LIBRO QUARTO.

CAPITANO ANDREA DORIA,
DEI SIGNORI DI ONEGLIA.

[1526-1533.]

[Maggio 1526.]

I. — A ridosso di uno scoglio nella Liguria occidentale stavasi quasi nascosto per questi tempi un capitano eccellente, che aveva a divenire il più grande e fortunato marino della età moderna, quando papa Clemente trovandosi in grandi maneggi, nel maggior bisogno, senza capitano di mare per la improvvisa morte del suo Vettori, volgeva lo sguardo proprio a quello scoglio che copre il piccol porto di Mentone, e ne cavava Andrea Doria per metterlo al comando della sua armata navale. Questi sono fatti e servigi intimi di un Gentiluomo genovese a un Pontefice romano, di un Doria a un Medici, non c'entra predominio nè di Francia nè di Spagna, e si tratta bene o male della pubblica salute: però fatti e servigi al solito dalla comune degli scrittori, anche in Italia, o non conosciuti o disgradati. Dirò dunque io di Andrea per questi tempi, che offeso già prima dai ministri cesarei pel sacco di Genova, e poi dai ministri francesi per conto di onori e di paghe in Provenza, erasi ricondotto colle sue galere presso il principe di Monaco, dove una volta l'abbiamo incontrato[319]: e dirò che venendogli da Roma l'onorevole chiamata, volentieri coglieva l'occasione di rimettersi al largo. Occasione che, presa di volo, quantunque per breve tempo, doveva far meglio conoscere al mondo quest'uomo, e menar lui e la sua casa alla suprema altezza, dove ai privati sia dato giugnere senza diventar sovrani.

Fin dal principio pregherò i miei critici di non venirmi a confondere questo notissimo Andrea Doria con nessun altro dei tanti Andrea, suoi antenati e successori; e specialmente di non confonderlo con quel Giovanni Andrea figliuolo di Giannettino, cui noi per proprietà e vezzo della nostra lingua diciamo con sola una parola Giannandrea. Confusione incredibile! dove nondimeno sono caduti non pochi dottoroni, e specialmente in Germania lo scrittore di una rassegna intorno alla mia storia della battaglia di Lepanto; articolo inserito nel notissimo giornale storico che si pubblica dal Sybel in Monaco di Baviera[320]. Il Signore della critica avrebbe voluto da me intorno ai campioni della battaglia di Lepanto maggiori notizie cavate dalla vita di Andrea Doria, scritta da Lorenzo Cappelloni, e da Carlo Sigonio. Dalla vita di Andrea, morto undici anni prima di quella battaglia? dal Cappelloni che stampava la vita sei anni prima del combattimento? Dovrem noi dunque abbattuti in terra, e sfatati pur delle cose nostre, menar sempre buono il parere di chiunque presume insegnarci la confusione dei libri, dei tempi e delle persone? Tanto basti per saggio. Tu però con questo, savio lettore, potrai far ragione anche di altri censori, che senza studio e senza cortesia, pigliando l'aria di professori veterani, tanto si manifestano da sè giudici immaturi e incompetenti (massime nelle cose tecniche), a distinguere il vecchio dal nuovo, la cronaca dalla storia, e simili, quanto altri a distinguere il nipote dallo zio.

Volendo più che siami possibile togliere ogni pretesto di sconci equivoci dalla mente di chicchessia, io metto qui a piè l'alberetto genealogico[321]; ed insieme ripeto trovarsi spesso, e ritornare sovente nella casa Doria il nome di Andrea, ora solitario, ora in composizione di altri nomi, per individui diversi: e specialmente altra essere la persona di Andrea capitano di Clemente VII e di Carlo V; altra la persona di Giannandrea capitano di Filippo II, e nipote in quarto grado laterale dell'altro. Del secondo non abbiamo niuna biografia, come ho scritto[322]; del primo parlano tutti i dizionarî storici in ogni lingua e le vite speciali per lui singolarmente composte, dal Cappelloni contemporaneo suo, infino al Guerrazzi contemporaneo nostro. Dunque adesso, che siamo nel 1526, e Andrea è vivo nella storia (non pel 1571, che egli era morto) dobbiamo parlare dei fatti suoi; adesso qui, e non altrove, gli è tempo di ricercare per certi critici il Cappelloni[323].

Andrea Doria, allievo della scuola romana, come colui che qui in Roma sotto Niccolò Doria suo zio, nella guardia papale al tempo di Innocenzo VIII genovese, aveva fatto la prima milizia, era passato poscia a Napoli in servigio degli Aragonesi; poi la seconda volta in Roma col prefetto Giovanni della Rovere; appresso coi suoi genovesi in Corsica; e finalmente, disgustato nella patria degli ostinati disordini tra le fazioni di Francia e di Spagna, porse di buon grado l'orecchio alla terza chiamata della prima città. Aveva allora sessant'anni, essendo nato nel 1466 la notte di sant'Andrea in Oneglia signoria della sua casa; ma vegeto e robusto dimostravasi uomo capace negli altri trentaquattro anni della vita di fare cose grandi. Un bello e nobile aspetto di quella pienezza e gravità che gli antichi hanno espresso nella immagine di Platone: complesso ed alto della persona, un grande ovato di volto, fibroso il collo, ampia la fronte, corta la capigliatura, lunga e distesa la barba, strette e sottili le labbra, l'occhio intento e alquanto fiero, e il muscolo delle ciglia infino al mezzo abitualmente corrugato. Fermo nei propositi, sobrio nei piaceri, parco nelle spese, magnifico nelle utili circostanze, e sempre assegnato del suo e dell'altrui. Tale ce lo mostrano i fatti, e gli scrittori della sua vita, e il suo stesso testamento: e tale ancor si rivela a chi considera l'espressione del suo volto, inciso nelle medaglie, scolpito nei marmi, e dipinto nelle tele, specialmente nel classico ritratto che si conserva nella galleria romana de' suoi discendenti, colorito per mano di Sebastian Luciani, detto dal Piombo, pittore della scuola veneziana di quel valore che tutti sanno, e massime pei ritratti ai suoi giorni ed anche oggi riputato eccellentissimo[324].

[Giugno 1526.]

II. — Ai primi di giugno Andrea era già investito del nuovo ufficio, come capitano della navale armata di Roma, e castellano della fortezza di Civitavecchia, secondo gli stessi capitoli del Vettori. A lui il comando delle due galere e de' due brigantini permanenti; a lui la condotta di altre sei galere di rinforzo, quattro proprie, e due di Antonio suo congiunto. Il nome di questo Antonio deve essere fin dal principio avvertito bene dai lettori e ricordato, perchè entra ora luogotenente, e poscia resterà successore di Andrea; e ci darà materia alla continuazione del libro quarto, come ce l'hanno data pel secondo i due da Biassa. Cresciuti i legni, infino a dieci, anche i soldi del nuovo capitano ebbero a salire da otto a trentacinque mila ducati per anno, facendosene in gran parte il ritratto da nuove gravezze imposte sui macelli: di che malcontenti i beccaj tumultuarono in Roma, e fecero sciopero; dandoci a vedere che niente è nuovo nel mondo[325].

Abbiamo adunque in punto dieci bastimenti, sotto eccellente capitano; e dobbiamo aspettarci degni fatti contro i pirati, se pur non verranno i negoziatori di Cognac a trascinarci altrove. Nel vero, come Andrea ebbe udito il Barbarossa, per allora giovane pirata, esser comparso sulle maremme di Toscana, in quel primo fervore uscì subito fuori del porto coi dieci legni, e più le tre galere di Rodi, avendo coll'autorità del Papa, e coll'esempio del Vettori, persuaso quei signori a seguirlo[326]. La spedizione ben ordinata e presta si coronò di splendido serto, certamente prima che ai nemici fosse arrivata la notizia dell'apprestamento dei nostri marini. Barbarossa aveva già messo a soqquadro le maremme di Toscana, senza trovare niuno che potesse resistergli, o dargli novelle di ciò che fosse di qua dal monte: per ciò usciva baldanzoso dal canale di Piombino, e coi Ponenti della stagione volgeva verso la spiaggia romana. Tutto inteso col guardo sull'orizzonte, cercava la preda, quando gli stessi Libecciuoli che il portavano a Scirocco col carro alla destra, gli posero dinanzi una dozzina di legni militari, coperti di cotone col carro a sinistra, e schierati in battaglia, e tutti abbrivati contro di lui. Si potrebbe dire che quasi agli occhi suoi non avrebbe creduto, se non si fossero mostrate sulle bandiere le chiavi di Roma, e le croci di Rodi; e poi, come non riconoscere all'attrezzatura, alla ordinanza, al brio, i legni militari? Sorpreso all'improvviso, e persuaso di non potere resistere, dette il segno di pronta ritirata, e gittò pel primo la sua galeotta velocissima a remo contro vento. Ma gli altri, tutti in un branco, brigantini, fuste e galeotte, quindici legni, vennero a un tratto nelle mani dei vincitori. I quali con gran festa rientrarono nel porto di Civitavecchia; esultando i popoli vicini e lontani nel vedere distrutta la terribile masnada, imprigionati in gran numero i Turchi, e sciolte le catene a più centinaja di Cristiani, alcuni dei quali allora allora avevano cominciato a remigare. La memoria di questo fatto importante sarebbe perita, come tante altre delle nostre, se l'intramessa delle tre galere di Rodi non avesse dato ragione al Bosio di registrarla ne' suoi annali[327]. Dunque al testo dell'Ariosto possiamo ora aggiugnere più largo commentario, confermandone la sentenza in ogni parte, anche nella zona della spiaggia romana, dove ai nostri tempi si sarebbe meno pensato[328].

[Luglio 1526.]

III. — Intanto pubblicavasi la Lega di Cognac, e gli alleati scopertamente si apprestavano alla guerra contro l'Imperatore. Cacciarlo dalla Lombardia, mutargli lo stato di Siena e di Genova, torgli il regno di Napoli, pareva loro altrettanto facile nell'esecuzione, quanto lo sentivano nel desiderio[329]. Io non voglio allontanarmi dal mare: perciò lascio da parte la Lombardia, dove pestava il conte Guido Rangoni, il famoso Giovanni dei Medici, e Francesco Guicciardini; e dove già erano andati per commissione di papa Clemente a rivedere le fortezze di Romagna e di Piacenza Antonio da Sangallo, Michele Sammicheli, Battista il Gobbo, Antonio dell'Abbaco, e Giulian Leno[330]. Lascio dentro terra questi capitani ed ingegneri, e mi accosto alle maremme di Siena, dove il Doria si avvicina per sostenere gli eserciti campeggianti in Toscana.

Voleva Clemente metter giù il reggimento popolare dei Senesi favorevole agl'Imperiali, e rialzare contro di loro il partito dei Petrucci, a capo dei quali era Fabio, congiunto per matrimonio colla casa dei Medici. Perciò dal confine di Viterbo e d'Orvieto aveva spinto dieci mila tra fanti e cavalli contro Siena; e da Civitavecchia aveva fatto uscire Andrea colle galèe e mille fanti di sopraccollo per sostenerli. I dieci mila romani, fiorentini e forusciti, coi commissari Antonio Ricasoli e Roberto Pucci, al primo scontro in campagna furono rotti dai Senesi, colla perdita di tutta l'artiglieria, e di quasi tutto il bagaglio. Restò a compensare i danni minaccioso il Doria dalla parte del mare. Egli prese quante vettovaglie di là venivano ai Senesi, impedì i soccorsi, assaltò i porti, ebbe Talamone ed Orbetello, e presidiò stabilmente Portercole[331]. Quest'ultima piazza ritenne per quattro anni, arrabattandosi indarno i priori di Siena tra le ritortole della Curia e di Andrea, finchè il capitan Cencio Corso con improvvisa battaglia di mano non l'ebbe ricuperata ai Senesi nel mese di febbrajo del 1530.

[Agosto 1526.]

IV. — Maggior travaglio aveva a portare la mossa verso Genova; dove governava Antoniotto Adorno, sostenuto dal partito imperiale. Pensate Genova, città da rendere buon conto a chicchessia coll'armi in mano; pensate Antoniotto, bene assettato nel palazzo ducale, e risoluto insieme cogli aderenti suoi di non volerne uscire; pensate i capitani di Carlo V, attaccati coi denti a quella piazza importantissima tra tutte in Italia, ed anello necessario per carrucolare verso la Spagna, Napoli e Milano; essendo chiusa ogni altra linea, specialmente dai Francesi, e sapendo che perduta Genova, nè uomo più, nè soldo, nè altro qualunque soccorso sarebbe potuto passare. Dunque qui il nodo principalissimo, e qui il contrasto maggiore.

Ne fu scritto al Doria, il quale rispose non esservi altro mezzo che stringere Genova dalla parte del mare; mettersi con due armate nelle due riviere, e tenersi pronti di qua e di là a combattere unitamente contro l'armata di Spagna, che nel mezzo verrebbe per certo a portarle i soccorsi. Disegno strategico. Se fosse stato eseguito a tempo, niun dubbio che avrebbe dovuto Genova aprir le porte, Antoniotto fuggire, e i Cesariani cadersi in pessimo termine. Ma la bisogna delle leghe va sempre a un modo; ciò è dire con poca corrispondenza reciproca. Andrea si accostò presso alla riviera di levante, ma i Francesi tardarono dall'altra di ponente, i Veneziani non comparvero in tempo, e gli Spagnuoli ebbero tutta la comodità di provvedere. Entrarono alla spicciolata, genti, vettovaglie, danaro; venne di Spagna fresco fresco il duca di Borbone, col grado di capitan generale dell'esercito cesareo in Italia.

Finalmente a mezzo agosto l'armata di Francia col conte Pietro Navarro prese Savona, favorito dagli abitanti, nemici dei Genovesi; intanto che dall'altra parte Andrea Doria colle galèe del Papa e dei Veneziani faceva testa a Portofino, mettendovisi di forza per mare e per terra. Aveva seco i dieci legni della squadra papale, ed una quindicina della veneziana, venuti alla fine in questi mari, secondo i patti della lega, sotto il governo di Luigi Armero[332]. Così stettero tre mesi stringendo il blocco da levante e da ponente: a niuno più concesso nè l'entrare nè l'uscire, cresceva dentro maggiormente la penuria, e fuori vie meglio l'abbondanza per le molte e continue prede che le due armate facevano sul mare[333]. E in quel mezzo Filippino Fieschi, governatore delle armi a Portofino, col rinforzo di ottocento marinari buttatigli in terra da Andrea, dava la mala paga ai Cesariani che si erano arditi di trasalire il monte, pensandosi vanamente di poter riscuotere quel posto, e di allargare alquanto il blocco dalla parte di terra[334].

[19 novembre 1526.]

Finalmente il grosso dell'armata spagnuola salpava da Cartagena per rifornire la piazza di Genova: venti galèe di scorta, ventidue navi da carico, grandi provvigioni, molti cavalli, quattromila fanti veterani, Ferrante Gonzaga, Ferdinando Alarcone, e don Antonio Lannoy vicerè di Napoli, venivano di lungo verso il golfo: ma costretti da grossa tempesta di scirocco, riparavano a san Fiorenzo sulla estremità boreale della Corsica, aspettando l'opportunità di movere tutti uniti al soccorso di Genova[335]. Per opposito i confederati si mettevano in punto con deliberazione di tenere il passo, e in gran fretta da Portovenere chiamavano quelle galèe veneziane che vi si erano raccolte a spalmare. Assembrati distesero l'ordinanza, mettendo in battaglia quarantaquattro legni di linea così[336]: sedici galèe e quattro galeoni di Francia, tredici galèe di Venezia, e undici del Papa: al centro Pietro Navarro, alla destra Andrea Doria, alla sinistra Luigi Armero, i galeoni alla fronte.

Disposta in tal modo l'ordinanza, e mandate a ciascuno le istruzioni precise per governarsi nello scontro imminente, si volgevano di faccia al vento, persuasi che il nemico con tante navi quadre non potrebbe venire altrimenti che sotto vela, di buon braccio, e secondo il rombo della giornata, come e dove essi aspettavano. Nè ebbero ad indugiarsi gran fatto, chè a diciannove di novembre ecco l'armata di Spagna dalla parte di Sestri orientale; e incontanente i confederati all'incontro dal ridosso di Portofino, navigando quelli a vela e questi a remo risolutamente gli uni contro gli altri. S'incontrano dinanzi a quella lingua di terra che i Genovesi chiamano Codimonte[337]. Pietro Navarro intima la battaglia con un tiro di corsia, colpisce giusto, e mette abbasso l'asta e la bandiera dell'almirante spagnuolo: grida di lieto augurio tra i confederati, e di confusione tra i nemici. Il Doria e l'Armero volano innanzi arrancati, e gli altri a gara contro i vegnenti, traendo a furia di tutte le artiglierie. In breve le due armate di qua e di là si avvicinano, sparisce il campo del mare interposto, si mescolano, si urtano, si afferrano; e rimane una selva intricata d'alberi e d'antenne, scossa dal fuoco, dal ferro, e dal cozzo. Una nuvola di fumo corre sull'orizzonte: bassa e bianca a prima uscita; ma crescendo i tiri si condensa colle fumate seguenti, si leva in vorticose spire, torreggia, si oscura, intercetta la luce da ponente, e nasconde il sole prima del tramonto. Tra quel tenebrìo, quanto tu mai intesamente riguardi, non vedi che lampi contro lampi; e non odi che il rombo del tuono tutto intorno, e lo scroscio delle murate, e il precipizio degli attrazzi, interrotto soltanto dal fremito dei combattenti. Il mare intorno si fa livido, copresi di rottami, ribolle. E dopo quattro ore di combattimento, quantunque cresca la notte, puoi vedere l'armata spagnola rotta dalla testa alla coda, alcune navi sommerse, altre prese, e la maggior parte in fuga per l'alto mare, e malconce, correre per ricetto inverso Napoli. Il vento e la notte levano gli avanzi delle loro navi dinanzi alle nostre galere[338]. Dunque gli alleati mantengono il blocco, e lo stringono maggiormente: ma non per questo Genova apre le porte; anzi ostinata nella difesa fino agli ultimi di agosto dell'anno seguente, aspetta di aprire le porte al Doria, al Trivulzio, e alla girata del re Francesco.

[Gennajo-febbrajo 1527.]

V. — Or qui la materia sempre più mi si arruffa: ed io nè voglio allungar le fila, nè posso troncarle. Sento dentro di me la stessa ambascia, già provata da Jacopo Sadoleto, vescovo allora e consigliero di papa Clemente, e poscia amplissimo cardinale, quando inutilmente studiavasi a dissuadere coteste guerre intestine[339]. La stessa ambascia dico, e forse maggiore: perché a lui fu concesso allontanarsi, ed a me non è dato potermi tirare da parte. Metterò dunque in compendio quanto per necessità delle seguenti sciagure mi tocca.

Il Lannoy, novello vicerè, sbarcato a Napoli dopo la rotta di Codimonte, piglia il comando dell'esercito imperiale, passa i confini, occupa Frosinone; e i Colonnesi in favor suo levano rumore nella Campagna. Renzo da Cere e Alessandro Vitelli ricacciano indietro il Lannoy, e costringono i Colonnesi alla fuga. Clemente allora chiama il conte di Valdimonte, ultimo rampollo della casa Angioina per metterlo colle armi sul trono di Napoli[340].

Andrea Doria, richiamato a Civitavecchia, imbarca le terribili bande nere, capitanate da Orazio Baglioni per la morte di Giovanni de' Medici, ucciso poco anzi da una archibugiata nel Mantovano[341]: imbarca alla Fiumara del Tevere il nuovo Re di Napoli, che procedendo come luogotenente del Papa, e sostenuto dalle forze di Venezia e di Francia, occupa Ponza addì ventitrè di febbrajo; e di là coi proclami e colle armi piglia Mola di Gaeta, Torre del Greco, Castellamare, Sorrento e Salerno[342].

Al tempo stesso Renzo da Cere, Alessandro Vitelli, Orazio Baglioni, Battista Savelli, Pietro Biraghi ed altrettali condottieri del Papa s'impadroniscono di Tagliacozzo, di Sora, dell'Aquila, e già già si appressano alle mura di Napoli, secondo i disegni preparati dai tattici maggiori della lega. Tutto a seconda dei loro desiderî nell'Italia meridionale, e continuati successi delle armi per terra e per mare[343].

[25 marzo 1527.]

I Cesariani dall'altra parte, palpitanti all'imminente e finale rovescio, pigliano l'unico partito che resta ai disperati in questa fatta guerre. Mandano oratori al Papa, si gittano in ginocchio, e fanno ogni sforzo di spaventi e di tranelli per distaccarlo dalla lega. Ora essi pensano al pianto dei popoli, al sangue degli innocenti, al trionfo del turco, ai progressi dell'eresia: in somma non chiedono altro che tregua. E i ministri di Roma con Cesare Fieramosca, inviato dal Lannoy, addì venticinque di marzo in fretta e in furia, con poca participazione degli alleati, sottoscrivono la tregua di otto mesi. Il Lannoy sgombra dagli strali della Chiesa; e Clemente richiama indietro da ogni campo le milizie e i capitani, dando il congedo a tutti per levarsi dalle spese[344]. Pensate sorpresa e rabbia di Francesi, di Veneziani e di Fiorentini: pensate scorno e rovina di Curia e di Romani. Ecco il punto: restiamo soli, e disarmati.

[5 maggio 1527.]

Il duca di Borbone venuto poc'anzi di Spagna a Genova e a Milano, con suprema autorità, come ho detto; già indettatosi con Carlo, e conscio più che altri delle segrete intenzioni di lui per ogni caso di questa guerra[345]; non vuole udir verbo nè di pace, nè di tregua, nè di Lannoy; dicendo non avere esso sottoscritto nulla, nè esser tenuto a nulla dalla firma degli altri: anzi a reciso protesta di volersi continuare nella marciata verso Firenze e verso Roma. Francesco Maria della Rovere, duca d'Urbino e generale dei Veneziani, richiamato dai suoi signori per questi casi oltrepò, consapevole dell'animo dei Medici sul conto dei Rovereschi, e dei fatti di Lorenzo già duca d'Urbino, chiude gli occhi, e lascia fare. Dunque il Borbone si avanza dalla Lombardia verso Roma senza ostacolo; e con lui il famoso Frandesberg degli strozzini, e trentamila uomini d'ogni nazione, tedeschi, svizzeri, spagnuoli, fiamminghi, luterani e ribaldi. Costoro sicuri per lo scioglimento dell'esercito papale, e tratti all'esca dell'ingordo bottino, danno l'assalto a Roma addì cinque del mese di maggio 1527.

[6 maggio 1527.]

E quantunque il traditore di Francia, e corifèo di Spagna miseramente lasci la vita nei prati di Castello, nondimeno l'opera scellerata si compie pei seguaci del suo nome: i quali nel dì sei di maggio uccidono quanti vogliono per le strade di Roma, dicono quattromila cittadini; e saccheggiano la città, le chiese, i monasteri con tanto sfogo d'avarizia, di libidine e di crudeltà, quanto mai nè prima nè dopo, nè dalle barbare genti nè dalle incivilite, non si era veduto nella afflitta città[346].

[Giugno-luglio 1527.]

VI. — Ora non mi talenta il seguire lo svolgimento dei trattati intorno alla persona del Papa, nè il discorrere della sua ritirata e dimora in castello Santangelo, nè della fuga in Orvieto, nè del Governo che fecero l'Imperatore e i Confederati di questo intricatissimo negozio. Lascio cui spetta il riconciliamento di Clemente e di Carlo, la coronazione di Bologna, e l'assedio di Firenze, dove niuna parte ebbe, nè bella nè brutta, la mia marina. In quella vece invito il lettore a venir meco dove ci aspetta Andrea Doria: il quale sorpreso dagli inaspettati avvenimenti, senza istruzioni, senza paghe, e senza partito, nondimeno meglio di ogni altro coll'ingegno e colla fede giovò alla causa ed alla incolumità del Pontefice. Imperciocchè avendo ripigliato personalmente la castellania della fortezza, e il comando della piazza in Civitavecchia, coi marinari e co' soldati delle galèe e coll'ajuto dei terrazzani, trovandosi in luogo forte per natura e per arte, non volle mai consegnare la città agli Imperiali; ma vi si tenne sempre fermo e in buon ordine, tanto che coloro non si ardirono di assalirlo: per opposito presero a carezzarlo, pregandolo con molte lusinghe ed impromesse, che volesse accettare la condotta ed unirsi con Cesare[347]. Ma egli, fermo nel proponimento e nella fede, non si lasciò mai abbindolare. Anzi più per messi secreti scrisse al medesimo Papa le proposizioni degl'imperiali: e da lui privatamente fu consigliato di non dover prestare orecchio alle loro ricerche; ma di starsene fermo in Civitavecchia, e di guardarne il porto, altrimenti sarebbe cagione di farlo condurre prigioniero in qualche fortezza di Spagna, come era successo nel caso simile al re Francesco per la via del porto di Genova. Conchiudeva consigliandolo di non si muovere, finchè egli non fosse fuori del pericolo; e poscia di accostarsi più tosto ai Francesi, che agli Spagnuoli, quando ne verrebbe il tempo[348]. Di questi fatti non meno importanti alla storia universale, che alla marina, gli storici nostri municipali non fanno motto.

[Agosto 1527.]

Andrea eseguì di punto in punto i consigli privati: si tenne costante alla guardia del mare, e il primo dei suoi sigilli, pubblicato dall'Olivieri[349], si trova ancora attaccato ad una lettera che esso scriveva da Civitavecchia nel mese d'agosto di quest'anno, raccomandando ai protettori del banco di san Giorgio in Genova l'abate Imperial Doria, eletto vescovo di Sagona in Corsica, del quale avrà a tornare il discorso. Finalmente quando ebbe veduto alquanto di quiete, e l'animo di papa Clemente già volto agli accordi, condusse le quattro galèe di sua proprietà in Savona[350]; lasciando nondimeno con altre sei galèe e due brigantini alla guardia di Civitavecchia Antonio Doria, suo luogotenente; il quale fu poscia confermato dal Papa nello stesso carico di capitano[351]. Antonio ci darà materia alla continuazione di questo libro, intestato col nome della casa Doria.

[Dicembre 1527.]

Così terminò sullo scorcio dell'anno ventisette il capitanato di Andrea. Itosene appresso al soldo di Francia, ebbe il grado di generale, e l'Ordine di san Michele: ma non tardò guari a nuovamente disgustarsi del re Francesco. Dopo la pacificazione di Roma, addì trenta giugno dell'anno ventotto fuggì di Provenza, e si condusse a servire Carlo V, dal quale non si distaccò mai più. Capitan generale del mare, e di tutte le armate di Spagna, principe di Melfi, cavaliere del Tosone, grande di prima classe, oppresso da molti fardelli, e legato a straniera fortuna, sempre ugualmente bravo, ma non sempre altrettanto sincero, divenne tra le mani di Carlo strumento necessario della pubblica servitù, mascherata con grande artifizio in diverse maniere, e indarno voluta scuotere coi maneggi e colle armi dai principi, dai popoli, e dai Papi quanti furono tra Clemente VII e Paolo IV. Non dico di più: il suo nome e i suoi fatti torneranno sovente infino alle ultime pagine di questo e dell'altro volume.

[1528.]

VII. — Continuandomi nel mio subbietto, so di entrare nei pensamenti dei nostri marini, che, scossi dagli strani ed infelici successi di Roma, argomentano il termine della loro intramessa nelle guerre intestine, tanto stranamente governate; e sospirano la levata delle armi a più degne imprese contro il nemico comune. Dopo la partenza di Andrea, trovo sei galèe e due brigantini armati e pronti ad ogni fazione nel porto di Civitavecchia; trovo al governo il capitano Antonio Doria, già luogotenente del cugino; e vedo intorno a quei legni principi, ambasciatori, soldati e venturieri fare assegnamento[352]. Vedo altresì in quel porto i Cavalieri gerosolimitani riarmare la loro squadra, e costruire galèe di nuovo, come quelli che, tenutisi da parte con savio consiglio durante il sacco di Roma, meno di ogni altro avean sentito il peso delle recenti sciagure[353]. Entrati poscia nelle smanie di fare qualche cosa, e molto più ristucchi della precaria dimora in casa altrui, fantasticavano sopra Rodi, sperando di potervi ritornare, se pur riuscisse di ritogliere per forza, per sorpresa e per secrete intelligenze l'isola dalle mani dei Turchi. Il Grammaestro e i suoi davansi di ciò gran faccenda: e vedevasi continuo andirivieni di cavalieri e di emissarî, da levante e da ponente, senza che altri potesse penetrarne la cagione. Ma ben sapevane papa Clemente, il quale aveva promesso al balì Salviati, suo nipote, di ajutare l'impresa con tutte, o con una parte delle sue galere[354].

[29 giugno 1529.]

Se non che la prima mossa di quei legni non poteva non rispondere alle mutate condizioni della curia, ed al rivolgimento di Clemente verso la fortuna prepotente di Carlo. Dimentico delle atrocissime ingiurie, l'istesso Papa sottoscriveva addì ventinove di giugno il famoso trattato, pel quale l'eletto Carlo doveva venire in Italia, ricevere la corona dell'imperio, dare la Margherita d'Austria ad Alessandro dei Medici, rimettere in maggiore grandezza questa Casa, e consentire a tante altre cose, che non mi torna il ripetere[355]. Però nè le galere gerosolimitane si volsero a Rodi contro i Turchi, nè le pontificie ad accompagnarle; ma tutti insieme corsero verso Genova incontro a Cesare, che aveva a venire per la via del mare di Spagna.

[12 agosto 1529.]

Tra i grandi e dei primi entrò nel porto con tutta la squadra papale di galèe e di brigantini Alessandro dei Medici, futuro duca di Firenze, accompagnato dal cardinale Ippolito suo cugino e da solenne ambascerìa per complire con Cesare a nome di papa Clemente, e per confermarlo nella opinione della benevolenza sua[356]. Poscia comparvero baroni, prelati, e ambasciatori di ogni parte di Spagna, di Germania e d'Italia; e finalmente ai dodici di agosto sull'ora di vespro ecco Carlo d'Austria, ecco la capitana di Andrea Doria, e trentasei galere in ordinanza, e settanta vele quadre tra caracche e navi grosse, ed altri ventiquattro legni sottili, come brigantini, fuste, trafurelle[357], e fregate; in tutto all'incirca centotrenta bastimenti: più dodicimila soldati di sbarco, e dumila cinquecento cavalli di guerra[358]. Dunque bellissime feste in Genova liberata.

Appresso quei signori, con Cesare, e fanti, e cavalli, e bisogni, andarono verso Bologna, dove nell'ottobre sopravvenne papa Clemente, il quale di sua mano coronò Carlo re ed imperatore nel mese di febbrajo dell'anno seguente.

[24 marzo 1530.]

Colà in Bologna, coll'autorità e favore del Papa, il Grammaestro ed i Cavalieri gerosolimitani ebbero da Carlo V la donazione della città di Tripoli in Barberia, e per loro residenza l'isola di Malta, donde presero il nome, col quale anche noi da qui innanzi comincieremo a chiamarli[359].

[1531.]

VIII. — Intanto Solimano imperatore dei Turchi non erasi tenuto neghittoso: ma delle guerre intestine tra i Cristiani lietissimo, dopo aver percorso l'Ungheria e saggiato la strada fin sotto alle mura di Vienna, accennava di voler ripigliare la campagna con potentissimo esercito per venire dalla valle del Danubio nel centro di Europa[360]. Carlo imperatore, e il fratello suo Ferdinando re dei Romani, chiedevano istantemente gli ajuti del Papa[361]: il quale l'anno seguente mandò in Germania il cardinal dei Medici suo nipote con buona scorta di veterane milizie, e capitani famosi, e cavalli di guerra, ai quali fu dato con gran dimostrazione di valore, e grandissima strage d'infedeli, sciogliere l'assedio e liberare la fortezza di Clissa in Ungheria. Il fiore dei capitani e gentiluomini italiani si trovò raccolto in quei campi, dove erano Marzio e Pirro Colonna, Battista Castaldo, Alfonso del Vasto, Piermaria de' Rossi, Filippo Tornielli, Ottone di Montaùto, Guido Rangoni, e Sforza Baglioni, uniti col grande ingegnere militare Gabriele Tadini di Martinengo, e col celebre condottiere Ferrante Gonzaga[362].

Questo sia detto delle cose di terra per anticipazione e in iscorcio, dovendo io a preferenza occuparmi della marina, dove al tempo istesso Cesare e Clemente con ottimo consiglio preparavano sforzo di grossa guerra. Assalire Solimano alle spalle, minacciare la reggia di Costantinopoli, e togliergli il più che si potesse della Grecia divisavano, volendo così distaccarlo per forza dall'Ungheria. Sapevano bene che la principale difesa consiste nell'offesa; e che non si libera in altro modo più facilmente il proprio territorio, quanto invadendo il territorio nemico. L'esempio di Scipione valeva allora e varrà sempre per tutti.

A tal fine papa Clemente ordinava ad Antonio Doria di crescere la squadra fino a dodici galèe, e di tenersi pronto alla primavera prossima per seguire in Oriente l'armata imperiale[363]. Antonio medesimo tutto aperto, parlando pur brevemente di sè, come era uso, ed in persona terza, ne fa ricordo nelle succinte pagine di quel Compendio storico che dopo quarant'anni licenziò alle stampe, facendo pensiero di magnificare soltanto le glorie di Carlo d'Austria e dei successori, coi quali si era intimamente legato[364]. Però spese l'annata nel costruire e nel mettere in buon assetto le dodici galere, e nel far gente per armarle. Cosa facile nel trentuno: abbondava il danaro, e similmente numerosi vivevano senza partito i soldati e i marinari congedati a cagione della pace rimessa e delle guerre finite in ogni parte d'Italia. A lui la scelta dei migliori uomini di mare nei paesi littorani; a lui la chiamata dei più valenti delle bande nere e di quegli altri che avevano combattuto in terra di Roma e di Toscana.

Aveva Antonio intorno agli armamenti i suoi pensieri particolari; di che ha pur lasciato memoria negli inediti suoi Discorsi sulle cose turchesche per la via di mare, dei quali viene in concio dare breve sunto per chiarire gli apprestamenti suoi di quest'anno colle sue stesse parole[365]. Dice non potersi fare armata di mare colle navi a vela, ma soltanto colle galere, le quali pel remeggio possono andare dove vogliono: e ne adduce tutte quelle ragioni che si potrebbero oggidì mettere assieme per dimostrare che non si può chiamare naviglio di linea quello, il quale non abbia la macchina a vapore. Quanto alle navi quadre di alto bordo, che vanno a vela, dice ricisamente impossibile farle navigare insieme colle galèe; e quindi non essere bastimenti da mettere in linea di battaglia; perchè la diversità della forza motrice, e le svariate condizioni del vento e del mare le costringeranno cento volte a separarsi, e daranno al capitano nemico tutto l'agio di schivare, o di cercare, o di differire il combattimento a suo talento; e di attaccare o quelle o queste a ritaglio. Dunque mette le galèe in battaglia, e le navi in convoglio appresso e distaccate per trasportare munizioni, macchine, cavalli, e artiglierie, all'occasione dello sbarco. Ad ogni galèa assegna ottanta soldati archibugeri e picchieri, coll'obbligo di adoperare l'arme in asta o l'arme da fuoco, secondo il bisogno e secondo l'incontro da vicino o da lontano. A ciascuno la difesa di corazzina e di celata, contro le frecce, sempre in uso tra i Turchi. Il vitto e il soldo di soldato e di marinaro limitato a quattro ducati in ogni mese, «Come si è sempre fatto, e si fa tuttavia, per li ministri di dette armate.» Vorrebbe che si lasciasse il carico degli ufficî principali ai medesimi uomini del paese dove si armano le galèe; e dai luoghi istessi vorrebbe cavare per ciascuna sessanta marinari ordinarî, oltre le ciurme di cento cinquanta persone per galèa, e quanta più si possa gente di Bonavoglia. Conchiudendo colla somma complessiva di cinquecento ducati d'oro al mese per ciascuna galèa. La stessa cifra segna il Bosio, ed ambedue (sottratto lo scioverno) ritornano alle conclusioni dei nostri documenti a suo luogo prodotti[366].

IX. — La scrittura altresì del nostro Capitano parla qui avanti dei rematori di Bonavoglia, e sorge spontanea la domanda del lettore, che cerca chi fossero costoro, i quali sotto il grazioso titolo coprivano la più disperata condizione della vita; e similmente qual colpa o sventura li menasse al tristo mestiero, e qual legge o costumanza della società ne reggesse la sorte. Alcuni tra i moderni vorrebbero far le viste di intenderla questa materia; ma la toccano appena, nè valgono per ogni caso le loro spiegazioni. E perchè non si può lasciar correre senza chiarirla una costumanza marinaresca, che ritorna nei classici, negli storici e nei documenti, ne dirò narrando fatti, e così meglio si intenderanno le risposte in materia di fatto.

Un giovane robusto e sano, stretto dal bisogno, o dai debiti, o dal giuoco, o da qualunque (anche onesta) ragione, pognamo di soccorrere i genitori o di dotare una sorella; in somma chiunque voleva danaro per quei tempi, purchè fosse robusto e giovane, egli poteva trovare banco aperto di sicura e pronta riscossione in qualunque città marittima, ove stanziavano galèe. Andare al provveditore, chiedere, per esempio, cento monete, era tutt'uno che toccarle; dato che il postulante scrivesse subito di sua mano coi testimoni l'obbligo di scontarle di buona voglia col remo in galèa. Dopo di ciò il candidato, messo ai ruoli, vestito della assisa comune dei rematori, e rasato di ogni pelo, meno i mustacchi, era condotto a bordo, e messo in catena al suo posto, perchè la persona sua stesse a mallevaria delle monete[367].

Colà egli aveva il vitto al pari dei marinari: pan fresco o biscotto due libbre ogni dì, una pinta di vino, tre once di minestra, una libbra di carne fresca, o mezza di salata; e nei giorni di astinenza sei once di cacio o di pesce; che tutt'insieme per quei tempi si valutava due scudi per mese, o scudi ventiquattro per anno, che venivangli pagati a titolo di razione[368]. Or sopra questi ventiquattro il novello bonavoglia non poteva fare assegnamento niuno per iscontare il debito dei cento, bisognandogli consumarli alla giornata per vivere. Quindi non gli restava che il misero soldo di altri due scudi per mese, cioè di ventiquattro scudi per anno, coi quali doveva livellare il danaro ricevuto. Nondimeno bisogna aggiugnergli dispendio coll'obbligo di vestirsi del suo, e di rinnovare nella primavera d'ogni anno il proprio corredo, mettendoci all'incirca sei scudi; e precisamente scudi sei, soldi trentotto, e cinquantotto centesimi di soldo, secondo la valuta del danaro e dei drappi in quel tempo[369]. Ondechè per saldare col residuo delle mercedi il debito di cento monete egli era in obbligo di remigare per cinque anni, sei mesi, e quattro giorni. Supponiamo sempre regolare il rilascio del soldo: chè se in quella vece ne toccava parte, o vero se richiedeva ulteriori prestanze (posto che al provveditore fosse parso continuargliene), allora proporzionalmente, come sopra, avevano a crescere gli anni dello sconto, e la durata del servigio.

Nello Stato romano era legge il mettere in ogni galèa da venticinque a trenta di bonavoglia, cioè dire almeno uno per banco. La ragione è chiara ugualmente dal fatto: chè non essendo costoro nè infedeli come i turchi, nè disperati come i galeotti a vita, non potevano avere comune con esso loro l'animo e l'interesse di ribellarsi e di fuggire: ma in quella vece, stando sempre di mezzo agli altri, dovevano più di chi che fosse avvertire se alcun trattato di sollevamento si ordisse; e dovevano dar mano a sventarlo. Certamente avrebbe voluto il turco impadronirsi della galèa e menarsela coi cristiani legati in Barberia; di che giorno e notte ciascun di loro farneticava: probabilmente il forzato a vita si sarebbe, e talvolta si è, unito co' turchi nella speranza di miglior fortuna. Non mai si è visto che vi consentisse un bonavoglia, essendo moralmente impossibile che questi entrasse nel rischio della rivolta, dove aveva tutto a perdere e nulla a guadagnare. Da ciò possiamo intendere altresì come la interna sicurezza della galèa in gran parte si posava sulla fede dei bonavoglia. Essi in quella mescolanza di pirati, di malfattori e d'infedeli, essi erano a frenare gli schiavi, essi a contenere i forzati, a regolare la voga, a riveder le catene, a guardare le spalle dei marinari, a scoprire i complotti; ed essi, in caso di combattimento dubbioso, erano pronti a pigliar l'armi, come più volte è successo, ed a far traboccare la bilancia in nostro favore. In tal caso ogni conto saldato subito al ritorno nel porto.

Perciò i governi che solevano tenere armate di galèe davano a destri uomini il carico di arruolarne in buon dato: e costoro entrando per le bettole, pei ritrovi degli oziosi, e principalmente per le case di giuoco, prestavano danari a chi ne voleva, col patto che, non restituendo a tempo, si avesse a scontare in galera[370]. Laonde allora tutti i giocatori guadagnavano qualcosa: e chi danari, e chi remi. Questo metodo si osservava in Napoli, questo in Malta[371], in Messina, e specialmente in Venezia; dove si armavano talvolta le galèe a centinaja, per le quali non bastando a quei signori la gente che si poteva scrivere nella città e nel dominio di terraferma, mandavano uomini loro a cavarne di Dalmazia, dalle isole Jonie, e sopra tutto dalle due Sicilie, dove abbondavano i disperati[372]. Colà è ancor vivo tra la plebe il motto, comunemente anche adesso ripetuto, avvegnachè da pochissimi ben compreso, col quale sogliono rimbeccare chiunque richieda dispendio difficoltoso, dicendogli: Vuoi tu dunque che io abbia a vendermi al Veneziano? Vedete in quali pieghe si nasconde la tradizione sempre durevole dei fatti strani.

La maggior difficoltà, che sempre incontravasi in Roma, volendo armar galèe, era la penuria dei rematori. Se squillava la tromba, o se batteva il tamburo per le strade, facendo la chiamata di soldati, come allora si costumava, tu vedevi piene in un giorno le compagnie di bella e fiorita gente; e la gioventù dell'Umbria, del Lazio, della Sabina, delle Marche e della Romagna seguire a migliaja le bandiere degli Orsini, dei Colonnesi, dei Savelli, dei Baglioni, dei Pepoli, dei Malvezzi, dei Farnesi e di altrettali, nelle Fiandre, in Germania, nell'Ungheria, in Levante: ma sul punto dei remi alla catena, niuno voleva saperne. Tra poco c'incontreremo col patriarca Grimani alla Prevesa, che per mancanza di rematori sarà costretto disarmare quattro delle nostre galèe, e colla gente di quelle rinforzare le altre trenta. Similmente al tempo di Sisto V, dovendosi armare in Civitavecchia dieci galèe nuove, e non bastando per far ciurma il vuotare le carceri dello Stato, nè il far venire centotrenta schiavi da Malta[373], bisognò acconciarsi al metodo della bisca.

Era allora vivissima e generale la passione pei giuochi d'azzardo: e il danaro in via dei Banchi per niuna cosa tanto correva, quanto per le scommesse[374]. Si metteva la posta su tutto: sulla vita e sulla morte delle persone, sui matrimonî, sulle promozioni, sulle guerre, sulle paci, sulle cose future, anche illecite. E perchè l'interesse e il puntiglio volevano vinta la scommessa, non di raro co' tranelli si faceva di produrre o d'impedire questo o quello, perchè l'esito rispondesse alla predizione. Basta leggere le istorie particolari di quel tempo, e più di tutto le leggi, i bandi, e gli editti della potestà civile e della ecclesiastica nel corso del secolo decimosesto, per restarne pienamente convinti[375]. Ciò supposto gli arrolatori aprirono tre giuochi d'azzardo, uno in Trastevere, uno alla Regola, ed uno ai Monti: con questo però che chiunque perdeva, e non pagava, andar dovesse a scontare il debito di bonavoglia in galèa. Pensate concorso di giuocatori! In quelle nottate di primavera una turma di servitori, di cavalcanti, di stallieri, e di cuochi partivano imbrancati per Civitavecchia, le galèe ben fornite scioglievano i canapi, e le dame e i cavalieri e i grandi signori si levavano la mattina senza domestici[376].

Tiro fuori dagli Avvisi di Roma queste notizie importanti per la storia dei costumi e della marineria del secolo decimosesto: ed ora avendone il destro, e dovendo quinci innanzi qualche volta citarli, metto giù alcune notizie poco comuni intorno ai detti Avvisi, perchè il lettore sappia donde traggo talora le testimonianze, e come egli possa ordinare i riscontri.

La prima gazzetta pubblicata colle stampe in Roma è il Diario per le guerre dei Turchi in Ungheria, che comincia addì cinque di agosto del 1716, e se ne conserva tutta la serie (rarissima collezione) alla nostra Casanatense. Prima di quello in Roma non si stampavano gazzette. Ma essendo gli uomini prima e dopo egualmente desiderosi di sapere ciò che alla giornata succedeva dentro e fuori della città, e non avendone allora copia a stampa, supplivano colle gazzette manoscritte, che chiamavano Avvisi. Per essi correvano notizie pronte a chi pagava, e lucro stabile a chi scriveva. Raccogliere e accertare i particolari dei fatti interni, e talvolta anche le dicerie della città; tenere corrispondenza coi paesi lontani, stendere i racconti, cavarne le copie e distribuirle, era ufficio di quei giornalisti a penna, come dei moderni a stampa. Anzi più: che non facendosi la distribuzione se non a personaggi di alto affare, per intramessa e secondo gli interessi di taluno tra loro, cascavano talvolta nelle pagine degli Avvisi notizie arcane e importantissime, che difficilmente adesso si cercherebbero altrove. Quindi le gelosie fiscali e non di raro i sequestri e le sospensioni degli Avvisi. Certamente ricordo io stesso di avervi letto del bargello, delle perquisizioni e della prigionia del giornalista in Tor di Nona; tutto narrato da lui medesimo per iscolparsi al solito cogli associati sul ritardo di qualche settimana. Non v'ha biblioteca o archivio importante di Roma che non conservi qualche parte di cotesti Avvisi: la Casanatense ne ha dieci volumi, altri la Barberiniana, e via via. Ma la più ampia collezione è nella biblioteca del Vaticano, dove, oltre alla serie della associazione pontificia, sono colate le altre di Urbino e degli Ottoboni; più che ducento volumi dall'anno 1554 in poi, cioè sovente un volume per anno, e alcuni duplicati. L'Avviso usciva almeno due volte la settimana in quaderni di dodici, sedici e più pagine: comprendeva sotto la rubrica di Roma le notizie di tutta l'Italia, Francia, Spagna, Portogallo e Levante; e sotto la data di Anversa le notizie di tutta la Germania, Polonia, Ungheria e Settentrione. Ricca miniera per chi abbia criterio, e sappia lavorare al crogiuolo, sfiorata a pena dal Mai, verso la quale da più che trent'anni ho cominciato io col discorso, e poi colle stampe a condurre gli studiosi, che in Roma istessa non la conoscevano[377]. Valga l'esempio del primo giornale istorico di Roma, pubblicato nella stessa città l'anno 1845, dove sono inseriti alcuni brani di questi Avvisi, cavati dai codici dell'archivio Gaetani. E non sono mica secrete corrispondenze e private di Gianfrancesco Peranda secretario col suo padrone cardinal Enrico, come quivi stesso congetturano i Saggiatori[378]: ma veri frammenti delle semipubbliche gazzette a penna di quel tempo, come potrà accertare chicchessia, confrontando le parole, i fogli, lo stile, e le date dei codici Gaetani colle date, e stile, e fogli Vaticani, e Urbinati, Ottoboniani, Casanatensi, e simili; perchè troverà essere tutte copie identiche dello stesso originale. Copie che sono state conservate presso coloro, i quali non avevano bisogno di distruggerle. Torniamo all'armata.

[1532.]

X. — Nel corso dell'anno trentuno il nostro Capitano aveva apparecchiato secondo i suoi pensamenti le dodici galèe convenute tra i ministri del Papa e di Cesare per attaccare gli Ottomani in Levante. Alla buona stagione del trentadue salpava dalle nostre spiaggie ben fornito d'armi, di gente e di danaro, e si riduceva nel porto di Messina: luogo destinato pel ritrovo di tutta l'armata cristiana, che sotto gli ordini supremi di Andrea Doria doveva operare contro i Turchi. In Messina si raccolsero insieme più che cento vele: cioè dodici galèe di Roma condotte da Antonio Doria, quattro di Malta col cavalier Bernardo Salviati, trentotto imperiali cavate in numero pressochè uguale da Genova, da Napoli, dalla Sicilia e dalle Spagne; si raccolsero trentacinque navi, compresa la caracca di Malta, pel trasporto delle munizioni e degli attrezzi: navi armate in guerra, piene di buoni soldati, e di grosse artiglierie, e più una ventina di legni minori, fuste e brigantini, pei servigî minuti[379]. La Caracca di Malta, chiamata Sant'Anna, fatta costruire dai cavalieri sulle coste di Nizza, merita di essere specialmente ricordata nelle storie marittime, per intendere la forma, costruzione, velatura, corazza, forza e armamento dei grandi vascelli da convoglio nel secolo decimosesto, secondo i minuti ragguagli lasciatici dai contemporanei. Quanto a grandezza di scafo, ripeterò le parole del Bosio che la chiama gran macchina, grandissima nave, e superbissimo vascello da guerra[380]. Sei ponti coperti: due sott'acqua, uno a livello, e tre al di sopra, compresovi il cassero e i suoi ripiani di poppa, alti più di venticinque metri dall'acqua, tanto che il calcese d'una galèa messasi sotto nol raggiugneva. Attorno logge, gallerie, giardinetti, e vasi d'aranci e di fiori. Lo scafo per tutta l'opera viva foderato di lastroni di piombo colla chiovagione di bronzo per manco consumo; e la metallica corazza molle, secondo la natura del piombo, per difesa dei colpi e degli squarci in virtù di ammorzamento[381]. La sua capacità si valutava a diciotto mila salme grosse di Sicilia, cioè tremila tonnellate di carico, oltre il suo corredo ordinario di artiglierie, armi, e provvigioni per sei mesi. Tre alberi verticali con tre gabbie sovrapposte, e grandi pennoni di vele quadre, trevi, parrocchetti, e pappafichi. Due mezzane alla latina. Gli alberi maggiori imbottati, il cui piede in coverta misurava dieci metri di circonferenza. Cinquanta cannoni grossi e colubrine in batteria, altrettanti petrieri, sagri, e falconetti sul cassero e sulle gabbie, trecento marinari, quattrocento tra soldati e cavalieri: saloni, camerini, corridoj, cappella, e armeria con tutto il fornimento di armi offensive e difensive per cinquecento persone. Gran dire per un vascello che non entrava nella linea, ma soltanto nei convogli!

[Agosto 1532.]

Dopo gli indugi consueti nel mettere insieme tante cose e tante persone, finalmente usciva dal porto di Messina l'armata cristiana: Antonio Doria e le galèe romane di vanguardia, Andrea nel corpo di battaglia con trentotto galèe, al retroguardo il Salviati colle quattro galèe di Malta, appresso tutto il convoglio a vela. Navigavano secondo i rilievi dei promontorî maggiori, dal capo dell'Arme allo Spartivento, al Rizzuto, alla Leuca, e finalmente allo Schinario del Zante.

Dall'altra parte Omer-Aly (notate il nome[382]) con ottanta galere rasentava le marine della Grecia per tenere quei popoli in rispetto, e l'Italia in apprensione. Ed i Veneziani, allora in pace col Turco, non facevano lamento; ma sotto il comando di Vincenzo Cappello dal Zante con sessanta galèe ben armate codiavano i movimenti degli Ottomani, senza molestarli. Venezia, tuttochè sola, e per semplice cautela, aveva sul mare un'armata più potente che non tutto il resto della Spagna, dell'Imperio, e dell'Italia in guerra viva. Avvicinandosi i nostri al Zante, uscivano incontro i Veneziani per fare i saluti: tre divisioni di venti galèe l'una in ordine di fronte, tutte a remo, e pavesate a festa. Le nostre galèe appressavansi in tre colonne di tre righe e sei file per ciascuna: di vanguardia Antonio, nella battaglia il Principe, al retroguardo il Salviati: le navi alla coda sotto vela a scacchiere. Venuti a giusta distanza, le colonne passavano tantosto all'ordine di fronte, così: l'antiguardo di fianco poggiando alla destra stendevasi in ala da quel lato; la battaglia sottentrava sur una linea nel mezzo, e il retroguardo arrancando a sinistra quasi a un tratto apriva l'altra ala, e compiva l'ordinanza di battaglia[383]. Appresso una ventina di palate per farsi più vicini e meglio e ordinati tutti insieme; e allora spala remi, affrenella, issa pavesi, fiato alle trombe, e fuoco ai pezzi. I Veneziani al modo stesso in ordinanza, spalati, affrenellati, e pavesati, salutavano; e offrivano quanto lor fosse lecito pei trattati: porti, vettuaglia e ricovero.

Tale il primo incontro di Andrea Doria, divenuto principe e capitano generale del Mediterraneo per Carlo V, coll'armata navale dei Signori veneziani al Zante: incontro amichevole e cortese dall'una e dall'altra parte. Alcuni storici gli mettono in bocca oltracciò una bella parlata, invitando quei Signori a unirsi seco contro il nemico comune; e un'altra orazione non meno bella appiccano a Girolamo da Canale, capitano del golfo e luogotenente del Cappello, per iscusarsene. Baje coteste: niuno meglio di Andrea doveva sapere non esser lecito, nè onesto, per arbitrio di private suggestioni tentare la fede dei capitani contro gli ordini del loro governo in materia così grave come la guerra; niuno conoscere meglio di lui doversi in tal caso le belle parole portare in senato a Venezia, non in galèa al Zante.

Dunque passò oltre verso la Grecia, deliberato di cercare e di combattere l'armata nemica, e di sbrattare il campo di operazione. Ora per renderci sicuri della viltà dei Turchi sul mare in questo tempo, basti dire che Omer-Aly, grande ammiraglio, con ottanta galere, non ebbe ardimento di aspettare le nostre cinquantaquattro: anzi uscito dal golfo dell'Arta, prima che i nostri si accostassero al Zante, filava rasente i lidi della Morèa, fuggendo verso Costantinopoli[384]. Andrea seguivalo lentamente fino a Modone, rimburchiandosi appresso le navi; non senza mandargli dietro a bello studio sette galere delle migliori, cioè sei di Roma e una di Malta, tutte sotto il comando del nostro Antonio, perchè diligentemente osservassero e riferissero del cammino che fatto avrebbero i fuggitivi; e potendo anche li trattenessero[385]. Ed essendo arrivato Antonio fino a capo Malèo, e di là all'altura di Nauplia, ed avendo saputo dai Greci e dai marinari incontrati per via, che Omer-Aly se n'era passato a Negroponte, e tuttavia più oltre accennava verso i Dardanelli; tornò a darne contezza al Principe, surto ai ridossi di Sfragia, che ora diciamo l'isola della Sapienza.

[Settembre 1532.]

XI. — Vedendo pertanto gli alleati non esserci modo di venire a naval battaglia, e già certi della propria superiorità per la ritirata del nemico, volsero l'animo ad alcuna impresa di terra. E chi un luogo, e chi un altro proponendo, finalmente la maggioranza deliberò seguire il parere di Antonio Doria generale di Roma, anzi che del Salviati generale di Malta, il quale per onore della sua bandiera avrebbe voluto tornare a Modone, inutilmente da lui preso e perduto l'anno avanti. I voti adunque furono per espugnare la fortezza e città di Corone nella Messenia, presso alle rive del Pamiso. La città sorge sulla pendice estrema del monte Termazio, che fa punta avanzata dentro il mare a scirocco, ed è in due parti distinta: la bassa alla riva, chiamata Isola, ma non è tale; e l'alta verso il monte detta Castello, perchè afforzata da una rôcca: divise tra loro da una muraglia intermedia; ed ambedue recinte di antiche cortine, ma forti; fiancheggiate da torrioni rotondi, grossi ed alti. Dista quindici miglia da Modone, seguendo la via spedita di terra; e più del doppio dista per mare, dovendosi tutta circuire la sporgenza che da quella parte fa il capo Gallo. Le due insenate al piè della città offrono due buoni ancoraggi, che l'uno ha per traverso i Libecci, e l'altro i Grecali; tanto che passando dall'uno all'altro ogni naviglio facilmente si mette a ridosso; e di più in quest'ultima parte, che è alla sinistra della piazza, restano ancora gli avanzi di un vecchio molo e di sponde murate con fondale e capacità sufficiente per otto o dieci galèe[386]. La profondità del mare è sempre direttamente proporzionale all'altura del terreno e dei monti circostanti[387].

I nostri capitani che ben conoscevano ed avevano rivedute le condizioni della piazza, le qualità del terreno, e gli scandagli delle rive circostanti (notizie di prima levata per questa specie imprese) ordinarono l'attacco da ogni parte, cioè dalla terra e dal mare, con tutte le forze. Lo sbarco a destra e a sinistra: di qua gl'Italiani, sotto Girolamo Tuttavilla conte di Sarno; di là gli Spagnuoli, sotto don Girolamo di Mendoza: gli uni e gli altri di notte ad aprire le trincere ed a piantare le batterie contro la piazza.

Dalla parte del mare, volendo io descrivere la manovra dell'armata, mi bisognerà mettere insieme il racconto dei contemporanei, le teorie dell'antica tattica navale, e il dipinto dell'attacco, opera di Lazzaro Calvi sopra certe grandiose tele che una volta stavano nel guardaroba del palazzo Doria a Fassuolo, ed ora incorniciate adornano la galleria del palazzo di Pegli[388]. Il chiaro archeologo della marina francese A. Jal, che le ebbe vedute in Genova assai prima del trasporto, e molto meno danneggiate, descrive la rappresentanza dell'attacco, dipinto nella più antica tra le predette tele, e dice così[389]: «Si vedono le navi sotto vela battere le fortificazioni alla destra di Corone, ed alla sinistra combattere le galere. Una squadretta di sei galere si avanza di fronte, e un'altra squadretta di sei vedesi appresso, attaccate ambedue di rovescio da poppa a poppa con due gomene. Non intendo questa ordinanza, e la mia sagacità non arriva a comprenderne la ragione.... Ma cose simili non si inventano, massime quando si dipinge in casa Doria.» Mi fido io di mettere adesso all'evidenza tutta intiera la spiegazione del dipinto e della manovra, come altrove ho promesso[390]. E quantunque già n'abbia dato indizio sufficiente, comparirà ora meglio il merito dei pittori genovesi e dei principi Doria: per opera dei quali, artisti e mecenati, noi vedremo che non solo in quella casa e sotto gli occhi di tali padroni non si dipingevano assurdità nautiche, ma che di proposito si voleva conservare il ricordo dell'arte antica, perchè avesse a tornare utile agli studiosi del tempo futuro, come è stata più volte posta in opera con felice successo nei tempi passati.

Dunque se vuoi comprendere gli ordini che si preparano per battere la città dalla parte del mare, guarda prima le navi che di verso libeccio, scorrendo e ronzando sotto vela, dovranno aprire il fuoco, come sempre si costuma. Poi vedi i barconi maggiori dell'armata, coperti da doppio tavolato a pendìo per difesa della gente e dei rematori, che dovranno a tempo opportuno cacciarsi sotto alle scarpate della piazza, e gittare i ferri tra gli scogli, perchè le galèe dell'assalto vi si possano facilmente tonneggiare[391]. Appresso considera i ponti volanti preparati sulle stesse galèe colle antenne loro medesime appajate, e sostenute, e condotte qua e là dalle medesime loro manovre rinforzate, cioè dagli amanti, dalle oste, e dai bracotti di orza e di poggia[392]. Finalmente osserva le galèe scelte per la batteria, colle antenne abbassate, secondo il sistema dei nostri maggiori, i quali usavano mainare tutto ed anche disalberare, quando navigavano celatamente a remo, o battevano fortezze; e ciò per rendere più difficile la scoperta, e per ricevere danni minori nell'attrezzatura[393].

Attendi meglio al punto capitale, dove incontri assortite per battere trentasei galèe divise in tre gruppi di dodici l'uno, ed ogni gruppo in due sezioni di sei galèe addossate a rovescio da poppa a poppa; e vedi due gomene distese tra ogni coppia: e intenderai che tutte le galèe di batteria, sempre pronte ad ajutarsi vicendevolmente di rimburchio, avranno a moversi del continuo per non restarsi a punto fermo come bersaglio sotto al fuoco del nemico. La prima sezione di sei andrà contro la piazza di prua per battere, e la seconda starà di poppa per tirar fuori la prima; e quindi per voltarsi, sempre a contrasto chi dalla destra chi dalla sinistra, a riguardo di tenersi sempre appoppati e di non impigliar mai il palamento tra i calumi laschi delle gomene; ma di poter liberamente sottentrar di prua, e ribattere, e ritirarsi, e poscia ritornare; movendosi sempre in giro, caricando, e sparando alternamente or l'una or l'altra sezione; e aiutandosi a vicenda, ora col remeggio proprio, ora col rimburchio altrui: e ciò specialmente nel caso di avaria. Partiti ingegnosi dei nostri marini del tempo andato, che non hanno bisogno di troppa sagacità per essere intesi, come ci vengono dalle teorie tecniche, dagli storici contemporanei e dai dipinti[394]. Partiti che vedremo ripetuti più volte, specialmente alla Goletta di Tunisi e al Castelnovo di Dalmazia. Partiti, che si pigliavano quando si avevano molte galèe, e piccola fronte da battere; non volendo fare troppo lungo raggio nè troppo lontano il cerchio della batteria; nè mettere troppo da presso e fermo il navilio alle percosse dei nemici. In somma tutto questo è l'apparecchio precisamente per Corone, dove vogliamo entrare.

[21 settembre 1532.]

XII. — Disposta, come abbiam detto[395], ogni cosa, e favoriti in tutto dai Greci[396] finalmente la mattina del ventuno di settembre le fanterie italiane e le spagnuole sbarcano dalle opposte parti, e ciascuna nazione pianta la sua batteria di sette pezzi. Il Tuttavilla a sinistra dal lato di greco, e il Mendoza a destra da quel di libeccio[397]. Le navi in gran cerchio circondano la punta Lividia, pronte ad aprire il fuoco con tutto il loro cannone, non solo dai fianchi, ma dalle gabbie altresì della Grimalda e della Rodiana, dove sono stati allogati due sagri e due falconi[398]. Le galere in tre gruppi di due sezioni, messe a rovescio, come ho detto, si accostano dalla parte del molo. Tra quelle sezioni e quei gruppi Antonio Doria alla testa e le galere romane sulla destra[399]. Gli altri legni maggiori e minori in attenzione all'intorno, di riserva, di soccorso, e di assalto.

Al cenno del Principe tutti i pezzi tuonano da terra e da mare, con sì gran furia e tanto effetto, che in poco tempo cadono le difese, e il presidio resta muto. In quella il conte di Sarno, pensando aver breccia sufficiente, conduce i fanti italiani alla prova. Grande animo dimostrano e maggior costanza: tre volte rimettonsi al cimento e tre volte ne sono risospinti. Alto di troppo il muro, corte le scale, ostinati i Turchi. Suonano a raccolta, e le fanterie si ritirano, morti trecento giovani, e più del doppio feriti: caduto tra i principali Teodoro Boschite, già famoso condottiero di stradiotti nelle guerre d'Italia, caduto il capitan Francesco Carnao di Napoli, ed il capitan Giacomo da Capua; e per una archibugiata venutagli dall'alto pesto un occhio e strappata la lingua all'alfiero Capani. Il Mendoza dall'altra parte, non avendo apertura, o trovandola malagevole, con accorto consiglio non si mette all'azzardo.

Se non che in questa maniera d'imprese la fortuna sempre risponde ai voti dei marinari; e così nel presente cimento loro riserba la vittoria. Finito il riddone delle trentasei galèe appoppate, avanzano le diciotto dell'assalto presso alla sponda, dove fa punta il torrione maestro della piazza, che ancora vi sta col piede in acqua profonda[400]; mandano i ferri colle barche imbarbottate, e tirandosi cogli argani sempre più sotto alla scarpata del torrione, issano le antenne, fanno indietro il carro, volgono avanti la penna, e lasciano andare l'abete sui parapetti nemici. La scala pei marinari è fatta, e il passo aperto. Montano dal calcese alla penna, avanzano cavalcioni coll'armi tra i denti: saette, archibugiate, e grida di chi cade e di chi salta. In breve agguantano e si raggavignano ai muri e mettonsi sulla piazza. Primo di tutti colla bandiera in mano un giovanetto genovese, mozzo della nave Grimalda[401]; appresso un soldato del galeone d'Otranto, indi Lamba Doria, e via via ogni altro a gara colle armi e colle bandiere si spandono per le muraglie dell'Isola, e costringono i Turchi a fuggirsi nel Castello.

Non mi maraviglio punto che il commendator Jacopo Bosio mandi sulle mura di Corone prima di ogni altro i suoi cavalieri di Malta[402]: sì bene maravigliomi del Guerrazzi, tanto democratico, che mi tiene addietro quel povero mozzo di oscuro nascimento, ma di chiarissimo valore, per mandargli innanzi il patrizio Lamba Doria[403]. Vorrei io potere incidere il nome di quel giovane sulla corona murale che egli si meritò, se qualche pietosa penna prima di me l'avesse scritto. Ma nobile o plebèo, noto o innominato, genovese o romano, scevro d'ogni parteggiamento, non fia mai che tolga cui si deve l'onore e il merito; nè che attribuisca ai miei più che non trovi fermo per la testimonianza dei contemporanei, esaminata a fil di critica. E quantunque Antonio Doria ed altri diano il primato a quei delle galere del Papa[404] non mi lascio pigliare alla imbeccata; perchè il primo non può essere nel numero del più, perchè lo slancio compete a' giovani, e perchè un Giovio, un Bizarro, ed altrettali non possono esser sospetti di falsità quando mettono un mozzo innanzi a un Lamba.

[22 settembre 1532.]

XIII. — Pel rumore di tanta guerra i Turchi delle città e castella circonvicine trombarono a stormo, e levaronsi in arme per soccorrere Corone, divisando sfondare il quartiere del Tuttavilla, entrare nel Castello, sciogliere l'assedio, e ricuperare la città bassa che s'era perduta. Buono pel Conte che nella notte, facendo diligentissima guardia, potè cogliere al varco una spia, e cavargli di dosso le lettere, dove si diceva tutto per filo l'ordine che nel dì seguente i nemici avrebber tenuto per sorprenderlo. Il Tuttavilla pensò cavar partito dall'avviso: fece lavorare tutta la notte alle barriere del campo, e condusse la zappa ai traghetti, e grandi tagliate aprì sul terreno a mo' di quei trabocchetti che gl'ingegneri militari chiamano Buche di lupi; poi coprì ogni cosa di pertiche sottili, di canne, e di sarmenti; e si tenne in punto per ricevere i Turchi come si conveniva, e per finire nello stesso giorno l'espugnazione.

Alla prima luce del seguente giorno ventidue di settembre, ecco un capitano rinnegato di nome Tòdaro sopracchiamato Tredita, perchè tante e non più gliene rimanevano nella destra (quantunque a larga mano compensato dai nostri scrittori colle solite varianti Tudàr, Tadare, Zadare, Tridigito, Trigidito, Tridito, Tradito); eccolo, dico, con settecento cavalli venirsene di buon trotto verso Corone; ed ecco i nostri a menarselo di qua e di là per la campagna, infino ai traghetti preparati. Prima le galèe a cannonate lo cacciano dalla strada della marina, poi il capitano Spinola gli sbarra la via del Borgo, e lo gitta a monte dall'altra parte, e in ultimo Pietro Frangipani, barone della Tolfa e conte di san Valentino, con trecento archibugeri gli si lancia dietro per farlo correre più presto. Tòdaro trovato contrasto dalle altre parti, e vedendo sguernita la via maestra di verso il Castello, che nei suoi divisamenti teneva per ultima, sprona di gran galoppo per guadagnare la porta. In quella furia, stando amici e nemici a riguardare, ecco improvvisamente sparire una squadra, come se fosse ingojata dalla voragine; poi sparire una seconda, e una terza, e gli altri appresso accatastarsi rovescioni cavalieri e cavalli nelle fosse. Ecco d'ogni intorno uscire i nostri soldati a far prigioni quanti ancora sopravvivono all'acciacco e allo scorno. E Tòdaro restarsi tutto pesto nel fondo[405].

Pensate le speranze del presidio dove fuggirono a quella vista! Lo spavento e la penuria delle munizioni produssero l'effetto. Uscì la bandiera bianca, uscì la guarnigione a buoni patti, e la città tutta intiera venne quello stesso giorno in poter dei Cristiani.

Il Principe e tutti gli altri di terra e di mare nelle varie fazioni dell'assedio mostrarono senno e bravura da eguagliare ciò che si legge degli antichi, e da non aver pari altrove nella marineria di quel tempo. Arrogi la moderazione dei capitani in tutta la condotta di questa campagna, e specialmente la rigorosa osservanza dei patti, rispetto all'onore, alla roba e alle donne, anche dei Turchi; gastigando severamente in pubblico qualunque soldato o marinaro si fosse ardito mancare alla disciplina e violare le convenzioni. In somma si voleva mantenere incorrotta appo tutti, amici e nemici, la fama di giustizia e di fede: perchè gli stessi Turchi, tanto differenti di religione, di costumi e d'ingegno, conoscessero chiaramente alla prova come i Cristiani, oltre alla valentia nell'armi, avessero anche umanità, fede e temperanza nella vittoria.

[23 settembre 1532.]

XIV. — La mattina seguente, come surse il sole dal mare rimpetto al torrione del primo ingresso, la salva dei cannoni salutò la levata dei tre nuovi stendardi sulle mura della piazza. Le chiavi di Roma, la croce di Malta e l'aquilone dell'Imperio ondeggiarono insieme per dimostrazione pubblica di possesso[406]. Imperciocchè di unanime consentimento i capitani in consiglio avendo deliberato mantenere la piazza a beneficio del cristianesimo ed a base di future operazioni, incontanente il Principe fece risarcire le mura, crescere l'artiglieria, deporre nei magazzini abbondanti provvigioni da guerra e da bocca, presidio spagnuolo di mille fanti, e governatore delle armi don Girolamo di Mendoza. Al quale, perchè ci si adattava di mala voglia, il Principe in fede di cavaliero cristiano promise soccorso in qualunque estremo bisogno, anche a private sue spese, se mai fosse assalito dai Turchi.

[1 ottobre 1532.]

Intanto spediva otto galere scelte nell'arcipelago, perchè scorrendo quei mari pigliassero informazioni più fresche dell'armata nemica, non forse avesse a disturbare improvvisamente tornando le altre imprese che si divisavano. Andarono col cavalier Salviati le tre galere di Malta, una di Genova, e quattro di Roma; che molto volentieri, come nipote di sua Santità, lo seguirono[407]. Il resto dell'armata sciolse da Corone, fece l'acquata a Navarino, e si presentò a Patrasso, città dell'Etolia, allora squallida come tutte le altre invase dai Turchi, e ai nostri giorni rifiorita, al pari dei tempi antichi, ricca di commercio, frequentata dai navigli, ed abbellita da trentamila Ellèni che ancora ti mostrano i classici profili del tempo di Pericle, resi più e più cospicui dal pittoresco vestimento nazionale. L'albergo delle tre potenze mi ricordava il risorgimento della Grecia, e l'altro di costa la vicinanza dell'Italia.

[12 ottobre 1532.]

Sulla riva della gran rada si attelò l'armata nostra, e sull'atto pose in terra cinque mila uomini in arme. Ma i Turchi avevano prestamente sgombrato la città bassa, e colle loro donne e fanciulli eransi ridotti all'acropoli, allogando alla rinfusa la turba imbelle in una grande opera esteriore, che a guisa di falsabraca circondava il castello con un muro ed un fosso. Dunque avanti colle trincere: avanti, che snuda la spada il conte di Sarno. Mille archibugeri a levar di posto i difensori, cento bombardieri ad aprire la breccia, le ciurme in giornèa alla fascina per la colmata. Presto vien giù la vecchia muraglia esteriore, presto si livella il passaggio nel fosso. Primo vi salta Giovanni Cavaniglia, giovane cavalier napoletano, secondo il conte di Sarno con tre alfieri e tre bandiere, appresso le compagnie in colonna. I Turchi abbandonano il ridotto esterno, come già avevano lasciato la città. Gran cosa la prestezza e l'ardimento nelle fazioni di guerra, gran forza l'esempio dei fatti precedenti, gran peso il precipizio di chi comincia a cadere.

Resterebbeci ora la difficile espugnazione del castello sulla rocciosa cima del monte; se i Turchi, alla vista miserabile delle femmine e de' bambini in strida e in pianti, e senza provvigioni da sostentarsi lungamente, non venissero a sollevarci, offerendosi pronti di capitolare. Sono dunque ricevuti liberi, salvo l'onore delle donne, i panni di dosso a ciascuno, e il passaggio assicurato a tutti pel golfo di Lepanto. Patti gelosamente mantenuti, e sanzionati col capestro al collo di tre o quattro sciaurati che eransi arditi di mettere le mani su certe donnette, e di rapirne gli ornamenti[408].

[15 ottobre 1532.]

XV. — L'istesso giorno tornarono dall'arcipelago le otto galèe degli esploratori, riportando liete notizie: Omer-Aly essersi ritirato a scioverno in Costantinopoli, niuna armata inimica sul mare, averlo essi corso da padroni infino ai Dardanelli, fatto sbarchi, preso prigioni, e menatasi appresso una grossa nave carica di vittuaglie e di munizioni, tolta al sostentamento della fortezza di Modone. L'istesso Salviati, venuto in terra, prendeva la vanguardia della scorta intorno ai prigionieri, quasi tre mila persone, che scendevano dal Castello alla marina; il Principe seguiva il convoglio alla coda, con imperioso contegno e severo, mostrando dalle ciglia aggrottate la ferma deliberazione di punire qualunque violasse punto della capitolazione.

Da Patrasso alle bocche di Lepanto sono cinque miglia marine, nel corso delle quali avrai sempre dinanzi luoghi e prospetti di alta rinomanza nella storia antica e nella moderna. Sul piano alla sinistra biancheggia Missolungi presso alle rive dell'Ellade, dove Marco Botzaris brilla ancora nella disperata difesa. Più oltre di fronte sfuma di lontano il promontorio Azziaco, dove Agrippa affermò il trono di Augusto. Appresso trovi le memorie di Pirro e di Pompèo. Nel mezzo il campo, dove fu combattuta la famosa battaglia di Lepanto. Vedi quegli irti scogli alti e spessi sorgere a picco dal mare? Sembrano piramidi di rilievo sui piani del deserto, o seguenza di grandi capanne attelate lungo i pascoli della campagna romana. Sono desse, le Echinadi degli antichi, le Curzolari del tempo più vicino, le testimonianze delle nostre vittorie. Dai due lati a squadra vanno ad incontrarsi nello stretto le coste dell'Epiro e del Peloponneso, e di là si entra nel golfo nascosto che corre lungo e sottile da Lepanto infino a Corinto, circondato da alti monti e chiuso in fondo dalle pendici dell'Elicona e del Parnasso. Alla bocca del golfo erano da tempo antichissimo due torri di guardia; e queste, prima da Bajazetto e poi da Solimano, accresciute e rinforzate, hanno preso la forma di giuste fortezze. La prima che incontri sull'estremità del Peloponneso, oggi Morèa e provincia di Etolia, chiamasi Rio, l'altra Antirio, che gli sta di rimpetto sul margine dell'Epiro, oggi Rumelìa, e provincia di Acarnania. I due castelli, arroncigliati al piede de' due promontori sull'estrema lacinia dalle alte e precipitose montagne, sporgono dentro nell'acqua, come per azzannare insieme il passo del golfo. Puoi vedere, nell'uno e nell'altro, bizzarra miscela di militare architettura vecchia e nuova; torri rotonde e quadrate, baluardi sfiancati e di punta, muraglie di macigno e di ciottoli, merlature antiche e troniere nuove; e specialmente dabbasso la lunga filiera delle batterie casamattate, colle strombature ad archetti, le quali sono di fatto la miglior difesa della bocca, e potrebbero in quel breve tratto non solo ridurre a pezzi qualunque bastimento si ardisse tentare il passo, ma potrebbero quasi i due Castelli distruggersi l'un l'altro, se avvenisse mai che avessero a contrabbattere tra loro. Alcuni li chiamano Dardanelli: chi legge sia cauto, quando si parla delle bocche e castelli di Morèa, a non confonderli con quei della Troade, nè con altri simili[409].

Verso il primo di questi castelli sciolse il Principe con tutta l'armata: ed alle fanterie sbarcate già in Patrasso ordinò di venirsene allo stesso segno per la via di terra: brevissima marciata, come ho detto. Sperava per la presente fortuna aprire il golfo alla navigazione dei Cristiani e schiudere nuova strada da entrar più dentro nelle viscere della Grecia. Preceduto dalla fama di Corone e di Patrasso, vi giunse per la via di mare prima dei fanti; e trovò i Turchi di Rio pieni di sgomento, e i Greci tra mezzo a dar loro buoni consigli, perchè se ne andassero in pace. Quindi per accordo, tanto prestamente uscì fuori il presidio turchesco, che i marinari poterono abbottinare il misero avanzo delle private masserizie lasciatevi dai nemici nella fretta, prima che le fanterie arrivassero a parteciparne. Però costoro punti dall'invidia e dall'avarizia si ammutinarono; e gittaronsi pazzamente alla campagna, rubando a tutti, così a' Turchi, come a' Greci.

Pericoloso e tristo episodio, che poteva produrre funeste conseguenze, se il conte di Sarno colle buone, e il principe Doria colle brusche, non avessero ridotto i sediziosi a sommissione. I quali prestamente sgannati della speranza del bottino, anzi consumate le proprie vittuaglie, e meglio riconosciuta la colpa, si arresero alla mercè. Minacciò il Principe la decimazione alla maniera romana: nondimeno, per quei rispetti che ciascuno intende, rimise l'effetto ad altro tempo, dicendo che intanto passassero tutti nell'Etolia all'acquisto del secondo Castello; e là si vedrebbe chi fosse da vero pentito, e chi volesse colle susseguenti opre migliori cancellare la vergogna del misfatto precedente.

[20 ottobre 1532.]

XVI. — Già il conte di Sarno aveva passato lo stretto per investire Antirio, e più volte si era affrontato coi nemici di dentro, e coi cavalli venutigli addosso da Lepanto: ma pel tumulto di Rio e per l'ammutinamento dei soldati, aveva dovuto tornare indietro a rimettere la disciplina tra quelle genti, che particolarmente nella sua bontà e valore confidavano. Quindi tutti insieme tornarono nell'Etolia, e si fecero lungo la riva due miglia più in su a sbarcare le artiglierie grosse, per essere ogni altra parte del circondario scoperta e battuta dal Castello. Qui li aspettava più duro contrasto. Giannizzeri veterani ed ufficiali risoluti volevano smentire la viltà dei presidiarî delle altre fortezze.

Cristoforo Doria, uomo di quella fortuna e ardimento che avremo specialmente ad ammirare poi ad un anno, pigliava il carico di sbarcare l'artiglieria grossa dalle navi di alto bordo per l'espugnazione. Vedilo ordire doppi paranchi, di sotto alle gabbie e di punta alle verghe maggiori, sollevare i pezzi, condurgli dalla perpendicolare interna all'esterna, riceverli nei barconi, remigarli fino al lido, metterli sulle palanche e sui curri, incavalcarli su grossi carri, e menargli a braccia fino al campo già disegnato dal conte di Sarno. Trajano Cavaniglia, mastro di campo, con trecento sceltissimi archibugeri attorno di scorta.

[25 ottobre 1532.]

Mentre i nostri apparecchiavansi, i Turchi uscirono da Lepanto in gran numero di fanti e cavalli: nè però il Conte spaventato punto di tanta moltitudine venne meno al dover suo; anzi uscì fuori anche esso menando alla campagna da quattromila fanti, senza sguernire il campo; e ordinatili in battaglia quadrata colle risvolte agli angoli per cavar fuori e metter dentro al bisogno le maniche degli archibugeri, andò a trovare i nemici, coprendo sempre alle spalle l'accampamento suo; e ordinando dalle trincere buona guardia colle artiglierie volte agli assediati, specialmente alla porta e alla spianata del Castello, sì che niuno potesse entrare nè uscire. Ma perchè i Turchi del soccorso non si arrischiavano contro l'ordinanza del Conte, nè mettevano in fazione la fanteria, ma attendevano solamente a volteggiare co' cavalli, ed a scorrere in qua e in là badaluccando, cominciò il Conte a ritirarsi lentamente, tenendo però addietro il nemico cogli archibugeri, che uscivano, spiegavansi in cordone, sparavano, e ritiravansi nel centro del quadrato. Essendo così durata infino a notte la scaramuccia, i Turchi, affranti dal continuo caracollare della giornata, andarono a riposarsi in Lepanto; ed i nostri, rinfrancatisi di cibo per turno, stettero tutta la notte a battere furiosamente l'Antirio da terra e da mare, non volendo al nuovo giorno essere trattenuti da alcuno, ma aver finito ogni cosa.

Ondechè rovesciata una parte della muraglia, e uccisi molti di dentro, quantunque si vedesse il presidio ostinato e valoroso, non si peritarono, essendo ancor bujo, di spingere due piccole colonne all'assalto. Marinari e soldati entrarono dentro di primo slancio: nè per questo i giannizzeri vollero posare l'armi nè arrendersi; ma disperatamente continuarono a contrastare e a combattere per la piazza e per gli androni, facendo testa a ogni traghetto, finchè non caddero fuor di combattimento più di trecento. Allora i pochi superstiti, ricoveratisi nel mastio, per rendere anche colla morte loro funesta ai Cristiani la vittoria, e inutile l'acquisto del Castello, appiccarono il fuoco alla munizione della polvere e volarono all'aria. Estrema risoluzione, per la quale molti pur dei nostri rimasero infranti al di sotto, e molte avarie patirono le galèe pei rottami scaraventati da ogni parte col fuoco.

[Novembre 1532.]

Finalmente vedendo che i tempi cominciavano a rompere, e la stagione a farsi ogni di più trista, l'armata sciolse dalle riviere della Grecia; e il Principe, dopo aver visitato un'altra volta Corone, rinforzata la piazza, e rinnovate le promesse di soccorso in caso di bisogno per l'anno futuro, rimandò ciascuno al riposo invernale nei suoi porti.

Il nostro Capitano ricondusse in Civitavecchia genti vittoriose, ricche spoglie, e liete novelle, ricevendo anche da Roma larghe dimostrazioni di gradimento per le egregie opere fatte nel corso della campagna. Dispersa dal Mediterraneo l'armata nemica, espugnate quattro fortezze, presa una nave carica di munizioni, e conseguito pienamente il fine primario della spedizione, cioè la cacciata di Solimano e degli eserciti suoi da Vienna e dall'Ungheria[410]. Imperciocchè l'attacco dei nostri marini alle sue spalle portò di fatto nell'esercito ottomano quello sgomento e quella solennissima sconfitta che sollevò in quest'anno l'Europa dall'imminente pericolo della barbarica occupazione. Già più volte nei secoli precedenti al modo istesso e per simile concorso delle nostre genti dalla parte del mare erano stati vinti e cacciati i Turchi dai paesi cristiani, e specialmente da Belgrado[411].

Le quali vittorie, per terra e per mare splendidamente conseguite, vie più a papa Clemente amicarono Carlo imperatore, il quale riconosceva averne ricevuto nel maggior bisogno validissimo soccorso. Perciò Carlo nell'invernata dell'anno medesimo tornò un'altra volta a Bologna per trattare con lui direttamente, e senza altri mediatori degl'interessi comuni, e delle provvisioni da fare nell'anno seguente, volendo continuare la guerra contro il Turco: suprema necessità civile e religiosa del tempo.

[Gennajo 1533.]

E perchè il principe Doria, accrescendo gli armamenti marittimi, insisteva e richiamava Antonio per suo luogotenente in Genova, il Papa non potè a meno di dargliene licenza, e in suo luogo per capitano generale della squadra, e per castellano di Civitavecchia, pose il cavalier Bernardo Salviati, come vedremo nell'altro libro. E vedremo altresì per lunghi anni nei fatti di mare del tempo seguente comparire Antonio Doria sempre più avanti nelle grazie della corte di Spagna: marchese di santo Stefano di Aveto in Liguria, marchese di Ginnosa nel Regno, consigliero di don Giovanni a Lepanto, e gran privato del re Filippo in Italia, il quale a fondo e di lunga mano conoscevalo, e sapeva come e dove impiegarlo[412].