine, tornò a Damasco, compiendo con una vergognosa ritirata una serie di azioni campali che gli partorirono tanta gloria. Nè andò guari ch'ei dovette sostenere una più formidabil procella. Narrazioni patetiche, ed anche tele effigiate, che in commovente modo offrivano allo sguardo la schiavitù di Gerusalemme e la profanazione del tempio, ridestarono lo assopito zelo dell'Europa; l'Imperatore Federico Barbarossa e i Re di Francia e d'Inghilterra preser la Croce; ma la lentezza degl'immensi apparecchi di queste grandi Potenze i deboli Stati marittimi e dell'Oceano e del Mediterraneo provennero. Gl'Italiani più abili ed antiveggenti, sopra legni pisani, genovesi, veneti, primi di tutti veleggiarono a Tiro: li seguirono indi i pellegrini più zelanti della Francia, della Normandia e delle isole dell'Occidente. Un navilio circa di cento legni portò a quelle spiagge i poderosi soccorsi mandati dalla Fiandra, dalla Frisia e dalla Danimarca; e i nortici guerrieri si faceano in mezzo agli spianati discernere, per l'alta statura, e per le pesanti loro azze da guerra[607]; nè la voce stessa di Corrado tener lontana, nè poterono le mura di Tiro capire più a lungo tanta moltitudine di guerrieri ogni giorno crescente. Deploravano la sventura, e riverivano le dignità di Lusignano che i Turchi aveano lasciato in libertà, forse mossi dalla speranza di mettere fra gli eserciti latini discordia. Avendo questi proposto l'assedio di Tolomaide, ossia Acri, che situata ad ostro di Tiro, trenta miglia ne era distante, videsi immantinente circondata la piazza da trentamila fanti, e da duemila uomini a cavallo, de' quali venne a quanto sembra, affidato allo stesso Lusignano il comando. Non mi diffonderò intorno alla storia di questo memorabile assedio (A. D. 1189-1191) che, durato circa due anni, entro angusto spazio di terreno, tante forze di Europa e di Asia stremò. Non mai il fuoco dell'entusiasmo erasi manifestato con impeto più violento e struggitore; e i Fedeli (entrambe le parti di questo nome gloriavansi) nell'onorare i lor martiri, non poteano negare un tributo di lodi allo sfrenato zelo e al valore de' loro avversarj. Al primo squillare della sacra tromba, i Musulmani dell'Egitto, dell'Arabia, della Sorìa, e di tutte le province dell'Oriente sotto le bandiere del servo di Maometto si raunarono[608]. Il campo di lui, o avanzasse, o indietreggiasse, poche miglia sempre si discostava da Acri, tanto il pungea notte e giorno la brama di liberare i proprj fratelli, e di portare ultimo sterminio ai Cristiani. Nove battaglie, che ben tutte di battaglie meritavano il nome, si diedero nelle vicinanze del monte Carmelo; e tai furono le vicissitudini della fortuna, che il Sultano si aperse una volta la via persino alla città; altra volta i Cristiani si spinsero entro la tenda di Saladino. Col ministero di palombai e di colombi, il Sultano teneasi in continua corrispondenza cogli assediati, e profittava d'ogni istante in cui fosse libero il mare, per dar rinforzo di nuovi soldati a quell'estenuato presidio. Intanto la fame, le pugne, i mali influssi di un clima straniero, ogni dì il latino esercito diminuivano; ma ogni dì le tende de' morti bastavano appena agli uomini sopraggiunti, che esageravano il numero e la sollecitudine degli ausiliari postisi sulle lor tracce. Il volgo stupefatto giunse perfino a credere che il Pontefice, Capo di un esercito numeroso, fosse nelle vicinanze di Costantinopoli pervenuto. Più giusti soggetti di ansietà all'Oriente la venuta dell'alemanno Imperatore somministrava; e la politica di Saladino nel moltiplicargli ostacoli nell'Asia, e probabilmente ancor nella Grecia, soprattutto si contraddistinguea; laonde la gioia inspiratagli dalla notizia della morte di Barbarossa, pareggiò la stima che il Musulmano avea concepita di un tanto guerriero. Più sconforto che fiducia trassero i Cristiani dall'arrivo del Duca di Svevia, e di cinquemila Alemanni, avanzo dell'esercito imperiale, ridotto a stremo dal lungo cammino. Finalmente nella primavera del successivo anno, le flotte di Francia e d'Inghilterra gettarono l'ancora nella baia di Tolomaide; e l'emulazione de' due giovani re Filippo Augusto e Riccardo Plantageneto, le fazioni dell'assedio rinvigorì. Dopo avere tentata indarno ogni via di salvezza, e privi già d'ogni speranza, i difensori di Acri, sottomettendosi per ultimo al proprio destino, una capitolazione, ma a patti durissimi, ottennero[609]. Dugentomila piastre d'oro furono il prezzo posto alla loro vita e alla lor libertà; e dovettero promettere di far liberi cento prigionieri della classe nobile e millecinquecento d'ordine inferiore, e di restituire il legno della vera Croce. Alcuni dubbj in ordine alla convenzione, alcuni indugi nell'adempirla, avendo ridestata la furibonda rabbia de' Franchi, il truce Riccardo fe' decollare quasi a veggente del Sultano tremila Musulmani. Certamente la conquista di Acri mise in poter de' Latini una ragguardevole Fortezza e un ottimo porto; ma a caro prezzo un tal vantaggio scontarono. Lo Storico, ministro di Saladino, fondandosi sulle asserzioni stesse degli avversarj, calcola a cinque, o seicentomila uomini il numero de' Cristiani successivamente approdati, e a centomila quello de' morti coll'armi alla mano. Molto maggior numero ne tolser di vita i naufragi e le infermità; e d'un esercito sì sterminato, una piccolissima parte potè, immune da disastri, rivedere la patria[610].

A. D. 1191-1192

Filippo Augusto e Riccardo I, sono i due soli Re di Francia e d'Inghilterra, che abbiano sotto le stesse bandiere militato; ma scambievole gelosia di nazione pregiudicava alla santa guerra che avevano intrapresa; e le due fazioni, ciascuna delle quali riconosceva per suo proteggitore nella Palestina uno di questi Principi, più accanite al reciproco danno, che a quello del comune inimico, mostravansi. Gli Orientali riguardavano il Re di Francia come superiore in dignità e possanza all'Inglese, e in mancanza dell'Imperatore, i Latini, siccome lor Capo lo riverivano[611]. Molto minori della sua fama le imprese ne furono; perchè comunque di valor non mancasse, le qualità d'uom di Stato nell'indole del medesimo prevalevano. Stancatosi tostamente di sagrificare la salute e i proprj interessi sopra una sterile spiaggia, la presa d'Acri fu per lui segnale di ritirata. Ben lasciò per la difesa di Terra Santa, diecimila fanti e cinquecento uomini a cavallo, sotto il comando del Duca di Borgogna: ma non quindi il disonore di tal partenza perdonato gli venne. Il Re d'Inghilterra, benchè inferiore per dignità, superava in ricchezze e militar rinomanza il rivale[612]; e se un brutale e feroce valore bastasse all'essenza dell'eroismo, Riccardo Plantageneto avrebbe diritto a comparire fra i primarj eroi del suo secolo. Per lungo tempo, cara e gloriosa agl'Inglesi fu la ricordanza di Cuor-di-Leone; e sessant'anni dopo la sua morte, i pronipoti de' Turchi e de' Saracini da lui soggiogati, fin ne' proverbj loro lo rammentarono con onore. Le madri della Sorìa si giovavano di un tal nome per fare star zitti i loro fanciulli; se un cavallo aombravasi, il cavaliere soleva, rampognando l'animale esclamare: «Credi forse che il re Riccardo[613] si aggiri per queste boscaglie?» La crudeltà ch'ei verso i Musulmani adoprò, era effetto di zelo e di violenza della sua indole; ma penoso mi è il persuadermi che un guerriero sì abile e prode nel giovarsi della sua lancia, siasi avvilito a ricorrere al ministero del pugnale contra il proprio collega, il valoroso Corrado di Monferrato, morto ad Acri per tradimento d'ignota mano[614]. Dopo la presa d'Acri e la partenza di Filippo, Riccardo, fattosi condottiero de' Crociati alla conquista della costa marittima, le città di Giaffa e di Cesarea aggiunse agli avanzi del regno di Lusignano; e un cammino di cento miglia che Ascalon da Acri divide, fu per undici giorni l'aringo di un grande e continuo combattimento; e fuvvi un punto che scoraggiate le truppe turche, Saladino si trovò sul campo di battaglia da sole diciassette delle sue guardie accompagnato; pur vi rimase senza calar le bandiere, nè permettere che sol per poco cessasse lo squillo delle sue trombe. Ben pervenne a riordinare i soldati, e a ricondurli contro il nemico: ben i suoi predicanti e i suoi araldi esortarono con incalzante tuono gli unitarj a oppor fermo petto agl'idolatri cristiani; ma all'impeto di questi idolatri non poteva allora resistere, e sol collo spianare le mura e le fortificazioni di Ascalon, giunse ad impedire ai Cristiani l'occupazione di così munita Fortezza, situata ai confini dell'Egitto. Durante un rigido verno, inoperose stettero l'armi; ma al ricomparire della primavera, i Franchi, sempre guidati dal medesimo condottiero, s'innoltrarono tanto che d'una sola giornata da Gerusalemme distavano. Ivi il solerte re Riccardo impadronitosi d'una carovana di settemila cammelli, costrinse Saladino[615] a rinchiudersi nella Città Santa, divenuta per maggior disastro del Principe musulmano, soggiorno di costernazione e discordie. Questi orò, fece digiuni e prediche, offerse di partecipare egli medesimo ai pericoli dell'assedio; ma fosse principio d'affetto, e di animo alle sedizioni propenso, i suoi Mammalucchi, ingombra ancora la fantasia del disastro sofferto in Acri dai lor compagni, con preghiere che di clamori sentivano, supplicarono il Sultano volesse conservare la propria persona e il valore de' suoi soldati a miglior uopo, per la difesa del culto del Profeta e dell'Impero[616]. La ritirata de' Cristiani tanto improvvisa, che miracolo la credettero gli assediati, a tali angustie sottrasseli[617]. Riccardo vide i proprj allori appassire o per la prudenza, o per l'invidia de' suoi compagni. Sopra un monte, d'onde Gerusalemme scoprivasi, l'eroe il volto velossi con voce d'indignazione esclamando. «Coloro che rifiutano liberare il Santo Sepolcro di Gesù Cristo, sono immeritevoli di contemplarlo». Appena giunto ad Acri gli fu nunziato che il Sultano avea stretta d'assedio la città di Giaffa. Pronto Riccardo nell'imbarcare sè e le sue truppe sopra alcuni legni mercantili in quel porto ancorati, e primo a lanciarsi sulla riva, rianimò lo spento coraggio de' difensori della rocca; onde sessantamila Turchi, o Saracini, al solo avviso dell'arrivo di Cuor-di-Leone si diedero a fuga. Saputa indi la debolezza del drappello che l'Inglese avea guidato con sè, ricomparvero alla domane, e il trovarono, come se non vi fosse stato alcun pericolo da temere, accampato dinanzi alla porta di Giaffa colla sola scorta di diciassette uomini a cavallo e di trecento arcieri. Non prendendosi pensiero del numero degli assalitori, la presenza loro sostenne con tanta intrepidezza, che, a confessione degli stessi nemici, colla lancia in resta trascorse galoppando da destra a sinistra, dinanzi a tutto il fronte de' Saracini, nè vi fu fra questi un solo che ardisse fermarlo[618]. Si narrano forse in questo luogo le storie di Amadigi o di Orlando?