Onora e ama e teme e prega Dio
Pel pascol, per l'armento e pel lavoro,
Con fede, con ispeme e con desio
Per la gravida vacca e pel bel toro.
E 'l dubio, e 'l forse, e 'l come e 'l perchè rio
Nol può ma' far, chè non istà fra loro
Se con semplice fede adora e prega
Iddio e 'l Ciel, l'un lega e l'altro piega.
533. Stanze del Berni con tre sonetti del Petrarca, dove si parla dell'Evangelio e della corte di Roma. Io vi dico che se costoro taceranno, i sassi grideranno. Basilea 1554. La stanza forse più forte è questa:
La parola di Dio s'è risentita,
E va con destro piè per l'Alemagna,
E tesse tuttavia la tela ordita,
Scovrendo quell'occulta empia magagna,
Che ha tenuta gran tempo sbigottita
E fuor di sè la Francia, Italia e Spagna,
Già per grazia di Dio fa intender bene
Che cosa è chiesa, caritade e spene.
534. Nel 1861, l'Edimburg Review stampò un notevolissimo articolo di Cartwright sul Progresso della Riforma Cattolica in Italia. Prestabilito che la nostra Chiesa ripudii ogni movimento, ogni dissenso, considera come avverso ad essa, o almen minaccioso, chiunque professa idee liberali sia in fatto di governo, sia in fatto delle temporalità della Chiesa. Pertanto a capo a questi riformatori starebbero il Rosmini e tutto il suo Ordine, perciò osteggiati dai Gesuiti; poi i Domenicani, poi i Benedettini, poi Cappuccini; ne' quali Ordini indica personaggi favorevoli, anzi banditori d'idee molto avanzate.
La conseguenza potrebb'essere tutta opposta a quella ch'esso deduce; vale a dire che la Chiesa cattolica, perfin ne' suoi membri più devoti quali sono i monaci, non ripudia la discussione e anche la proclamazione di dottrine, contrarie alle legali, ma che pur non intaccano il dogma e il vincolo della carità. Un'argomentazione simile a cotesta facea che, nel XVI secolo, i Riformati considerassero come loro fautori molti, che con vivacità e fin con amarezza disapprovavano i disordini della Chiesa, ma senza rinnegarla. Del resto ciò non fu fatto solo coi nostri. A Dresda nel 1860 e seguenti, si pubblicò Aurora, sive Bibliotheca selecta ex scriptis eorum qui ante Lutherum ecclesiæ studuerunt restituendæ. Ediderunt F. Pistoth, Schoepff, Neumann.
Vedi pure C. Ullmann, Reformators vor der Reformation, vornemlich in Deutschland, und den Niederlanden. Amburgo 1841. Sono teologi tedeschi, Giovanni di Goch, Giovanni di Wesel, Cornelio Grapheus, Gregorio di Heimburg, Giacomo di Jüterbock, Matteo di Cracovia.
Bonnechose, Les Reformateurs avant la Reforme. Parigi 1860.
Simon Goulart, Catalogus testium veritatis.
535. I tre testimonj fedeli, cap. 37.
Cum casum miseratus ille magnus
Carapha, Italiæ decus Carapha,
Ad cœlum geminas manus tetendit
Multis cum lacrymis Deum salute
Orans de mea: et ecce acerba fugit
Febris, et lateris dolor, refectæ
Vires, etc.
Nello Schoelhorn, vol. II, è un trattato De religione M. Antonii Flaminii, e vi si legge: In ipsa Italia, veritati evangelicæ inimica, et in medio pravi perversique generis hominum micabat tamquam splendidum luminare, plenusque divinæ lucis radiis ita sensit, ita vixit, ut non dubitemus virum optimum purioris religionis veræque pietatis studiosis adscribere. In præcipuis fidei christianæ capitibus eum nobiscum conspirasse evidentissime probatum dabunt loca, quæ deinde ex ipsis ejus scriptis recitabimus piane egregia.
537. Vedansi nelle Lettere Volgari del 1567.
538. Si sa che, dell'Imitazione, un volgarizzamento del XIV secolo trovò Antonio Parenti, il che lo proverebbe anteriore al Gerson e a Tommaso da Kempen, credutine autori, e appoggerebbe chi lo aggiudica al Gersen, abate di Sant'Andrea di Vercelli.
Bossuet chiama questo libro «epilogo del cristianesimo, dotto e misterioso compendio di tutta la dottrina del vangelo, di tutte le istituzioni de' santi padri, di tutti i consigli di perfezione; dove compajono eminenti la prudenza e la semplicità, l'umiltà e il coraggio, la severità e la dolcezza, la libertà e la dipendenza; dove la correzione ha tutta la sua fermezza, la condiscendenza tutto il suo vezzo, il comando tutto il suo vigore, la soggezione tutto il suo riposo, il silenzio la sua gravità, la parola la sua grazia, la forza il suo esercizio, la debolezza il suo sostegno».
Poichè i Protestanti vollero vedervi un loro precursore, giovi notare come tutto il libro v tratti della comunione in senso affatto cattolico.
C. 2. «Mirabil cosa e degna di fede, e che pur trascende l'umano intelletto, che tu, signor Dio mio, vero Dio e uomo, sotto piccola specie di pane e vino, tutto sii contenuto, e senza consumazione sii mangiato da chi lo prende».
Al c. 5 tratta della dignità del sacerdote «che consacra e maneggia Cristo sacramentato, e prende in cibo il pan degli angeli»: e gli raccomanda non intorpidisca dall'orazione finchè meriti impetrar la grazia e la misericordia. Quando il sacerdote celebra, onora Iddio, edifica la Chiesa, ajuta i vivi, dà requie ai morti, e si rende partecipe di tutti i beni». Prima della comunione (dice il Diletto) «esamina la tua coscienza, e con ogni potere, con vera contrizione ed umile confessione mondala e chiarificala». E conforta a non tralasciar di comunicarsi per qualche turbamento o avversione: «ma va tosto a confessare, e perdona le offese altrui. Or che giova il tardar la confessione e differir la comunione?»
In Sacramento altaris, totus præsens es, Deus meus, homo Christus Jesus... O invisibilis conditor mundi, quam mirabiliter agis nobiscum, quibus semetipsum in sacramento sumendum proponis, etc. Lib. IV, c. 1, e tutto quel libro.
Il discepolo offre al Signore tutte le opere sue buone, per quanto poche e imperfette; i pii desideri de' devoti, e quei che desiderarono dicesse preghiere e messe per loro e pe' suoi, o vivano ancora o siano defunti.
Al libro III, c. 12: «Se dirai non poter te molte cose soffrire, e come sosterrai il fuoco del purgatorio?
Al c. 6: «Sappi che all'antico nemico spiace l'umil confessione: e se potesse, farebbe cessare dalla comunione».
«Oh quanto soave e giocondo convito istituisti quando te stesso desti in cibo». Lib. IV, c. 2.
Quanto al sacerdozio:
«Oh com'è grande e onorevole l'uffizio de' sacerdoti, ai quali è dato il signor della maestà consacrare con sacre parole, benedir colle labbra, toccar colle mani, prender colla propria bocca, somministrarlo ad altrui!» C. 11, lib. IV.
«Tu devi te stesso a me volontariamente in oblazione pura e santa, ogni giorno nella messa con tutte le forze e gli affetti tuoi offerire». C. 8.
«Solo i sacerdoti, regolarmente ordinati nella Chiesa, hanno la podestà di celebrare e di consacrar il corpo di Cristo». C. 5.
«È necessario a me, che sì spesso travaglio e pecco, m'intepidisco e manco, che con frequenti orazioni e confessioni, e col prender il corpo tuo, mi rinnovi, mi mondi, m'accenda». C. 3.
E quanto all'esame e a l'autorità:
«Guardati da inutili e curiose indagini su questo profondissimo sacramento, se non vuoi sommergerti nel profondo del dubbio. Chi scruta la maestà sarà oppresso dalla gloria. Beata la semplicità che lascia le difficili vie delle questioni, e va pel piano e sodo cammino de' comandamenti di Dio». Lib. IV, c. 18.
E sulla soddisfazione:
Nunc labor tuus est fructuosus fletus acceptabilis, gemitus exaudibilis, dolor satisfactorius et purgativus... Melius est modo purgare peccata et vitia resecare, quam in futuro purganda reservare. Lib. I, c. 24.
539. A Carlo Gualteruzzi, 28 febbrajo 1542.
540. Epistolarum R. Poli collectio II, civ. pubblicata dal cardinale Quirini.
541. Il Polo scrive male l'italiano, e tratto tratto l'abbandona per ripigliare il latino col quale ha maggior pratica. Ma del resto si sarà potuto vedere dalle carte da noi addotte come tale fosse la consuetudine generale allora: siccome oggi per molti si fa col francese.
542. Il Caracciolo, autore della vita di Paolo IV manoscritta, ebbe a mano il compendio de' processi dell'Inquisizione, e ne usa con poca critica, non distinguendo il sospetto dalla colpa. Secondo lui, il cardinale Polo era molto sospetto di eresia, della quale era infetta tutta la sua Corte a Viterbo, estendendosi alle monache di colà: «com'anche a Firenze i monasteri interi erano infetti».
Nel processo del cardinal Moroni, un testimonio racconta d'un prete che, divenuto familiare del Polo, fu da questo convertito alle nuove dottrine; talchè scrisse al Contarini, lagnandosi gli avesse insegnato tanti errori, mentre ora aveva aperto gli occhi alla verità. Vuol pure che il Moroni fosse stato pervertito da esso Polo.
543. Il Polo morì nel 1558, ed oltre il citato Pro unitate Ecclesiæ ad Henricum VIII, scrisse De Concilio; De summo pontificis ufficio et potestate; De justificatione; De baptismo Constantini.
544. Testè alcuni membri della chiesa alta inglese sperarono poter profittare dell'inclinazione de' Puseisti verso il cattolicesimo, e rimettere in unità la Chiesa anglicana e la russa colla romana. Il cardinale Patrizzi, 18 novembre 1865, rispondeva loro, affettuosamente, badassero non ingannarsi supponendo che la Chiesa, fondata sul solo Pietro, possa transigere con altre; giacchè cesserebbe di diritto e di fatto d'essere cattolica: nè potersi procurar un accordo se non riconducendo le altre chiese ai principj su cui la nostra fu fondata da Cristo, una, indivisibile, eguale in tutti i tempi e i luoghi, e propagata dagli apostoli e loro successori. Per arrivare a l'intercomunione ecumenica non basta deporre ogni ostilità ed ira contro la Chiesa romana, ma vuolsi abbracciare compitamente la fede e la comunione di essa.
Ciò serve di commento ai molti tentativi di riconciliazione, che indicammo e indicheremo fatti al tempo che discorriamo e posteriormente, fra cui vanno distinti i nobili sforzi del Leibniz, seguìti dalla disperazione di riuscita. Nel qual senso il Grozio diceva «aver sempre desideratissima la riconciliazione dei Cristiani in un sol corpo: ma essergli dimostrata impossibile perchè gli animi di quasi tutti i dissidenti ne sono alienissimi, e per non aver quelli alcun principio di unità nel reggimento ecclesiastico. Per le quali ragioni (e' prosegue) le antiche parti non si potranno ricongiungere, e di sempre nuove ne sorgeranno. Onde penso non potersi rannodare i Protestanti se prima non si rannodino colla sede romana: senza la quale nessun reggimento comune si può sperare: ond'è desiderabile sia tolta la scissura, e le cagioni che la produssero. Fra le quali cagioni non è dà noverare il primato del vescovo romano, ch'è conforme ai canoni, per confession di Melantone, il quale anzi lo stima necessario all'unità. Ciò non è un assoggettar la Chiesa all'arbitrio del pontefice, bensì un riporla nell'ordine che la sapienza le ha costituito». Grotii Opera, t. IV, p. 744.
Se l'imperio terren con mano armata
Batte la mia Colonna entro e d'intorno,
La notte in foco e in chiara nube il giorno
Veggio quella celeste alta e beata,
Sua mercè, colla mente: onde portata
Sono in parte talor, che, se in me torno,
Dal natural amor che fa soggiorno
Dentr'al mio cor, ben spesso richiamata,
Mi par per lungo spazio e queto e puro
Quanto discerno e quanto sento caro.....
E al papa dirigea varj sonetti, fra cui questo:
Veggio rilucer sol di armate squadre
I miei sì larghi campi, ed odo il canto
Rivolto in grido, e 'l dolce riso in pianto
Là 've prima toccai l'antica madre.
Deh mostrate con l'opre alte e leggiadre
Le voglie umili, o pastor saggio e santo!
Vestite il sacro glorioso manto
Come buon successor del primo padre.
Semo, se 'l vero in voi non copre o adombra
Lo sdegno, pur di quei più antichi vostri
Figli, e da' buoni per lungo uso amati!
Sotto un sol cielo, entro un sol grembo nati
Sono, e nudriti insieme alla dolce ombra
D'una sola città gli avoli nostri.
546. Altrettanta fiducia palesa in questo sonetto:
Chi temerà giammai nell'estrem'ore
Della sua vita il mortal colpo e fero
S'ei con perfetta fede erge il pensiero
A quel di Cristo in croce aspro dolore?
Chi del suo vaneggiar vedrà l'orrore
Che ci si avventa quasi oscuro e nero
Nembo in quel punto, pur ch'al lume vero
Volga la vista del contrito core?
Con queste armi si può l'ultima guerra
Vincer sicuro, e la celeste pace
Lieto acquistar dopo 'l terrestre affanno.
Non si dee con tal guida e sì verace,
Che per guidarne al ciel discese in terra,
Temer dell'antico oste nuovo danno.
547. Venezia, Aldo 1561. Dalla vita di essa, stampatane da Lefevre Derimier a Parigi il 1856 poco s'impara. Vedasi piuttosto Rime e lettere di Vittoria Colonna. Firenze 1860, edizione tratta da quella che erasi fatta a Roma da P. E. Visconti per uso privato.
548. Lettere volgari di nobilissime donne ecc. Grave difetto di quella raccolta è il non mettere la data delle lettere.
549. Il Flaminio dirige a un tal Ottavio Pantagato de' faleucj per invitarlo alle acque di Viterbo.
Octavi pater, ad viterbiensem
Secessum venias, rogamus omnes,
Polus, Parpalias, Priulus, ipse
Tuus Flaminius. . . . . . . .
Cur ergo, pater, huc venire cessas?
Num te illa innumerabilis librorum
Tenet copia curiosum? habebis
Et hic græca volumina ut latina,
Quæ lassare valent decem otiosos
Plinios, licet usque, et usque, et usque
Noctes atque dies legas, et hercle
Facis, etc. etc.
550. Su quelle lettere fu molto escusso il cardinal Morone, e rispondendo sul conto della marchesa, disse: «Io la conobbi in Napoli, e, quando fui fatto vescovo, mi mandò certi rochetti e breviarj, e dopo qualche anno, la vidi in Roma, e forse prima in Viterbo essendo per passaggio, ce la conobbi molto affezionato (come mostrava spiritualmente) del cardinal Polo, il quale allora era povero, e pativa gran persecuzione dal re d'Inghilterra per un libro che avea scritto contro detto re in favore del primato di Nostro Signore: e per quanto mi fu riferito da diverse persone, mandarono qui uomini a posta per farlo avvelenare, ed anche per farlo ammazzare, e credo che per questa causa papa Paolo III gli mantenesse alla guardia un certo capitano con alcuni soldati continuamente, e quando volse andar a Trento, Legato al Concilio, la signora marchesa di Pescara mi raccomandò con ogni affetto la salute di questo signore».
Quel che il Morone pensasse lo leggeremo nella difesa di questo.
551. Troverem ragioni per credere fosse il Benefizio di Cristo.
552. Epistolæ card. Poli, III, 208.
553. Gerdes, Specimen Italiæ reformatæ, pag. 262.
554. Vedi Lettera di Giovanni Checozzi vicentino, nella edizione delle Api del Rucellaj, fatta in Padova dal Comino, il 1718.
Felix qui....... ineluctabile fatum
Subjecit pedibus, strepitumque Acherontis avari.
556. Moltissimi nostri scrissero contro Lutero. Qui accenniamo che Bernardo di Lutzemburg (-1535) nel Catalogus hæreticorum dice che a Roma, l'11 giugno 1521, alle 10 ore secondo l'orologio nostro, in campo Agonis, presente infinito popolo, fu eretta una macchina, ove da una parte era dipinto Lutero in abito da frate, dall'altra era scritto La dottrina di M. L. è dichiarata eretica e riprovata; vi si aggiunsero libri di lui, fu recitato un discorso del padre Cipriano Beneto, lettore di teologia nelle sapienze, indi vi fu messo il fuoco dagli sbirri.
Esso Bernardo ha un Opusculum de jubilæo, sive peregrinatorium ad urbem Romam in XXX dietas redactum, in quo miræ antiquitates et sacrorum interpretum sententiæ referentur: curioso viaggio da Colonia a Roma in occasione del giubileo del 1525.
Un F. G. cremonese, probabilmente domenicano, nel 1520 stampò a Cremona Revocatio Martini Lutheri ad sanctam sedem, libretto or rarissimo, ove procura convertir Lutero con questi capi: 1, Suadeat ratio; 2, Hortetur ss. Patrum auctoritas; 3, Alliciant accepta munera; 4, Premat divinæ justitiæ severitas; 5, Trahant in populis orta schismata; 6, Preces tuæ professionis emolliant; 7, Excitet Germana majestas; 8, Invitet heroum christianorum humilitas in primis Francisci I; 9, Compellat S. R. E. medio caritatis fonte proluens divina pietas.
Frà Paolino Bernardini di Lucca (-1585), che fu uno de più ferventi difensori del Savonarola, fra molte opere teologiche ha una Concordia Ecclesiastica contra tutti gli eretici, ove si dichiara qual sia l'autorità della Chiesa, del concilio della sedia apostolica e de' santi dottori, Firenze 1552, cui è soggiunto un Discorso sopra lo stato, dottrina e costumi de' Luterani, tradotto dal latino di Giorgio Vicellio.
557. Influence de la Réforme de Luthèr.