Due modi abbiam da veder l'alte e care
Grazie del ciel: l'uno è guardando spesso
Le sacre carte, ov'è quel lume espresso
Che all'occhio vivo sì lucente appare;
L'altro è alzando dal cor le luci chiare
Al libro della croce, ov'egli stesso
Si mostra a noi sì vivo e sì dappresso,
Che l'alma allor non può per l'occhio errare.
Altrove prorompe:
Deh, potess'io veder per viva fede,
Lassa! con quanto amor Dio n'ha creati.
Con che pena riscossi, e come ingrati
Semo a così benigna alta mercede:
E come Ei ne sostien; come concede
Con larga mano i suoi ricchi e pregiati
Tesori; e come figli in Lui rinati
Ne cura, e più quel che più l'ama e crede.
E com'Ei nel suo grande eterno impero
Di nuova carità l'arma ed accende,
Quando un forte guerrier fregia e corona.
Ma poi che, per mia colpa, non si stende
A tanta altezza il mio basso pensiero,
Provar potessi almen com'Ei perdona.
Dalla fiducia nel sacrifizio di Cristo è tutto ispirato il seguente sonetto:
Tra gelo e nebbia corro a Dio sovente
Per foco e lume, onde i ghiacci disciolti
Sieno, e gli ombrosi veli aperti e tolti
Dalla divina luce e fiamma ardente.
E se fredda ed oscura è ancor la mente,
Pur son tutti i pensieri al ciel rivolti;
E par che dentro il gran silenzio ascolti
Un suon che sol nell'anima si sente.
E dice: Non temer, chè venne al mondo
Gesù, d'eterno ben largo ampio mare,
Per far leggero ogni gravoso pondo.
Sempre son l'onde sue più dolci e chiare
A chi con umil barca in quel gran fondo
Dell'alta sua bontà si lascia andare[546].
Le sue poesie spirituali, sebbene artefatte e dialettiche più che immaginose e sentite, sono delle migliori d'allora, e rivelano una profonda religione, qual doveva penetrare le anime virtuose, che deplorando i mali della patria, gli attribuivano alla depravazione de' Cristiani e alla negligenza de' prelati. Onde scriveva:
Veggio d'alga e di fango omai sì carca,
Pietro, la nave tua, che, se qualch'onda
Di fuor l'assal, d'intorno la circonda,
Potria spezzarsi e a rischio andar la barca.
La qual, non come suol leggera e scarca
Sovra 'l turbato mar corre a seconda,
Ma in poppa e 'n prora, all'una e all'altra sponda
È grave sì, ch'a gran periglio varca.
Il tuo buon successor, ch'alta cagione
Dirittamente elesse, e cor e mano
Muove sovente per condurla a porto.
Ma contro 'l voler suo ratto s'oppone
L'altrui malizia; onde ciascun s'è accorto
Ch'egli senza il tuo ajuto adopra invano.
Adduconsi principalmente il Pianto della marchesa di Pescara sopra la passione di Cristo, e l'orazione sopra l'Ave Maria[547] onde provare come ella aderisse alle dottrine nuove. Noi però osserveremo come ella assoggetti la sua ragione alla cristiana umiltà:
Parrà forse ad alcun che non ben sano
Sia 'l mio parlar di quelle eterne cose,
Tanto all'occhio mortal lontane e ascose,
Che son sovra l'ingegno e il corso umano.
Non han, credo, costor guardato 'l piano
Dell'umiltade, e quante ella pompose
Spoglie riporti, e che delle ventose
Glorie del mondo ha l'uom diletto invano.
La fe mostra al desio gli eterni e grandi
Obblighi, che mi stanno in mille modi
Altamente scolpiti in mezzo al core.
Lui che solo il può far prego che mandi
Virtù, che sciolga e spezzi i duri nodi
Alla mia lingua onde gli renda onore.
E ancor meglio in quest'altro sonetto:
Quel pietoso miracol grande, ond'io
Sento per grazia le due parti estreme
Il divino e l'uman, sì giunte insieme,
Ch'è Dio vero uomo, e l'uomo è vero Dio,
Erge tant'alto il mio basso desio
E scalda in guisa la mia fredda speme,
Che 'l cor libero e franco or più non geme
Sotto l'incarco periglioso e rio.
Con la piagata man dolce e soave
Giogo m'ha posto al collo, e lieve il peso
Sembrar mi face col suo lume chiaro.
All'alme umili con secreta chiave
Apre il tesoro suo, del quale è avaro
Ad ogni cor d'altere voglie acceso.
Fu essa a Ferrara nel 1537 al tempo della duchessa Renata, che vedremo calda fautrice di Calvino, e forse per mezzo di essa legò relazione con Margherita regina di Navarra, corifea de' Riformati in Francia, e le diresse una lettera di questo tenore:
«Le alte e religiose parole della umanissima lettera di vostra maestà mi dovriano insegnare quel sacro silenzio, che invece di lode si offerisce alle cose divine. Ma temendo che la mia Riverenza non si potesse riputare ingratitudine, ardirò, non già di rispondere, ma di non tacere in tutto, e solo quasi per inalzare i contrapesi del suo celeste orologio, acciocchè, piacendole per sua bontà di risonare, a me distingua ed ordini l'ore di questa mia confusa vita, fintantochè Dio mi concederà di udire vostra maestà ragionare dell'altra con la sua voce viva, come si degna di darmene speranza. E se tanta grazia l'infinita bontà mi concederà, sarà compiuto un mio intenso desiderio, il quale è stato gran tempo questo, che, avendo noi bisogno in questa lunga e difficil via della vita, di guida che ne mostri il cammino, con la dottrina e con le opere insieme ne inviti a superar la fatica. E parendomi che gli esempj del suo proprio sesso a ciascuno siano più proporzionati, ed il seguir l'un l'altro più lecito, mi rivoltai alle donne grandi d'Italia per imparare da loro e imitarle; e benchè ne vedessi molte virtuose, non però giudicava che giustamente l'altre tutte quasi per norma se la ponessero. In una sola fuor d'Italia s'intendeva esser congiunte le perfezioni della volontà, insieme con quelle dell'intelletto..... Certo non mi sarà difficil viaggio per illuminare l'intelletto mio e pacificare la mia coscienza; e a vostra maestà penso che non sia discaro per aver dinanzi un subjetto ove possa esercitar le due più rare virtù sue; cioè l'umiltà, perchè s'abbasserà molto a insegnarmi, e la carità, perchè in me troverà resistenza a ricever le sue grazie.... Potessi io almeno servire per quella voce che nel deserto delle miserie nostre esclamasse a tutta Italia di preparar la strada alla venuta di vostra maestà! Ma mentre sarà dalle alte e reali sue cure differita, attenderò a ragionar di lei col reverendissimo di Ferrara, il cui bel giudizio si dimostra in ogni cosa, particolarmente in riverir la maestà vostra. E mi godo di vedere in questo signore le virtù in grado tale che pajono di quelle antiche nell'eccellenza, ma molto nuove agli occhi nostri, troppo omai al mal usati. Ne ragiono assai col reverendissimo Polo, la cui conversazione è sempre in cielo, e solo per l'altrui utilità riguarda e cura la terra: e spesso col reverendissimo Bembo, tutto acceso di sì ben lavorare in questa vigna del Signore»[548].
La regina Margherita rispondendo la ringrazia delle lodi datele, protestando di ben poco meritarle. «Per il di dentro io mi sento sì contraria alla vostra buona opinione, che io vorrei non aver vedute le vostre lettere se non per la speranza che ho, che, mediante le vostre buone preghiere, elle mi saranno uno sprone per uscire dal luogo ov'io sono, e cominciare a correre appresso di voi.... alla qual cosa è necessaria la continuanza delle vostre orazioni e le frequenti visitazioni delle vostre utili scritture...... Vostre lettere più che giammai desidero di avere, e ancor più di essere così avventurosa, che in questo mondo possi da voi udir parlare della felicità dell'altro».
Le espressioni della devota marchesa sentono la cortigianeria d'allora, più che un assenso ai pensamenti della regina. E nelle sue poesie troviam invocati e Maria e gli Angeli e i Santi, nominatamente Caterina e «Francesco, in cui, siccome in umil cera, con sigillo d'amor sì vivo impresse Gesù l'aspre sue piaghe»: e manda in regalo un Redentore, e altra volta:
L'immagin di Colui v'invio che offerse
Al ferro in croce il petto, onde in voi piove
Dell'acqua sacra sua sì largo rivo.
Ma sol perchè, signor, quaggiuso altrove
Più dotto libro mai non vi s'aperse
Per lassù farvi in sempiterno vivo.
Il Boverio, annalista de' Cappuccini, ci racconta come a Ferrara la Colonna tolse a proteggere i Gesuiti, introdotti di fresco, e assistette anche di denaro i Cappuccini, a favor de' quali (egli racconta) s'adoprò acciocchè potesse raccogliersi il loro capitolo generale del 1535, sollecitatavi da frà Bernardino Ochino, che poi apostatò; a tal uopo essere ella andata anche al papa, ed espugnatone l'ordine di adunarlo. Noi potremmo opporre che ad essa è dedicata la Nice di Luca Contile, opera tutt'altro che casta, sebben l'autore fosse secretario del cardinal di Trento.
Ritirata, come dicemmo, nel convento di santa Caterina a Viterbo, la Colonna v'avea frequenti colloqui col cardinale Polo ivi residente e col Flaminio[549], col Carnesecchi ed altri amici di lui, studiosi della Scrittura. Non è superfluo l'addur questa lettera di essa al cardinale Cervini, che fu poi papa Marcello II:
Da Viterbo il 4 dicembre 1542.
«Illustrissimo e reverendissimo monsignore,
«Quanto più ho avuto modo di guardar le azioni del reverendissimo monsignor d'Inghilterra, tanto più mi è parso veder che sia vero e sincerissimo servo di Dio. Onde, quando per carità si degna risponder a qualche mia domanda, mi par di esser sicura di non poter errare seguendo il suo parere. E perchè mi disse che gli pareva che, se lettera o altro di frà Bernardino (Ochino) mi venisse, la mandassi a vostra signoria reverendissima, senza risponder altro se non mi fosse ordinato, avendo avuto oggi la alligata col libretto che vedrà, ce le mando: e tutto era in un plico dato alla posta qui da una staffetta che veniva da Bologna, senza altro scritto dentro. E non ho voluto usar altri mezzi che mandarle per un mio di servizio; sicchè perdoni vostra signoria questa molestia, benchè, come vede, sia in stampa, e Nostro Signor Dio la sua reverendissima persona guardi con quella felice vita di sua santità che per tutti i suoi servi si desidera.
«PS. Mi duole assai che, quanto più pensa (l'Ochino) scusarsi, più si accusa, e quanto più crede salvar altri da un naufragio, più gli espone al diluvio, essendo lui fuor dell'arca che salva e assicura».
Così l'umiltà salvava da quegli eccessi, a cui talvolta trae la soverchia concentrazione, sia pure ne' sentimenti più autorizzati. Molto ella ammirava il cardinal Contarini, e quando morì a Bologna il 24 agosto 1542, compiangeva perchè
Potean le grazie e le virtù profonde
Dell'alma bella, di vil cose schiva
Ch'or prese il volo a più sicura riva
Vincendo queste irate e torbid'onde,
Rendere al Tebro ogni sua gloria antica;
E all'alma patria di trionfi ornata
Recar quel tanto sospirato giorno
Che, pareggiando il merto alla fatica,
Facesse quest'età nostra beata
Del gran manto di Pier coperta intorno.
Nella qual occasione a suor Serafina Contarini dirigeva condoglianze, ricordandosi «delle sue pie e dolci lettere, quando convitava quello amatissimo fratello a desiderar di ritrovarsi con lei alla vera patria celeste, e della domanda che gli fe di esponer certi salmi, che dinotava aver la morte, passione e resurrezione di Cristo sempre impressa nel cuore». Ed enumera i meriti del defunto, e «l'ottimo e divino esempio che dava a ciascuno, e la molto importante utilità alla Chiesa, alla pace e al quieto viver nostro. Ma dovemo esser sicuri che l'infallibil ordine de re, signore e capo di tutti noi, sa il migliore e più atto tempo di tirare a sè le membra sue. Rimane solo la perdita della sua dolcissima conversazione, e il profitto di santissimi documenti suoi... Or altra spiritual servitù non mi resta che questa dell'illustrissimo e reverendissimo monsignor d'Inghilterra (Polo), suo unico, intimo e verissimo amico e più che fratello e figlio: qual sente tanto questa perdita, che 'l suo pio e forte animo, in tante varie oppressioni invittissimo, par l'abbia lasciata correre a dolersi più che in altro caso che gli sia occorso giammai».
Ma il suo affetto principale restava pel cardinale Polo: e quand'esso partì pel Concilio di Trento, minacciato sempre dagli assassini, essa il raccomandò caldissimamente al cardinale Morone, e nel processo fatto poi a questo trovammo varie lettere, per verità oscure e dubbie[550]. Eccone una da Viterbo il 30 novembre:
«Con molti servizj etiam che da Dio mi fossero date potenti occasioni, non potrei mostrare alla signoria vostra la mia volontà di servirla, nè esplicarle le securtà che mi dette allorchè, umanamente e con tanta cristiana affezione, mi disse che, in Cristo fondando ogni mia fede, credessi che la signoria vostra reverendissima faria per monsignor d'Inghilterra quel che gli fosse possibile, e che sperava andasse e tornasse come si desiderava da tutti li servi del Signore. Ed avendo poi inteso che continua in vostra signoria reverendissima questa sollecitudine, dimostrandola ogni ora con evidentissimi segni, mi allegra tanto e mi conferma sì nella presa speranza, che non ho potuto lasciar di molestar vostra signoria con questa mia, ringraziando Dio in Lei che si sia degnato legar in tanta unione col vincolo della vera pace due suoi sì cari amici, e di costituirmele serva in modo, che, absente da loro, senta consolazione della divina carità che si fanno insieme, massime che la mia estrema indignità mi toglie l'impedimento che suol dare l'invidia, ancora fosse santa e buona; e mi lascia umilmente godere che Cristo, unico signore capo e ogni ben nostro, abbia voluto che insieme conferiscano gli ampli tesori e inestimabili divizie sue, e gli abbia eletti ad un tanto e sì importante effetto. E qui non si manca da queste purissime spose di Cristo pregarlo che tolga ogni impedimento e ogni dilazione a perficere le ottime aspirazioni delle signorie vostre, sempre conformi, e rimesse alla sua suprema e rettissima volontà così in man della signoria vostra di comandarmi al mezzo di monsignore, che per troppa sua umiltà o per mia troppa indegnità non vuol che pensi pur di servirla, sia da me servito in lei, che certo non potrà fare maggior carità che essere occasione che io non mi alleviassi tanto peso di obbligo che ho con vostra signoria reverendissima che è di prezzo tanto, quanto per me vale l'anima mia quando la riguardo in Cristo, ove lui, come suo istromento, me la fa vedere e sentire ogni momento la grandissima verità che Iddio gli ha posto nel cuore, riguardato e conosciuto da quel di vostra signoria reverendissima con altro lume che non fo io. Piaccia al Signore di aumentarli in grazia sua, e favorirli quanto per sua gloria gli bisogna».
«PS. Non lascerò di dire a vostra signoria questo a mia confusione, che, quando il senso talor, imitando la madre del giovane Tobia, mormora de' timori per le insidie fatte a monsignor, subito lo spirito gli risponde, Satis fidelis est vir ille cum quo dimisimus eum. Sicchè vostra signoria vede che fa l'officio dell'angelo».
Più tardi lo ringraziava di quanto fece per esso monsignor d'Inghilterra, e «quando riguardo vostra signoria reverendissima e monsignor Polo insieme in una medesima stanza, non mi ammiro se, da una stessa virtù riscaldati, non si saziano d'accendersi l'uno l'altro: ed io sola fredda ed inferma, scrivo consolata della certezza che pregano il Signor nostro per me, e che vostra signoria si degni servirsene, che certo più che mai si rinforzano qui da queste buone madri l'orazioni per lei».
In altra lettera gli ha invidia della «sua molta umiltà, sapendo quanto è differente il concetto che ne hanno quelli che in Cristo il conoscono; e rimpiange la conversazione che avea con lui «massime quando le ragionava di quel libro che sì bene apre spesso»[551]. Confesso a vostra signoria che mai a persona fui più obbligata che al Polo, e ora in tanto spirito che nelli suoi scritti non si degna nominare altro che Gesù, come poi la signoria vostra vedrà con grazia di Dio, qual si degni sempre mandarlo di consolazione in consolazione, finchè sia abbracciato dalla vera e eterna in quella patria, dove solo guardando, si fa ogni faticoso peregrinaggio felice».
Le tribulazioni che il Polo soffre, e fatiche e calunnie «niente mi molestano, chè troppo saldo è il suo fondamento, e troppo ben compatto e stagionato l'edifizio con mille ferme colonne di esperienza, in modo che tutte le tribulazioni son sicuri testimonj della sua fede invittissima: ed ogni vento contrario accende il lume della sua speranza: e quanta opposizione gli può dar il mondo nelle opere che fa, vedo sempre al fine che son della sua divina carità, arsa ed estinta di maniera, signor mio, che ardisco dire che me ne ha presa, per Dio grazia, qualche scintilla, sicchè non serbo la metà dell'amaritudine che sentirei in tutte le difficoltà e molestie che mi occorsero: e con certi suoi amorosi e dolci modi cristiani ha fatto che, in due anni, io non ho saputo dove mi tener la testa... ma in questo caos mi fece sentire che doveva alzare gli occhi in un altro modo a quel lume, che poteva illuminare lui secondo li miei bisogni, e non secondo la mia volontà. E così fo, ogni cosa reputando egualmente venir da Cristo, pigliando sommo piacere delle consolazioni quando Dio per suo mezzo le manda a me.... Quando non vengono, non quanto solevo mi doglio, ma mi umilio, o a dir meglio cerco di umiliarmi».
«Sto bene in questo silenzio (di Viterbo) e quanto più, per grazia di Dio, il gusto, più compassione ho alla signoria vostra reverendissima: ma il Signore con tanta pace le parli dentro, che non senta li strepiti di fuora, come la mia debilità li sentiva..... Considerando lo stato di vostra signoria reverendissima, non so se più compassione gli debbo avere o quando è con le turbe servendo Cristo nelli suoi fratelli, o quando è solo con Cristo, vedendo i fratelli di lui: massime che, essendo il corpo in fatica, e la mente desiderando la solitudine, mi fa chiaro il copioso fonte d'ogni grazia non gli lascia tanta sete senza dargli spesso qualche dolce poto, acciocchè o col desiderio o coll'effetto sostenga la sua cristianissima vita».
«Avendomi detto che non lo laudi mai, mi bisogna tacere. Che se in questa materia avessi potuto allargarmi, vostra signoria reverendissima avria visto il caos d'ignoranza ove io era, e il labirinto di errori ov'io passeggiava sicura, vestita di quell'oro di luce, che stride senza star saldo al paragone della fede, nè affinarsi al fuoco della vera carità: essendo continuo col corpo in moto per trovare quiete, e con la mente in agitazione per aver pace. E Dio volle che da sua parte mi dicesse Fiat lux, e che mi mostrasse esser io niente, e in Cristo trovare ogni cosa».
«.....Sapendo io il credito che monsignor ha alla signoria vostra e la reverenza che monsignor Luisi (Priuli) e monsignor Marcantonio (Flaminio) le hanno, la supplico a tenerli spesso ricordati che attendano con ogni possibil diligenza alla sua guardia, lasciando in questo a sua signoria la guardia severissima della sua intrepida fede, considerando che Dio gli ha eletti fra tanti altri suoi servi a custodire questo membro suo, il qual a me pare che faccia sempre male, come che si muova o a dextris secondo lo spirito suo, a sinistris secondo la carne mia.....»
E al cardinale d'Inghilterra:
«Sa il Signor nostro che per altro non desidero eccessivamente di parlar con vostra signoria se non perchè vedo in lui un ordine di spirito, che solo lo spirito lo sente: e sempre mi tira in su a quell'amplitudine di luce, che non mi lascia troppo fermare nella miseria propria: anzi con sì alti sostanziosi concetti mi mostra la grandezza di lassù e la bassezza e nichilità nostra, che, vedendo noi stessi e tutte le cose create servirci a questa, bisogna trovarci soli in Colui che è ogni cosa. E quanto più ho bisogno di parlare alla vostra signoria, non per ansia nè dubbj nè molestia che abbia o tema d'avere per bontà di colui che mi assicura, ma perchè ogni volta che la vostra signoria parli di quel stupendissimo sacrificio, della eterna destinazione, dell'esser preamati, e di quel pane ascondito trovato su quelli monti e fonti che scrive....., fa star l'anima sull'ali, sicura di volar al desiderato nido; sicchè tanto è per me parlare con vostra signoria come con un intimo amico dello Sposo che mi parlerà per questo mezzo, e mi chiama a lui, e vuol che ne ragioni per accendermi e consolarmi».
Chi ha letto santa Teresa e la beata di Chantal non istupirà dell'affetto, che del resto, in donna, radamente si scompagna dalla venerazione. E forse il Priuli ne faceva appunto a Vittoria, la quale gli rispondeva: «La cosa è sì perfetta, l'affezione mia sì giusta, debita e santa, così utile all'anima mia, sì cara e grata a Dio, che mi andrei solo ritirando, come si suol ritirare la mente dalla troppo fissa orazione e dolcezza dello spirito, acciò ritorni a servir gli altri prossimi per esercitar la carità, perchè con monsignor esercito più la fede, ricevendo assolutamente da Dio quanto lui fa: sicchè sempre sono obbligatissima al dolcissimo mio e reverendissimo Morone, che in tutti i modi mi fa consolata».
Chi poi, in questi ultimi anni, ha potuto assistere in Parigi ai convegni della signora Swetchine, e attorno a questa intelligente russa vedere raccolti Lacordaire, De Falloux, Montalembert, Dupanloup ed altri caporioni della scuola cattolica, nell'intimo bisogno di dirsi un all'altro il proprio pensiero sulle quistioni supreme, e di accomunar le melanconie della gioja e l'istruzione dei dolori, nel penoso rispetto del diritto e nel disgusto delle defezioni e delle debolezze; e riconoscere che, per arrivare all'oasi, bisogna attraversare il deserto; assicurarsi che, quando non si prenda la vita dal lato di Dio, non si sbriga questa matassa arruffata; e scontenti del mondo e di sè, contenti di Dio, con amabile semplicità accattare la solenne espiazione, e sostenersi vicendevolmente a soffrire, nella persuasione superna che Dio sa quel che fa, e nella mondana che, senza i colpi dell'avversità, ci sarebbe ancora del ferro ma non dell'acciajo; chi gli ha veduti, dico, gode immaginarsi che qualcosa di simile avvenisse attorno alla marchesa poetessa, fra quelle pie persone, cupide di sottrarsi al doloroso supplizio dell'incertezza. Deh, perchè in tanti studj di drammatizzar il passato, nessuno toglie a ravvivar quelle sante e dotte confabulazioni, che allora dovettero passare a Viterbo fra queste anime pie, nel mentre in Germania straziavansi e a vicenda si bestemmiavano i predicatori del disenso?
La Vittoria morì poi a Roma uscente il febbrajo 1547, e udimmo come la compiangesse Michelangelo, il quale doleasi d'una cosa, di non averla baciata quando la vide cadavere.
Proseguendo, noi avremo a indicare altri, per malizia o per leggerezza imputati di eresia: oltrechè questa era divenuta l'accusa che paleggiavasi fra avversarj, con troppo solita slealtà: onde il cardinale di Ravenna scrive al cardinale Contarini: «Sendo questa città parzialissima, nè vi rimanendo uomo alcuno non contaminato da questa macchia delle fazioni, si van volentieri, dove l'occasion s'offerisce, caricando l'un l'altro da nimici»[552].
Federico Fregoso genovese, dottissimo in greco ed ebraico, fu involto nelle vicende della sua patria e della sua famiglia e nelle guerre contro i Barbareschi, adoprato in negozj scabrosi, caro ai migliori d'allora, riordinatore della diocesi di Gubbio, e autore del Pio e cristianissimo trattato dell'orazione. Eppure i Protestanti lo annoverano fra i loro[553], ma per frode, avendo fintamente apposto il suo nome all'opuscolo Della giustificazione e delle opere, e alla Prefazione alla lettera di san Paolo ai Romani.
Il Rucellaj, nelle Api, esponendo la dottrina di Pitagora che tutte le cose sian avvivate da un'anima divina, le corporee come le incorporee, le ragionevoli come le brute, e che da quella provengano le anime nostre e a quella ritornino, continua:
Questo sì bello e sì alto pensiero
Tu primamente rivocasti in luce,
Trissino, con tua chiara e viva voce:
Tu primo i gran supplizj d'Acheronte
Ponesti sotto i ben fondati piedi
Scacciando la ignoranza de' mortali (698-704).
Da questi versi, che io lascio lodare ad altri, s'indurrebbe che il poeta Giorgio Trissino insegnasse l'anima del mondo; ma invece di negare ciò, come altri fece[554], poteasi vedervi l'abitudine, allora abbastanza estesa, di discutere e sostenere le opinioni anche le più lontane dall'ortodossia, come chiarimmo parlando della scuola di Padova, dove appunto predicavasi la dottrina d'Averroè sull'universalità dell'anima. Quanto all'altra parte, vorrebbe dire che il Trissino togliesse la paura dell'inferno, disnebbiando gli intelletti; ma ognuno vi riconosce un'infelice imitazione di Virgilio[555].
Il Trissino, placido ingegno, ch'ebbe onori e incarichi fin di ambascerie da due papi, nell'Italia Liberata, poema che tutti conoscono e nessuno legge, s'avventa contro i preti, i quali «spesse volte han così l'animo alla roba, che per denari venderiano il mondo», e da un angelo fa vaticinare a Belisario in quanta corruzione cadrebbe la Corte romana, sicchè i papi non penserebbero che a rimpolpare i loro sterponi con ducati, signorie, paesi; conferire sfacciatamente cappelli ai loro mignoni e ai parenti delle loro bagasce; vendere vescovadi, benefizj, privilegi, dignità, o collocarvi persone infami; per denaro dispensare dalle leggi migliori, non serbare fede, trarre la vita in mezzo a veleni e tradimenti, seminare guerre e scandali fra principi cristiani, sicchè i Turchi e i nemici della fede se n'ingrandiscano: e conchiude che il mondo ravvedutosi correggerà questo sciagurato governo del popolo di Cristo.
Non era il concetto medesimo, per cui, nel secolo precedente, alcuni pii aveano fantasticato la venuta d'un papa angelico? Del resto il dire che la Corte romana era corrotta, venale la dateria, ribalda la sua politica, non curare le scomuniche, ridere dei frati, disapprovare il mercimonio delle indulgenze, impugnare le decretali, vedemmo consuetissimo in Italia: e il Trissino non facea che seguitare la moda; nè cotesta sua libertà pruova altro se non ciò che altrove mostrammo, quanto fossero tollerate le declamazioni contro di abusi, che si confessavano anche quando non si provedeva a correggerli.
E come oggi il liberalismo politico professa di volere la libertà, nel mentre i conservatori pretendono combatterlo in nome anch'essi della libertà, altrettanto accadeva allora del liberalismo religioso. Molti potevano lealmente credere che, se il papato era stato necessario per l'educazione de' Barbari, allora si poteva omai dispensarsene: che la critica non farebbe se non appurare la Chiesa e consolidare il dogma; non essendosi ancora veduto, come oggi vediamo, succedersi dottrine tutte cangianti, tutte attaccabili, senza autorità nè coerenza, al punto che gli spiriti non si inebriassero più che del dubbio. E in generale si sapeva, o almen si sentiva, che riformare non è distruggere; che le riforme opportune e durevoli debbono venire dall'amore non dalla collera, dall'autorità che dirige, non dalla violenza che scompiglia.
Ma chi assiste alla turpitudine degli odierni pugillatori non si meraviglierà che allora si accusassero di eresia i nemici. A tacere il Muzio, l'Aretino, il Franco e simil ciurma, il Vasari imputa il Perugino di miscredente, mentre l'indole sua e i suoi dipinti il mostrano così diverso. Anche del gran Leonardo da Vinci egli scrive che «tanti furono i suoi capricci, che filosofando delle cose naturali, attese a intendere la proprietà d'elle, contemplando e osservando il moto del cielo, il corpo della luna e gli andamenti del sole; per il che fece nell'anima un concetto sì eretico, che non s'accostava a qualsivoglia religione, stimando per avventura assai più l'essere filosofo che cristiano», e che solo in punto di morte fosse istruito nella fede. In ciò il cortigiano dei Medici non era informato nulla meglio di quando il fa spirare fra le braccia di Francesco I; ed egli medesimo temperò quest'asserzione nella ristampa; oltre che abbiamo il testamento, che Leonardo fece un anno prima di morire, dove, tutto pietà, «raccomanda l'anima sua a Nostro Signor messer Domenedio, alla gloriosa Vergine Maria, a monsignor san Michele»: prescrive trenta messe basse e tre alte, da dirsi per l'anima sua in tre chiese di regolari ad Amboise.
Gli stessi procedimenti della Riforma le diminuivano seguaci. Come svegliar le coscienze addormentate con un credo vago ed oscillante? La Bibbia, la meditazione, il libero esame! Davvero mezzi opportuni per condur a quella certezza che è suprema necessità per operare. Io uom del popolo ho da lavorare sei giorni per settimana, quattordici ore per giorno. Chi mi parla di Dio? della Grazia? della giustificazione? Su ciò disputino il dotto, il ricco, la signora oziosa, e creino tanti sistemi quante hanno teste; ma io povero, io ignorante, io nell'ospedale, io nella manifattura! No: è impossibile che Dio abbia messa a tal prezzo la mia salvezza. Egli non può che aver diretto moralmente e intellettualmente l'umanità, costituendo una società istruita da lui stesso, da lui governata, in cui un'autorità umana, esterna, visibile sia partecipazione dell'autorità sua divina, e dove l'uomo appaja solo stromento di Dio, annunziatore della parola del maestro eterno; sempre intenta al cielo mentre soddisfa in noi il bisogno intellettuale della verità, il bisogno morale del bene, il bisogno sensuale della felicità.
E il popolo nostro si tenne al credo vecchio. Oltre i pii che riconosceanvi solo un'empietà, spiaceva il vedere sconvolto il mondo da questa superbia del surrogare l'autorità dell'individuo a quella della città eterna. Anche coloro che gridavano la Chiesa romana avere bisogno di correzione, trovavano che i Protestanti la correggevano troppo male.
E che ogni giorno rivelava la moltiforme natura della Riforma: in Germania assodatrice del principato, in Francia faziosa, in Inghilterra dispotica e persecutrice, in Iscozia fanaticamente esagerata, regia nella Scandinavia, repubblicana in Svizzera, deleterica in Polonia. Intolleranti come e più di quelli da cui si erano staccati, e senza avere come questi l'appoggio dell'autorità divina, ognuno presumeva con eguali titoli trovarsi al possesso esclusivo della verità; un concistoro scomunicava l'altro; l'un predicante espelleva l'altro; il Bullinger, pastore supremo a Zurigo, querelavasi però altamente degl'Italiani, rifuggiti in gran numero in quella città; Comander li chiamava accattabrighe, insofferenti dell'istruzione altrui, della propria opinione tenacissimi. Gli Italiani non si risolveano fra le varie negazioni. Lutero, adorato dai Tedeschi pel suo odio contro l'Italia, poco gradiva ai nostri[556], che spendevano piuttosto a Zuinglio, perchè avea scritto in latino, e procedea più serio e più logico: e così fece l'Altieri sunnominato dopo che visitò le Chiese elvetiche. Calvino, non più riformator nazionale, ma vero eresiarca, trovava maggiori assensi, ma i nostri mal sapeano acconciarsi a quel dogma che annichila la libertà umana sotto la stretta del peccato, e rinserra la natura in un dilemma fra il male e la grazia, offendendo e il moralista e il filosofo. Molti, accettando la giustificazione pei soli meriti di Cristo, continuavano però a frequentare la messa e gli altri riti. Ma Luterani e Calvinisti sbigottivansi dell'audacia che i fuorusciti italiani prendevano non appena avessero assaporata la libertà di coscienza, e il Gerdes asserisce che i paradossi e le sentenze erano il vizio di costoro. Persuasi del valore della parola, credono con essa dare esistenza alle cose; compongono libri, anzichè preparare dei martiri; non si fanno scrupolo di tenere una credenza interiore differente dalla parola; nè si brigano molto di convertire il popolo, quasi questo vada dietro ai pensanti. Olimpia Morata parafrasò i salmi in greco, lavorò affatto letterario come quel del Flaminio che li ridusse in versi latini; piantavano dispute, ma le trattavano filosoficamente, donde l'accusa di cui li colpisce Melantone, di troppo platonizzare. Ciò li distoglieva dall'essere persecutori, come gli altri più convinti, e quindi d'aggiunger un altro stimolo ai miscredenti, il rumore e la pubblicità della repressione. Anzi, abituati alla grande unità cattolica, i nostri traviati stupivano nel vedere i Protestanti così discordi fra loro, e s'affannavano a conciliarli con quelle transazioni, che li faceano disgradire dagli uni e dagli altri.
Più d'uno dei nostri, oltre il Contarini, fu accusato di cercare questi accordi, se non altro, col tollerare espressioni che repugnassero all'esattezza cattolica. Sul qual proposito il famoso Echio esclama: «Non è schietto figlio della Chiesa quel che volesse fare transazioni con ingiuria della madre: nasca scandalo, piuttosto che lasciare la verità, dice san Gregorio. E san Basilio, la Chiesa otterrebbe facilmente pace dagli eretici se alla verità ceder volesse: ma non l'otterranno mai. Se fosse, che farebbe tutta la Germania? che i ricchissimi regni della Spagna? che l'Italia, madre della religione, e la Francia col suo re cristianissimo? che il Portogallo, l'Ungheria, la Polonia, la Scozia, l'Inghilterra, la Sicilia, Napoli, la Croazia, la Navarra? che le maggiori potenze: Venezia col regno di Creta e Cipro; Milano, Firenze, Genova, Siena, Lucca, e i fortissimi otto cantoni Elvetici coi Valdesi? Consentiranno essi, e daransi vinti, e confesseranno d'aver essi e i loro antecessori mutata l'istituzione di Cristo? O temerità!».
Aggiungiamo che i nostri non vi portavano cognizioni profonde della scienza di Dio, e di raro convinzioni tenaci. Liberi pensatori, amavano rompere i ceppi che l'autorità cattolica imponeva loro, cessar le pratiche o incomode o umilianti, e poter pensare di loro capo, interpretare liberamente il sacro testo, se non altro negare. Nella Riforma non vedeano che un'altra superstizione surrogata all'antica, talchè la ragione o restava servile al passato, o, rotto ogni freno, usciva sino dal cristianesimo; e fuor d'ogni fede positiva cercava il Dio ignoto. Non Luterani o Calvinisti, sunt ingenia ad contentionem prona et ad placandum difficilia, scrive uno. E Comander: Nos exosos habent magnates nostri propter italos: nam contentiosi sunt et inquieti: ex quacumque re levissima rixam movent: nec doceri a quoquo sustinent, nec a sua pervicacia remittunt; unde nobis sunt oneri.
Gli storici fanno eco a tali accuse, e anche non è guari il Villers asseriva che gli Italiani sono o teisti o papisti[557].
Vogliasi ammettere che nei nostri fuorusciti non si trova la bassa piacenteria verso la plebe o verso i principi, che deturpa gli scritti di Lutero, ma neppure il merito letterario. In molti paesi la Riforma diede origine o cagione a costituire o sviluppare le lingue vulgari; così fu del romancio fra' Grigioni, del boemo al tempo degli Ussiti, del tedesco colla Bibbia di Lutero, e in gran parte anche del francese coll'Istituzione di Calvino e colle prediche de' suoi. In Italia la lingua avea già raggiunto la sua maturanza; e dei tanti letterati che aderirono alla Riforma nessuno scritto rimase fra i classici; nol meritando neppur la Bibbia del Diodati, sebbene testè adottata dalla Crusca: non avemmo alcuno che portasse lo splendore della rinascenza nel seno della Riforma.
FINE DEL VOLUME I
(Aprile 1866)