A. D. 1300-1453
I successivi viaggi de' tre Imperatori non partorirono ad essi grandi vantaggi in questo Mondo, nè probabilmente nell'altro; pur felici ne furono lo conseguenze, perchè portarono l'erudizione greca in Italia, d'onde si diffuse presso tutte le nazioni dell'Occidente e del Settentrione. In mezzo al servaggio abbietto cui ridotti erano i sudditi di Paleologo, possedeano tuttavia la preziosa chiave dei tesori dell'Antichità, quella lingua armoniosa e feconda che infonde un'anima agli oggetti sensibili, e veste di corpo le astrazioni della filosofia. Dopo che i Barbari, avendo oltrepassati i confini della Monarchia, si erano mescolati fino cogli abitanti della Capitale, certamente aveano corrotta la purezza del dialetto; onde fu d'uopo d'abbondanti Glossarj per interpretare molti vocaboli tolti dalla lingua araba, turca, schiavona, latina e francese[570]. Nondimeno questa purezza mantenevasi ancora alla Corte, e veniva insegnata tuttavia ne' collegi. Un dotto Italiano[571] che, per lungo domicilio e onorevole parentado contratto[572], avea ottenuto luogo fra i nativi di Costantinopoli, circa trent'anni prima della conquista de' Turchi, ci ha lasciato intorno ai Greci alcuni particolari, che però la sua parzialità avrà forse abbelliti. «La volgar lingua, dice Filelfo[573], è stata alterata dal popolo e corrotta dai molti mercatanti, o stranieri che giungono tuttodì a Costantinopoli, e si mescolano cogli abitanti. Dai discepoli di questa scuola i Latini hanno ricevute le traduzioni goffe ed oscure di Platone e di Aristotele. Ma il discorso nostro cade unicamente su que' Greci che meritano essere imitati, perchè alla contagione generale sfuggirono. Troviamo ne' loro famigliari intertenimenti la lingua di Aristofane e di Euripide, de' Filosofi e degli Storici d'Atene, e più accurato e più corretto è anche lo stile de' loro scritti. Le persone più vicine alla Corte a motivo delle loro cariche, o della nascita, son pur quelle che conservano meglio, e scevre da ogni miscuglio l'eleganza e la purezza degli antichi; tutte le grazie naturali della lingua greca osserviamo mantenersi dalle nobili matrone che non hanno comunicazione alcuna cogli stranieri. Che dico io cogli stranieri? Vivono ritirate e lontane dagli sguardi de' medesimi loro concittadini. Rare volte si fanno vedere sulle strade; nè escono di casa, se non la sera, per trasferirsi alla Chiesa, e visitare i più prossimi parenti. In tali occasioni, vanno a cavallo, coperte di un velo, accompagnate dai loro mariti, circondate dai congiunti, o dai servi[574]».
Presso i Greci un Clero ricco e copioso si consagrava al servigio degli altari. Que' Monaci e Vescovi essendosi distinti sempre per austerità di costumi non si abbandonavano siccome gli ecclesiastici latini agl'interessi e ai diletti della vita secolare, nè della militare tampoco. Dopo avere perduta una gran parte del loro tempo in atti di divozione e nelle oziose discordie della Chiesa, o del Chiostro, quelli che d'animo più solerte e curioso erano forniti, si dedicavano ardentemente allo studio dell'erudizione greca, sacra e profana. Presedevano inoltre alla educazione della gioventù, onde le scuole di eloquenza e di filosofia durarono fino alla caduta dell'Impero; e può affermarsi che il recinto di Costantinopoli contenea più scritti scientifici e libri di quanti ne fossero diffusi nelle vaste contrade dell'Occidente[575]. Ma di già osservammo che i Greci aveano fatta pausa, o anzi arretravano, intanto che i Latini faceano rapidi progressi; progressi animati dallo spirito di emulazione e d'independenza; onde il picciolo Mondo racchiuso entro i limiti dell'Italia contenea più popolazione e parti d'industria che non l'Impero spirante di Costantinopoli. In Europa, le ultime classi della società si erano affrancate dalla feudale servitù, e la libertà traeva con sè il desiderio d'istruirsi e il lume delle cognizioni che ne viene per conseguenza. La superstizione avea conservato l'uso della lingua latina, che parlavasi, per vero dire, in rozza e corrotta guisa, ma migliaia di studenti frequentavano le Università moltiplicatesi da Bologna d'Italia fino ad Oxford[576], e comunque mal regolato fosse il loro ardore agli studj, poteano finalmente volgerlo a più nobili e liberali ricerche. In questo risorgimento delle scienze l'Italia fu la prima che fece sventolare la propria bandiera, e il Petrarca colle sue lezioni e col suo esempio ha meritato che gli si attribuisca il vanto di primo nell'accendere la fiaccola del sapere. Lo studio e l'imitazione degli scrittori dell'antica Roma, diedero maggiore purezza allo stile, più giustezza ai ragionamenti, più nobiltà ai pensieri. I discepoli di Virgilio e di Cicerone si avvicinarono con rispettoso fervore ai Greci stati maestri di questi sommi scrittori. Vero è che nel saccheggio di Costantinopoli, i Franchi, e i medesimi Veneziani aveano sprezzate e distrutte le opere di Lisippo e di Omero; ma non accade de' capolavori degli Scrittori, come di quelli dell'arti, cui basta un barbaro cenno ad annichilare per sempre; la penna rinova e moltiplica le copie de' primi, e l'ambizione dal Petrarca e de' suoi amici, fu possedere di queste copie e intenderne il significato. La conquista de' Turchi accelerò, non v'ha dubbio, la peregrinazione delle Muse, nè possiamo difenderci da un tal qual moto di terrore, in pensando come le Scuole e le Biblioteche della Grecia avrebbero potuto essere distrutte, prima che l'Europa escisse della sua barbarie; la qual cosa, se fosse accaduta, i germi delle scienze si sarebbero dispersi prima che il suolo dell'Italia fosse preparato a riceverli e coltivarli.
I più dotti fra gli Italiani del secolo decimoquinto, confessano ed esaltano il rinascimento della erudizione greca[577], sepolta da molti secoli nell'obblio. Nondimeno in questa contrada e al di là dell'Alpi, si citano alcuni uomini dotti, che ne' secoli dell'ignoranza si distinsero onorevolmente nella cognizione della lingua greca; e la vanità di nazione non ha trascurate le lodi dovute a questi esempj di straordinaria erudizione. Senza esaminare troppo scrupolosamente il merito personale di cotesti uomini, non pensiamo però starci dall'osservare che la loro scienza era priva di scopo come di utilità; che era cosa facile ad essi l'appagare sè medesimi, e una turba di contemporanei anche più ignoranti di loro, i quali possedeano pochissimi manoscritti composti nella lingua da essi come per prodigio appresa, e che in nessuna Università dell'Occidente veniva insegnata. Rimaneano alcuni vestigi di questa lingua in un angolo dell'Italia, ove riguardavasi come lingua volgare, o almeno come lingua ecclesiastica[578]. L'antico influsso delle colonie doriche e ionie, non era affatto distrutto. Le Chiese della Calabria essendo state per lungo tempo unite al trono di Costantinopoli, i Monaci di S. Basilio, faceano tuttavia i loro studj sul monte Atos (A. D. 1339) e nelle Scuole dell'Oriente. Il frate Barlamo, che già vedemmo in figura di settario e di Ambasciatore, era calabrese di nascita, e per opera di lui risorsero oltre l'Alpi la memoria e gli scritti di Omero[579]. Il Petrarca e il Boccaccio[580] nel dipingono uomo di piccola statura, sorprendente per erudizione ed ingegno, fornito di giusto e rapido discernimento, ma di una elocuzione lenta e difficile. La Grecia al dir loro non avea nel corso di molti secoli prodotto chi il pareggiasse per nozioni di Storia, di Gramatica e di Filosofia. I Principi e i dottori di Costantinopoli, riconobbero il merito sublime di cotest'uomo con attestazioni; delle quali una tuttavia ci rimane. L'Imperatore Cantacuzeno, comunque proteggesse gli avversarj di Barlamo, confessa che questo profondo e sottile logico[581] era versatissimo nella lettura di Euclide, di Aristotele e di Platone. Alla Corte di Avignone, Barlamo si unì in lega intrinseca col Petrarca[582], il più dotto fra i Latini, essendo stato fomite della letteraria loro corrispondenza il desiderio reciproco d'instruirsi. Datosi con ardore allo studio della lingua greca il Toscano, dopo avere laboriosamente lottato contro l'aridezza e la difficoltà delle prime regole, pervenne a sentire le bellezze di que' Poeti e Filosofi, di cui possedeva l'ingegno, ma non potè vantaggiare a lungo della compagnia e delle lezioni del nuovo amico. Abbandonatasi da Barlamo una inutile Legazione, tornò questi in Grecia, ma suscitò imprudentemente il fanatismo de' frati coll'adoperarsi a sostituire la luce della ragione a quella del loro ombelico. Dopo una separazione di tre anni, i due amici s'incontrarono alla Corte di Napoli; ma il generoso discepolo rinunziando a quella occasione di farsi più perfetto nel greco idioma, cercò con forti raccomandazioni ed ottenne a Barlamo un piccolo Vescovado[583] nella Calabria, patria dello stesso Barlamo. Le diverse occupazioni del Petrarca, l'amore, l'amicizia, le corrispondenze, i viaggi, la sua coronazione d'alloro a Roma, la cura data alle sue composizioni in versi e in prosa, in latino e in italiano, il distolsero dallo studio di un idioma straniero. Egli avea all'incirca cinquant'anni, allorchè uno de' suoi amici, Ambasciatore di Bisanzo, parimente versato in entrambe le lingue gli fe' dono di una copia d'Omero. La risposta ad esso fatto da Petrarca, attesta ad un tempo la gratitudine, i delicati crucci dell'animo, l'eloquenza di questo grand'uomo: «Il dono del testo originale di questo divino Poeta sorgente d'ogni invenzione è degno di voi e di me: voi avete adempiuta la vostra promessa, e appagati i miei voti. Ma imperfetta è la vostra generosità: dandomi Omero, dovevate darmi voi stesso, divenir mia guida in questo campo di luce, e scoprire ai miei occhi attoniti le seducenti maraviglie dell'Iliade e dell'Odissea. Ma, oh dio! Omero è muto per me, ovvero io sono sordo per lui, e non è in mia facoltà il godere delle bellezze che esso presenta. Ho collocato il Principe de' Poeti a fianco di Platone, il Principe de' filosofi, e divengo superbo di contemplarli. Io possedea già tutta quella parte de' loro scritti immortali che è stata tradotta in latino; ma ora comunque io non possa trarne profitto, mi è però un conforto il vedere questi rispettabili Greci vestiti coll'abito di lor nazione. La presenza di Omero mi rapisce: e allorquando tengo questo tacito volume fra le mie mani, esclamo sospirando: illustre Poeta, con qual giubilo ascolterei i tuoi canti, se la morte di un amico e la cordogliosa lontananza di un altro non togliessero ogni forza di sentire al mio udito! Ma l'esempio di Catone, mi fa coraggioso, nè dispero ancora in pensando che sol sul compiersi dei suoi giorni questo Romano alla conoscenza delle lettere greche pervenne»[584].
A. D. 1360
La scienza cui sforzavasi invano di aggiugnere il Petrarca, fu più accessibile agli studj dell'amico di lui il Boccaccio, padre della prosa toscana[585]. Questo Scrittore popolare, che dee la propria celebrità al Decamerone, vale a dire ad un centinaio di Novelle amorose e piacevoli, può giustamente essere considerato come colui che ridestò in Italia lo spento amore dell'idioma greco. Pervenuto nel 1360, e colle persuasioni e cogli atti di ospitalità a trattenere presso di sè Leone, o Leonzio Pilato, che indirigevasi ad Avignone, lo alloggiò nella propria casa, ed ottenutagli una pensione dalla Repubblica fiorentina, consagrò tutte le ore di ozio al primo professore greco che insegnasse questa lingua nelle contrade occidentali dell'Europa. L'esterno di Leone avrebbe allontanato da tale studio un discepolo che ne fosse stato amante men del Boccaccio. Avvolto questo maestro in mantello di filosofo, o di cencioso, avea contegno ributtante, capelli neri che disordinatamente gli venivan sul fronte, barba lunga, nè troppo monda, di carattere volubile e cupo, e nè meno compensava questi difetti sgradevoli colle grazie e colla chiarezza del discorso quando parlava latino. Pur l'ingegno di costui racchiudeva un tesoro di greca erudizione; egualmente versato nella favola, nella storia, nella gramatica e nella filosofia, spiegò nelle scuole di Firenze i poemi d'Omero. Col soccorso delle istruzioni del medesimo, il Boccaccio compose, per far cosa grata all'amico Petrarca, una traduzione letterale in prosa dell'Iliade e dell'Odissea, della quale è probabile che si valesse in segreto Lorenzo Valla per comporre nel successivo secolo la sua versione latina. Il Boccaccio inoltre da' suoi intertenimenti con Leone raccolse i materiali per l'Opera intorno agli Dei del Paganesimo, riguardata in quel secolo come un prodigio di erudizione, e che l'autore giuncò di caratteri e passi greci per eccitare la sorpresa e l'ammirazione de' suoi ignoranti contemporanei[586]. I primi passi nella instruzione sono lenti e penosi; ond'è che tutta l'Italia non somministrò in principio che dieci discepoli d'Omero, numero al quale nè Roma, nè Venezia, nè Napoli aggiunse un solo nome di più. Nondimeno gli studenti si sarebbero moltiplicati, e questo studio avrebbe fatto più rapidi progressi, se l'incostante Leone, in capo a tre anni, non avesse abbandonato uno stato onorevole e vantaggioso. Passando da Padova si fermò alcuni giorni in casa del Petrarca, cui tanto spiacque il carattere cupo e insocievole di quest'uomo, quanto l'erudizione lo soddisfece; malcontento degli altri e di sè medesimo, disdegnando la felicità di cui potea godere, Leone non si traeva mai volentieri coll'immaginazione che su gli uomini e gli oggetti lontani. Tessalo in Italia, Calabrese in Grecia, disprezzava alla presenza de' Latini i loro costumi, la loro religione, la loro lingua, e arrivato appena a Costantinopoli sospirò la ricchezza de' Veneziani e l'eleganza de' Fiorentini. Voltosi nuovamente agli amici d'Italia, li trovò sordi alle sue importunità; nondimeno molto ripromettendosi dalla loro indulgenza e curiosità, si avventurò ad un secondo viaggio; ma all'ingresso del golfo Adriatico il vascello, entro cui stavasi, essendo stato assalito da una tempesta, l'infelice Professore, raccomandatosi come Ulisse all'albero della nave, morì percosso dal fulmine. L'affettuoso Petrarca versò qualche lagrima sulla morte di questo infelice; ma soprattutto cercò accuratamente di sapere, se qualche copia di Sofocle, o d'Euripide fosse caduta fra le mani de' marinai[587].
A. D. 1390-1415
I deboli germi raccolti dal Petrarca e trapiantati dal Boccaccio, inaridirono ben tosto. La successiva generazione, limitatasi a perfezionare la latina eloquenza, abbandonò l'erudizione greca, e solamente verso la fine del secolo XIII quest'altro studio si rinovò in guisa durevole nell'Italia[588]. Prima d'imprendere il suo viaggio, Manuele avea deputati oratori ai Sovrani d'Occidente per eccitare la loro compassione. Il più ragguardevole di questi per dignità e per sapere fu Manuele Crisoloras[589], di nascita sì nobile, a quanto credeasi, che i maggiori di lui aveano abbandonata Roma per seguire il Gran Costantino. Dopo avere visitate le Corti di Francia, e d'Inghilterra, ove ottenne alcuni soccorsi e molte promesse, venne sollecitato a sostenere pubblicamente gli uffizj di Professore, secondo invito fatto a un Greco, di cui parimente Firenze ebbe il merito. Crisoloras, versato del pari nelle lingue greca e latina, meritò i riguardi per lui avutisi dalla Repubblica, e le speranze ne oltrepassò. Discepoli d'ogni età e di ogni condizione alla sua scuola accorrevano, e uno fra questi compose una Storia generale, in cui rendea conto de' motivi degli studj impresi e degli ottenuti successi. «In quel tempo, dice Leonardo Aretino[590], io studiava la Giurisprudenza, ma ardendo l'animo mio per l'amor delle Lettere, io dava alcune ore allo studio della Logica e della Rettorica. All'arrivo di Manuele stetti perplesso, se avrei abbandonato lo studio delle leggi, o se avrei lasciata sfuggire la preziosa occasione che mi si offeriva, instituendo nel bollore dalla mia giovinezza questi ragionamenti fra me medesimo: Così dunque tradiresti la fortuna che ti sorride? Ricuseresti un modo per potere conversare famigliarmente con Omero, con Demostene e con Platone, con que' Poeti, con que' Filosofi, con quegli Oratori, di cui tanto grandi maraviglie si narrano, e che tutte le generazioni hanno riconosciuti quali maestri sovrani di tutte le scienze? Si troverà sempre nelle nostre Università un numero bastante di Professori di diritto civile; ma un maestro di lingua greca, e un maestro simile a questo, lasciandolo sfuggire una volta, come trovarlo di nuovo? Convinto da questo ragionamento, mi dedicai per intero a Crisoloras, e con tanta ardenza, che le lezioni da me studiate il giorno, divenivano costantemente il soggetto de' sogni miei nella notte[591].» Nel medesimo tempo Giovanni da Ravenna, educato nella casa del Petrarca[592], interpretava gli autori latini a Firenze; duplice scuola in cui furono allevati quegli Italiani che illustrarono il secolo e la patria loro, e per tal modo quella chiara città dell'Italia, divenne l'utile vivaio dell'erudizione de' Greci e dei Romani[593]. L'arrivo dell'Imperatore richiamò Crisoloras dalla cattedra alla Corte, ma insegnò in appresso a Pavia e a Roma colla medesima fortuna e coronato sempre d'eguali applausi. Ripartendo i quindici ultimi anni della sua vita, fra l'Italia e Costantinopoli, ora Inviato imperiale, or Professore, l'onorevole ministero di rischiarare col proprio ingegno una straniera nazione, nol fece dimentico mai di quanto al suo Principe e alla sua patria dovea. Manuele Crisoloras, morì a Costanza, ove lo avea spedito in delegazione presso al Concilio l'Imperatore.
A. D. 1400-1500
Allettata da sì fatto esempio, una folla di Greci indigenti, e istrutti almeno nella loro lingua, si diffusero per l'Italia, accelerando così il progresso delle lettere greche. Gli abitanti di Tessalonica e di Costantinopoli fuggirono lungi dalla tirannide de' Turchi, in seno ad un paese ricco, libero e curiosissimo. Il Concilio introdusse in Firenze le dottrine della Chiesa greca, e gli oracoli della filosofia di Platone: e que' fuggiaschi che acconsentirono alla unione delle due Chiese, ebbero nella nuova patria il doppio merito di abbandonare l'antica, non solamente per la causa del Cristianesimo, ma per quella più particolare del Cattolicismo. Un cittadino che sagrifica la sua fazione e la propria coscienza agli adescamenti del favore, può nondimeno non essere sfornito delle sociali virtù di un privato. Lungi dal suo paese, egli è meno esposto agli umilianti nomi di schiavo e di apostata, e la considerazione che si guadagna presso i nuovi associati, può a grado a grado ricondurlo a ben pensare di sè medesimo. Bessarione, che in premio della sua docilità aveva ottenuta la porpora ecclesiastica, pose dimora in Italia; e il Cardinale greco, patriarca titolare di Costantinopoli, fu riguardato a Roma come il Capo e protettore della sua nazione[594]. Fece valere il suo ingegno nelle Legazioni di Bologna, di Venezia, della Francia e dell'Alemagna, e in un Conclave fu per alcuni momenti disegnato a salire la cattedra di S. Pietro[595]. Gli onori ecclesiastici avendo giovato a farne spiccare di più il merito e l'ingegno letterario, il suo palagio videsi trasformato in una scuola, nè accadea che il Cardinale si trasferisse al Vaticano senza che lo seguisse un numeroso stuolo di discepoli dell'una e dell'altra nazione[596], e di dotti, i quali col gloriarsi di un tale maestro, vie meglio meritavano dal pubblico, divenuti eglino pure autori di scritti che, oggidì coperti di polvere, grande spaccio ebbero in quella età con molto vantaggio de' contemporanei. Non mi assumo io qui di noverare tutti coloro che nel secolo XV contribuirono a restaurare la greca letteratura. Mi basta il citare con gratitudine i nomi di Teodoro Gaza, di Giorgio da Trebisonda, di Giovanni Argiropolo, e di Demetrio Calcocondila, che insegnarono la propria nativa lingua nelle scuole di Firenze e di Roma. Le loro fatiche pareggiarono quelle di Bessarione, del quale rispettavano la dignità, invidiandone in segreto la sorte; ma umile ed oscura si fu la vita di questi gramatici, che, toltisi dal lucroso arringo ecclesiastico, viveano segregati dalle più ragguardevoli compagnie, e per le proprie consuetudini, e per lo stesso vestire; laonde non avendo essi ambito altro merito, fuor quello dell'erudizione, doveano contentarsi di quel solo compenso che a questa si tributava. Da tal classe vuol essere eccettuato Giovanni Lascaris[597]. I modi affabili, l'eloquenza, l'illustre nascita che lo adornavano, raccomandarono in lui un discendente d'Imperatori ai Reali di Francia, i quali lo inviavano in diverse città, ove adempieva a vicenda gli uffizj di negoziatore e di Professore. Per dovere e per interesse, i mentovati dotti coltivarono lo studio della lingua latina, alcuni di loro essendo pervenuti a scrivere e a parlare con eleganza e facilità questo idioma ad essi peregrino. Non quindi spogliatisi mai della nazionale vanità, le loro lodi, o almeno l'ammirazione riserbavano come in privilegio agli scrittori del loro paese, all'ingegno de' quali la fama ed il vitto doveano; e la loro parzialità alcune volte svelavano con isconvenevoli critiche, o piuttosto satire contro i poemi di Virgilio, e le arringhe di Cicerone[598]. Non dee però tacersi che molta parte del merito per cui primeggiavano questi maestri del greco, diveniva loro dalla consuetudine di parlare in tale idioma, consuetudine che va per necessità unita alle lingue viventi: ma i loro primi discepoli non poterono discernere quanto avessero tralignato dalla scienza ed anche dalla pratica dei loro maggiori; e fu opera del senno della successiva generazione, il bandir dalle scuole la pronunzia viziosa[599] che quelli vi aveano introdotta. Ignari essendo del valore degli accenti greci, quelle note musicali, che pronunziate da una lingua attica e da orecchio attico udite, racchiudevano il segreto dell'armonia, non erano per essi, come per noi, che contrassegni muti e privi di significato, inutili nella prosa, incomodi nella poesia. Possedeano essi i veri principj della gramatica; onde rifusero nelle loro lezioni i preziosi fragmenti di Apollonio e di Erodiano; e i lor Trattati della sintassi e della etimologia, benchè sforniti di spirito filosofico, sono anche ai dì nostri di un grande soccorso agli studiosi. Nel tempo che le Biblioteche di Bisanzo si distruggevano, ciascun fuggitivo s'impadronì d'un fragmento del tesoro pericolante, di una copia di qualche autore, che senza di ciò sarebbe andata perduta. Queste copie vennero moltiplicate da diverse penne laboriose, e talvolta ingegnose, che ammendavano, ove era d'uopo, il testo, e aggiugnevano le loro interpretazioni, o quelle di antichi scoliasti. I Latini conobbero se non lo spirito, almeno il significato letterale degli Autori classici della Grecia. Le bellezze di stile sparivano in una traduzione; ma Teodoro Gaza ebbe l'intendimento di scegliere opere rilevanti per sè stesse siccome quelle di Teofrasto e d'Aristotele; e le Storie delle piante e degli animali da questi Greci composte, apersero un vasto campo alla parte teorica e sperimentale delle scienze naturali.
Venne ciò nulla ostante data la preferenza alle incerte nubi della metafisica. Un venerabile Greco fece risorgere in Italia il genio di Platone, condannato da lungo tempo all'obblio, e nel palagio de' Medici lo insegnò[600]; elegante filosofia che poteva essere di qualche vantaggio, in quel tempo che il Concilio di Firenze a dispute teologiche solo attendeva. Lo stile di Platone è un prezioso modello della purezza del dialetto attico: e adatta sovente i suoi più sublimi pensamenti al tuono famigliare della conversazione, arricchendoli talvolta di tutta l'arte dell'eloquenza e della poesia. I dialoghi di questo grand'uomo offrono un quadro drammatico della vita e della morte d'un saggio: e allorchè si degna discendere dai cieli, il suo Sistema morale imprime nell'animo l'amore della verità, della patria e della umanità. Socrate, co' precetti e coll'esempio, avea raccomandato un modesto dubitare e un libero ricercare: l'entusiasmo de' Platonici, che adoravano ciecamente le visioni e gli errori del lor divino maestro, potea giovare a correggere il metodo arido e dogmatico della Scuola peripatetica. Aristotele e Platone offrono meriti eguali, e nullameno sì diversi fra loro, che ponendoli in bilancia, darebbero luogo ad una interminabile controversia; pur qualche scintilla di libertà può uscire dall'urto di due opposte servitù. Queste due Sette divisero fra loro i Greci moderni, i quali sotto lo stendardo degli antichi maestri, con più di furore che d'intelligenza, si fecero guerra. I fuggiaschi di Costantinopoli scelsero Roma per nuovo lor campo di battaglia; ma non andò guari che i gramatici fecero entrare in questa filosofica lotta l'odio e le ingiurie personali: laonde Bessarione, comunque partigiano zelantissimo di Platone egli fosse, sostenne l'onore della patria, frammettendo i consigli e l'autorità d'un mediatore. La dottrina dell'Accademia, ne' giardini de' Medici, formava le delizie degli uomini colti e gentili; ma distrutta ben tosto questa filosofica società, il Saggio d'Atene non venne più consultato che negli scientifici gabinetti, intanto che il possente emulo del medesimo, rimase solo oracolo della scuola e della Chiesa[601].
A. D. 1447-1455
Ho descritto con imparzialità il merito letterario de' Greci, ma gli è d'uopo confessare che la buona voglia de' Latini li secondò, e fors'anche li superò. Sendo allora l'Italia divisa in un grande numero di piccioli Stati independenti, i Principi e le Repubbliche si disputavano l'onore d'incoraggiare e ricompensare le belle lettere. Nicolò V[602], il cui merito fu infinitamente superiore alla sua fama, per sapere e virtù si tolse dalla oscurità, ove la nascita lo avea posto, l'indole dell'uomo superando in lui mai sempre l'interesse del Pontefice, Nicolò arrotò di propria mano le armi, di cui fu fatto uso in appresso per offendere la Chiesa romana[603]. Dopo essere stato l'amico de' principali dotti del suo secolo, ne divenne il protettore, e tal si era la rara semplicità de' suoi costumi, che nè egli, nè essi quasi si accorsero d'un cambiamento di condizione. S'ei sollecitava qualcuno ad accettare un donativo, non l'offeriva come misura di merito, ma come prova di affetto, e scontrandosi in chi per modestia esitasse, soggiugnea compreso dal sentimento di quel che valeva egli stesso: «Accettate, non avrete sempre un Nicolò in mezzo a voi». Diffondendosi via maggiormente per tutta la Cristianità l'influsso della Santa Sede, il virtuoso Pontefice se ne valse per acquistar più libri che benefizj. Mandò a cercare, fra le rovine delle Biblioteche di Costantinopoli e in tutti i monasteri dell'Alemagna e della Gran Brettagna, i polverosi manoscritti dell'Antichità, procacciandosi le copie esatte di quelli de' quali non gli si volevano vendere gli originali. Il Vaticano, antico[605] ricettacolo delle Bolle, delle Leggende, de' monumenti della superstizione e della frode, ringorgò di suppellettili più rilevanti, e tanto s'adoperò Nicolò, che negli otto anni del suo regno, pervenne ad unire una Biblioteca di cinquemila volumi. Alla munificenza di questo Pontefice, il Mondo latino fu debitore delle traduzioni di Senofonte, Diodoro, Polibio, Tucidide. Erodoto ed Appiano; della geografia di Strabone, dell'Iliade, delle più preziose Opere di Platone, di Aristotele, di Tolomeo, di Teofrasto e de' Padri della Chiesa greca. Un mercatante di Firenze, che senza titoli di nascita e senza il soccorso dell'armi, governava Firenze, imitò l'esempio del romano Pontefice. Il nome e il secolo di Cosimo de' Medici[606] ceppo di una sequela di Principi, sono intrinsecamente collegati coll'idea del risorgimento delle scienze. La sua possanza gli venne dalla fama che si meritò consagrando le proprie ricchezze al vantaggio dell'uman genere. Le corrispondenze di lui si estendeano dal Cairo a Londra, e spesse volte la medesima nave gli riportava libri greci e droghe dell'India. L'ingegno del suo nipote Lorenzo, e l'educazione che il bisavolo gli procurò, ne fecero non solamente un proteggitore della letteratura, ma un giudice della medesima e un letterato. La sciagura trovava nel suo palagio un soccorso, il merito un guiderdone; l'Accademia platonica rallegravane gli ozj; incoraggiò le nobili gare di Demetrio Calcocondila e di Angelo Poliziano; Giovanni Lascaris, zelante missionario di Lorenzo, gli riportò dall'Oriente dugento manoscritti, ottanta de' quali erano sconosciuti in que' tempi alle Biblioteche d'Europa[607]. Animata da un medesimo spirito tutta l'Italia, i progressi delle nazioni retribuirono ai Principi il compenso delle loro liberalità. Riserbatisi i Latini il privilegiato possedimento della loro propria letteratura, questi discepoli de' Greci divennero ben presto capaci di trasmettere e perfezionare le lezioni che aveano ricevute. Dopo un breve succedersi di maestri stranieri, la migrazione cessò; ma già essendosi diffuso l'idioma dei Greci al di là dell'Alpi, la gioventù della Francia, dell'Alemagna e dell'Inghilterra,[608] propagò nella sua patria il sacro fuoco che avea ricevuto nelle scuole di Roma e di Firenze[609]. Nei parti dello spirito, come nella produzioni della terra, l'arte e l'industria superano i doni della natura; gli Autori greci, dimenticati alle rive dell'Ilisso, comparvero splendenti su quelle dell'Elba e del Tamigi; Bessarione e Gaza avrebbero potuto invidiare l'esattezza di Budeo, il buon gusto d'Erasmo, la facondia di Stefano, l'erudizione di Scaligero, e il discernimento di Reiske, o di Bentley. Il caso arricchì i Latini di un novello vantaggio colla scoperta della stampa; ma Aldo Manuzio e i suoi innumerabili successori adoperarono quest'arte preziosa a moltiplicare e perpetuare le Opere dell'Antichità[610]. Un solo manoscritto portato dalla Grecia, moltiplicavasi in diecimila copie tutte più belle che l'originale. Sotto questa forma Omero e Platone leggerebbero più volentieri le proprie Opere, e i loro scoliasti debbono cedere la palma ai nostri editori occidentali.
Prima che la letteratura classica risorgesse in Europa, gli abitatori di essa avvolgeansi fra le tenebre di una barbara ignoranza, e la povertà stessa degli idiomi annunziava la rozzezza de' loro costumi. Coloro che studiarono i più perfetti idiomi di Roma e della Grecia, si trovarono trapiantati in un nuovo Mondo di scienza e di luce, ammessi nel consorzio delle nazioni libere e ingentilite dell'Antichità, e in famigliare conversazione con quegl'immortali, che aveano parlato il sublime linguaggio dell'eloquenza e della ragione. Corrispondenze di tal natura doveano necessariamente innalzar l'anima e migliorare il gusto de' moderni; potremmo credere nullameno, ragionando sulle prime Opere di questi, che lo studio degli Antichi avesse somministrate catene, anzichè ali, all'umano ingegno. Lo spirito d'imitazione, comunque lodevole sia il modello, tiene sempre alla schiavitù; onde i primi discepoli dei Greci e de' Romani, pareano una colonia di stranieri in mezzo al loro paese e al lor secolo. Tante minute cure adoprate ad introdursi ne' penetrali dell'Antichità più rimota, poteano impiegarsi più utilmente nel render perfetto lo stato attuale della società: i Critici e i Metafisici, seguivano servilmente l'autorità di Aristotele. I Poeti, gli Storici, gli Oratori, ripeteano, con fastosa ostentazione, i pensieri e le espressioni del secolo d'Augusto; se contemplavano le opere della natura, cogli occhi di Plinio e di Teofrasto il faceano; e alcuni d'essi, Pagani devotissimi, rendeano perfino segreto omaggio agli Dei di Omero e di Platone[611]. Gli Italiani, nel secolo successivo alla morte del Petrarca e del Boccaccio, si trovarono oppressi dal numero e della possanza de' loro antichi ausiliarj. Comparve una folla d'imitatori latini, che adesso lasciamo, senza inconveniente, riposare negli scaffali delle nostre biblioteche. Ma difficilmente potremmo citare in quell'epoca di erudizione, la scoperta di una scienza, un'opera originale, o eloquente, scritta in idioma nativo[612]. Ciò nullameno, quando il suolo fu bastantemente imbevuto di questa celeste rugiada, la vegetazione e la vita comparvero d'ogni banda; i moderni idiomi vennero a perfezione; gli Autori classici di Roma e di Atene inspirarono purezza di gusto e nobile emulazione. Nell'Italia, siccome dappoi nella Francia e nell'Inghilterra, al regno seducente della poesia e delle finzioni, succedettero i lumi della filosofia speculativa e sperimentale. Può talvolta il genio emergere più presto della espettazione; ma all'educazione di un popolo, siccome a quella di un individuo, è necessario ne sia esercitata la memoria, prima di mettere in atto le molle della ragione, o della imitazione. Sol dopo averli imitati per lungo tempo, perviene l'artista a pareggiare, e talvolta a superare, i proprj modelli.
FINE DEL VOLUME DUODECIMO