[1] Walter Scott, già rinomato per i suoi poemi e principalmente per quello Intitolato: The lady of the Lake, che era noto all'Italia per più di una traduzione, nel 1814 stampò il suo primo romanzo: Waverley; or, it is Sixty Years since; al quale, l'anno dopo, tenne dietro Guy Mannering, or the Astrologer; nel '16 The Antiquary, e Tales of my Landlord, collected and arranged by Jedediah Cleishbotham, first Series: Black, Dwarf and Old Mortality; nel '18 Tales of my Landlord, second Series: Heart of mid Lothian, non che Rob Roy, e Tales of my Landlord, third Series: Bride of Lammermoor and Legend of Montrose; nel '20 Ivanhoe, poi Monastery, poi Abbot; nel '21 Kenilworth; nel '22 The Fortunes of Nigel, e The Pirate; nel '23 Poveril of the Peak, e Quentin Durward; nel '24 Saint Ronan's Well, e Redgauntlet; nel '25 Tales of the Crusaders. The Betrothed and the Talisman; nel '26 Woodstock; or, the Cavalier, a Tale of the Year 1651; nel '27 Chronicles of the Canongate, first Series: the Two Drovers, Highland Widow, and Surgeon's Daughter; nel '28 Chronicles of the Canongate, second Series: St. Valentine's Day, or the Fair Maid of Perth; nel '29 Anne of Geierstein; e nel '31 Tales of my Landlord, fourth Series, containing Count Robert of Paris and Castle Dangerous.
[2] I primi a far tradurre in italiano i romanzi dello Scott, a stamparli e divulgarli, furono Antonio Fortunato Stella e Vincenzo Ferrario di Milano. Oltre un'edizione economica in-16, della quale nel 1828 già erano pubblicati 69 volumetti, il Ferrario ne stampò anche separatamente in-8. L'esempio ebbe imitatori, tanto «il mondo aspettava ansiosamente e divorava avidamente i romanzi di Walter Scott», per dirla col Manzoni. Nella stessa Milano il Truffi ne mise in commercio una raccolta in volumetti in-16, di 250 pagine, a una lira italiana e mezzo l'uno. A Firenze il Coen dette mano egli pure a una collezione in-16, a due paoli e mezzo il tomo; un'altra fu fatta a Napoli dal Borel e compagni, in-8, a quaranta grani ogni volume; un'altra a Parma dalla Tipografia Ducale, che ne stampava un volume ogni due mesi, al prezzo di otto centesimi il foglio. Francesco Pastori, compilatore della Bibliografia italiana, giornale generale di tutto quanto si stampa in Italia, nel darne l'annunzio [I, 192] scriveva: «In mezzo alle versioni e ristampe che de' romanzi di Gualtiero Scott si vanno facendo in Italia, e quasi diremmo in ciascuna provincia di essa, è bello il vedere come ancora tra noi si onori quel vivacissimo ingegno e si satisfaccia alla curiosità pubblica mediante il divolgamento delle sue scritture». Il Nistri, a Pisa, stampò la raccolta completa, in volumetti in-18; un'altra ne fecero a Napoli il Marotta e Vanspandock. Col Woodatock il Camiglio iniziò a Milano, in-24, le Amenità di Walter Scott, o suoi romanzi storici abbreviati nelle parti meno importanti, dati però interi i più perfetti. Giuseppe Cassone a Torino inserì parecchi romanzi dello Scott nella sua Galleria romantica, ossia collezione scelta di romanzi e novelle piacevoli e morali, composta di cento volumi in-32, di 200 pagine, de' quali ne usciva fuori uno la settimana, al prezzo di cinquanta centesimi. Del Peveril Del-Picco fu stampata a Milano, nel 1828, una traduzione di Pietro Costa, in cinque volumi in-12.
[3] Giuseppe Nicolini di Brescia, il 29 novembre del 1825, scriveva a Camillo Ugoni a Parigi: «Qui si son letti e si leggono i suoi romanzi, dai letterati, io penso, fino alle fantesche. Genio tremendo! Io l'ho in tanta ammirazione che sebbene nulla abbia letto di Goethe, che tu hai per suo rivale, io credo appena che altri possa essere così grande». Nel saggio biografico sullo Scott poi confessava: «qualunque esser possa il giudizio de' posteri, certo nell'età nostra, e forse in nessuna delle passate, non furono opere nè più lette, nè più tradotte, nè più imitate delle sue, nè scrittore di lui più celebre e popolare». Cfr. Nicolini G., Prose, Firenze, Le Monnier, 1861, p. 200.
[4] Sansone Uzielli, Del Romanzo storico e di Walter Scott; nell'Antologia, di Firenze, n. 39, marzo 1824, pp. 118-144, e n. 40, aprile 1824, pp. 1-18. Nel n. 36, decembre 1823, pp. 58-100, dello stesso periodico, aveva pubblicata la prima parte di questo scritto, intitolandola: Considerazioni sul romanzo in prosa, desunte dalle diverse vicende della letteratura in Italia e in Francia e dalla condizione sociale delle donne.
[5] Gualtiero Scott ed i principali fra' suoi successori di Francia che precedettero il 1830; nel periodico milanese Glissons, n'appuyons pas, ann. XII, n. 81 e n. 82, 7 e 10 ottobre 1840.
[6] Per darne un esempio, trascrivo dalla Gazzetta di Firenze, n. 57, 12 maggio 1832. il seguente avviso: «La celebrità dei romanzi del sig. Vittorio Ducange ha determinato i tipografi Bertani, Antonelli e comp. di Livorno di pubblicarne la prima traduzione italiana in venticinque volumi in-18º, in bella carta e caratteri, ciascuno ornato di una bella incisione in rame, al prezzo di lire una» toscana, ossia 84 centesimi.
[7] Manzoni A., Del Romanzo storico e, in genere, de' componimenti misti di storia e d'invenzione; in Opere varie, edizione riveduta dall'autore, Milano, Redaelli, 1845; pp. 482 e 490.
[8] Cantù C., Alessandro Manzoni, reminiscenze, Milano, Treves, 1882; I, 150.
[9] S[tampa] S[tefano], Alessandro Manzoni, la sua famiglia, i suoi amici, appunti e memorie, Milano, Hoepli, 1885; p. 58.
[10] L'Ape della letteratura italiana, ann. II, vol. I, pp. 310-311.
[11] Cfr. Le avventure di Nigel, romanzo di Walter Scott, tradotto dall'originale inglese dal prof. Gaetano Barbirri, Milano, Ferrario, 1828; vol. 4 in-8; e La bella fanciulla di Perth, ovvero la festa di San Valentino, romanzo storico di Walter Scott, volgarizzato sul testo inglese da Gaetano Barbieri, Milano, Ferrario, 1829, vol. 4 in-8.
Il Barbieri fu nominato professore di geometria elementare nel Liceo di Mantova il 2 gennaio del 1808 e conservò la cattedra anche sotto la dominazione austriaca, unendo all'insegnamento della geometria quello dell'algebra. Ha alle stampe un'Orazione ad onore dell'augusta imperatrice e regina Maria Teresa, recitata in Mantova nella solenne distribuzione de' premi dell'anno 1814, Milano, Gio. Pirotta, 1814; in-8. Tradusse la tragedia di Shakespeare: Giulietta e Romeo, Milano, Gaspare Truffi, 1831, in-8; i Viaggi nell'America meridionale di Felice Azara; la Storia universale del Müller; la Storia della Rivoluzione francese del Thiers; qualche opera dell'Hugo e di Paolo de Kock. Fu proprietario e direttore del giornale milanese I Teatri; prestò la sua collaborazione al Nuovo Ricoglitore, al Ricoglitore italiano e straniero e alla Rivista europea.
Cfr. Le Cronache del Canongate, novelle di Walter Scott, traduzione di N. Tommaseo, Firenze, tipografia Berinelli all'insegna di S. Giuseppe, 1828; in-8.
[12] Sibilla Odaleta, episodio delle guerre d'Italia alla fine del secolo XV, romanzo istorico di un italiano, Milano, presso Antonio Fortunato Stella e figli, 1827; volumi due in-12 di complessive pp. 664. Prezzo lire cinque. Delle «due traduzioni» m'è nota questa soltanto: Sibille Odaleta, épisode des guerres d'Italie à la fin du XV siècle, roman historique par M. Varèse; traduit de l'italien, Paris, impr. de Cosson, 1828; vol. 4 in-12.
Ecco l'elenco degli altri suoi romanzi storici:
La Fidanzata ligure, o sia usi, costumanze e caratteri dei popoli della Riviera ai nostri tempi, opera dell'autore della Sibilla Odaleta, Milano, presso Antonio Fortunato Stella e figli, 1828; due vol. in-18. Il Tommaseo, che ne parlò nell'Antologia [tomo XXXI, n. 91, luglio 1828, pp. 115-128], considera «questo nuovo romanzo come un buon passo dall'A. avanzato nel cammino dell'arte»; confessa però che «la bella e bizzarra Fidanzata ligure non ebbe tra noi così lieta accoglienza come la vecchia Sibilla Odaleta». La Biblioteca italiana (tomo 50, aprile 1828, pp, 22-39) così la giudica: «molte doti sono nella Fidanzata che nel primo romanzo non erano, e molte pure erano nel primo romanzo che nella Fidanzata non sono. Quello che ne fa essere assai più severi è lo scorgere che l'imitazione dello Scott s'è fatta ancor più servile e che l'A. entrato in un più bel campo ne uscì senza trarne un miglior profitto». Anche L'Eco, giornale di scienze, lettere, arti, commercio e teatri, di Milano, ne parlò a lungo [n. 66, 2 giugno 1828; n. 71, 13 giugno 1828; e n. 81, 7 luglio 1828], Dice che «non è propriamente un romanzo storico, dacchè istorici non sono i fatti, nè i personaggi dell'azione, che ne forma il soggetto»; per conseguenza ben gli si addirebbe il titolo «di romanzo descrittivo». Conclude: «l'autore si è studiato ad ogni poter suo di camminare sulle orme» dello Scott, e nessuno vorrà riprenderlo di «essersi proposto un così eccellente modello»; ma «chi lodar vorrebbe quella maniera sì stretta e come a dire scolastica da lui tenuta nell'imitarlo?» Cfr. pure: Giudizio pronunciato da alcune signorine intorno alla «Fidanzata ligure»; in La Vespa, di Milano, ann. II, semestre I [1828], pp. 238-243.
I Prigionieri di Pizzighettone, romanzo storico del secolo decimosesto, dell'autore di Sibilla Odaleta e della Fidanzata ligure, Milano, presso Antonio Fortunato Stella e figli, 1829; vol. tre in-8 fig. Ne parlò La Minerva Ticinese, di Pavia, ann. I [1829], pp. 775-783. Di questo e del seguente romanzo fece pure una recensione la Biblioteca italiana [tomo LIX, settembre 1830, pp. 312-351]; ritenendo I Prigionieri di una «mediocrità deplorevole»; l'altro: «troppo mediocre e volgare».
Gerolimì, o sia il Nano d'una Principessa, dell'autore di Sibilla Odaleta, Mortara, tip. Capriolo, 1829; in-12 di pp. 352. Cfr. Chiappa G., Sui romanzi in generale e in particolare sul «Gerolimì, ossia Nano di una Principessa, dell'autore della Sibilla Odaleta»; in La Minerva Ticinese; ann. I [1829], pp. 635-640.
La Preziosa di Sanluri, ossia i Montanari sardi, romanzo storico dell'autore di Sibilla Odaleta, preceduto da una dissertazione dello stesso, intitolata: I Romanzi di Walter Scott e le opere di Rossini, Milano, presso A. Fortunato Stella e figli, 1829; due vol. in-12.
Il Proscritto, storia sarda, nuovo romanzo istorico dell'autore di Sibilla Odaleta, Torino, Giuseppe Pomba, 1830; due vol. in-16 grande, con una incisione in rame.
Folchetto Malaspina, romanzo storico del secolo XII, dell'autore di Sibilla Odaleta, Milano, presso A. Fortunato Stella e figli, 1830; tre vol. in-16. Ebbe una ristampa con questo titolo: Folchetto Malaspina, racconto storico del secolo XII, del cav. Carlo Varese, deputato al Parlamento. Vol. unico, Torino, tip. di Francesco Franchini, 1863; in-8, di pp. 356.
I Torriani e i Visconti, o scene casalinghe pubbliche e storiche del secolo XV, dell'autore di Sibilla Odaleta, Milano, 1839; due vol. in-12.
Per consiglio dell'abate Costanzo Gazzera, scrisse la Storia della Repubblica di Genova dalla sua origine sino al 1814, che ebbe due edizioni [Genova, tip. Ynes Gravier, 1835-1838, otto volumi in-8; e Venezia, Fontana, 1840, otto volumi in-16]; compilazione affatto dimenticata, che gli costò quattro anni di ricerche, di studio e fatica, e (a sua stessa confessione) «non fu gradita ai Genovesi, nè dubitarono asserire» ch'egli «l'aveva scritta d'ordine del Governo». Questo lavoro gli aprì le porte della R. Deputazione di storia patria, alla quale fu ascritto come socio corrispondente il 25 febbraio 1837. Tradusse dallo spagnuolo le seguenti commedie:
In bocca di bugiardo la verità è sospetta, commedia di don Giovanni Ruiz, liberamente tradotta dallo spagnuolo, Milano, vedova Stella, 1841; in-18.
Sì col labbro e no col cuore, ossia il consentimento delle ragazze, commedia di L. F. di Moratin, traduzione dallo spagnuolo, Milano, vedova Stella, 1841; in-16.
[13] Brevi notizie sulla vita di Carlo Varese; in Brofferio A., I miei tempi, memorie; XVII, 96-98.
[14] Invece il Tommaseo, la giudica «opera di forte ingegno»; afferma che «dalla storia il ch. A.» ha «saputo trarre partito a rendere animato e vero ed efficace il racconto»; che «non si può non ammirare un talento di descrizione, una fecondità drammatica pressochè originale»; che «la vivezza della pittura ricopre quasi sempre anche i pochi difetti della concezione»; riconosce però che «de' dialoghi altri son distesi con naturalezza e con grazia, altri tengono un po' del pesante e dell'affettato»; conchiude, che «quel che si dice del dialogo, può dirsi de' sali: altri piccanti, naturalissimi, originali, più fini tal volta di Walter Scott, il qual cerca spesso lo spirito nell'amarezza e l'acume nella singolarità; altri languidi, mendicati, comuni». Cfr. Antologia, di Firenze, tom. XXIX, n. 87, marzo 1828, pp. 87-93.
[15] Il Castello di Trezzo, novella storica di G. B. B., Milano, presso Antonio Fortunato Stella e figli, 1827; in-8 di pp. 146, con una incisione rappresentante gli avanzi del castello. Prezzo lire 2.60 ital.
[16] Del Carmagnola la Gazzetta di Genova dette questo giudizio [n. 5, 15 gennaio 1820]: «Una tragedia ove sono apertamente violate le inviolabili leggi della unità di luogo e di tempo; tragedia di cui eroico non è l'argomento, giacchè non v'è in essa di greco altro che un coro, ed è tutta irta di nomi, italiani sì, ma volgari, trattandosi di fatto troppo recente (1426-32); tragedia in cui gli interlocutori si danno del voi, e la verseggiatura, sebbene nulla abbia in sè di vizioso, e sia anzi lavorata con maestria e naturalezza assai, pure osa scostarsi da quella uniforme e stringata rigidezza, che deve esser indispensabile allo stile tragico, dopo l'esempio d'Alfieri; tale tragedia non può, fuor di dubbio, giudicarsi che pessima e perniciosa. Molti sono d'avviso contrario, e ci avvediamo, pur troppo, ch'essa è letta con piacere, e e la si trova ricca di nuove e schiette bellezze. Ma noi devieremmo dal sentiero felicemente battuto da' giornalisti confratelli, a cui, come sa ciascuno, sta di tanto più a cuore l'onor letterario italiano, che non l'utile proprio, se non fulminassimo, e tosto, colle più solenni censure il Conte di Carmagnola, l'autore, i lettori plaudenti e per ultimo il tipografo. Ci vien detto che il sig. Alessandro Manzoni sia noto e caro non meno ai buoni studj che ai veri filantropi. Che monta? egli ha peccato. Vi sono autorità in letteratura a cui è dovere l'ubbidire, sotto pena di essere dichiarato ribelle. E che è poi questo appellarsi alla ragione, e scrivere una prefazione, che porrebbe in imbarazzo chiunque volesse confutarla con lealtà? Per buona sorte, ove trattasi di autorità letteraria, la ragione e la lealtà sono frivolezze». La Gazzetta però nel suo numero del 12 febbraio stampava La battaglia di Maclodio, confessando: «è un magnifico pezzo di poesia lirica, in cui si compiangono i miseri effetti di una battaglia data tra italiani e italiani. Quest'ode, o inno, o coro, come il chiama l'Autore, commove gagliardamente nell'udirlo recitare separato, molto più che leggendolo ove è posto, e viemmeglio se ne assaporano le molte e singolari bellezze».
Il coro di Maclodio, «magnifico pezzo di poesia lirica, «che si può chiamare sublime nel suo genere», fu riprodotto anche dalla Gazzetta Piemontese [n. 19, 12 febbraio 1820]; la quale discorse della tragedia con benevolenza. «Quel giusto desiderio» (così scrive) «da noi più volte in questi fogli manifestato di veder gli ingegni italiani rivolgersi alle nostre antiche istorie, e dai fatti de' nostri maggiori desumere argomenti di tragedie, che, impressionate di pensieri, di passioni e di modi veracemente italiani, divenissero un efficace eccitamento ad irritare le chiare azioni di quegli illustri trapassati, questo desiderio è stato ora, e assai più presto di quello che ci aspettavamo, soddisfatto dalla nobil penna del sig. Alessandro Manzoni». Dà un sunto della tessitura, poi prosegue: «Son questi i fatti sui quali s'aggira; fatti che mi sembra doversi toccare assai più, che non le perpetue cene di Tieste e i delitti dell'infausta razza d'Agamennone. L'autore non ha voluto farsi carico di nessuna regola d'unità di luogo o di tempo; de' principii che lo guidarono in questa bella composizione discorre egli stesso nella prefazione, e l'indole di questo giornale non ci lascia luogo a discuterli ponderatamente. Lasciamo al giudizio e molto più al cuore de' lettori il decidere dello stile e della sceneggiatura di questa tragedia. Queste discipline appartengono al gusto; e se l'A. è riuscito a dilettar grandemente anche con modi non ancor tentati, o non per anco eutenticati, noi loderemo sempre i suoi tentativi. Ma la sentenza finale sopra queste questioni di gusto spetta all'Italia intiera».
[17] Rovani G., Le tre arti considerate in alcuni illustri italiani contemporanei, Milano, Treves, 1874; I, 204-205.
[18] Nel 1827 furono stampati due altri romanzi: Cabrino Fondulo, frammento della storia lombarda sul finire del secolo XIV e il principiare del XV, opera di Vincenzo Lancetti, cremonese, Milano, co' torchi d'Omobono Manini, 1827: due volumi in-24; di pp. 781, e Alessio o gli ultimi giorni di Psara, romanzo storico di Angelica Palli, Italia [Livorno], 1827; in-12. Questi due racconti però non appartengono al genere di Walter Scott. Notava infatti la Biblioteca italiana, fascicolo dell'agosto 1827, pp. 179-180: «Cabrino Fondulo è un personaggio degnissimo veramente di storia e se non erriamo acconcissimo ad un romanzo del genere di Walter Scott.... Se il sig. Lancetti avesse voluto fare del suo Cabrino il protagonista di un romanzo, pensiamo che ne sarebbe riuscito assai facilmente un lavoro perfetto, perchè egli si mostra padronissimo dell'argomento e sicuro conoscitore di tutti i grandi e i piccioli personaggi di quella età, e la storia di Cabrino ha quasi da natura la forma di un compiuto romanzo». Affermava G. Montani che alcuni moderni romanzi storici «potrebbero accettarsi per belle e buone istorie, se a tal uopo bastasse per noi il non trovarvi mescolato al vero nulla o quasi nulla d'inverosimile». E soggiungeva: «Del loro numero è Cabrino Fondulo, non impropriamente intitolato frammento della storia lombarda, poichè fondato, per ciò che contiene di più essenziale, sopra documenti, a cui s'appoggia o potrebbe appoggiarsi quell'istoria, e pel rimanente sopra congetture, giustificate in gran parte o dai documenti o da altri che all'istoria generale d'Italia già sono familiari. In grazia di ciò che avvi in esso di congetturale, e che or serve d'abbellimento, or di legame ai fatti meno dubbi, l'autore non ricusa che si chiami romanzo». Mentre il Lancetti fa servire «l'invenzione alla verità» (è sempre il Montani che scrive), la Palli «fa servire la verità ad una bella invenzione», descrivendo un episodio del risorgimento della Grecia del giugno 1824. Cfr. Antologia, tom. XXVII, n. 80, agosto 1827, pp. 75-94.
[19] Il Nuovo Ricoglitore, di Milano; anno III, parte I, n. 30, giugno 1827, pp. 440-446.
[20] Biblioteca italiana, di Milano, fascicolo del mese di luglio 1827, pp. 128-129.
[21] Non di Novara, ma di Tortona, dove nacque nel 1793. Il 27 gennaio del 1861 fu eletto deputato del collegio di Novi Ligure e lo rappresentò nell'ottava legislatura. Rieletto per la seconda volta, il 29 ottobre 1865, ma dopo essere stato in ballottaggio col marchese Gustavo Reggio, morì a Firenze rappresentante di quel collegio il 15 settembre del 1866. Cfr. Cantù Ignazio, Scrittori contemporanei d'Italia. II. Carlo Varese [I. L'autore—II. Le opere—III. Riassunto], nella Rivista Europea, nuova serie del Ricoglitore italiano e straniero; ann. I, parte II [1838], pp. 375-386, 425-498 e 498-500.
[22] La Vespa, giornale di scienze, lettere ed arti, che succede all'Ape italiana, Milano, per Nicolò Bettoni, 1827; ann. I, pp. 21-26.
[23] Corriere delle Dame, n.º 38, Milano, 22 settembre 1827, pp. 301-302.
[24] Scrive il Rovani: «Dopo il Castello di Trezzo, lusingato da un successo che, avuto riguardo al merito intrinseco del libro, ha davvero del prodigioso, il Bazzoni sentì triplicarsi l'ingegno e il coraggio, e fu sotto questa felice influenza che scrisse il Falco della Rupe; romanzo che ha maggiore estensione, che è scritto con qualche proposito, che occupa molto studio e dove lo stile sembra accarezzato dal suo autore, specialmente nelle descrizioni, le quali per altro in questo libro sono adoperate più a pompa che ad uso. Ma il nuovo romanzo piacque al pubblico assai meno del Castello di Trezzo, il quale aveva lasciato tale impronta nel cuore dei lettori che non seppero trovar posto al Falco, il quale rimase così a mezz'aria, come que' drammi che ottengono abborrito successo di stima. Al Falco tenne dietro dopo qualche anno La bella Celeste degli Spadari, che è un nonnulla senza un pregio al mondo e tanto indegna del talento di Bazzoni da non parere un'opera sua. Ma non cessò per questo il suo nome di restar popolarissimo. Fortuna che il Bazzoni non volle più metterlo in pericolo, onde stette in silenzio per lunghi anni, e non fu che per cedere alla tentazione di sfoggiare un po' di lingua fiorentinesca che scrisse la Zagranella. Ma nè l'età, nè lo studio, nè la necessità di obbedire alle pretese del pubblico, che avendo messo il labbro su cibi squisitissimi più non sapeva star contento a vivande volgari, fecero che il Bazzoni potesse superare l'autore del Castello di Trezzo.... Anche nella Zagranella v'è la solita arte dell'intreccio e il segreto di tener sempre vivo l'interesse ne' lettori. Si può dunque concludere che il Bazzoni nacque colla vocazione del romanziere, ma gli mancarono al tutto le doti indispensabili allo scrittore. Anche se i suoi libri parvero qualche cosa al numeroso popolo dei lettori per disperazione, non furono destinati a far parte del patrimonio della nostra letteratura».
[25] Il Castello di Trezzo, novella storica di G. B. B.; terza edizione, riveduta e corretta dall'autore, Milano, presso Antonio Fortunato Stella e figli, 1828; in 18º con una incisione rappresentante gli avanzi del castello. Prezzo lire 2.50.
[26] Il Crepuscolo di Milano dà esso pure la palma al Castello di Trezzo. Ecco quello che scrive: «Walter Scott ebbe genio che precorse i tempi e i lenti progressi delle scienze storiche: egli indovinò la storia per intuizione e la risuscitò ne' suoi quadri. Nondimeno chi negherà che in essi il merito principale, e spesso anche il vizio, è l'abbondanza delle descrizioni, è la fotografica precisione dei dettagli? Chi negherà che gl'imitatori di Walter Scott, privi del suo genio, dovevano riescire, come riescirono, a quel genere di romanzo, che noi, per mancanza di altro nome, chiameremmo volentieri archeologico. E poichè il romanzo storico s'inaugurò da per tutto all'ombra della imitazione di Walter Scott, qual meraviglia se anche in Italia il primo romanzo che si possa chiamare storico appartenne a quel genere? Noi vogliamo parlare del Castello di Trezzo di G. B. Bazzoni. È libro che ai suoi tempi levò un bel rumore, non tanto, crediamo noi, per intrinseco merito, quanto per la sua piena conformità colle nuove esigenze del gusto. Vi era di che allettare le fantasie in quel breve racconto, il quale ci convitava in mezzo alle rovine d'un vecchio castello a narrarci una vecchia storia. Palpitanti ed ansiosi noi seguivamo l'autore per quegli avviluppati sotterranei, nido di malandrini; per quelle sale, ricostruite colà dove ora non crescono che ortiche e gramigne; per quell'antica Milano, colle sue case di mattoni rossi, colle sue finestre a sesto acuto, col suo popolo sì diversamente e sì bizzarramente abbigliato, co' suoi gonfaloni, e co' suoi collegi di magistrati e di artieri. E per tutto questo noi gli perdonavamo di buon grado la povertà dell'azione, dei dialoghi, la sprezzatura dello stile, i non lievi errori di storia e la imperfettissima riproduzione dell'epoca; tanto ci affascinava quel profumo di medio evo, quella viva e brillante esteriorità! E neppure essa era nuova. Già da qualche anno l'Italia possedeva l'Ildegonda del Grossi, la quale, valga il vero, che altro è se non un breve romanzo, consacrato a narrarci la storia d'un affetto e a narrarcela coll'ingenuo abbandono d'una poesia, che spesso non è tale se non per la rima ed il verso? Ivi pure trovavasi la vecchia Milano del primo risorgimento, rissosa, armigera, turbolenta; ivi pure abbondava il color locale. Ma ciò che trovavasi nella novella del Bazzoni, e non in quella del Grossi, era il connubio della invenzione colla storia propriamente detta, era l'amore del finto Palamede che intrecciavasi ai casi del vero e reale Bernabò Visconti, era la fantasia che interveniva a spargere de' suoi vaghi allettamenti la fosca tenebria d'una pagina storica. Diremo noi che il Bazzoni fu veramente il primo a tentare codesta unione del vero e del falso, e che fu la priorità del tentativo quella che specialmente gli valse l'applauso de' contemporanei? Comunque sia, certo è che il tentativo era troppo imperfetto. A compiere il voto dei tempi, a creare il romanzo, che veramente si meritasse il nome di storico, ben più che l'umile studio d'un imitatore, volevasi la potenza divinatrice d'un genio. E il genio non si fece a lungo aspettare».
Come si vede, Il Crepuscolo fa al Bazzoni la parte del leone; del Varese tocca di sfuggita, par che lo conosca di seconda mano, che non abbia letto nessuno de' suoi romanzi, a cominciare dalla Sibilla, la rivale del Castello di Trezzo. Infatti, dopo aver parlato del Manzoni, del Guerrazzi, del Maestrazzi, del Rosini, del Grossi, del Cantù, del Mauri, del D'Azeglio e del Canale, soggiunge: «fra i romanzieri minori uno dei più rimarchevoli è Carlo Varese, autore d'un Folchetto Malaspina, d'una Sibilla Odaleta e d'altri romanzi, che tutti rivelano spontaneità e ricchezza di fantasia». Cfr. Del Romanzo in Italia; nel periodico Il Crepuscolo, anno IV [1853], n. 33, pp. 520-524; n. 34, pp. 535-538; n. 35, pp. 555-559; n. 41, pp. 650-655; e n. 42, pp. 666-670.
[27] Il Castello di Trezzo, novella storica di G. B. Ba.....i; in Il Nuovo Ricoglitore, anno II [1826], parte I, pp. 335-351, 434-447; parte II, pp. 496-514, 566-575, 652-666, 743-755, 825-839 e 883-897; ann. III [1827], parte I, pp. 33-46, 180-193, 267-279 e 351-361.
[28] Sul frontespizio del tomo I della copia per la Censura, che dice: Gli | Sposi Promessi | storia milanese del secolo decimo settimo | scoperta e rifatta | da | Alessandro Manzoni, si legge: Admittitur | Bellisomi, e di fianco: 1511. I. R. Censura | Mil.º li 3 luglio 1824 | Imprimatur Zanatta. Del canonico Ferdinando Bellisomi, che era insieme I. R. Censore e Prefetto del Ginnasio di S. Alessandro, mi scrisse Niccolò Tommaseo che nella sua giovinezza ebbe lui pure a sperimentare di quest'uomo «la dignitosa temperanza esercitata nel difficile uffizio, e la cortesia tinta di gentile mestizia, e la bontà cordiale». Bartolommeo Zanatta era Primo Censore e Direttore dell'I. R. Uffizio centrale di Censura e Revisione dei libri in Milano. Lo stampatore, nel presentarglielo, lo accompagnò con questo biglietto: «R. I. Ufficio di Censura. Rassegno a codesto R. I. Ufficio di Censura il Primo Tomo del Romanzo storico del Sig.ͬ D.ⁿ Alessandro Manzoni, intitolato: Gli Sposi Promessi, dimandando la permissione della stampa. Milano, il 30 Giugno 1824. Vincenzo Ferrario».
[29] Nel settembre del 1826 n'erano già stampati quattordici fogli del terzo e ultimo volume, come si ricava da una lettera del Manzoni del 10 di quel mese. La sua figlia Giulia scriveva al Fauriel l'11 aprile del 1827: «Il babbo vi dice tante cose; egli lavora, e m'incarica di dirvi che crede finalmente d'essere arrivato al fine del suo eterno lavoro. Voi sapete che spesso un capitolo gli piglia delle settimane; la sua salute, sempre cattiva, n'è cagione; così dunque è quasi finito, ma quando sarà finalmente finito?» Otto giorni dopo Ermes Visconti, scrivendo esso pure al Fauriel, gli dava questi ragguagli: «Alessandro è quasi al punto di consegnare allo stampatore gli ultimi capitoli del suo romanzo. Lo avremo, spero, nel mese di maggio». Il 5 di maggio la Giulia tornava a scrivere al Fauriel: «Il babbo vi manda quattro nuovi quaderni pel sig. Trognon» (lo sperato traduttore de' Promessi Sposi), «che gli saranno necessari, s'egli non è già stanco di questa briga... Il terzo volume del romanzo si stampa; si spera che sarà finito pel fine di questo mese, o al più per il principio dell'altro». In una lettera di Tommaso Grossi, del medesimo giorno, si legge: «A giorni uscirà in luce il romanzo del nostro Alessandro, aspettato e sospirato». La Giulia così ne riparla nella sua lettera del 5 giugno al Fauriel: «Eccomi anche questa volta a scrivervi per il babbo... Per la prima occasione che si presenterà vi manderà il resto de' fogli, che saranno, com'egli crede, presso a poco quattro; ve ne manda otto fra tanto, non avendone pronti di più... Voi vedete che noi possiamo finalmente sperare che questo eterno romanzo sarà pubblicato; ed era tempo, di scriverlo e gli altri di attenderlo». L'11 dello stesso mese di giugno il Manzoni stesso gli scrisse: «Respice finem, cher ami; c'est pour moi une véritable consolation de penser que désormais je vous entretiendrai d'autre chose que de cette fastidieuse histoire, dont je suis ennuyé moi-même autant que dix lecteurs: moi, dis-je; pour vous, je vous le laisse penser. Voici donc, pour finir d'en parler, les dernières feuilles du dernier volume; vous aurez la bonté de les transmettre a M.ͬ Trognon, s'il n'a jeté la plume après l'écritoire... Je vous préviens aussi que, aussitôt que le trois volumes seront en état de paraître (ce qui sera dans trois ou quatre jours), je chercherai un libraire qui ait quelque correspondant à Paris pour y envoyer cinq ou six exemplaires. Ils vous seront adressés, cher ami, et vous aurez la bonté et la peine d'en faire la distribution. Mais aussi ce sera la fin de la fin». Col seguente biglietto il Manzoni accompagnava un esemplare de' Promessi Sposi al dott. Giuseppe De Filippi, il 18 di giugno: «Se l'autore di questa filastrocca avesse potuto immaginarsi che il chiarissimo cav. dott. De Filippi, volesse dare alla lettura di essa una parte del suo tempo prezioso, non avrebbe certamente indugiato fin ora a pregarlo di gradirne una copia».
[30] Bosio F., Opere—vita di F. D. Guerrazzi, Milano, tip. editrice lombarda, 1877; p. 39.
[31] Albertazzi A., Il Romanzo, Milano, Vallardi, 1904: p. 227.
[32] Bertacchi A., Storia dell'Accademia Lucchese; in Memorie e documenti per servire alla storia di Lucca, tom. XIII, parte I, pp. 65-67.
[33] Risposta di P. T. al Signor C. pisano intorno l'opera di F. D. Guerrazzi; in-8, di pp. 15. Manca il nome dello stampatore, l'anno e il luogo, ma fu impressa a Livorno, co' tipi de' fratelli Vignozzi, nel 1826.
[34] Guerrazzi F. D., Lettere, per cura di Ferdinando Martini, Torino, Roux, 1891; I, 5-8.
[35] Mangini A., F. D. Guerrazzi, cenni e ricordi ad illustrazione di sei scritti pubblicati in appendice, Livorno, Giusti, 1904; pp. 3-5.
[36] Guastalla R., La vita e le opere di F. D. Guerrazzi, con appendice di documenti inediti, Rocca S. Casciano, Cappelli, 1903; I, 314.
[37] Detratte le spese, il guadagno ricavato dalla vendita del romanzo doveva spartirsi tra l'autore e gli editori. Le spese ammontarono a lire toscane 2209.10; l'utile netto a lire 78.313.40. Per aver la sua parte, bisognò che il Guerrazzi il 13 maggio del '29 ricorresse a' tribunali. Il 22 agosto del '44, come si rileva da una sua lettera, la Battaglia contava «in Italia e a Parigi» già «dodici edizioni».
[38] La Battaglia di Benevento, storia del secolo XIII, scritta dal dott. F. D. Guerrazzi, Livorno, presso Bertani, Antonelli e comp. all'insegna del Palladio, 1827-1828; volumi quattro in-16. di pp. 239, 263, 143 e 249, con una vignetta nel primo.
Il 1º maggio del '28 il libraio Giuseppe Pomba di Torino così la annunziava nel catalogo delle edizioni «recentemente» entrate nel suo negozio: «Hanno i migliori critici nostri convenuto essere il romanzo storico opera degna degl'Italiani, e, senza parlare della rinomata opera di Manzoni, già da tutti conosciuta, lo hanno già coll'esempio dimostrato altri valenti scrittori. Il romanzo del sig. Guerrazzi tratta il gravissimo fatto della caduta di Manfredi lo Svevo e dello stabilimento di Carlo d'Angiò nel regno di Napoli, avvenuto il 1265. Per l'importanza dell'argomento, non meno che pei pregi dello stile, egli è certo un de' migliori che siano finora usciti in tal genere». Nella Gazzetta di Genova del 4 giugno '28 si legge questo avviso: «Libri nuovi. I tipografi Bertani, Antonelli e C. di Livorno hanno pubblicato il tomo 4º e ultimo del nuovo romanzo storico: La Battaglia di Benevento, storia del secolo XIII. Letterati di gran conto hanno trovato questo lavoro del dott. Guerrazzi degno degl'Italiani e trattato con quella verità di stile e di caratteri, propri de' tempi che abbraccia. Trovasi vendibile in Genova in 4 volumi in-12. al prezzo di lire due dal libraio Ferdinando Ricci». Intorno alle varie edizioni che ne furono fatte cfr. Vismara A., Bibliografia di F. D. Guerrazzi; aggiuntavi una raccolta di scritti e giudizi su di lui, Milano, 1880; in-16.—Graziano G., Bibliografia Guerrazziana; nella Rivista delle Biblioteche e degli Archivi, ann. XV [1904], vol. XV, n. 11-12, pp. 191-192.
[39] Biblioteca italiana, tom. LXI, gennaio 1831; pagine 47-61.
[40] Antologia, tom. XXXI, n. 92, agosto 1828, pp. 73-100.
[41] Indicatore Genovese, n. 16 e n. 17, agosto 1828. Cfr. Mazzini G., Scritti editi e inediti [quarta edizione], vol. II, Letteratura, vol. I, pp. 61-72.
[42] Il Tommaseo così finiva la giusta rampogna: «Tronchi l'A. dalla sua storia tutte le declamazioni, le troppo smaccate manifestazioni del sentimento suo proprio; e quella storia sarà, non dubito d'affermarlo, una delle più notabili produzioni letterarie del secolo. Ma così, com'ell'è, tutta amareggiata di fatalismo, tutta traboccante di giovenili rancori, malgrado la tanta sua bellezza ed originalità, non può vivere».
[43] Il Bini venne ferito la sera del 2 decembre 1827.
[44] Allude alla famiglia, dove non trovò affetto. Il padre, come nota il Guastalla, era «reso infelice dall'asprezza, dalla malinconia, dalle dure condizioni economiche con cui fu costretto a lottare, e in gran parte dal carattere della moglie». Della madre scrive lo stesso Guerrazzi [Note autobiografiche, Firenze, Successori Le Monnier, 1899; p. 189]: «la mia virtù mi ha impedito di odiarla, di più non ho potuto». Un giorno essa, «tolta fuori di sè da cieca ira», lo ferì, e il figlio, ricordandolo, esclama: «quel sangue scrisse in caratteri che non si cancellano, avermi dato la Natura una madre, avermela negata l'affetto. Scorre pure solitaria la vita quando sull'aurora dei nostri giorni diventa vedova di amore, così necessario e così sacro».
[45] Appunto per questo culto, il suo vecchio maestro Giambattista Spotorno, nel dar ragguaglio della Battaglia di Benevento nel Giornale Ligustico di Genova, da lui diretto [ann. II, fasc. 4. luglio-agosto 1828, pp. 397-399], piangeva «le stravaganze di un giovine che datosi in balìa ad una troppo vivace immaginazione, travolto dalla lettura del Byron, più non ravvisa nell'uomo che la perfidia e la disperazione». Della Battaglia discorse Giuseppe Bianchetti nella Continuazione del Giornale sulle scienze e lettere delle Provincie Venete, n.º 2. pag. 125 e segg. Ne tratta diffusamente Cesare Fenini [F. D. Guerrazzi, studi critici, Milano, Hoepli, 1874; pp. 75-162] e prende anche «a mostrare» [pp. 43-74] «in che e per quali cause il Manzoni sia riescito assai superiore al Guerrazzi». Cfr. pure: Fiorentino L., La giovinezza di F. D. Guerrazzi e la Battaglia di Benevento, Firenze, tip. Baroni e Lastrucci, 1900; in-16.
[46] «Forse il sig. Bertolotti si lasciò indurre a tanto schiccherar di romanzi dall'immenso guadagno di Walter Scott; ma se tale fu lo scopo suo, ci dispiace ch'egli andato sia nelle sue speranze miseramente fallito». Così, e non senza veleno, la Biblioteca italiana; la quale lo chiama con ragione: «sdolcinato nello stile, talvolta imitator servile degli ultramontani, nè mai pittor de' costumi, nel che consistere dovrebbe il pregio di questo genere di componimenti». Cfr. Prospetto delle lettere, arti e scienze nell'Italia; nella Biblioteca italiana, fascicolo di gennaio e febbraio 1826; pp. 56-57.
[47] Bertolotti D., Brevi ricordi della mia vita letteraria; in Brofferio A., I miei tempi; XIII, 233.