LIBRO SECONDO.

CAPITANO BALDASSARRE DA BIASSA,
GENTILUOMO GENOVESE.

[1503-1513].

[Novembre 1503.]

I. — Morto papa Alessandro Borgia, e in men d'un mese andatogli appresso Pio III dei Piccolomini, salì al supremo seggio nel primo giorno di novembre dell'anno medesimo il cardinal Giuliano della Rovere, nipote di Sisto IV, e vescovo Ostiense, che si fece chiamare Giulio II. Più volte nei libri precedenti ho parlato di lui: e senza ripetere a sazietà ciò che tutti sanno, mi terrò ora contento a considerare l'applicazione del marzial suo genio alle cose del mare.

Fin dal principio chiamò capitano dell'armata navale, ed intimo consigliere nelle marittime bisogne, Baldassarre da Biassa, prode uomo, di antica famiglia genovese, della quale ora non resta discendenza; ma soltanto nella riviera occidentale della Spezia, tra Marinasco e Pegazzano, il castello di originaria pertinenza chiamato Biassa; e nel blasone ligure presso a quel nome resta lo stemma segnato con un lione rampante in campo d'azzurro, sotto corona di marchese. Baldassarre, veterano della naval milizia, affine dei Fregosi, discendente di valorosi marini, e benemerito del cardinal Giuliano della Rovere per averlo trafugato da Ostia a Savona, quando pericolosi frullavano i risentimenti borgiani, fu da lui medesimo (divenuto papa) largamente riconosciuto e nominato capitano del mare[60]. Modesto titolo, che in quei tempi scusava i più sonanti dei moderni ammiragli, e portava pari grandezza e maggiore autorità. Il capitano del mare, comandante supremo, nominava e toglieva gli ufficiali, faceva giustizia, a niuno cedeva eccetto al sovrano, e intorno alla sua persona adunava cinquanta o sessanta gentiluomini o capitani veterani, che formavano la sua casa militare. Insieme con questi mettete Giovanni, figlio e successore di Baldassarre, come vedremo[61]; metteteci Antonio della stessa famiglia[62]; e poi Lorenzo degli Egidi, gentiluomo civitavecchiese[63]; e tre nobili anconitani, Gabrio Bonarelli, Galeazzo Fanelli, Melchiorre Acquieri[64]; e i due Mutini, Lorenzo e Girolamo[65]; e avrete in compendio, secondo il tempo, lo stato maggiore della marina.

Con questi campioni papa Giulio si andava preparando alle imprese già di lunga mano meditate, infino a tanto che duravano i fastidî continui dei segni e contrassegni per ricuperare le rôcche del Valentino; e più anche i fastidî delle guerre ancor vive tra Francesi e Spagnoli nel Regno. Col suo da Biassa, ora sulle galèe, ora sul bucintoro, navigava all'occasione pel Tevere e pel Tirreno ad Ostia e a Civitavecchia: mirava a Genova, attendeva il tempo opportuno, e faceva grande assegnamento sulla marina per venire a capo dei suoi divisamenti. Il Bembo, solenne conoscitore del Papa e delle sue tendenze, con un solo tratto di penna e da gran maestro scolpisce uno dei principali caratteri dell'animo di lui, non avvertito da altri: ciò è dire che l'unico diletto di Giulio, per riposo di stanchezza, era spaziare sur una barca pel mare[66]. Paride de Grassi, prefetto delle cirimonie, non ha omesso alcune volte di registrarne le navigazioni, specialmente quando si terminavano sul Tevere alla basilica di san Paolo, e gli andavano all'incontro i Cardinali[67].

[1506.]

II. — L'ardente animo di papa Giulio, in quelle traversate, grandiosi e forti disegni mulinava: ed anzi tutto ricuperare gli stati della Chiesa romana, sbrattare dalle grandi città gli ostinati ribelli, e ridurre le provincie a più stretto legame colla capitale.

Ciò che Cesare Borgia aveva principiato con frode ed a privato vantaggio, voleva Giulio alla scoperta e per pubblico beneficio compiere. Trent'anni di cardinalato, e lunga esperienza nei grandi affari veduti, uditi, e trattati, davangli convincimento di giustizia nelle sue intenzioni: e per la dignità dello Stato, e per la quiete de' popoli, pensava non dover più oltre tollerare l'oltracotanza dei baroni. Allora gli Estensi di Ferrara, i Bentivogli di Bologna, gli Ordelaffi di Forlì, i Manfredi di Faenza, i Riari di Cesena, i Malatesta di Rimini, gli Sforzeschi di Pesaro, gli Uffreducci di Fermo, i Varani di Camerino, i Vitelli di Castello, i Baglioni di Perugia, i Feltreschi di Urbino, i Colonnesi, gli Orsini, i Conti, i Savelli, i Gaetani, i Capizzucchi, i Cesarini, i Farnesi per tutta la campagna romana, erano in continui tafferugli tra loro e cogli altri, a pubblico danno. Principati, ducati, baronie, repubbliche, comuni, quel che volete: ma sempre più o meno dipendenti da Roma, sempre attenenti a quello Stato che era venuto nel dominio dei Pontefici. Errore sofistico sarebbe chiamare assolutamente indipendenti le predette o qualunque altra città o provincia dal Tronto al Po, e dall'Argentaro al Circèo: errore il non volerle comprese nel dominio della storia pontificia. Impossibile distruggere il fatto, in quanto tale. Sarebbe pure ingiustizia chiamare indistintamente tiranni tutti i baroni o cittadini che vi dominavano. La maggior parte non erano tali di origine, avendo ricevuto dagli stessi Pontefici dei tempi passati le investiture a titolo di feudo o di vicariato; e spesso la condotta militare, includente la ricognizione baronale e il consentimento dei popoli, donde traevano le milizie: e in quanto al modo del governare, essi procedevano come gli altri principi maggiori e minori del tempo loro. Ma il sistema feudale aveva ormai finito il corso, e doveva dar luogo alle esagerazioni del biasimo, seguace perpetuo d'ogni forma dismessa: doveva esser seguìto dalla monarchia assoluta, di che Ferdinando spagnuolo aveva fatto piantare il primo tipo nel Regno per mezzo di Consalvo; tipo perfezionato dappoi per gli studî di Carlo V in ogni altra parte del vecchio e del nuovo mondo.

I tempi dunque volgevano propizî ai disegni di Giulio: il quale come ebbe veduto quietare le armi di Francia e di Spagna, mosse da Roma per l'impresa di Perugia e di Bologna, contro ai Baglioni e ai Bentivogli. Occupò fortemente le due città, riformò lo stato, e fece disegnare due fortezze per mantenerlo. Alla Bolognese, presso porta Galliera, pensò il Bramante, che ne fece il disegno, e ne commise l'esecuzione a Giulian Leno, architetto romano, suo domestico ed erede[68]. Se ne ignora la forma: ma deve essere stata solamente imbastita di fascine e di terra, perchè non guari dopo i Bolognesi la distrussero in due giorni.

Per la fortezza di Perugia fu chiamato da Arezzo Antonio, il vecchio, da Sangallo, ingegnere militare dei Fiorentini; il quale sull'altipiano rimpetto alla cattedrale, alla piazza, e al corso, molto acconciamente pel sito di quei dirupi, disegnò la pianta secondo le regole dell'arte nuova, già da lui stesso osservate in Roma, in Nettuno, e in Civitacastellana. Secondo il primitivo disegno del primo Antonio la rôcca fu condotta a compimento dal secondo Antonio, detto il giovane, nel pontificato di Paolo III[69]. I cartoni dell'uno e dell'altro, che ho visti nella Galleria di Firenze, potranno supplire alle memorie del tempo futuro: perchè la fortezza dopo il 1860 è stata totalmente disfatta e rasata. Antonio il giovane prese nome più dello zio, come questi superò la fama del fratello, perchè l'uno e l'altro vissero più tempo dopo Giuliano, quando l'arte della fortificazione, per tante occasioni propizie, e per tanti ingegni eccellentissimi, ogni giorno progrediva; ma quanto al merito dell'invenzione, Giuliano è stato e sarà sempre il maestro del fratello e dei nipoti e di quanti altri vennero dappoi.

[1507.]

III. — Assettate le cose di Bologna e di Perugia, tornossene Giulio in Roma ai ventisei di marzo del 1507, col pensiero di andare oltre nell'assunto, e di ritogliere ai Veneziani Ravenna, Cervia, Rimini e Faenza: le prime due già da molto tempo perdute, e le altre cascate di mano a Cesare Borgia nella ultima catastrofe. Perciò dovette entrare in molti maneggi, e trattati, e spedizioni, e guerre; nelle quali lo servirono i migliori ingegneri di quella e di ogni altra età, come Bramante, Antonio da Sangallo, Baldassarre Peruzzi, Andrea da Sansovino; ed i capitani più eccellenti, come Marcantonio Colonna seniore, Francesco M. della Rovere, Alfonso da Este, Lodovico Pico, Francesco da Gonzaga, Giovanni Sassatelli, Raniero della Sassetta, Lucio Malvezzi, e Renzo da Ceri. Forte e sicuro dell'appoggio e delle opere di tali uomini, si dette a trattare la famosa lega di Cambrè, secondo le particolari vedute sue.

[Dicembre 1508.]

E, come se non avesse altri pensieri pel capo, s'imbarcò a Ripa sul bucintoro[70], e se ne andò a Civitavecchia, dove voleva murare una buona fortezza per la difesa del porto e della città[71]. Pose esso stesso colle sue mani la prima pietra addì quattordici dicembre del 1508, che fu principio a quel nobile edificio militare, disegnato da Bramante, che tuttavia si ammira, e del quale farò altrove più largo discorso.

Fra i grandi personaggi, che in quella occasione seguirono il Papa in Civitavecchia, vuolsi annoverare Giorgio Pisani ambasciatore di Venezia, il quale aveva dal Senato pressantissime commissioni di por mente a tutto ciò che potesse nella romana curia succedere, di tener l'occhio ai maneggi, di chiarire i sospetti, e di conseguire l'investitura delle quattro città controverse. Ed egli spiando diligentemente ogni luogo ed ogni tempo opportuno per venire a capo di negozio tanto difficile, finalmente un giorno, che tutti colà vedevano Giulio col capitano da Biassa e cogli altri ufficiali delle galèe scendere in terra del consueto bucintoro bellissimo e della passeggiata intorno al porto ed alla prossima marina sommamente lieto, non si lasciò fuggire l'opportunità; ed entrò apertamente nel discorso di Romagna, sperando in quella larghezza di cuore trovare la via per giugnere all'intento[72].

Quando precipitò la casa Borgia, e il duca Valentino in un giorno perse lo stato, i Veneziani avevano tolto dalle mani di costui Rimini e Faenza: e volendone mantenere l'acquisto, supplicavano Giulio che, come già da Cardinale aveva consigliato il Senato a liberare quelle città dal crudelissimo tiranno, così da Pontefice permettesse loro di ritenerle agli stessi patti di feudo e di vicariato, con che il Borgia le aveva tenute. Nel qual discorso, e col medesimo esempio dell'istesso Borgia, contrapponendo Giulio alla caducità di piccolo principe la tenace fermezza di potente repubblica; e quindi la facilità di ricuperare una volta dall'uno, e la malagevolezza di riavere mai nulla dagli altri; conchiudeva non poter acconsentire alla domanda. Ma al tempo stesso (toccando pur di altre differenze occorrenti tra Roma e Venezia, specialmente intorno a Ravenna, a Cervia, ed alla libertà del mare) si lasciò andare a promettere la concessione di Faenza e di Rimini in feudo a quel gentiluomo veneziano cui volesse il Senato presentarle; tanto che la repubblica potesse di fatto avere quelle città; e la romana Chiesa almeno in apparenza non perderle. Tutto inutile: Giorgio, dicendo non esser costume della veneta repubblica far principi i suoi cittadini, rifiutò l'offerta, e non fece motto di ciò nè al Senato nè al collega Giovanni Badoaro, restatosi infermo per quei giorni in Roma. Così per negligenza dell'ambasciatore in un punto di tanta importanza si trovò Venezia a un pelo dal precipizio: e gli uomini ebbero da apprendere come uno stato pieno di ricchezza e di riputazione, dopo essere per dieci secoli sempre cresciuto di potenza e di dominio, poteva in un sol giorno essere quasi totalmente rovinato. Proprio allora gli alleati di Cambrè pubblicavano i capitoli e le convenzioni di quasi tutta l'Europa contro Venezia[73].

[15 gennajo 1509.]

IV. — Giulio tornato in Roma sul bucintoro per la via del mare e del fiume; aspettandosi di lunghe e fortunose guerre, anche nell'Adriatico, considerate le brighe dei Veneziani; e volendo tenersi pronto alla spedizione contro i Turchi, di che esso pure ed ogni altro sentiva la necessità; indusse gli Anconitani a costruire sei galèe, promettendo di mettere per capitani sopra tre delle medesime gli ambasciatori della città che allora stavano in corte, cioè Gabrio Bonarelli, Galeazzo Fanelli, e Melchiorre Acquieri. Il Breve di papa Giulio, che per essere inedito volgarizzo col testo latino a fronte, diceva così:[74] «Ai figli diletti, Anziani e Consiglieri, della nostra città d'Ancona, Giulio papa II. — Diletti figliuoli salute ecc. Dappoichè ci è stato concesso dalla divina bontà quello che noi sempre abbiamo desiderato e ricerco; ed oramai i principi cristiani, tolto via ogni fomite di contenzione, sono venuti tra loro a concordia, tanto che finalmente possiamo sperare di poterci volgere più che mai forti e con possente armata contro la perfidia dei Turchi e degli altri nemici del nome cristiano; volendo noi andare innanzi a ogni altro coll'opera e coll'esempio, quando si tratta di spedizione pietosa altrettanto che necessaria, abbiamo deliberato di apparecchiare poderosa armata navale. Sapendo per tanto che in cotesta città nostra di Ancona, specialmente diletta, si possono costruire eccellenti galèe, vogliamo che intanto ne siano cominciate sei sotto la vostra direzione. Il governo delle tre prime galèe abbiamo già assegnato di nostra spontanea volontà ai diletti figliuoli, oratori vostri appo noi, Gabriele de' Bonarelli cavaliere, Galeazzo de' Fanelli, e Melchior Acquieri, uomini prodi e che ci sembrano attissimi a tale ufficio. Vi esortiamo dunque con paterno affetto a mettere tutta la vostra cura e diligenza nella predetta costruzione, e noi penseremo alle spese. Perchè intanto l'opera proceda spedita e voi abbiate il danaro occorrente al taglio dei legnami, vogliamo e comandiamo al diletto figlio Niccolò Calcagni, tesoriero in cotesta provincia nostra della Marca, che di presente vi conti cinquecento ducati d'oro. Di più espressamente comandando, ordiniamo ai diletti figli, uomini e popoli delle nostre terre di Montesanto, di Santelpidio, di Civitanova, e di Castelfidardo, che a voi ed ai vostri ministri benignamente permettano tagliare e trasportare pei loro territorî e distretti il legname necessario alla costruzione delle nominate galèe; messa onninamente da parte ogni scusa e contradizione.»

«Dato a Roma addì quindici di gennajo 1509, del nostro pontificato anno sesto. — Sigismondo»[75].

Gli Anconitani pigliarono a volo la bella occasione che loro s'offriva: ed istruiti altresì dalle lettere private degli ambasciatori capirono il gran conto dell'armamento e della fabbrica, secondo l'interesse della città, del porto, del commercio e della navigazione, come tra poco vedremo. Nell'anno medesimo le sei galèe erano fatte, varate, e in punto di ogni cosa, tranne il corredo mobile; di che non avevano ricevuto nè istruzione nè danaro[76]. Perciò l'istesso Giulio alla fine dell'anno, di nuovo encomiando la diligenza degli Anconitani, ordinava il fornimento degli attrezzi e del corredo; e spediva danaro, come dalla lettera seguente, che per la sua importanza nell'istesso modo qui pubblico[77]:

«Ai figli diletti, eccetera. Pei discorsi del diletto figliuolo Galeazzo Fanelli, concittadino ed oratore vostro (più volte e sempre volentieri da noi veduto ed udito), e insieme per le relazioni del venerabile fratello Antonio arcivescovo Sipontino, generale uditore della Camera, testè tornato d'Ancona, abbiamo inteso il procedere delle fortificazioni di cotesta città nostra, e delle galèe da voi per ordine nostro costruite. Gratissime le notizie dell'uno e dell'altro: e noi approviamo pienamente e lodiamo la vostra diligenza e sollecitudine. Ma perchè poco sarebbe l'avere ben cominciato opere degne, se non si facesse di condurle poscia a perfezione con pari diligenza e premura, noi confidando sempre nella vostra prontezza e sollecitudine vi commettiamo di provvedere al fornimento delle dette galèe con tutti quegli attrezzi e corredi che fanno al navigare; cioè vele, remi, áncore, antenne, alberi, ed armamenti; e tutto col minor dispendio e la maggiore celerità possibile; perchè, come il bisogno ne venga, noi ce ne possiamo immediatamente servire. Sarà nostro pensiero somministrarvi il danaro: e intanto, perchè possiate meglio eseguire le nostre commissioni, abbiamo già scritto al diletto figlio Tesoriero di cotesta nostra provincia che vi paghi a vista mille ducati d'oro della nostra Camera a conto delle spese; e appresso liberalmente vi manderemo quel che sarà necessario.

«Dato a Roma, presso san Pietro sotto l'anello del Pescatore, addì quattro dicembre 1509, del nostro pontificato anno settimo. — Sigismondo.»

[Giugno 1509.]

V. — Mentre questi armamenti si facevano con gran pressa in Ancona, altrettanto rapide correvano le spedizioni da Roma e da Civitavecchia, come portava l'accesso di Giulio alla lega di Cambrè; e l'impetuosa indole di lui, che avrebbe voluto ogni cosa pensata e fatta a un tempo solo. Tutto verso Romagna e verso Lombardia, dove squillavano già da più parti le trombe contro Venezia. Massimiliano imperatore voleva togliersi dal viso la vergogna della cacciata poc'anzi sofferta, e contava unire all'imperio il Friuli, Verona, Treviso, Vicenza, e Padova: Lodovico di Francia consentiva con lui per annettere al Milanese Crema, Cremona, Brescia, e Bergamo; Ferrante spagnuolo per riscuotere Brindisi, Trani, Otranto, e Monopoli; il duca di Savoja per ottenere il reame di Cipro; il Papa per ricuperare Ravenna, Cervia, Faenza, e Rimini; i Fiorentini per assicurarsi il dominio di Pisa; e il duca di Ferrara per arrotondare i suoi confini d'Oltrepò. La congrega di tanti competitori, con intendimenti così diversi, non poteva durare più d'un anno; e i Veneziani facevano assegnamento sulla rivalità dei nemici per sostenersi: non così però che nel primo impeto della guerra, concorrendo da ogni parte tanta gente contro di loro soli, non perdessero a un tratto quasi tutto lo stato di terraferma.

Io non seguirò l'esercito di Francia alla battaglia della Ghiaradadda, nè le schiere imperiali dentro Padova, nè le bande roveresche intorno a Ravenna; perchè non devo torcere lo sguardo dai navigli e dalle acque dell'Adriatico e del Tirreno, dove in quest'anno occorrono due fatti assai diversi presso al Tevere di Roma, e sul Po di Ferrara. Comincio dal primo.

[Agosto 1509.]

I Barbareschi tra le nostre discordie e le continue guerre intestine crescevano d'arte e di ardire; e non trovando contrasto, venivano da padroni sulle riviere d'Italia. L'anno precedente avevano saccheggiato la Liguria, menando preda di sostanze e di schiavi da ogni parte, specialmente dal Diano, grossa terra di quella riviera, dove gli abitanti collo stormo dei paesi vicini erano a pena riusciti a sollecitare la ritirata dei nemici, senza poterne ricuperare nè roba nè persona[78]. In quest'anno i medesimi pirati, come i nomadi dell'Africa che mutano cogli armenti le pasture dopo aver consumato le erbe dei prati, finchè non siano ricresciute, facevano accolta di rapina sulle maremme di Toscana e di Roma, avventurandosi sino alla foce del Tevere presso Ostia. Erano colà alla guardia due galèe del Biassa, tutte fiacche e dimesse per aver mandato le migliori fanterie al campo di Ravenna, e però esposte a perdita quasi necessaria. Non mi richiedete il numero dei nemici, nè l'arte del mostrarsi in pochi, nè gli agguati dei molti, nè il combattimento dei sorpresi: i contemporanei non toccano i particolari di questo fatto; ed io vorrei ignorarlo, e presso che non dissi cancellare ogni memoria delle due galere. Vi basti questo: una fuggita, e l'altra presa[79].

Così i Romani impararono a calcare le vie di Algeri rasati, scalzi, e incatenati: così i pirati, che avevano già raccolto nell'Africa le bandiere delle altre nazioni, e dei monarchi maggiori della cristianità, poterono ridurre a compimento l'araldica collezione degli stemmi, aggiugnendo a suo luogo anche la bandiera papale. Dove mi bisogna notare che, sopra cencinquanta e più legni nemici in questi sessant'anni della guerra piratica presi dai nostri marini e dalla loro brigata, ne abbiamo perduti solamente sei. La galèa del Biassa nel mare di Ostia, la capitana del Vettori l'anno diciotto nel canal di Piombino, la sensile del Divizi il trentotto alla Prèvesa, e la generalizia colle due conserve dell'Orsino il sessanta alle Gerbe. Della prima e dell'ultime due, mai più novella: in somma tre perdute per sempre, e tre ricuperate. Quella del Vettori dopo un anno rimenata a Civitavecchia da Andrea Doria, quella del Divizi ripresa alla Capraja da Gentil Virginio dopo tre anni, e la generalizia dell'Orsini riconquistata dopo undici anni per mano di Ruggero degli Oddi alla battaglia di Lepanto.

[21 dicembre 1509.]

VI. — Intanto i Veneziani, da ogni parte compressi, sdrucivano con tutto l'impeto della indignazione contro il duca di Ferrara: nemico più vicino, debole, ed odioso[80]. Avendogli già preso ed arso Comacchio, divisavano percuoterlo della stessa o peggior rovina dentro Ferrara, col concorso dell'esercito dalla parte di terra, e dell'armata di galere, di navi e di barche pel Po. E quantunque alcuni senatori volessero dissuadere la intramessa dei navigli nelle acque interne; e tra gli altri si dichiarasse contrario il capitano Angelo Trevisani, dicendo che per le molte fortificazioni piantate dal Duca sulle ripe del fiume, e per la magrezza delle acque non si poteva rimontarlo tanto addentro senza grave pericolo; nondimeno prevalendo negli altri l'opinione della propria possanza navale, e non avendo altrove come impiegarla, il Senato ordinò allo stesso Trevisano di eseguire gli ordini, e di assalire gli stati del Duca pel fiume con diciotto galere, sei navette, ed altri legni minori.

Il Trevisano venne nel Po per la bocca delle Fornaci; ed abbruciata Còrbola, predando il paese intorno, salì il fiume infino al Lagoscuro; e mandò oltre un grosso corpo di cavalleggieri, che per terra lo accompagnavano, a scorrere le campagne sulla riva sinistra dall'Occhiobello al Ficheruolo. Esso coll'armata, non potendo passare avanti, si fermò in mezzo al fiume dietro l'isoletta di qua della Polesella; luogo distante undici miglia da Ferrara, e molto acconcio a travagliarla; dove voleva aspettare l'esercito di terra che prosperamente procedeva da quella parte, ricuperata Montagnana, e quasi tutto il Polesine di Rovigo. Intanto allestiva il bisognevole ai vegnenti: gittava un ponte di barche per assicurare il passo ai fanti e ai cavalli, e con grandissima prestezza muniva le teste del ponte medesimo con due ridotti molto forti sulle opposte ripe del Po.

Erasi il Duca adoperato inutilmente ad impedire la costruzione e l'afforzamento del ponte: e di ciò esso, e i capitani suoi, e i Romani e i Francesi venutigli di soccorso, stavano in gran pensiero; parendo a ciascuno che la città di Ferrara non fosse in quel modo senza pericolo[81]. E chi un partito, chi un altro proponendo, finalmente gli stessi Ferraresi per la perizia loro dei luoghi e del fiume facilmente ponevano il modo di sgominare l'armata, il ponte, e i ridotti dei nemici: cose da principio sembrate difficilissime.

Pertanto il ventuno di dicembre il duca Alfonso, e con lui il fratello Ippolito cardinale da Este, i Trotti, i Mori, i Guidi, i Bagni, gli Ariosti, i Tassoni, la nobiltà e il popolo ferrarese, e insieme i capitani di Roma e di Francia, assaltarono a furia il ridotto bastionato di verso Ferrara. Non che pensassero di poterlo espugnare al primo attacco, ma solamente volevano costringere i Veneziani a chiudervisi dentro, ed a lasciare sgombro l'argine circostante del fiume, per coprire liberamente gli agguati dietro certe risvolte che non potevano essere dal ridotto nè battute, nè viste. Poi nella notte, forato l'argine a fior d'acqua in più luoghi, secondo il divisamento del Cardinale (molto ingegnoso e intendente di queste faccende), distesivi buoni panconi d'olmo e di rovere, e fatte a dovere le piatteforme e le troniere, vi condussero celatamente le migliori artiglierie della munizione ducale, che n'avea di bellissime, gittate da' più eccellenti fonditori di quel tempo, massime dagli Alberghetti[82]; e stettervi quieti apparecchiandosi alla fazione della dimane.

[22 dicembre 1509.]

VII. — Il giorno del ventidue, per tempissimo, stavano le genti e le batterie dagli alleati, sopra e sotto all'armata nemica, coperti dagli argini, coi pezzi studiosamente livellati, e le munizioni pronte: nè i Veneziani sospettavano punto di quanto nella notte si era apparecchiato contro di loro, quando a un cenno del Duca, smascherate le trombe delle cannoniere, si aprì il fuoco. Piombò l'attacco tanto improvviso, e con tal vigore crebbe via via, che (quantunque i Veneziani subitamente riscossi non cessassero di rispondere) in men d'un'ora l'armata nemica fu rotta. Alcuni legni in fiamme, altri in fondo, il Trevisano sur un palischermo in fuga, la capitana tutta forata in deriva e indi a tre miglia sommersa; il presidio dei ridotti in precipitosa ritirata, il ponte distrutto; quindici galèe, tre navi grosse, e molte minori sottomesse; duemila morti, tremila prigioni: perdita di soli quaranta collegati[83].

Così terminossi in una giornata d'inverno la guerra di Ferrara per battaglia anfibia in terra e in acqua, fluviale e marina; donde Giulio seppe cavare gran frutto a beneficio degli stessi Veneziani, e riuscì finalmente a diffinire la intricata e strana questione della libertà del mare. Per questo mi sono fermato sul Po, e mi ci trattengo ancora infino a compiuto racconto, spettatore del marzial trionfo dei Ferraresi e del Duca. Di che Lodovico Ariosto, quantunque assente in quel giorno correndo per le poste ambasciatore straordinario del Duca a chiedere i soccorsi di Roma, ci ha lasciato ricordo nel classico poema, dove canta le glorie della sua patria innanzi all'istesso sovrano, cui dirige il discorso[84]. Procedevano a remo sul fiume otto galèe, prescelte tra le meno guaste, colle armi in mostra, e le bandiere nemiche in forma di trofeo: seguivano appresso i barconi del ponte disfatto, tutti pieni di prigionieri disarmati, e attorno fuste e brigantini di guardia colle milizie vittoriose. Il duca Alfonso vestito di tutt'arme, e sopravi lo strascico della clamide sovrana, sfoggiava dalla poppa della galèa dei Marcelli; e il cardinale Ippolito modestamente sopra una barchetta ordinaria, senza intromettersi negli onori della vittoria, dimostrava coi fatti di cederla tutta al fratello. Le trombe squillavano marziali armonie, e l'artiglieria rinforzava il concerto della pubblica esultanza vivamente espressa dalle altissime acclamazioni dei popoli accalcati sulle due ripe, o concorrenti appresso ai vincitori sopra burchi, scafe, gondole, battelli, lancioni, caicchi, sandali, schifi, in somma sopra palischermi d'ogni maniera.

Ritorno volontieri alla voce Palischermo, perchè mi credo onorato di parlare e di scrivere la lingua di Dante e di Colombo, anzichè accattare stranezze dalla Senna e dall'Ebro. I documenti del secolo decimoterzo, i classici, i giurisperiti, i viaggiatori, l'Ariosto, il Pulci, il Botta, il Carena, tutti ripetono Palischermo: tanto che se v'ha nella lingua d'Italia tecnico vocabolo di marineria da ogni uomo ricevuto, gli è proprio desso. Bel termine e vivo nella nostra lingua soltanto; la quale ci conserva, specialmente nelle cose del mare, le originali tradizioni dei Pelasghi. Secondo le radici arcaiche esprime la pluralità degli scalmi (πολύς σχαλμός); e secondo le italiche esprime pala e scalmo, cioè remo e caviglia. In somma risponde al supremo concetto di genere universale, tanto necessario nel discorso ordinato e diffinitivo: e comprende con una sola voce ogni maniera di piccoli legni assegnati principalmente a camminare coi remi, e a non dilungarsi troppo dal lido o dai navili grandi, pel servigio dei quali sono fatti e condotti. Sotto questo supremo genere entrano i subalterni, come dire palischermi marini, lacustri, e fluviali; e le diverse specie da caccia, da pesca, da lavori idraulici; e le diverse qualità di lusso, di salvamento, di milizia, con tutti i loro nomi particolari e distinti, come altrove ho notato, perchè si vegga la ricchezza e proprietà della marinaresca nomenclatura italiana, onde siam francati dalla miseria e dalla vergogna di accattare altrove[85]. Mi hanno risposto dicendo, che oggidì i marinari non costumano più la voce Palischermo; e in vece usano dire Imbarcazione. Grammercè di tali novelle, Signore, chiunque tu sii ostinato a stravolgere le voci con manifesto neologismo, e servile imitazione straniera, in senso non mai conosciuto dai nostri scrittori accreditati. Fa senno, vieni alla prova, rimetti in onore i termini nostrani; e presto presto vedrai i marinari averli più cari e ripeterli meglio che non le stranezze puntellate dall'abuso. Tutti sanno facilmente acconciarsi al bene, anche nel parlare: e gli stessi marinari ne forniscono luminosa prova, dismessa alla buon'ora tutta una congerie di vociacce, come tutti sappiamo. Essi han lasciato in specie il barbaro Canotto; tu in genere di' altrettanto della stravolta Imbarcazione, e vivi contento[86].

[20 febbrajo 1510.]

VIII. — Per la giornata di Ferrara (nella quale di poco o di nulla s'intromise) crebbe tanto la riputazione di Giulio, che i Veneziani deliberarono volersi a ogni patto e subito pacificare con lui. Egli altresì da sua parte, chè in fondo non amava l'intramessa degli stranieri nelle cose d'Italia, e non voleva il totale abbassamento di quei Signori, volentieri dètte orecchio alle proposte; le quali immantinente tennero occupati i negoziatori dell'una e dell'altra parte: tanto che un mese dopo la battaglia tutto era fatto. Il Pontefice riceveva nella sua grazia i Veneziani, questi restituivano le città di Romagna, e insieme pubblicavano i capitoli della loro concordia. Ne' quali capitoli Giulio, tenendo conto di ciò che doveva aver promesso agli Anconitani, cavava fuori solenne dichiarazione, sommamente importante alla storia marinaresca, onde a gran trionfo della giustizia, anche per mutuo consenso delle parti, finalmente era riconosciuta la libertà del mare. Questo accordo, come troncò il corso a tante miserie e a tante guerre, così sia di compimento al largo discorso che ne ho fatto nella mia storia del Medio èvo; e venga qui volgarizzato alla lettera, dall'originale latino. Nojoso documento nella forma, nel contesto e nelle continue minutissime riprese, impugnazioni e riserve: dalle quali tuttavia ciascuno può meglio comprendere le cavillazioni con che tale libertà era impugnata a discapito pubblico, specialmente delle città marittime della Marca e della Romagna. Eccone il tenore[87]:

«Capitolo decimo. Similmente gli Oratori veneti a nome del Doge e del Senato, come sopra, hanno promesso e si sono obbligati per tutto il tempo futuro in perpetuo di non impedire mai più nè frastornare direttamente o indirettamente, sotto qualunque pretesto o ragione, i sudditi tutti e singoli immediatamente soggetti della santa romana Chiesa, o vero delle città, castella, terre e luoghi di ogni denominazione della stessa romana Chiesa, insieme coi loro cittadini, abitatori, e popoli: similmente dicono di non impedire i sudditi mediatamente soggetti alla medesima Chiesa che tengono città, castella e luoghi d'ogni maniera in feudo o in vicariato, insieme coi loro vassalli, cittadini, contadini, abitatori e popoli delle già dette città, terre, castelli e luoghi, tanto della Marca d'Ancona, che della Romagna, compresa eziandio la città di Ferrara col suo territorio e distretto, così che le persone di tutti i predetti luoghi, e i navigli d'ogni maniera, e le merci d'ogni specie possano navigare liberamente, speditamente, e senza niuna gabella, pedaggio, imposizione, spesa, estorsione, esigenza, o pagamento; ma in quella vece al tutto franchi possano andare per acqua in qualsivoglia parte così dell'Adriatico, come di ogni altro mare, e per le acque dolci. Anzi più gli Oratori veneti, come sopra, hanno promesso di lasciar sempre a tutti i predetti la navigazione libera, senza mai mettere impedimento alle persone, alle merci, alle sostanze in niun modo nè sotto alcun colore o causa, nè anche sotto il pretesto della guardia e custodia del mare, alla quale (in quanto si oppone alle predette promesse) hanno specialmente ed espressamente rinunciato; nè pure sotto pretesto di visitare le merci, o di rivedere i registri e le scritture in qualunque modo esistenti nei predetti navigli o presso gli stessi naviganti, ancorchè si allegasse il sospetto che le merci, le sostanze e ogni altra cosa espressa avanti potesse appartenere in tutto o in parte ad altre persone che non fossero soggette al Pontefice romano.»

Tante parole per togliere gli abusi, per troncare le dispute, e per stabilire il gran teorema della libertà del mare[88]!

[Maggio 1510.]

IX. — In quella che papa Giulio si pacificava coi Veneziani, rompevasi coi Francesi e co' Tedeschi; non essendosi costoro collegati con lui, come ho detto, se non per togliere alla Repubblica ogni possedimento di terraferma, e per allargare ciascuno le sue fimbrie in Italia: quindi nè gli uni nè gli altri potevano adesso patire di vedere in qualche modo assicurato il dominio veneto all'ombra e sotto la protezione della possanza papale. I quali umori, ingrossati da altre non meno torbide sorgenti, quest'anno medesimo ruppero in aperte ostilità, volsero a rovescio lo scacchiero, e presto furono veduti gli alleati di Giulio pigliare l'armi contro di lui.

In questo secondo periodo della guerra si rialzò la fortuna di Venezia: i popoli di terraferma, stanchi dell'insolenza straniera, richiamarono san Marco; e le milizie papali, condotte dal celebre Francesco Maria della Rovere duca d'Urbino e nipote di Giulio, insieme con Marcantonio Colonna, antenato del Trionfatore, congiuntesi alle milizie veneziane capitanate dal notissimo Lorenzo Orsini, detto comunemente dai soldati, per ragione del feudo, Renzo da Ceri, affrontarono le schiere di Francia guidate da Carlo d'Amboisa e da Giangiacopo Trivulzio. I Papalini espugnarono per ingegno di Bramante la Mirandola, i Veneziani toccarono sul Po qualche altro rovescio, e più cose notevoli successero, secondo la grandezza dei prodi capitani che ho qui avanti nominati. Ma tutto questo, come negozio dal mio divisamento troppo lontano, metto da parte; dovendomi rivolgere al mare insieme coll'armata verso Genova.

Era la città di Genova da lungo tempo in gran turbamento per civili discordie, ora commosse dai popolani contro i nobili, ora dagli stessi nobili tra loro divisi; i quali tutti per sostenersi gli uni contro gli altri avean perduto insieme la libertà, chiamando padroni di fuori. Prima si eran posti all'obbedienza del duca di Milano, poi del re di Francia: ed avendo Lodovico XII per questi tempi in dominio anche il maggior ducato di Lombardia, si trovavano i Genovesi aggiogati insieme all'istesso carro di Parigi e di Milano. Ora sembrando dalla parte di terra troppo ristrette le ostilità contro i Francesi, Giulio papa ligure divisò portar loro la guerra anche sul mare; non solo per diversione, ma più colla speranza di prosciogliere la sua patria dal giogo straniero. Laonde spinse dalla Macra alla Spezia Marcantonio Colonna con grosso nervo di fanti e di cavalli; e chiamò da Varese un corpo di quasi diecimila Svizzeri, perchè urtando alle spalle i Francesi dalla parte di Milano, corressero difilati a congiungersi al Colonna sotto Genova.

[Luglio 1510.]

X. — Principalissimo fondamento per ottenere il fine aveva ad essere l'armata navale dal capitan da Biassa allestita nel porto di Civitavecchia, intorno alla quale si raccoglievano le migliori milizie di Roma, e quasi tutti i fuorusciti genovesi con Ottaviano e Giano Fregosi, con Girolamo e Niccolò Doria, ed altrettali uomini di quella potenza e seguito che tutti sanno. Costoro montavano tutti insieme sopra le sei galèe di papa Giulio; e appresso ne traevano undici di Venezia sotto il governo di Girolamo Contarini, sopracchiamato il Grillo[89]. Qui adesso mi si offrono diversi successi, e belli esempi di tattica navale, tutti del caso nostro, che narrerò con quei particolari che ci han conservato le scritture dei contemporanei.

Il Biassa a prima giunta occupò Chiavari, Rapallo, e Sestri che sono le migliori città e terre della Liguria orientale; poi condusse l'armata innanzi al porto di Genova, promettendosi che i partigiani di dentro farebbero rumore, secondo la consueta lusinga dei fuorusciti. Ma in quella vece cupo silenzio nell'interno della città, e gente desta alle difese e alle batterie intorno alle mura era a vedere; perchè al primo annunzio degli armamenti di Civitavecchia, i Francesi ed i loro partigiani (come poi si seppe) avevano introdotte molte milizie, ed altre continuamente ne chiamavano di Lombardia, e gran gente dalla riviera occidentale. Oltracciò era entrato nel porto Piergianni, cavalier di Rodi e capitano del re con sei galèe, e sei di quelle grosse navi che, per lo più usate nel traffico, prima dai Genovesi, poi dagli Spagnoli e Portoghesi, chiamavansi Caracche[90]. La voce deriva dal Càrabo dei Pelasghi: e rimenata dai nostri cronisti antichi, trapassa nel diminutivo a Caravella[91]. Con questi presidî, imbrigliata la città contro ogni movimento interno, non restava agli assalitori altro partito se non bloccarla dalla parte del mare ed affamarla: chè essendo in luogo sterile, e difficile a ricevere altronde che dal mare le vittuaglie, contavano trenta giorni di blocco per costringere la piazza alla resa.

Perciò il Biassa, praticissimo di quella riviera, persuase al Grillo di mettersi seco alla guardia presso il porto dal lato orientale in un senetto, chiamato allora la Fossa di Villamarina, dove era buon sorgitore, riparato dalle tempeste e dai nemici per un lungo ed ampio scanno di bassi quasi a fior d'acqua, innanzi al quale dovevano necessariamente frangere le onde, e dovevano arrestarsi i navigli vegnenti dal largo. Dunque le sei galèe di Roma e le undici di Venezia entrarono in quella insenata dalla banda di levante, dieron fondo, posero le vedette sui monti, e si tennero presti a uscir fuori per ghermire qualunque naviglio si fosse voluto avvicinare al porto. Questa stallìa non saprei dire con qual nome sia oggidì espressa dai Genovesi; nè posso dalla mia memoria, nè dalle relazioni degli amici dedurre la permanenza del seno e del banco[92]: ma rispetto al fatto che narro non è possibile nè a me ne ad altri il dubitare, perchè espressamente descritto da quel gran capitano e sommo tattico del suo tempo, nipote di papa Giulio, che aveva mano in queste faccende e ne sapeva tutto il filo e tutti i punti; dico di Francesco Maria della Rovere duca d'Urbino, dal quale ricavo le qualità e i nomi dei luoghi, come stavano allora[93].

XI. — Se non che il capitano Piergianni coi Genovesi del suo partito, non volendo perdere la città, nè lasciarsi bloccare, uscì fuori alla testa delle sei galèe e delle sei caracche, risoluto di sloggiare il Biassa dalla formidabile posizione e levare sè stesso di angustia. E sapendo egli pure dello scanno e degli ostacoli al suo procedimento, tenne questo modo. Innanzi alle caracche pose le galèe per rimburchio, e innanzi alle galèe mandò le sei barche maggiori per attacco; ciascuna barca con un pezzo da trenta sulla prua: caracche, galèe, e barche a sei righe, in tre file, tutte legate tra loro con lunghissimi gherlini intugliati, tanto che ogni legno potesse condurre, ed essere a un bisogno condotto dagli altri[94]. Ciò fatto Liguri e Francesi sulle barche con buon remeggio e il piombino alla mano, si accostarono fin quasi sullo scanno, e aprirono il fuoco co' sei pezzi da trenta contro il gruppo delle galèe ormeggiate, facendo loro gran danno, specialmente nei posticci e nel palamento.

Non mica che il Grillo e il Biassa e quegli altri caporioni stessero colle mani alla cintola, che anzi rispondevano a cannonate furiosamente. Ma presto si avvidero che per essere le barche piccoli legni, e sempre in moto sul mare, difficilmente si poteva offenderli. Provaronsi allora ad uscir fuori per fianco: ma le caracche a cavaliere sul callone dell'acqua piena, tempestando con lunghe colubrine e con doppi cannoni da cento libbre di palla, vittoriosamente difendevano le barche: nè a petto di quella grossa artiglieria potevano contrastare le galere nostre uscendo ad una ad una coi corsieri comuni da cinquanta[95]. In somma il Grillo e il Biassa dovettero filare costa costa per tirarsi fuori dal pozzo; e dovettero tornare indietro senza conchiudere nulla, anzi afflitti da molti danni. Il capitano di Francia assai rispettosamente seguilli alla coda. Toccaron gli uni e gli altri all'Elba: il Biassa a Lungone, Piergianni al Ferrajo. Poi dalla punta diforana dell'Argentaro questi rese il bordo verso Genova, e gli altri continuando la bordata ripararono nel porto di Civitavecchia[96].

Quando udirai contar maraviglie dell'arte moderna, mettiti in guardia: e senza misconoscere i miglioramenti che a grado a grado si svolgono, ripensa al passato, cercane le notizie, e troverai sempre più che comunemente non pensano i prosuntuosi del tempo presente. Le Piramidi, il Colossèo, il Partenone, il Panteon non si fanno più; e le opere d'arte degli Etruschi e dei Greci si studiano ancora. Ma senza andar tanto lungi, eccoti nel principio del cinquecento dalla parte di Piergianni e de' Genovesi tali palischermi che efficacemente entravano in lizza con pezzi da trenta, cioè di quell'istesso calibro, del quale si compone l'armamento ordinario nelle batterie dei vascelli a tre ponti che ancora restano negli arsenali d'Inghilterra e di Francia. Pensa altresì la grandezza e forza delle caracche che issavano a bordo que' cotali palischermi, e metteanli in coverta presso a cannoni doppi da cento libbre di palla in ferro, di che dirò a parte qui appresso. Intanto vedi artifizio nella distribuzione delle forze sopra tre linee, secondo la pescagione dei legni, per accostarli sicuramente al bersaglio; e vedi teoria di convergenza e di unione per mezzo di quei cánapi che tenevano diciotto navigli di specie diversa in un sol corpo atto a offendere alla testa e alla coda; ed a resistere compatto da sè; e a portar soccorso in ogni membro quantunque lontano, secondo gli eventi. Vedi pur quei gherlini distesi tra le file a grande distanza, i quali impedivano ancora al nemico l'entrar di mezzo e il tagliar fuori una partita dall'altra: sistema di legami che in alcuna circostanza potrebbe tornare con molto vantaggio anche adesso.

Dalla parte del Grillo e del Biassa possiamo notare la scelta di eccellente posizione pel blocco: vicino alla città, rimpetto alla bocca del porto, dietro allo scanno, al riparo delle tempeste del mare e degli insulti dei grossi navigli. Ciò non pertanto tornarono colla peggio, e ciò per due precipui difetti. Primo, perchè nella insenata falliva loro il maggiore requisito di stazione militare, ciò è dire lo spazio sufficiente da uscir fuori in ordine di battaglia. Secondo, perchè accettarono il combattimento fermi sull'àncora, non curando i vantaggi che naturalmente secondano l'impeto dell'assalitore, e gli mettono quasi la metà della vittoria nelle mani. Dovevano uscir subito al largo, e non fidare troppo nei ripari, e nella inerzia della massa immobile. Chi sta sciolto e libero può andare dove e quando vuole, e da quella parte e in quel modo che più gli talenta confondere l'avversario accoccolato e poltro.

XII. — Ora non posso passarmi dei progressi dell'artiglieria, per quel che ne dice a proposito di questi fatti marinareschi il nostro autore. Parlando del Biassa, del Grillo e di Piergianni egli distingue cannoni da trenta, da cinquanta, e da cento; e indica il calibro ragguagliato al peso della palla di ferro. Dunque non più bombarde o bombardelle, secondo ciò che ho detto nel Medioèvo. Veniamo al cannone.

In principio il cannone era la parte posteriore della bombarda, dove si metteva la polvere e il coccone: poscia allungato diveniva artiglieria compiuta, e manteneva il nome di Pezzo. Se ne facevano dei grandi e dei piccoli d'ogni maniera, e li chiamavano basilischi, aspidi, dragoni, sagri, falconi: nomi spaventevoli di uccelli rapaci, di bestie imaginarie, di mostri favolosi. In somma più che trenta tra specie e varietà che ricordo qui in ordine di grandezza: basilisco, dragone, possavolante, serpentino, colubrina, cacciacornacchi, aspido, girifalco, sagro, pernice, pellicano, sagretto, falcone, falconetto, smeriglio, ribadocchino, cerbottana, saltamartino: oltracciò le artiglierie di canna corta; cioè bastardi, rebuffi, crepanti, veratti, aquile, mojane, cortane, vugleri, tarabusti; e le molte varietà denominate dagli uffici speciali, onde dicevansi spacciafossi, spazzacampagne, traditori, trabucchi, redèni, forlini, e più altri nomi che uscivano dall'arbitrio dei fonditori, e dei capitani, come ne dice per questi tempi l'Ariosto[97].

Arrogi il composto di ciascuna di queste forme coll'altra; e più le artiglierie di molte canne unite insieme, che chiamavano organi: pezzi fusi con due o tre anime, o con più camere giranti attorno a una tromba sola per moltiplicare i colpi, e si dicevano cannoni composti o compagni; di che abbiamo i disegni nel Valturio di Rimini, e nelle cartelle di Leonardo all'Ambrosiana; e abbiamo i campioni nei musei di Europa. Tra i quali niuno ch'io sappia novera un vecchio cannone da ventiquattro che ho veduto all'arsenale di Tophanè in Costantinopoli, di tromba aperta ad entrambe le estremità, e alla culatta una gran ruota massiccia e girante dietro la tromba, in guisa da presentarle successivamente dodici incamerature cavate nell'istesso massiccio della gran ruota, capaci di altrettante cariche, e però di dodici colpi in punto.

Intanto le arti belle, già risorte, piaceansi adornare di nobili disegni le terribili bocche da fuoco: fiori, fogliami, festoni, corone, delfini, figure d'uomini e di animali, stemmi e imprese di squisito lavoro si spiegano e s'intrecciano sulle maniglie, sulle gioje, sulle fascie, e sui bottoni de' pezzi; tanto da renderli preziosi anche come monumenti delle arti del disegno, e degni di stare nei musei allato alle statue e alle sculture.

Appresso il criterio filosofico si applica, a toglier via la confusione, i ghiribizzi, e l'arbitrio; e forma ordinatamente sopra norme stabili i generi e le specie. Primo genere il cannon prototipo, lungo venti bocche a palla di ferro da libbre cinquanta; e gli si dà l'aggiunto di Cannone intiero, ordinario, comune: tutti gli altri a un bel circa multipli o summultipli del primo. Onde cannon doppio da cento, mezzocannone da ventiquattro, quarto cannone da dodici, ottavo cannone da sei. Neglette le piccole differenze, come si usa delle frazioni.

Secondo genere i cannoni di canna lunga, che pigliano nome di Colubrine: e tra queste l'ordinaria o comune di trentadue bocche, traente palla da libbre trentadue. Indi coi multipli la doppia da sessantaquattro, la mezza da sedici, la terza da dieci, e la quarta da otto; senza contare le straordinarie di bocche quaranta, e le bastarde di ventisei.

Terzo genere i cannoni di canna corta, da due a otto bocche, che pigliano nome di mortaj e di petrieri per scaraventare palle cariche, carcasse, scaglie, ferracci, e catene.

Le specie subalterne e le varietà traevano dalle forme e condizioni accessorie, e le esprimevano con aggiunti diversi: onde cannoni colubrinati o serpentini dicevano i più lunghi di canna al di sopra delle venti bocche in calibro di misura. Gli altri dicevano bastardi, sottili, rinforzati, poveri o ricchi di metallo, reali, seguenti, incamerati, lisci o rigati. Davano altresì aggiunti diversi secondo l'ufficio: e nomavano cannoni da campo che ora diciamo da campagna; cannoni da batteria, che ora diciamo da breccia; e cannoni da muro, che ora diciamo da piazza e costa.

Questo valga per chiarire tutta insieme la nuova nomenclatura che mano mano ci verrà innanzi nella storia e nei documenti, secondo il metodo fin qui tenuto. Penso di spiegare da me le ragioni del mio racconto, e di scusare le altrui postille. Penso a Tito Livio (mi si perdoni l'altezza del paragone) che se avesse creduti necessarî i discorsi degli altri sopra le sue Deche, egli avrebbe fatti da se i commentarî; e certamente meglio, rispetto alle sue intenzioni.

[Agosto 1510.]

XIII. — Intanto il capitano di Roma e quel di Venezia, rimenando indietro Marcantonio Colonna, i due Fregosi, i due Doria e gli altri, venivano in Roma con lieta faccia accolti da Giulio, il quale volle averli tutti insieme alla mensa, e farli partecipi de' suoi disegni; dimostrando loro come senza perdersi d'animo fermato aveva di ripigliar subito subito e con maggior gagliardìa quella impresa medesima. Imperocchè niente avvilito, anzi più ardente e sdegnoso per la repulsa, armava anche esso in Civitavecchia cinque caracche e una galeazza da contrapporre alle nemiche di alto bordo; e faceva racconciare le galèe, e scriveva soldati per opera di Francesco Ghiberti, allora chierico di Camera e commissario dell'armata. In somma a mezzo agosto chiamò tutti alla mostra sulla foce del Tevere, dove esso stesso montato sul suo bucintoro volle personalmente rassegnar le caracche ad una ad una, e poi la galeazza, e appresso nove galere del Biassa, e diciassette di Venezia. Indi per dimostrazione di contentezza fece distribuire alle genti in donativo straordinario sedici botti di vino, trentadue buoi, settantaquattro montoni, e pan fresco in buon dato. Finalmente imbarcatosi sulla capitana del Biassa al centro di tutto lo squadrone romano e veneziano, colle navi grosse appresso, navigò sino all'altura di Civitavecchia[98]. Di là licenziò l'armata con molti augurii all'impresa di Genova, verso la quale al tempo stesso scendevano dall'Appennino le fanterie del Sassatelli, spintevi in fretta da Bologna: ed esso, venuto in terra, montava a cavallo dirigendosi verso Viterbo, ed oltre per Bologna e pel campo, dove si combatteva ugualmente contro i Francesi, e si preparava l'espugnazione della Mirandola[99].

[Sett. 1510.]

Altresì i ministri di Francia, consapevoli dei movimenti che da terra che da mare facevano i Papalini e i Veneziani, non lasciavano cosa alcuna opportuna alla difesa per mare e per terra. E già Piergianni colle sue caracche e colle galèe de' Genovesi era uscito al confine incontro ai vegnenti, aspettandoli nelle acque di Portovenere. Le due armate si incontrarono sotto vela con venti maneggevoli, e presero subito a combattere da lungi con grande strepito di cannonate: ma sempre da lungi, perchè si temevano a vicenda, nè l'uno ardiva investire l'altro. Anzi il Biassa e il Grillo avevano fermo di non avventurarsi a battaglia di esito incerto, per non perdere il frutto che speravano più facilmente conseguire dalle pratiche dentro alla città. Perciò continuarono la rotta sempre innanzi, e sempre sparando dalla destra contro Piergianni che seguiva costeggiando verso terra, e continuamente rispondeva dalla banda sinistra, tanto, che giunsero insieme alla vista di Genova. Colà il Biassa principalmente voleva dimostrare la costanza nella impresa, e far sentire a quel popolo lo strepito delle artiglierie, e riscuoterlo, e dargli a vedere qualche tratto di bravura. A un suo cenno Giano Fregosi, il più caldo dei fuorusciti, con una saettìa di gran remeggio e piena di gente scorse due volte innanzi alla città, fecesi sempre più presso al porto, e col suo ardire costrinse i nemici a crescergli la fiducia di entrarvi dentro. E in sul fatto cacciovvisi di mezzo, correndo lunghesso il molo e tentando a gran voce gli animi dei Genovesi; finchè preso di mira dai castelli tra un nembo di fuoco e di ferro, assicurato nondimeno dalla velocità del suo legno, potè ritirarsi senza danno. Allora soltanto il Biassa virò di bordo, e volse verso Civitavecchia senza che il nemico osasse più molestarlo[100].

[Ottobre 1510.]

Piegando oramai la stagione al verno, i Veneziani presero congedo, e ne andarono afflitti dalle tempeste per l'Adriatico, dopo perdute cinque galèe nello stretto di Messina. Ma Giulio e il Biassa restarono tanto minacciosi, e dieron sì lungamente da fare ai Francesi, e tanta parte del loro fuoco posero in petto ai partigiani, che finalmente ai venti di giugno del 1512 i Genovesi levato il rumore, e cacciato il presidio straniero, ripigliarono le forme consuete del loro governo, e chiamarono Giano Fregosi doge della patria.

[15 settembre 1511.]

XIV. — Ora ripigliando l'argomento principale e la difesa della spiaggia romana contro i pirati, passiamo a considerare i fatti di papa Giulio anche intorno a questa necessità sempre crescente nel suo tempo. Tutto inteso a mantenere l'alleanza dei Veneziani, e la fiducia dei Genovesi, non licenziò le galèe già costruite in Ancona, nè le altre trovate in Civitavecchia; anzi aggiunsevi più due galèe e due brigantini in isquadra specialmente deputata alla guardia del Tirreno con certi capitoli che gli rendevano facile la duplicazione del numero e lieve la spesa. I quattro legni dovevano formare squadra permanente in arme per la guardia delle marine, senza escludere i legni maggiori, tenuti di riserva al bisogno straordinario, come si usa anche adesso. Pei meriti del capitan Baldassarre chiamò a questo speciale servigio Giovanni suo figlio, il quale, tuttochè giovane, godeva riputazione di esperto e valoroso marino. Il tenore delle convenzioni risulta dall'istrumento della condotta, che ora pubblico nel nostro volgare col testo originale a fronte, come fo sempre che mi si offrono documenti importanti ed inediti[101].

«Capitoli del Capitano delle galèe. In nome di Dio, così sia. — Anno mille cinquecento undici, indizione decimaquarta, giorno quindici di settembre, e del pontificato del santissimo in Cristo padre e signor nostro Giulio per divina provvidenza papa secondo, anno ottavo. A tutti sia manifesto e palese pel presente istrumento pubblico che gl'infrascritti sono patti, convenzioni e capitoli, fatti, fermati, contratti e stabiliti, tra il reverendo padre e signore Lorenzo Fieschi, vescovo Ascolano, vicecamerlengo, nella reverenda Camera apostolica luogotenente del reverendissimo signor cardinale di san Giorgio, Raffaele vescovo Ostiense, camerlengo; coll'intervento presenza e volontà dei reverendi padri P. Orlandi, vescovo eletto di Mazara e tesorier generale di nostro Signore; e più Ferdinando Ponzetti, decano dei seguenti chierici di Camera, cioè dire Filippo di Siena protonotario, Lorenzo Pinzi datario, Francesco Armellini, e Giovanni Botonti da Viterbo, insieme nel luogo dell'udienza congregati, e sugli interessi della Camera consultanti e deliberanti in nome e vece del prefato santissimo Padre e della sua Camera, per ordine speciale dell'istesso nostro Signore, espresso coll'oracolo della viva voce intorno a questo contratto: stando essi tutti i predetti da una parte, ed il signor Giovanni da Biassa dall'altra parte, ciascuno per sè stesso agente stipulante e capitolante intorno e sopra la guardia del mare e della spiaggia romana e per solenne contratto convenuti nei singoli capitoli che seguono, cioè:

«1. Il predetto reverendo Signore, vicecamerlengo e luogotenente, per volontà consenso e nome, come sopra, ha condotto il prefato signor Giovanni da Biassa alla guardia di tutta la spiaggia romana, da Terracina a monte Argentaro, con due galèe ciascuna di venticinque banchi, e due brigantini ciascuno di quindici banchi, con che in cadauna galèa abbiano a essere almeno cinquanta, e in ogni brigantino almeno trenta uomini liberi, atti a naval combattimento, oltre ai marinari ed oltre alla ciurma necessaria: e questa condotta avrà a durare due anni prossimi futuri, e poscia a beneplacito di nostro Signore, da cominciare il giorno della mostra alla foce d'Ostia, o dove ordinerà la Santità sua: il qual beneplacito non si intenderà rinnovato altrimenti che per quattro mesi, se prima le parti non avranno manifestato la volontà di recedere dal contratto.

»2. Similmente il predetto reverendo Signore, vicecamerlengo e luogotenente, nel nome come sopra, ha promesso all'istesso Giovanni per lo stipendio suo e della sua gente dare e consegnare tutti gli emolumenti del Dritto, cioè la riscossione del due per cento imposto già per la medesima guardia nel modo che al presente sempre si riscuote, e secondo gli ordinamenti fatti dalla Camera sopra questa materia, il qual Diritto fin da ora ha rassegnato al medesimo, perchè decorra in suo favore dal dì che farà la mostra, tanto che possa riscuoterlo a suo piacimento: oltre al quale stipendio non potrà mai chiedere altra mercede.

»3. Similmente il predetto reverendo Signore vicecamerlengo e luogotenente, per volontà e nome come sopra, ha concesso all'istesso Giovanni, qualora egli possa avere nelle mani alcun frodatore che trae grano dai luoghi o porti soggetti mediate ed immediatamente alla Chiesa senza la bolletta e senza la permissione del doganiero sopra le tratte, o del suo legittimo sostituto, così che apparisca non avere egli pagato la tratta medesima secondo le leggi della dogana, in tal caso sia lecito all'istesso Prefetto toglier via il detto grano e l'una metà ritenerla per sè, l'altra fedelmente consegnare alla Camera: e questo valga similmente per ogni altra cosa, sostanza o merce che mai troverà trafugata di contrabbando.

»4. Similmente ha promesso e conceduto al nominato Prefetto in sua balìa tutti e singoli pirati, ladroni e infestatori del mare, con tutti i loro navigli, beni e sostanze dovunque li potrà trovare, assalire, sottomettere, e tenere. E se per avventura alcun di loro inseguito dall'istesso Prefetto verrà a rifugiarsi nei porti o luoghi dello Stato, dovranno gli ufficiali ed uomini di quei luoghi pigliarli e rimettergli al Prefetto, sì che gli abbia in sua potestà ed arbitrio.

»5. Similmente il predetto r. Sig., come sopra, ha offerto e promesso al Prefetto ogni conveniente soccorso e favore per tutte le terre e per tutti i luoghi soggetti alla santa romana Chiesa contro chiunque ardisse molestare lui e la sua gente: ordinando fino da ora a tutti e singoli ufficiali e persone dei detti luoghi che ad ogni richiesta del Prefetto medesimo debbano assisterlo coi favori e soccorsi convenienti.

»6. Similmente il nominato reverendo Signore vicecamerlengo e locotenente come sopra, ha concesso allo stesso Prefetto che se egli darà la caccia ad alcun pirata, ladrone o infestatore, e se costoro fuggendo troveranno ricetto in alcun porto o luogo fuori dello Stato, così che egli non possa avergli in mano, anzi gli sia fatta resistenza dalla gente di quel luogo, allora sia lecito a lui mettersi alle rappresaglie, che fin d'ora gli sono concesse tanto che sia fatta la restituzione compensativa ai naviganti lesi dagli stessi pirati e infestatori. Nondimeno dovrà prima dare le prove del ricetto concesso a coloro, e dell'impedimento opposto al suo procedere; e non potrà in effetto esercitare le rappresaglie se non gliene venga dalla Camera apostolica concessa la facoltà pel caso speciale. In ogni modo tutto quello che il Prefetto in forza di rappresaglia avrà toccato o sarà venuto in sue mani, che in mare che in terra, dovrà fedelmente rassegnare alla Camera per rifarne i danni a chi li ha patiti.

»7. Dall'altra parte il nominato signor Giovanni prefetto ha promesso custodire, difendere e guarentire la detta spiaggia romana dalla detta città di Terracina fino al detto monte Argentaro con due galere e due brigantini di sua proprietà, ben armati come sopra, contro tutti e singoli pirati, ladroni, invasori e malviventi; e difendere insieme le persone tutte e singole coi loro navigli, legni, beni, roba, e merci, nell'accesso e nel recesso, sia dell'alma città di Roma, sia di ogni altro luogo mediate o immediate a lei soggetto.

»8. Similmente ha promesso lo stesso Prefetto pagare del suo ogni danno o ruberia che potrà succedere mai in qualunque parte del predetto mare, eziandio che esso non fosse presente in quel luogo, posto che sia nei termini e confini prefissi da qualunque lato: qualora però i pirati e ladroni non abbiano maggior numero di galere, di brigantini e di gente, così che a punto per la inferiorità sua non possa il Prefetto prudentemente assaltarli, combatterli e perseguitarli. In somma circa la riparazione dei danni egli non potrà presumere altra scusa, meno quella della forza maggiore; la quale eccezione tuttavia dovrà essere provata innanzi alla Camera, al cui giudizio sarà lasciata la deliberazione e decisione sopra la verità del caso eccezionale.

»9. Similmente il prenominato Prefetto ha promesso a questo effetto mantenere due galèe ciascuna di venticinque banchi, e due brigantini ciascuno di quindici banchi, tutto di sua proprietà, pognamo da lui costruiti o comprati; nelle quali galèe, oltre alla ciurma necessaria hanno a essere cinquanta uomini, e in ciascun brigantino trenta uomini bene armati ad uso di mare, con cannoni, balestre, partigiane, ronconi, spuntoni, ramponi, rotelle, targoni, ed ogni altro armamento, arme e munizione necessaria ed opportuna ad offesa e a difesa: ed il numero dei detti uomini almeno sempre pieno, e le persone ben armate, ed atte, sperimentate e pratiche del mestiero.

»10. Similmente ha promesso e si è obbligato a dare la mostra dei legni e delle genti in ogni luogo e quantunque volte sia richiesto da sua Santità o dalla Camera.

»11. Similmente ha promesso mettere in terra cinquanta uomini o più ad ogni richiesta di nostro Signore o della Camera.

»12. Similmente egli ha promesso e si è obbligato che se alcuno dei naviganti nel predetto mare resterà mai per mala sorte preso o depredato dai pirati corsali o malviventi, o dai medesimi in qualunque modo offeso, depredato o impedito, sia nella persona o nelle sostanze o nei bastimenti, esso Prefetto piglierà con ogni diligenza il carico di perseguitare i nemici, e sarà suo debito strappar loro dalle mani la preda, ricuperare le cose perdute, renderle ai padroni, e scortarli a luogo sicuro, senza pretensione di prezzo o di mercede. Altrimenti se così non facesse, salvo il legittimo impedimento, ha promesso e si è solennemente obbligato a favore di chiunque abbia patito danno dai predetti pirati o da altri invasori, di rilevarli senza danno di suo danaro, e di soddisfarli fino ad intiera compensazione delle perdite sofferte. Perciò la Camera apostolica resterà immune e onninamente libera dal detto peso, eccettuato il caso della forza maggiore, come negli altri capitoli addietro si contiene, e della quale si deve dare la prova innanzi alla congregazione Camerale.

»13. Similmente il Prefetto si è obbligato sotto pena di due mila ducati, durante la condotta, di non far traffico colle galere nè co' brigantini; e di non trasportare derrate o mercanzie di qualunque specie e da qualunque luogo a qualsivoglia parte; e di non pattuire mai dei predetti legni alcun nolo.

»14. Similmente ha promesso e si è obbligato, tanto di estate che d'inverno, avere per sua stazione il porto di Civitavecchia, o le foci del Tevere, o gli altri porti e luoghi dello Stato nel mare predetto, cioè intra Terracina e l'Argentaro, perchè sempre più pronto abbia a trovarsi, dovendo resistere agli invasori dei detti luoghi, e difendere chiunque concorre all'alma città di Roma, o da quella e dagli altri luoghi predetti si parte.

»15. Similmente sarà tenuto il detto Capitano ad ogni richiesta di nostro Signore, o della Camera, mostrare le sue galere e brigantini presso alle foci del Tevere, dove indicherà sua Beatitudine, così armati e corredati come li ebbe, sotto pena di ducati diecimila, alla quale saranno obbligati espressamente anche i suoi mallevadori.

»16. Similmente ha promesso e si è obbligato di non togliere cosa alcuna ai naviganti, nè esso, nè alcuno della sua gente e brigata, quantunque offerta in dono, altrimenti sia punito ad arbitrio della Camera.

»17. Similmente ha promesso e si è obbligato di tenere gli amici di sua Santità e della santa romana Chiesa per amici suoi, ed i nemici per inimici di qualunque stato, grado e preminenza essi siano.

»18. Similmente sua Santità ha promesso al Prefetto di fargli consegnare gli uomini condannati a morte dai tribunali dello Stato ecclesiastico; e la scelta nel modo che ordinerà nostro Signore. Costoro presi e consegnati saranno messi al remo per un anno soltanto nelle predette galèe, se pure non fosse altrimenti prescritto dalla volontà di nostro Signore.

»19. Similmente il predetto Capitano o sia Prefetto, nel caso che a lui fossero prestate le galèe e i brigantini dalla santità di nostro Signore o dalla Camera predetta, ha promesso e si è obbligato di doverli restituire ogni volta che gli verranno richiesti da sua Santità o dalla Camera, sì veramente che li renda integri ed illesi nello stato medesimo che esso li avrà ricevuti per la detta guardia in prestanza. Ciò non pertanto, se nel tempo della restituzione, come sopra, durerà tuttavia la sua condotta, si è obbligato ed ha promesso sostituire subito due altre galèe e due brigantini di sua proprietà, comprati o costruiti da lui, atti sempre, armati, e corredati come sopra è detto.

»20. Similmente il predetto Capitano ha promesso e si è obbligato di dare sufficiente malleveria sopra banchieri per la somma di mille cinquecento ducati d'oro; e quelli esauriti, dovrà rinnovare e ripetere la malleveria a giudizio della Camera per la stessa somma, che resterà sempre in deposito per l'osservanza degli obblighi suoi, e pel rifacimento dei danni a chi ne ha patiti, secondo la sentenza della Camera in forma spedita e stragiudiziale.

»21. Similmente se durante la condotta avverrà mai che il Prefetto sopraddetto sia spedito con ordini della santità di nostro Signore in altra parte fuori dei confini della spiaggia romana, allora egli non sarà tenuto a risarcire danni di niuno, ancorchè succedessero per causa della assenza del medesimo Prefetto o Capitano e della missione straordinaria: purchè il Capitano chiaramente dimostri alla Camera il mandato della predetta destinazione.