[26 giugno 1522.]
XVI. — Dunque tutti alle porte di Rodi per l'ultima prova[242]. La morte del grammaestro Fabrizio del Carretto, la novità dell'eletto Filippo Villiers de l'Isle Adam, l'ardimento del pirata Curtògoli contro di lui[243], la lentezza dei Cavalieri nel finire i lavori delle nuove fortificazioni[244], la morte di papa Leone, la lontananza del successore, e le consuete discordie tra gli altri principi della cristianità, conducono l'imperatore Solimano a determinare la immediata spedizione per l'estate dell'anno presente. Comandante supremo Mustafà suo cognato col titolo di seraschiere; Achmet pascià, generale degli ingegneri; Pirì pascià, dai nostri cronisti chiamato Pirro, capo del consiglio, o come oggi direbbesi di stato maggiore: e insieme col navilio imperiale lo sciame dei pirati di levante e di ponente, condotti da Kara-Mahmud, e dal celebre Curtògoli, ambedue ammiragli e piloti generali dell'armata ottomana[245]. Dicono trecento vele in mare, e cento mila uomini da mettere in terra[246].
La mattina del ventisei di giugno a levata di sole tutta l'armata nemica comparve alla vista dell'isola[247]; e sfilando da ostro a borea non molto lungi dal porto, andossene sopra tre miglia alla cala di Parambolino, riparata dal capo di Bove contro i venti regnanti di Ponentemaestro[248]. La grande insenata quasi non bastava alla moltitudine dei legni, che a gara l'uno dell'altro volevano accostarsi a terra per mettersi ciascuno, massime i pirati e i mercadanti, più agiato e sicuro. Veduta la gran ressa di tanti bastimenti, Girolamo Bartolucci fiorentino, eccellente nell'arte militare, e, secondo patria, di scuola Sangallesca, da essere ragionevolmente annoverato tra i valentuomini ed ingegneri della piazza, quantunque non comparisca altrimenti che per strategico, pensò di poterli tutt'insieme conquidere. Il Fontano con svegliate parole esprime le ragioni del grandioso disegno che poteva infin dal primo giorno darci vinta la guerra, e ci mena a ripensare il discorso dell'egregio uomo al Grammaestro e al suo consiglio in questa o simil forma[249]: Voi, signori, vedete la confusione dei legni turcheschi, stivati insieme da non si poter muovere; voi avete barche eccellenti e fuochi artificiati, avete piloti pratici e marinari arditi da cacciarsi sopravvento, da mettere il fuoco in mezzo, e da ritirarsi per poppa co' palischermi, e anche a nuoto, cogli amici al soccorso e i nemici in scompiglio. A voi la scelta del tempo, del vento, della notte, di tutte le comodità. Se bruceranno, la vittoria è nostra: se no, guadagneremo altrimenti pur molto perchè il nemico dovrà sparpagliare e distendere l'armata in lungo cordone e sottile; perderà la coesione, il mutuo sostegno, e la prestezza dell'operare; senza togliere a noi di poterlo, quando che sia, mandare in fiamme volta per volta. Le proposte del fiorentino non fecero presa. Uno tra gli astanti si oppose, altri stettero in ponte, e il Bartolucci pronosticò male della difesa. Tristo chi non coglie nelle grandi operazioni, massime della guerra, i primi vantaggi!
Ciò non pertanto in quel giorno tutti i cavalieri, i soldati, il popolo, latini e greci, erano in arme: cinque mila uomini sotto le bandiere, e seicento cavalieri alle poste, secondo l'ordine delle lingue[250]. Cominciando dalla parte australe, alla porta di Filermo i Francesi, appresso i Tedeschi infino alla porta di san Giorgio, indi le lingue d'Alvergna e di Spagna, dappoi gl'Inglesi, accosto i Provenzali, ultimi di luogo e primi di valore i legionarî italiani, contrapposti alle arti ed alle frodi di Pirro[251]. Trecento soldati e trenta cavalieri distaccati al castello di san Niccolò. E sulla piazza un grosso e brillante squadrone di marinari, sbarcati dalle navi e galèe di Rodi, e dai legni che si trovavano per ventura nel porto: specialmente da un poderoso bastimento siciliano; dalla gran nave veneta del capitan Giannantonio Bonaldi, cui fu data in premio la croce di cavaliero; e dalla caracca genovese del capitan Domenico Fornari, col quale erano cencinquanta marinari eletti, e quindici giovani mercadanti, secondo l'uso delle città marittime, appartenenti alla primaria nobiltà genovese, Andrea Pallavicini, Bastian Doria, Filippo Lomellino, Niccolò Gentili, Pietro de' Marini, Vincenzo Palma ed altrettali.
Più valgono coll'armi in qualunque fazione i marinari che non i soldati: imperciocchè oltre all'agilità delle membra, ed all'uso continuo di slanci ardimentosi in mezzo a ogni maniera di ostacoli, hanno i marinari la stessa disciplina dei soldati, e più il maneggio non solo esclusivo di questa o di quella, ma collettivamente di tutte le armi. Essi al moschetto, essi alle pistole, agli spadoni, ai pugnaletti, alle picche, agli spuntoni; essi ad attaccare e a difendere le piazze, essi al governo e maneggio dell'artiglieria, al trasporto e al mantenimento dei cavalli, essi pronti per pratica e per istinto ad ogni manovra che cerchi arte, destrezza, e genio. Dunque eccellentissima tra tutte le milizie, tanto che non si può discorrer di marinari senza entrare nelle teorie di ogni arma speciale. Laonde ben fece il Fontano di mettere tra i primi nella difesa gli uomini sbarcati da tutti i bastimenti del porto, e condotti dagli stessi loro ufficiali e capitani. Vivi questi prodi non cadeva la piazza[252].
[15 luglio 1522.]
Intanto i Turchi accampati fuori del tiro poneansi all'ordine; e i loro legni andavano e venivano carichi di soldati, presi dalle riviere della Licia e della Caria; e le grosse navi mettevano in terra il parco delle artiglierie, e le munizioni da guerra e da bocca. Procedevano lenti, ma cauti: aspettavansi duro e feroce contrasto. Ed i nostri, per concorde testimonianza dei fuggitivi e delle spie, sapevano che il nemico era fermo nel fare primario assegnamento sui lavori della zappa e delle mine; pei quali lavori avean condotto molte migliaja di picconieri e di minatori[253]. Bisognava un uomo in Rodi, che, anche da questa parte dell'arte nuova, sapesse contrastare agli assalitori, e superare ogni altro del suo tempo.
[22 luglio 1522.]
XVII. — Il celebre ingegnere militare Gabriele dei Tadini, nobile bergamasco, nato nel castello di Martinengo, donde prese il soprannome, era in Candia provvisionato dei Veneziani sopra le fortificazioni e le artiglierie del regno[254]. Desideroso di trovarsi presente in un assedio che tutti prevedevano celeberrimo, e stretto dalle chiamate onorevoli dei Cavalieri per una guerra così grossa e vicina, quantunque senza licenza del governatore di Candia, secretamente partissi con alcuni compagni; e guidato dal cavaliere Antonio Bosio, vincendo ogni ostacolo, e passando per mezzo all'armata nemica, entrò la notte del ventidue di luglio nel porto di Rodi. Presero terra con lui diversi amici tutti valentuomini nella fortificazione e nell'artiglieria, come Giorgio di Conversano ricevuto tra i cavalieri, di cui avremo a parlare anche altrove, Benedetto Scaramuccia romano, Giovanni Zambara scozzese, Niccolò di Costo vercellese, Francesco Latese côrso, e Antonio di Montenegro vicentino, il quale doveva saper di Basilio e seguire col Martinengo la scuola mista[255].
[28 agosto 1522.]
A parte le feste e le carezze dei Rodiani intorno a questi prodi, specialmente al Martinengo, cui subitamente offrirono la gran croce, e l'aspettativa alla prima dignità vacante nella lingua d'Italia: dirò quel che ora più monta. A lui il carico delle fortificazioni e dei ripari con ampia facoltà di ordinare e disporre ogni cosa, secondo il parere e giudizio proprio, e di governare a suo talento le artiglierie, essendo egli di ciò sommamente intendente e pratico; ed oltracciò uomo laborioso, molto vigilante e della persona valente ed ardito. Egli mutò in pochi giorni le condizioni dell'assedio, e fece pentire i Turchi di essersi messi a difficile prova. Imperciocchè distinguendo in un batter d'occhio per suo giudizio i punti principali dagli accessorî, e volgendo le artiglierie della piazza alla testa delle trincere e alla discesa delle mine, batteva fiero e duro dovunque il nemico era sul principiare, e però mal riparato: faceva effetti stupendi, sovvertiva le opere, e tanta strage menava tra la gente, che niuno più ardiva accostarsi al lavoro. Indi la rivolta dei guastatori, il dispregio dei capitani, e l'ammutinamento dei soldati. Tutto l'esercito musulmano in scompiglio era sul punto di sbandarsi, e molti colle armi alla mano chiedevano di essere rimbarcati e di tornarsene, quando addì ventotto di agosto al tocco dopo il mezzodì, ecco improvvisamente e di gran pressa arrivare al campo l'imperatore Solimano col rinforzo di quindici mila archibugeri per togliere lo spavento, e per rimettere l'attacco a suo modo[256]. La venuta di costui deve riputarsi come il
Bosio, 660: E: «Solimano arrivò in Rodi a' ventotto di luglio....» (Deve dire agosto, pel Fontano presente, e pel suo proprio contesto.) più grande elogio del Martinengo e dei difensori nel primo periodo della guerra.
[Settembre-dicembre 1522.]
Non è mio compito trattare di proposito l'assedio; sì bene seguire lo svolgimento dell'arte nuova in un fatto del primitivo tempo, di grande importanza, e dove per le relazioni minute dei testimoni di vista ci è concesso studiare partitamente le opere d'ingegno degli oppugnatori e degli assediati.
Dalla parte della difesa sembrami degna di ricordo l'arte del Martinengo in quattro punti capitali; ciò è dire nelle contrabbatterie, nei fuochi artificiali, nelle ritirate, e nelle contrammine. Fin dal principio egli prese a contrabbattere di ficco i punti cardinali dell'attacco, come ho detto: i suoi fuochi convergenti dominarono quelli del nemico, li ridussero al silenzio, impedirono i lavori, e avrebbero finalmente vinta la prova, se non fosse venuto Solimano in persona con grandi rinforzi a rilevare i suoi dall'abbattimento, e a rimenarli più che mai numerosi e pertinaci agli approcci[257]. Ondechè venuti costoro più e più alle strette, e fattasi ai nostri di giorno in giorno maggiore la necessità di contrabbattere anche per fianco, l'ingegno di Gabriele supplì ai difetti di Basilio. Perchè non avendo questi, o per sistema o per necessità, provveduto al compiuto affilamento della radente, come si è veduto, il Martinengo pose come meglio potè batterie posticce di pezzi minuti per traverso, tanto da trovare la radente davanti alle cortine ed ai fossi, incrociando i fuochi dai punti opposti sulla linea della muraglia minacciata[258]. Perciò quando i nemici cominciarono a tentare gli assalti, dove il Martinengo aspettavali, le batterie posticce e le permanenti da due parti scopavano tra mezzo, menando strage, e imponendo ai sopravviventi la ritirata[259]. Così potè mantenersi alla lunga sulle difese.
Nè punto minori vantaggi si procacciarono i Cavalieri coi fuochi artificiati di guerra serviti largamente nella difesa, massime all'ultimo tempo, quando i combattimenti si furono ridotti sulle brecce da presso, corpo a corpo. Lingue e trombe di fuoco, pignatte e carcasse ardenti, olio incendiario, e misture fumanti e fetide di solfo e di bitume, scendevano incessantemente tra la folta dei nemici: e guai chi ne toccava[260]. Che se non fosse stata la grande disparità numerica tra i combattenti, e se gli avversari non avessero potuto sempre ripienare il vuoto delle loro file, certamente l'esito della tenzone sarebbe stato conforme all'ingegno ed alla eroica costanza dei difensori. Trovavano essi ripiego per tutto, ed eseguivano i trovati con prestezza e regolarità meravigliosa. Per esempio, cominciando a sentir penuria di polvere, si volsero ai molini, posero alle macine i cavalli del Grammaestro, ebbero caldaje, distillatoj, pestelli, fornaci: chi a raccogliere o a purificare il nitro, chi a triturare i solfi, chi a mescere il carbon dolce, chi a governare la pasta, e a disseccarla, e a granirla: uomini liberi, fedeli, ed esperti, difesi da buone guardie; esclusi sempre i servi e gli schiavi da luogo tanto geloso[261]. Così ebbero infino al termine abbondanza di polvere, e n'avanzarono tanta da fornire largamente il naviglio nella ritirata, e da lasciarne un deposito nascosto, pel caso del ritorno, che dopo tre secoli divampò, come ho detto altrove, nel terremoto del sessanta.
Quanto ai lavori di terra fin dal principio eransi raccolti i contadini rodiotti nella città assediata pei cavamenti e pei trasporti: le quali opere salirono dieci doppi tanto, quando le batterie e le mine dei Turchi cominciarono a rovinare il perimetro primario della piazza[262]. Allora altresì crebbe al Martinengo il carico di provvedere ai ripari, e di fare eseguire nuovi lavori. Qua traverse da opporre all'infilata, là tagli per arrestare il progresso dei giannizzari, e ritirate all'indentro delle rovine per sostegno dei difensori: alcune preparate insin dai primi giorni, altre costruite sotto al fuoco dei nemici[263]. Nei quali lavori egli si adoperava non solo colle seste e collo squadro, ma colla spada e col pugnale, sovente a corpo a corpo contro gli avversarî[264], e sempre sostenuto dai suoi ajutanti, specialmente dal Conversano e dallo Scaramuccia. Fra l'altre cose fece una ritirata co' suoi ripari in quadro, così forte e sicura, che dai Turchi era chiamata la Mandra, perché i combattenti vi stavano tanto raccolti a fidanza come il gregge nell'ovile[265]. Per le ragioni dell'arte, e pel valore dei combattenti, massime dei marinari, furono ributtati tanti assalti, e uccisi tanti nemici, e mantenuta la piazza per tutto l'anno, finché durò la speranza del soccorso.
Ultimo, ma di maggiore importanza per la storia della milizia, viene il lavoro delle contrammine, governate colla polvere di guerra, in opposizione alle mine dei Turchi. Si usavano pure negli antichi tempi e nel medio èvo cave e contraccave, cioè militari cunicoli sotterranei per offesa o per difesa delle piazze: cunicoli chiamati colle voci delle miniere metalliche, alla cui similitudine si conducevano. Ma dopo il salto della pignatta (vera o imaginaria) sul fornello dell'alchimista; dopo il rovinìo del palazzo di Lubecca per fortuita accensione delle polveri nel 1360, venuto il primo suggerimento del capitano Domenico di Firenze contro la porta di Pisa nel 1403, e appresso la prova di Belgrado nel 1439, e le teorie del Taccola e del Santini nel 1449, e il cimento di Sarzanello nel 1487, tutti preamboli ricordati dal Promis (ai quali posso aggiungere il suggerimento di Fermo nel 1446, e le prove di Costantinopoli nel 1453), finalmente Francesco di Giorgio Martini, fondatore della scuola Urbinate, scriveva di proposito la teoria delle mine, e ne disegnava le figure, e ne faceva esperimento con pieno successo l'anno 1495 contro Castelnuovo di Napoli[266]. Dopo di lui la fortuna ed il proposito concessero al Martinengo la prima comodità in un grande assedio di svolgere nella pratica tutto l'ingegno delle contrammine. Tanto più che egli non trovò apparecchi preventivi di pianta, come i Sangalleschi usavano murare insieme coi baluardi; non trovò androni a piramide, nè pozzi a campana, nè altri vuoti sotterranei, donde il fluido elastico delle mine nemiche potesse liberamente espandersi, fuggire, e perdere la forza. Nondimeno da sè pensò alle contrammine occasionali e improvvisate: cacciossi risolutamente sotterra appresso alla zappa, dal muro al fosso e allo spalto; e cavando gallerie magistrali sul fronte delle opere più gelose, e guidando cunicoli di scoperta a cercare le mine del nemico, faceva di troncarne il procedimento, di espellere gli operaj, di distruggere i lavori, di accecare o inondare le diramazioni; o almeno di lasciarvi tali squarci, spiragli o sfogatoj, che la furia della polvere accesa non avesse a scuotere le muraglie, ma a trovare la strada aperta per andarsene, senza rovina. Fin dai primi giorni di agosto aveva cavato nel fosso molti pozzi di testa ai lavori seguenti, e di ricetto alle acque stillanti; di là spingevasi coi cunicoli in diverse direzioni. Indi all'ascolta: la trivella di ficco, l'orecchio ai picchi, l'occhio ai lumi, la bacinetta ai sonagli, il tamburo ai sugherelli; e appresso ad ogni minimo sentore di zappa nemica, tanto che si potesse trovarne la direzione, e avvilupparla. Più volte, non dieci nè venti, ma oltre a cinquanta, si incontrò là sotto nel bujo coi Turchi, dove esso stesso di sua mano contro loro allumava i fuochi lavorati ed i barili di polvere nei pertugi di scoperta per cacciarli lontano; e poi appresso a chiudere, e a tenere il passo[267]. Più volte apriva sì fattamente il terreno al disopra dei fornelli già carichi, che riusciva a sventarne lo scoppio; o a mandarne la rovina tutt'altrove[268]. Ai quali lavori continuamente intento, e ognora presente di giorno e di notte, vigilantissimo, intrepido, e presto a correre là dove vedea il bisogno, passando continuamente dai sotterranei ai baluardi, dalla polveriera alle batterie, e specialmente coll'occhio sempre intento a sopravvedere ogni pericolo; finalmente affacciandosi a un pertugio, proprio nell'occhio sinistro toccò un'archibugiata, per la quale ebbe quasi a morire. Vedi se i bersaglieri ottomani uccellavano, o no, di trista ragione anche ai minuti membruzzi, e sappi che non il solo Martinengo restò colpito in quel che guardava: lo stesso al cavalier Giovanni di Homèdés che fu poscia grammaestro, lo stesso successe ai cavalieri Michele d'Argillemont, a Giovacchino de Cluis, ed a molti altri che vi lasciarono la vita. Più avventuroso il Martinengo, non restò inchiodato al muro, come il Cecca, che la palla dall'occhio gli uscì dietro l'orecchio corrispondente, ed egli superata la gravissima infermità, portò a lungo tanto che visse l'onorata cicatrice; sempre ai riguardanti sulla sua fronte mostrando il perpetuo eclisse di nobilissima stella. Or si noti che questo colpo sinistro, chiamato dal Bosio, più recente scrittore, un'archibugiata[269]: ci viene espresso nel più antico testo del Fontano, con termine assai rilevante per la storia dell'artiglieria, dicendosi colpo di Chirioboarda, cioè di manesca arma da fuoco[270]. Dunque il radicale rimbombo nel boato, e la focosa desinenza in arda, dal principio alla fine per tradizione perenne, durano incorrotti, ed esprimono in ogni tempo la artiglieria da fuoco per opposito alle armi da corda. Criterio di gran momento per riconoscere negli antichi scrittori, al di là della comune opinione, la prima origine della polvere e delle armi sue, come altrove ho detto.
XVIII. — Ora veniamo ai Turchi, ed alle opere dirette da Achmet pascià, comandante delle artiglierie e degli ingegneri. Costui ci mostra di prima vista il gran parco delle quaranta bombarde antiche da scaraventare macigni, cioè palle di pietra, grosse nella periferia dai nove agli undici palmi[271]. Inoltre ci mette innanzi dodici di quei più recenti cannoni doppî, che allora chiamavano basilischi; e cacciavano palle di bronzo più grandi della testa ordinaria d'un uomo; che vuol dire palle metalliche di cento libbre in peso. Giuocavano questi pezzi con centro e trenta tiri al giorno senza risquitto[272]: «Ciascun pezzo (dice il Sansovino nel volgarizzamento) trasse tal dì cento e trenta volte, come che paja che sia fuor di modo, nondimeno la cosa fu pur così, essendosi avvertito diligentemente.» Le stesse notizie vengono confermate dal cavalier Giacopo di Borbone, e da altri contemporanei, con minute varietà nel più e nel meno, come sempre suole accadere: ma quanto al numero dei tiri abbiamo altre prove di quei tempi da far maravigliare anche i moderni capitani d'artiglieria. Quando i grossi pezzi e insieme i minuti, che erano infiniti sagri, falconetti, e passavolanti, traevano a general batteria, correva per l'aria un rombo continuo, oscuravasi il sole, e tra la tenebrìa del fumo conglomerato non si vedeva più che lampi, e non si sentiva che tuoni, con quella rovina di muraglie e di case che ognuno può intendere.
Unica eccezione notata dai contemporanei e presenti (il che forte rilieva ai pensamenti miei sopra il rimbalzo), quando ogni muro rovinava sotto i colpi dei Turchi, resistevano soltanto a gran ventura le muraglie delle ritirate, perchè obblique e di grande scarpata. Le palle, dice il Fontano, non attecchivano sui nuovi ripari pel loro pendìo: e ciò fu la nostra salvezza[273]. Potrà qualcuno in terra e in mare tener conto di questi fatti, e venire alla stessa conclusione di salvezza pei medesimi principî di obbliquità. A questo proposito torna acconcio il ricordo dei portelli a ribalta, con che i Turchi coprivano le loro batterie, non le volendo sapere imboccate o scavalcate dai Cavalieri. Avevano costruito cassoni di legno dolce pieni di terra, con un subbio rotondo di traverso nel mezzo: li tenevano innanzi alle trombe dei pezzi, bilicati sì fattamente che con una susta e un cavetto, facendo all'altalena, si poteva scoprire la bocca del cannone, allumarlo, e subitamente nasconderlo. Artifizio utilissimo ai Turchi: e potrebbe molto meglio perfezionato convenire ai Cristiani, massime nelle batterie corazzate, come ho detto altrove[274].
Arrogi la batteria di dodici mortaj, che in arcata traevano pietre di sette palmi circolari sui tetti, sulle case, sulle chiese, e per poco non dissi sulla testa del Grammaestro: e continuavano quel giuoco di notte e di giorno per più di due mesi, cioè più lungamente e con maggior furia che nell'altro assedio dell'ottanta[275]. I mortaj, oltre alle palle di pietra, spesso spesso gittavano globi di rame, carichi di polvere e di fuochi lavorati, dentrovi canne d'archibugetti pur carichi, e fuori acutissime punte di ferro. Le terribili carcasse volavano per aria, menandosi dietro lungo strascico di fumo; e cadendo crepavano a un colpo, scaraventando sui circostanti punte, palle, scaglie e fuoco[276].
Al tempo stesso e senza interruzione i Turchi lavoravano sotterra alle mine, persuasi fin dal principio che la resistenza della piazza tornerebbe vana contro il lavoro pertinace della zappa. Avevano al campo cinquantamila tra guastatori, picconieri e palajuoli, menati
Bourbon cit.: «Coups avec boullets de cuyvre pleins d'artifice de feu.» a forza dalle Provincie danubiane[277]: per opera dei quali il circondario di Rodi sotterra erasi ridotto simile alle catacombe della campagna di Roma. Discese, androni, pozzi, corridoj, gallerie, diramazioni, armature e telaj per sostegno delle volte e delle fiancate, camere e fornelli da essere intasati e carichi, sotto le mura, sotto i baluardi, e in più che trenta punti diversi[278]. Finalmente addì cinque di settembre, caricato il fornello e intasata la camera, posta a segno la salsiccia e la sementella, a un cenno di Achmet pascià, scoppiò la mina principale sotto il baluardo d'Inghilterra. La città non altramente che per grande terremoto tutta si scosse, il baluardo si aprì di cima in fondo: pietre, terra, persone all'aria, e poi giù di ritorno in paurosa pioggia[279]. Amici e nemici attoniti innanzi alla voragine. In quel momento entrava in chiesa il Grammaestro con alquanti de' suoi a confortare lo spirito nell'orazione, e i sacerdoti dal coro, segnandosi in fronte, principiavano le laudi, col versetto del salmo, dicendo: « O signore, affrettati a liberarci[280].» Udito il fragore tragrande, e saputogli subito della mina, il Grammaestro levossi sclamando: Piglio l'augurio, e se Iddio si affretta, anche io con lui. Raduna le riserve, corre sul posto, e trova i difensori del baluardo a corpo a corpo coi Turchi. Empito, armi, ferite, e morte. In somma ributtati i nemici: e la salvezza della città dovuta al valore del presidio, ed alla traversa fattavi la notte precedente dal Martinengo[281]. Anche dei nostri caddero molti in quel giorno: tra loro non devo tacere il nome del venturiero genovese Filippo Lomellino, e del cavalier Pietro Mela di Savona. Nè devo tacere il nome vittorioso dell'eroe principale della giornata, così chiamato da tutti il giovane cavalier Battista Orsino di Roma, cui specialmente chi lo vide in quel frangente attribuisce prodigi di valore[282].
Col baluardo di Inghilterra non cadde adunque la piazza, ma per altri quattro mesi tenne in duro travaglio gl'ingegneri ottomani. La terra, le pietre, e tutto il cavaticcio dei cunicoli ammassavano costoro sul campo attorno ai fossi, e ne facevano alture più e più eminenti, per scoprire e battere anche l'interno della città[283]. Arte familiare e quasi direi propria dei Turchi il colmar valli, e spianar monti, levar colline, e passeggiare sotterra: arte che toccò il sommo della eccellenza nel memorabile assedio di Candia, sostenuto colla zappa per venticinque anni dai Veneziani, e abbandonato in un giorno dai Francesi col frustino. In somma intorno a Rodi volano più e più ripetute le mine: alcune senza danno, perchè sventate dai nostri; altre (come quella accesa sotto alla posta d'Italia) a stramazzo dei nemici, perchè rivolta la sfera d'attività e i raggi d'esplosione contro le loro trincere; una con grandissima rovina della piazza scoppia sotto il baluardo di Spagna[284]. Indi brecce, assalti, insidie, ritorni, tagli, e ritirate, facendosi ogni giorno la città più piccola, ed allargandosi sempre più l'entrata ai nemici[285]. Niun soccorso dall'Europa, che avrebbe potuto in un momento mutare la sorte degli assediati; niun conforto nell'autunno, e disperazione ormai certa per l'inverno imminente. I Latini, ridotti a pochi, gemono; i Greci stanchi mormorano. Non sembrami assedio qualunque, non piazza attaccata da esercito proporzionale: ma presso che non dissi scoglio derelitto in mezzo al mare, sul quale gavazzano inferociti col fuoco, col piccone, e colle mine gli spiriti infernali. Scoglio albeggiante per le tombe di quattromila difensori; azzannato dagli spettri di quaranta mila maomettani morti sotto ai ferri, e brancicato da altrettanti sfiniti dalle infermità e dai disagi[286].
Noi abbiam finito di considerare le particolarità tecniche dell'assedio per parte degli amici e dei nemici. Siam giunti all'estremo. Che più? La piazza parlamenta, dunque si arrende.
[20 dicembre 1522.]
Ecco la somma dei patti: Cessione dell'isola, e di tutte le sue pertinenze, all'imperatore dei Turchi. Mallevería di ostaggi, venticinque cavalieri ed altrettanti cittadini. Libertà ai Cristiani nell'esercizio del loro culto, e nel possesso delle loro chiese. Licenza a chiunque di andarsene, e navigli pel trasporto. Immunità di ogni gravezza agli abitanti per cinque anni. Tempo tre anni a scegliere tra la dimora e la partenza. Tempo dodici giorni al Grammaestro e a tutti i cavalieri del convento, ed a chiunque vorrà andarsene con loro. Permesso di cavare dalla piazza tanto solo di artiglieria e di munizione che basti al necessario armamento consueto delle galèe e delle navi gerosolimitane nel viaggio[287].
[24 dicembre 1522.]
Addì ventiquattro dicembre entrarono trionfalmente i Turchi nella piazza per la porta di Cosquino: entrò insieme sopra un bel cavallo di maneggio l'imperator Solimano con gran pompa, e poca letizia. Pensava ai prodi abbattuti, al principe soggiogato, alla varietà della fortuna, e al pericolo proprio di trovarsi un giorno nelle medesime condizioni. Diceva con voce sommessa, e di perenne ricordo, ai suoi più intimi: Pesami alquanto il venire io oggi a cacciare questo vecchio Cristiano dalla sua casa. I due grandi antagonisti vollero vedersi insieme. Il vecchio Principe attorniato dai cavalieri andò a visitare il giovane Sultano in mezzo ai giannizzeri; l'uno e l'altro, nel guardarsi a vicenda, attonito e maravigliato rimase, senza profferir parola[288]. Il pirata Curtògoli, divenuto principe di Rodi, ruppe il silenzio: e allora cominciarono quei discorsi, e vennero quelle scuse, e quell'incolpar la fortuna, e quelle altre consuete urbanità, che son pur belle tra i nemici.
[1º gennajo 1523.]
Finalmente il primo giorno dell'anno seguente le navi, le galèe, la gran caracca rodiana, i bastimenti di convoglio erano in punto, e tutti presti alla vela: i cavalieri e i soldati a bordo, e con essi le reliquie dei Santi, gli arredi sacri, e cinque migliaja di rodiotti più rassegnati all'esiglio, che alla viltà e alla schiavitù. Ultimo a imbarcarsi il principe fra Filippo Villiers l'Ile Adam: silenzio da ogni parte, e mestizia sul volto di ognuno. In quella l'araldo fedele, che seguiva da presso il suo signore, a un cenno del Grammaestro, imboccò la tromba; e con sentita melodia, più quasi gonfio degli occhi che delle gote, trasse e modulò dolcemente l'aria notissima del saluto e della partenza. Lo squillo della cavalleria cristiana corse per l'ultima volta sulle note marine. E in quell'incontro di luogo, di tempo e di pensieri, parve a ciascuno che appresso al suono rispondesse gemendo l'eco dei monti e delle valli, l'eco delle torri e delle case loro. Il brivido serpeggiò per le vene degli infelici; e l'uno negli occhi dell'altro riguardando poteva leggere i proprî e gli altrui pensieri, e sentire ugualmente accelerato il palpito di tutti i petti. Sublime la sofferenza nel dolore, e nobile la reminiscenza dei giorni acerbi. Quella tromba dell'ultimo squillo, infino al presente gelosamente custodita, riposa ancora intatta sur un guancialetto di velluto cremisi, coperto da un'urna di cristallo, in mezzo alla sala del musèo nel palazzo magistrale di Malta. Sembra muta agli stolti: ma tu che leggi, se hai senno e cuore, se ti appressi e attendi, potrai forse ancor tu vederne fremere la canna, e alitare sotto al padiglione gli stessi o simili ricordi che io qui ne ho scritti, come ho sentito, nel vederla.
[Agosto 1523.]
XIX. — Gli esuli volsero le prue all'isola di Candia, dove ricevettero i primi conforti dalla cortesìa dei Veneziani. Ma volendo il Grammaestro in tanta distretta, e tra le crescenti discordie dei principi nostri, sfuggire ai pericoli delle altrui gelosie, e non accostarsi più all'uno che all'altro, quando aveva bisogno di tutti, deliberò di venirsene col pieno convoglio a Civitavecchia, e poi di ridursi a Roma sotto l'ombra del comun Padre; divisando altresì trattar meglio da vicino con lui intorno alla conservazione ed ai futuri destini dell'Ordine gerosolimitano. Laonde mosse col convento da Candia; e dopo molti disagi, e stenti, e pestilenza, e burrasche, costretto qua e là alle quarantine ed alle riparazioni, finalmente nel mese d'agosto si accostò alla spiaggia romana. Papa Adriano, avvisato dal nuncio di Napoli, ordinò al capitan Paolo Vettori di andargli incontro colle galèe della guardia, di servirlo, e di fargli scorta per le note maremme. Paolo si pose in crociera al confine, tenendo il mare tra monte Circèo e l'isola di Ponza sempre coll'occhio alla Trinità di Gaeta: e come ebbe veduto spuntare dal Capo lo stendardo di Rodi, salutò i vegnenti con tutta l'artiglieria, si unì con loro, e li condusse insino all'altura di Civitavecchia. Là dette i piloti, e si tirò in disparte, perchè la capitana magistrale liberamente entrasse innanzi a tutti nel porto: ma Filippo per sua gran modestia e riverenza non volle consentire a ciò; anzi risolutamente si pose appresso alla capitana di Paolo, che batteva stendardo papale, e così vennero dentro con tutto il seguito, salutati da una bella salva della fortezza, e accompagnati dagli ufficiali e dal popolo agli alloggiamenti già preparati nel palazzo della rôcca. Là era il vescovo di Cuenca inviato straordinario del Papa presso la persona del Grammaestro, coll'ordine di riceverlo degnamente, di confortarlo, e insieme di offerirgli la città e il porto in piena giurisdizione, non altrimenti che se fosse di suo dominio: e poscia passati i giorni canicolari, senza pericolo della salute, un altro avviso il chiamerebbe per condurlo ed onorarlo in Roma[289].
Così la città di Civitavecchia, prima di ogni altra, in quel tempo divenne residenza dell'Ordine gerosolimitano, standovi insieme il Grammaestro col suo consiglio, e i cavalieri delle sette lingue, il convento, e lo spedale per curare i feriti e gli infermi, che ne avean moltissimi tra loro; essendovi proposto per ospitaliero quell'istesso commendatore fra Jacopo di Borbone che scrisse importanti ricordi dell'assedio[290]. Di più nella stessa città e porto per sette anni restò stabilmente la sede precipua della marineria dell'Ordine sotto il comando del cavalier piemontese Bernardino d'Airasca, col doppio titolo, di ammiraglio dell'Ordine sul mare, e di luogotenente del magisterio nel governo della terra, come meglio si vedrà qui appresso[291].
[Settembre 1523.]
Dappoi sul principio del mese di settembre, riavutosi il Papa da certa infermità, mandò a chiamare il Grammaestro: ed egli cavalcò verso Roma con gran seguito, incontrato alla porta da tutti gli Ordini della città, signori, popolo, e cortigiani, come si conveniva al valoroso campione. Filippo faceva grandissimo assegnamento sulla intramessa di papa Adriano nelle bisogne dell'Ordine suo, sapendo quanto egli fosse geloso osservatore degli obblighi e custode delle tradizioni, e protettore de' benemeriti, e quanto potente nell'animo dell'imperatore Carlo V, senza del quale non si poteva conchiudere nulla di stabile nè da lungi nè da presso. Gran cose ruminava. Se non che dopo il primo ricevimento avuto dal Papa nel pubblico concistoro, e dopo una udienza privata, finirono tutte le speranze. Adriano ricaduto nella precedente infermità, morissi addì quattordici del mese di settembre.
[19 novembre 1523.]
Indi a due mesi e cinque giorni, cioè ai diciannove di novembre, rinverdirono le speranze dei cavalieri e dei marinari per l'elezione di Clemente VII, quel desso che già cardinale Giulio de Medici, cavaliero di Rodi e protettore dell'Ordine, abbiamo più volte nominato. Di presente il Grammaestro si strinse con lui per averlo favorevole nella scelta e nel conseguimento della nuova residenza. Diverse tra i negoziatori le inclinazioni ed i pareri: chi proponeva il golfo della Suda in Candia, chi Tripoli di Barberìa, chi l'Elba nel Tirreno, e altri Malta, Ponza, Minorca, e simili; sempre mirando a pur volere che la residenza avesse a essere di paese marittimo, più tosto in isola, e di non molta estensione; cioè da potersi con poca fatica fortificare e mantenere, e da offrire comodità alla navigazione ed al corso contro i pirati, professione oramai precipua dall'Ordine medesimo. Tuttavia il maggior numero dei suffragi concorreva per l'isola di Malta, anche perchè era riguardata come antimurale d'Italia, e stazione diritta verso la Terrasanta, e in ogni modo punto strategico di offesa e difesa contro i Turchi. Ondechè il Grammaestro più che altrove pendeva verso la detta isola; e dimostrava a Carlo V per lettere e messaggi l'onore e anche l'utile che a lui medesimo ne verrebbe, se la concedesse, tanto per la conservazione del nobilissimo Ordine, quanto per difendere dai pirati i regni di Napoli e di Sicilia, senza altro suo fastidio o dispendio. Durarono sette anni queste pratiche: nel qual tempo la residenza conventuale andò trasferita in Viterbo, e le forze navali colla carovana dei cavalieri restarono accentrate in Civitavecchia. Nella città di Viterbo non troverai più nè stemmi, nè bandiere, nè altro che a suo tempo diceva il Bosio: sola una lapidetta, sulla facciata, a sinistra di chi entra nella chiesa di san Faustino, postavi stantìa dai canonici l'anno 1644, ricorda che quivi si raunavano conventualmente agli uffici divini i cavalieri di Rodi. Di qua in Civitavecchia non resta altro monumento che l'Ospedale civile e militare presso alla chiesa di san Paolo nella piazza d'arme; che piantato dal cavalier di Borbone, e poi diretto dal collegio dei cappellani delle nostre galèe, ampliato dai cavalieri Magalotti e Bichi, e amministrato dalla confraternita del Gonfalone, passò finalmente nelle mani dei benemeriti religiosi di san Giovanni di Dio, i quali infino al presente degnamente lo conservano.
[12 dicembre 1523.]
XX. — In questo stante il nuovo Pontefice di gran voglia confermava Paolo Vettori nel capitanato delle galèe; e infin dal principio della sua esaltazione stringeva con lui i patti contenuti nel seguente documento, al quale dobbiamo riportarci per comprendere quanto grande perdita abbia fatta la storia nostra nella dispersione dell'archivio privato della medesima Casa. Produco questo documento, e lo volgarizzo alla distesa, non essendovi capitolo che non abbia varianti sui capitoli anteriori; e con essi i nuovi di pianta ci apriranno la via a riconoscere lo stato delle cose marinaresche, e le mutazioni introdottevi, sì come mi farò appresso a considerare. Ecco i Patti convenuti tra la Camera apostolica e Paolo Vettori per la condotta delle galèe[292]:
«In nome di Dio, così sia. — Per il presente pubblico strumento sia noto a tutti ed evidentemente apparisca come nell'anno del Signore mille cinquecento ventitrè addì dodici del mese di dicembre, e nell'anno primo del pontificato di nostro signore Clemente per divina provvidenza papa settimo; costituiti in Camera alla presenza del reverendissimo in Cristo padre e signore Francesco Armellini del titolo di santa Maria in Trastevere e di san Callisto, prete cardinale di santa romana Chiesa e camerlengo; del reverendissimo padre e signore Bernardo de' Rossi, vescovo di Treviso, vicecamerlengo e dell'alma città governatore, e dei reverendi chierici presidenti della Camera apostolica Giovanni da Viterbo, Antonio Pucci vescovo di Pistoia, Cristoforo Barrozzi, Tommaso Regis, e Niccolò de' Gaddi eletto vescovo di Fermo; ed alla presenza di Girolamo Ghinucci vescovo di Worcester uditore generale delle cause della Camera apostolica, per mandato speciale del predetto santissimo Signor nostro, espresso di viva voce all'istesso Camerlengo, come pure in virtù dell'ufficio suo del camerlengato, spontaneamente e per certa scienza di tutti i predetti, non per errore, ma per volontà libera e spontanea di tutti e singoli, in vece e nome del santissimo Signor nostro e della Camera apostolica, hanno condotto per capitano delle galèe della santa romana Chiesa e del santissimo Signor nostro il nobil uomo Paolo Vettori di Firenze, costituito al cospetto del nominato Camerlengo e dei predetti Chierici, coi patti e convenzioni, capitoli e modificazioni seguenti, cioè:
»1. Primieramente il predetto reverendissimo signor Camerlengo ed i Chierici di Camera per consenso volontà e nome dei predetti, cioè del santissimo Signor nostro e della Camera apostolica, danno la condotta al predetto capitano Paolo di due galèe e di due brigantini della santa romana Chiesa, per la guardia della spiaggia romana da Terracina a monte Argentaro inclusivamente, obbligandolo a tenere in ciascuna galèa almeno venticinque uomini, ed in ciascun brigantino almeno diciotto uomini liberi ed atti a naval combattimento; e la condotta abbia a durare a beneplacito della Camera.
»2. Similmente i predetti signori eccetera, hanno promesso all'istesso Capitano pel salario suo e degli uomini predetti e per lo stipendio dei marinari, e per le spese delle medesime galèe e brigantini dare e consegnare durante la condotta per ogni anno ducati otto mila d'oro in oro, ciascuno di giulî dieci, e in quattro rate trimestrali anticipate.
»3. Similmente i predetti eccetera hanno concesso allo stesso Capitano che quante volte egli possa avere nelle mani alcun frodatore che trasporta grano o altre biade o merci tratte dai porti o dai luoghi soggetti mediatamente o immediatamente alla santa romana Chiesa, senza bolletta o senza licenza di sua Santità, o del Camarlengo, o dei cavalieri di san Pietro, per la parte che tocca loro sul doganiero delle tratte, o del legittimo sostituto, o vero senza licenza di altri che ne abbia autorità, in tutti questi casi, se colui che estrae o trasporta non può provare di aver pagato la debita tassa di tratte e di dogana ai ministri deputati per riceverla, allora sia lecito e possa lo stesso Capitano toglier via il grano e le altre biade dai navigli che ne portano; ed una quarta parte tenersela per sè, e le altre tre quarte fedelmente e subito consegnare alla Camera: e questo similmente valga per tutte e singole le altre sostanze, e mercanzie che mai troverà trafugate in frode contro la proibizione ed il bando.
»4. Similmente hanno promesso e conceduto al nominato Capitano in sua balìa tutti e singoli pirati ladroni e infestatori del mare con tutti i loro navigli, beni e sostanze dovunque li potrà trovare, assalire, sottomettere e tenere. E se per caso alcuno di loro, inseguìto dallo stesso Capitano, andrà per rifugio nei porti, terre e luoghi predetti della santa romana Chiesa, dovranno gli ufficiali ed uomini di quei luoghi pigliarli e rimetterli nelle mani del Capitano, tanto che esso gli abbia in suo arbitrio e potestà. E quando mai i detti pirati saranno presi, la quarta parte di ogni cosa trovata nei navigli medesimi sia propria del Capitano, come è stato sempre osservato fino al presente, posto pur che i detti pirati siano cristiani.
»5. Similmente eccetera, hanno offerto e promesso al predetto Capitano ogni opportuno favore e soccorso per tutte le terre e luoghi soggetti alla santa romana Chiesa contro chiunque ardisse molestare lui o la sua gente, prescrivendo infin da questo momento a tutti gli ufficiali e persone dei detti luoghi che ad ogni richiesta del medesimo Capitano lo assistano e favoriscano come si conviene.
»6. Similmente eccetera hanno concesso al detto Capitano che se egli darà la caccia ad alcun pirata ladrone o infestatore; e se costoro fuggendo troveranno ricetto in alcun porto o luogo fuori dei luoghi e terre della predetta romana Chiesa, tanto che egli non possa pigliarli, anzi gli sia fatta resistenza dalla gente di quel luogo medesimo risoluti a non volerli consegnare, allora sia lecito a lui venire alle rappresaglie che gli sono concesse fin da ora, tanto che ne segua la restituzione compensativa dei danni patiti da naviganti per opera degli stessi pirati. Non pertanto dovrà prima dare le prove del ricetto eseguito e dell'impedimento opposto contro il suo procedere, e non potrà venire all'atto pratico di esercitare in fatto le rappresaglie medesime, se non gliene sia concessa la licenza pel caso speciale dalla stessa Camera apostolica. E sempre dovrà fedelmente rassegnare alla detta Camera apostolica tutto quello che esso Capitano in vigore delle dette rappresaglie avrà toccato che in mare che in terra, per rifacimento dei danni a chi ne ha patiti.
»7. Similmente ha promesso il suddetto Capitano pagare del suo ogni danno e ladroneggio che potrà mai esser fatto in qualunque parte del predetto mare, eziandio che il medesimo Capitano non fosse presente in quel luogo, dato che sia nei termini e confini prefissi da qualunque lato, supposto che i pirati e ladroni non abbiano maggior forza e numero di galèe e di brigantini e di gente armata nei medesimi: così che a punto per la inferiorità sua non possa il Capitano prudentemente assaltarli, combatterli, e perseguitarli, e prenderli: supposto similmente che il detto Capitano nella medesima spiaggia non sia occupato altrove nel combattere e nel fugare altri ladroni, e pirati; o vero intento a spalmare e a dar carena alle sue galèe e brigantini; o pure impedito da notevole infermità o da morbo epidemico delle ciurme e degli uomini imbarcati nelle dette galèe e brigantini: di che il predetto signor Capitano dovrà dare contezza a nostro Signore o vero alla Camera. Insomma circa la riparazione dei danni egli non potrà addurre altra scusa se non quella della forza maggiore dei nemici per aver essi numero più grande di galèe di brigantini e di gente armata in essi; e la scusa degli impedimenti sopra espressi. Le quali eccezioni nondimeno dovranno essere dimostrate innanzi alla Camera, al cui giudizio nel caso concreto dovrà rimettersi il Capitano, perché siano decise e terminate: sempre supposto che tutte le cose predette in favore dei mercatanti danneggiati debbano valere quante volte essi abbiano a tempo e luogo opportuno fatto e pagato il debito loro al Capitano, tanto che egli possa provvedere.
»8. Similmente ha promesso dare la mostra quantunque volte e dovunque sarà richiesto dalla predetta sua Santità e dalla Camera.
»9. Similmente ha promesso sbarcare in terra cinquanta uomini e più ad ogni richiesto di nostro Signore e della predetta Camera.
»10. Similmente ha promesso e si è obbligato che se alcuno dei naviganti o dei navigli nel predetto mare resterà per mala sorte preso o depredato dai pirati corsari e ladroni, o vero dai medesimi in qualunque modo impedito, esso Capitano con ogni diligenza piglierà cura di perseguitare gl'invasori e i pirati per mare e per ogni luogo, e sarà dover suo strappar loro la preda, ricuperare i navigli, i naviganti ed ogni cosa perduta, render tutto ai padroni e proprietarî, e scortare le persone e le cose ricuperate infino a luogo sicuro, senza pretensione di alcun prezzo o mercede; purchè il navigante abbia pagato come sopra il debito al Capitano. Altrimenti se così non facesse, se non ricuperasse e non restituisse effettivamente secondo la possibilità, allora senza altre scuse ha promesso e solennemente si è obbligato a favore di chiunque abbia patito danno da pirati e ladroni nei luoghi predetti, di mantenerli indenni e di pagare di suo danaro ogni perdita fino ad intiera compensazione del danno sofferto. Perciò la Camera apostolica resterà libera dal detto peso; ed il Capitano dovrà mantenerla onninamente immune. Eccettuato il caso della forza maggiore pel numero delle galèe, dei brigantini e delle genti, il caso delle occupazioni del Capitano, o del contagio come sopra. Delle quali eccezioni devesi dare la prova innanzi alla Camera predetta come è scritto espressamente nei precedenti capitoli.
»11. Similmente il Capitano si è obbligato ed ha promesso, sotto pena di duemila ducati, di non trafficare colle galèe nè co' brigantini predetti, durante la condotta, e di non trasportare mercanzie o derrate di qualunque spezie e da qualunque luogo a qualsivoglia parte; e di non pattuire noleggio, se ciò non fosse per mandato espresso di nostro Signore o della Camera, da esser mostrato in scritto.
»12. Similmente ha promesso e si è obbligalo a tenere la stazione così d'inverno come d'estate nel porto di Civitavecchia, o alla foce d'Ostia, o negli altri porti e luoghi della santa romana Chiesa nel mare predetto, cioè da Terracina a monte Argentaro, perchè abbia sempre più pronto a trovarsi vicino contro gli invasori dei detti luoghi, e nella difesa di chiunque viene all'alma città di Roma, da quella o dagli altri predetti luoghi si parte.
»13. Similmente il predetto Capitano sarà tenuto ad ogni richiesta di nostro Signore o della Camera mostrare le galèe e i brigantini presso la foce del Tevere, dovunque vorrà la Santità sua, o il predetto reverendissimo Camerlengo, così corredati, come gli saranno consegnati; e di più restituire la infrascritta fortezza, sotto pena di diecimila ducati, oltre ai danni ed interessi: e perciò dovrà dare mallevadori sufficienti.
»14. Similmente ha promesso e si è obbligato che nè esso nè altri della sua gente e brigata non toglierà mai nulla dai naviganti, se pur non fosse da loro spontaneamente offerto in dono, altrimenti sarà tenuto a risarcire il danno, secondo l'arbitrio della Camera.
»15. Similmente ha promesso avere e tenere gli amici di sua Santità e della santa romana Chiesa per amici, ed i nemici per nemici, di qualunque stato, grado, o preminenza essi siano.
»16. Similmente la santità di nostro Signore ha promesso al medesimo Capitano di fargli consegnare gli uomini che per le terre della Chiesa sono o saranno condannati alla galera; ed esso Capitano potrà ritenere i predetti condannati ne' suoi legni, se altrimenti non sarà ordinato per volontà della stessa Santità e della Camera: sempre però dovrà rendere ragione di quelli al nominato Camerlengo, quando ne sia richiesto.
»17. Similmente il detto Capitano ha promesso e si è obbligato dare la sicurtà sopra banchieri di credito per la residua somma di mille cinquecento ducati d'oro di Camera, e assottigliata che sia la detta somma per compensi di danni, dovrà subito ripetere e rinnovare la stessa malleveria sufficiente a giudizio della Camera medesima per fermezza dell'adempimento dei capitoli, e per compenso dei danni a chi ne ha patiti, secondo che giudicherà la stessa Camera in forma sommaria e stragiudiziale.
»18. Similmente se durante la condotta avverrà che il Capitano per ordine di nostro Signore sia spedito in altra parte fuori dei confini della spiaggia romana, allora pe' casi già contemplati egli non sarà tenuto ad alcun risarcimento di danni che succederanno nella spiaggia, quando egli ne sarà assente per missione del santissimo Signor nostro: purché il detto Capitano dimostri chiaramente alla Camera la destinazione predetta, mostrando le lettere o i brevi del santissimo Signor nostro.
»19. Similmente se avvenisse, come spesso succede, che navigando a loro viaggio per la spiaggia romana alcuni brigantini di mercadanti cristiani, e veduti dagli altri marinari delle barche littorane, costoro entrassero in sospetto pensando i primi essere brigantini di pirati; e per ciò si mettessero in fuga ed anche eleggessero di investire in terra, o di fare altrimenti naufragio; in questo caso il Capitano non sia tenuto a risarcire i danni di alcuno, purchè presenti le sue prove che per la detta ragione coloro da sè stessi siansi gittati a traverso.
»20. Similmente quando il Capitano saprà essere per la spiaggia lo stormo dei pirati, e avviserà i padroni delle barche ammonendoli di non passare oltre; e di non doppiare i promontorî se prima egli non ne dia loro avviso e sicurtà; e ciò non ostante i padroni medesimi delle barche traessero di lungo e poi fossero presi, in cotal caso il detto signor Capitano non dovrà essere tenuto all'ammenda nè al risarcimento dei danni, sempre supposto che i pirati abbiano forza maggiore, tanto che egli non sia sufficiente a convogliare il barchereccio.
»21. E similmente l'istesso santissimo Signor nostro, perchè stiano vie meglio sicure e difese le galèe, i brigantini e l'armata navale di sua Santità e della santa romana Chiesa, concede al predetto capitan Paolo la rôcca nuova di Civitavecchia, perché sia tenuta, usata e goduta da sua Signoria per tutto il tempo che durerà il suo capitanato, coi carichi, salario ed emolumenti consueti, cioè l'assegnamento mensuale di ducati sei da giulî dieci per soldèa, e di ducati dieci da carlini dieci per gli ancoraggi dei bastimenti. Volendo che il predetto Paolo per la malleveria della rôcca possa valersi ancora dello istesso banchiere o mercadante che è mallevadore suo per la restituzione delle galèe e dei brigantini come sopra al santissimo Signor nostro, o al Camerlengo o alla Camera apostolica; e ciò abbia a essere per la medesima somma di ducati diecimila, tanto che per la restituzione sia delle galèe e dei brigantini, sia della rôcca, il detto signor Capitano non abbia obbligo di dare sicurtà per altra somma maggiore.
»22. Similmente il predetto Capitano dovrà tenere un libro, nel quale siano scritti o faccia scrivere nome e cognome di tutte e singole persone condannate alla galera, o che vi saranno mandate di tempo in tempo: scritta la qualità della condanna, se perpetua o a determinato tempo, quando e come gli verrà espresso: e di queste cose essendo richiesto dovrà almeno due volte all'anno mandare esatta relazione alla Camera; e il tenore di detta nota deve essere conforme al libro originale di consegna e trasmissione che si conserva presso la Camera apostolica in Roma.
»23. Similmente ha promesso il detto Capitano, e si è obbligato dentro il termine di giorni venticinque accreditare presso la Camera un suo procuratore e tenerlo residente in Curia, perchè si possa subitamente trattare con lui dei danni e dei risarcimenti: e che non sia lecito procedere contro il detto Capitano se non citato il procuratore e non altrimenti.
»24. Similmente che il capitano possa ricevere i condannati da qualunque tribunale gli vengano trasmessi: sempre però debba scriverli nel suo libro e darne conto alla Camera apostolica come sopra.
»25. Similmente che il detto Capitano non possa appaltare nè impegnare ad alcuna persona, nè a collegio, nè ad università il diritto del due per cento, senza la esplicita licenza della Camera predetta.
»26. Similmente la espressa condotta avrà a durare a beneplacito di nostro Signore; e, lui morto, a beneplacito della Camera apostolica.
»Così eccetera addì 12 dicembre 1523.»
[Gennajo 1524.]
XXI. — Per intendere i capitoli presenti, nei quali si contiene tanta parte e così importante delle notizie marinaresche, bisogna ricordare gli altri simili capitoli pubblicati avanti, e le dichiarazioni già messe intorno ai particolari storici e tecnici, che qui non devo ripetere[293]. Basterà seguire l'istesso metodo, e tirar fuori le novità che ora ci vengono innanzi, secondo l'ordine dello strumento.
La squadra permanente resta fissa ai quattro legni, due galèe e due brigantini: salvo il caso di armamento straordinario, che abbiam veduto e più vedremo crescere infino a otto, dodici, e trentasei vele. Ora nel primo capitolo si assottigliano per economia i numeri dei combattenti, riducendoli da cinquanta a venticinque nelle galèe, e da venticinque a diciotto nei brigantini: dobbiamo però intendere di gente fissa al minimo per tutto l'anno d'estate e d'inverno; e di più metterci il rinforzo occasionale di soldati della guarnigione di Civitavecchia, secondo il bisogno. Però al capitano Vettori si concede anche la castellania della rôcca nuova, che ora dicesi la Fortezza, perchè col governo supremo della piazza e delle armi in terra meglio possa esso stesso difendere le galèe ed i brigantini nel porto; e col supplemento delle fanterie meglio armarli quando escono al corso[294]. Questo è il primo esempio dell'unione dei due comandi nel medesimo Capitano: unione poscia continuata, e di grande efficacia indi a quattro anni per salvare la persona istessa di papa Clemente, come vedremo.
Appresso troviamo accresciuti gli emolumenti del Vettori; ciò è dire anzi tutto la rendita consueta del due per cento sulle merci, gravame introdotto a tempo e mantenuto in perpetuo, di che si parla più volte, confermandolo implicitamente col precetto ai naviganti di fare il debito loro verso il Capitano; e a questo di non transigere coi debitori, e di non impegnare altrui la detta rendita[295]. Dunque dovevano sempre i marinari pagare il due per cento, e doveva il Capitano riscuoterlo da sè. Di più gli si aggiungono ducati ottomila all'anno per i quattro legni, e ducati settantadue per la rôcca, e centoventi per gli ancoraggi[296]. Toltogli solamente il guadagno dei noli, da non si poter conciliare in niun modo coll'efficacia del presidio e col decoro della milizia[297].
Pel quarto si conferma il triplice servigio della guardia contro pirati, frodatori e malviventi; ciò è dire fazioni di guerra, di dogana e di polizia, ordinate al combattimento coi pirati, al sequestro coi frodatori, ed al freno coi turbolenti[298]. Questi ultimi a lungo andare finivano nelle stesse galèe col remo in mano, per sentenza dei tribunali, fatta amplissima facoltà al Vettori di riceverne da ogni parte con la sola avvertenza di scriverli al libro[299].
I sequestri sopra i frodatori divideansi in quattro parti; una delle quali a vantaggio del Capitano e della sua gente, vuoi per compenso delle fatiche, vuoi per eccitamento maggiore alla sorveglianza: le altre tre andavano al pubblico erario in pena dei trasgressori, e per rifacimento delle tante altre frodi impunemente compiute. Notando specialmente a questo proposito essere contemplata, a preferenza di ogni altra, la frode delle granaglie, perchè toccano più da vicino il sostentamento del popolo, e perchè sono sempre state il maggior prodotto delle maremme, donde i vicini e i lontani ne traevano in gran copia; tanto che il prezzo estimativo delle tratte stava in cima alle liste degli introiti fiscali; e se ne concedeva una parte ai sovventori dello Stato, pognamo ai cavalieri di san Pietro, perchè potessero rifarsi del danaro dato in prestanza ed a premio[300].
Quanto alla sorte dei pirati, importantissimo sarebbe il predetto capitolo terzo, e insieme il quarto e il decimo se, oltre alle relative cifre proporzionali in terzi e in quarti, contenessero anche le assolute, cioè il numero medio delle prede annuali[301]. Ma dall'obbligo imposto al Capitano di rifare a sue spese tutti i danni che i naviganti pativano (danni certamente continui e gravissimi) possiamo arguire che non dovevano essere minori gli acquisti sui nemici, senza supporre assurdamente tristissimo affare per lui. Dunque vittorie frequenti, e ricche prede sopra i pirati, quantunque non ricordate più che da questi capitoli, e dalla tradizione che si fa ogni dì più languida nei nostri porti, e dalle bandiere che a grado a grado si perdono anche nelle Chiese, dove in gran numero erano state messe per ricordo e per trofeo, come in alcun luogo dirò. Di coteste prede, delle quali il Capitano non toccava più della quarta parte, metteasi pur in forza, e cavava i fondi necessarî a compensare i danni dei naviganti; perchè esse erano di gran valuta. I bastimenti forti e da corso, il corredo, le gomene, le vele, le artiglierie, e gli uomini stessi, giovani e gagliardi, più il comandante e gli ufficiali, portavano guadagni: sia pel riscatto delle loro famiglie, sia per la vendita o pel servigio; valutandosi almeno cinquecento lire per testa. E ciò tanto spesso avveniva che il capitolo quarto non dubita corroborare la teoria legale coll'argomento dell'esperienza e dei fatti, dicendosi bastare al Capitano la quarta delle prede[302], «Come è stato sempre osservato fino al presente.»
Il nome delle rappresaglie ritorna contro i protettori dei pirati nel capitolo sesto, ma la cosa di fatto sparisce: perchè tra tante cautele, eccezioni, permessi, e riguardi pei casi speciali, la formola si riduce a zero; e resta soltanto la minaccia come spauracchio[303]. Non ho mai trovato che siano state concesse in pratica, nè mai eseguite da alcuno nel secolo decimosesto.
Più rilevante ci viene il capitolo settimo, dove si parla della epidemia o della peste a bordo, come impedimento legittimo alle militari fazioni del Capitano, e scusa ragionevole per esonerarlo dal rifacimento dei danni[304]. La quale eccezione, tutta nuova, non può essere stata aggiunta per nulla; ma deve avere la sua ragione nei fatti precedenti. Questo a parer mio ci rimena senz'altro al successo degli ultimi anni, quando Paolo cadde prigioniero e fu menato a Tunisi, perchè si avventurò a combattere colle galèe affrante dalla stessa epidemia, per la quale era morto il figlio, come abbiamo veduto. Insomma poste le cause, bisogna aspettarsi gli effetti, così in ordine, come ora per maggior chiarezza ricordo. Nel quattordici Giulio de' Massimi, cavando la darsena, pattuiva di gettare il fango dove tornasse meglio al suo comodo[305]: dopo tre anni di lavoro scoppiava nel diciassette l'epidemia, della quale espressamente parla il presente documento[306], e di essa tra tanti e tanti moriva l'unico figlio del comandante per essersi trattenuto nel porto, dove l'aria si era fatta pestilenziale, come scrive il biografo contemporaneo di Paolo[307]: «Egli non lasciò figli masti, perchè uno che n'ebbe di molto grande espettazione, e che si credeva che avesse a pareggiare il valore del padre; molto desideroso di farsi grande, stava del continuo esercitandosi sul mare: e trattenutosi una volta qualche giorno in un porto, dove l'aria era pestilente, aspettando di assaltare certi legni barbareschi, fu assaltato, senza potersi difendere, dalla morte.» Appresso fece seguito la perdita della galèa capitana, l'impotenza delle sensili, la prigionia del comandante, e l'enorme taglione[308].
Lascio gli altri capitoli che non hanno bisogno di commento, o l'hanno ricevuto nel precedente discorso, e conchiudo che l'esperienza aveva dimostrato esservi non di rado alcuni padroni di barche, i quali o per eccessiva presunzione, o per estrema vigliaccheria, venivano all'istesso segno di perdersi; e poi di volere che altri avesse a salvarli, e a compensarli dei danni. Nulla doversi a costoro dicono i capitoli[309]. Se i codardi si spaventano delle ombre vane e di qualunque bastimento che passa, se pigliano gli amici per nemici, e se per salvare le persone da un pericolo immaginario mandano a traverso i legni o gittano il carico, non devono pretendere nulla dagli altri; ma da sè stessi ripetere così il male come il rimedio. Per opposito quei folli spregiatori dei consigli e dei pericoli, che, avvisati a non si muovere da luogo sicuro, vogliono mettersi da sè a rischio evidente, se v'incappano, è colpa loro: dunque a sè stessi devono attribuire il danno, e del proprio trovare il compenso. Tanto temuta e così grande era a dispetto di tutti, o temerari o codardi, la potenza dei pirati!