Opere di Alessandro Manzoni
edite da ULRICO HOEPLI
Volumi pubblicati:
| I Promessi Sposi, illustrati con 40 tavole tratte da disegni originali di Gaetano Previati, e preceduti da uno Studio su Gli anni di noviziato poetico del Manzoni di Michele Scherillo | L. 5,— |
| Brani inediti dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, per cura di Giovanni Sforza. | L. 5,— |
Volumi in preparazione:
Poemetti, Odi, Tragedie (Il Trionfo della Libertà, il Carme in morte dell'Imbonati, l'Urania, il Cinque Maggio, il Proclama di Rimini, il Marzo 1821; Il Conte di Carmagnola, l'Adelchi, con le relative Notizie storiche e i Discorsi critici, editi o inediti; frammenti ecc.), con introduzione storica e critica di Michele Scherillo.
Gl'Inni sacri e la Morale cattolica (la parte edita e l'inedita, e le varie appendici), con introduzione storica e critica di Michele Scherillo.
Carteggio Manzoniano edito e inedito—Lettere di Lui e a Lui, per cura di Giovanni Sforza. (In 3 volumi).
Varietà Manzoniane inedite, per cura di Giovanni Sforza.
Dirigere Commissioni e Vaglia all'Editore Ulrico Hoepli—Milano.
NOTE:
[1] Cristoforo Fabris, Memorie Manzoniane; Milano, Cogliati, 1901; p. 95.
[2] Fabris, op. cit., 94-5.
[3] Fabris, op. cit., 85-86.
[4] Fabris, op. cit., 83-84.
[5] Mi pare opera vana l'arrabattarsi che altri fa per dare a quell'epigramma un'interpretazione meno ripugnante. Notò con l'usata ponderazione Cesare Balbo, non certo sospetto di poca stima pel grande lombardo: «Il Monti fu più ingegno che animo dantesco; e le mutazioni di lui furono più d'arrendevolezza che d'ira. Quindi l'imitazione più esterna: nella forma sola e nelle immagini».
[6] Cfr. Mascheroniana, c. II:
Vôta il popol per fame avea la vena;
E il viver suo vedea fuso e distrutto
Da' suoi pieni tiranni in una cena.
Squallido, macro il buon soldato, e brutto
Di polve, di sudor, di cicatrici,
Chiedea plorando del suo sangue il frutto;
Ma l'inghiottono l'arche voratrici
Di onnipossenti duci, e gl'ingordi alvi
Di questori, prefetti e meretrici.
[7] Cfr. Bonghi, Opere inedite o rare di A. M., I, 101.
[8] Fabris, op. cit., 89-93.
[9] Fabris, op. cit., 90.
[10] Qui è un'allusione al sonetto pariniano Rapì de' versi miei..... (nella mia edizione delle Poesie; Milano, Hoepli, 1900, p. 97); dove da Amore si fa dire a Citerea:
. . . . .O madre, a te sia il dono accetto,
Ben che non molta in questi carmi ho fede,
Se non mentisce del cantor l'aspetto
E l'usurpata chioma e il debil piede.
[11] Son parole d'una donna gentile.
[12] Notevole quest'altro accenno, in una lettera al Pagani, da Parigi, 14 settembre 1806: «Io preferisco l'indifferenza naturale dei Francesi, che vi lasciano andare pei fatti vostri, allo zelo crudele dei nostri, che s'impadroniscono di voi, che vogliono prendersi cura della vostra anima, che vogliono cacciarvi in corpo la loro maniera di pensare; come se chi ha una testa, un cuore, due gambe ed una pancia, e cammina da sè, non potesse disporre di sè, e di tutto quello che è in lui, a suo piacimento».
[13] Indicai le ragioni psicologiche ed artistiche di codesta scarsa ammirazione pel Tasso in uno scritto d'occasione, Nel terzo centenario della morte del Tasso (pubblicato nel Corriere della sera del 25 aprile 1895), che non mi pare indegno di ricordo.
[14] Mi piace di rilevare da un articolo d'occasione di quell'insigne maestro e artefice di stile che è Francesco d'Ovidio (Il centenario della morte di Vittorio Alfieri, nel Corriere della sera, 8 ottobre 1903) questo tocco: «Più che la durezza, al suo stile si potrebbe veramente apporre la scarsezza di colorito, d'immagini splendide, di paragoni efficaci, di arguzia profonda».
[15] Cfr. Opere inedite o rare, ecc.; III, pp. 365-70, 313.
[16] Con tutto il rispetto dovuto a un uomo così puro come fu e si mantenne sempre il Manzoni, bisogna confessare che non si legge senza un certo brivido di freddo la lettera sua al Fauriel, da Torino, il 30 marzo 1807. Comincia: «Je vous disais, mon cher Fauriel, dans ma lettre de Gènes, qu'elle aurait été bientôt suivie d'une autre; ne la recevant pas, vous avez dû croire que le motif de ce retard devait être bien fort. Il est bien fort et bien affligeant: le jour après que je vous avais écrit, je reçus une lettre de Milan qui m'annonçait que mon père était très-malade et désirait me voir: je partis tout de suite: ma bonne mère m'accompagna; mais a mon arrivée, on me dit que je ne pouvais pas avoir la consolation de voir mon père: car le jour même qu'on m'avertit de sa maladie fut son dernier jour. N'ayant fait cette course que pour voir mon père, je ne m'arrêtai que trois jours a Brusuglio» [nella casa di campagna dove la madre aveva trasportata e composta la salma dell'Imbonati!], «à une lieue de Milan, et nous repartîmes pour Turin, où nous resterons un mois à peu près avec M.me Sannazari» [la sorella dell'Imbonati!]. «Ni ma mère ni moi n'avons même mis le pied dans Milan; elle n'avait aucun motif d'y aller: moi-même je n'en avais plus».—E in verità non riesce a riscaldarci la lettera seguente, degli 8 aprile: «Vous aurez reçu ma lettre, dans laquelle je vous informe de la perte de mon père. J'ai été a Brusuglio en espérant le voir à Milan; n'étant plus à temps, je n'ai pas mis le pied dans la ville, par crainte qu'on ne m'accusât de l'avoir fait après sa mort, moi qui n'y allais pas de son vivant; et parce que j'aurai moi-même éprouvé une répugnance à le faire, quoique ce ne fut pas à cause de lui que je n'y allais pas, puisqu'au contraire c'est à cause de lui seul que je m'en suis approché. Paix et honneur à sa cendre». Ah sì, pace e onore davvero, pover'uomo!
[17] «.....Ho avuto l'onore d'imprimere due baci sulle sue smunte e scarnate guance» (nato il 1729, il Le Brun morì l'anno appresso, il 1807); «e sono stati per me più saporiti che se gli avessi colti sulle labbra di Venere. È un grand'uomo, per Dio! Spiacemi che le sue odi sieno sparse, e non riunite in un sol volume, per potertele far conoscere; il suo nome lo conoscerai certamente. Credimi che noi Italiani siamo alquanto impertinenti, quando diciamo che non vi è poesia francese. Io credo, e creder credo il vero, che noi non abbiamo (all'orecchio) un lirico da contrapporre a Le Brun, per quello che si chiama forza lirica. E perciò qui lo chiamano comunemente Pindare Le Brun, e non dicono forse troppo. Per contentare la loquacità che oggi mi domina, e per giustificare la mia opinione, ti trascriverò qualche verso qua e là delle sue odi».....—Dalla lettera a G. B. Pagani, da Parigi, 12 marzo 1806.
[18] Il Tracy. S'era qualche tempo prima trattato d'un matrimonio del Manzoni con una sua figliuola. In una lettera al Fauriel del 28 settembre 1807, è detto: «Je vous prie de témoigner à M. de Tracy mes regrets de n'avoir pas en l'honneur de le voir avant mon depart: de l'assurer que les regrets que j'ai de n'avoir pas des droits plus sacrés à son amitié seront aussi durables en moi, en nous, que les sentiments d'estime que j'ai pour lui, ainsi que pour tout ce qui l'entoure et que j'ai eu l'honneur de connaître».
[19] Josephi Ripamontii, Historiæ Patriæ, Decadis V, Lib. VI, Cap. III, pag. 358 et seq.
[20] El prestin di scansc.
[21] Historiæ Patriæ, Decadis V, Lib. VI, pag. 386.
[22] Ragguaglio dell'origine et giornali successi della gran peste contagiosa, venefica et malefica, seguita nella città di Milano etc. Milano, 1648, pag. 10.
[23] Del morbo petecchiale... e degli altri contagi in generale, opera del dott. F. Enrico Acerbi, Cap. III, § 1.
[24] Pag. 16.
[25] Josephi Ripamontii canonici scalensis chronistæ urbis Mediolani, De peste quæ fuit anno 1630. Libri V. Mediolani, 1640, apud Malatestas.
[26] Pag. 24.
[27] Tadino, ivi.
[28] Vita di Federigo Borromeo, compilata da Francesco Rivola. Milano, 1666, pag. 582.
[29] Storia di Milano del Conte Pietro Verri. Milano 1825, Tom. 4, p. 155.
[30] .... et nos quoque ivimus visere. Maculæ erant sparsim inæqualiterque manantes, veluti si quis haustam spongia saniem adspersisset, impressissetive parieti: et ianuæ passim, ostiaque ædium eadem adspergine contaminata cernebantur. Pag. 75.
[31] Tadino, pag. 93.
[32] Memoria delle cose notabili successe in Milano intorno al mal contaggioso l'anno 1630, ec. raccolte da D. Pio la Croce, Milano, 1730. È tratta evidentemente da scritto inedito d'autore vissuto al tempo della pestilenza: se pure non è una semplice edizione, piuttosto che una nuova compilazione.
[33] Si unguenta scelerata et unctores in urbe essent... Si non essent... Certiusque adeo malum. Ripamonti, pag. 185.
[34] P. Verri. Osservazioni sulla tortura: Scrittori italiani d'economia politica; parte moderna, tom. 17, pag. 203.
[35] Alleggiamento dello Stato di Milano, etc. di G. C. Cavatio della Somaglia. Milano, 1653, pag. 482.
[36] Agostino Lampugnano. La pestilenza seguita in Milano, l'anno 1630. Milano, 1634, pag. 44.
[37] Pag. 117.
[38] Ripamonti, pag. 164.
[39] Pag. 102.
[40] Apud prudentium plerosque, non sicuti debuerat irrisa. De peste etc., pag. 77.
[41] Pag. 123, 124.
[42] Muratori: Del governo della peste; Modena, 1714, pag. 117.—P. Verri; opuscolo citato, pag. 261.
[43] De Pestilentia, quæ Mediolani anno 1630 magnam stragem edidit.
[44] Ripam. Hist. Pat., Dec. V, Lib. VI, Cap. III.