LIBRO TERZO.
CAPITANO PAOLO VETTORI,
MARCHESE DELLA GORGONA.
[1513-1526.]
[15 marzo 1513.]
I. — Quanto vi avea di grande nelle scienze, nelle lettere e nelle arti per tutta l'Italia, in un'epoca straordinariamente feconda di belli ingegni, quasi tutto al principio del secolo decimosesto erasi raccolto in Roma: però papa Leone, eletto ai quindici di marzo del 1513, non ebbe a durare gran fatica per mettere a festa la sua corte col primo fiore delle dotte e virtuose persone del tempo. Suoi secretarî il Bembo e il Sadoleto, suoi teologi il Silvestro ed il Gaetano, suoi pittori Raffaello e Giulio, suoi architetti il Sangallo e Michelangelo; e suo capitano sul mare, mi sia presto concesso questo passaggio, il nobile Paolo Vettori, pari a chiunque nella grandezza dell'animo, nella gagliardia del braccio e nella perizia dell'arte nautica[108].
La famiglia dei Vettori, ammessa a tutti gli onori della repubblica fiorentina, prima che si tramutasse in Roma col titolo del marchesato, fioriva in questi tempi per uomini eminenti nelle lettere e nelle armi, tutti apertamente seguaci della fortuna trionfante di casa Medici: Piero il giovane, sommo filologo del suo tempo[109]; Piero il vecchio, celebrato per senno politico e per la molta perizia nelle lettere latine e greche; il nome di Francesco ritorna ad ogni pagina delle storie patrie, dalla cacciata di Pier Soderini, fino all'elezione del duca Cosimo; e il nome di Paolo, secondogenito di Piero il vecchio e fratello di Francesco, spicca a gran rilievo nelle vicende di Roma durante il pontificato di Leone, d'Adriano, e di Clemente. Sollevato dai favori e dagli encomî singolarissimi della casa e dei partigiani de' Medici; ed altrettanto depresso dal biasimo degli avversarî, può essere chiamato ad esempio della sorte comune di chiunque entra troppo nei partiti, e con questo corre diversamente accagionato nei giudizî degli uomini e delle storie. Due sole cose di lui tuttafiata amici e nemici a vicenda confermano: l'eccellenza di marino, e l'intrinsichezza di confidente appo il cardinal Giovanni dei Medici. Il quale, divenuto Papa, anche nella sublimità del nuovo grado, continuò a comunicare con lui i suoi pensamenti: e sapendo quanto poteva ripromettersi dal valore di un uomo non solo da discorrere, ma da operare fortemente, datogli subito il capitanato delle galèe, lo mandò con questo titolo a Torino, compagno di Giuliano suo fratello per le nozze con Filiberta di Savoja.
Paolo era nei trentasei anni: sottile e rubizzo della persona, fronte sporgente, ricca e crespa capigliatura all'occipite, rada alla sommità, naso affilato e non breve, piccoli mustacchi, poca barba, alto il ciglio, e lo sguardo acutissimo e penetrante come di succhiello. Restaci il suo ritratto inciso in gran foglio tra le immagini degli uomini illustri della Toscana, vestito di ricca armadura, il bastone del generalato sotto al braccio, bussole, rombi, compassi, e carte marine sur un trespolo, ed egli presso il verone fisso cogli occhi al mare, alle galèe ed agli stendardi dalle chiavi incrociate. Sotto vi è scritto[110]: «Paolo Vettori, capitan generale delle galèe della Chiesa nel pontificato di Leone X, Adriano VI, e Clemente VII; dalla corte di Roma e dalla repubblica fiorentina spedito al campo imperiale di Lombardia. Nato nel 1477, morto nel 1526.»
Più altre notizie di lui ci fornirà la storia scritta dal fratello, recentemente pubblicata con molte annotazioni nell'Archivio storico di Firenze[111]: e ricchissima mèsse avremmo potuto raccogliere dall'archivio privato dei marchesi Vettori di Roma, se i moderni discendenti ed eredi avessero saputo custodire quel tesoro di lettere e di corrispondenze originali, che ora non si sa dove sia perduto[112].
[Dicembre 1513.]
II. — La pronta nomina dell'eccellente capitano, e l'immediato possesso di lui in Civitavecchia, affrettarono la risoluzione dei risarcimenti alla darsena, per meglio raccogliervi e ordinarvi le forze marittime dello Stato. La darsena non è altrimenti una prigione, come alcuni pensano, ma la parte più sicura e più comoda di un porto, dove il naviglio militare sverna, si racconcia e si arma. L'equivoco è venuto nei tempi moderni dall'esservi restati in abbandono i bastimenti da remo, e con essi le ciurme di catena, o ristrette sulle pulmonarie galleggianti, o stivate nei prossimi magazzini. Salvo il caso recente, resta per ogni altro tempo il primo e proprio significato di porto minore presso un porto maggiore, fornito di scali e di edificî per servigio dei navigli militari, difeso con buone fortificazioni e ripari dalle tempeste del mare e dagli insulti dei nemici. Antichissimo fatto: alla romana dicevasi Angiporto, alla greca Epistio, all'italica Porticciuolo; e poi, con voce derivata dall'arabo, Darsena[113].
Presso al porto di Civitavecchia una ve n'ha, che può essere annoverata tra le più belle del Mediterraneo: venticinque migliaja di metri quadri in superficie, sei metri di uniforme profondità, grandiosi magazzini all'intorno, e talmente coperta da una cinta bastionata, che niuno la vede se non siavi dentro. Un documento di questo tempo ci mostra che si voleva nettarla e ridurla a maggiore profondità. E quantunque la scritta non porti data, nondimeno deve necessariamente ridursi alla fine del tredici. Non prima, perchè intestata a papa Leone, eletto nel mese di marzo dell'anno medesimo; non dopo, perchè agli undici di marzo dell'anno seguente moriva Bramante, al cui giudizio è rimessa l'approvazione dei lavori[114]. Ecco il documento[115]:
«Patti e conditioni fatte da Giulio de Maximi, che promette a Leon X di cavare a certa profondità e tempo il porto piccolo di Civitavecchia. — Io Julio de Maximi sono contento e prometto a lo santissimo padre nostro papa Leone X di cavare il porto piccolo di Civitavecchia, incominciando dalla bocca, e seguitare dentro per tutto, per infino alle mura che circuiscono il detto porto, con le infrascripte conditioni et capituli:
«1. Di prima che la santità di nostro Signore debba darmi al presente ducati quattro mila d'oro in oro per prezzo e mercede di tutta l'opera che havrò a fare in detto porto: et per me pagarli di contanti a Mario de li Cavalieri, nobile cittadino romano.
«2. Il detto Mario havrà a promettere et obbligarsi a nostro Signore, in caso che io non osservi di cavare il detto porto, secondo di sotto prometto, di restituire tutti li danari havrà ricevuti; o vero far cavare esso il porto, secondo la mia promessa, con quel più breve tempo si potrà.
«3. Che io sia obbligato cavare il porto con miei ingegni ed arti, in modo che la bocca stia sempre aperta et patente, come sta ora, per comodo de' naviganti.
«4. Voglio, cominciando dalle acque comuni, che è il mezzo tra l'altezza diurna et bassezza delle acque per lo flusso, nel quale mezzo si vede certa verdura come una linea retta nelli muri et scogli del porto; et diuturnamente et ordinariamente crescono le acque uno palmo vel circa sopra quel segno, et viceversa decrescono; et per le grandi altezze et bassezze extraordinariamente eccedono da ogni banda assai: et da quel segno in giù voglio cavar tanto che habbia palmi nove di fondo di canna romana. Eccetto che, se trovassi scoglio o muro, non voglio essere obbligato a cavare più oltre che esso muro o scoglio.
«5. Da poi che saranno disborsati li danari, et chiarito il giusto segno delle acque, a comune judicio di marinari venetiani et genovesi, o vero a judicio di frate Bramante (al quale del tutto me ne rimetto), voglio aver tempo due mesi a mettermi in ordine per cominciare l'opera: et di poi alli duo mesi voglio haver tempo mesi diciotto ad haverlo finito di cavare.
«6. Che mi sia lecito gittare il fango in quel luogo che mi farà più comodo.
«7. Che mi sia lecito far tagliare il legname che mi bisognerà in tutte le selve vicine, in terra di Chiesa, senza alcun prezzo di selvatico o di altra impositione.
«8. Che io sia accomodato di tutte quelle stanze che mi bisognerà, tanto in rôcca vecchia quanto in rôcca nuova, e dove la Camera havrà modo di accomodarmi, senza alcun pagamento.
«9. Che tutte le cose che adoprerò per me, per l'opera, e per i miei uomini habbiano a essere franche da ogni gabella, così se da Roma, come se da ogni altro luogo soggetto alla Chiesa, mi bisognerà mandare roba a Civitavecchia, siano franche da ogni gabella; e similmente quella roba e artiglieria havrò adoperata alla detta opera, volendola ridurre in Roma, sieno franche da ogni gabella o datio.
«10. Che tutte le galere et altri legni che sono annegati nel detto porto, et ogni altra cosa, sia libera mia.
«11. Che andando li miei uomini per macinar grano alli mulini vicini, li mulinari sieno obbligati posporre ogni altra persona et expedire li miei, sotto quella pena parerà a Nostro Signore, eccetera.»
I documenti, siano pure intorno a materie di piccola importanza, portano più lume e certezza alla storia di qualunque discorso, a chi li sappia intendere. Ecco qui, rispetto alla darsena di Civitavecchia, la bozza di un contratto per cavarla a certa profondità; ed eccovi insieme la certezza della sua esistenza anteriore all'opinione de' moderni che l'attribuiscono a papa Pio IV, senza attendere alle memorie perpetue del medio èvo, come ho detto altrove, e senza sapere della descrizione fattane nel quattrocento da Flavio Biondo. Anzi il presente documento ce la mostra già tanto antica nel pontificato di Leone, e mezzo secolo prima del detto Pio, che pei rottami di navigli sommersivi da tempo immemorabile e per la invetrata poltiglia, sarebbesi resa inutile se non si dava mano a rinettarla. Di più eccovi la speranza di trovarvi anticaglie e oggetti preziosi, come di fatto si è visto infino ai nostri giorni, essendosi ripescato colà tra le molte medaglie, bolli, musaici, ed altri oggetti antichi, quel superbo braccio di bronzo di che si abbellisce ora il musèo etrusco del Vaticano. Ecco nella eccellentissima casa dei Massimi, nota agli eruditi per le edizioni romane del primo secolo, continuarsi lo slancio verso le imprese ingegnose. Eccovi il teorema della marèa diurna, notissimo anche in quel tempo; e la maniera di valutarne con pratiche induzioni anche nel nostro mare gli estremi, tuttochè di poca levata nelle circostanze ordinarie. Ecco la popolare nomenclatura che allora distingueva la rôcca vecchia dalla nuova; e questa, che oggidì chiamiamo la Fortezza, già tanto avanzata nella costruzione, da potervisi alloggiare la brigata e gli operaj di messer Giulio. Ed ecco finalmente ogni cosa rimessa al giudizio di un grande artista, come dire di Bramante; il cui nome, introdotto con tanta sicurezza nel documento, per sè indica la notorietà e frequenza di lui in quel luogo; dove non poteva essere per altro che per l'opera maggiore che allora vi si faceva, ciò è dire per la fabbrica della predetta Fortezza, tutta di suo stile, come altrove più largamente esporrò. Si noti eziandio l'appellativo di Frate, dato a Bramante; perchè risponde a capello coi fatti e colla storia; e ricorda la promozione di lui all'ufficio del Piombo: ricco, geloso e nobile ufficio di suggellare col metallo dolce le bolle pontificie, secondo che usavano i frati laici dell'ordine Cisterciense; a similitudine dei quali gli altri piombatori, cavati dal ceto degli artisti, vestivano in certe occasioni l'abito consueto dei frati precessori, e si chiamavano Frati del piombo, camuffati di tonaca e di cappuccio, come si vedono pure ritratti nelle antiche rappresentanze, quantunque non facessero niuna professione di vita monastica[116].
Non voglio lasciare questo documento senza venire alla conclusione. La cavatura in vece di giungere solamente alla profondità uniforme di palmi nove per tutto il bacino, passò la minima di palmi quindici, e toccò la massima di palmi venti, come risulta dalla pianta di detta darsena delineata poco dopo da Antonio il giovane da Sangallo, e coperta con una rete di scandagli, il cui originale ho trovato io stesso tra i cartoni di lui alla Galleria di Firenze, e ne ho il facsimile presso di me per la squisita cortesia del cavalier Carlo Pini, direttore e conservatore delle stampe[117].
[1514.]
III. — Adesso mi continuo a tirar fuori dai registri le notizie, secondo i tempi. Trovo nel quattordici tre squadre in navigazione: quella della guardia consueta sotto il Vettori, composta di tre galere e di due brigantini[118]; l'altra di due galere con Giovanni da Biassa, il quale, quantunque licenziato da Giulio II dopo la battaglia di Ravenna, ora nondimeno milita con papa Leone, e per lui quest'anno rimena in Francia il signore di Rochefort, ambasciatore del re presso la santa Sede; ed al ritorno, passando di Genova, da Giovanni Vespucci oratore papale in quella città riceve l'ordine di venirsene sollecitamente colle galèe in Civitavecchia per congiungersi col Vettori, e assicurare viemeglio le difese della spiaggia, e i servigi che si prevedono pel viaggio del Papa[119]. La terza muove da Ancona col cavalier Bonarelli verso Venezia per imbarcare certe artiglierie, richieste da papa Leone al doge Loredano[120], secondo la nota compilata da Leonardo di Firenze, nuovo capo dei bombardieri in castello Santangelo, succeduto di fresco al defunto Matteo Galli bombardiero romano[121].
[Aprile 1515.]
Questi apparecchi tendevano evidentemente alla spedizione generale contro i nemici comuni della società cristiana, ma non approdavano. Tutti piativano per finirla coi Turchi di là, non così però che prima non volessero di qua aver assettato le faccende loro a proprio talento. Quindi ciascuno proseguiva i suoi litigi intestini: le divisioni tra i principi maggiori del mondo cristiano crescevano, e vicino ci bolliva aspro conflitto con Urbino, con Ferrara e con Milano, oltre alla congiura contro la vita di papa Leone, che poi scoppiò nel diciassette. Il cardinal Petrucci strangolato in Castello, tre altri afflitti di gravissime pene, e il cardinale Adriano di Corneto fuggito via[122].
Il primo passo dierono i congiurati in quest'anno al diciannove d'aprile, quando il cardinale ostiense Raffaello Riario, per sicurezza della sua persona e dei complici, richiese la rôcca di Ostia, dal cardinal Giulio dei Medici e dal castellano Gianfrancesco de Noris fiorentino. La prese a titolo di affitto, con grossa malleveria sul banco dei Balducci, e colla promessa di tenerla e goderla a uso delle oneste persone con tutte le munizioni, artiglierie e corredo; secondo legale inventario[123].
[Ottobre 1515.]
IV. — Non conscio dell'iniqua trama, papa Leone il primo di ottobre partivasi da Roma verso l'Etruria marittima, e finalmente riducevasi colla corte in Civitavecchia, dove pel cavamento della darsena e pei fondali guadagnati, venuto in maggiori speranze, faceva assegnamento di nuove fortificazioni. Aveva perciò intimato colà una dieta di soldati e d'ingegneri principalissimi, coi quali alla vista del luogo intendeva deliberare il modo e la forma della nuova cinta. Convennero quegli stessi capitani ed architetti, che poscia nel dicembre seguirono papa Leone verso Bologna incontro a Francesco re di Francia, secondo il partito preso quivi stesso in Civitavecchia sulla fine d'ottobre al primo annunzio del pericolo, come narra Paride de Grassi[124]. Necessaria avvertenza cronologica per istabilire con certezza il fatto e il tempo.
Ragionandosi dunque colà di fortificare detto luogo (come ben dice il Vasari), cioè la città intiera, non un pezzo della rôcca vecchia o della nuova (come altri confondono al solito), tra quei signori ed architetti, e tra i diversi pareri, Antonio il giovane da Sangallo, afferrata la bella occasione di mostrare alla corte, ai mecenati e a ogni altro il valor suo, e quanto degnamente fosse stato eletto tre mesi prima all'eminente ufficio di architetto di san Pietro, spiegò i suoi cartoni, e mostrò il disegno compiuto di tutta l'opera, che fu approvato dal Papa e dagli altri, come di tutti il migliore per giudizio, per arte, per eleganza, e per fortezza[125]. Dunque non ciance o ciarpe vecchie, salmisìa, ma progressi importanti dell'arte nuova.
Antonio, iniziato ai principî dell'architettura militare dagli zii, e poi seguace di Bramante non solo nel corridojo di Castel Santangelo, ma anche nella rôcca nuova di Civitavecchia, come dimostrerò coi suoi autografi, già conosceva il terreno, e già aveva in pronto il risultamento dei suoi studî: una cinta bastionata alla moderna, con sette baluardi reali da circondare la darsena e la città da un mare all'altro, appoggiando gli estremi alle due rôcche. Quali si mostrano i quattro disegni originali di sua mano che si conservano alla Galleria di Firenze, e gli altri tre che vi ho trovato io stesso, tali i lavori eseguiti in Civitavecchia nell'istesso secolo e tuttavia esistenti, conformi ai medesimi disegni; tale la pianta identica degli originali e della esecuzione intagliata sopra quattro medaglie del secolo decimosesto. Dunque rivelazioni importantissime per la storia dell'arte, che oramai ci viene sicura, dimostrata, e più antica che altri non avesse pensato o scritto. Falso il primato dei Sammicheli, secondario il magisterio del Martini. Il primo baluardo esiste ancora in Ostia dal 1483 per opera di Giuliano da Sangallo, il primo pentagono bastionato esiste ancora in Civitacastellana dal 1496 per opera di Antonio suo fratello, la prima fortezza quadrata con quattro baluardi a musone esiste ancora dal 1501 per opera dello stesso; e la prima cinta reale di piazza d'arme, coll'ordine rinforzato a fianchi doppi, esiste ancora in Civitavecchia dal 1515, per opera del nipote. Non avremo più a perderci in dubbii e in congetture appresso ad altri misagiati ricordi di fortificazioni, posteriori di data, e da lunga pezza distrutte[126]: ma verrà la storia nuova sopra Monumenti primitivi, di epoca certa, tuttavia esistenti, e conformi ai disegni originali dei classici, conservati infino a oggi. La somma di queste cose io scrivevo del 1858 nel giornale delle Strade ferrate[127], quando niuno dei miei maestri (anche dopo compiuta l'edizione del Vasari pel Le Monnier) nè in Roma, nè in Italia, nè fuori pensava punto a queste nuove dimostrazioni, colle quali e con altre simili tratterò io la storia dell'architettura militare senza allontanarmi dalla spiaggia romana, come si vedrà nel mio libro della fortificazione. Non intendo a pretensioni, ma alla verità che torna onorevole a tutti.
Antonio allora aggiunse agli ufficî suoi di Roma la direzione dei lavori di Civitavecchia, andandovi spesso e tornandone, secondo il bisogno. E quantunque egli cominciasse l'opera di terra e fascine, riservando a miglior tempo l'incamiciatura; nondimeno murò quattro porte, due dalla parte della campagna e due alla marina, sulle quali esso stesso pose lo stemma delle sei palle di papa Leone[128]; e questo fu addì quindici giugno del diciannove. Il mese seguente addì ventisette luglio dello stesso anno Antonio fece incastrare attorno alla darsena le teste di bronzo che ancora si vedono, e sono chiamate dai civitavecchiesi i Mascheroni: cioè una diecina di teschi a ceffo leonino, disegnati da mano maestra di vivissima bizzarria, e gittati in metallo colle zanne sporgenti e le labbra accartocciate per sostenere fermamente e penzoloni gli anelli massicci pur di bronzo, dove i bastimenti danno volta ai cavi di posta in alto, tanto da poter camminare per le banchine senza inciampare a ogni passo tra i cánapi. Gli anelli ritraggono le forme consuete del cinquecento colla gemma piramidale a quattro faccie nel castone: in somma l'anello mediceo. Il getto si dice fatto da Giacopo dell'Opera, cui si pagano cento ducati a buon conto[129]. Col nome dell'Opera abbiamo notissimo tra gli artisti un Giovanni, detto pur delle Corniole, discendente di tessitori di drappi a opera, donde il soprannome della famiglia. Giovanni, morto in Firenze nel 1516, lasciò eredi i nipoti, figli di Francesco suo fratello; uno dei quali avrebbe a essere il nostro Jacopo[130].
Dunque Antonio costruiva la cinta bastionata, murava le porte, metteva gli stemmi, incastrava cogli arpesi i mascheroni, piombinava nella darsena, ristaurava il porto, la bocca e il molo grande[131]: e tanto era attaccato a quel luogo, che dopo cinque lustri continuavasi a solennizzare colà le care memorie della sua prima comparsa, scrivendo di suo pugno[132]: «Colubrina di mastro Andrea. Questa Colubrina ò fatto la prova a Civitavecchia, addì dieci ottobre 1538.»
[26 Aprile 1516.]
V. — Intanto che le nostre marine contro ai pirati fortificavansi, Curtògoli crescendo di ardimento e di potenza teneva in continuo fastidio le campagne littorane, e sul mare moltiplicava i danni. Costui turco d'origine (Kurdogli) gran maestro della grande pirateria, d'intesa coll'imperatore di Costantinopoli, erasi stabilito in Biserta del regno di Tunisi, più tosto principe che ospite, con trenta bastimenti da corso e quasi seimila ladroni al suo comando; coi quali intendeva nuocere a ogni altro cristiano o islamita, tanto sol che giovasse agli interessi della crescente razza piratica. Però non ostante il trattato di commercio e di amicizia tra il re di Tunisi e i Genovesi, aveva menato prede dalla Liguria, e sottomessa a tradimento una galera della guardia. Quest'anno del sedici alla primavera contava già presi diciotto bastimenti siciliani con tutto il carico di frumenti; e lo sciame crescente dei ladroni venivagli appresso con molti bastimenti da remo, ronzando sulle spiagge dell'Etruria marittima. Papa Leone con pressa grande scriveva alle città e ai rettori littorani di mettersi in guardia contro nemici possenti e vicini; ed al preside della provincia, Francesco Pitta, ordinava di non mancare a niuna parte dell'ufficio suo per salvezza dei popoli. Le lettere papali, colla data del ventisei di aprile di quest'anno, sono pubbliche tra le opere del Bembo che le dettava: e qualcuna ne resta ancora originale negli archivî delle città medesime. Traduco la più breve, diretta ai Falisci, e valga per saggio[133]: «Abbiamo notizia certa di una armata non piccola di ladroni e pirati africani che han preso a scorrere pel nostro mare, ed ora si volgono contro Civitavecchia e contro le spiaggie del vostro distretto. Dunque vi ordiniamo di ubbidire senza replica a Francesco Pitta vicelegato della provincia in tutte le cose che vi comanderà, non altrimenti che se vi fossero comandate da Noi stessi in persona. Sono provvisioni urgenti che riguardano l'incolumità vostra nella vita e nelle sostanze. Dato a Roma li ventisei di aprile 1516 del nostro pontificato anno quarto.»
Può ciascuno da sè quasi direi vedere gli effetti di lettere tanto incalzanti e stringate: accorrere dalle provincie interne le milizie assoldate, armarsi la gente del contado a piedi e a cavallo, uscire all'aperto, occupare i ponti e le strade, battere le spiagge, mandare e ricevere corrispondenze celeri da luogo a luogo, di giorno e di notte, e mettere in opera tutti i provvedimenti che a cessare simili pericoli per quei tempi si costumavano. Il solo sospetto, e molto più le prossime minacce, bastavano a tenere in travaglio le intiere province, e a dare altrettanto di fastidio che la stessa invasione. I pacifici abitatori nell'ambascia, la città di Roma in sospetto, preghiere pubbliche per le chiese, e il Pontefice istesso a processione per conciliare il favore di Dio e degli uomini alla difesa del paese[134].
Però senza misconoscere i vantaggi della pietà, papa Leone attendeva al resto, come colui che parlando dei turchi e dei pirati soleva dire[135]: «Grande stoltezza di alcuni il pensare di poterli conquidere solamente colle orazioni: dobbiamo metterci alle armi, e combattere da senno, se vogliamo liberarci dalla loro oppressione.» A questo fine apparecchiava la sua squadra navale, congiungeva le galere del Biassa a quelle del Vettori, tregua tra i principi proponeva, cardinali di fiducia e di autorità per le corti spediva, e tutte quelle pratiche ripigliava che gli scrittori sacri e profani di quel tempo ricordano[136]. Pratiche continue per quattro anni in tutta l'Europa, ed altrettanto allora ferventi nei pensieri e nei discorsi dei contemporanei, quanto oggidì fredde nella memoria e nelle pagine della storia. Valgami per esempio quel grande ingegno di Girolamo Vida, che, quasi ringiovanito nella speranza di vedere effetti stupendi di generale spedizione, studiate e robuste parole scriveva all'istesso Pontefice promotore dell'impresa, dicendo[137]: «Orsù dunque chiama alle armi i marini di Italia ed i regi di Europa: concedimi a gran contento di vedere una volta l'ampiezza del pelago ricoperta dai navigli della cristianità, come desiderano tutti i vicini e i lontani. Di questa speranza brillano gli animi dei popoli, la gioventù animosa si apparecchia alle battaglie; ed io, quasi dimentico dell'estro febèo, nulla più ardentemente ormai desidero che intrecciare colle frondi del serto poetico gli allori di Marte.» Alle parole del Vida di fresco ha fatto eco, gran dire! il Guerrazzi sull'istesso proposito di papa Leone, scrivendogli[138]: «Adesso il Papa e i Principi cristiani volsero la mente a tal fatto, che avrebbe dovuto restarsi sempre in cima dei loro pensieri, e questo era la pirateria, con la quale i Turchi, condottisi ad abitare le coste dell'Africa, avevano reso il Mediterraneo infame, peggio che non è una selva infestata da assassini.... impresero la guerra dei pirati, e ne commisero il comando a Federigo Fregoso, arcivescovo di Palermo e fratello del Doge.»
[5 Maggio 1516.]
VI. — L'occasione di giusto sfogo all'impeto di tanto universale commozione venne da sè; e papa Leone la colse in quest'anno alla comparsa di Curtògoli, sommamente odiato dai Genovesi per gl'insulti ricevuti, e dal re di Francia per consenso simpatico verso la sospirata Liguria. Di che consapevole papa Leone, non dubitando punto di essere ascoltato, scrisse la seguente importantissima lettera[139]: «Ad Ottaviano Fregosi prefetto, ed ai decurioni di Genova. — Tutti sanno essere comparsa attorno alle isole d'Italia, e presso alle vostre riviere l'armata dei pirati tunisini; e da più parti arrivano dolorosi avvisi di rapine e di desolazioni. Io voglio cacciar via cotesti ladroni dai nostri mari, e, se sarà possibile, al tutto sterminarli. Con somma celerità apparecchio il mio naviglio: e sperando fare cosa onorevole a tutti gl'Italiani, ed a voi salutare per la comunanza degli stessi pericoli, vi chiedo in prestito quelle quattro galèe che avete pronte nel porto, e vi prego di armarne altre quattro colla massima sollecitudine. Io pago la quota che mi tocca. Ma presto, presto, mandatemi i legni vostri, uniteli co' miei, leviamoci dal viso la vergogna, facciamo di respingere gl'insulti del nemico, e di conquiderlo. Ripeto diligenza, premura e somma prestezza. Dato in Roma addì 5 di Maggio 1516».
Le istruzioni verbali del messaggero portavano di più la nomina di Federigo Fregosi genovese, arcivescovo di Salerno (non di Palermo, come stampa il Guerrazzi), fratello del doge Ottaviano, col titolo di Legato al comando dell'armata collettizia, secondo la proposta; e quindi l'obbligo a tutti di seguirne il supremo stendardo in conformità alle antiche costumanze. Il Breve della legazione si legge al disteso tra le opere del Bembo[140].
I Genovesi maggiormente per questi avvisi messi in assillo contro Curtògoli, si restrinsero a consiglio, e deliberarono subito di corrispondere alla chiamata, accettandone le condizioni utili ed onorevoli a ciascuno. Perocchè con questo ben si argomentavano di provvedere al decoro della romana Sede, ed alla convenienza dei proprî interessi: comandante genovese, e di fiducia nella città; stendardo papale, e di valida copertura in Tunisi: in somma buon giuoco per dare in sulla testa al pirata Curtògoli, senza rompersi del tutto con Abdallà re della terra, e salvo il proposito di ripigliare appresso meglio di prima con lui i commerci dell'Africa.
Il Piergianni di nostra conoscenza, trovandosi lieto in quei giorni con sei galere e tre galeoni nel porto di Genova, da buon cavaliero rodiano, offrì il suo concorso a papa Leone; e proposegli il quesito d'impiccare per la gola alle antenne tutti i prigionieri che mai si potessero avere nelle mani, tanto che agli altri servisse di terribile esempio. Leone rispose accettando l'offerta, sì veramente che volesse stare all'obbedienza del Legato e seguirne lo stendardo; rimettendosi del supplizio dei pirati, e di ogni altro provvedimento al Legato medesimo, che per essere uomo di senno e di prudenza singolare, pieno di nobiltà e di grazia, sarebbe per fare ogni cosa conveniente, e col dovuto rispetto terrebbe conto delle opinioni e dei suggerimenti del capitano Piergianni[141]. Eccovi eziandio qualcuno di parte francese, che, dicendo corsari, intende ladroni da forca.
[4 agosto 1516.]
Dunque ai primi di agosto abbiamo insieme sette legni papali, cioè i due brigantini della guardia e le tre galere di Paolo Vettori, di che si è detto nei capitoli precedenti e nelle lettere di papa Leone[142]; più altre due galèe pontificie sotto il capitano Antonio da Biassa, per questo solo ricordato dal Giustiniani, perchè nativo della Spezia, e perciò attenente al titolo dei suoi annali, dove non entrava il Vettori. Abbiamo quattro galere della repubblica condotte da Andrea Doria, capitano del porto; ed altre quattro di privati genovesi messe su a richiesta e soldo di papa Leone. Finalmente le sei galere e i tre galeoni del Piergianni francese; che tutti insieme tornano a capello nel numero indicato dal Giustiniani, diciannove galere, tre galeoni, due brigantini, e ventiquattro vele[143].
Degli altri principi nostri parla la lettera del cardinale Giulio dei Medici al vescovo di Tricarico nunzio in Francia, colla data di Roma sei maggio, così[144]: «E' si scoperse a Civitavecchia, circa dodici giorni fa, ventisette vele di Turchi, cioè ventitrè fuste et quattro galere, et subito se ritrassero. Et dipoi sono state intorno a Zanuti et l'Elba. Il che dètte a Nostro Signore gran dispiacere.... Et pensando a' remedi Sua Santità judicò che fussi necessario si unissi insieme le galere et galeoni del Cristianissimo et di Genova con quelle delli Spagnuoli che si trovano a Napoli.... Sua Santità, oltre al concorrere colli legni sui, contribuirebbe anche alla spesa di quattro galere che di nuovo si armassino a Genova». Dunque anche l'invito agli Spagnuoli dominanti in Napoli, come tutti sanno; e niuna omissione della parte di Roma. Ma perché dal Regno non corrisposero, fia bene ricordare la sentenza con che papa Leone per mezzo de' suoi ministri scrivendo al vescovo d'Isernia Massimo Corvino, nuncio in Napoli, se ne doleva infino a due anni dopo con queste parole[145]: «Nostro Signore dal canto suo non ha mancato di ogni possibile offitio con tutti i principi cristiani, et precipue col re Cattolico: et per anchora non li pare (parlando con vostra Signoria come la intendiamo) che questi Spagnuoli si risentino, et considerino il periculo. Et però V. S. userà lo ingegno et virtù sua in fare qualche opera a beneficio della repubblica cristiana principalmente per queste cose del Turco.»
Usciti al largo i migliori sotto lo stendardo della Chiesa, e tra essi il Fregosi, il Vettori, il Doria, il Piergianni, il Biassa, ed altrettali capitani di gran conto, girarono attorno per incontrare Curtògoli: all'Elba, alla Capraja, alla Corsica, alla Sardegna, sempre indarno, perchè costui insieme con tutti gli altri ladroni, il cui fine precipuo non istava nel combattere, ma nel rubare, avevano preso da ogni parte la fuga. Non è mai mancata, nè sarà mai per mancare la lingua agli stolti, agli schiavi, ai rinnegati, e ai traditori. Però navigazione languida, mare quieto, venti di stagione, notti serene, giornate lunghe, e niuna scoperta. Bisogna dunque cercare Curtògoli nel suo nido, e passare in Africa.
Intanto che si naviga di buon braccio coi Ponenti consueti dal golfo di Cagliari sul rombo di Ostroscirocco, verso Biserta, ci accade di considerare le condizioni del paese. Regnava di questi tempi per tutta l'ampiezza della Bizacena, dal confine di Algeri a quello di Tripoli, Abu-Abd-Allah-Mohammed della dinastia degli Hafsiti, islamita di razza bèrbera, e totalmente indipendente dall'imperio ottomano. Costui per antica tradizione di famiglia teneasi affezionato ai Genovesi, firmava trattati con loro di amistà e di commercio, e ne favoriva il traffico, la pesca, i coralli, i fondachi; perchè gli fruttavano molto tesoro, e provvedevano ai mercati con soddisfazione grande de' suoi popoli. Venuto poscia Curtògoli co' soldati turchi e con lo squadrone piratico a chiedergli ospitalità, lo accolse pur volentieri; tanto perchè musulmano, quanto perchè favorito dalla plebe amante degli avventurosi guadagni: e lo tenne molto più caro ai suoi privati interessi, posciachè il pirata (secondo la legge del Corano) faceagli toccar netta la quinta parte di tutte le prede che veniva facendo sopra i Cristiani. Però aveva assegnato a Curtògoli il porto e la città di Biserta (l'antica Hippo-Zarythus, tra gli Arabi Benzert) nel punto più sporgente della costa; proprio rimpetto allo sbocco del Tirreno; donde colla destra poteva ferire Trapani di Sicilia, colla sinistra Cagliari di Sardegna, e di faccia il Tevere, Roma, Napoli, la Toscana, e la Liguria. Là stanziava Curtògoli, di là traeva viveri e gente. Ricco, armato, favorito: già principe di fatto in Africa.
Dunque Abdallà voleva nel suo stato la pace con tutti, e la prosperità dei suoi interessi. Amici i mercadanti coi loro commerci, amici i pirati colle loro prede. Fermi tutti alla legge: stessero contenti i primi a pagar le gabelle, e stessero pur contenti gli altri a rassegnare le quinte; chè Abdallà, amico comune, contava continuarsi sempre in pace con loro. Fuori dei suoi porti si accapigliassero pure insieme i mercadanti e i pirati; non per questo doveva esso rompersi la testa: anzi aspettarli sempre lieto al ritorno, o colle gabelle, o colle quinte. Stolto a non capire l'immoralità dell'avara connivenza! Stolto a non prevedere la propria ruina pei pirati! Essi ricchi, essi armati, essi forti nelle viscere del dominio, favoriti dalla plebe, e sostenuti dall'imperadore ottomano, dovevano tra poco cacciare tutta la sua discendenza dal paese, e farsi padroni del regno.
I Genovesi, consapevoli del tranello di Abdallà, e volendo levarne del pari, entrarono nella stessa simulazione, coprironsi sotto bandiera di papa Leone che non aveva tanti rispetti, e deliberarono assaltare Curtògoli nel suo ricovero, facendo pur le viste di non offendere il Re. Fermatisi pertanto la notte dietro l'isoletta della Galitta, la mattina improvvisamente entrarono nella insenata che serve di porto a Biserta. Là per evidenza di fatto accertarono il giudizio della ritirata generale dei ladroni, vedendo tutti i legni dello stesso Curtògoli, galèe, fuste e brigantini, una trentina di bastimenti, tutti disarmati dentro terra alla fiumara, nel mese d'agosto, come se fosse scioverno. Subito i pochi Turchi di guardia presero a fuggire, ed i molti Cristiani prigionieri a scuotere le catene, chiedendo ad alta voce la libertà. Soldati e marinari saltarono in terra, di presente sciolsero gli oppressi, e proruppero nel saccheggio dei legni, dei magazzini, dei casali, infino ai borghi di Biserta. Mossa repentina, cominciata cogli stimoli della pietà, e guasta dalla cupidigia delle genti tumultuarie venute colle ultime galere, come si può di leggieri intendere pensando le intrinseche ragioni, la disciplina militare, e il silenzio dei parziali. Facilmente si sarebbero potuti portar via, o almeno bruciare nel primo attacco, tutti i bastimenti piratici: ma il disordine, il tristo esempio, gl'indugi, ed i fardelli crebbero fiducia ai musulmani della città e del contado di concorrere a cavallo sulla riva; dove agli alleati non restò altro ripiego, se non serrar le file, mettere in mezzo i riscattati e le prede, e rimontare sui navigli, senza speranza di miglior sorte in quel luogo, anzi perdendovi due palischermi.
Incalzati dal vento, continuaronsi verso levante sopra i rivaggi della Goletta, coll'intendimento di cavar fuori dallo stagno la galèa della guardia genovese, predata l'anno avanti da Curtògoli nei paraggi di capo Côrso. Quei gentili e colti signori che più volte si sono degnati onorare le povere cose mie dei loro benevoli suffragi, abbiansi pur da me pubblica testimonianza di leale gratitudine per l'amore che mostrano alla bellissima nostra lingua, ed alle sue voci marinaresche. Di che provocatamente prendo occasione, quando mi occorre, per fare qualche avvertenza intorno alla ricchezza ed alla proprietà nello scolpire nettamente i concetti e le differenze delle cose, come qui mi accade tra i due termini Rivaggio e Paraggio. Ambedue tecnici, usati dai classici, e registrati alla Crusca, esprimono in genere un Tratto di mare: ma l'uno lo determina diversamente dall'altro. Chè il primo lo appressa al sensibile della riva e delle terre vicine; e il secondo lo solleva al razionale dei paragoni lontani sul mare o sui circoli della sfera.
Venuto adunque il Fregosi sui rivaggi della Goletta, die' fondo ai ferri, e subitamente spinse tre barche armate nello stagno: le quali, nonostante il fuoco della massiccia torre (unica difesa del passo in quel tempo), entrarono nel canale, presero a rimburchio la galera, e se la menarono appresso. Bella ed onorata fazione.
Indi costeggiata l'Africa giù giù dalle Conigliere, alle Cherchene ed alle Gerbe, bruciando legni nemici, menando preda, e traendosi in trionfo tre brigantini, tornarono sullo scorcio dello stesso mese ai porti d'Italia[146]. Ho seguito nel racconto la guida di autorevoli scrittori, e particolarmente del Giustiniani contemporaneo; la cui autorità, già grande tra i Genovesi, cresce ogni dì, trovandosi le sue parole sempre conformi ai documenti che di tempo in tempo tornano alla luce. In somma la spedizione ebbe plauso, tornò utile, e papa Leone lodossi de' suoi marini, scrivendo al condottiero[147]: «Ho saputo tutti i successi della navigazione, e tutti i fatti dell'armata da te condotta in mio nome contro i pirati. E perchè ogni cosa è stata eseguita con animo e costanza grande, con molta fatica, e secondo la dignità della romana Sede, di ciò sommamente lieto, ti lodo e con tutta l'effusione dell'animo ti benedico.»
[Settembre 1516.]
VII. — Ora veniamo alle conseguenze tra i Genovesi ed Abdallà, e poi tra Curtògoli e i Romani. I primi, ripresa la galera e data l'acerba lezione a Biserta, fecero per mezzo de' mercadanti nazionali stabiliti in Africa, noti ed accetti al Tunisino, rappresentargli a tempo le lagnanze del ricetto accordato ai pirati e alle prede; e chiesero se Abdallà volesse o no rimettersi in pace, secondo i trattati, come per l'avanti. Abdallà rispose ad Ottaviano Fregosi e ai governanti di Genova una lettera importantissima in lingua araba; che, per essere inedita ed unica, fu recentemente volgarizzata e stampata dal chiaro professor Michele Amari, dalla cui squisita cortesia ne ebbi in dono un esemplare[148]. Non bisogna fermarsi alle apparenze, nè alla congerie orientale delle proteste, scuse e ricriminazioni: ma entrar dentro nelle intime intenzioni, che evidentemente tornano a tre capi. Primo, Abdallà non vuole inimicarsi affatto coi Genovesi, nè scapitare sulle gabelle, nè perdere il mercato; e scrive aperto[149]: «Non ci tocca il duro tratto, col quale ci mortificate, nè il rimprovero che ci sentiam fare da voi con aspri e pungenti detti (la somma dei quali è) che abbiamo cercato con gravissime offese di romperla con voi. Mai no: noi non abbiamo cessato mai di tener presente l'amistà e il buonvolere che un tempo voi avevate per questo stato; perciò abbiamo sopportato dei grandi rammarichi, dicendo sempre: Via speriamo che Iddio acconci ogni cosa e che rinasca la buona armonia. Or noi speriamo che si rinnovi la pace, come voi proponete.»
Nel secondo piglia gran faccenda, volendo persuadere agli altri, come a sè stesso scusava, la necessità del ricettare i pirati. Per questo non fa mai motto di Curtògoli e delle sue ruberìe, e molto meno tocca della galèa genovese custodita non dai pirati, ma da' suoi stessi ministri nel canale della Goletta: il tristo ingozza l'ingiuria della riscossa per non rammentare il torto del sequestro. Anzi mostra chiaro il desiderio di condurre i Genovesi alla stessa tolleranza ed obblivione delle cose passate. Quindi la somma delle discolpe torna a un sol punto: esso dice di ricettare i Turchi non come pirati, ma come musulmani[150]. «Se noi lasciamo a costoro (libertà di) sbarcare nei nostri paesi e vendere e comprare, questo non è cosa che debba movere l'animo vostro contro di noi. Come oseremmo di cacciare dal nostro territorio i correligionarii nostri? Come vietare la venuta di gente benevola ed amica? Sarebbe giusta l'ira vostra se noi li aiutassimo colle nostre forze, se uscissimo in corso con essoloro sopra di voi, se loro fornissimo alcun soccorso spontaneamente per (effetto di) lega, sì come voi usate con coloro che fanno imprese ai nostri danni. Ma voi sapete di certa scienza che siamo scevri di coteste colpe, anzi lontani da quelle più che niun'altra gente al mondo.»
Finalmente dopo le scuse della connivenza, e dopo le dichiarazioni dell'amistà, conchiude di aggiungere al trattato vecchio un capitolo nuovo, come dire di non più permettere ai pirati turchi di stazione in Tunisi il molestare i Genovesi, dicendo[151]: «Ci obbligheremo verso di voi a impedire che i Turchi vi arrechino danno di qualsivoglia maniera; ed a fare che chiunque noccia ad una nave dei Genovesi non abbia a lagnarsi che di sè medesimo, sia nella fossa di Tunisi o sia sulle costiere (del reame).... Rallegratevi adunque quanti voi siete, e datene annunzio per tutti i vostri paesi e città.... Noi vi giureremo la pace.... dopo che avremo imposto a tutti i Turchi vegnenti nei nostri dominii il patto che qual di loro offenda alcuna nave de' Genovesi, o faccia prigioni sopra essi, o rechi ad essi qualsivoglia molestia o pregiudizio, non possa in alcun modo sbarcare in alcun luogo del nostro dominio; e se sbarchi, sarà lecito a chiunque di por mano nel suo sangue ed avere: oltrechè noi manderemo gente a combatterlo e a fargli guerra.»
Dunque ai Genovesi scuse, pace, e privilegio: ed ai Romani il solito guadagno di restarsi più di prima esposti alle insidie. Di fatto Curtògoli, che conosceva gli umori di Abdallà e prevedeva l'esito e il divieto che vennegli appresso sul conto dei Genovesi, pensò solo di vendicare lo scorno e i danni sulla spiaggia romana, divisando avere nelle mani niente meno che la persona istessa di papa Leone. Doveva il ribaldo avere di qua secrete intelligenze con qualche traditore; cosa da non maravigliare chi sappia come allora le più ardenti passioni tra Francia e Spagna, tra libertà e servaggio, tra grandi e popoli, tra Siena e Firenze, e via via, tutto s'intrecciava intorno alla fatal casa dei Medici. Con questa intenzione Curtògoli presto riarmò le sue fuste, concorrendovi a gara la gioventù musulmana, avida di vendette e di rapine: e per meglio coprire il proposito principale nell'istesso settembre fece vela verso levante; e poi quatto quatto nell'ottobre si accostò alle spiagge latine[152].
Giovane ancora, e figlio del magnifico Lorenzo, soleva papa Leone nella stagione dell'autunno uscir di Roma con pochi amici e famigliari, e dar tregua ai gravi pensieri, e riposo all'animo stanco, scorrendo le campagne e le riviere a sollazzo di caccia e di pesca[153]. Per questo avea caro il castello della Magliana a cinque miglia da Roma sulle ripe del Tevere e verso il mare, donde è la data di molte sue lettere. Oggidì vedete squallido e deserto tugurio, ricinto da muraglie cadenti tra le felci sotto la stretta dell'edera parassita: un tristo e lungo fienile agli approcci, un pantano innanzi alla porta senza imposte, una fontana ridotta a beveratojo, qualche giumento a capo basso nella corte, e una misera osteria postavi a disperazione dei passeggieri. Ma ai giorni di papa Leone il sontuoso edificio, come ho veduto io nei disegni del Sangallo[154], e tutti possono leggere nei documenti di quel tempo[155]; e riconoscere anche adesso nella parte bassa del palazzo, e nelle magnifiche finestre del primo piano, tuttochè ridotte a quartiero; allora, dico, sul ponte levatojo splendevano ai raggi del cielo latino le armi e le piume dei cavalieri e dei cortigiani; e intorno marmi, stemmi, metalli, ricchezza. Di là papa Leone cavalcava privatamente a Porto, ad Ostia, ad Ardea, a Laurento; scendeva alla marina, saliva sugli schifi dei pescatori; ed ora per mare colle reti e coll'amo; ora per le campagne coi cani e co' falconi spaziava. Esso stesso ne parla nelle lettere a Carlo re di Spagna, rendendogli grazie delle quattordici aquile da presa, avute in dono da lui[156].
[28 ottobre 1516.]
In quest'anno usciva di Roma a' diciotto di settembre, e stava fuori quasi due mesi, visitando le città di maremma, e tenendo in più luoghi la posta della caccia e della pesca[157]. Da Toscanella il dieci di ottobre scriveva al medico Guglielmo Gallo, dandogli la facoltà di scavare in un campo presso Civitavecchia (dove costui pensava ritrovare certo tesoro), sì veramente che non avesse a cavare più d'un mese, e sempre presenti sul taglio due decurioni del municipio[158]. Avrebbe a essere qui parola di quell'altipiano che volge a levante due miglia dalla città, e che tuttavia si chiama Campodelloro, famoso nelle locali tradizioni di statue, di ombre, di maggio, e di altre baje, sempre provate leggiere e fallaci a dispetto delle avide lusinghe.
Leone istesso, proseguendo il suo viaggio, passava di là, senza dubbio ridendo del Gallo: indi veniva a Palo, poi alle marine del Tevere, e alle città suburbane fino alla spiaggia laurentina sotto Civita Lavinia, dove finalmente lo aspettava Curtògoli con diciotto fuste, e la sua gente parte a bordo, parte in terra per metterlo in mezzo[159]. Qualcuno a gran ventura n'ebbe sentore, e tutta la brigata volse le briglie a tempo, galoppando di gran fretta verso Roma, dove entrarono a salvamento li ventotto di ottobre. Paride de Grassi, il quale sapeva tutto, quantunque non fosse della partita, non fa motto esplicito dell'avventura. Ma qui soltanto scrive pesca, caccia, e ritorno improvviso: dunque ebbe a essere agguato pauroso ed indegno[160]. Tale ce lo mostrano le testimonianze di alcuni storici, e la congiura sei mesi dopo scoperta. Lascio ad altri il carico di analizzare questi fatti, e di risolvere il problema delle conseguenze che potevano venire dalla prigionìa di un Papa nelle mani dei Barbareschi: a me basta che il lettore pensi soltanto alla possibilità di tale successo, perchè si persuada della necessità della guardia del mare in un paese che vi confina. Sul paese sfogò sue vendette Curtògoli.
[1517.]
VIII. — Dunque tristi tempi volgevano anche nel secolo d'oro, come sogliamo chiamare quello di Leone X: e alla marina in quest'anno si aggiugneva la pestilenza pel putrido fango cavato dal fondo della darsena, e gittato a caso, secondo il comodo dell'appaltatore[161]. E dire che altri vorrebbe adesso ritentar la prova nel Tevere, o in simili grandi e antichi corsi d'acqua, dove sboccano fogne e cloache! Grande la morìa tra le genti di capo e di remo, pieni gli spedali, piene le fosse; e per lutto maggiore vi cadeva un giovane ufficiale di anni diciassette, amato e riverito da tutti, ed unico figlio del capitano. Piero Vettori da fanciullo erasi messo sul mare: prima mozzo, poi pilotino che allora dicevano consigliere, e appresso ufficialetto col titolo consueto di nobile di poppa[162], cresceva di grande aspettazione, pensandosi ciascuno vederlo un giorno pareggiare ed anche superare il valore e la maestria del padre. Primo tra tutti nelle ardite manovre navali, primo nei rischiosi combattimenti, primo nel soccorso dei languenti, cadde come fiore reciso innanzi al mattino, e gettato per ornamento sulla coltre della bara. Ebbe i supremi onori da' suoi compagni d'arme, ed una iscrizione a conservarne la memoria con queste parole[163]: «A Piero Vettori, figliuolo di Paolo capitano dell'armata navale di papa Leone decimo, giovanetto di bella indole, di costumi onorati, e di vita integerrima, cui morte immatura e acerbo lutto tolsero la grandezza dalla pubblica espettazione presagita. Visse anni diciassette, e giorni diciassette. Morì addì quindici novembre dell'anno 1517.»
[1518.]
Nella seguente primavera ripigliava Paolo la navigazione di corso, tanto per mitigare il proprio cordoglio, quanto per dare aria e movimento alle genti costernate ed affrante dalle recenti sventure. E sebbene la sua guardia principale fosse dal Circèo all'Argentaro, pur non dismetteva le difese dei naviganti anche per la riviera calabra, e specialmente per le maremme toscane; tanto più che dai Fiorentini in premio dei fatti egregi a loro vantaggio era stato investito dell'isola Gorgona, e della rôcca che la protegge. L'estate di quest'anno andò tutta in caccia contro il famoso pirata Gaddalì, il quale fuggiva sempre che Paolo appressavasi, portando altrove e ben lontano, ora nella Sardegna, ora nella Corsica, e poi sulle marine della Liguria e della Spagna la desolazione.
[Settembre 1518.]
Finalmente a mezzo settembre, avendo inteso Paolo che alcune fuste dello stesso Gaddalì erano state vedute nel canal di Piombino, corse a quella volta, e ne scoprì due, le quali subito virarono di bordo, e secondo il solito presero a fuggire. E Paolo più che mai appresso per raggiugnerle senza aspettare le conserve, colla speranza di riuscir solo nella vittoria. Sforzò di vela e di remi, e tenne dietro ai nimici, tanto che gli ebbe investiti. Se non che la fuga di costoro, ed il lasciarsi raggiugnere, non era stato altro che inganno per trarre Paolo a trabocco: perchè, le due fuste, piene di gente da fazione, presero a combattere risolutamente; intanto che altre dieci, infino a lì nascoste, uscivano dal canale e lo circondavano da ogni parte. Le conserve, languide ed afflitte dalle precedenti infermità, vedendo dodici legni nemici in un gruppo addosso a Paolo, giudicarono non doversi cacciare nel conflitto: disperato ormai per chi giugneva troppo tardi, e inutile per chi non aveva più rimedio. Laonde, la nostra capitana, quantunque già impadronitasi di una fusta nemica, nondimeno assalita dalle altre, dopo lotta disperata, morti quasi tutti i difensori, e l'istesso Paolo ferito, dovette cadere nelle mani dei pirati[164]. Pensate baccano quando fu menata cattiva in Tunisi col generale in catena e gli altri al remo! Pensate che alcun tempo passò, senza che in Roma si sapesse nulla di loro, nè se fosser vivi o morti. Soltanto sette marinari, scampati collo schifo, raccontavano di aver veduto il Capitano combattere e cadere.
Io non loderò Paolo dell'essersi a quel modo cacciato avanti da solo, senza dar tempo agli altri di sostentarlo; perchè sì fatto ardire sempre riesce nocivo, scemando le forze proprie, e crescendo animo ai nemici. L'esperienza degli antichi tempi e dei moderni ha confermato i tristi effetti della temerità, massime nel non curare l'unione, l'ordinanza e la convergenza delle forze, quando si possono in un dato punto adoperare. Valga per tutti l'esempio di don Rodrigo Portondo, generale delle galèe di Spagna, il quale dopo avere con sette legni nell'anno 1529 condotto a Genova Carlo V, passando al ritorno presso le Baleari, per aver voluto andar solo ad assaltare il Cacciadiavoli, famoso pirata, spregiando lui e tutta la sua squadra di fuste e di brigantini, pagò la temerità colla vita e colla perdita di tutte le galere, che dopo lagrimevole massacro di gente restarono predate[165].
[Marzo 1519.]
IX. — Nondimeno ebbe Paolo miglior fortuna: sopravvisse alla pugna e alle ferite, e condotto prigioniero in Tunisi trovò per sorte alcuni mercadanti veneziani che, persuasi dalle sue ragioni, si offerirono di riscattarlo, pagando per lui l'enorme taglia di sei mila ducati d'oro[166]. Poscia sopravvenuto colà Pietro Michieli, capitano delle galèe della repubblica, quei mercadanti glielo consegnarono perchè il menasse a Venezia, e sotto specie d'onore, e per la sicurezza del danaro. Di che il detto Paolo, dal primo porto d'Italia, spacciando un uomo a Roma, diè avviso al Papa nell'autunno per lettere di suo pugno, dicendo come era vivo e ne andava a Venezia; dove sperava che sua Santità sarebbe contenta di mandargli l'occorrente a poter fare il dover suo coi creditori[167]. Delle quali lettere Leone prese sommo piacere, essendochè faceva di lui gran conto; e da un anno senza nessuna nuova tenevalo per morto. Viemeglio adunque dalla disgrazia si parve l'amor grande che gli portava: imperciocchè papa Leone di presente approvò il riscatto; e quantunque pesasse di tante migliaja, volle che fosse sborsato dal suo privato cassetto, senza verun disagio della casa Vettori. Anzi si disse che Leone non fu veduto mai cavar danaro con maggior contentezza; conoscendo o dicendo a chiunque come per poco prezzo ricuperava un uomo che per la fede e per la virtù era atto ad eseguire i suoi pensieri, quanto alcun altro che avesse attorno. Conferma egli stesso colle sue parole l'altrui sentenza, scrivendo di Roma il ventisei dicembre 1519 al doge Loredano, così[168]: «Tornato dall'Africa Paolo Vettori, capitano della nostra armata navale, testè prigioniero dei pirati tunisini, ho raccolto dal suo racconto con quanta amorevolezza e liberalità Pietro Michieli similmente capitano delle galèe di cotesta repubblica naviganti in quelle parti, lo abbia riscattato, non dubitando metter fuori per lui, tutto chè uomo estraneo, una grossa somma di moneta. Godo assai di questo successo, ammiro la prontezza, lodo la magnificenza, e vi assicuro che niuna cosa poteva accadermi più lieta di tale riscatto.» In questo modo Paolo tornossene al suo governo, rifece la capitana, e si tenne per quelle fazioni che appresso diremo, come verranno.
Ora volgiamoci a Gaddalì, che lieto dei seimila, lietissimo del grande e forte naviglio di guerra conquistato, ed uso (come egli era) di circoncidere a forza i giovanetti cristiani per fargli turchi, non poteva omettere di falsare il bastimento romano per renderlo piratico. Però coi maggiori della sua brigata, e numeroso equipaggio, e molte bandiere rosse, e stelle, e lune e scimitarre, vi montò sopra, e lo dichiarò ammiraglio delle sue dodici fuste, colle quali alla buona stagione dell'anno seguente riprese il corso, pensando che la fortuna propizia avrebbe a crescergli nuovi e più splendidi guadagni. Or qui gli avvenne il rovescio de' suoi pensamenti: e ciò per la bravura di un tale, che appresso abbiamo a vedere successore di Paolo nel governo della marineria romana. Fatto per più ragioni del passato e del futuro, da non doversi preterire.
[22 aprile 1519.]
Andrea Doria in quest'anno continuava a servire la repubblica di Genova col modesto titolo di capitano del porto, come a dire comandante di quelle quattro galèe che i Genovesi solevano tenersi armate da presso per la difesa del loro commercio. Le galèe erano delle sforzate, cioè fornite di gran numero di rematori condannati all'opera pubblica: e sapendo che Gaddalì veniva baldanzoso colla capitana contraffatta, minacciando gran cose contro tutti i naviganti, propose ed ottenne da quei signori di poterne armare in fretta altre due di bonavoglia, cioè con rematori condotti a prezzo e a tempo fisso, come altrove dirò. Così prese il mare e corse tanto che la mattina del ventidue d'aprile, vigilia di san Giorgio protettore dei Genovesi, essendo sopra alla Pianosa, videsi venire incontro la squadra di Gaddalì col vento freschissimo da Scirocco. E pensando Andrea che non avrebbe combattuto bene colà contro all'audace nemico, avvantaggiato dal numero e dal vento, fece le viste di fuggire, seguitato sempre dai pirati fino al capo di sant'Andrea, che è la estrema punta occidentale dell'Elba. Ivi egli divisava girare a levante per quella risvolta, ben da lui conosciuta, e così guadagnare il vento, e compensare la disparità del numero, dei legni e della gente. Presso al capo, il Doria orzò a raso; e Gaddalì comprese, quantunque tardi, la manovra; e come la navigazione di lui non era per fuggire, ma per tirarselo appresso infino a tal parte dove potesse facilmente voltar faccia, e con maggior vantaggio assalirlo. Laonde il pirata guardossi bene dal doppiare il capo: anzi venutagli meno la speranza nella supposta fuga di Andrea, cominciò esso stesso daddovero a fuggire, mettendosi a remo contro vento; perché la più parte de' suoi legni eran sottili, di gagliardo palamento, e capaci di tenere la rotta per ogni rombo.
Allora il Doria mainò tutto: e mostrando alla sua gente il nemico in fuga ordinò similmente voga arrancata contro di lui, dicendo aperto essere persuaso che la giornata gli darebbe vittoria. E perchè le ultime due galèe armate di fresco si vedevano al remeggio più tarde delle altre, aggiustò loro il rimburchio di due galèe sforzate, mettendole tutte quattro agli ordini del conte Filippino Doria, suo luogotenente, ed uomo, di cui poteva essere certo certissimo che non lo avrebbe mai in nessun caso abbandonato. Esso intanto colla capitana e la padrona scorse avanti: non già alla maniera del Portondo e degli altri per combattere da solo; ma per provocare il nemico, per traccheggiarlo col cannone, e per trattenerlo infino a tanto che le sue conserve potessero essere vive sul posto. Nondimeno contro sua volontà fu costretto a difendersi un quindici minuti da cinque legni che gli si erano gittati addosso, e la padrona similmente a difendersi da tre, prima che Filippino, scioltosi dai rimburchi, potesse mettere in battaglia altre due galèe, e finalmente le ultime due. Le quali non di meno con gente fresca, libera e arrabbiata, più risoluta di menar le mani che i remi, tanto volonterosamente dettero dentro, che dopo un'altra mezz'ora di ferocissima mischia, dove caddero moltissimi dei Genovesi e cinquecento dei pirati, ebbesi piena vittoria. Presi, da tre fuste in fuori che si dierono alla fuga, tutti i legni nemici: molti pirati prigionieri, molti cristiani riscattati, e riscossa dopo sette mesi la capitana di Roma. Vittoria veramente segnalata, e conseguìta per arte marinaresca e per bravura militare: vittoria che, oltre all'onore, fruttò il grandissimo beneficio di togliere di mezzo quel terribile Gaddalì, di frenare l'oltracotanza dei pirati, e di mettere un po' di sicurezza tra i naviganti[169]. Qualche scrittore moderno ha errato di anticipazione, mettendo questo fatto all'anno diciassette[170], perché successe precisamente li ventidue d'aprile del diciannove, come dice il Giustiniani, contemporaneo e accuratissimo scrittore; e come risulta dalla riscossa della capitana di Roma, e dalle lettere del Bembo citate avanti, che portano data certa.
[Gennaio 1520.]
X. — Ora uno sguardo all'Europa, e ai tre monarchi maggiori che stanno per metterla sossopra: dovremo poscia lungamente con loro travagliarci. Francesco re di Francia, presuntuoso, cavalleresco, fantastico, freme di sdegno, perchè disgradato da Carlo e dagli elettori dell'imperio: Carlo imperatore e re di Spagna, cupo, despota, battagliero, minaccia di conquidere il rivale, perchè non resti più che un solo possente in Europa: e Solimano, detto dai Turchi il magnifico, altiero, fanatico e conquistatore, vagheggia tra le altrui discordie l'ingrandimento della casa sua. Terribile triumvirato, che riepiloga in sè tutti i pregi e tutti i difetti di tre nazioni.
Facendo principio da Solimano, succeduto in quest'anno a Selim, eccolo per ragion di stato tutto rivolto all'amicizia e alla esaltazione dei pirati, divisando per opera loro dilatare le conquiste in Europa contro i Cristiani, e in Africa contro i Musulmani: eccolo con tutto lo sforzo apprestare formidabile spedizione, principalmente inculcatagli dal padre, contro i cavalieri di Rodi. Dall'altra parte vediamo il principe Fabrizio del Carretto, grammaestro dei Gerosolimitani, oltre al crescere le forze sue ed oltre all'ordinare lavori di fortificazione, come meglio si parrà nell'assedio, continuamente sollecitare e chiedere dai principi di ponente gli ajuti necessarî a potersi difendere. Di che papa Leone più che mai desideroso, volendo per debito del suo ufficio contentarlo, ordina a Paolo Vettori l'armamento di tre galeoni, e l'immediato trasporto di validi soccorsi nell'isola. Antichissimo è in Italia il nome e l'uso dei galeoni: ne parla il Caffaro con altri cronisti più rimoti[171]. Pensate sorta di bastimento misto, e quasi intermedio tra nave e galèa; a similitudine di questa avrete il taglio allungato, ed a similitudine dell'altra il corpo di alto bordo: in somma nave lunga e galèa grossa. Ponevano i costruttori principalmente la mira alla solidità dello scafo, ed alla velocità del corso: massiccia l'ossatura, lunga la chiglia, stretto il piano, e due castelli di gran rilievo a poppa e a prua, che davangli figura arcuata, simile al quartieron della luna. Quattro alberi verticali; due quadri a proravia, e due latini a poppavia: le vele di civada e di contraccivada sotto al bompresso; e sopravi alcuni flocchi, che chiamavano quarnali e quarnaletti, perchè issati con paranchi a quattr'occhi. Dunque albero maestro e trinchetto colle gabbie e gabbiette quadre; arbori e antenne latine colle due mezzane: capacità di due o tremila tonnellate. Durante il secolo decimosesto venivano crescendo di numero i galeoni, e si facevano di maggiore importanza per la navigazione delle Indie, dove gli Spagnoli e i Portoghesi usavano mandargli non così solamente pel traffico, che non fossero al tempo stesso capaci di stare in battaglia e difendersi da soli e in convoglio, con cinquanta e più pezzi di artiglieria grossa distribuita nel primo e nel secondo ponte e nei castelli, oltre alla minuta della tolda e delle gabbie[172]. Sul tipo dei galeoni, verso la fine del cinquecento, sursero le prime costruzioni dei moderni vascelli.
[Giugno 1520.]
Con tre bastimenti di questa specie sciolse le vele da Civitavecchia il capitano Paolo Vettori, menando seco per luogotenente il cavaliere Battista Nibbia, numeroso equipaggio, munizioni, artiglierie, e tre compagnie di ducencinquanta fanti l'una, gente sceltissima, e accolta con gran festa dai Cavalieri, e perchè mandata dal Papa, e perchè davano mostra di utile soccorso[173]. Poco dopo sopravvennero quattro brigantini, quattro barche, e nove galèe di Francia, sotto il capitano Bertrando Dorvesan signore di san Blancars; il quale insieme coi Romani si trattenne in Rodi per tutta l'estate, e sempre al corso per le marine dell'Asia contro quei bastimenti piratici che erano stati licenziati da Solimano a tentare i primi colpi e le prime scoperte contro l'isola. Molti gli scontri avventurosi: e specialmente lodata l'arte e la bravura degli ausiliarî nell'attaccare e distruggere tutta l'armata di un principalissimo pirata turco, come ne scrive al cardinal de' Medici il Grammaestro di Rodi.
Tra la ricchezza di questi fatti accennati a pena per le generali, languisco di stento come fanno i cronisti, senza poter colorire il mio racconto di quelle composizioni prospettiche, che a modello ci hanno lasciato gli storici classici. Mancano i particolari: però non mi è dato svolgere nè teoremi nautici, nè principî strategici, nè applicazioni tattiche; nè rilevare il discorso per le circostanze necessarie, per le cause intrinseche, e per gli effetti naturali. Perdonino i gentili e discreti lettori, cui mi studio fare intendere i pensamenti miei senza tediarli, se non posso altrimenti soddisfare al loro desiderio ed al mio: ed in vece si contentino della seguente lettera del Grammaestro, il cui originale latino, che non ripeto perchè pubblicato altrove per le stampe, così parla[174]: