320. Prego il leggitore a riandare que' capitoli della presente Storia ove sono descritti i costumi delle nazioni pastorali e le conquiste di Attila e degli Unni, e da me composti in un tempo in cui io desiderava, più di quanto sperassi, di condurre a termine questo lavoro.
321. I Kan dei Keraiti molto probabilmente non sarebbero stati capaci di leggere le eloquenti epistole composte a loro nome dai missionarj nestoriani, che presentavano il loro regno di tutte le favolose maraviglie attribuite alle indiane Monarchie. Può darsi che questi Tartari (da essi nominati Pretejanni) si fossero sottomessi al Battesimo e agli Ordini sacri (V. Assem., Bibl. Orient., t. III, part. II, p. 487-503).
322. Dopo che il Voltaire ha pubblicate la sua Storia e la sua Tragedia, il nome di Gengis, almeno in francese, sembra essere stato generalmente ricevuto. Nondimeno Abulgazi-Kan dovea sapere il vero nome del suo antenato, e sembra giusta l'etimologia ch'egli ha offerta; Zim, in lingua dei Mongulli, significa grande, e Gis è la desinenza del superlativo (Hist. généalog. des Tartares, part. III, p. 194, 195). Non abbandonando quindi il significato di grandezza, fu da quei popoli chiamato Zingis l'Oceano.
323. Il nome di Mongul, prevalso fra gli Orientali, è divenuto il titolo del sovrano dell'Indostan, del Gran Mogol.
324. I Tartari, o propriamente i Tatar, discendenti di Tatar-kan, fratello di Mougul-kan (V. Abulgazi, prima e seconda parte) si collegarono in un'orda di settantamila famiglie sulle rive del Kitay (p. 103-112), nella grande invasione d'Europa (A. D. 1238); sembra che marciassero all'antiguardo, e la somiglianza del loro nome colla parola Tartarei, rendè più famigliare ai Latini la denominazione di Tartari (Paris, p. 398).
325. Scorgesi una singolare somiglianza tra il codice religioso di Gengis-kan e quello del Locke. (V. le Costituzioni della Carolina, nelle sue Opere, vol. IV, p. 535, edizione in 4., 1777).
326. Raccolta eseguita nell'anno 1294, per ordine di Chasan, Kan di Persia, e quarto discendente di Gengis. Sul fondamento di queste tradizioni, Fadlallà, Visir del ridetto Kan, compose la Storia dei Mongulli in lingua persiana; della quale si è valso Petis de la Croix, nella sua Storia di Gengis-kan. La Storia genealogica de' Tartari, pubblicata a Leida nel 1726 in due volumi in 12, è una traduzione che gli Svedesi, andati prigionieri in Siberia, fecero sul manoscritto Mongul di Abulgazj-Bahadar-kan, discendente di Gengis, che regnava sugli Usbek di Carasme, o Carizme, tra gli anni 1644-1663; opera assai preziosa per l'esattezza dei nomi delle genealogie e dei descritti costumi della nazione. Essa è divisa in nove parti: la prima delle quali contiene un intervallo che da Adamo giunge sino a Mongul-kan; la seconda da Mongul fino a Gengis; la terza è la vita di Gengis; la quarta, quinta, sesta e settima narra la storia generale de' quattro figli di Gengis e della loro posterità, l'ottava e la nona, la storia particolare de' discendenti di Scibani-kan, che regnò ne' paesi di Morenahar e di Carizme.
327. Storia di Gengis-kan, e di tutta la dinastia de' Mongulli suoi successori, conquistatori della Cina, tolta dalla Storia Cinese, opera del R. P. Gaubil Gesuita missionario a Pechino; Parigi 1739 in 4. Questa traduzione porta l'impronta cinese, cioè la scrupolosa esattezza nel raccontare i fatti domestici, e l'assoluta ignoranza in tutto quanto agli estranei si riferisce.
328. Histoire du grand Gengis-khan premier empereur des Mongouls et des Tartares, par M. Petis de la Croix, à Paris, 1710, in 12. Tale Opera costò all'Autore dieci anni di fatica, ed è tolta in gran parte dagli Scrittori persiani, fra gli altri da Nisavi, segretario del Sultano Gelaleddin che ha i pregi e i pregiudizj di un contemporaneo. O il compilatore, o gli originali hanno dato luogo alla censura di scrivere in istile alquanto romanzesco. V. anche gli articoli di Gengis-kan, Mohammed, Gelaleddin ec., nella Biblioteca orientale del d'Herbelot.
329. Aitono, principe armeno, indi Fra Premonstrato (Fabricius, Bibl. lat. med. aevi, t. I, pag. 34), dettò in francese la storia de' Tartari suoi antichi commilitoni; la quale venne immediatamente tradotta in latino, ed è l'opera De Tartaris, inserita nel Novus Orbis di Simone Grineo (Basilea, 1555 in foglio).
330. Gengis-kan e i primi suoi successori tengono verso il fine la nona dinastia di Abulfaragio (Vers. Pococke, Oxford, 1663, in 4); la decima dinastia è quella dei Mongulli di Persia. L'Assemani, Bibl. orient., t. II, ha tolti alcuni fatti dai suoi scritti siriaci e dalla vita de' Mafriani, giacobiti o primati dell'Oriente.
331. Fra gli Arabi, tali di lingua e di religione, merita di essere distinto Abulfeda, Sultano di Hamà nella Sorìa, che combattè in persona contro i Mongulli, seguendo le bandiere dei Mammalucchi.
332. Niceforo Gregoras (l. II, c. 5, 6) intendendo la necessità di collegare la storia degli Sciti con quella di Bisanzo, ha descritto con eleganza ed esattezza i costumi de' Mongulli dal momento che si stanziarono nella Persia, ma non si mostra istrutto della loro origine, e altera i nomi di Gengis e de' suoi figli.
333. Il Signor Levesque (Hist. de Russie, t. II) ha narrata la conquista della Russia operata dai Tartari, sulle tracce del patriarca Nicone e delle Cronache antiche.
334. Quanto alla Polonia, mi basta la Sarmatia Asiatica et Europaea, di Mattia di Micou, o Michovia, medico e canonico di Cracovia (A. D. 1506), inserita nel Novus Orbis di Grineo (Fabricius, Bibl. lat. mediae et infimae aetatis, t. V, p. 56).
335. Citerei Turoczio, il più antico scrittore di questa Storia generale (parte 2, c. 74, p. 150) nel primo volume dei Scriptor. rerum hungaricarum, se questo stesso volume non contenesse l'originale racconto di un contemporaneo che fu testimonio e vittima dell'invasione de' Tartari (M. Rogerii Hungari, varidiensis capituli canonici, carmen miserabile, seu Historia super destructionem regni Hungariae, temporibus Belae IV regis per Tartaros facta, pag. 292-321); pittura eccellente, fra quante io ne conosca, delle circostanze che alla invasione de' Barbari vanno congiunte.
336. Mattia Paris, fondandosi sopra autentici documenti, ha narrati i terrori e i pericoli dell'Europa. V. il suo voluminoso indice alla parola Tartari. Due frati, Giovanni de Plano Carpini e Guglielmo Rubruquis, e il Nobile veneto Marco Polo, mossi da zelo, ovvero da curiosità, visitarono nel secolo decimoterzo la Corte del Gran Kan. Le relazioni latine de' due primi leggonsi inserite nel primo volume di Hackluyt; l'originale italiano, o la traduzione della terza si trova nel secondo tomo del Ramusio (Fabricius, Bibl. lat. medii aevi, t. II, p. 198, t. V, p. 25).
337. Il Signor De Guignes nella sua grande Storia degli Unni ha ragionato fondatamente sopra Gengis-kan e i suoi successori (V. t. III, l. XV-XIX, e negli articoli de' Selgiucidi di Rum, t. IV, l. XI, de' Carizmj, l. XIV, e de' Mammalucchi, t. IV, l. XXI, e anche le Tavole del primo volume). Comunque l'Autore dia saggio ivi di molta istruzione ed esattezza, non ne ho tolto che alcune osservazioni generali, e alcuni passi di Abulfeda, il testo de' quali non è ancora stato tradotto dall'arabo.
338. O più giustamente Yen-king, antica città, le cui rovine vedonsi tuttavia in qualche distanza a scilocco della moderna città di Pechino, fabbricata da Cublai-kan (Gaubil, pag. 146). Nan-king e Pé-king, sono nomi vaghi indicanti la corte d'ostro e la corte di tramontana. Nella geografia cinese troviamo continui impacci or dalla somiglianza, or dalla alterazione de' nomi.
339. Voltaire, (Essai sur l'Histoire génerale, tom. III, c. 60, p. 8). Nella parte che si riferisce alla Storia di Gengis e dei Mongulli, trovansi, come in tutte le opere di questo scrittore, molte considerazioni giudiziose e verità generali mescolate con alcuni particolari errori.
340. Zagatai diede il proprio nome ai suoi Stati di Maurenahar, o Transossiana, e i Persiani chiamano Zagatai i Tartari che migrarono da quel paese. Tale autentica etimologia e l'esempio degli Usbek, de' Nogai ec., debbono farci istrutti a non negare affermativamente che alcune nazioni abbiano assunti nomi proprj di persone.
341. Marco Polo, e i Geografi orientali distinguono gl'Imperi del Nort e del Mezzogiorno co' nomi di Catai e di Mangi; così la Cina rimase divisa fra il Gran-Kan e i Cinesi dall'A. di G. C. 1234 al 1279. Dopo scoperta la Cina la ricerca del Catai sviò i nostri navigatori del secolo XVI, voltisi a scoprire un passaggio a greco.
342. Mi fido nell'erudizione e nell'esattezza del padre Gaubil, il quale traduce il testo cinese degli Annali mongulli, o di Yuen (p. 71-93-153); ma ignoro in qual tempo questi Annali fossero composti e pubblicati. I due zii di Marco Polo, che militarono come ingegneri all'assedio di Siengiangfu (l. II, c. 61, in Ramusio, t. II; V. Gaubil, p. 155, 157), dovrebbero aver conosciuto e raccontati gli effetti di cotesta polvere struggitrice, e il loro silenzio è una obbiezione che sembra pressochè decisiva. Io sospetto che la recente scoperta della polvere, nata invece in Europa, sia stata trasportata alla Cina dalle carovane del secolo XV, e falsamente adottata dai Cinesi come antica loro scoperta, precedente all'arrivo de' Portuguesi e de' Gesuiti. Pure il padre Gaubil afferma che l'uso della polvere da sedici secoli era noto in quelle contrade.
343. Tutto quanto possiamo sapere intorno agli Assassini della Persia e della Sorìa, lo dobbiamo al sig. Falconet. V. le due Memorie copiosissime di squisita erudizione dal medesimo lotto all'Accademia delle Iscrizioni (t. XVII, p. 127-170).
344. Gl'Ismaeliti della Sorìa o Assassini in numero di quarantamila, aveano acquistate, o fabbricate dieci Fortezze nelle montagne sopra Tortosa, e vennero sterminati dai Mammalucchi verso l'anno 1280.
345. Alcuni storici Cinesi estendono le conquiste fatte da Gengis sino a Medina, patria di Maometto (Gaubil, p. 42); asserzione atta quanto mai a provare l'ignoranza di quei popoli su tutto ciò che alla storia del loro paese non si riferisce.
346. Il Dastè-Kipsak, ossia la pianura di Kipsak, tiene sulle due rive del Volga uno spazio immenso che si estende verso i fiumi Iaik e Boristene, e credesi terra natale de' Cosacchi, che dal paese abbiano preso il lor nome.
347. Nell'anno 1238 gli abitanti della Gotia, oggidì Svezia, e della Frisia, per timore de' Tartari, non osarono spedire le loro navi nelle acque inglesi alla pesca delle arringhe, che non venendo in quell'anno asportate fuori dell'Inghilterra si vendeano uno scellino per ogni quaranta o cinquanta (Mattia Paris, p. 396). Ella è cosa assai singolare che gli ordini di un Kan de' Mongulli, il cui regno era ai confini della Cina, abbiano fatto abassare il prezzo delle arringhe ne' mercati dell'Inghilterra.
348. Trascrivo gli epiteti caratteristici o lusinghieri, co' quali questo ecclesiastico addita le diverse nazioni europee. Furens ac fervens ad arma Germania, strenuae militiae genitrix et alumna Francia, bellicosa et audax Hispania, virtuosa viris et classe munita fertilis Anglia, impetuosis bellatoribus referta Alemannia, navalis Dacia, indomita Italia, pacis ignara Burgundia, inquieta Apulia, cum maris Graeci, Adriatici, et Thirrheni insulis piraticis et invictis Creta, Cypro, Sicilia, cum Oceano conterminis insulis et regionibus, cruenta Hibernia, cum agili Wallia, palustris Scotia, glacialis Norwegia, suam electam militiam sub vexillo crucis destinabant, etc. (Mattia Paris, p. 498).
349. V. in Ackluyt la relazione di Carpino, vol. I, p. 30. Abulgazi ne offre la genealogia dei Kan della Siberia (part. 8, p. 485-495). Gli stessi Russi non hanno trovata una qualche Cronaca tartara a Tobolsk?
350. La Carta del Danville e gl'Itinerarj cinesi del De Guignes (t. I, part. II, p. 57) pongono, a quanto sembra, il sito di Holin, o Caracora circa seicento miglia a maestro di Pechino. La distanza fra Selinginsky e Pechino è di duemila verste russe, ossia mille trecento, o mille quattrocento miglia inglesi (Viaggi di Bell., vol. 2, p. 67).
351. Rubruquis incontrò a Caracora il suo concittadino Guglielmo Boucher, orefice di Parigi, che avea fabbricato pel Gran Kan un albero d'argento, sostenuto da quattro lioni che gettavano quattro liquori diversi. Abulgazi (parte IV, p. 367) cita i pittori del Kitay e della Cina.
352. L'affezione dei Kan verso i Bonzi e i Lama della Cina, tanto odiati dai Mandarini (Dubalde, Hist. de la Chine, tom. I, pag. 502, 503), parrebbe una prova che i ridetti Bonzi e Lama fossero sacerdoti del Fò, divinità dell'India, il culto della quale prevalse appo le Sette dell'Indostan, di Siam, del Tibet, della Cina e del Giappone. Ma questo misterioso argomento è avvolto fra nubi, che forse le sole ricerche della nostra società asiatica potranno giungere a dileguare.
353. Alcuni disastri che i Mongulli soffersero nell'Ungheria (Mattia Paris, pag. 545-546) hanno potuto dare origine alla voce di una unione de' Re franchi, e d'una vittoria dai medesimi riportata sui confini della Bulgaria. Non è difficile che Abulfaragio (Dynast. p. 310) quaranta anni dopo, e standosi di là dal Tigri sia stato indotto in errore.
354. V. Pachimero (l. III, c. 25, e l. X, c. 26, 27) e il timor panico de' Niceni (lib. III, c. 27); Niceforo Gregoras (l. IV, c. 6).
355. V. G. Acropolita, pag. 36, 37, e Niceforo Gregoras, l. II, c. 6; l. IV, c. 5.
356. Abulfaragio, che scriveva nel 1284, afferma che dopo la favolosa sconfitta di Batù, i Mongulli non aveano assaliti nè i Greci, nè i Franchi, e in questo luogo può essere riguardato come testimonio maggiore d'ogni eccezione. Hayton, principe armeno, si gloria parimente dell'amicizia che a lui, e alla sua nazione mostrarono i Tartari.
357. Pachimero tratteggia con colori favorevolissimi Kasan-kan, facendolo rivale di Alessandro e di Ciro (l. II, c. 1); e nella conclusione della sua Storia (lib. XIII, c. 36) manifesta la speranza di veder giungere trentamila Toccari o Tartari che respingano i Turchi dalla Bitinia.
358. L'origine della dinastia Ottomana viene dottamente rischiarata dagli eruditissimi De Guignes (Histoire des Huns, t. IV, p. 329-337) e d'Anville (Empire turc, p. 14-22), due abitanti di Parigi, da cui gli Orientali potrebbero imparare la Storia e la geografia del loro proprio paese.
359. V. Pachimero (l. X, c. 25, 26; l. XIII, c. 33, 34-36), e intorno alle montagne lasciate indifese (l. I, c. 3-6), Niceforo Gregoras (l. VII, c. 1), e il primo libro di Laonico Calcocondila l'Ateniese.
360. Ignoro se i Turchi abbiano Storici che si portino a' tempi anteriori a Maometto II, nè ho potuto su quei tempi far le mie indagini che valendomi di una meschinissima Cronaca (Annales Turcici ad annum 1550), tradotta da Giovanni Gaudier e pubblicata dal Leunclavio (ad calcem Laonic. Calcocondyles, p. 311, 350) con copiosi comentari. La Storia dei progressi e della declinazione dell'Impero ottomano (A. D. 1300-1683) è stata tradotta in inglese dal manoscritto di Demetrio Cantemiro principe di Moldavia (Londra 1734, in folio). L'autore va soggetto a grandi abbagli intorno alla Storia orientale, ma sembra istrutto dell'idioma, degli annali e delle istituzioni de' Turchi. Egli trae una parte de' suoi materiali dalla Synopsis di Saadi, Effendi di Larissa, dedicata nel 1696 al Sultano Mustafà, compilazione preziosa di opere di scrittori originali. Il dottor Johnson loda Knolles (Storia generale dei Turchi fino al presente anno, Londra 1603) come il primo fra gli Storici, notando però che sfortunatamente ha scelto uno sgradevol soggetto. Ma io non so persuadermi che una compilazione voluminosa degli Scrittori latini, ove trovansi mille trecento pagine in folio di aringhe e battaglie, possa istruire, allettare la posterità che pretende da uno Storico qualche poco di sana critica e di filosofia.
361. Benchè Cantacuzeno racconti le battaglie e l'eroica fuga di Andronico il Giovane (lib. II, c. 6, 7, 8), dissimula la presa di Prusa, di Nicea e di Nicomedia, perdite che Niceforo Gregoras in chiare note confessa (l. VIII, 15; IX, 9, 13; XI, 6). Dagli scritti di questo Storico apparirebbe che Nicea avesse ceduto ad Orcano nel 1330, Nicomedia nel 1339, date che però non si accordano al giusto con quelle de' Turchi.
362. La divisione degli Emiri turchi è tolta da due contemporanei, il greco Niceforo Gregoras (l. VII, 1) e l'arabo Marakeschi (De Guignes, t. II, parte II, pag. 76, 77). V. anche il primo libro di Laonico Calcocondila.
363. V. Pachimero, l. XIII, c. 13.
364. L'Autore allude qui all'Apocalisse, cioè rivelazioni di S. Giovanni, diretta alle sette società cristiane della Grecia, cioè d'Efeso, di Smirne, di Pergamo, di Filadelfia, di Tiasira, di Laodicea e di Sardi; ma bisognava scrivere, siccome pure nella Nota che segue, in modo più riguardoso. La religione di Gengis è il Deismo, religione naturale e semplice di molti filosofi antichi, e di alcuni moderni, e contro la quale molto scrissero i nostri teologi, sostenendo la rivelazione contenuta nel Vecchio e nel Nuovo Testamento. (Nota di N. N.)
365. V. i viaggi del Wheeler e dello Spon, del Pococke e del Chandler, e principalmente le Ricerche dello Smith intorno alle Sette Chiese dell'Asia. I più devoti antiquarj si studiano di conciliare le promesse e le minacce del primo autore delle rivelazioni collo stato attuale delle Sette Città. Sarebbe cosa più savia il limitare le proprie predizioni agli avvenimenti del secolo in cui si vive.
366. L'Autore disegna qui colla parola figli Gesù Cristo, che noi crediamo appunto figlio dell'Esser Supremo, cioè di Dio, e colla parola rivali il Demonio; ma è una maniera impropria il chiamare il Demonio rivale di Dio, benchè si creda che sia sua cura il condurre al male gli uomini colle seduzioni. Si sa poi che il dogma, insegnato da Maometto contro l'idolatria dell'Arabia, era il Deismo, cioè l'unità, e non la trinità dell'Esser Supremo, nè ammetteva per conseguenza che Gesù Cristo fosse figlio dell'Esser Supremo, cioè di Dio, nè che fosse una delle persone della nostra Trinità perchè non vi credeva; si sa pure che nemmeno ammetteva un cattivo essere, seduttore occulto, origine del male, cioè il Demonio. (Nota di N. N.)
367. Si consulti il quarto libro della Storia di Malta dell'Abate di Vertot. Questo leggiadro scrittore dà a divedere alquanta ignoranza, supponendo che Otmano, un partigiano dei colli della Bitinia, abbia potuto assediar Rodi per terra e per mare.
368. Niceforo Gregoras si è diffuso volentieri nel descrivere l'amabilità dell'indole di Amiro (l. XII, 7; l. XIII, 4-10; XIV, 1-9; XVI, 6). Cantacuzeno parla con onore del suo confederato (l. III, c. 56, 57-63, 64-66, 67, 68-86, 89-96); ma protesta contro l'accusa datagli di propensione verso i Turchi negando in tal qual modo la possibilità di una così poco naturale amicizia (l. IX, c. 40).
369. Dopo che i Latini ebbero conquistata Smirne, il Papa assegnò l'incarico di difenderla ai Cavalieri di Rodi (V. Vertot, l. V).
370. V. Cantacuzeno (l. III c. 95). Niceforo Gregoras che, ove parlasi della luce del Tabor, largheggia all'Imperatore degli ingiuriosi nomi di Tiranno e di Erode, sembra però propenso a scusar queste nozze, anzichè a biasimarle, allegando la passione e la possanza di Orcano, εγγυτατος και τη δυναμει τους κατ’αυτον ηδη Περσικους (Turos) υπεραιρων Σατραπας, avvicinando e per potenza superando i Satrapi persi (Turchi) (l. XV, 5). Esalta in appresso il governo civile e militare di Orcano. V. il regno di questo Principe in Cantemiro, p. 24-30.
371. Può leggersi in Duca (c. 8) una pittura animata e concisa di questo fatto che, colla confusione di un colpevole, Cantacuzeno attesta.
372. Cantemiro, e in questo luogo, e quando parlasi delle prime conquiste dell'Europa, ne dà assai cattiva opinione dei suoi testi turchi, nè io ho molto maggiore fiducia in Calcocondila (l. I, p. 12). E l'uno e l'altro hanno dimenticato di consultare il quarto libro di Cantacuzeno che in ordine a ciò può riguardarsi come un monumento autentico più di tutti. Duolmi sempre degli ultimi libri di Niceforo Gregoras, non ancor pubblicati, benchè siavi il lor manoscritto.
373. Incominciando dall'epoca ove Gregoras e Cantacuzeno finiscono la loro Storia, s'incontra una lacuna di più di un secolo. Giorgio Franza, Michele Duca e Laonico Calcocondila, non iscrissero che dopo la presa di Costantinopoli.
374. V. Cantemiro p. 37-41 e le rilevanti sue note.
375. Volto bianco e volto nero sono, in lingua turca, espressioni, di lode l'una, e di rimprovero l'altra. Hic niger est, hunc tu Romane caveto, era anche un apoftegma de' latini.
376. V. la vita e la morte di Morad o Amurat I in Cantemiro (pag. 33-45), nel primo libro di Calcocondila e negli Annali turchi di Leunclavio. Un'altra Storia racconta che il Sultano fu trafitto nella sua tenda da un Croatto; il quale avvenimento venne citato all'ambasciatore Busbek (ep. 1, p. 98) come una scusa della cautela insultante che usavasi verso gli ambasciatori delle Corti straniere, non ammessi alla presenza del Sovrano, se non se in mezzo a due guardie turche che gli tenevano le braccia.
377. La Storia del regno di Baiazetto I, o Ilderim Bayazid trovasi in Cantemiro (p. 46), nel secondo libro di Calcocondila e negli Annali turchi. Il soprannome di Ilderim, o lampo, sembra una prova che i conquistatori e i poeti hanno mai sempre sentita la verità di questa massima, starsi nel terrore il principio del sublime.
378. Cantemiro che esalta le vittorie riportate sopra i Turchi da Stefano il Grande (pag. 47) ha composta una descrizione del Principato antico e moderno della Moldavia, opera la cui pubblicazione è stata promessa da lungo tempo e ancor non si vede.
379. Leunclavio, Annal. Turcici, p. 318, 319. La venalità dei Cadì è da lungo tempo un argomento di querele e di scandali. E se non vogliamo prestar fede ai nostri viaggiatori, possiamo crederlo ai medesimi Turchi (d'Herbelot, Bibliot. orient., p. 216, 217-229-230).
380. Un tal fatto attestato nella Storia araba di Ben-Sciunà, nativo di Sorìa, e contemporaneo di Baiazetto (de Guignes, Hist. des Huns, t. IV, pag. 336), annulla la testimonianza di Saad Effendi, e di Cantemiro (pag. 14, 15), i quali pretendono che Otmano fosse stato innalzato alla dignità di Sultano.
381. V. le Decades rerum hungaricarum (Dec. III, l. II, p. 379) del Bonfini, Italiano, che nel secolo XV fu chiamato in Ungheria per comporre ivi la sua eloquente Storia di quel reame. Le preferirei per altro una rozza cronica del paese scritta in que' tempi, se sapessi che vi fosse, e come procacciarmela.
382. Non dovrei molto dolermi delle molestie e delle cure che mi costa quest'opera, se potessi trarre tutti i miei materiali da libri simili alla Cronaca del dabbenuomo Froissard (vol, IV, c. 67-69-72-74-79-83-85-87-89), che leggea poco, facea molte interrogazioni, e tutto credeva. Le memorie del maresciallo di Boucicault (parte 1, c. 22-28) aggiungono alcuni fatti, ma sembrano aridi e non compiuti a petto della ingenua loquacità del Froissard.
383. Il Barone di Zurlauben (Hist. de l'Acad. des inscript., t. XXV) ne ha offerte le Memorie compiute della vita di Engherando VII, Sere di Couci, chiaro per distinto grado e per ragguardevoli possedimenti che ebbe così in Francia come in Inghilterra. Nel 1375, egli condusse nella Svizzera un corpo di venturieri per ricuperare un vasto patrimonio che ei pretendeva appartenergli, come erede della sua bisavola, figlia dell'Imperatore Alberto I di Austria (Sinner, Viaggio nella Svizzera occidentale, t. I, p. 118-124).
384. La carica militare di Maresciallo, tanto rispettabile anche ai dì nostri, lo era maggiormente quando due soli personaggi la sosteneano (Daniel, Histoire de la Milice française, t. II, pag. 5). Uno di questi due, il famoso Boucicault, era Maresciallo della Crociata. Difese indi Costantinopoli, governò la repubblica di Genova, s'impadronì di tutta la costa dell'Asia, fu ucciso alla battaglia di Azincourt.
385. Al proposito di questo odioso racconto, l'abate di Vertot cita la Storia anonima di S. Dionigi, l. XVI, c. 10-11; Ordre de Malte, t. II, p. 310.
386. Serefeddin-Alì (Storia di Timur-Bec, l. V, c. 13) fa sommare fino a dodicimila gli ufiziali e i servi spettanti al treno di caccia di Baiazetto. Timur in una sua caccia, sfoggiò con una parte delle spoglie dei Principe turco; 1. diversi cani da corsa colle copertine di raso; 2. più leopardi coi collari tempestati di gemme; 3. cani levrieri della Grecia; 4. mastini d'Europa, che pareggiavano in forza i leoni dell'Affrica (idem, l. VI, c. 15). Baiazetto si dilettava principalmente di dar coi falchi la caccia alle grue (Calcocondila, l. II, pag. 35).
387. Intorno ai regni di Giovanni Paleologo e del figlio di lui Manuele dal 1354 al 1402, si consultino Duca (c. 9-15), Franza (l. I, c. 16-21) e il primo e secondo libro di Calcocondila, che in mezzo ad una moltitudine di episodj annegò il suo principale argomento.
388. V. Cantemiro, p. 50-53. Duca (c. 13-15) è il solo che confessi l'istituzione di un Cadì a Costantinopoli e dissimula anche l'affare della Moschea.
389. Mémoires du bon messire Jean-le-Maingre, dit Boucicault, maréchal de France, parte prima, c. 30-35.
390. Questi Giornali vennero comunicati a Serefeddino, o Scerefeddin-Alì, che compose in lingua persiana la Storia di Timur-Bek, tradotta in francese dal sig. Petis de la Croix, Parigi 1722, in quattro volumi in 12; autore che ho preso per mia guida, seguendolo fedelmente. Si mostra esattissimo nella geografia e nella cronologia, e merita confidenza ne' raccontati fatti, benchè talvolta con un linguaggio da schiavo encomj la fortuna e le virtù del suo eroe. Può scorgersi dalle Instituzioni di Timur, quanto questo Principe fosse sollecito di procurarsi cognizioni e nel proprio paese, e dagli stranieri (Instit. de Timur, p. 215-217, 349, 351).
391. Questi Comentarj non sono ancor conosciuti in Europa, ma il signor White ne fa sperare la traduzione per cura del suo amico, Maggiore Davy, che ha letto in Asia questo racconto fedele e minuto delle cose attenenti ad un'epoca rilevante e feconda d'avvenimenti.
392. Non so se l'originale di queste Instituzioni, scritte in lingua turca o mongulla, rimanga tuttavia. Il Maggiore Davy, col soccorso del signor White professore di lingua araba, ha pubblicata in Oxfort nel 1783 in 4, la traduzione persiana, unendovi una traduzione inglese, e un prezioso indice. Quest'opera è stata da poco in qua tradotta in francese (Parigi 1787) dal signor Langlès, versatissimo nelle antichità dell'Oriente, che vi ha aggiunta una vita di Timur e varie note di molto pregio.
393. Shaw Allum, il presente Mogol, legge, apprezza, ma non può imitare le Instituzioni del suo illustre antenato: il traduttore inglese crede giustificata l'autenticità delle medesime dalle prove inserite nell'opera; ma per chi formasse alcuni sospetti di frode o finzione, la lettera del Maggiore Davy non sarebbe atta a distruggerli. Gli Orientali non hanno mai coltivata l'arte della critica. La protezione di un Principe non è men lucrosa di quella di un libraio, nè può riguardarsi come cosa incredibile che un Persiano fosse stato il vero autore dell'Opera, e avesse rinunziato all'onore di comparir tale per aumentare il prezzo e il valore della medesima.
394. Trovasi l'originale delle favole raccontate intorno a Timur nella seguente opera assai apprezzata per pomposa eleganza di stile: Ahmedis Arabsiadae (Ahmed-Ebn-Arabshà) vitae et rerum gestarum Timuri, arabice et latine. Edidit Samuel Henricus Manger. Franequerae, 1768, 2 t. in 4. In questo autore nativo della Sorìa si ravvisa un nemico sempre malevolo, e spesse volte ignorante: i titoli stessi de' suoi capitoli portano l'impronta dell'astio; tai sono i seguenti. In qual modo il malvagio; in qual modo l'empio; in qual modo la vipera ec. Il copioso articolo Timur, inserito nella Biblioteca Orientale, offre un miscuglio di opinioni, perchè il d'Herbelot ha tolti indifferentemente i suoi materiali (p. 887-888) da Kondemir, da Eb-Sciunà, e da Lebtarik.
395. Demir o Timur, significa in lingua turca ferro; e Beg è la denominazione di un gran signore, o di un principe. Il cambiamento di una lettera o di un accento produce il vocabolo leng o zoppo, e gli Europei, per corruzione, hanno confuso i due vocaboli nell'unico Tamerlano.
396. Dopo avere raccontate alcune ridicole favole, Arabshà è costretto a riconoscere Timur-Lenc, siccome un discendente di Gengis per mulieres, aggiugnendo con mal umore laqueos Satanae (part. I, c. 1, p. 25). La testimonianza di Abulgazi-kan (part. 2, c. 5; part. 5, c. 4) è chiara, irrefragabile e decisiva.
397. Giusta una genealogia, il quarto antenato in linea ascendente di Gengis e il nono di Timur erano due fratelli; i quali convennero che la posterità del primogenito succederebbe alla dignità di Kan, e che i discendenti del più giovine sosterrebbero le cariche di ministri e di generali; tradizione che servì almeno a giustificare le prime imprese dell'ambizioso Timur (Instituzioni, p. 24-25, compilate dai fragmenti manoscritti della Storia di Timur).
398. V. la Prefazione di Serefeddino e la Geografia di Abulfeda (Chorasmiae ec., Descriptio, pag. 60, 61) nel secondo volume di Hudson.
399. V. al proposito della nascita di Timur e dell'avviso che intorno ad essi portarono gli Astrologi, il Dottor Hyde (Synt. Dissert., t. II, pag. 466). Nacque l'anno di Grazia 1336, 9 aprile, 11°, 57', P. M. lat. 36. Non so se abbiano avverata al giusto la grande congiunzion de' pianeti, da cui Timur, come altri conquistatori, hanno tratto il soprannome di Shach-Keran, o Padrone delle Congiunzioni (Bibl. orient. pag. 878).
400. Le Instituzioni di Timur danno assai impropriamente ai sudditi del Kan di Kasgar il nome di Uzbeg, o Uzbek; nome che perteneva ad un'altra popolazione di Tartari dimorante in una diversa contrada (Abulgazi, part. V, cap. 5, part. VII, c. 5). Se fossi ben sicuro che questo equivoco di nome si trovasse anche nell'originale turco, non esiterei da inferirne che le Instituzioni furono composte un secolo dopo la morte di Timur, e successivamente alla migrazione degli Uzbek nella Transossiana.
401. Il primo libro di Serefeddino è consacrato alla vita privata del suo eroe; e lo stesso Timur, ovvero il suo segretario, si diffonde con compiacenza (Instit., p. 3-77) sulle tredici spedizioni che fanno maggiore onore al merito personale di questo Principe, merito personale che traluce anche in mezzo ai racconti di Arabshà (part. 1, c. 1-12).
402. Il secondo e il terzo Libro di Serefeddino narrano le conquiste della Persia, della Tartaria, e dell'India; parimente Arabshà (c. 13-35). V. anche il prezioso Indice delle Instituzioni.
403. Abulgazi-kan commemora la venerazione che hanno i Tartari pel misterioso numero 9, e divide per questa sola ragione in nove parti la sua Storia Genealogica.
404. Arabshà (parte I, c. 28, pag. 183) racconta che il codardo Timur fuggì nella sua tenda; che per non essere inseguito da Mansur si travestì da donna. Chi sa che per un vizio contrario, Serefeddino non abbia esagerato il valor del suo eroe. (V. l. III, c. 25).
405. L'Istoria di Ormuz somiglia assai a quella di Tiro. La vecchia città situata sul Continente, fu distrutta dai Tartari e venne fabbricata la nuova in un'isola sterile e priva di acqua dolce. I Re di Ormuz arricchiti dal commercio dell'India e dalla pesca delle perle, possedevano vasto territorio in Persia e in Arabia; tributarj indi de' Sultani di Kerman, e oppressi sotto la tirannide de' lor Visiri, ne furono nell'anno 1505 liberati, per cadere sotto nuova tirannide, dai Portoghesi. V. Marco Polo (l. I, c. 15-16, fol. 7, 8), Abulfeda (Geogr., Tab. XI, p. 261, 262), una Cronaca originale di Ormuz nella Storia della Persia di Stephen (p. 376-416) ovvero in Texeira; e gl'Itinerarj inseriti nel primo volume di Ramusio, o Lodovico Bartema (1503, fol. 167), di Andrea Corsali (1517, fol. 202, 203) e di Odoardo Barbessa (1516, fol. 315-318).
406. Arabshà avea viaggiato nel Kipsak e acquistate grandi conoscenze della geografia e delle vicissitudini di quel paese settentrionale (parte I, c. 45-49).
407. Instit. di Timur, pag. 123-125. Il White, l'editore, si lagna del racconto sterile e superficiale di Serefeddino (l. III, c. 12, 13, 14), che ignorava i disegni di Timur e i veri motivi che lo guidavano nelle sue azioni.
408. È cosa più facile il persuadersi delle pellicce di Russia, che delle verghe d'oro e d'argento; ma inoltre, Antiochia non è mai stata famosa per le sue tele, e in quel tempo era già rovinata. Penso piuttosto che queste tele di manifattura europea, vi fossero state portate per la strada di Novogorod, e forse da alcuni mercanti delle città anseatiche.
409. Il signor Levesque (Hist. de Russie, l. II, pag. 247; Vie de Timur, p. 64-67, pubblicata prima della traduzione francese delle Instituzioni) ha corretti gli errori di Serefeddino e contrassegnati i veri limiti delle conquiste di Timur, o Tamerlano. Sono superflui i suoi argomenti; e gli Annali di Russia bastano per provare che Mosca stata presa sei anni prima di quest'epoca da Toctamis, si sottrasse all'armi d'un più formidabile conquistatore.
410. Il viaggio di Barbaro a Tana seguito nel 1436, dopo che la città era stata rifabbricata, cita un Console egiziano del Gran Cairo (Ramusio, t. II, folio 92).
411. Trovasi la relazione del saccheggio di Azoph in Serefeddino (l. III, c. 55), e più minutamente ancor lo descrive l'autore di una Cronaca italiana (Andrea de Redusiis de Quero, in Chron. Tarvisiano, in Muratori, Script. rer. italic., t. XIV, pag. 802-805). Egli avea conversato co' Miani, due fratelli veneziani, uno de' quali era stato delegato al campo di Timur, e l'altro avea perduti ad Azoph i suoi tre figli e dodicimila ducati.
412. Serefeddino dice semplicemente (l. III, cap. 13) che poteva appena discernersi un intervallo fra la sera e il mattino. Può facilmente risolversi questo problema, nella latitudine di Mosca posta al 56.°, col soccorso di un'aurora boreale e di un lungo crepuscolo: ma una giornata solare di quaranta giorni (Kondemiro, presso d'Herbelot, p. 880) ci restringerebbe a tutto rigore nel Cerchio polare.
413. Circa la guerra dell'India, V. le (Instit. p. 129-139), il quarto libro di Serefeddino, e la Storia di Ferista in Dow, (vol. II, pag. 1-20) che offre idee generali sugli affari dell'Indostan.
414. L'impareggiabile Carta dell'Indostan delineata dal Maggior Rennel, ha per la prima volta stabilito, con verità ed esattezza, la situazione e il corso del Pungiab, ossia de' cinque rami orientali dell'Indo; e la Memoria Critica dello stesso geografo spiega con discernimento e chiarezza la spedizione di Alessandro, e l'altra di Timur.
415. I due grandi fiumi, il Gange e il Burampooter, traggono la loro sorgente nel Tibet dai fianchi opposti della catena delle stesse montagne, alla distanza di milledugento miglia l'uno dall'altro, e dopo un corso tortuoso di duemila miglia si congiungono presso al golfo del Bengala. Tale però si è il capriccio della fama, che il Burampooter sol di recente è stato scoperto, e il Gange, da un gran numero di secoli è famoso nella Storia antica e moderna. Cupela, ove Timur riportò l'ultima sua vittoria, debb'essere situata presso Loldong lontano mille cento miglia da Calcuta. Gl'Inglesi vi accamparono nel 1774 (Memoria di Rennel, pag. 7-59-90, 91-99).
416. V. le Instituzioni (p. 141) sino alla fine del primo libro, e Serefeddino (l. V, c. 1-16) fino all'arrivo di Timur nella Sorìa.
417. Noi abbiamo tre diverse copie di queste lettere minacciose, nelle Instituzioni (p. 147), in Serefeddino (l. V, c. 14) e in Arabzà (t. II, c. 19, p. 183-201), le quali s'accordano più nella sostanza che nello stile. Vi è apparenza che sieno state tradotte, con più o meno libertà, dal turco in lingua araba e in lingua persiana.
418. L'Emiro Mongul dà a sè medesimo e a' suoi compatriotti il nome di Turchi, e avvilisce Baiazetto e la sua nazione valendosi del nome meno onorevole di Turcomani. Però io non comprendo in qual maniera gli Ottomani potessero trarre origine da un piloto turcomano. Questi pastori si trovavano, avuta considerazione al loro soggiorno, ben lungi dal mare e da ogni affare marittimo.
419. Giusta il Corano (c. 2, pag. 27, e i Discorsi di Sale, p. 134) un Musulmano che avesse ripudiato tre volte la moglie, cioè ripetuta per tre volte la formola del divorzio, non poteva ripigliarla se prima un altro non la sposava e ripudiava nuovamente. Una tal cerimonia è assai umiliante di per sè stessa, senza il bisogno di aggiugnere che il primo marito dovea per obbligo star presente allorchè il secondo godea della moglie ripudiata dall'altro (Stato dell'Impero Ottomano, Richauld, l. II, c. 21).
420. Arabshà attribuisce particolarmente ai Turchi il dilicato riguardo, comune a tutti gli Orientali, di non parlare mai in pubblico delle lor donne; ed è quasi da maravigliarsi che Calcocondila abbia avuta qualche conoscenza e sul pregiudizio de' Turchi, e sulla natura dell'insulto.
421. Circa allo stile de' Mongulli, V. le Instituzioni (p. 131-147), quanto ai Persiani, si consulti la Biblioteca orientale (p. 882); non trovo per altro nè che gli Ottomani abbiano assunto il titolo di Cesari, nè che gli Arabi lo abbiano mai dato ai medesimi.
422. V. i regni di Barkok e di Faragio nel De Guignes (t. IV, l. 22), che ha tolto dai testi di Abul-Mahasen, di Ebn-Sciunà e di Aintabi, alcuni fatti da noi aggiunti ai nostri materiali.
423. Intorno a questi fatti recenti ed interni, possiamo fidarci ad Arabshà, benchè in altre occasioni si mostri molto parziale (t. I, cap. 64-68; t. II, c. 1-14). Timur dovea certamente comparire odioso ad un uomo nato in Sorìa; ma la notorietà de' fatti era tale, che avrebbe obbligato questo scrittore a rispettare se non il suo nemico, la verità. Le invettive ch'ei move contro Timur servono a temperare la ributtante adulazione di Serefeddino.
424. Sembra che Arabshà abbia copiate queste curiose conversazioni (t. I, c. 68, p. 625-645) dal Cadì o storico Ebn-Sunà, uno de' principali attori; ma come potea questi viver settantacinque anni dopo le narrate cose? (d'Herbelot p. 772)
425. Serefeddino (l. V, c. 29-43) e Arabshà (t. II, c. 15-18) narrano le spedizioni e le conquiste di Timur nell'intervallo tra la guerra di Sorìa e l'ottomana.
426. Questo numero di ottocentomila è tolto da Arabshà, o piuttosto da Ebn-Sunà (ex rationario Timuri) che fonda i suoi racconti sulla testimonianza di un ufiziale carizmio (t. I, cap. 68, p. 617); ed è cosa meritevole di osservazione che Franza, Storico greco, non aggiugne a questo computo più di ventimila uomini. Il Poggio ne conta un milione; un altro contemporaneo latino (Chron. Tarvisianum, V. Muratori, t. IX, p. 800) ne conta un milione centomila; e un soldato alemanno che trovavasi alla battaglia di Angora, attesta il prodigioso numero di un milione seicentomila (Leunclavius, ad Calcocond., l. III, p. 82). Timur, nelle sue Instituzioni, non si è degnato calcolare nè le sue truppe, nè i suoi sudditi, nè le sue rendite.
427. Il Gran Mogol per vanità, e a profitto de' suoi ufiziali, lasciava immensi vôti negli specchi de' suoi eserciti. Il Sere di Bernier, Penge-Hazari, era comandante di cinquemila cavalli che si riducevano a cinquecento (Voyages, tom. I, p. 288, 289).
428. Lo stesso Timur fa ascendere a quattrocentomila uomini il numero degli Ottomani (Istit., p. 153 ). Franza lo riduce a cencinquantamila (lib. I, c. 29), il Soldato alemanno lo vuole di un milione e quattrocentomila. Sembra evidente che l'esercito de' Mongulli fosse più numeroso.
429. Non è inutile il calcolare la distanza fra Angora e le città vicine colle giornate di carovana, ciascuna delle quali è di venticinque miglia. Da Angora a Smirne venti, a Kiotaia dieci, a Bursa dieci, a Cesarea otto, a Sinope dieci, a Nicomedia nove, a Costantinopoli dodici o tredici (V. i Viaggi di Tournefort al Levante, t. II, let. XXI).
430. V. I Sistemi di Tattica nelle Instituzioni; gli editori inglesi (p. 373-407) vi hanno aggiunte accuratissime Tavole per agevolarne l'intelligenza.
431. «Il Sultano medesimo, dice Timur, dee mettere coraggiosamente il suo piede nella staffa della pazienza»: Metafora tartara che è stata omessa nella traduzione inglese e conservata dal traduttor francese delle Instituzioni (p. 156, 157).
432. Serefeddino afferma che Timur si valse del fuoco greco (l. V, cap. 47); ma l'universale silenzio de' contemporanei combatte lo stravagante sospetto venuto al Voltaire, il quale suppone che Timur mandasse a Dely diversi cannoni su di cui si trovassero scolpiti ignoti caratteri.
433. Timur ha dissimulata questa sì rilevante negoziazione co' Tartari; ma la confermano evidentemente le testimonianze degli Annali arabi (t. I, c. 47, p. 391), degli Annali turchi (Leunclav. p. 321) e degli Storici persiani (Kondemir, presso il d'Herbelot, p. 882).
434. Nella guerra di Rum, o della Natolia, ho aggiunti alcuni fatti, tolti dalle Instituzioni, al racconto di Serefeddino (l. V, c. 44-65) e di Arabshà (tom. XI, c. 20-35). Sol in quanto si riferisce a questa parte della storia di Timur, si possono citare gli Storici turchi (Cantemiro, p. 53-55, Annali di Leunclavio, pag. 320-322) e i Greci (Franza, l. I, c. 29; Duca, c. 15-17; Calcocondila, l. III).
435. Il Voltaire che nella sua opera Essai sur l'Histoire générale (c. 88) ricusa questa favola popolare, dà una prova del suo scetticismo ordinario, per cui soprattutto è poco proclive a credere quanto è eccesso così nei vizj come nelle virtù; incredulità spesse volte fondata sulla ragione.
436. V. La Storia di Serefeddino (l. V, c. 49-52, 53-59, 60), Opera terminata a Siraz nell'anno 1424, e dedicata a Ibraim, figlio di Sarok, figlio di Timur, che, vivendo tuttavia il padre, regnava sul Farsistan.
437. Dopo aver letto Kondemir, Ebn-Sunà ec., il dotto d'Herbelot (Bibl. orient., p. 882) può ben affermare a suo grado non trovarsi questa favola in nessuna autentica Storia; ma col negare che Arabshà l'abbia in modo aperto adottata, rendè assai dubbiosa la sua critica precisione.
438. «Et fui lui-même (Baiazetto) pris et mené en prison, en laquelle mourut de dure mort» (Mém. de Boucicault, parte I, c. 37). Queste Memorie vennero composte in tempo che il Maresciallo era tuttavia governatore di Genova, d'onde venne scacciato nel 1409 in conseguenza di una sedizione o sommossa del popolo (Muratori, Ann. d'Ital., t. XII, p. 473, 474).
439. Il leggitore troverà un soddisfacente racconto della vita e delle opere del Poggi nella Poggiana, Opera aggradevole del signor Lenfant, e nella Bibliotheca latina mediae et infimae aetatis di Fabrizio (t. V, pag. 305-308). Il Poggi nato nel 1380, morì nel 1459.
440. Il dialogo De varietate fortunae, del quale nel 1723 è stata pubblicata a Parigi una compiuta ed elegante edizione in 4., fu composta poco prima della morte di Papa Martino V (p. 5), e quindi verso l'anno 1430.
441. Vedi elogio luminoso ed eloquente di Timur! (p. 36-39) Ipse enim novi, dice il Poggi, qui fuere in ejus castris.... Regem vivum cepit, caveaque in modum ferae inclusum per omnem Asiam circumtulit egregium admirandumque spectaculum fortunae.
442. Chronicon Tarvisianum (in Muratori, Script. rerum ital., t. XIX, pag. 800) e gli Annales Estenses (t. XVIII, p. 974). I due autori, Andrea De Redusii da Quero e Giacomo di Delaito, erano contemporanei, ed entrambi Cancellieri, l'uno di Treviso e l'altro di Ferrara. La testimonianza del primo è più asseverante.
443. V. Arabshà, t. II, c. 28-34, che viaggiò in regiones Rumaeas, A. H. 839; A. D. 1435, 27 Luglio (t. II, c. 2, pag. 13).
444. Busbequius, in legatione turcica, epist. 1, p. 52. Questa rispettabile autorità viene un poco indebolita dalle susseguenti nozze di Amurat II con una Serviana, e di Maometto II, con una Principessa dell'Asia (Cant., p. 83-93).
445. V. Giorgio Franza (l. 1, c. 29) e la sua vita in Hank (De scriptor. byzant. pag. 1, c. 40). Calcocondila e Duca parlano vagamente delle catene di Baiazetto.
446. Annales Leunclav., pag. 321. Pococke, Prolegom. ad Abulphar. Dynast.; Cantemir, p. 55.
447. Un Sapore, Re di Persia, essendo stato fatto prigioniero Massimiano o Galerio Cesare, lo rinchiuse entro una vacca artificiale, coperta della pelle di uno di questi animali. Tale è almeno la favola raccontata da Eutichio (Annal., tom. 1, p. 431, vers. Pococke). Il racconto della vera Storia (V. il secondo volume della presente Opera) ne insegnerà ad apprezzare l'erudizione orientale di tutt'i secoli che precedettero l'Egira.
448. Arabshà (t. II, c. 25) descrive come può farlo un viaggiatore curioso e giudizioso ad un tempo, gli stretti di Gallipoli e di Costantinopoli. Per procacciarmi una giusta idea di cotesti avvenimenti ho confrontato i racconti de' pregiudizi dei Mongulli, de' Turchi, de' Greci e degli Arabi. L'ambasciatore di Spagna parla dell'unione de' Cristiani cogli Ottomani per la difesa comune (Vita di Timur, p. 96).
449. Quando il titolo di Cesare passò nel Sultano di Rum, i Principi greci di Costantinopoli (Serefeddino, l. V, cap. 54), vennero confusi co' piccioli Sovrani cristiani di Gallipoli e di Tessalonica col titolo di Tekkur, per corruzione da του κυριου, signore (Cantemiro, p. 51).
450. V. Serefeddino (l. V, c. 4) che descrive in un esatto Itinerario la strada della Cina, sol vagamente, e con frasi di retore, indicata da Arabshà (t. II, c. 33).
451. V. Synopsis Hist. Sinicae, pag. 74-76. Nella quarta parte delle relazioni del Thevenot, Du Halde (Hist. de la Chine, t. I, p. 507, 508, ediz. in-fol.); e per la cronologia degl'Imperatori cinesi, il De Guignes (Hist. des Huns, t. I, p. 71, 72).
452. Circa al ritorno, al trionfo e alla morte di Timur, V. Serefeddino (l. VI, c. 1-30) e Arabshà (t. II, c. 35-47).
453. Serefeddino (l. VI, c. 24) accenna gli Ambasciatori di uno de' più possenti Sovrani dell'Europa, che noi sappiamo essere stato Enrico III, Re di Castiglia. La relazione delle due ambascerie di questo Monarca, non priva di vaghezza, trovasi in Mariana (Hist. Hispan., l. XIX, c. 11, p. 329, 330; Osservazioni sulla Storia di Timur-Bek, pag. 28-33). Sembra ancora esservi stata qualche corrispondenza fra l'Imperatore Mongul e la Corte di Carlo VII Re di Francia (Hist. de France par Velli e Villaret, t. XII, p. 336).
454. V. la traduzione della relazione persiana di questa ambasceria nella quarta parte delle relazioni del Thevenot. Gli Ambasciatori portarono in dono all'Imperatore della Cina un vecchio cavallo che Timur avea cavalcato. Partirono dalla Corte di Herat nel 1419, e vi ritornarono da Pechino nel 1422.
455. V. Arabshà (t. II, c. 96). I colori più splendenti o più miti son tolti da Serefeddino, dal d'Herbelot e dalle Instituzioni.
456. Da trentadue pezzi e sessantaquattro case, egli portò il suo nuovo giuoco a cinquantasei pezzi e centodieci o centotrenta case; ma, eccetto la Corte di Timur, l'antico giuoco degli scacchi parve già composto abbastanza. L'Imperatore Mongul mostravasi piuttosto contento che corrucciato quando perdea con un de' suoi sudditi, e un giuocatore di scacchi può apprezzare tutto il valore di questo elogio.
457. È vero che uomo ortodosso altro non vuol dire, che uomo di retta opinione; ma, i Cristiani cattolici non applicano l'aggettivo greco ortodosso, che ad un Cristiano cattolico, per qualificarlo di retta opinione, o credenza, e per distinguerlo da eretico, che vuol dire il contrario; questi vocaboli ebbero, ed hanno il potere di determinare l'opinione generale senza esame, e ciò è cosa comodissima. (Nota di N. N.)
458. V. Serefeddino (l. V, c. 13-25). Arabshà (t. II, c. 96, p. 801-803) accusa d'empietà l'Imperatore e i Mongulli che preferiscono l'Yacsa, o la legge di Gengis (cui Deus maledicat) allo stesso Corano; nè vuol credere che l'autorità e l'uso di questo codice Pagano sieno stati da Sarok aboliti.
459. Oltre ai passi di questo sanguinoso racconto, il leggitore può ricordarsi la nota 2, pag. 382 del sesto volume di questa Storia, ove ho parlato di Timur, e vi troverà un calcolo di circa trecentomila teste che servirono di monumento alla sua crudeltà. Fuorchè nella tragedia di Rowe del 5 novembre, io non mi sarei mai aspettato udir gli encomj dell'amabile moderazione di Timur (Prefaz. di White, p. 7). Però si può perdonare un impeto di generoso entusiasmo in chi legge, e molto più in chi pubblica le Instituzioni.
460. Vedansi gli ultimi Capitoli di Serefeddino, Arabshà e De Guignes (Hist. des Huns, t. IV, l. XX; Storia di Nadir-Sà di Fraser, p. 1-62). La Storia dei discendenti di Timur vi è superficialmente narrata, e mancano la seconda e terza parte di Serefeddino.
461. Sà-Allum, attuale Mogol, è il decimoquarto discendente di Timur, venuto da Miran-Sà, terzo figlio di questo conquistatore. V. Dow nel secondo volume della Storia dell'Indostano.
462. Il racconto delle guerre civili dalla morte di Baiazetto fino a quella di Mustafà, trovasi in Demetrio Cantemiro (p. 58-82) presso i Turchi; presso i Greci, in Calcocondila (l. IV e V); in Franza (l. I, c. 30-32) e in Duca (c. 18-27). Quest'ultimo Storico si mostra meglio istrutto e racconta maggiori particolarità.
463. V. Arabshà (t. II, c. 26), la cui testimonianza in questo luogo non ammette eccezione. Anche Serefeddino attesta l'esistenza di Isa, del quale i Turchi non fanno parola.
464. Arabshà, loc. cit.; Abulfeda, Geog. Tab. XVII, p. 302, Busbequius, epist. 1, pag. 96, 97, in Itinere C. P. et Amasiano.
465. Duca, Greco contemporaneo, loda le virtù d'Ibraimo (c. 25). I suoi discendenti sono i soli Nobili della Turchia, contenti di amministrare le pie fondazioni dei loro antenati ed esenti da qualsivoglia pubblico uffizio. Il Sultano va a visitarli due volte l'anno (Cantemiro, p. 77).
466. V. Pachimero (l. V, 29), Niceforo Gregoras (l. II, c. 1), Serefeddino (l. V, c. 57) e Duca (c. 25). L'ultimo di questi Scrittori, osservatore esatto ed attento, merita fede soprattutto in quanto all'Ionia e alle sue isole si riferisce. Fra le nazioni che abitavano la novella Focide, nomina gli Inglesi (Ιγγληνοι, Ingleni). Citazione che attesta l'antichità del commercio del Mediterraneo.
467. Sul sistema di navigazione e sulla libertà dell'antica Focide, o piuttosto de' Focei, si consultino il primo libro di Erodoto e l'Indice geografico dell'ultimo e dotto traduttore francese di questo illustre Greco, il sig. Larcher (t. VII, p. 299).
468. Plinio (Hist. natur., XXXV, 52) non comprende la Focide fra i paesi che producono l'allume. Egli nomina primieramente l'Egitto, indi l'isola di Melos, le cui miniere di allume sono state descritte dal Tournefort (t. I, let. IV), uomo del pari commendevole e come viaggiatore, e come naturalista. Dopo avere perduta la Focide, i Genovesi scopersero nel 1459 questo prezioso minerale nell'isola d'Ischia (Ismaël Bouillaud, ad Ducam, c. 25).
469. Fra tutti gli Scrittori che hanno vantata la favolosa generosità di Timur, quegli che ha maggiormente abusato di una tale supposizione, è senza dubbio l'ingegnoso Ser Guglielmo Temple, ammiratore per massima d'ogni virtù posta fuori del suo paese. Dopo avere conquistata la Russia, e passato il Danubio, a udir lui, l'Eroe tartaro libera, visita, ammira e ricusa la Capitale di Costantino. Qual disgrazia che il seducente pennello di questo Scrittore si scosti ad ogni linea dalla storica verità! pur le sue ingegnose finzioni si possono ancora perdonar meglio de' grossolani errori del Principe Cantemiro (V. le sue Opere, vol. III, pag. 349, 350, edizione in 8.).
470. Intorno i regni di Manuele e di Giovanni, di Maometto I e di Amurat II, V. la Storia ottomana di Cantemiro (p. 70-95), e i tre scrittori greci Calcocondila, Franza e Duca, da preferirsi sempre quest'ultimo ai suoi rivali.
471. L'aspro de' Turchi derivato dalla parola greca (ασπρος) è, o era una piastra di metallo bianco, o d'argento, il cui prezzo è assai invilito ai dì nostri; ma che allora valeva almeno la cinquantaquattresima parte di un ducato, o zecchino di Venezia, e i trecentomila aspri, si riguardino come pensione, o come tributo, equivalgono in circa a duemila cinquecento lire sterline (Leunclavius, Pandect. turc. p. 407, 408).
472. Intorno all'assedio di Costantinopoli del 1422, V. la relazione distinta e contemporanea di Giovanni Canano, pubblicata da Leone Allazio in fine della sua ediz. di Acropolita (p. 188, 189).
473. Cantemiro (pag. 80). Canano che indica Seid-Besciar senza dirne il nome, suppone che l'amico di Maometto si prendesse qualche libertà erotica sullo stile del suo maestro, e che al Santo e ai suoi discepoli fossero state promesse le più avvenenti monache di Costantinopoli.
474. Il traviamento del Dervis è l'effetto o d'una immaginazione riscaldata e ingannata dalla propria credulità, o un'impostura artificiosa; ma la Madonna, che noi crediamo aver fatto molti miracoli, poteva fare anche l'indicato, e non v'era bisogno di scherzi. (Nota di N. N.)
475. Per farne credere questa miracolosa apparizione, Canano si riporta alla testimonianza medesima del Santo dei Turchi; ma chi si farà mallevadore a noi per questo Santo?
476. V. Rychauld (l. I, c. 13). I Sultani turchi si danno il titolo di Kan. Non pare per altro che Abulgazi riconosca gli Ottomani per suoi cugini.
477. Il terzo fra i Visiri, Kiuperli, ucciso alla battaglia di Salankanen nel 1691 (Cantemiro, p. 382), osò dire che tutti i successori di Solimano erano stati imbecilli, o tiranni, e venuto il tempo di spegnerne la discendenza (Marsigli, Stato militare, pag. 28). Questo eretico in politica era uno zelante repubblicano, che sostenea la causa della Rivoluzione inglese contro l'Ambasciatore di Francia (Mignot, Hist. des Ottomans, t. III, pag. 434); osava ancora mettere in ridicolo il singolare privilegio che rende le cariche e le dignità ereditarie nelle famiglie.