478. Calcocondila (l. V) e Duca (cap. 23) ne offrono un grossolano abbozzo della politica ottomana, dandone ad un tempo a conoscere la metamorfosi de' fanciulli cristiani in soldati turchi.

479. Questo saggio della disciplina e della educazione dei Turchi è tolto principalmente dall'Etat de l'Empire ottoman di Richaut, dallo Stato militare dell'Impero ottomano del Conte Marsigli, (ediz. dall'Aia, 1732 in folio) e da una Description du Sérail, approvata dallo stesso sig. Greaves, attento viaggiatore, e pubblicata nel secondo volume della sua Opera.

480. Osservando la Nota dei centoquindici Visiri stati fino al momento dell'assedio di Vienna (Marsigli, pag. 13), la loro carica può riguardarsi come un contratto per tre anni e mezzo.

481. V. le giudiziose e dilettevoli lettere del Busbek.

482. Il primo e secondo volume de' Saggi chimici del Dottore Watson contengono due preziosi discorsi intorno alla scoperta e alla composizione della polvere.

483. Intorno a ciò non possiamo gran che fidarci sull'autorità de' moderni. È vero che il Ducange ha raccolti i passi originali (Gloss. lat., t. I, pag. 675, Bombarda); ma in mezzo alla luce dubbiosa che da questi primi Scrittori ne vien tramandata, osserviamo che le denominazioni, i contrassegni dello strepito, del fuoco, e d'altri effetti che sembrano indicare la nostra artiglieria, potrebbero ancora convenire alle macchine degli Antichi e al fuoco greco. Quanto al cannone, di cui gli Inglesi, dicesi, fecero uso alla battaglia di Crécy, l'autorità di Giovanni Villani (Cron., l. XII, c. 65) parmi contrabbilanciata dal silenzio del Froissard. Nondimeno il Muratori (Antiq. Italiae medii aevi, t. II, Dissert. 26, p. 514, 515) ne offre un passo decisivo del Petrarca (De remediis utriusque Fortunae dialog.), il quale nell'anno 1344 malediceva questa folgore artifiziale, nuper rara, nunc communis.

484. Il cannone de' Turchi che Duca fa comparire (c. 30) per la prima volta dinanzi a Belgrado nel 1436, giusta Calcocondila (l. V, p. 123), servì nel 1422 all'assedio di Costantinopoli.

485. Questa singolare istruzione è stata tolta, cred'io, dagli archivj del Vaticano, per cura di Odorico Raynald, e inserita nella sua continuazione degli Annali del Baronio (Roma, 1646-1677, in dieci volumi in folio). Io non mi sono prevalso che dell'Abate Fleury (Hist. eccles., t. XX, p. 1-8), le compilazioni del quale Scrittore ho sempre trovate chiare, esatte ed imparziali.

486. Si vegga la nostra Nota (pag. 89) che tratta del Concilio di Lione. (Nota di N. N.)

487. L'ambiguità di questo titolo è felice, o ingegnosa; e Moderator come sinonimo di rector, gubernator, è un termine di latinità classica ed anche ciceroniana, che si troverà non nel Glossario del Ducange, ma nel Thesaurus di Roberto Stefano.

488. La prima epistola (sine titulo) del Petrarca, rappresenta il pericolo della barca e l'incapacità del piloto. Haec inter, vina madidus, aevo gravis ac soporifero rore perfusus, jam jam nutitat, dormitat, jam somno praeceps atque (utinam solus) ruit..... heu quanto felicius patrio terram sulcasset aratro, quam scalmum piscatorium ascendisset. Una tale satira impone al biografo di questo Pontefice l'obbligo di pesarne le virtù e i vizj, che sono stati esagerati dai Guelfi e dai Ghibellini, dai Cattolici e dai Protestanti (V. le Memorie sulla vita del Petrarca, t. I, p. 259; II, n. 15, p. 13-16). Fu Papa Benedetto XII che diede occasione al proverbio bibamus papaliter.

489. V. le Vite originali di Clemente VI nel Muratori (Script. rer. ital., t. III. parte 2, pag. 550-589), in Mattia Villani (Cron., l. III, c. 43, in Muratori, t. XIV, p. 186), che lo chiama molto cavalleresco, poco religioso; in Fleury (Hist. eccles., tom. XX, p. 127) e nella Vita del Petrarca (t. II, p. 42-45). L'Abate di Sade gli si mostra assai più indulgente; ma è da notarsi che questo Scrittore era prete e gentiluomo ad un tempo.

490. Questa matrona è conosciuta sotto il nome, probabilmente sformato, di Zampea, ed aveva accompagnata la sua padrona a Costantinopoli, ove rimase sola con essa. Gli stessi Greci non le poterono negar lode di donna prudente, erudita e cortese. Cantacuzeno (l. I, c. 42).

491. Era opportuno il provare l'asserzione con una particolare citazione. (Nota di N. N.)

492. V. tutta questa negoziazione in Cantacuzeno (lib. IV, c. 9), che in mezzo agli encomj di cui largheggia alla propria virtù, svela le inquietudini di una coscienza colpevole.

493. V. un così ignominioso Trattato in Fleury (Hist. eccles., p. 151-154), che lo ha tolto da Raynald, e questi forse dagli archivj del Vaticano. Esso non meritava il fastidio di adulterarlo.

494. V. le due Vite originali di Urbano V nel Muratori (Script. rer. ital., t. III, parte 2, p. 623-635) e gli Annali ecclesiastici di Spondano (t. I, p. 573, A. D. 1369, n. 7) e Raynald (Fleury, Hist. eccles., t. XX, p. 223, 224). Credo che gli Storici pontifizj, se hanno esagerato, abbiano esagerato di poco le genuflessioni di Paleologo.

495. Paulo minus quam si fuisset Imperator Romanorum. Nondimeno il suo titolo d'Imperatore de' Greci non gli venia disputato (Vit. Urbani V, p. 623).

496. Privilegio riserbato ai soli successori di Carlomagno, i quali anche non poteano goderne che il giorno di Natale: in tutte le altre feste, questi diaconi coronati, si contentavano di presentare al Papa il messale e il corporale, quando diceva la messa. Nondimeno l'Abate di Sade ha la generosità di credere cosa possibile, che siasi derogato alla regola per un riguardo ai meriti di Carlo IV, ma non in quello stesso giorno, che era il primo novembre 1368. Sembra che l'Abate apprezzi al giusto e l'uomo, e il privilegio (Vie de Pétrarque, t. III, p. 735).

497. A malgrado della denominazione italiana corrotta (Mattia Villani, l. XI, c. 79, in Muratori, t. XV, pag. 746), l'etimologia di Falcone in bosco ci dà la parola inglese Hawkwood, vero nome del nostro audace concittadino (Tommaso Walsingham, Hist. anglican., inter scriptores Cambdeni, p. 184). Dopo ventidue vittorie e una sola sconfitta, morto nel 1394 Generale de' Fiorentini, questa repubblica lo fece seppellire con onori che non avea conceduti nè a Dante, nè al Petrarca (Muratori, Annali d'Ital., t. XII, p. 212-271).

498. Questo torrente d'Inglesi, o il fossero per nascita, o per la causa che difendevano, calò di Francia in Italia dopo la pace di Bretignì, nel 1360. Il Muratori (Ann., tom. XII, p. 197) esclama con più di verità che di cortesia: «Ci mancava ancor questo, che dopo essere calpestata l'Italia da tanti masnadieri Tedeschi ed Ungheri, venissero fin dall'Inghilterra nuovi cani a finire di divorarla.»

499. Calcocondila, (l. I, p. 25-26) pretende che Paleologo si trasferisse a visitare la Corte di Francia: ma il silenzio degli Storici nazionali confuta abbastanza quest'asserzione. Non sono nè manco molto inclinato a credere che egli abbandonasse l'Italia, valde bene consolatus et contentus, come ne vien detto nella Vita di Urbano V, p. 623.

500. Il ritorno di Paleologo a Costantinopoli, accaduto nell'anno 1370, e la coronazione di Manuele nel 25 settembre 1373 (Ducange, Famil. byzant., p. 241), lascia un intervallo per la cospirazione e pel gastigo d'Andronico.

501. Mém. de Boucicault, p. 1, c. 35, 36.

502. Calcocondila (l. II, c. 44-50) e Duca (c. 14) parlano leggermente, e a quanto sembra, con ripugnanza del viaggio di Manuele nell'Occidente.

503. V. Muratori, Annali d'Italia, t. XII, pag. 407. Giovanni Galeazzo fu il primo e il più potente dei Duchi di Milano. La sua corrispondenza con Baiazetto è attestata dal Froissard; contribuì a salvare, o liberare i prigionieri francesi di Nicopoli.

504. Intorno al ricevimento di Manuele a Parigi, V. Spondano (Annal. eccles., t. I, p. 676, 677, A. D. 1400, n. 5), il quale cita Giovenale degli Orsini e i monaci di S. Dionigi, e Villaret (Hist. de France, t. XII, p. 331-334), che non cita nessuno, conforme la nuova usanza degli Scrittori francesi.

505. Il dottore Hody ha tolto da un manoscritto di Lambeth (De Graecis illustribus) una nota che si riferisce al soggiorno di Manuele nell'Inghilterra. Imperator, diu variisque et horrendis paganorum insultibus coarctatus, ut pro eisdem resistentiam triumphalem perquireret, Anglorum regem visitare decrevit etc. Rex (dice il Walsingham p. 364) nobili apparatu.... suscepit (ut decuit) tantum Heroa; duxitque Londonias, et per multos dies exhibuit gloriose, pro expensis hospitii sui solvens, et eum respiciens tanto fastigio donativis. Egli ripete la medesima cosa nel suo Upodigma Neustriae (p. 556).

506. Shakespear comincia e termina la tragedia di Enrico IV col voto fatto da questo Principe di prender la croce, e col presentimento che egli avea di morire a Gerusalemme.

507. Questo fatto viene raccontato nella Historia politica (A. D. 1391-1478), pubblicata da Martino Crusio (Turco-Graecia, p. 1-43). L'immagine di Cristo, alla quale l'Imperator greco ricusò omaggio, era forse un lavoro di scoltura.

508. Leonico Calcocondila termina col cominciar del verno del 1463 la Storia de' Greci e degli Ottomani; e l'affrettata conclusione della medesima ne dà a supporre che in quello stesso anno lo Storico tralasciasse di scrivere. Sappiamo che egli era di Atene, e che alcuni contemporanei dello stesso cognome assai giovarono al rinascimento dell'idioma greco in Italia. Ma questo Scrittore, nelle lunghe sue digressioni, ha avuta mai sempre la modestia di non parlar di sè stesso. Leunclavio, editore, e Fabrizio (Bibl. graec., tom. VI, p. 474), sembrano ignorare del tutto lo stato di lui e la Storia della sua vita. Quanto alle sue descrizioni dell'Alemagna, della Francia e dell'Inghilterra, V. l. II, p. 36, 37, 44-50.

509. Non mi starò qui a notare gli errori geografici di Calcocondila. Egli ha forse nella sua descrizione seguito e male inteso il testo di Erodoto (l. II, cap. 33), soggetto a varia interpretazione (Erodoto di Larcher, t. II, p. 219, 220). Ma questi moderni Greci non aveano dunque mai letto Strabone, nè alcuno de' loro geografi?

510. Un cittadino della nuova Roma, finchè questa nuova Roma durò, non si sarebbe degnato di onorare il Ρεξ, Re alemanno del titolo di Βασιλευς, o Αυτοκρατωρ Ρομαιων, Monarca, o Autocratore Romano; ma Calcocondila avea spogliato ogni spezie di vanità, accennando il Principe di Bisanzio e i suoi sudditi colle esatte ed umili denominazioni di Ελληνες e Βασιλευς Ελληνων, Greci e Re de' Greci.

511. Nel secolo decimoquarto veniva tradotta in prosa francese la maggior parte de' vecchi romanzi che divennero la lettura favorita de' cavalieri e delle dame della Corte di Carlo VI; e si può meglio perdonare ad un Greco l'aver credute vere, se credè vere, le imprese di Olivieri e di Orlando, che ai Frati di S. Dionigi, i quali inserirono nelle loro Cronache di Francia le favole dell'Arcivescovo Turpino.

512. Δονδινη.... δε τε πτολιε δυναμει τε προεχουσα των εν τη νητω ταυτη πολεων, ογβω τε και τη αλλη ευδαιμονια των προς εσπεραν λειπομενη, Londra.... città che per potenza avanza tutte le altre città dell'isola, e in ricchezza e in ogni genere di prosperità si lascia indietro quante ve n'ha in Occidente. Ne' tempi di Fitz-Stephen, ossia nel secolo dodicesimo, sembra che Londra per ricchezza e grandezza abbia goduto di una tal primazia; primazia ch'ella ha conservata di poi col crescere in estensione progressivamente, e proporzionatamente agli aumenti per cui le altre capitali dell'Europa abbellivansi.

513. Ammettendo anche che il doppio significato del verbo Κυω (osculor e in utero gero) desse luogo ad equivoco, non può dubitarsi di ciò che Calcocondila intendeva dire, e dell'abbaglio da lui preso, ponendo mente all'orror pio che il comprende nell'annunciare questo barbaro uso (p. 49).

514. Erasmo (epist. Fausto Andrelino) parla in modo scherzevole dell'usanza che hanno gl'Inglesi di baciare gli stranieri, senza badare al sesso, all'atto del loro arrivo, ma non ne deduce quindi sinistre supposizioni.

515. Noi potremo forse applicare questa osservazione alla comunanza delle donne che Cesare e Dione Cassio hanno supposta in vigore fra gli antichi Brettoni (l. LXII, t. II, p. 1007), e V. Dione colle giudiziose note del Reimar. Gli Arreoy di Taiti, corporazione la cui infamia ne sembrava da prima evidentissima, ci appaiono men colpevoli col nostro aumentar di nozioni sulle costumanze di questo popolo buono e pacifico.

516. V. Lenfant (Hist. du Concile de Constance, tom. II, p. 576), e quanto alla Storia ecclesiastica di que' tempi, gli Annales dello Spondano, la Biblioteca del Dupin (t. XII) e i tomi XXI, XXII della Storia, o piuttosto della continuazione di Fleury.

517. Fin dalla prima giovinezza, Giorgio Franza, o Phranzès fu impiegato al servigio dello Stato e del palagio; e l'Hank (De script. byzant., parte I, c. 40) ne ha raccolta da' suoi scritti la vita. Avea ottantaquattro anni, quando Manuele morendo, lo raccomandò caldamente al suo successore. Imprimis vero hunc Phranzen tibi commendo, qui ministravit mihi fideliter et diligenter (Franza, l. II. c. 1). L'Imperatore Giovanni nondimeno si comportò freddamente verso di lui, ai servigi del medesimo preferendo quelli dei despoti del Peloponneso.

518. V. Franza, lib. II, c. 13. Poichè vi sono tanti manoscritti greci nelle biblioteche di Roma, di Milano e dell'Escuriale, è un obbrobrio che noi siamo ridotti a valerci delle traduzioni latine e delle compilazioni di Giacomo Pontano (ad calcem Teophlact. Simocattae, Ingolstadt, 1604), che mancano ad un tempo di eleganza e di esattezza (Fabricius, Bibl. graec., t. VI, p. 615-620).

519. V. Ducange, Fam. byzant., p. 243-248.

520. L'estensione esatta dell'Essamilione posto fra i due mari, era di tremila ottocento orgigie, o tese di sei piedi greci (Franza, l. I, c. 38), lunghezza equivalente ad un miglio greco, più corto di quello di seicentosessanta tese francesi che il d'Anville pretende adoperarsi in Turchia. La larghezza dell'Istmo viene comunemente riguardata di cinque miglia (V. i Viaggi di Spon, Wheeler e Chandler).

521. La prima obbiezione degli Ebrei cade sulla morte di Gesù Cristo; se era stata volontaria, egli era dunque colpevole di suicidio, al che l'Imperatore rispose allegando un mistero. Si fanno indi a disputare sulla Concezione di Maria Vergine, sul significato delle profezie (Franza, l. II, c. 12, fino alla fine del capitolo).

522. Ciò si riferisce a poco dopo l'anno 1420 in cui era guerra grandissima, fra il Concilio generale di Basilea, ed il Papa Eugenio IV. Vegga il Lettore la nostra Nota (p. 468); gl'illustri Storici Fleury e Lenfant ci diedero dottamente la Storia dei Concilj di Costanza e di Basilea. (Nota di N. N.)

523. Nel Trattato delle materie benefiziarie di Fra Paolo (vol. IV dell'ultima e migliore edizione delle sue Opere), questo autore dilucida con eguale franchezza e dottrina tutto il sistema politico de' Pontefici. Quand'anche rimanessero annichilate Roma e la sua religione, lor sopravviverebbe questo prezioso volume come un'eccellente Storia filosofica, e come un salutare avvertimento.

524. Il Papa Giovanni XXII nel 1334 lasciò morendo in Avignone diciotto milioni di fiorini d'oro, e un valore di altri sette milioni in argenterie e suppellettili. V. la Cronaca di Giovanni Villani (l. XI, c. 20, nella Raccolta del Muratori, t. XIII, pag. 765) il cui fratello avea saputi questi particolari dai tesorieri del Papa. Un tesoro di sei, o otto milioni nel secolo decimoquarto sembra sterminato, e quasi incredibile.

525. Il sig. Lenfant, protestante dotto e giudizioso, ne ha offerta una Storia de' Concilj di Pisa, Costanza e Basilea, in sei volumi in 4.; ma l'ultima parte, composta in fretta, non descrive compiutamente che le turbolenze della Boemia.

526. Gli atti originali, ossia le minute del Concilio di Basilea, formano dodici volumi in folio, che tuttavia si conservano in quella pubblica Biblioteca. Basilea era una città libera, vantaggiosamente situata sul Reno, e difesa dalla Confederazione degli Svizzeri suoi vicini. Il Papa Pio II, che portando il nome di Enea Silvio, era stato segretario del Concilio, vi fondò nel 1459 una Università. Ma che cosa sono un Concilio, o una Università, a petto de' torchi di Froben, o dei lavori di Erasmo?

527. Questa espressione è troppo forte anche ammettendo, che l'autorità d'un Concilio generale sia superiore a quella del Papa. Chi poi volesse avere notizia di tutte le cose seguìte, durante i grandi contrasti scandalosi fra i Papi, ed i Concilj generali di Pisa, di Costanza e di Basilea, che noi qui per brevità non possiamo dare, legga lo Storico fedele ed imparziale di Fleury, e meglio ancora il dottissimo Moseim ne' Secoli decimoquarto e decimoquinto. L'Autore qui non ne dà che un esatto, ma brevissimo sospetto. (Nota di N. N.)

528. L'annalista Spondano (A. D. 1433, n. 25, t. I, p. 824) non mette molta asseveranza nel raccontare questa ottomana ambasceria attestata solo da Crantz.

529. Syropulus, p. 19. Da questo computo sembra essersi esagerato dai Greci il numero de' laici e degli ecclesiastici che seguirono di fatto l'Imperatore e il Patriarca; ma il grande Ecclesiarca non ne offre un conto esatto. I settantacinquemila fiorini che in questa negoziazione i Greci chiedevano al Papa (p. 9), erano una somma superiore ai loro bisogni e che sperar non potevano di ottenere.

530. Mi valgo indifferentemente delle voci ducati, o fiorini; i primi ricevono la loro denominazione dai Duchi di Milano, i secondi dalla repubblica di Firenze. Queste monete, le prime d'oro che si coniassero in Italia, e forse nel Mondo latino, possono, rispetto al peso e al valore, venir paragonate ad un terzo di ghinea d'Inghilterra.

531. Dopo la traduzione latina di Franza, trovasi una lunga epistola greca, o declamazione di Giorgio di Trebisonda che consiglia a Paleologo il dar preferenza ad Eugenio e all'Italia; e parla con disprezzo dell'Assemblea scismatica di Basilea, de' Barbari della Gallia e dell'Alemagna, collegatisi per trasportare la cattedra di S. Pietro di là dall'Alpi: οι αθλιοι (egli dice) σε και την μετα σου συνοδον εξα των Ηρακλειων στηλων και περα Γαδηρων εξαξουσι, que' miserabili ancora secondo te trasportano il Concilio fuori delle colonne d'Ercole, al di là di Cadice. Ma che? Non vi erano carte geografiche a Costantinopoli?

532. Siropolo (p. 26-31) esprime la propria indignazione e quella de' suoi compatriotti. Ben cercarono scuse alla commessa imprudenza i deputati di Basilea, ma non poteano o negare, o cambiare l'atto del Concilio.

533. Bisognava provare con una citazione, onde appagare il Lettore, che Eugenio IV si procacciò cotale decreto del Concilio generale di Basilea. (Nota di N. N.)

534. Condolmieri, nipote e Ammiraglio del Papa, dichiara espressamente, οτι οριουμονεχει παρα του Παπα ινα πολεμηση οπου αν ευρη τα κατεργα της συνοδου, και ει δυνηθη καταδυση και αφανιση, che ebbe comando dal Papa di combattere ovunque trovasse le squadre del Concilio, e potendo, le calasse a fondo e perdesse. I Padri del Sinodo diedero ordini men perentorj ai loro marinai, e fino al momento in cui le due squadre incontraronsi, le due fazioni cercarono di nascondere ai Greci lo scambievole animo ostile.

535. Siropolo narra le speranze di Paleologo (p. 36) e l'ultimo consiglio datogli da Sigismondo (p. 57). L'Imperatore seppe a Corfù la morte dell'amico, e se ne fosse stato avvertito più presto, sarebbe ritornato a Costantinopoli (p. 79).

536. Lo stesso Franza, benchè per diversi motivi, era del parere di Amurat (l. II, c. 13). Utinam ne synodus ista unquam fuisset, si tantas offensiones et detrimenta paritura erat. Siropolo parla anche dell'ambasceria ottomana. Amurat mantenne la sua promessa; e forse minacciò (pag. 125-219), ma non assalì la città.

537. Il lettore sorriderà sul modo ingenuo con cui il Patriarca fece note le concette speranze ai suoi favoriti: τοιαυτην πληροφοριαν σχησειν ηλπιξ, και δια του Παπα εθαρρει ελευθερωσαι την εκκλησιαν απο της αποτεθεισης αυτου δουλειας παρα του βασιλεως, sperava avere siffatto assenso, e temeva non fosse dal Papa liberata la Chiesa per la dependenza mostrata dal Re (p. 92), nondimeno gli sarebbe stato difficile di mettere in pratica le lezioni di Gregorio VII.

538. Il nome cristiano di Silvestre è tolto dal Calendario latino. Nel greco moderno la voce πουλος, piccolo, si aggiunge alla fine di una parola per esprimere un diminutivo; ma non v'è alcun argomento che dia diritto all'editore Creyghton a sostituire Sguropulus (Sguros, fuscus) al Syropulus del manoscritto di questo Storico, che ha posta la propria firma negli atti del Concilio di Firenze. Perchè l'autore non potrebbe egli essere di origine siriaca?

539. Dalla conclusione di questa Storia, ne deduco la data del 1444, quattro anni dopo il Sinodo. Allorchè il grande Ecclesiarca rassegnò la sua carica (Sect. XII, p. 330-350), il tempo e il ritiro aveano sedate le sue passioni; e Siropolo, benchè spesse volte parziale, non è mai caduto negli eccessi.

540. (Vera historia unionis non verae inter Graecos et Latino, Hagae Comitis 1660, in folio). Roberto Creyghton, cappellano di Carlo II, durante l'esilio di questo Principe, la pubblicò il primo con una traduzione pomposa e poco fedele. Il titolo polemico è sicuramente d'invenzione dell'editore perchè il principio dell'opera manca. Quanto al merito della narrazione e anche dello stile, Siropolo può essere collocato fra i migliori scrittori di Bisanzo: ma la sua Opera è esclusa dalla raccolte ortodosse dei Concilj.

541. Siropolo alla pagina 63 esprime francamente la sua intenzione ιν ουτω πομπαων εν Ιταλοις μεγας βασιλευς παρ εκεινων νομιξοιτο, affinchè dalla pompa giudicassero quelli quanto fosse grande quel Re in Italia. La traduzione latina di questo passo, eseguita dal Creyghton può somministrare un'idea delle sue vistose parafrasi. Ut pompa circumductus noster Imperator Italiae, populis aliquis deauratus Jupiter crederetur, aut Croesus ex opulenta Lydia.

542. Senza obbligarmi a citare Siropolo ad ogni fatto particolare, osserverò che la navigazione de' Greci da Costantinopoli sino a Venezia e Ferrara, trovasi nella sua quarta Sezione (p. 67-100), e che questo Istorico possede il raro merito di mettere ciascuna scena innanzi gli occhi de' suoi leggitori.

543. Nel tempo del Sinodo, Franza si trovava nel Peloponneso; ma il despota Demetrio gli fece un esatto racconto del modo onorevole con cui l'Imperatore ed il Patriarca vennero accolti a Venezia e a Ferrara (Dux..... sedentem Imperatorem adorat). I Latini ne parlano dando minore importanza alle cose.

544. La sorpresa che sentirono il Principe greco e un ambasciatore di Francia al primo veder Venezia (Mém. de Philippe de Comines, l. VII, c. 18), è incontrastabile prova che questa città nel secolo decimoquarto era la prima e la più bella di tutte l'altre del Mondo cristiano. Quanto alle spoglie di Costantinopoli che vi scorsero i Greci, V. Siropolo (p. 87).

545. Nicolò III d'Este, regnò quarant'otto anni (A. D. 1343-1441), possedendo Ferrara, Modena, Reggio, Parma, Rovigo e Comacchio. V. la Vita nel Muratori (Antichità Estensi, t. II, p. 159-201).

546. Le popolazioni delle città latine risero assai del vestire de' Greci, delle lunghe tonache, delle larghe maniche e della barba. L'Imperatore non si distingueva dagli altri che pel colore porporino dell'abito e pel diadema, o tiara, la cui punta andava fregiata di un magnifico diamante (Hody, De Graecis illustribus, p. 31). Un altro spettatore però afferma l'usanza del vestir greco, essere più grave e più degna che non l'italiana (Vespasiano, in vit. Eugen. IV. Muratori, t. XXXV, p. 261).

547. Intorno alle cacce dell'Imperatore, V. Siropolo (p. 143, 144-191). Il Papa gli avea spediti undici cattivi falconi, ma egli ne comprò uno addestrato a maraviglia e condottogli dalla Russia. Qualche leggitore maraviglierà forse di trovar qui la denominazione di Giannizzeri, ma i Greci tolsero questa voce agli Ottomani senza imitarne l'instituzione; e la vediamo spesso volte usata nell'ultimo secolo del greco Impero.

548. Non senza vincere molte difficoltà, i Greci avevano ottenuto, che invece de' viveri in natura venisse loro fatta una distribuzione in danaro. Furono quindi assegnati quattro fiorini al mese alle persone di onorevole grado, e tre a ciascun servo. L'Imperatore ne ebbe trentaquattro, il Patriarca ventinove, e il Principe Demetrio ventiquattro. La paga intiera del primo mese, non andò che a seicento novantun fiorini, la qual somma dimostra che il numero de' Greci non oltrepassava i dugento (Syropulus, p. 104, 105). Nel mese di ottobre 1438, erano dovute le somme di quattro mesi addietro, e tre mesi ancora in aprile del 1439, e cinque e mezzo in luglio, epoca della unione (p. 172-225-271).

549. Siropolo (p. 141, 142-204-221) deplora la prigionia de' Greci che venivano ritenuti quasi per forza in Italia, dolendosi intorno a ciò della tirannide dell'Imperatore e del Patriarca.

550. Trovasi una relazione chiara ed esatta delle guerre d'Italia nel quarto volume degli Annali del Muratori. Sembra che lo scismatico Siropolo (p. 145) abbia esagerato il temere e il correre a precipizio del Papa, allorchè si ritirò da Ferrara a Firenze. Gli atti provano che fu assai tranquilla, e convenevolmente eseguita una tale ritirata.

551. Siropolo novera fino a settecento Prelati nel Concilio di Basilea; ma l'errore è palpabile e fors'anche volontario. Nè gli ecclesiastici di tutte le classi che furono presenti al Concilio, nè tutti i Prelati lontani che esplicitamente o implicitamente ne riconosceano i decreti, avrebbero bastato a formar questo numero.

552. I Greci opposti all'unione non voleano di qui decampare (Syropulus, p. 178-193-195-202). I Latini non vergognarono di tirar fuori un vecchio manoscritto del secondo Concilio di Nicea, ove era stata aggiunta al Simbolo la parola Filioque, alterazione evidente.

553. Un Greco celebre dice: Ως εγω οσαν εις ναον εισελθω Λατινων ου προσκυνω τινα των εκεισε αγιων, επει ουδε γνωγιξω τινα, quando entro in una chiesa de' Latini non adoro nessuno de' Santi che colà sono, perchè non li conosco (Syropulus, pag. 109). Vedasi in quale impaccio si trovarono i Greci, alle p. 217, 218, 252, 253, 273.

554. V. la disputa urbana di Marco d'Efeso e di Bessarione in Siropolo (pag. 257), che non cerca mai di palliare i vizj de' suoi compatriotti, e rende imparziale omaggio alle virtù de' Latini.

555. Quanto all'indigenza de' Vescovi greci, V. un passo di Duca (pag. 31). Uno di questi prelati possedea per tutta sostanza tre vecchi abiti, ec. Bessarione avea guadagnato quaranta fiorini d'oro, facendo scuola vent'un anni in un monastero, ma ne avea spesi ventotto nel suo viaggio del Peloponneso, e a Costantinopoli il resto (Syropulus, p. 127).

556. Siropolo pretende che i Greci non abbiano ricevuto danaro prima di sottoscrivere l'atto di unione (p. 283); racconta nondimeno alcune circostanze sospette, e lo Storico Duca afferma che si lasciarono corrompere dai donativi.

557. I Greci esprimono in tuon doloroso i loro timori d'un esilio, o d'una schiavitù perpetua (pag. 197), e l'impressione che fecero sovr'essi le minacce dell'Imperatore (p. 260).

558. Io mi dimenticava d'un altro dissenziente[559] d'un grado meno sublime ma ortodosso oltre ogni dire, il cane favorito di Paleologo, che solito a star sempre tranquillo sui gradini del trono abbaiò furiosamente, sinchè durò la lettura del Trattato d'unione, e vano fu l'accarezzarlo e il flagellarlo per ridarlo al silenzio (Syropulus, p. 265-267).

559. Un accidente non doveva porgere soggetto di spargere il ridicolo sulla lettura del Decretum unionis etc. del Concilio generale di Firenze: se poi l'unione dei Vescovi greci coi latini non fu sincera, com'è vero, e come risulta della Storia, per cui lo scisma continuò, e continua ancora, ciò non ha relazione al ridicolo. (Nota di N. N.)

560. Bisogna osservare a questo passo dell'Autore, che è massima de' Decretalisti e de' Curiali della Corte di Roma, ed anche di molti Teologi, specialmente Italiani, che devonsi considerare soltanto autorevoli quegli atti e decreti del Concilio generale di Basilea, dati prima che nascesse la dissensione, e la guerra fra il Concilio stesso, ed il Papa Eugenio IV, e finchè questi approvò il Concilio, e che quelli fatti dopo il decreto di scioglimento del Concilio stesso, scritto da Eugenio, in un col di lui trasferimento, e nuova convocazione a Ferrara, e indi a Firenze, non sono da valutarsi, perchè il Papa presiedette quello di Ferrara, e indi quello di Firenze. Per altro il Concilio generale di Pisa, dal quale fu eletto il Papa Alessandro V, erasi adunato, ed aveva decretato, non molto tempo prima, senza l'intervento di Papa, e tuttavia è riputato legittimo, ed autorevole da tutt'i Teologi, ed anzi lodato per l'elezione canonica d'Alessandro in quel tempo di gravi turbolenze. Questa contraddittoria diversità d'opinione de' Teologi, favoritori della Corte di Roma, deriva dall'aver voluto il Concilio di Basilea, seguendo l'esempio del Concilio di Costanza, ristabilire l'aristocrazia de' Vescovi nel governo della Chiesa, specialmente dopo il decreto d'Eugenio dello scioglimento, lo che il Concilio non venne a capo di fare, per l'avveduta politica di quel Papa. Del resto lo scioglimento della questione intorno i decreti autorevoli e non autorevoli del Concilio di Basilea (che noi ora lasciamo volentieri a' controversisti, perchè esigerebbe una dissertazione, che paragonasse lo stato ed i fatti de' primi cinque secoli de' Cristiani antichi con quello de' moderni), dipende dalla soluzione di un'altra, cioè se l'autorità di un Concilio generale sia superiore, o no, a quella del Papa. (Nota di N. N.)

561. Le Vite de' Papi raccolte dal Muratori (t. III, part. II, t. XXV) ne rappresentano Eugenio IV, come un Pontefice di costumi illibati ed anche esemplari. Se osserveremo però in quale arduo stato egli si trovasse, avendo vôlti in se gli sguardi di tutto il Mondo e di tanti nemici, vedremo in ciò un motivo, che lo costringeva ad essere molto circospetto.

562. Siropolo credè minore obbrobrio l'assistere alla cerimonia dell'Unione che sottoscriverne l'atto; ma poi fu obbligato a far l'uno e l'altro, e adduce cattive scuse per difendere la sua obbedienza ai comandi dell'Imperatore, p. 290-292.

563. Non v'è più oggi giorno alcuno di questi atti originali dell'Unione. Di dieci manoscritti, cinque de' quali si conservano a Roma, gli altri a Firenze, Bologna, Venezia, Parigi e Londra, nove sono stati assoggettati all'esame di un Critico abile, il sig. Bréquigny, che li ricusa a motivo della differenza delle sottoscrizioni greche e degli abbagli nella scrittura. Alcuni però di questi possono essere riguardati come copie autentiche, sottoscritte a Firenze prima del 26 agosto, nel qual tempo il Pontefice e gl'Imperatori si separarono (Mém. de l'Académie des Inscript., t. XLIII, p. 287-311).

564. Ημιν δε ως εδοκουν φωνας, mi pareano voci senza significato (Syropulus, p. 297).

565. Tornando a Costantinopoli, i Greci s'intertennero a Bologna d'Italia cogli Ambasciatori d'Inghilterra, i quali dopo alcune interrogazioni e risposte su tale argomento, risero della pretesa unione di Firenze (Syropulus, p. 307).

566. Le unioni de' Nestoriani e de' Giacobiti ec., sono sì inconcludenti, o favolose, che invano ho scartabellata, per trovarne qualche vestigio, la Biblioteca Orientale dell'Assemani, schiavo fedelissimo del Vaticano.

567. Ripaglia, situata presso Thonon nella Savoia, ad ostro del lago di Ginevra, oggidì è una Certosa. Il sig. Addisson (Viaggio d'Italia, vol. II, pag. 147, 148, ediz. delle sue Opere per cura di Baskerville) ha celebrato il luogo e il fondatore. Enea Silvio, e i Padri di Basilea non si stancano di lodare l'austero vivere del Duca eremita; ma sfortunatamente, il proverbio francese faire ripaille, fa fede dell'opinione generalmente diffusa sulla vita molle di questo ex-Pontefice.

568. Anche i Papi erano uomini, e di che mai gli uomini non abusano? Ma dagli abusi particolari che si fossero verificati rispetto ad alcuni Pontefici, era egli lecito il dedurne la conseguenza generale per tutti: Continuarono ad abusarne? (Nota di N. N.)

569. Intorno ai Concilj di Basilea, Ferrara e Firenze ho consultati gli Atti originali che formano i volumi XVII, XVIII dell'edizione di Venezia, terminati dalla Storia chiara, ma parziale, di Agostino Patrizio, Italiano, del secolo XV. Essendo stati i compilatori de' medesimi il Dupin (Bibl. eccles., t. XII) e il continuatore di Fleury (t. XXII), il rispetto che la Chiesa gallicana serba ad entrambe le parti gli ha tenuti in una circospezione quasi ridicola.

570. Il Meursio, nel suo primo Saggio, cita tremila seicento vocaboli greco-barbari; e ne aggiunse mille ottocento in una seconda edizione, lasciando cionnullameno molto lavoro da farsi al Porzio, al Ducange, al Fabrotti, ai Bollandisti, ec. (Fabr., Bibl. graec., t. X, pag. 101, ec.). Trovansi parole persiane in Senofonte, e latine in Plutarco; tale è l'inevitabile effetto del commercio e della guerra; ma questa lega non corruppe in sostanza l'idioma.

571. Francesco Filelfo era un sofista, o filosofo vanaglorioso, avido e turbolento. La vita di lui è stata accuratamente composta dal Lancelot (Mém. de l'Acad. des Inscr., tom. X, p. 691-751), e dal Tiraboschi (Storia della Letteratura italiana, t. VII, p. 282-294), in gran parte seguendo le tracce delle lettere dello stesso Filelfo. Le Opere di questo e de' suoi contemporanei, scritte con troppa ricercatezza, sono poste in dimenticanza; ma le loro lettere famigliari dipingono gli uomini e i tempi.

572. Sposò, e forse aveva sedotta, la nipote di Manuele Crisoloras, donzella ricca, avvenente, e di nobile famiglia, congiunta di sangue coi Doria di Genova e cogli Imperatori di Costantinopoli.

573. Groeci quibus lingua depravata non sit... ita loquuntur vulgo hac etiam tempestate ut Aristophanes comicus, aut Euripides tragicus, ut Oratores omnes, ut historiographi, ut philosophi.... litterati autem homines et doctius et emendatius.... Nam viri aulici veterem sermonis dignitatem atque elegantiam retinebant, inprimisque ipsae nobiles mulieres; quibus cum nullum esset omnino cum viris peregrinis commercium, merus ille ac purus Groecorum sermo servabatur intactus (Philelp., epist. ad ann. 1451, ap. Hodium, p. 188, 189). Osserva in un altro luogo, uxor illa mea Theodora locutione erat admodum moderata et suavi et maxime attica.

574. Filelfo cerca ridicolosamente l'origine della gelosia greca, o orientale ne' costumi dell'antica Roma.

575. V. lo stato della letteratura de' secoli XIII e XIV nelle Opere del dotto e giudizioso Mosheim (Instit. Hist. eccles., p. 434-440, 490-494.)

576. Sul finire del secolo XV, trovavansi in Europa circa cinquanta Università, molte delle quali fondate prima dell'anno 1300. Bologna noverava diecimila studenti, una gran parte di giurisprudenza; le ridette Università vedeansi tanto più popolate di scolari quanto era minore il numero delle medesime. Nell'anno 1357 gli studenti d'Oxford da trentamila divennero seimila (Hist. de la Grande-Bretagne, par Henri, vol. IV, p. 478). Nondimeno questo numero ridotto superava ancora il numero degli studenti da cui questa Università oggi giorno è composta.

577. Gli Scrittori che hanno trattato più fondatamente il soggetto della restaurazione della lingua greca in Italia, sono il dottore Humph. Hody (De Graecis illustribus, linguae graecae litterarumque humaniorum instauratoribus, Londra, 1742, in 8. grande) e il Tiraboschi (Istoria della Letteratura italiana, t. V, p. 364, 377; t. VII, p. 112-143). Il Professore di Oxford è un dotto laborioso; ma il Bibliotecario di Modena ha il vantaggio di essere storico nazionale e moderno.

578. In Calabria quae olim magna Graecia dicebatur, coloniis graeci repleta, remansit quaedam linguae veteris cognitio (Dottore Hody, p. 2). Se i Romani la fecero sparire, fu restaurata dai Monaci di S. Basilio, che nella sola città di Rossano possedeano sette conventi (Giannone, Istoria di Napoli, t. I, p. 520).

579. Li barbari, dice il Petrarca parlando degli Alemanni e dei Francesi, vix, non dicam libros sed nomen Homeri audierunt. Forse in ordine a ciò il secolo XIII era men felice di quello di Carlomagno.

580. V. il carattere di Barlamo nel Boccaccio (De geneal. Deorum, l. XV, c. VI).

581. Cantacuzeno, l. II, c. 36.

582. Intorno l'amicizia del Petrarca con Barlamo, e i due abboccamenti che ebbero nel 1339 ad Avignone, e nel 1342 a Napoli, V. le eccellenti Mémoires sur la vie de Petrarque (t. I, p. 406-410; t. II, p. 75-77).

583. Il Vescovado ove si ritirò Barlamo era la Locride degli Antichi, Seta Cyriaca nel Medio Evo, e corrottamente Hieracium, Geracia (Dissert. chorograph. Italiae medii aevi, p. 312). La dives opum del tempo de' Normanni fu ben tosto ridotta all'indigenza, poichè la stessa sua Chiesa era povera; nondimeno la città contiene ancora tremila abitanti (Swinburne, p. 340).

584. Trascriverò un passo di questa lettera del Petrarca (Famil. X, 2): Donasti Homerum non in alienum sermonem violento alveo derivatum, sed ex ipsis Graeci eloquii scatebris, et qualis divino illi profluxit ingenio.... Sine tua voce Homerus tuus apud me mutus, immo vero ego apud illum surdus sum. Gaudeo tamen vel adspectu solo, ac saepe illum amplexus atque suspirans dico: O magne vir, etc.

585. Intorno alla vita e agli scritti del Boccaccio, nato nel 1313 e morto nel 1375, il lettore può consultare Fabrizio (Bibl. lat. medii aevi, t. I, p. 248, ec.) e Tiraboschi (t. V, p. 83-439-451). Le edizioni, le traduzioni e le imitazioni delle sue Novelle, o Favole sono innumerevoli. Egli avea nondimeno rossore di comunicare quest'opera frivola e forse scandalosa al suo rispettabile amico Petrarca, nelle Lettere e Memorie del quale comparisce in modo onorevole.

586. Il Boccaccio si permette una onesta vanità: Ostentationis causa graeca carmina adscripsi..... jure utor meo; meum est hoc decus, mea gloria scilicet inter Etruscos graecis uti carminibus. Nonne ego fui qui Leontium Pilatum, etc. (De genealog. Deorum, l. XV, c. 7). Quest'Opera, dimenticata oggi giorno, ebbe tredici, o quattordici edizioni.

587. Leone, o Leonzio Pilato, è abbastanza conosciuto, da quanto ne dicono il Dottore Hody (p. 2-11) e l'Abate di Sades (Vie de Petrarque, t. III, pag. 625-634-670-673). L'Abate di Sades con molta abilità imita lo stile drammatico e animato del suo originale.

588. Il Dottore Hody (p. 54) biasima acremente Leonardo Aretino, il Guerini, Paolo Giovio, ed altri, per avere affermato che le lettere greche erano state restaurate in Italia, post septingentos annos, come se, dic'egli, fossero state in fiore fino alla fine del settimo secolo. Forse cotesti Scrittori appoggiavano i loro computi alla fine dell'Esarcato, perchè la presenza de' militari e de' magistrati greci in Ravenna dovea in qualche modo avervi conservato l'uso della lingua che si parlava in Bisanzo.

589. V. l'articolo di Manuele, o Emmanuele Crisoloras, in Hody (p. 12-54) e Tiraboschi (t. VII, pag. 113-118). La vera data dell'arrivo di questo dotto in Italia, si contiene fra il 1390 e il 1400, nè ha d'altra epoca sicura che il regno di Bonifazio IX.

590. Cinque o sei cittadini nativi di Arezzo, hanno preso successivamente il nome di Aretino; il più celebre e il men degno di esserlo, visse nel secolo XVI. Leonardo Bruni l'Aretino, discepolo di Crisoloras, fu dotto nelle lingue, oratore, storico, segretario di quattro Pontefici e cancelliere della Repubblica di Firenze, ove morì nel 1444, in età di settantacinque anni (Fabr., Bibl. medii aevi, t. I, pag. 190 ec.; Tiraboschi, t. VII, p. 33-38).

591. V. questo passo nell'Aretino. In Commentario rerum suo tempore in Italia gestarum, apud Hodium, p. 28-30.

592. Il Petrarca, che amava questo giovinetto, si dolea sovente di scorgere nel suo discepolo una impaziente curiosità, una indocile irrequietezza, e un'inclinazione all'orgoglio, che però ne annunciavano il genio e i futuri pregi (Mém. sur le Pétrarque, t. III, p. 700-709).

593. Hinc graecae latinaeque scholae exortae sunt, Guarino Philelpho, Leonardo Aretino, Caroloque, ac plerisque aliis tamquam ex equo Trojano prodeuntibus, quorum emulatione multa ingenia deinceps ad laudem excitata sunt (Platina in Bonifacio IX). Un altro Autore italiano aggiunge i nomi di Paulus Petrus Vergerius, Omnibonus Vincentius, Poggius, Franciscus Barbarus, etc. Ma dubito se un'esatta cronologia concederebbe a Crisoloras l'onore di avere formati tutti questi dotti discepoli (Hody, p. 25-27, ec.).

594. V. in Hody l'articolo di Bessarione (pag. 136-177), Teodoro Gaza, Giorgio da Trebisonda, e gli altri Maestri greci da me nominati, od omessi, si vedono citati ne' diversi capitoli di questo dotto Scrittore. V. anche Tiraboschi nella I e II parte del suo sesto tomo.

595. I Cardinali picchiarono alla porta di Bessarione, ma il suo conclavista ricusò di aprire per non distoglierlo da' suoi studj. «Ah! Nicolò, diss'egli, poichè lo seppe, il tuo rispetto mi ha fatto perdere la tiara, e a te un cappello di Cardinale».

596. Eran fra questi Giorgio da Trebisonda, Teodoro Gaza, Argiropolo e Andronico da Tessalonica, Filelfo, Poggio, Biondi, Nicolai, Perotti, Valla, Campano, Platina ec. Viri (dice Hody, collo zelo di uno scolaro) nullo oevo perituri (p. 137).

597. Giovanni Lascaris era nato prima della presa di Costantinopoli, e continuò i suoi studj fino al 1535. I più chiari protettori di lui furono Leone X e Francesco I, sotto gli auspizj de' quali fondò i Collegi greci di Roma e di Parigi (Hody, p. 247-275). Egli lasciò figli in Francia; ma i Conti di Ventimiglia, e le numerose famiglie che ne derivano, non hanno altro diritto a questo cognome, fuor d'un dubbioso contratto di nozze colla figlia dell'Imperatore greco nel secolo decimoterzo (Ducange, Fam. byzant., p. 224-230).

598. Francesco Florido ha conservati e confutati due epigrammi contro Virgilio, e tre contro Cicerone, chiamando l'autor di essi Graeculus ineptus et impudens (Hody, p. 274). Abbiamo avuto ai nostri giorni un Critico inglese, Geremia Markland, che ha trovata nell'Eneide multa languida, nugatoria, spiritu et majestate carminis heroici defecta, e molti versi ch'egli avrebbe arrossito di confessare per suoi (Praefat. ad Statii Sylvas, p. 21, 22).

599. Emmanuele Crisoloras e i suoi colleghi sono stati accusati d'ignoranza, d'invidia e d'avarizia (Sylloge, ec., t. II, p. 235). I Greci moderni pronunciano il β come il v consonante, e confondono le tre vocali η ι υ e molti dittonghi. Tale era la pronunzia comune, che il severo Gardiner, mettendo leggi penali, mantenne nell'Università di Cambridge; ma il monosillabo βη, ad orecchio attico, ricordava il belar di un agnello, e un agnello sarebbe stato senza dubbio miglior personaggio di riscontro che un Vescovo o un Cancelliere. I Trattati dei dotti che corressero la pronunzia, e particolarmente di Erasmo, si troveranno nella Sylloge di Havercamp (due volumi in 8., Lugd. Bat., 1736-1740). Ma è cosa difficile additar suoni per via di parole, e la pratica delle lingue viventi ci fa conoscere che la pronunzia delle lingue non può essere data ad intendere che col fatto e dai nativi che parlano bene le medesime. Osserverò qui che Erasmo ha approvata la nostra pronuncia del θ, th (Erasmo, t. II, p. 130).

600. Giorgio Gemisto Pleto, autore di voluminose opere sopra diversi argomenti, fu maestro di Bessarione e di tutti i Platonici del suo secolo. Invecchiando, visitò l'Italia, ma tornò presto a terminare il corso di sua vita nel Peloponneso. V. una singolare diatriba di Leone Allazio de Georgiis, in Fabrizio (Bibl. graec., t. X, p. 739-756).

601. Il Boivin (Mém. de l'Acad. des Inscript., tom. II, p. 715-729) e il Tiraboschi (t. VI, part. I, p. 259, 288) hanno descritto con chiarezza lo stato della filosofia platonica nell'Italia.

602. V. la vita di Nicolò V composta da due autori contemporanei, Gianotto Manetto (t. III, parte II, pag. 905-962) e Vespasiano da Firenze (t. XXV, p. 267-290), nella Raccolta del Muratori. Si consulti anche il Tiraboschi (t. VI, p. 1-46, 52-109) e Hody agli articoli, Teodoro Gaza, Giorgio da Trebisonda ec.

603. Il lord Bolingbroke osserva con eguale spirito e aggiustatezza che i Pontefici in ordine a ciò mostrarono minore politica del Muftì, rompendo eglino stessi il talismano che tenea da sì lungo tempo soggetto il Mondo (Lettere sullo studio della Storia, l. VI, p. 165, 166, ediz. in 8., 1779)[604].

604. V. la Nota di N. N. nella seguente pagina.

605. Fu grande, a dir vero, il merito di Nicolò V; e le Opere de' classici Greci, ch'egli procacciò con tante spese, e con tante cure alle nazioni, allora ignorantissime d'Europa, furono per il fatto il fondamento, ed il motivo dei progressi delle nostre cognizioni nella Storia antica; ed erano esse grandemente da preferirsi ai settantaquattro canoni detti Arabici, scritti e falsamente attribuiti, quasi ducento anni dopo, al Concilio generale di Nicea, onde renderli autorevoli; agli otto libri delle Costituzioni, e dei canoni falsamente attribuiti agli Appostoli per la medesima ragione; alle false decretali del Vescovo Isidoro, delle quali detto abbiamo in altra nota nel Tomo IX, p. 307, ed a varie altre leggende di simil conio, spacciate col favore della generale e profonda ignoranza, ed estrema credulità, e che conservavansi manoscritte, prima che vi fosse l'arte della stampa, negli Archivj della Chiesa romana con grande gelosia, e che oggidì sono inserite e stampate anche nel Labbe, Collectio Magna Conciliorum, con le dovute annotazioni d'uomini dottissimi e cattolici, dimostranti la nessuna loro autenticità, siccome fece pure il Fleury nella sua Storia ecclesiastica, ed altri uomini sapienti e cattolici. Per altro se conservavansi nel Vaticano questi scritti, che la buona critica che dopo venne discoprì apocrifi, ve ne erano altresì un grande numero d'autentici pure, intorno le materie della religione. (Nota di N. N.)

606. V. la Storia letteraria di Cosimo e di Lorenzo de' Medici in Tiraboschi (t. VI, p. 1, l. 1, c. 2), che non lascia privi di giusti encomj Adolfo d'Aragona, Re di Napoli, i Duchi di Milano, di Ferrara, d'Urbino ec. La repubblica di Venezia è quella che ha men diritto alla riconoscenza dei dotti.

607. V. Tiraboschi (t. VI, parte I, p. 104), e la compilazione della prefazione di Giovanni Lascaris alla Antologia greca, stampata a Firenze nel 1494. Latebant (dice Aldo nella sua Prefazione agli Oratori greci, presso Hody, p. 249) in Athos Thraciae monte; eas Lascaris.... in Italiam reportavit. Miserat enim ipsum Laurentius ille Medices in Graeciam ad inquirendos simul et quantovis emendos pretio bonos libros. È cosa meritevole di osservazione che questa indagine fu agevolata da Baiazetto II.

608. Negli ultimi anni del secolo decimoquinto, Grossino, Linacero e Latimero, che aveano studiato a Firenze sotto Demetrio Calcocondila, introdussero la lingua greca nell'Università di Oxford. V. la Vita di Erasmo, non priva di singolarità, che ha composta il dottore Knight; benchè zelante campione della sua Accademia, questo Biografo è costretto a confessare che Erasmo, maestro di lingua greca a Cambridge, l'aveva imparata ad Oxford.

609. I gelosi Italiani bramavano riserbarsi il monopolio della cattedra di lingua greca. Quando Aldo si trovò in procinto di pubblicare i suoi Comentarj intorno Sofocle ed Euripide, Cave, gli dissero, cave hoc facias, ne Barbari istis adjuti, domi maneant; et pauciores in Italiam ventitent (V. il dottore Knight, nella sua Vita di Erasmo, pag. 365, tolta da Beato Renano).

610. La Tipografia di Aldo Manuzio, Romano, fu posta a Venezia verso l'anno 1494. Egli stampò oltre a sessanta voluminose Opere di greca letteratura, la maggior parte delle quali erano tuttavia manoscritte e conteneano Trattati di diversi autori; di alcuni di questi egli compose due, tre e sino a quattro edizioni (Fabrizio, Bibl. graec., t. XIII, p. 605 ec.). Questo merito di Aldo non ci dee far dimentichi nullameno che il primo libro greco, la Gramatica di Costantino Lascaris, fu stampata a Milano nel 1476, e che l'Omero, stampato a Firenze nel 1488, è adorno d'ogni fregio dell'arte della Tipografia. V. gli Annali tipografici del Mattaire e la Bibliografia istruttiva del Debure, Stampatore-libraio di Parigi, distintosi per le sue cognizioni.

611. Sceglierò tre singolari esempli di questo classico entusiasmo, 1. Nel tempo del Sinodo di Firenze, Gemisto Peto, standosi ad intertenimento famigliare con Giorgio da Trebisonda, gli pronosticò che ben presto tutte le nazioni, rinunciando all'Evangelio e al Corano, abbraccierebbero un culto simile a quello dei Gentili (Leo Allatius, apud Fabricium, t. X, p. 751). 2. Paolo II perseguitò l'Accademia romana fondata da Pomponio Leto, i cui primarj individui erano stati accusati di eresia, di empietà e di paganesimo. (Tiraboschi, t. VI, parte I, p. 81, 82). 3. Nel successivo secolo alcuni studenti e poeti celebrarono in Francia la festa di Bacco, e immolarono, dicesi, un capro per festeggiare il buon successo ottenuto dal Jodelle nella rappresentazione della sua tragedia, la Cleopatra (Dictionnaire de Bayle, art. Jodelle; Fontenelle, t. III, p. 56-61). Per vero dire la mal intesa divozione spesse volte ha creduto scoprire una seria empietà in quanto era solamente giuoco della immaginazione e del sapere.

612. Il Boccaccio non morì che nell'anno 1375, nè possiamo assegnare un'epoca anteriore del 1480 al Morgante Maggiore di Luigi Pulci, e all'Orlando Innamorato del Boiardo (Tiraboschi, t. VI, parte II, p. 174-177).