È indescrivibile il rumore che levarono e la voga che ebbero dal 1814 in poi i romanzi storici di Walter Scott[1]. Si succedevano gli uni agli altri con una rapidità addirittura maravigliosa, e i lettori erano affascinati dalla sua inesauribile fantasia, dalla verità, dalla vivezza e dalla bravura con la quale dipingeva un paese pittoresco come la Scozia; facendone rivivere gli aspetti eroici, le tradizioni poetiche e le antiche leggende. In questo genere di letteratura, che non aveva riscontro nell'antica, il mondo d'allora vide un nuovo sentiero aperto allo spirito umano, vi riconobbe l'invenzione d'una maniera sconosciuta di scriver la storia degli uomini, con i loro usi, i loro costumi ed i loro pregiudizi. I romanzi dello Scott si tradussero in ogni lingua[2]; diventarono la lettura ambita e cercata, desiderata e gradita di tutti[3]. Un'infinità di persone si dettero a scriverne, tenendoli per modello. Nella stessa Edinburgh (la sua città nativa) tra il '19 e il '23 comparvero dodici romanzi. Erano di tre autori diversi, ognuno de' quali, imitando anche in questo il caposcuola, nascondeva il proprio nome; uno di loro, Giovanni Galt, rivaleggiò perfino con lui per la fecondità[4]. In Francia gli imitatori e i seguaci di Walter Scott andarono moltiplicando ogni giorno[5]; alcuni levarono talmente grido, che i loro romanzi finirono con essere tradotti e stampati tra noi[6].
Il Manzoni, che chiama Walter Scott «l'Omero del romanzo storico», si domanda: «mi sapreste indicare, tra l'opere moderne e antiche, molte opere più lette, e con più piacere e ammirazione, de' romanzi storici d'un certo Walter Scott?» E risponde: «Che quei romanzi siano piaciuti, e non senza di gran perchè, è un fatto innegabile»[7]. Il Cantù afferma: «quei romanzi erano divorati dal bel mondo milanese; tutti tradotti da amici del Manzoni; sulle scene, nei quadri, nella nuova arte della litografia se ne riproducevano i fatti»[8]. Che gli amici del Manzoni se ne facessero traduttori, fu negato, ma a torto[9]. Nel 1823 l'Ape della letteratura italiana[10] annunziando La prigione di Edimburgo dello Scott, tradotta in que' giorni a Milano e stampata, in quattro volumi, da Vincenzo Ferrario (il tipografo dei romantici), notava: «La raccolta dei romanzi di Walter Scott, volgarizzati da vari dotti scrittori e posti in luce dal Ferrario, prosegue con felici auspici. Dalla elegante versione di alcuni versi è facile il conoscere che il traduttore di questo romanzo è il chiarissimo autore dell'Ildegonda: in prova della qual nostra opinione ne trascriviamo qui alcuni:
Quando il falco dal nuvolo scende
Cheto cheto il verdello s'appiatta;
Oliando il veltro le macchie scoscende
Trema il daino e non lascia la fratta.
Dettata pure da una facilissima vena è la quartina che si pone in bocca a Magde:
Oh che festi del mio anello,
Dell'anel che mi sposò?
Durerà fino all'avello
Quell'amor che lo donò».
Degli amici del Manzoni, Tommaso Grossi non fu il solo traduttore; parecchi ne voltò in italiano Gaetano Barbieri[11]; uno, Niccolò Tommaseo.
Racconta Carlo Varese nella propria autobiografia: «Nel '22 o '23 comparvero i romanzi di Walter Scott, che levarono quel grido che ognuno sa: subito me ne invaghii, nè basta: subito destarono in me l'idea che a quel modo stesso si sarebbe potuto descrivere i casi d'Italia nostra, della quale appena si poteva proferir il nome senza pericolo; e in pochi mesi dettai il mio primo romanzo storico: Sibilla Odaleta, episodio delle guerre d'Italia, cioè l'invasione del Regno di Napoli per Carlo VIII: e mi determinai di preferenza per quell'argomento unicamente in grazia della fiera risposta di Pier Capponi: Voi darete nelle vostre trombe, noi daremo nelle nostre campane. Mandai il manoscritto a Stella in Milano, sotto il velo dell'anonimo; a Stella, solo perchè lo sapeva editore dei romanzi dello Scott, tradotti dal Barbieri. Stella aveva allora per consigliere in cose letterarie un Compagnoni di Lugo, cavaliere della Corona di ferro, già membro della Consulta di Lione, uomo d'ingegno, di mente e di cuore, autore di molte belle opere storiche e filologiche, alle quali finora non fu fatta giustizia, perchè habent sua fata libelli. Trasmise a lui il mio manoscritto per un parere; Compagnoni glielo rimandò con queste parole: è una massa d'oro colla scoria, e lo Stella a me; ed io mi diedi a ripulire, come seppi meglio, ma sapeva poco, perchè l'educazione francese mi aveva guasta la lingua e lo stile. Tuttavia, tal qual è, quel libraccio fu letto avidamente, perchè d'un italiano e di tema italiano, ed anche per essere il primo in siffatta maniera di letteratura. Ebbe dieci o dodici edizioni e l'onore di due traduzioni[12]. Intanto non si sapeva il nome dell'autore, ma Stella lo propalò, ed io scapitai molto nella mia qualità di medico, chè un medico non deve scriver romanzi! Il successo doveva naturalmente incoraggiarmi: dettai successivamente i sette od otto miei romanzi; la maggior parte pubblicati dallo Stella, e sempre senza nome d'autore, cioè coll'indicazione: dell'Autore della Sibilla Odaleta»[13].
Osserva Giuseppe Rovani: «Il Varese colla Sibilla Odaleta fu il primo forse a farsi imitatore del grande scozzese, ma imitatore più della novità e della fantasia sbrigliata, che delle bellezze straordinarie e dei pregi di descrizione[14]. Tuttavia la novità, che rende saporite anche le cose più comuni, fece che il libro del Varese venisse letto da tutti gl'italiani, i quali credettero d'avere anch'essi il loro Walter Scott a buon mercato. Con maggior diritto del Varese ottenne molta voga Giambattista Bazzoni col suo Castello di Trezzo[15], che fu stampato prima dei Promessi Sposi e che parve preconizzare la grande epoca romantica. Correva l'anno 1824; la musa di Grossi non si era ancora effusa nella sua mestizia irresistibile; di Manzoni non si conoscevano che gl'inni e le tragedie, lette da pochi, dispregiate da molti[16]. Le lettere italiane erano dunque silenziose e in istato di letargo, e chi avesse voluto cercare un passatempo nelle produzioni del paese, veramente non avrebbe avuto con che soddisfarsi. D'altra parte, le opere di lord Byron erano più celebrate che conosciute, e di esse non correvano che poche e cattive traduzioni; bene all'ozio dei lettori aveva provveduto la Stäel colla sua Corinna, ma non era bastato. Gl'italiani andavano dunque guardandosi intorno avidamente, come bachi che cercassero la loro foglia. Non è dunque a maravigliare che al primo comparire dei romanzi di Varese e di Bazzoni, tutti facessero una gran festa come se si trattasse di un avvenimento memorabile»[17].
La Sibilla Odaleta e il Castello di Trezzo non vennero fuori nel 1824, come sembra credere il Rovani; videro la luce nel 1827, Tanno stesso della pubblicazione de' Promessi Sposi[18]. La Biblioteca italiana ebbe a confessare: «la sola notizia che l'autore dell'Adelchi, il poeta degl'Inni sacri scriveva un romanzo, nobilitò la carriera e trasse alcuni chiari intelletti ad entrarvi». Il Nuovo Ricoglitore, nel giugno del '27, annunziava la comparsa del Castello di Trezzo e de' Promessi Sposi. «Questa novella» (scriveva di quella del Bazzoni) «è, a mia notizia, il primo esperimento di romanzo storico, alla maniera di Walter Scott, che venne offerto all'Italia. Negli ultimi anni vennero pubblicati alcuni romanzi, più o meno lodevoli, attinti alla storia, ma nessuno aveva ancora impreso a calcar l'orme del maraviglioso Scozzese. Io trovo in questa circostanza un bel titolo di lode per l'autore del Castello di Trezzo, e credo che in grazia di essa dobbiamo andar paghi di quanto egli ha fatto, senza pensar molto a quello che per avventura avrebbe potuto fare»[19].
La Biblioteca italiana nel luglio annunziò la pubblicazione della Sibilla e de' Promessi Sposi, impegnandosi di tornarne a parlare «distesamente a suo tempo». Della Sibilla scriveva: «è nel genere di Walter Scott, e l'imitazione dee dirsi felice»; chiamava «nuova e importante» l'opera del Manzoni[20]. Discorse del romanzo del Varese nel novembre, concludendo: «fra quanti ubbidirono al tacito invito del Manzoni, il primo posto dee concedersi a questo sconosciuto autore della Sibilla Odaleta». Fin dall'agosto aveva parlato con indulgenza benevola di quello del Bazzoni. «Un giovane che ha saputo immaginare e condurre la novella del Castello di Trezzo sarà probabilmente uno scrittor di romanzi, tosto che avrà fatta una più lunga esperienza del cuore umano e coll'esercizio si sarà reso padrone di quello stile che più si conviene a siffatti componimenti». Sentiva però una grande predilezione per la Sibilla, la quale prima ancora di vedere la luce aveva trovato un protettore potente in Paride Zaiotti, che era la colonna più salda di quel giornale. N'è prova una sua curiosa lettera al Salvotti, scritta il 4 d'agosto. «Un'altra apparizione» (egli dice) «s'aspetta con impazienza ed è un nuovo romanzo italiano intitolato Sibilla Odaleta. L'autore è anonimo, ma posso dirti che è un dott. Varese di Novara[21], medico accreditato, di circa trentacinque anni, che muove in questo modo i primi suoi passi nella carriera delle lettere. Ei voleva tenersi occulto, e n'avea ben ragione, se vuol continuare nella professione di medico e trovare ammalati che s'adattino a morire di sua mano. Ma il secreto, che prima era tra due sole persone, s'è ora allargato, e tutto mostra che all'uscire del libro sarà il secreto del pubblico. A me fu comunicato il manoscritto prima della stampa, e trovai il libro, sotto alcuni rapporti, superiore a quello di Manzoni: certo che è un romanzo, cosa che non oserei dire degli Sposi Promessi. Il difetto suo consiste nello stile, che dovrebbesi rifondere per intero».
Lo Stella stampò la Sibilla «in continuazione» alla Biblioteca amena ed istruttiva per le Dame gentili e la mise in commercio nell'agosto del 1827. Il giornale La Vespa prese subito a pungerla. «O donne, ditemi sinceramente, vi par egli che Sibilla Odaleta sia un romanzo veramente istruttivo ed ameno? Esaminiamolo un poco fra noi». E qui ne dava la tela; poi proseguiva: «tutte queste cose, innestate insieme con un accorgimento tutto proprio dei Walter Scott italiani, e preparate e condotte con un'arte egualmente tutta loro, formano il bell'episodio delle guerre d' Italia alla fine del sec. XV, o romanzo istorico, o come meglio volete chiamarlo, poichè è moda d'oggidì che i nostri autori comincino dal titolo a imbarazzare ed essere imbarazzati. Ora, ditemi, o donne gentili, ditemi per vostra fede, vi siete voi bene istruite nei pochi cenni istorici di quella sciagurata spedizione di Napoli? O donne mie! se la leggeste nel Guicciardini, se rifletteste di che sventure è stata cagione, di che avvenimenti feconda, di che tratti di virtù e di delitto, di eroismo e di barbarie, e più di tutto come ha influito sul resto dell'Italia, gittereste il libro sdegnate, che a tante e tali vicende siasi innestata una favola sì misera e in nessun modo corrispondente ai sommi interessi di quell'epoca; una favola che potea collocarsi in ogni tempo e in ogni nazione, senza che per questo riuscisse o peggiore o migliore di quello ch'ell'è. In che dunque vi siete istruite? Forse nei costumi di quei tempi? Quando saprete che il Re conduceva seco un buffone; che gli Svizzeri portavano un abito di scarlatto e dei calzoni di bufalo; che le donne credevano all'astrologia; che i becchini avevano paura dei morti; che gli ebrei falsavano le monete, rubavano le ragazze, faceano i cerretani e detestavano cordialmente i battezzati, le peregrine cose che avrete sapute! Forse apprendeste lo stato delle lettere e delle scienze, della pace e della guerra, di tutto insomma che poteva aver luogo opportunamente in un'azione collegata ad un'epoca istorica tanto interessante le nostre patrie vicende? No, davvero. Eppure un bel campo di osservazioni presentavano all'autore, e le perfidie del Duca di Milano, e gli scaltrimenti del Pontefice, e la lentezza de' Veneziani, e le discordie dei Baroni di Napoli, e l'una e l'altra fortuna, così rapida, così capricciosa dei Francesi e degli Aragonesi! Eppure vi erano tanti uomini illustri da mettere in iscena, tanti progetti delusi da scoprire, tante speranze tradite da compiangere, tante mine da deplorare! E vi erano.... Non la finirei più, se dovessi accennare tutte le fila che un esperto scrittore avrebbe potuto comprendere nel tessuto della sua storia. Se non vi siete istruite, vi sarete almeno divertite, ossia, per servirmi della frase messa in fronte alla vostra Biblioteca, avrete trovata qualche amenità nella offertavi lettura. Non saprei quale.... Finisco per non più trattenervi: e non vi parlo dell'orditura, dello stile, della descrizione, dei dialoghi, dell'estetica insomma di siffatto romanzo, poichè dovrei perdermi in certe sottigliezze che vi verrebbero a noia, e correrei forse il pericolo di non saperne io medesimo raccapezzare il costrutto. Questo solo io dirò, che a malgrado dei difetti da me trovati in Sibilla Odaleta, vi son pure sparse per entro alcune cose scritte con garbo e con evidenza, dalle quali si può arguire che l'autore non sarebbe digiuno dell'arte di ben raccontare, se conoscesse un po' meglio quella di ben inventare»[22].
Benevola al nuovo romanzo fu invece la Gazzetta di Milano. Così ne parlava il 13 di settembre: «Nel momento che sopra un romanzo, a cui dà giustamente un grande sostegno la ben meritata fama dell'illustre suo autore, si è per ogni banda assordati da cento dicerie, diverse tra esse e sovente ancora contradittorie, ecco apparirne tacitamente uno, avviluppato in modesto velo, non preconizzato, non predicato, non fatto ancora soggetto di diffuso giudizio: la Sibilla Odaleta». Espostone l'intreccio, finiva: «In mezzo a tanti variati fatti, che questa accurata composizione contiene, niun carattere si presenta che non sia vero in natura e proprio delle circostanze; niun tratto che a proporzione non interessi; niuno che non esponga l'opportuna relazione delle cose, E la narrazione poi cammina senza minutezze che incaglino la curiosità del lettore, senza ricercatezza di stile e senza pedantesca elocuzione. Nobili, mezzani, infimi che siano i personaggi, che in questo quadro figurano, tutti hanno il loro natural colorito, tutti il loro conveniente linguaggio». Il Corriere delle Dame, di Milano, ne dava questo giudizio: «Parlando dei Promessi Sposi abbiamo notato che la storiella di Renzo e Lucia pareva troppo picciola cosa in confronto di tutto il restante; sicchè potea dirsi episodio quello che in buona regola dovrebbe essere parte principale del libro: qui, se non erriamo, può dirsi il contrario, perchè la storia ha troppo deboli relazioni col fatto. E veramente crediamo che la principale difficoltà in questo genere consista appunto nel trovare un argomento in cui siano bene equilibrate fra loro la parte storica e la parte immaginaria, e l'una all'altra si leghi non già pel semplice arbitrio e per l'arte dello scrittore, ma sì per la natura medesima delle cose. Del resto, l'abbondanza de' casi non lascia che mai si raffreddi l'interesse del leggitore; i tempi vi sono ben dipinti, in quella parte almeno che l'autore ha voluto dipingere; i personaggi da lui posti in iscena sono caratterizzati con evidenza e con verità, e così pure i costumi dei tempi. Lo stile, considerato nella sua più ampia significazione di questa parola, non manca di pregi; perchè tutto è rappresentato e mosso, direm così, con vivacità e in modo da fare una forte impressione sull'animo de' leggitori; ma se guardisi alle parole, alle frasi, al suono de' periodi, potrebbe desiderarsi assai più. L'autore di questo libro ha data tal prova d'ingegno, che l'Italia può ripromettersi da lui, quando che sia, un romanzo che dir si possa perfetto»[23].
De' tanti altri giudizi dati allora sulla Sibilla Odaleta è notevole quello che si legge nella Gazzetta di Genova del 27 ottobre 1827. Dopo aver detto che il romanzo trovasi «da pochi giorni in Genova al Gabinetto letterario di M. Gravier», soggiunge: «Benchè non manchi al Genio italiano nè fervida immaginazione, nè lingua ricca, e, per disgrazia nostra, ripiene sieno le patrie cronache di terribili vicende adatte a smuovere ogni sorta di affetti, ci mancava ancora il Romanzo storico, genere di letteratura in cui tanto si distinguono i Francesi e gl'Inglesi e più di tutti l'immortale Scozzese, che, sorto all'improvviso dalle montagne dell'antica Caledonia, sforzò imperiosamente la colta Europa ad arrestarsi innanzi alla violenta rappresentazione che in mille diverse maniere le affacciò di paesi, d'uomini e di fatti barbari, temperandone ingegnosamente il ribrezzo con opportuni contrapposti e giustificandoli coll'autorità della storia. Ad occupare un seggio, che finora rimase vacante, è comparso non ha guari un romanzo che sostiene la ben meritata fama del suo illustre autore e di cui di giorno in giorno ognora più si apprezza il merito, senza temere le critiche dell'invidia, nè l'aculeo importuno di qualche Vespa, che risente forse un po' troppo lo stimolo del proprio istinto. Il romanzo storico, che annunziamo, viene secondo: nè è poca gloria l'aver nome dopo i sommi. L'autore, che modestamente cela il suo nome, c'informa che son questi i suoi primi passi, e ben da questi può argomentarsi quanto siano per esser grandi e felici i secondi».
Il 19 giugno del 1827, poco dopo la pubblicazione de' Promessi Sposi, il Bazzoni, che subito era corso a leggerli, ricevendone un'impressione profonda, inviò al Manzoni un esemplare del suo Castello di Trezzo, scrivendogli: «Ella deve perdonarmi se le presento questo mio primo tenuissimo lavoro, chiedendogli che si degni di leggerlo. Avendo io in cuore di adoperarmi nel crearne qualche altro, che riuscirà forse meno di questo difettoso[24], possedendone ora un ottimo modello nei Promessi Sposi, ho vivo desiderio di saper quanto valgo e se il primo saggio indica in me alcuna disposizione a pervenire collo studio al di là del mediocre. Ella, siccome gentilissimo ed ammiratore della buona volontà e l'uno dei pochissimi che ponno su ciò inappellabilmente pronunciare, non vorrà rifiutarsi a soddisfare alle mie richieste e ben anche indicarmi quali vie abbia a percorrere tendendo ad una meta elevata. Tanto oso sperare dalla bontà sua, e riserbandomi a venire qualche momento da Lei pel sovraddetto scopo, le offro colla massima sincerità i miei più rispettosi sentimenti di stima ed amicizia».
Del Castello di Trezzo furono esaurite in pochi mesi le due prime edizioni; nel giugno del '28 già era in vendita la terza[25]. Questo romanzo ha la priorità della stampa sulla Sibilla del Varese[26]. Infatti fu messo in vendita tra il febbraio e il marzo del '27; n'era però incominciata la pubblicazione a brani fin dall'anno innanzi nel periodico Il Nuovo Ricoglitore, che ne dette il primo capitolo nel fascicolo di maggio del 1826[27]. È una priorità soltanto sulla Sibilla. Il primo romanzo storico dell'Italia, anche cronologicamente, è quello del Manzoni, incominciato a scrivere (come vedremo) il 24 aprile del 1821 e approvato dalla Censura il 3 luglio del '24[28]. Il primo e il secondo volume dell'edizione originale portano nel frontespizio la data del '25; il terzo e ultimo quella del '26, ma non fu messo in commercio che o il 14 o il 15 giugno del '27[29].
Ferdinando Bosio, che fu in intimità col Guerrazzi, del quale dettò la vita, mandandogliene a leggere manoscritti i capitoli a mano a mano che gli uscivano dalla penna, afferma che la Battaglia di Benevento «abbia preceduto i Promessi Sposi, benchè di poco tempo»[30]. Adolfo Albertazzi ripete che «era stata pubblicata pochi mesi prima dei Promessi Sposi»[31]. Quando a ventidue anni Francesco Domenico prese a scrivere quel romanzo, aveva già fatto le sue prime armi con una tragedia, due prose e un dramma, che non incontrarono accoglienza cortese. Allora in Toscana Giovanni Carmignani si arrogava il diritto di farsi giudice di ogni nuova tragedia; diritto che trovava la propria ragione nell'essere riuscito vincitore del premio assegnato dall'Accademia Napoleone di Lucca alla più bella dissertazione sulle tragedie d'Alfieri[32]. Singolare debolezza di un ingegno potente, che spaziava sovrano e ammirato ne' campi del diritto criminale, dove ha lasciato tante orme. Del Priamo del Guerrazzi ne disse ogni male; e altro non meritava: lo disse perfino «posto tra le tragedie come gli antichi posero Priapo tra le divinità»; e fu un passare il segno. Il ferito mandò un grido feroce e gli si avventò addosso con la rabbia e la furia d'una belva; però con la maschera sulla faccia, cosa nè bella, nè generosa[33]. Non contento di chiamarlo «più maligno della vipera»; di accusarlo di «cercare la cenere de' padri per maledirla», gli fa questa apostrofe: «Una fierissima tigna ha dato il guasto al vostro capo: onde ho pensato che ella vi sia discesa nel cuore. Pover'uomo! E che volete fare con un cuore tignoso?» Il dramma I Bianchi e i Neri capitò per caso in mano al Mazzini, e, «di mezzo a forme bizzarre e a una poesia che rinnegava ogni bellezza d'armonia», vi riconobbe «un ingegno addolorato, potente e fremente di orgoglio italiano». Fu rappresentato a Livorno nel teatro Carlo Lodovico, ma per confessione stessa dell'autore, «ebbe plauso eguale a quello che fecero i demoni all'orazione di Satana giù nello inferno quando egli riferì la caduta dell'uomo». Non si perse ne' panni; e a Elia Benza, (che del dramma disse parole gentili nell'Indicatore Genovese; come benevole furono quelle di Giuseppe Montani nell'Antologia di Firenze), scriveva: «Me strinse il dolore (chè la speranza delusa non è piacere), ma non mi vinse; assomiglievole a Calandrino colto di un ciottolo nel calcagno dall'amico suo, levai la gamba soffiando e dissi: Ho urtato; poi, senza piegar costa, nè mutare aspetto, continuai per l'incominciato cammino».
Riamicatosi col Carmignani, che poi doveva maledire appena fu morto, scrivendo e stampando: «La terra gli sia leggera, o pesa a sua posta, che altre parole non merita»; in una lettera che gli indirizzò il 10 maggio del '27 gli dice: «Voi, se ben veggo, procedete avverso alle nuove dottrine. Vere e diritte saranno le sentenze vostre; ma certo non vorrete negarmi Shakespeare, Schiller, Goethe, Byron nulla aver di comune coi teatri greco e francese, e non per tanto essere alti quanto il volo dell'aquila di Bonaparte. L'italiano Manzoni si conduce sul nuovo cammino, e, in percorrendolo, si mostra figlio d'avventuroso padre; vi si accosta con meno ingegno di lui Niccolini, e ne deriva un'opera, se non meravigliosa, certamente commendevole e commendata.... La mia stima per voi dimostrerò col domandarvi un consiglio. Gli amici miei mi si son messi attorno e mi sollecitane a comporre un romanzo storico, dicendomi di questo genere di componimenti andare difettosa l'Italia, le altre nazioni onorate, questo esser fonte di fama, questa opera importante, per la quale è concesso narrare quelle cose che la storia non può; e già l'animo mio v'inchina, come quello che è vago di casi misteriosi, intollerante di freno, e anelo di ordire lunga serie di eventi; ma, innanzi che per me si ponga mano all'opera, siatemi cortese... di vostro consiglio, e ditemi se stimate voi il romanzo storico tal opera che vaglia la pena di essere scritta».
Ecco la prima idea della Battaglia di Benevento. Nell'ottobre dello stesso anno 1827 è in cerca d'un editore, e si rivolge a Vincenzo Batelli di Firenze, in grido a quel tempo. Il giorno 12 gli scrive: «Ho da offrirgli un romanzo, diviso in 4 volumi, che gradirei fosse pubblicato nella capitale. Il suo soggetto è: La caduta della famiglia di Svevia nel Regno di Napoli; l'epoca il 1265; il merito, quello sarà giudicato. Le condizioni della vendita del manoscritto sono: una edizione piuttosto bella che brutta, la stampa del 1º tomo avanti la metà di novembre, un numero di copie ch'Ella crederà conveniente di mandarmi.... Si faccia coraggio a stampare romanzi, perchè gli stessi Pievani della Biblioteca italiana a poco a poco diventano romanzieri, e nell'ultimo fascicolo lodano il Castello di Trezzo e promettono meditate parole su i Promessi Sposi»[34]. L'offerta non fu accolta. Il Guerrazzi allora si accordò con la tipografia Bertani, Antonelli e C. di Livorno. Il 16 ottobre del '27 uscì il manifesto di associazione. Questi i patti: quattro volumi, il primo da venire in luce al più presto, gli altri ogni quaranta giorni; prezzo, due lire toscane al volume. L'I. e R. Censore scriveva al Governatore di Livorno il 29 dello stesso mese: «L'autore ha sottoposto solo il primo tomo, che fu da me letto e approvato sotto dì 19 corrente. Mi è paruto pregevole e per la vivacità e novità dei pensieri e per la nitidezza dello stile col quale egli si sforza di emulare gli altri scrittori recenti, che hanno assunto l'incarico di ridonare alla lingua nostra il suo antico splendore; e son persuaso che, se il restante dell'opera corrisponderà al principio, questo romanzo acquisterà fama presso le persone di lettere»[35].
Il 26 di novembre un esemplare del primo volume, uscito allora di mano al tipografo, pigliava la via di Pisa, accompagnato da questa lettera al Carmignani: «Gli oltraggi che noi giovani scrittori facciamo alla carta sono maggiori di quelli che un crocchio di vecchie femmine possono fare al pudore. Questo volume, che la gentilezza vostra vorrà ben farmi grazia di non rifiutare, è una nuova prova di quanto ho detto poc'anzi.... Voi vedrete che ho fatto tesoro dei vostri consigli intorno allo stile: riguardo a ciò che mi avvertiste sul tentare il pubblico con piccoli racconti, non ho potuto». Un altro esemplare fu dal Guerrazzi stesso portato a Firenze, e con le proprie mani lo presentò a Leopoldo II Granduca di Toscana. «Si sappia» (così in una lettera al Governatore) «com'io, terminato appena il primo volume della Battaglia di Benevento, mi partii da Livorno, e andai ad offrirlo, in segno di riverenza e di amore, al buon Sovrano, ed egli lo accettava cortese, ed ogni qualvolta mediante il sig. cav. Giuseppe Sproni gli feci presentare i volumi successivi, si degnò sempre parteciparmi la sua paterna benevolenza»[36]. Il 31 gennaio del '28 pregò il Carmignani «di accogliere cortese il secondo volume del romanzo»[37]. La lettera con cui gli accompagnò il terzo è perduta; il quarto e ultimo glielo mandò il 2 di maggio[38].
Il Guerrazzi dava lode a Carlo Leoni di Padova di avere lui solo côlto «il vero spirito» de' suoi scritti; e il vero spirito era questo: «Io non ho voluto fare romanzi, ma poemi in prosa». Il Leoni, peraltro, sfondò una porta aperta. Fin dal primo apparire della Battaglia lo Zaiotti nella Biblioteca italiana[39] aveva scritto: «poesia vera è la sua prosa»; notava Niccolò Tommaseo nell'Antologia: «L'importanza dell'argomento, la novità del lavoro, meritano che il ch. A. si consideri non come romanziere, ma come poeta e l'opera sua come una nuova epopea»[40].
La Battaglia (son parole del Guerrazzi) «incontrò fortuna oltre il suo merito e fu il Beniamino della critica». Infatti lo Zaiotti la chiama: «libro affatto singolare»; ne riconosce «gli ammirabili pregi», le «nuove e somme bellezze»; e nell'autore «un ingegno sì nobile». Il Tommaseo trova che «l'energia del disegno si svolge con sempre nuovo calore ed impeto, nelle immagini e negli affetti»; per lui la «sicurezza, con la quale il Poeta si lancia agli estremi e li passeggia, a dir quasi, è mirabile». E soggiunge: «ci sarà dell'avventato, dello strano, dell'esagerato; chi 'l nega? ma c'è del vero; e profondo; e di quello che mostra verissima la presenza del genio». Nota «la forza, la concisione, la disinvoltura e l'armonia dello stile, che trasse dal trecento quel tanto che convenisse al soggetto, e ve l'adattò con grand'arte e potenza»; non senza però «una certa affettazione di forza, che tien del convulso; ma i difetti, la lima e l'età posson torli; i pregi vengono dal fondo dell'anima». Giuseppe Mazzini scrisse: «E moto e vita e genio sono in questa storia della Battaglia di Benevento.... A qualunque leggerà i quattro volumi che la compongono, non accecato da pregiudizi, non inaridito dalla bassa invidia, sarà forza esclamare con noi: questi è chiamato a grandi cose dalla natura.... Lo stile ha sempre un'impronta originale di severità, sovente d'una profonda energia; v'hanno pagine intere dove ogni vocabolo cova un'idea, e una di quelle idee, che, com'altri disse, abbrucian la carta. È stile insomma d'uomo che tenta rompere il sonno a' giacenti». De' difetti, sul più grave e dannoso, posò il dito per il primo: «Bella suona la rampogna dei forti all'orecchio dei neghittosi; bello è lo sdegno, quando cova nel petto d'un generoso un nobile fine di miglioramento; ma non s'adegua un tal fine col gridare ad una gente caduta in fondo:—travolgiti eternamente nel fango; non v'ha speme di risorgimento per te—odio l'uomo, che può intuonare sulle rovine l'inno della gioia; ma tra la gioia e la disperazione, la natura pose lo sdegno e il dolore: lo sdegno, che non getta in fondo, ma incita; il dolore, che geme e si lagna, ma lancia talora un guardo di speme nell'avvenire, perchè anche sul terreno dei vinti germogliano le rose della speranza. O giovane! tu hai possanza d'immaginazione e di cuore e di mente.... Non offuscare queste tue doti colla nube della disperazione, perchè essa fa del creato un deserto... Ricordati che il fine d'ogni scrittore è d'illuminar commovendo; e che ogni scossa è soverchia, dove non riveli un profondo vero; inutile ogni quadro, se dal fondo non penetri il raggio della speranza»[41].
A queste parole fecero eco l'Antologia[42] e la Biblioteca italiana. Il Guerrazzi, che prevedeva l'accusa, mettendo le mani avanti, così aveva scritto al Carmignani: «Non so se le proteste che principiano e conchiudono il libro vagliano a scusarmi degli amari pensieri che vi ho sparso per entro; certo sono andato più oltre di quello che soglio meditare su le condizioni umane; ma il dolore, che mi ha lungo tempo travagliato, mi scusi—un amico diletto, giovane di alte speranze, instruito in cinque lingue straniere all'età di venti anni, Carlo Bini, ferito a tradimento di tre colpi mortali, stette per quarantatre giorni in pericolo di vita.—In questo tempo[43] fu scritta la maggior parte dell'opera:—passava il giorno al suo capezzale, le notti a gittare tumultuosamente su la carta ciò che l'anima aveva sentito nelle pietose visite. D'altronde poi non v'è scelleratezza descritta nel mio romanzo che non sia avvenuta nel mio paese, che fatalmente, spogliando quell'indole mansueta, tanto celebrata dai viaggiatori tra gli altri toscani, ha assunto la ferocia per la quale una volta andavano detestati i genovesi.—Qui, cosa incredibile, è diventato il ferire un diletto, le uccisioni un titolo di gloria. Sperano i buoni nella severità del Governo, e insieme con la provvidenza pregano dal cielo un par di forche in piazza grande—siano esauditi i loro voti».
Nella prefazione poi alla quindicesima ristampa, fatta a Firenze nel '52, e curata da lui stesso con ritocchi di lingua e di stile, confessa: «Rileggendo adesso la Battaglia di Benevento parmi libro ardentissimo e non di bella fiamma: vi traspira dentro un certo sgomento, per nulla naturale alla età in cui lo dettai.... e un alito di dubbio, il quale appena si perdona agli uomini i quali, sviati dalle decessioni, si sentono sazii di vita; fra tutti i tristi peccati, pessimo. Di ciò ne incolpo tre cose principalmente; i molti guai che me fino dai primi anni inasprirono, e la pazienza corta a sopportarli[44]; la condizione dei tempi, che parve agli inesperti irrimediabile; e il culto che professavo e professo ancora a Giorgio Byron[45]. Ma se questo basta alla scusa, non basta alla lode». Con la stessa penna, con la quale faceva questa nobile ammenda, stava allora scrivendo la Beatrice Cenci. Fidatevi, se è possibile, degli atti di contrizione de' romanzieri!
Un «gran schiccherar di romanzi» aveva fatto, prima del Manzoni, del Varese, del Bazzoni e del Guerrazzi, Davide Bertolotti, «il redivivo abate Chiari», come lo chiama la Biblioteca italiana[46]. Racconta nella propria autobiografia, che «procacciata» a' suoi scritti «la grazia del sesso gentile», corse «più risolutamente l'umana palestra», pubblicando «viaggi dilettevoli e romanzi d'amore». Di questi ricorda l'Isoletta dei Cipressi, il Ritorno dalla Russia, il Tappeto nero, l'Amore infelice, le Due sorelle e «molte altre novelle»; non che «la Calata degli Ungheri in Italia, romanzo storico, ed Amore e i Sepolcri»; e soggiunge: «forse la ingrata dimenticanza cuopre ora questi libri, e la presente generazione gl'ignora; ma chi asserisse ch'essi fecero la delizia della generazione che ora si spegne, non si dilungherebbe troppo dal vero. Giorni felici, in cui la fortuna non aveva per me che sorrisi!»[47].
Inviando un esemplare della Calata degli Ungheri[48] a Giuseppe Acerbi, direttore della Biblioteca italiana, gli scriveva il 5 febbraio del 1823: «Esso è il primo romanzo originale istorico che sia comparso a luce in Italia. Questo è il solo titolo per cui mi lice raccomandarlo alla tua benevolenza. Desidero che il libro si raccomandi meglio da sè». Il Bertolotti, «attingendo al Muratori e al Sigonio», volle esser de' primi a imitare lo Scozzese; però, come nota l'Albertazzi, «si accosta già al Visconte d'Arlincourt, grande inventore di sensazioni forti e di agitazioni sentimentali, il più romantico seguace dello Scott»[49].
Uno dei romanzi pubblicati in Italia prima de' Promessi Sposi attirò l'attenzione del Manzoni, e tanto gli piacque, da copiarne perfino di sua mano la recensione che n'era stata fatta: forse uscita dalla penna del Grossi[50]. È la Storia di Clarice Visconti, Duchessa di Milano, che Giovanni Agrati finse di aver tradotto dal francese[51]. La recensione diceva: «Que' che si sono addimesticati colla lettura dei romanzi di Richardson e di Laclos, troveranno forse di soverchio semplice la Storia di Clarice Visconti, tutto il cui merito consiste appunto in tale semplicità di condotta, di stile, di accidenti, che molto s'accosta a quella della natura, e quindi alla verità. Tale è il destino, come delle belle arti, così delle belle lettere, che ove audaci ingegni abbiano una volta spinto le produzioni di esse a certo grado di artifizio e di raffinamento, più non lasciano all'inebriato intelletto la facoltà di gustare le bellezze semplici e primitive della natura, le sole per altro cui sia dato di lungamente e innocuamente toccarci. Così a raffinatissimi ingegni, dopo le letture di Tasso, o d'Ariosto, accade spesso che sfuggano le bellezze d'Omero. A' giorni nostri un seguace di Mozart, che tutto dona all'armonia, trova stucchevole quell'aria di Cimarosa, il cui bello riposa tutto nel semplice della melodia, cioè a dire nella imitazione della natura. E così un gotico architetto riderebbe oggidì della miseria dei nostri palagi, come un palato avvezzo a cibi squisiti, sarebbe insensibile al moderato salubre tocco di cibi più semplici. Che che sia però della semplicità, o a meglio dire della naturalezza, della Storia di Clarice, noi siam d'avviso che chi avrà letto le prime pagine, difficilmente poserà il libro prima di aver raggiunta la fine. Questo è almeno quanto a noi stessi è avvenuto, essendoci fatti a leggere questo grazioso libretto senza prevenzione di sorta. Ma noi non anticiperemo nulla sul contenuto di esso, nè molto meno ne daremo un'analisi; non volendo defraudare i suoi lettori, di quella parte di piacere che in fatto di romanzi risulta dalla novità. Solo per dare, fra i molti che si potrebbero, un saggio di quella semplicità, di cui abbiamo parlato, riferiremo la lettera in cui l'ammiraglio Bonnivet rivela la sua passione a Clarice Visconti. Avendosi questa lasciato uscir di bocca, in certa conversazione, che lo spirito, tanto decantato, dell'ammiraglio, non le pareva corrispondere alla fama che n'era corsa, e ciò pervenuto a di lui orecchio, così le scrive: Sono lietissimo che vi siate accorta ch'io manco di spirito. Anzichè disingannarvene, vi scrivo per confermarlo; perchè tosto ch'io vi veggo, o penso a voi, tutti i miei sensi si turbano, il mio cuore viene agitato da mille pensieri diversi, e mi trovo sì imbarazzato e confuso, che non ho più lena a parlarvi. Non mi biasimate dunque di un difetto, di cui siete voi stessa cagione. Io sono deciso di non emendarmene mai più, amando meglio mancar di spirito finchè vivo, che cessar d'amarvi. In questa lettera non vi sono disperazioni amorose, non frasi affettate, non ricercate parole, con cui si maschera sì spesso la povertà delle idee, e per questo lato può servire oggidì di lezione a molti scrittori.
«Ma perchè non si creda voler noi spacciare la produzione del signor Prechac, come esente da ogni difetto, laddove ad altri non sarà malagevole il rinvenirne, noi confesseremo di averne pur rinvenuti; e citeremo il più grave a nostro avviso, quello ove l'autore dà in isposa al Duca Sforza la nostra Clarice, contro ogni verità della storia. Vero è che Prechac, il quale intitola storia il suo libro, dà chiaramente a divedere di aver voluto scrivere un romanzo. Ma noi dimandiamo, se anco in romanzi sia poi lecito servirsi di nomi veri, per narrar fatti dalla verità cotanto lontani.
«Ma chi è questo Prechac autore, del romanzo?—Noi abbiam consultato i dizionari, scossa la polvere di qualche armadio nelle biblioteche, e non trovammo Prechac. Sarebbe dunque autore il preteso traduttore? Ce lo farebbero sospettare le note, cui il traduttore confessa per sue. Di molta e schietta erudizione vanno adorne codeste note; di molte ardite e il più delle volte giuste riflessioni sono piene; e assai rischiarano la storia vera dei tempi cui si riferiscono; donde nascerebbe non irragionevol dubbio, dopo averle ben lette, che il romanzo sia stato, per così dire, un pretesto, e le note lo scopo. Se così è, noi ci rallegriamo col signor Agrati, autor probabile del romanzo, ed autore confesso delle note. Per giustificare, almeno in parte, il nostro giudizio sul valore di queste note, noi ne citeremo due soli passi. Nel primo si parla del magno Trivulzio. Nella guerra egli era la perla dei capitani del suo secolo, per usare l'espressione del sig. Thevet; e il maestro di tutti i grandi uomini francesi che militarono con lui e sotto di lui. Terribile in campo e in faccia al nemico, intrattabile in pace, e inaccessibile agli amici e a quelli stessi che lo avevano beneficato nell'avversa fortuna, imperterrito nei disastri, piccolo e vile negli avvenimenti lieti; protettore degli uomini di lettere, orgoglioso e inquieto, senza carattere, e chiamato da alcuni l'uomo a tre faccie, per avere egli servito gli Sforza contro gli Aragonesi, gli Aragonesi contro i Francesi, e i Francesi contro gli Aragonesi e gli Sforza; tale è l'idea che ci possiamo formare del magno Trivulzio dalla di lui vita, scritta dal signor cav. de Rosmini, con bellezza e fedeltà storica degna di lode. Nel secondo si parla dell'Italia. Tale a un dipresso era la condizione a cui venne ridotta in quel tempo l'Italia. Gli stranieri, dopo varie vicende, poco dissimili da quelle dell'Italia stessa, divennero saggi, e pensarono a fortificarsi e ad unirsi nel loro paese... Gli stranieri, cui gl'Italiani volevano espellere dal loro suolo, se ne impadronirono, e fecero sentir loro il torto di averli chiamati barbari. I barbari, che così venivano designati i Tedeschi, i Francesi e gli Spagnuoli, salirono tant'alto, chi nel sapere, chi nel vero essere di nazione, che si lasciarono, sotto questo riguardo, molto al disotto la bella e troppo orgogliosa Italia; la quale andava intanto, e va forse pur ora gridando essere stata la prima nazione, la maestra del mondo. Credendosi gl'Italiani col pensiero sempre là dov'erano un tempo, divennero di fatto più forestieri a loro medesimi di quello che fossero i Milanesi cogli Spagnuoli, i Piemontesi coi Francesi, e i Napoletani coi Greci, e oserei dire coi Turchi; desiderando gli Spagnuoli quando avevano i Francesi, e desiderando i Francesi e i Turchi quando avevano gli Spagnuoli o i Tedeschi».
Il merito d'aver dato all'Italia il primo romanzo storico sarebbe toccato a Cesare Balbo se tirava a fine la sua Lega di Lombardia[52], incominciata tra il 1815 e il 1816[53].
Come e perchè balenò alla mente del Manzoni il pensiero di scrivere un romanzo, e di scriverlo pigliando per soggetto la Lombardia nel sec. XVII?
Il Cantù ebbe a dire: «Se si ricordino i legami della famiglia Manzoni colla Filangieri di Napoli, acquista alcuna probabilità l'ipotesi lanciata da Camillo Ugoni, che Manzoni abbia tratto o il concetto o l'impulso da un passo di Gaetano Filangieri, ove per l'educazione del popolo raccomanda i romanzi storici»[54] Nella vita che di Camillo Ugoni scrisse il fratello Filippo si legge: «Ci fa poi sapere nel suo articolo su Filangieri che la prima idea dei Promessi Sposi venne al Manzoni, o crede venisse, dalla lettura ch'ei faceva con grande amore, mentre era tuttavia giovane, della Scienza della Legislazione e precisamente del capo X articolo 3º intitolato: Letture da proporsi ai fanciulli, ove il Filangieri esprime il voto di vedere scritto un romanzo, quale è riuscito, e certo riuscì ben sopra ai desiderii dell'illustre napoletano, quello dei Promessi Sposi»[55]. Peraltro, Camillo Ugoni non si è mai sognato di scrivere ciò che il fratello Filippo e il Cantù gli fanno dire. Quello che dice è questo: «il Filangieri, parlando del sonno, e concedendolo lungo di ben dieci ore alla infanzia che ne abbisogna, lo vien poi scemando per gradi coll'età, e, tenendo ferma per tutta la vita l'ora della svegliata, lo sottrae all'ora del porsi a letto. Per rimuovere poi dalla promulgata vigilia insieme col sonno anche la noia, che vuol sempre fuggirsi in una buona educazione, propone per quell'ora guadagnata sul sonno la lettura piacevole di romanzi... Ma quali romanzi? Filangieri vuole che siano storici, e che.... gli eroi ne sieno tolti dalle professioni de' fanciulli stessi.... Siamo fortunati di poter stringere in due parole la definizione che ne dà Filangieri, dicendo ch'egli avrebbe voluto de' Promessi Sposi»[56].
Avrebbe invece voluto un romanzo storico adattato all'intelligenza dei fanciulli, non de' Promessi Sposi; giacchè il Manzoni, «analizzatore fino e profondo di caratteri originalmente sorpresi nella natura, rappresentatore artisticamente immediato della realità, non è autor da ragazzi», come nota con molta ragione Giosuè Carducci[57].
Del resto, che il desiderio del Filangieri desse al Manzoni «il concetto o l'impulso» a scrivere il romanzo, è falso addirittura. Quale realmente fosse questo concetto e questo impulso l'accennò per il primo il prof. Antonio Buccellati in un libro, scritto e incominciato a stampare vivente il Poeta; ma venuto fuori pochi mesi dopo che fu morto. Ne trascrivo le parole: «Rattristato Manzoni per i rovesci del 1821, la morte e la prigionìa degli amici, disse a Grossi ch'egli, non potendo più vivere a Milano, intendeva ritirarsi colla famiglia a Brusuglio. Grossi trovò savio il pensiero del Manzoni, e se ne valse anche per suo conto, seguendo l'amico nel suo romitaggio. Tra i libri che Manzoni portava seco da Milano eravi la Storia del Ripamonti e l'Economia e Statistica del Gioia[58], in cui si trovano citate le gride contro i bravi e gli inconsulti decreti annonari. Oh che tempi!—diceva Manzoni a Grossi, segnando specialmente le pagine del Ripamonti che alludono all'Innominato—sarebbe bene porre sott'occhio in modo evidente questa istoria.... Per allora a Manzoni non brulicava in capo altra idea se non il consiglio dato da quella furbacchiona di Agnese; a questa idea si univa quella delle gride e dei bravi, di cui Gioia gli offriva la storia esposta dal Ripamonti, quella dell'Innominato e della peste, nella quale la carità esercitata da' Francescani gli suggeriva l'ideale di fra' Cristoforo. Ecco l'origine genuina dei Promessi Sposi, come con tutta semplicità esponeva Manzoni ad un suo intimo amico»[59]. Il nome di questo amico è svelato da Niccolò Tommaseo in una lettera a Carlo Morbio. «Il napoletano marchese Alfonso di Casanuova (della famiglia stessa di quel Ventignano, autore tragico e duca), giovane d'eletto ingegno e d'esemplare carità, esercitata insegnando a' bambini del popolo per infino alla morte, mi diceva d'avere da don Alessandro Manzoni, che lo pregiava e gli mostrava sin le minute dei suoi scritti immortali[60], e gli indirizzò una lunga lettera intorno alla lingua[61], d'aver sentito come gli fosse prima occasione a pensare i Promessi Sposi la lettura del Ripamonti, del quale io gli intesi, negli anni che stava componendo il romanzo, commendare il latino elegante, egli, che anco dal linguaggio de' latini scrittori ebbe ispirazione a' suoi versi. Questa lettura, che l'avrà forse più attratto co' pregi della locuzione, per riscontro provvido s'abbattè accompagnarsi con quella di un libro di Melchiorre Gioia, nel quale recavansi quelle gride di Governatori spagnuoli, che il romanzo con giustizia pia appose al collo di costoro, mettendoli in gogna cospicua a tutta la terra»[62].
Il Manzoni confidò anche a un altro degli intimi suoi il proprio segreto, al figliastro Stefano Stampa. «Un giorno ch'io mi trovava nel suo studio a terreno» (così racconta) «e ch'egli in piedi al suo scrittoio sfogliava i suoi manoscritti, venne fuori a dirmi:—Sai cos'è stato che mi diede l'idea di fare i Promessi Sposi? È stata quella grida che mi venne sotto gli occhi per combinazione e che faccio legger per appunto dal dottor Azzecca-garbugli a Renzo, dove si trovano, fra le altre, quelle penali contro chi minaccia un parroco perchè non faccia un matrimonio, ecc. E pensai, questo (un matrimonio contrastato) sarebbe un buon soggetto da farne un romanzo, e per finale grandioso la peste, che aggiusta ogni cosa»[63].
Il racconto del Buccellati, noto agli studiosi fin dal 1873, non quello dello Stampa, comparso soltanto nel 1885, fu la fonte alla quale attinsero i primi biografi del Manzoni morto, e prima di tutti Giulio Carcano. Nella commemorazione del Poeta, che lesse all'Istituto Lombardo il 27 novembre del 1873, scrive: «Chi a quel tempo, svoltando dalla piazza de' Belgioioso nella via del Morone, fosse venuto alla casa del Manzoni, la quale serbava ancora la sua negletta facciata del secolo passato[64], attraversando il cortile e il portichetto di fronte, per cercare il poeta, che la gloria salutava col primo sorriso, l'avrebbe veduto nel suo studio a terreno, a manca dell'andito che riesce in un piccolo giardino. Quello studio, le cui pareti si vedono anche oggi coperte all'ingiro da un migliaio di volumi de' classici antichi e moderni, e degli storici e filosofi d'ogni età e paese, e il giardino, ombreggiato da qualche albero antico e sparso d'alcuni cespi di fiori, furono dal principio del secolo l'asilo del poeta; e là corse animosa e non mai stanca la vita del suo pensiero. L'altro studio, di fronte al suo, egli lo aveva destinato al Grossi, che gli era come fratello, e abitava nella stessa casa. Ma pur troppo, già da tre anni, la piccola schiera, che l'amor delle lettere e della patria univa a comuni studi e a ritrovo quotidiano, s'era assottigliata: morto, nel gennaio del 1821, Carlo Porta, il poeta classico del nostro vernacolo; sepolti nelle rocche dello Spielberg, il Confalonieri, il Pellico, il Borsieri. Allo scrittore del Cinque Maggio, sospettato anche lui e vigilato da abbietti delatori, non restavano che pochi e buoni amici, il Grossi, il Torti, il Rossari. Un giorno era a Brusuglio, appunto col Grossi, e leggeva dell'Innominato nel Ripamonti e delle grida contro i bravi nel Saggio d'Economia del Gioia: riflettendo sulle miserie di que' tempi, gli balenò l'idea di ritrarli in un romanzo storico. E mentre l'autore già invidiato dell'Ildegonda stava per finire una sua diavoleria inedita di crociati e di lombardi, il creatore d'Adelchi, smessi i volumi di Liutprando e di Paolo Diacono, studiò gli economisti, per discorrere da senno della questione' de' viveri; cercò i ragguagli di tutte le pestilenze e le teorie mediche degli epidemisti e dei contagionisti, per raccontare i la peste; rovistò gli archivi ecclesiastici e civili, e le biblioteche, studiando codici e leggi, e costituzioni di quel tempo infelice. Mise da parte il disegno d'un'altra tragedia, Spartaco; e cominciò a scrivere il libro immortale, a cui pose nome i Promessi Sposi»[65].
Una cosa è da notarsi. Nè il Tommaseo, che udì il racconto dalla bocca del Casanova, nè lo Stampa, al quale lo confidò il Manzoni stesso, parlano dell'anno in cui gliene balenò il primo pensiero. Invece lo indicano il Buccellati e il Carcano; ma nell'indicarlo sono tra loro discordi. Per il Buccellati è il 1821, dopo i primi arresti de' Carbonari a Milano; per il Carcano è il 1823, quando già il Gonfalonieri e il Pellico erano sepolti nello Spielberg. Fortunatamente il Manzoni, di sua mano, prese ricordo del giorno in cui principiò e del giorno in cui finì la prima minuta del romanzo. La incominciò il 24 aprile del 1821; la condusse a termine il 17 settembre del 1823. Ha dunque torto il Carcano. Il quale poi, col restringere la lettura del Ripamonti al solo episodio dell'Innominato, mentre il Buccellati l'allarga alla peste e all'esempio invitto di carità dato dai cappuccini in mezzo all'infuriar del flagello, fu cagione, certo non volontaria, del formarsi la leggenda, che nella tela primitiva del romanzo il soggetto principale fosse appunto l'Innominato e la sua conversione, non il matrimonio di Renzo e Lucia e i contrasti che quel matrimonio ebbe a soffrire. Lo accennò per il primo, non senza qualche riserva e dubbiezza, Angelo De Gubernatis: «Il Ripamonti gli suggerì l'episodio che, fin dal principio, fissò in particolar modo la sua attenzione e poco mancò non diventasse il pernio di tutta l'opera: l'episodio dell'Innominato.... L'Innominato, che si convertiva pubblicamente nel cospetto del cardinal Federigo, era il Manzoni stesso che... confessava, anzi esagerava ai propri occhi ed agli altrui la sua antica empietà, per far più grande il miracolo della Chiesa, la quale aveva avuto la virtù di attirarlo nel proprio seno.... Ma il Manzoni dovette ben presto accorgersi che, ov'egli avesse fatto l'Innominato il centro di tutto il suo poema, oltre allo scoprir troppo sè medesimo, non avrebbe mancato di dare al suo romanzo un'aria reazionaria.... Consoliamoci dunque che abbia voluto egli stesso allargare il proprio soggetto»[66]. Più reciso nel sostener la leggenda è il Cestaro. «Il voto è la catastrofe religiosa dei Promessi Sposi. Forse n'era veramente la catastrofe, insieme con la conversione dell'Innominato, che, nel primo abbozzo del romanzo, ne doveva essere il protagonista. E forse allora i casi dei promessi non formarono che l'azione secondaria; il ratto di Lucia doveva servire alla grande opera della conversione; e l'Innominato un santo, Lucia votata alla Madonna, Renzo, chi sa? converso nel convento di fra Cristoforo»[67]. L'Albertazzi scrive: «Pare che secondo un primo disegno, il romanzo, in cui avrebbe avuta azione principale l'Innominato col rapimento di Lucia, sarebbe finito col voto della Vergine; e Renzo si sarebbe fatto soldato di ventura, portando il suo dolore, lontano, in Alemagna»[68].
.Per buona fortuna il Manzoni conservò gelosamente la sua prima minuta; tanto gelosamente che non distrusse nemmeno i fogli di scarto, che a mano a mano vi andava stralciando[69]. La parte sostanziale della prima minuta, cioè tutto quello che soppresse o mutò, si legge nel presente volume, e mostra chiaro che il soggetto e il pernio del romanzo fu il matrimonio contrastato: in una parola, la tela primitiva, salvo pochi episodi secondari, è quella che poi è rimasta nel testo definitivo.
La storia genuina dunque dell'origine del romanzo è questa. Nella primavera del 1821, il Manzoni, trovandosi a Brusuglio insieme col Grossi, mentre stava leggendo il trattato di Melchiorre Gioia Sul commercio de' commestibili e caro prezzo del vitto, fu colpito da una delle tante gride che esso riporta[70], quella del Governatore di Milano, Gonzalo Fernandez de Cordova, del 15 ottobre 1627, nella quale è detto: «mostrando l'esperienza che molti, così nelle città, come nelle ville di questo Stato, con tirannide essercitano concussioni et opprimono i più deboli in varij modi, come in operare che si facciano contratti violenti di compre, d'affitti, di permute et simili, o non si facciano; Che seguano, o non seguano matrimonij; Non si facciano, o si facciano riuscire contra la voluntà de gli offesi; Non si diano, o si diano querele; Si inuertano li processi; Si testifichi, o non si testifichi; Che uno si parta dal luogo doue habita; Che si astenga da far qualche contratto; Che quello paghi un debito; Quell'altro non lo molesti; Quello vada al suo molino; Quel Prete non faccia quello che è obbligato per l'officio suo, o faccia cose che non li toccano; Far caccia riservata senza autorità; Minacciare ouero offendere quelli che vanno a caccia; Che le Comunità eleggano, o non eleggano Officiali, o siano tali che da gli Essattori non riscuotano li carichi; Che li Officiali con la douuta libertà non essercitino o administrino la giustitia; et altre simili violenze, quali seguono da Feudatarij, nobili, mediocri, vili et plebei». Soprattutto attrassero la sua attenzione due tra i tanti delitti ricordati in questa grida (che è quella stessa che il dottor Azzecca-garbugli mostra e, in parte, legge a Renzo): il procurare che «seguano, o non seguano matrimonij», e che il prete «non faccia quello che è obbligato per l'officio suo, o faccia cose che non li toccano». E subito gli balenò alla mente il pensiero di scrivere un romanzo, che avesse per soggetto un matrimonio contrastato, e come finale la peste del 1630 e '31, che aggiusta tutto. Accarezzando poi questo pensiero, a mano a mano prese a fare uno studio diligente e minuto delle vicende di que' tempi, della vita, degli usi e de' costumi d'allora; studio che lo sforzò ad allargarne la tela, intrecciando alla descrizione della peste, la guerra del Monferrato, il passaggio delle soldatesche alemanne e gli untori; al matrimonio contrastato, i casi della Signora di Monza, il cardinal Federigo Borromeo e la conversione di Francesco Bernardino Visconti (l'innominato); casi e personaggi de' quali aveva fatta particolareggiata menzione lo storico milanese Giuseppe Ripamonti, da cui molto attinse il Manzoni, che lo stava appunto leggendo; come non mancò di attingere, in parte, dal Rivola e dal Tadino, dal Lampugnano e dal Somaglia, dal Ghirardelli e dal Cinquanta, dal Settala e dal La Croce, da' manoscritti del Vezzoli e del Cardinal Federigo, per accennare soltanto a' principali[71].
Il romanzo[72] ebbe prima il titolo di Fermo e Lucia; e poi, quando Fermo Spelino divenne Renzo Tramaglino, e Lucia e Agnese, di Zarella si mutarono in Mondella, quello di Sposi promessi; titolo che seguitò a portare durante la stampa, e fu impresso sul frontespizio e sulla copertina; ma che poi venne messo al bando, non so bene se mentre lo rilegavano, o dopo[73]. Da principio, ciascuno de' capitoli ebbe un titolo suo proprio. Il Curato di.... fu quello del primo, e Don Abbondio vi scaturì fuori bello e vestito, proprio lui, con al fianco la sua Perpetua, che prima chiamò Vittoria[74]; Fermo, quello del secondo; il terzo, prima portò scritto in fronte: Don Rodrigo, poi: Il Causidico; il dottor Azzecca-garbugli, ben inteso, che nacque come visse e vive, ma con altri nomi, essendosi chiamato a vicenda Dottor Pèttola e Dottor Duplica. Il quarto s'intitolava, prima Il Padre Galdino, poi diventò Il Padre Cristoforo, quando il nome di fra' Galdino lo dette invece al cercatore delle noci, stato fra' Canziano. Il titolo del quinto capitolo fu Il tentativo; del sesto, Peggio che peggio; del settimo, La sorpresa; dell'ottavo, La fuga; del nono, prima, Digressione, poi: Digressione—La Signora. E questo ultimo, di capitolo nono divenne il primo del tomo secondo, quando degli otto precedenti formò il tomo primo, divisando di spartire in quattro tomi il romanzo, che finì coll'uscir fuori in tre soltanto. Il secondo capitolo del tomo secondo ricevette per battesimo: La Signora, tuttavia. Col terzo il Manzoni smise l'uso d'intestare i capitoli e dette di frego all'intestature già fatte.
Il 3 novembre del '21 scriveva all'amico Fauriel: «mon roman à peine commencé a été mis de côté, et j'ai, non pas achevé, mais fait le dernier vers de ma tragédie» l'Adelchi[75]. Soggiungeva: «Pour vous indiquer brièvement mon idée principale sur les romans historiques, et vous mettre ainsi sur la voie de la rectifier, je vous dirai que je les conçois comme une représentation d'un état donné de la société par le moyen de faits, et de caractères si semblables a la réalité, qu'on puisse les croire une histoire véritable qu'on viendrait de découvrir. Lorsque des évènemens et des personnages historiques y sont mêlés, je crois qu'il faut les représenter de la manière la plus strictement historique: ainsi, par exemple, Richard Cœur-de-Lion me paraît défectueux dans Ivanhoe». Data che ebbe l'ultima mano all'Adelchi, riprese il romanzo, da più tempo rimasto interrotto e messo in disparte; e vi lavorò con ardore sempre crescente. «Je suis enfoncé dans mon roman, dont le sujet est placé en Lombardie, et l'époque de 1628 à 31»; scrisse al Fauriel il 29 maggio del '22. «Les mémoires qui nous restent de cette époque» (prosegue) «présentent et font supposer une situation de la société fort extraordinaire. Le gouvernement le plus arbitraire, combiné avec l'anarchie féodale et l'anarchie populaire; une législation étonnante, par ce qu'elle présente et par ce qu'elle fait deviner, ou qu'elle raconte: une ignorance profonde, féroce et prétentieuse; des classes ayant des intérêts et des maximes opposées; quelques anecdotes peu connues, mais consignées dans des écrits très-dignes de foi, et qui montrent un grand développement de tout cela; enfin une peste, qui a donné de l'exercice à la scélératesse la plus consommée et la plus déhontée, aux préjugés les plus absurdes, et aux vertus les plus touchantes, etc. etc., voilà de quoi remplir un canevas; ou plutôt voilà des matériaux, qui ne feront peut-être que décéler la mal habilité de celui qui va les mettre en œuvre. Mais, s'il faut périr, pérons; j'ose me flatter, (j'ai appris cette phrase de mon tailleur a Paris), j'ose me flatter du moins d'éviter le reproche d'imitation. A cet effet, je fais ce que je puis pour me pénétrer de l'esprit du tems, que j'ai à décrire, pour y vivre; il était si original, que ce sera bien ma faute, si cette qualité ne se communique pas à la description. Quant à la marche des événements et à l'intrigue, je crois que le meilleur moyen de ne pas faire comme les autres, est de s'attacher a considérer dans la réalité la manière d'agir des hommes, et de la considérer surtout dans ce qu'elle a d'opposé à l'esprit romanesque. Dans tous les romans que j'ai lus, il me semble de voir un travail pour établir des rapports intéressants et inattendus entre les différens personnages, pour les ramener sur la scène de compagnie, pour trouver des événements, qui influent à la fois et en différentes manières sur la destinée de tous, enfin une unité artificielle, que l'on ne trouve pas dans la vie réelle. Je sais que cette unité fait plaisir au lecteur; mais je pense que c'est à cause d'une ancienne habitude. Je sais qu'elle passe pour un mérite dans quelques ouvrages, qui en ont un bien réel et du premier ordre; mais je suis d'avis qu'un jour ce sera un objet de critique et qu'on citera cette manière de nouer les événements comme un exemple de l'empire que la coutume exerce sur les esprits les plus beaux et les plus élevés, ou des sacrifices que l'ont fait au goût établi. Ah! si je vous tenais, je vous ferais avaler toute mon histoire, et vous forcerais à m'aider de vos conseils; mais on ne peut ennuyer un ami qu'avec mesure, à une telle distance». Gli riscrisse il 12 settembre dell'anno stesso: «Je ne suis qu'à la moitié du 2.ᵉ vol. de mon roman et j'aurais dû, selon des calculs antécédens, être à la fin du 3.ᵉ; j'ai bien peur que je ne pourrai m'en tirer à moins de 4; mais, s'il ne m'arrive pas des profits extraordinaires d'imbécillité, je compie en être débarrassé avant la fin de février prochain». Condusse a fine il nono e ultimo capitolo del tomo terzo l'11 marzo del '23; egli stesso, per ricordo, ve lo lasciò scritto. In un'altra lettera al Fauriel, che è del 21 di maggio, diceva del romanzo: «J'en suis actuellement a la moitié du 4.ᵐᵉ et dernier volume mais l'achèvement et la correction pourraient exiger encore peut-être trois mois». Come già fu detto, soltanto il 17 di settembre di quell'anno rimase ultimato; e il Manzoni, al solito, lo notò.