VI.

Sennonchè, van bene Parini, Alfieri, Monti; van bene i sorrisi, un po' fuggitivi e civettuoli, di Euterpe e d'Erato, e il ghigno di Talia; ma a buon conto il novizio era quasi in sul limitare del quinto lustro, e non ancora poteva dire d'aver infilata la sua via. E quando l'ombra di Carlo Imbonati impreca contro i poetastri contemporanei:

Ma voi, gran tempo ai mal lordati fogli
Sopravvissuti, oscura e disonesta
Canizie attende!

ei si fa animo, e le chiede:

Deh vogli
La via segnarmi, onde toccar la cima
Io possa, o far che, s'io cadrò su l'erta,
Dicasi almen: Su l'orma propria ei giace.

E l'Imbonati—che il poeta giovanotto avea sentito largamente lodare

Di retto acuto senno, d'incolpato
Costume, e d'alte voglie, ugual, sincero,
Non vantator di probità, ma probo;

l'Imbonati, ammiratore fervente di Vittorio Alfieri, e discepolo prima e amico poi di Giuseppe Parini, il quale per lui appunto, si badi, aveva scritto L'educazione—gli traccia un magnifico programma di vita e d'arte. Una vita nuova, che avesse per meta la virtù e fosse per ciò stesso una dura milizia «contra i perversi affratellati e molti»:

Tu, cui non piacque su la via più trita
La folla urtar che dietro al piacer corre
E a l'onor vano e al lucro; e de le sale
Al gracchiar voto e del censito volgo
Al petulante cinguettio, d'amici
Ceto preponi intemerati e pochi,
E la pacata compagnia di quelli
Che, spenti, al mondo anco son pregio e norma:
Segui tua strada; e dal viril proposto
Non ti partir, se sai.

E un'arte nuova, che sia la sincera e schietta espressione di quella nuova vita:

Sentir, riprese, e meditar: di poco
Esser contento: da la meta mai
Non torcer gli occhi, conservar la mano
Pura e la mente: de le umane cose
Tanto sperimentar quanto ti basti
Per non curarle: non ti far mai servo:
Non far tregua coi vili: il santo Vero
Mai non tradir, nè proferir mai verbo
Che plauda al vizio o la virtù derida.

Al Manzoni, dunque, si schiudeva finalmente la vera sua strada! Più tardi, nel 1823, volendo esporre, nella Lettera a Cesare d'Azeglio sul Romanticismo in Italia, il suo parere circa «il principio generale a cui si possano ridurre tutti i sentimenti particolari sul positivo romantico», proclamerà nettamente «che la poesia, o la letteratura in genere, debba proporsi l'utile per iscopo, il vero per soggetto e l'interessante per mezzo». E il poeta—il quale aveva già composti gl'Inni sacri e le due tragedie, e da due anni attendeva al Romanzo—determinerà che la poesia «debba per conseguenza scegliere gli argomenti pei quali la massa dei lettori ha o avrà, a misura che diverrà più colta, una disposizione di curiosità e di affezione, nata da rapporti reali, a preferenza degli argomenti pei quali una classe sola di lettori ha una affezione nata da abitudini scolastiche, e la moltitudine una riverenza non sentita nè ragionata, ma ricevuta ciecamente. E che in ogni argomento debba cercare di scuoprire e di esprimere il vero storico e il vero morale, non solo come fine, ma come più ampia e perpetua sorgente del bello, giacchè, e nell'uno e nell'altro ordine di cose, il falso può bensì dilettare, ma questo diletto, questo interesse è distrutto dalla cognizione del vero; è quindi temporario e accidentale. Il diletto mentale non è prodotto che dall'assentimento ad una idea; l'interesse, dalla speranza di trovare in quella idea, contemplandola, altri punti di assentimento e di riposo. Ora, quando un nuovo e vivo lume ci fa scuoprire in quella idea il falso, e quindi l'impossibilità che la mente vi riposi, vi si compiaccia, vi faccia scoperte, il diletto e l'interesse spariscono. Ma il vero storico e il vero morale generano pure un diletto, e questo diletto è tanto più vivo e tanto più stabile, quanto più la mente che lo gusta è avanzata nella cognizione del vero: questo diletto adunque debbe la poesia e la letteratura proporsi di far nascere».

La nuova scuola, propugnata e seguìta, con iscritture teoriche insigni e con capolavori d'arte quali da un pezzo non s'eran più visti in Italia, dal Manzoni; quella scuola che anche presso di noi si disse Romantica, «emancipando la letteratura dalle tradizioni tecniche, disobbligandola, per così dire, da una morale voluttuosa, superba, feroce, circoscritta al tempo e improvvida anche in questa sfera, antisociale dove è patriottica, ed egoistica quando cessa d'essere ostile», tendeva certamente, e nessuno oserebbe affermare che non conseguisse il suo nobile fine, «a render meno difficile l'introdurre nella letteratura le idee e i sentimenti che dovrebbero informare ogni discorso. E dall'altra parte, proponendo, anche in termini generalissimi, il vero, l'utile, il buono, il ragionevole, concorre se non altro con le parole, che non è poco, allo scopo della religione: non la contradice almeno nei termini. Per quanto una tale azione d'un sistema letterario possa essere indiretta», non «la giudicherà indifferente» chi abbia «osservato quanto influiscano sui sentimenti religiosi i diversi modi di trattare le scienze morali, che tutte alla fine appartengono alla religione, quantunque distinzioni e classificazioni arbitrarie possano separanele in apparenza e in parole»; chi abbia «osservato come senza parere di toccare la religione, senza neppur nominarla, una scienza morale prenda una direzione opposta ad essa, pervenga a risultati che sono inconciliabili logicamente con gl'insegnamenti di essa; e come talvolta poi, avanzando o dirigendosi meglio nelle scoperte, essa stessa convinca d'errore quei risultati, e venga così a ravvicinarsi alla religione senza pur nominarla, direi quasi senza avvedersene». Della letteratura, riconsacrata col sistema romantico, doveva avvenire, ed avvenne, come d'altre scienze morali od economiche. I più recenti cultori di queste ultime, mercè «un più attento e più esteso esame dei fatti, e un ragionato cangiamento di principii», hanno scoperta «la falsità e il fanatismo» di canoni puramente filosofici e di «dottrine opposte al Vangelo»; e «sul celibato, sul lusso, su la prosperità fondata nella ruina altrui, sur altri punti pure importantissimi, hanno stabilite dottrine conformi ai precetti ed allo spirito del Vangelo». «S'io non m'inganno», concludeva il Manzoni, «quanto più quelle scienze divengono ponderate e filosofiche, tanto più esse diventano cristiane; e più ch'io considero, più mi pare che il sistema romantico tenda a produrre e abbia cominciato a produrre, nelle idee letterarie, un cangiamento dello stesso genere».

Il Manzoni s'era dunque messo baldanzosamente per la via segnatagli dall'Imbonati, e, avendo oramai quasi superata l'erta, già già toccava la cima. Sul bel cacume del dilettoso monte—paradiso terrestre della letteratura nuova d'Italia—verdeggiano di sempiterna primavera I promessi sposi.


VII.

Occorre tuttavia spendere qualche altra parola intorno al noviziato poetico del Manzoni, e soprattutto intorno a quel Carme dov'ei tracciò così nettamente il programma della vita e dell'arte sua.

Rifacciamoci un po' dall'alto. Il 12 settembre 1782 era rogata, in Milano, la scritta nuziale tra la Giulia Beccaria, giovanetta sui venti anni (era nata il 1762), e il nobile Pietro Manzoni, di quarantasei anni (era nato a Castello sopra Lecco, il 1736); e il 20 ottobre il matrimonio era benedetto, nell'oratorio di casa Beccaria, in via Brera. Alla non piccola differenza dell'età, s'aggiungeva qualche altra ragione che non lasciava augurar bene di quelle nozze. La Giulia era stata varii anni rinchiusa in collegio; intanto che suo padre, rimasto vedovo nell'aprile del 1774, aveva avuto gran fretta di riammogliarsi. Alla giovanetta, vivace di carattere, non poteva garbare la dipendenza dalla matrigna; e le parve dunque d'acciuffar la fortuna quando, mercè la «lodevole destrezza e mediazione» nientemeno che di Pietro Verri, potè divenire la signora Manzoni.

A giudicarne dai ritratti, non si direbbe bellissima; ma tutti che la conobbero, e lasciaron ricordo di lei in lettere non destinate certo alla pubblicità, attestano che essa conquistava l'altrui ammirazione e simpatia col pronto ingegno, la varia coltura, la conversazione amabilissima, l'eloquenza appassionata. Del resto, non so quale altra donna potrebbe presentare alla posterità un passaporto con connotati che equivalgano a quelli, che essa invano sperò il figliuolo lasciasse incidere sul suo sepolcro: «A Giulia, figlia di Cesare Beccaria, madre di Alessandro Manzoni». È vero; ma qualche nobile donna potrebbe non invidiare, anzi compiangere, chi, pur desiderando di perpetuare la memoria del suo orgoglio filiale e materno, non trovò una sola parola da dedicare a un orgoglio meno fortuito. Essa, a buon conto, non potè vantare d'aver provato pur «le gioie infinite e inesprimibili di un altro sentimento, meglio completo, che investe ed abbraccia tutte le qualità della mente e del cuore, perchè esso è insieme passione, orgoglio, ammirazione»[11].

Don Pietro Manzoni non valeva certo, per ingegno e dottrina, nè il suocero nè il figlio; ma un brav'uomo pare che fosse anche lui. Un letterato non era; ma aveva care le lettere e le arti belle, e apriva volentieri la sua casa ai cultori di esse. Suo fratello, che viveva con lui, era monsignore del Duomo, e un brav'uomo egli pure.

I Manzoni eran meglio che agiati; e la Giulia non portava in dote se non 5000 scudi e mille di corredo: uno zio materno le aveva fatto dono di altri mille scudi. Don Pietro aveva meglio mirato alle doti dello spirito e al nome glorioso. L'amore sarebbe dovuto nascer dopo, dalla convivenza. Sennonchè il fanciullo alato, ma cieco, non ritrovò mai la via di San Damiano e la casa al n.º 20, dove quella coppia rimase ad abitare; e dove, due anni e mezzo dopo le nozze, un bambino, punto cieco anzi «divin raggio di mente», apriva gli occhi alla luce. Non aveva attaccate agli omeri alucce apparenti, ma nel piccolo cranio aveva accartocciate ali ben altrimenti poderose. Don Pietro gl'impose il nome di suo padre, Alessandro; e spessissimo andava a Lecco, per sorvegliarne l'allevamento.

Tra quei che frequentavano la casa Manzoni, fu altresì quel figliuolo del conte Giuseppe Maria Imbonati e di donna Francesca Bicetti, che aveva avuto per precettore il Parini; e che, per aver superato—egli, il nipote del dottor Bicetti a cui il poeta aveva diretta l'ode sull'Innesto del vaiuolo—il terribile morbo, meritò la magnifica ode Torna a fiorir la rosa. Giovan Carlo era nato (il 1753; contava dunque circa nove anni più della Giulia) tra le carezze della fortuna e i sorrisi dell'arte. Erede di due case, gl'Imbonati e i Bicetti, per diversa ragione illustri, Pietro Verri ne aveva da Vienna salutato l'avvento con un'ode anacreontica, ricca di lieti presagi se non di pregi poetici. Dalla madre, poi, rimasta vedova quand'egli si trovava sui quindici anni, era stato mandato in un collegio di Roma. E tornatone, qui a Milano conquistò subito fama di virtuoso e di filosofo, la mente e il cuore aperti alle più sane e liberali idee moderne.

A buon conto, per una giovane signora, ch'era avvezza a sentirsi considerata, e a considerar sè medesima, quale un gentile ed olezzante fiore sbocciato in un'aiuola donde e l'Enciclopedia e i libri del Rousseau, del Voltaire, dell'Helvetius, del Montesquieu, del Genovesi, del Filangieri avevano spazzata la nebbia dei pregiudizii sociali e religiosi; per una donna, ch'era conscia ed orgogliosa del gran nome paterno, risonante glorioso per tutta Europa, e che risentiva fortemente in sè stessa i fremiti di quel burrascoso rinnovamento sociale che s'annunziava all'orizzonte con lampi e bagliori sanguigni: per una tal donna, quel giovane Imbonati, immune dei vizii nobileschi flagellati nel Giorno, la fronte redimita degli allori pariniani, ansioso anch'egli del trionfo delle nuove idee, o come non doveva parer l'uomo ideale, quasi il leggendario cavaliere sognato e vagheggiato nella impaziente fantasia? E per lui, pel cavaliere filosofo, la Giulia Beccaria o come non doveva rassomigliare, negli atti e nelle parole, alla donna sognata?

Tutta al volto, ai costumi, alla favella
Pari alla donna che il rapito amante
Vagheggiare ed amar confuso estima?

Il 23 febbraio 1792, poco più che nove anni dopo ch'era stato giurato, «si ruppe lo comun rincalzo»; e fu pronunziata la sentenza di separazione. Don Pietro pare mettesse tutto il suo miglior volere perchè non avvenissero scandali; e restituì alla Giulia tutta la sua dote, aggiungendovi qualche dono. Tuttavia uno scandalo fu lì lì per iscoppiare, a proposito della dote materna, che la Giulia pretese il padre le consegnasse subito ed intera. (Eran lire 45,000). Il marchese non volle acconsentire; e alla imprudente figliuola riuscì pur troppo facile trovare un Azzecca-garbugli, che s'assunse l'odiosa parte di rappresentar Cesare Beccaria quale un tiranno domestico e un demagogo. Se lo scandalo tribunalesco non dilagò, fu solo perchè un colpo d'apoplessia spezzò il cuore di quel povero padre, a 56 anni, il 28 novembre 1794.

La separazione dei due coniugi fu, non solo da essi, ma da tutti coloro che li avvicinavano, considerata quale un vero e proprio divorzio. Non era quest'antico istituto della Roma repubblicana meglio consentaneo a quelle tali leggi di natura, a cui i contemporanei del Rousseau si mostravan tanto devoti? Va bene, in omaggio alle prescrizioni barbogie della legge scritta, la Giulia aveva scelto per suo nuovo domicilio la casa d'uno zio materno; ma, compiuta questa formalità, chi avrebbe osato di biasimare il suo affetto per l'Imbonati? Forse che l'Alfieri e la contessa d'Albany avean cessato d'accentrare in loro la stima, anzi la venerazione, di tutti i nobili spiriti d'Italia, per la mancanza del visto delle autorità civili od ecclesiastiche alla loro libera unione? «Mia cara Giulia», scriveva alla cognata morganatica una delle sette sorelle Imbonati, «non v'è altro bene nel mondo che due anime che s'incontrino; e le vostre son tali. Prosiegui, mia cara, a render felice chi ti fa felice, e ricevi i miei cordiali ringraziamenti per l'assistenza e le affettuose premure che tieni per il mio caro Imbonati, del quale sento con tanta pena che alle volte soffre nella sua preziosa salute».

Anche don Pietro non dava poi in ismanie. Da quelle nozze si direbbe ch'egli avesse avuto quanto meglio desiderava; e in verità il frutto non poteva esserne nè più prezioso, nè più appetitoso. Con quella collaboratrice valente che glielo aveva procurato, egli si mostrò sempre largo e generoso. In casa, non è presumibile che egli o i parenti o gli amici ne sparlassero, e neanche che esprimessero sentimenti di rancore per l'Imbonati. Molti di quegli amici frequentavano anche la signora Giulia. E ad ogni modo, non sembra che al giovanetto Alessandro giungesse mai l'eco di rancori domestici; chè, vivendo nella casa paterna, egli serbò sempre immutata la sua devozione affettuosa verso la madre, e la stima altissima per l'antico alunno del Parini. Pur quand'era in collegio, e vi riceveva le visite alterne della madre e del padre, nulla par trapelasse dai loro discorsi dell'irreparabile dissidio. Al Monti, che nel settembre 1803 gli scriveva a Lecco: «Presentate al vostro signor padre i miei ringraziamenti e rispetti»; al Monti, di cui egli scriveva in una lettera da Venezia del 24 marzo 1804: «Se Monti vuoi mandarmi il Persio, lo faccia avere, col nome di Dio, a mio padre a Milano»; non si peritava di scriver da Parigi, il 31 agosto 1805: «Io ho sentito veramente il bisogno di scriverti, di comunicare a te la mia felicità, a te che me l'avevi predetta; di dirti che l'ho trovata fra le braccia d'una madre; di dirlo a te, che tanto mi hai parlato di lei, che tanto la conosci. Io non cerco, o Monti, di asciugar le sue lacrime; ne verso con lei; io divido il suo dolore profondo, ma sacro e tranquillo».

E questo dolore, s'intende, era per la morte dell'Imbonati! Del quale il Manzoni medesimo ripiglia a dire, in fin della lettera: «Io non vivo che per la mia Giulia, e per adorare ed imitare quell'uomo che solevi dirmi essere la virtù stessa». E la sua Giulia, ch'era poi la madre, aggiunge due righe al «caro Monti». «Oh voi che lo amate», scrive, «voi che veramente lo conoscete, giacchè poteste proporgli per modello l'adorato mio Carlo, voi misurate l'amore immenso che gli porto, da quell'immenso ancora dolore, sacro, insanabile, che sento e provo per Lui». E continua parlando infocatamente di lui, cioè dell'Imbonati; il quale, a buon conto, aveva in terra usurpato il loco di don Pietro Manzoni, che non vacava «nella presenza del figliuol di Dio», e nemmeno avrebbe dovuto parer vacante al figliuolo di don Pietro stesso e di lei! «Ah! voi non mi direte già di distrarmi nè di consolarmi», soggiungeva donna Giulia nel poscritto al Monti: «voi non potete immaginare che si ardisca tentare di mettere una lacuna nell'eternità, già incominciata per me perchè fissata sopra di Lui».


VIII.

Nel Carme v'è un accenno oscuro a malignazioni e a calunnie[12]. Il Manzoni le disdegnò in Milano, e disdegna ora, a Parigi, d'intrattenerne l'ombra dell'Imbonati.

Nè l'orecchio tuo santo io vo' del nome
Macchiar de' vili, che oziosi sempre,
Fuor che in mal far, contra il mio nome armaro
L'operosa calunnia. A le lor grida
Silenzio opposi, e a l'odio lor disprezzo.
Qual merti l'ira mia fra lor non veggio;
Ond'io lieve men vado a mia salita,
Non li curando.

Chi sa? ma furon forse appunto le «grida» dei maligni, che infastidirono, a lungo andare, anche la Giulia e l'amico suo, e l'indussero a lasciar Milano. Giancarlo, già, pare, infermiccio, dispose, l'ottobre del 1795, di tutta la sua sostanza: ad eccezione di qualche speciale legato, nominava sua erede la Giulia; «e questa mia libera e irrevocabile disposizione», dichiarava per man di notaio, «è per un attestato, che desidero sia reso pubblico e solenne, di que' senti menti puri e giusti, che debbo e sento per detta mia erede, per la costante e virtuosa amicizia a me professata, dalla quale riporto non solo una compiuta sodisfazione degli anni con lei passati, ma un'intima persuasione di dovere alla di lei virtù e vero disinteressato attaccamento quella tranquillità d'animo e felicità, che m'accompagnerà fino al sepolcro». E si misero in cammino. Viaggiarono un po' qua e un po' là per l'Europa; visitarono anch'essi—era un dovere di moda, per gli spiriti ansiosi del rinnovamento politico: si pensi al Montesquieu e all'Alfieri, al Voltaire e al Foscolo, alla Staël e al Baretti!—l'Inghilterra; e finalmente si stabilirono a Parigi. Qui il nome di Beccaria era la più valida delle commendatizie; e i due amici furono accolti e festeggiati nei ritrovi più intellettuali, in casa Condorcet, soprattutto, e alla villa della Maisonnette a Meulan. L'idillio non fu spezzato che dalla morte di Giancarlo, che avvenne il 15 marzo 1805.

In quei giorni appunto si concertava di chiamare a Parigi anche Alessandro, oramai sui venti anni. Dall'ombra dell'Imbonati il poeta si fa dire:

E sai se, quando
Il mio cor ne le membra ancor battea,
Di te fu pieno, e quanta parte avesti
De gli estremi suoi moti....

Ed egli di rimando:


Allor ch'io l'amorose e vere
Note leggea, che a me dettasti prime,
E novissime furo; e la dolcezza
De l'esser teco presentia, chi detto
M'avria che tolto m'eri! E quando in caldo
Scritto gli affetti del mio cor t'apersi,
Che non saria da gli occhi tuoi veduto,
Chiusi per sempre! Or quanto, e come acerbo
Di te nutrissi desiderio, il pensa.

A compiere quel viaggio ora fu sollecitato dalla madre desolata. Egli corse, e da quella cara e inconsolabile donna udì narrare «sospirando, Come si fa di cosa amata e tolta», di quale «virtù fu tempio il casto petto» dell'amico rimpianto. Il poeta si ricordò in buon punto di Vittorio Alfieri; chè ora egli era tutto Alfieri. All'amico Pagani, ch'era invece tutto Monti, scriveva di questi tempi (18 aprile 1806): «Tu mi parli di Alfieri, la cui Vita è una prova del suo pazzo orgoglioso furore per l'indipendenza, secondo il tuo modo di pensare; e secondo il mio, un modello di pura, incontaminata, vera virtù di un uomo che sente la sua dignità, e che non fa un passo di cui debba arrossire». E poichè l'Alfieri aveva consacrato all'immacolata memoria dell'amico Francesco Gori, «ignoto ai contemporanei suoi, perchè degni non erano di conoscerlo forse», quel magnanimo Dialogo che intitolò appunto La virtù sconosciuta; su quelle orme, egli, il Manzoni, ricalcò un nobilissimo epicedio, per celebrare la virtù dell'Imbonati, anche essa non affidata ad altre opere o di mano o d'ingegno.

Aveva disperato—troppo presto, in verità—di vedere in terra «un raggio di virtù» (è la parola di moda, tra quegli scrittori neo-classici e neo-repubblicani; ma il Manzoni aveva pur nell'orecchio il petrarchesco: «Però che altrove un raggio Non veggio di virtù, che al mondo è spenta»); ed ecco la madre piangente gliene additava un faro; ma ohimè allora allora spento! Ebbene, sarà mai possibile

che di tal merto pera
Ogni memoria? E di cotanto esemplo
Nullo conforto il giusto tragga, e nulla
Vergogna il tristo?

La mossa è tutta alfieriana. Quando, «al fosco e muto ardere della notturna lampada», all'Alfieri dormente appare, in «un raggiante infuocato chiarore» e diffondendo intorno un «soavissimo odore», l'ombra «del già dolce suo amico del cuore e dell'animo», egli, rifatto un po' dallo spavento, ripiglia:

«Assai cose mi rimaneano a dirti e ad udire da te, quando (ahi lasso me!) per poche settimane lasciarti credendomi, senza saperlo, io l'ultimo abbraccio ti dava. Desolato io ed orbo mi sono da quel giorno funesto; nè altra scorta al ben vivere ed alle poche e deboli opere del mio ingegno mi rimase, se non la calda memoria di tue possenti parole, e di quella tua tanta virtù, di cui nobile ed eccelsa prova al mondo lasciare ti avevan tolto i nostri barbari tempi, l'umil tua patria, un certo tuo stesso forse ben giusto disdegno, ed infine l'acerba inaspettata tua morte».

Il Manzoni procede più immaginoso e colorito: oltre al Dialogo alfieriano, egli ha presente l'episodio dantesco di Brunetto Latini (e ora si studia d'imitar Dante, con devota e tranquilla ammirazione, senza risentire quelle bizzarre insofferenze che lo tormentaron poi), e altresì l'apparizione dell'ombra di Ugone a Goffredo, in quella Gerusalemme liberata (XIV, 1 ss.) che dopo si spassò molto a canzonare (non cessando però dall'appassionarsi pel Grossi e pei suoi Lombardi e le sue novelle in versi!)[13]. E poi, l'arte e la poetica montiana non eran davvero passate senza lasciar traccia sull'arte e sulla sua educazione letteraria. Il Manzoni ha già, od ha ancora, il gusto dei paragoni minuziosi, larghi, quasi d'intere scenette: quali sono in Omero e in Dante, nel Milton e nel Parini; e quali saranno negl'Inni sacri (a ognuno cadrà in mente il masso dal vertice del Natale) e nelle tragedie (basterà ripensare alla rugiada che pugna col sole nel coro d'Ermengarda). Laddove l'Alfieri, nelle tragedie in ispecie, abborre da ogni maniera di paragoni; e questa dura astinenza non contribuisce poco alla durezza e alla magrezza, che tanto i contemporanei del Cesarotti e del Monti gli rimproveravano[14].

Così l'alfieriano Gori come il manzoniano Imbonati si mostran nauseati di quel mondo, in mezzo a cui avevano dovuto vivere; e se pur lo lasciarono con un senso di rammarico, ciò avvenne in grazia di un'unica persona, cara al loro cuore. Più elegiaco e più, direi quasi, umanitario, si mostra l'Imbonati; più tragico e più schiettamente italiano, il Gori. La morte, questi dice, «a me dolse soltanto perchè, senza neppur più vederti negli ultimi miei momenti, io lasciava te immerso fra le tempeste di mille umane passioni»; tuttavia, essa «al mio cuore e pensamento giovava, poichè da tanti sì piccioli e nauseosi aspetti per sempre toglieami». Che vita è la nostra? «Privato ed oscuro cittadino nacqui io di picciola e non libera cittade; e nei più morti tempi della nostra Italia vissuto, nulla vi ho fatto nè tentato di grande: ignoto agli altri, ignoto quasi a me stesso, per morire io nacqui, e non vissi; e nella immensissima folla dei nati-morti non mai vissuti, già già mi ha riposto l'oblio». Si capisce: il Gori è un Alfieri mancato; e non era possibile all'Alfieri ritrarre un personaggio a cui egli non prestasse parte dell'anima sua, o in cui non riproducesse un lato almeno del suo carattere.

Ma per il Manzoni le cose andavan diversamente. Non già che nel poeta del Trionfo della Libertà fosse ora affievolito il sentimento patriottico, anzi il feroce sentimento alfieriano dell'italianità; ma in lui prevaleva, fin d'allora, nella rappresentazione poetica, il rispetto geloso del vero storico. E l'Imbonati gli era sì stato descritto come esemplare d'ogni virtù privata, ma nessuna gran prova, se Dio vuole, aveva egli dato delle sue virtù pubbliche e del suo patriottismo. Era pariniano; e il Parini desiderava con tutta l'anima che i suoi concittadini divenissero sempre più «saggi e buoni», ma, quanto alla forma del governo, non mostrò mai spiccate preferenze. Che l'amministrazione fosse onesta e illuminata, questo a lui sembrava dovesse bastare; nulla curando che le riforme invocate fossero attuate da una tirannia assoluta o da una temperata, da un despota straniero o da uno paesano. Anzi, per lui il Paese finiva al Ticino e al Po; e Roma e Napoli erano un tantino più lontane di Parigi, e Torino e Firenze un po' meno vicine di Vienna!

Quanto a sè, il poeta della Libertà, dell'Adelchi, del Marzo 1821 era e rimase sempre, circa il sentimento e il desiderio dell'unità e indipendenza nazionale, con l'Alfieri: anche quando il suo sentimento umanitario e religioso lo consigliò a divorziare da codesto magnanimo, a proposito dell'odio misogallico ch'ei voleva tener vivo negl'Italiani. In alcuni frammenti, pubblicati postumi, della Morale cattolica, il Manzoni si diede a confutare «con tanto maggior forza quanto maggiore è la riputazione del suo autore», quella «proposizione perversa e assurda» del Misogallo, che proclamava soggetto d'invidia «la barbarie degli antichi» e incalcava «l'odio sistematico contro ventotto milioni d'uomini»: un vero «delirio» codesto, «che non può divenir generale nè durare in un paese dove è stato annunziato il Vangelo». Sennonchè ivi stesso, a proposito del solenne biasimo che il nobilissimo conte infligge alle città italiane che «stoltamente adastiandosi, fanno coi loro piccioli, inutili ed impolitici sforzi, ridere e trionfare gli elefanteschi lor comuni oppressori», il Manzoni s'affrettava a dichiarare: «Tolga il Cielo ch'io cerchi d'indebolire la disapprovazione contro questi miserabili odi municipali!» Gli è che il poeta del Marzo 1821 si sentiva più cattolico che non il paganizzante Alfieri, e dantescamente «cittadino del mondo» oltre che italiano. «Ma bisogna estendere il principio», perciò soggiungeva, «bisogna sentire e ripetere che la somiglianza che ci dà l'essere d'uomo, è ben più forte che la diversità di nazione». E ad ogni modo, il suo sentimento unitario era così vivo ed alfieriano, anche allora, da suggerirgli questa caratteristica osservazione, a proposito della pecoresca concordia e costanza di alcuni stranieri a tacciarci di vizi che non abbiamo: «Forse il vederci riuniti nella condanna ci farà sentire sempre più che siamo fratelli: siamo tutti posti in società di difetti, ebbene è sempre una società; col dare a tutti gl'Italiani lo stesso carattere, per vizioso che egli sia, ci ricordano che abbiamo una patria»[15].


IX.

Il Carme del giovane Alessandro volle essere la consacrazione coraggiosa e la balda apoteosi di quell'episodio domestico, caratteristico d'un tempo in cui le sentimentalità ribelli di Giangiacomo Rousseau eran reputate sicure dottrine d'una nuova morale, e l'unione dell'Alfieri con la D'Albany un memorabile esempio di sfranchimento da vieti pregiudizii. Quel Carme, lo spensierato ammiratore della Vita e delle Rime del fiero Allobrogo volle gettarlo come un guanto di sfida sul viso di quanti osavano sparlare, o sorridere a mezza bocca, della virtù della «pudica sposa» di don Pietro Manzoni così «cara» all'Imbonati. Ma che! Questi era un uomo singolarissimo:

Di retto acuto senno, d'incolpato
Costume, e d'alte voglie, ugual, sincero,
Non vantator di probità, ma probo;

un uomo, che ben mostrava d'aver fatto tesoro degli ammaestramenti del Parini camuffato da «Centauro ingegnoso», dacchè «quel più dolce senso» onde s'era piegato ad amare, lo aveva reso «fido amante e indomabile amico».

Il poeta, da vero enfant terrible, non sospetta nemmeno d'arrecar offesa all'altro suo parente, che viveva ancora a Milano, rassicurando quell'intruso, allora morto, dell'imperituro amore di sua madre per lui!

Certo so ben che il duol t'aggiunge e il pianto
Di lei che amasti ed ami ancor, che tutto,
Te perdendo, ha perduto.

Il volterriano ridiventa spiritualista per consolare quelle due anime sconsolate! Se non altro il Petrarca sodisfaceva la sua interminabile vanità, quando immaginava che l'anima di Laura, dimentica di tutti i suoi affetti di sposa e di madre fecondissima, gli dicesse in visione:

Te solo aspetto, e quel che tanto amasti
E laggiuso è rimaso, il mio bel velo.

Ma dell'incomodo signor De Sade—il «geloso» della poesia provenzalesca—e della numerosa e perturbatrice sua prole, era naturale, soprattutto naturale, che all'intraprendente canonico importasse poco. Nel caso del Manzoni invece, qualcuno avrebbe potuto pretendere dal pudico ed onesto figliuolo un più guardingo riserbo; almeno, un rispettoso silenzio[16].

Il fatto è che perfin l'Imbonati «mestamente sorride» all'ingenua assicurazione dell'entusiasta Alessandro, e prende coraggio per dichiarargli:

Se non fosse
Ch'io t'amo tanto, io pregherei che ratto
Quell'anima gentil fuor de le membra
Prendesse il vol, per chiuder l'ali in grembo
Di Quei ch'eterna ciò che a Lui somiglia;
Chè fin ch'io non la veggo, e ch'io son certo
Di mai più non lasciarla, esser felice
Pienamente non posso.

Si direbbero parole d'un Paolo Malatesta, spedito al mondo di là un po' prima dell'altrui Francesca!

Comunque, il Manzoni-Beccaria pare leggesse quel suo Carme prima agl'illustri frequentatori della Maisonnette, che se ne saranno felicitati con la signora Giulia; e poi, nel gennaio del 1806, lo diede a stampare, in Parigi stessa, al Didot. Ne furon tirati soltanto cento esemplari; e uno di essi, in pergamena, fu dal figliuolo offerto alla madre, e da questa poi donato, quasi reliquia domestica, ai nipoti. L'esiguo numero delle copie, scrisse un giornale del tempo, fu «appena sufficiente a destare la pubblica curiosità»; onde il Manzoni, e più forse la madre, procurarono che il Carme venisse ristampato in Milano, nel «fatale giorno anniversario della morte del virtuoso Imbonati». All'amico Pagani, cui commetteva quell'ufficio, Alessandro soggiungeva il 12 marzo: «Mia madre dice che un tuo sospiro per lui sarà a lui un omaggio, una consolazione a lei, e che in quel momento le nostre anime saranno unite». E ancora: «Facendo l'edizione di cui ti ho parlato», scriveva, «vorrei che tu aggiungessi al mio nome un titolo di cui mi glorio, e che mettessi sul frontispizio: Alessandro Manzoni Beccaria». Così, «degnato del secondo nome», gli enfatici amici parigini preferivan chiamarlo; e il Le Brun—quel Ponzio Dionigi Le Brun, del quale il Manzoni ha scritto un elogio, che il simile forse mai non scrisse di altri[17]—, donandogli un suo componimento stampato, vi aveva voluto assolutamente scriver sopra: À M.r Beccaria. C'est un nom trop honorable pour ne pas saisir l'occasion de le porter. Je veux que le nom de Le Brun choque avec celui de Beccaria.

Sennonchè il Pagani o non volle o non era più in tempo per contentarlo; e l'opuscolo portò in fronte: In morte di Carlo Imbonati, versi di Alessandro Manzoni a Giulia Beccaria sua madre. E fu bene; e anzi non s'intende come, volendo mantenere la dedica alla madre, ch'è richiesta dal Carme stesso, se ne potesse già spender prima il cognome. Ma fu male che l'amico zelante aggiungesse di suo capo, nella ristampa milanese, una rumorosa dedica a Vincenzo Monti. Gli diceva:

«Al principe de' poeti moderni è certamente convenevole il sacrare un lavoro poetico di giovane ingegno, che già manda gran luce e riempie gli animi bramosi de' letterati di una ferma speranza che nella nostra Italia non verrà interrotta la solita successione dei buoni cultori delle muse. Nè posso credere che questi versi sieno per riuscirvi discari, sendochè Voi stesso, per amor delle lettere, stimolaste più volte l'autore a deporre quella incomoda timidezza che il tratteneva dal pubblicare alcune delle sue molto belle rime, studiandovi con magnifiche e vere lodi renderlo più giusto conoscitore di sè medesimo. Io li presento al pubblico con nuova edizione, giacchè le poche copie della prima fatta in Parigi non hanno bastato alle molte inchieste di coloro, che il plauso universale facea vogliosi di possederli. Questi voti e questi encomi pare che vestano d'un novello lume di verità il vostro vaticinio; che il Manzoni, il volendo, terrà uno de' più eminenti seggi del Parnaso italiano».

È facile intendere quanto dovesse parere inopportuno, intempestivo, goffo, al Manzoni codesto panegirico amichevole; tanto più che allora, stordito dalle immagini e dalle frasi solenni del Le Brun, egli non era in un momento di vivido entusiasmo pel poeta ferrarese. E meno male se il Pagani si fosse fermato lì! Ma egli continuava imperterrito, parlando ora anche in nome del poeta, quasi questi fosse complice di tutto quel po' po' di chiasso fatto intorno alle sue facoltà poetiche:

«Accettate con animo cortese quest'omaggio che l'editore ed il poeta vi offeriscono con fiducia, e continuate loro la vostra benevolenza».

Il Manzoni ne rimase atterrito; e non solamente lui. Al Pagani scrive da Parigi il 18 aprile:

«Più mi sforzo a rileggere quella dedica, e più cresce la nostra meraviglia. E non soltanto noi due, ma tutti quelli che la vedono ne sono stranamente sorpresi. Io avevo parlato ad un Italiano di questa dedica: egli ne domandò conto ultimamente ad uno che l'ha avuta sotto gli occhi. Quando intese che la dedica era pure in nome del poeta, non lo voleva credere assolutamente. È impossibile! questa è la prima parola di tutti quelli a cui ne parlo. E a voi pare una singolarità la nostra!»

Sembra che il maldestro Pagani, per iscusarsi, tirasse fuori—come Monaldo Leopardi, quando voleva indurre il figliuolo a chiamarsi recanatese nella stampa delle sue opere!—l'esempio dell'Alfieri; che il Manzoni ribatte: «Ebbene, Alfieri dedicò; ma a chi e perchè dedicò? Dedicò a sua madre, al suo amico del cuore» (il Gori-Gandellini della Virtù sconosciuta!), «a Washington, al popolo italiano futuro, ecc. ecc.». E scrisse un articoletto di protesta, che mandò al Pagani, scrivendogli: «Spero che la ragione, l'amicizia e la delicatezza ti persuaderà di pubblicarlo; ad ogni modo è in te il farne quello che ti pare». Che ne doveva parere al disgraziato amico? Quel che sappiamo di sicuro è che, il 30 maggio, Alessandro gli risponde rasserenato e carezzoso:

«Parco di fogli sgorbiator ben fia Che tu mi chiami; ma non posso credere che nasca in te dubbio intorno alla mia vera, calda, eterna amicizia per te. Del comune dispiacere non se ne parli più. Veggo che il rimedio sarebbe peggiore per te di quello che il male sia stato per me. Piacerai che tu conosca che non a torto io ebbi disgusto del fatto. Nè già mi piace per amore della mia opinione, o per vana pretensione non compatibile coll'amicizia, ma perchè questo mi conferma la rettitudine della tua mente. Vivi dunque sicuro che in nessuna occasione non ne farò mai parola in stampa.... Non so se mia madre, la mia amica, aggiungerà due righe a questa lettera. In ogni caso, ella t'ama in me e con me: ti ama dunque assai. Speriamo non lontano il momento, nel quale io ti riabbraccerò, ella abbraccerà l'amico del suo Alessandro, e per conseguenza il suo».


X.

Donna Giulia aggiunse, se non proprio le «due righe», «una riga», che è questa:

«Caro Pagani, accettate una riga anche da me. Vorrei potervi persuadere che non posso nè stimare nè apprezzare persona più di voi. Non iscrivo leggermente, nè per modo di dire: accettate dunque questi miei sentimenti.

La nostra prolungata lontananza dall'Italia cambia molte circostanze; ma io amerò sempre il primo e vero amico del mio Alessandro, e mi dispongo a consacrare la mia vita a quella che sarà la compagna del mio Alessandro e la madre de' suoi figli.

Addio, ottimo giovane e buon amico: vi scriveremo dalla Svizzera. Se mai andate a Milano quando Zinamini sarà di ritorno, vogliate visitare quella tomba sacra: un vostro puro vale sarà aggradito da Lui, sarà accetto dal mio povero cuore. Non crediate ch'io faccia ad altri questa preghiera».

Era dunque deciso, e autorevolmente, che Alessandro dovesse vincere l'antica sua ripugnanza al matrimonio: antica e, a sentir lui, forte ripugnanza; «aversion», scriveva con nuova ingenuità al Fauriel il 19 marzo 1807, «que le spectacle affreux de la corruption de mon pays avait fait naître, et que la part que je prenais un peu (et voilà ma honte) à cette corruption n'avait fait qu'augmenter». Ripensarono per un momento alla fanciulla da lui conosciuta nel 1801; ma, ohimè!, trovarono ch'era oramai maritata! Il Manzoni stesso così narra il comico episodio, nella lettera or ricordata, del 19 marzo 1807, da Genova, al Fauriel:

«Je vous ai peut-être déjà conté que j'eus dans mon adolescence une très-forte et très-pure passion pour une jeune fille, habitu et vultu adeo modesto, adeo venusto ut nihil supra; passion qui a peut-être épuisé les forces de mon âme pour de semblables émotions. Eh bien! elle est a Gênes, et je l'ai vue. Ma mère, qui avait fondé l'espérance de toute sa vie sur notre union et qui ne la connaissait pas personnellement, l'a vue, et en a été très agitée, car elle est mariée! Ce qui me donne un peu de torture, c'est la pensée que c'est un peu de ma faute que je l'ai perdue, et qu'elle croyait que c'était tout-à-fait ma faute..... Ses parents avaient très-mal agi avec moi, jusqu'à me torcer a m'éloigner de la maison pour conserver ma dignité, et elle a cru que je cessais de la voir par indifférence; mais ma faute a été de ne pas me rapprocher d'elle quand je le pouvais honorablement; mais alors il ne me restali pour elle qu'une profonde vénération que j'aurai toujours».


Alessandro Manzoni al tempo delle nozze.
Miniatura eseguita a Parigi nel 1808.

Il Fauriel, preoccupato delle possibili conseguenze del brutto caso, si diede a consolare il giovane amico, se non altro per quel peu de torture che non aveva saputo nascondere; ma Alessandro lo rassicura, nella lettera dell'8 aprile:

«Au fond, je me trouve bon enfant; et je suis sûr de n'avoir jamais eu un sentiment méprisable. Il faut donc que je vous dise que toutes les belles consolations que vous me donnez à propos de ma passion sont perdues, car je ne me sens pas une forte douleur d'être éloigné de l'angélique Luigina. J'ai repris à son égard les sentiments de vénération, de dévotion, ai je puis m'exprimer comme ça; et ce sentiment est plutôt doux que cuisant. Je ne sais pas même s'il serait plus honorable de souffrir, mais je trouverais indigne de vous en imposer».

Rimesso così il cuore in pace, nell'autunno era più che pronto e disposto ad ospitarvi quella quale che fosse degna compagna, che la madre gli desiderava e ricercava. Nell'ottobre riscrive al Fauriel:

«J'ai une confidence à vous faire: j'ai vu cette jeune personne dont je vous ai parlé, a Milan: je l'ai trouvée très gentille: ma mère qui a parlé avec elle aussi, et plus que moi, la trouve d'un coeur excellent; elle ne songe qu'à son ménage et au bonheur de ses parents qui l'adorent; enfin les sentiments de famille l'occupent toute entière (et je vous dis a l'oreille que c'est peut-être la seule ici). Il y a pour moi un autre avantage qui en est réellement un dans ce pays, au moins pour moi, c'est qu'elle n'est pas noble: et vous savez par coeur le poëme de Parini. Elle est de plus protestante. Enfin, c'est un trésor. Et il me parait enfin que bientôt nous serons trois à vous désirer. Jusqu'à présent la chose n'est pas du tout décidée, et elle-même n'en sait rien. Je crois que je serais en devoir de le faire savoir quand ce sera fait à cet homme estimable dont j'espérais avoir l'alliance[18]. Ainsi faites-moi le plaisir de me donner votre avis là-dessus. Jusqu'à présent c'est très secret.... Ma mère m'interrompt en me disant de vous écrire que la petite dont je vous parlais, parle toujours le français, qu'elle a 16 ans, et qu'elle est simple et sans prétentions. Vous voilà au fait de tout».

La fanciulla gentile che aveva con la sua bontà e la sua modestia saputo attrarre su di sè gli occhi amorevoli di donna Giulia, e per essi quelli di Alessandro, era figliuola del banchiere ginevrino Blondel, nata a Casirate l'11 luglio del 1791. Si chiamava Enrichetta Luigia. E suo padre nel 1804 aveva comperato la casa degli Imbonati in via Marino, sulla cui area nel 1876 poi sorse il teatro che ha il nome del Manzoni. Le nozze avvennero, tra l'assordante ronzío di pettegolezzi vecchi e nuovi, in Milano, il 6 febbraio 1808, benedette dal pastore evangelico G. Gaspare Orelli.


Enrichetta Blondel al tempo delle nozze.
Miniatura eseguita a Parigi nel 1808.

Pochi giorni prima, il 27 gennaio, così Alessandro informava il Fauriel di quanto era per accadere:

«Je vous dirai donc que mon épouse a seize ans, un caractère très doux, un sens très droit, un très grand attachement a ses parents, et qu'elle me paraît avoir un peu de bonté.—Pour ma mère elle a une tendresse si vive et mêlée de respect, qu'elle tient vraiment du sentiment filial; aussi ne l'appelle-t-elle jamais qu'avec le nom de maman.—Vous trouverez sans doute que je suis allé un peu vite, mais après l'avoir vraiment connue, j'ai cru tous le retards inutiles; sa famille est des plus respectables pour l'amitié qui y règne et pour la modestie, la bonté, et tous les bons sentiments.—Enfin je ne doute pas de faire mon bonheur et celui de ma mère, sans lequel il n'y en peut avoir pour moi...... Les prêtres ne veulent pas bénir mon mariage à cause de la différence de religion, et cela donnera encore matière à tant de propos, que nous supporterons jusqu'à ce qu'ils aient commencé a nous ennuyer. Enfin ne vous étonnez pas si nous retournons a Paris avec vous».

E a Parigi difatto tornarono, e vi si stabilirono. Ma colà, il 15 febbraio del 1810, nella cappella privata del conte Marescalchi, ministro degli Affari Esteri del Regno d'Italia, l'abate Costaz, parroco della Maddalena, riconsacrò col rito cattolico l'unione del futuro cantore degl'Inni sacri con la mite Enrichetta, di protestante divenuta cattolica fervente. Il Manzoni—non più brancolante, nella vita, tra l'epicureismo giacobino e volterriano e il paganesimo alfieriano e montiano, e, nell'arte, tra il «furor santo» d'Euterpe e «l'amaro ghigno» di Talia—ritrovava finalmente sè stesso. Oh non l'appassionata e ribelle Giulia Beccaria, pagana ed epicurea, poteva essere la Musa domestica di colui che avrebbe delineate le tenere e leggiadre figure di Ermengarda, d'Antonietta Visconti, di Matilde, di Gertrude, di Lucia! Quella Musa fu invece la donna soave, «la quale insieme con le affezioni coniugali e con la sapienza materna potè serbare un animo verginale». Dolce e pudica creatura, di cui a noi pare di sorprender quasi il suon della voce, quando ascoltiamo le tenerissime parole d'Ermengarda morente:

....Tu eri mio: secura
Nel mio gaudio io tacea; nè tutta mai
Questo labbro pudico osato avrìa
Dirti l'ebbrezza del mio cor segreto.
. . . . . . . . . . . . . . . .
Lascia ch'io ti rimiri, e ch'io mi segga
Qui presso a te: son così stanca! Io voglio
Star presso a te; voglio occultar nel tuo
Grembo la faccia.....

Caro idillio domestico: da cui nasceranno nove fiorenti figliuoli; e gl'Inni, la Morale cattolica, le due tragedie e il Romanzo immortale.

Milano, nel giugno del 1904.