A. D. 1396-1398
Tal è l'aspetto generale delle guerra ungarese; ma ai disastri che vi soffersero i Francesi, siamo debitori di alcuni scritti che ne danno meglio a conoscere il carattere di Baiazetto, e le circostanze che gli fruttarono la vittoria[382]. Il Duca di Borgogna, sovrano della Fiandra, e zio di Carlo VI, non valse a frenare l'ardore intrepido del figlio Giovanni, Conte di Nevers, che partì accompagnato da quattro Principi, cugini di lui e del Monarca francese. Il Sere di Couci, uno de' migliori e più antichi Capitani della Cristianità, serviva di guida alla inesperienza di questi giovani[383]; ma l'esercito comandato da un Contestabile, da un Ammiraglio, e da un Maresciallo di Francia[384] non era composto che di mille Cavalieri e de' loro sergenti: lo splendore de' nomi era ai nobili guerrieri un'esca alla presunzione, alla disciplina un ostacolo. Ognun d'essi credendosi degno di comandare, nessuno volendo obbedire, i Francesi guardavano con eguale disprezzo i confederati e i nemici. Tenendosi certi che Baiazetto o perirebbe inevitabilmente in quella impresa, o si sarebbe dato alla fuga, già calcolavano quanto tempo abbisognerebbe loro per trasferirsi a Costantinopoli, e di lì a liberare il Santo Sepolcro. Quando le grida de' Turchi ne annunziarono l'avvicinare, i giovani francesi stavano a mensa, abbandonandosi alla gioia e alla inconsideratezza; e già riscaldati dal vino, addossarono precipitosamente le loro armadure, e montati sui lor cavalli, corsero all'antiguardo, reputandosi ingiuriati dai motivi che avea Sigismondo per non concedere ad essi l'onore del primo assalto. I Cristiani non perdevano la battaglia di Nicopoli, se i Francesi condiscendevano ai prudenti consigli degli Ungaresi; ma forse ottenevano una gloriosa vittoria, se gli Ungaresi imitavano il valor de' Francesi. Perchè questi avendo rapidamente disperse le truppe d'Asia che formavano il primo fronte dell'inimico, e rotti i palizzati posti per trattenere la cavalleria, misero in disordine, dopo un sanguinoso combattimento, gli stessi giannizzeri; ma vennero finalmente oppressi dal grande numero di squadroni che, sbucati dai boschi, assalirono d'ogni banda questo drappello d'intrepidi cavalieri. In tal giornata funesta ai Cristiani, i nemici medesimi di Baiazetto dovettero ammirare il segreto e la rapidità delle sue corse, l'ordine serbato nella battaglia, la dottrina delle militari fazioni: ma non gli viene risparmiata la taccia di avere inumanamente abusato della vittoria. Rispettando unicamente le vite del Conte di Nevers e di ventiquattro Principi, o Signori, il grado e l'opulenza de' quali attestati gli furono da' suoi interpreti, fece condursi dinanzi a mano a mano tutti gli altri prigionieri francesi, i quali, ricusando di abbiurare la propria religione, vennero per ordine del Sultano, e alla presenza di lui, decollati. A sì atroce vendetta lo spinse la perdita de' suoi valorosi giannizzeri; e se fosse vero che nel giorno precedente alla battaglia, i Francesi avessero trucidati i prigionieri fatti ai Turchi[385], i primi non avrebbero dovuto imputar che a sè stessi gli effetti di una giusta rappresaglia. Uno fra' cavalieri de' quali Baiazetto avea salvata la vita, ottenne la permissione di trasferirsi a Parigi, per raccontare colà questa lamentevole storia, e sollecitare il riscatto de' Principi prigionieri. In questo mezzo, l'esercito turco trasportavasi seco dovunque andava il Conte di Nevers e i Baroni francesi, additati a mano a mano come trofeo a tutti i Musulmani dell'Europa e dell'Asia; e giunti a Bursa, veniano custoditi in rigoroso carcere tutte le volte che il Sultano in questa Capitale facea residenza. Faceansi intanto giornaliere istanze a Baiazetto affinchè sul sangue di questi vendicasse il sangue de' martiri Musulmani. Ma il Sultano avea promessa loro la vita, e la parola di lui, o perdonasse, o condannasse, era inviolabile. Al ritorno del messaggiero, i donativi e l'intercessione de' Re di Francia e di Cipro, non lasciarono più dubbj nel vincitore sul grado e sulla dignità de' suoi prigionieri. Lusignano gl'inviò una saliera d'oro di squisito lavoro, e valutata diecimila ducati, e Carlo VI gli fe' pervenire per la strada dell'Ungheria una brigata di falconi norvegesi, sei bardamenti del panno scarlatto, che a quei giorni fabbricavasi a Reims, e diversi tappeti di Arras, ove le battaglie di Alessandro stavano delineate. Dopo alcuni indugi prodotti piuttosto dalla lontananza che da divisamento veruno, Baiazetto accettò dugentomila ducati pel riscatto del Conte di Nevers e de' Baroni che viveano tuttavia. Il maresciallo di Bucicault, rinomato guerriero, in questo picciolo numero d'eletti trovavasi; ma periti erano nella pugna l'ammiraglio di Francia, e nelle prigioni di Bursa il Contestabile e il Sere di Couci. Tale riscatto, di cui le male spese raddoppiarono la somma, cadde principalmente sul Duca di Borgogna, o piuttosto sopra i suoi sudditi fiamminghi, cui le leggi feudali metteano a contribuzione, e quando il primogenito del lor Sovrano veniva armato cavaliere, e quando facea mestieri liberarlo dalla cattività. Alcuni mercatanti genovesi si offersero mallevadori per un quintuplo di tale somma; d'onde quel secolo guerriero potè avvedersi che il commercio e il credito sono i vincoli della società a delle nazioni. Fra le condizioni del Trattato, vi aveva quella che i prigionieri francesi giurassero di non portare mai l'armi contra il lor vincitore; ma Baiazetto medesimo li sciolse da questo patto men generoso. «Io sprezzo, egli dicea all'erede della Borgogna, le tue armi, siccome i tuoi giuramenti. Sei giovine, e avrai forse l'ambizione di cancellare la macchia, o la sventura della tua prima impresa. Aduna le tue forze militari, fa noto il tuo divisamento, e sta certo che Baiazetto si allegrerà di scontrarsi teco una seconda volta sul campo della battaglia». Innanzi partire vennero ammessi alla Corte di Bursa, ove i Principi francesi poterono ammirare la magnificenza del Sultano, il cui treno di caccia e di falconeria andava composto di settemila cacciatori e di altrettanti falconieri[386]. Gli stessi Principi furono presenti, allorchè Baiazetto fece sventrare uno dei suoi ciamberlani, accusato da una donnicciuola di averle bevuto il latte delle sue capre. Gli stranieri rimasero attoniti di un tale atto di giustizia, ma era l'atto di giustizia di un Sultano, che sdegna esaminare il grado delle colpe e il valor delle prove.
A. D. 1355-1391
Dopo essersi liberato da un imperioso tutore, Giovanni Paleologo rimase per trentasei anni ozioso spettatore e, a quanto sembra, indifferente della rovina del proprio Impero[387]; dedito affatto all'amore, o piuttosto alla dissolutezza, sola passione forte che fosse in lui, lo schiavo de' Turchi dimenticava l'obbrobrio dell'Imperatore romano fra le braccia delle femmine di Costantinopoli. Andronico, figlio primogenito di Giovanni, nel tempo che soggiornò ad Andrinopoli, si strinse in lega di amistà e di delitti con Sauzes, figlio di Amurat, e insieme concertarono il divisamento di privar di trono e di vita i lor padri. Amurat, corso in Europa, scoperse ben presto e dissipò la congiura, e dopo avere fatto cavar gli occhi a Sauzes, minacciò il suo vassallo Giovanni di riguardarlo come complice del figlio, se nello stesso modo Andronico non gastigava. Obbedì Paleologo, e per una cautela da barbaro e da insensato, avvolse nel suo decreto l'innocente fanciullezza del principe Giovanni, figliuol del colpevole; ma l'imperiale comando fu eseguito sì mitemente, o con sì poca destrezza, che all'uno de' condannati rimase l'uso d'un occhio, l'altro non divenne che losco. Per tal modo privati della successione i due Principi, vennero rinchiusi nella torre di Anema; e l'Imperatore premiò la fedeltà del suo secondogenito Manuele col farlo partecipe della porpora imperiale; ma in termine a due anni le fazioni de' Latini e l'incostanza de' Greci diedero luogo ad una catastrofe, per cui i principi prigionieri saliron sul trono, e i due Imperatori presero il loro posto entro la torre. Non erano ancora scorsi due successivi anni, quando Paleologo e Manuele poterono fuggire col soccorso di un frate, accusato di poi di magia, e indicato a vicenda dalle due parti coi predicati di angelo e di demonio. Riparati a Scutari i due fuggiaschi, i lor partigiani presero l'armi, e i Greci delle due fazioni ostentavano l'ambiziosa nimistà di Cesare e di Pompeo, allorchè questi due campioni contendeano per l'Impero dell'Universo. Ma il Mondo romano allor tutto stavasi in un angolo della Tracia fra la Propontide e il mar Nero, il cui spazio, lungo cinquanta miglia e largo trenta all'incirca, avrebbe potuto paragonarsi ad uno dei piccoli principati della Germania e dell'Italia, se gli avanzi di Costantinopoli non avessero tuttavia mostrata la ricchezza e la popolazione della Capitale di un regno. Per rimettere la pace, fu d'uopo dividere ancora questo rimasuglio d'Impero. Giovanni Paleologo e Manuele conservarono per sè la Capitale; Andronico e il figlio posero la residenza a Rodosto e Selimbria, governando quasi tutto quel poco che fra i ricinti di Bisanzo non si contenea. Nel tranquillo sogno della sua monarchia, le passioni del vecchio Giovanni sopravviveano alla sua ragione e alle sue forze; onde privò il suo amatissimo figlio Manuele, suo collega e successore al trono, di una giovine ed avvenente principessa di Trebisonda, che si prese egli stesso per moglie. Intanto che il rifinito vegliardo sforzavasi in Bisanzo a consumare il suo matrimonio, il giovine Manuele seguìto da cento giovani greci delle più illustri famiglie, si trasferiva a militare sotto gli ordini della Porta Ottomana. Questi si distinsero nell'armi fra gli eserciti di Baiazetto; ma l'impresa di riedificare le fortificazioni di Costantinopoli irritò il Principe ottomano, che minacciò i suoi ostaggi di morte. Vennero tostamente demoliti i nuovi lavori, e faremmo troppo onore alla memoria di Giovanni Paleologo, che poco dopo morì, coll'attribuire la sua morte al dolore di quest'ultima umiliazione.
A. D. 1391-1425
Manuele con prontezza avvertito della morte del padre, fuggì di soppiatto e affrettatamente dal palagio di Bursa per trasferirsi a Costantinopoli e impossessarsi del trono. Baiazetto ostentando non curanza sulla perdita di questo prezioso ostaggio, proseguì le sue conquiste in Asia e in Europa, intanto che il nuovo Imperator di Bisanzo guerreggiava il nipote Giovanni di Selimbria, che difese per otto continui anni i suoi diritti legittimi di successione a quel poco avanzo d'Impero. Il vittorioso Sultano volea finalmente compir le sue imprese colla conquista di Costantinopoli; ma arrendendosi alle rimostranze del Visir, che temea fosse conseguenza di tale impresa una nuova e più formidabile Crociata di tutti i Principi della Cristianità (A. D. 1395-1402), scrisse all'Imperator greco una lettera ne' seguenti termini concepita. «Per la grazia di Dio, la nostra invincibile scimitarra ha ridotte sotto la nostra obbedienza, pressochè l'intera Asia, e una parte considerabile dell'Europa. Ne manca tuttavia la città di Costantinopoli; chè già tu sei ridotto a non possederne fuorchè i recinti; escine dunque, e consegnandola nelle nostre mani, spiegati sul compenso che brami, o trema per te e pel tuo popolo sciagurato, se ardisci imprudentemente darmi un rifiuto.» Ma le instruzioni segrete di cui vennero incaricati gli Ambasciadori che tal messaggio arrecavano, erano di mitigare il rigor dell'inchiesta, e di proporre un Trattato, che i Greci accettarono con sommessione e gratitudine; e in contraccambio di una tregua conceduta loro per dieci anni, promisero un tributo annuale di trentamila scudi d'oro, oltre al dolore di tollerar pubblicamente fra loro il culto di Maometto; laonde Baiazetto ebbe la gloria di mettere un Cadì e di fondare una moschea nella Metropoli della Chiesa d'Oriente[388]. Ciò nullameno l'irrequieto Sultano non rispettò lungo tempo la tregua, e prendendo le parti del Principe di Selimbria, Sovrano legittimo, assediò con un esercito Costantinopoli. In tale stremo, Manuele implorò la protezione del Re di Francia, inviandogli una lamentevole ambasceria che ottenne molta compassione e il soccorso di alcuni soldati spediti sotto il comando del Maresciallo di Bucicault[389], al pio valore del quale erano sprone la ricordanza della sopportata cattività, e la brama di vendicarsene sugl'Infedeli. Scortato da quattro navi da guerra veleggiò ad Acquamorta verso l'Ellesponto, e superando il passaggio che diciassette turche galee difendevano, introdusse in Costantinopoli seicento armigeri e mille seicento arcieri che ei passò in rassegna nel vicino spianato, senza degnarsi di contare, o mettere in ordine di battaglia, comunque molti fossero, i Greci. Bastò il suo arrivo a liberare Costantinopoli dal blocco che dal lato di terra e di mare la rinserrava; perchè gli squadroni di Baiazetto furono presti a ritirarsi ad una riguardosa distanza; che anzi diverse Fortezze dell'Asia e dell'Europa vennero prese d'assalto dal Maresciallo e dall'Imperator Manuele che con eguale intrepidezza combattettero l'uno a fianco dell'altro; ma non tardarono a ricomparire in maggior numero gli Ottomani, onde il prode Bucicault, dopo esservisi sostenuto per un anno, risolvette di abbandonare un paese che non potea più somministrare nè stipendio, nè viveri a' suoi soldati. Prima d'ogni altra cosa però offerse a Manuele di condurlo alla Corte di Francia, ove avrebbe potuto sollecitare in persona soccorso d'uomini e di danari, ma nel tempo stesso gli consigliava a togliere i pretesti alla guerra civile, cedendo il trono al nipote. Accettata questa proposta da Manuele, il Principe di Selimbria fu introdotto nella città, e la sciagura pubblica era giunta a tanto, che la sorte di Manuele esule parve da preferirsi a quella del giovine Imperatore tornato ne' suoi diritti. Anzichè far plauso ai buoni successi del suo vassallo, il Sultano de' Turchi chiese Bisanzo come sua proprietà, e avutone rifiuto dall'Imperatore Giovanni, fece soffrire alla Capitale i congiunti flagelli della guerra e della carestia. Contra un nemico di tal natura non giovando omai nè il pregar, nè il resistere, il selvaggio conquistatore sarebbesi divorata la sua preda, se in questo mezzo, non fosse stato balzato dal trono da un altro Selvaggio più forte di lui. La vittoria di Timur, o Tamerlano allontanò di un mezzo secolo circa la caduta di Costantinopoli, servigio importante, benchè fortuito, che dà alla vita e al carattere del Tartaro conquistatore il diritto di aver luogo nella presente Storia.