Ogni albero dee portar frutti, ogni dottrina esercitare efficacia sugli atti degli uomini; altrimenti non evita lo sprezzo, destinato alla sterile in Israele. Se primario uffizio del sacerdote è combattere il vizio e la miscredenza, duopo è ch'egli possieda molta dottrina, e insieme porgasi modello di virtù. La superbia di non volere dar ragione ai dissidenti non distolse i Cattolici dal confessare la depravazione insinuatasi nel clero, e volere l'emenda morale, e che il sentimento religioso prevalesse alla classica idolatria nelle arti, nelle dispute, nelle lettere, nella vita. Nessuna sessione del Concilio passò senza decreti di riforma per restituire, come la chiarezza della dottrina, così la purezza delle opere. Furono dichiarati per l'avvenire irriti e nulli i matrimonj clandestini, o senza la presenza del parroco e di testimonj, prescrivendo a tal uopo di premettervi le tre pubblicazioni; vietato l'ordinare chi non possedesse benefizio o patrimonio sufficiente a sostentarsi; condannati i questori e spacciatori d'indulgenze, le quali non devono pubblicarsi che dai vescovi; siano gratuite la collazione degli Ordini, le dispense, le dimissorie; obbligata la residenza, e perciò impedita la pluralità di benefizj curati; su questi nessuno sia messo prima dei venticinque anni, nè a dignità in chiesa cattedrale prima dei ventuno, e previo sempre un esame; con decoro e disinteresse si compia il sagrifizio dell'altare[225]: delle rendite di cattedrali e collegiate un terzo si eroghi in giornaliere distribuzioni a quei che intervengono agli uffizj; i vescovi ogni anno, o al più ogni due, visitino le chiese della loro diocesi, esaminando quanto vi occorre, e provedendo, oltre la cura delle anime e la correzione de' costumi, che sugli edifizj e agli arredi sacri si facciano i necessarj restauri; abbiano ciascuno un seminario, e ne' sinodi provinciali e diocesani estirpino i resti delle superstizioni e delle indecenze.
Così non rendevansi santi i pastori, opera più che d'uomo; ma veniva appurata e chiarita la coscienza del loro debito pastorale; e la scelta e gli uffizj e tutte le relazioni fra sacerdoti e fedeli erano ricondotte sotto l'impero di sante leggi. Anzi, al vedere quei decreti, si direbbe che i pii riformatori si fossero lusingati di tornare il mondo all'apostolica purità, neppure evitando gli eccessi che possono guastar le cause migliori. Nel fatto una tale riforma toglieva alla falsa i pretesti, e secondo la frase del padre Ventura, «ne distrusse teologicamente l'impero».
Trattossi pure di quella de' principi, ma vivo contrasto opposero gli ambasciatori; onde bisognò limitarsi ad esprimere che confidavasi restituirebbero alla Chiesa le ragioni sue, non ne esigerebbero gabelle o decime, indurrebbero i sudditi a riverire il clero, non permetterebbero che ufficiali e inferiori magistrati violassero le immunità della Chiesa e delle persone; sudditi e principi obbediranno alle costituzioni del papa e de' Concilj, e a quelle che tutelano la libertà ecclesiastica; non pretenderanno di sottoporre all'exequatur le bolle pontifizie; l'imperatore, i re, i principi e tutti venereranno le ragioni ecclesiastiche, in modo che i cherici possano stare alla residenza ed esercitare i loro ufficj senza impacci e con edificazione del popolo: scomunicato chi usurpasse beni o ragioni di Chiesa.
Principale studio doveasi porre ad impedire la diffusione dell'errore, e qui affacciavasi innanzi tutto la vigilanza sui libri.
La libertà illimitata pel bene compete alla Chiesa, perchè è azione di Dio sull'uomo; ma nell'individuo che opera sull'altro la libertà non può esser tale se non regolata. La ragion pura domanda che la verità trionfi: la ragion pratica domanda che se ne scelgano le vie, si rimuova la violenza per far luogo alla convinzione. La libertà e la verità sono fatte una per l'altra; ma non si può andare dalla libertà alla verità, come vogliono i Protestanti, bensì dalla verità alla libertà, gloria de' figliuoli di Dio, cercando il bene colla maggior possibile libertà, non la libertà senza il bene.
Questo vuolsi tener a mente nel discutere sulla libertà de' libri, ove spesso la quistione politica è anteposta alla quistione morale. Finchè i libri erano una rarità, poco si pensava a mettervi freno, eppure sembra che i Pagani abbian sporto petizione al senato di Roma di distruggerne alcuni, e nominatamente Cicerone De natura Deorum, perchè offrivano troppi argomenti ai Cristiani onde battere la religione antica[226]. Fin dall'età de' martiri si ponevano in avviso i fedeli contro le scritture degli eretici, essendo conforme alla legge divina il preservare dal contagio, il non esporsi alla tentazione senza necessità, il non distrarsi in cose vane[227]; e poichè molti appunto si divagavano per amor del bello, da un Concilio di Cartagine nel 400 fu concesso ai vescovi di leggere i libri degli eretici, perchè li doveano confutare, ma non i gentileschi. È evidente la ragione di tal operare, come del contrario quando i libri pagani più non furono di pericolo alla fede, mentre lo erano gli ereticali. E questa è legge di difesa e cautela, come del questore che proibisce l'armi insidiose o la vendita de' veleni. E per prudenza o de' principi o de' prelati a volta a volta si videro proibiti alcuni libri, altri bruciati: anche cataloghi se ne fecero dalle Università di Lovanio e di Parigi: ma era naturale che crescesse la paura de' libri quando la scolastica era flagellata dai classici, e gli umanisti di Germania aveano iniziato la guerra teologica. Però un divieto generale e minaccia della scomunica non si trova fin quando Leon X, condannando Lutero, vietò anche tutti i libri di esso. Una costituzione del 1554 di Paolo IV proscrisse in generale i libri di magia e d'altre superstizioni, i lascivi ed osceni, i libri d'eresiarchi, non quelli d'eretici; neppur le traduzioni di scrittori sacri fatti da questi, purchè nulla contengano d'erroneo. Per leggere la Bibbia vulgare ci vorrà la permissione, e così per le controversie con eretici.
E qui a noi, intrepidi difensori della stampa anche ne' giorni più pericolosi, l'intollerante secolo conceda di dire che non si è forse abbastanza considerata l'importanza sociale della scoperta di essa, la più decisiva della civiltà. Nel medioevo la coscienza cristiana e le costituzioni germaniche aveano restituita all'uomo la personalità, che era stata assorta nella splendida cittadinanza romana, e ne vennero quelle istituzioni così caratteristiche, il monacismo, la cavalleria, la feudalità, le corporazioni d'arti e mestieri. I quali elementi si andavano ravvicinando, per combinarsi anzichè distruggersi, e formare lo Stato moderno, ove le varie società sussistessero una accanto all'altra: allorchè in mezzo al lento lavoro fu gittata la stampa, che creava l'opinione, la diffondeva, la imponeva.
Istromento della pubblicità non era stata sin allora che la parola, fosse nelle Chiese, fosse nelle Università; or ecco surrogarsene un nuovo, molto più diffuso e più comune. Avvegnachè pel discorrere si richiedono una certa superiorità e occasione e luogo e coraggio: la stampa invece è un agente meccanico, di cui ponno servirsi tutti e sempre, anche il codardo e l'ignorante, non occorrendovi probità, non zelo, non eloquenza, non cautele oratorie, nè rispetto all'udienza, nè pudore, nè tampoco un apparato scenico. Ognuno dice quel che vuole, e come lo vuole, e quando lo vuole: l'impotente, il maligno, il vile che vuol ferire senza farsi scorgere, lo sfacciato che vuol asserire senza vergogna di smentita, aveano trovato il loro campo, e come far prevalere l'utile al giusto, gl'interessi al diritto, purchè l'osassero.
Alle prime non se ne conobbe che l'utilità: come vedemmo[228], i papi accolsero la stampa sotto il loro manto, quale una benedizione del Cielo: i dotti l'applausero come un mezzo di popolarizzare la coltura; ma intanto a migliaja di copisti, più o meno eruditi, surrogavasi il torchio inintelligente: al libro, che un autore elaborava unico in tutta la vita, e che tramandavasi alla posterità, sottentrava l'improvvisa composizione, destinata a brevissima vita; gustato di quel nettare, presto se ne divenne ubriachi: la propagazione de' classici tentò ripiantare la civiltà pagana, non ancora sulle ruine, ma in competenza della cristiana: le dispute vennero divulgate e perpetuate. Gli Egiziani aveano detto a Platone che la scoperta della scrittura fu il primo attentato contro il carattere santo del pensiero[229]. Nel senso medesimo potè dirsi che la stampa diè il crollo all'edifizio feudale ed ecclesiastico, e così attenuò il diritto personale, tanto prezioso per chi rispetta sè stesso, offrendo un poderosissimo mezzo all'accentramento, all'audacia, alla scaltrezza, onde conformare tutte le menti sul modello che piacesse a chi o esercitava o dirigeva questo grande pressojo.
La stampa era ben lungi dall'aver acquistata la onnipotenza che poi, che oggi: ma subito se ne insignorì quella umana inclinazione che volge ad attaccare ciò, che, per qualsiasi titolo, è rispettato. Allora ogni dovere da compiere diventa un peso incomportabile; ogni autorità è una tirannia; ogni disordine d'applicazione è una condanna delle istituzioni: ogni male inevitabile è colpa di chi non lo toglie; e toglierlo si potrebbe facilmente, e procurare un paradiso sulla terra, della quale gli sconcerti non provengono che dagli uomini.
In conseguenza i primi attacchi la stampa diresse contro i monaci e gli ecclesiastici, perchè erano custodi dell'ordine e della coscienza individuale contro la tirannide dell'opinione generale che essa voleva imporre, e che dichiarava pregiudizj i sentimenti anche più nobili, le più libere ispirazioni della coscienza. A tal uopo la beffa o il raziocinio si camuffarono col vizio che apponevano alla Chiesa, cioè l'ipocrisia, fingendo voler la correzione e la riforma, mentre miravano alla distruzione: non minacciavano il dogma come tale, non rinfacciavano all'autorità ecclesiastica di esistere, bensì di non essere sincera, di pretendere l'obbedienza e il sagrifizio con mezzi immorali, e sviando dalla divina istituzione.
Già Hutten, Erasmo, l'Ochino, il Vergerio ci mostrarono qual uso se ne facesse contro la morale o la fede: sin l'Aretino era e tollerato e premiato per paura dell'opinione stampata: e questa ben presto divenne la voce sovrana degli interessi: non buona, non cattiva in sè, ma onnipotente, e perciò tirannica e irreparabile, sia che esalti o deprima: toglie d'aver più una fede, una coscienza individuale, obbligando gli uomini a ricevere le suggestioni altrui, disposti a prenderne altre domani, con un avvicendamento che distrugge la facoltà d'averne di vere, cioè personali. Enorme oppressione dell'individuo e del pensiero libero, che però piace perchè può esercitarla ognuno.
I re cercarono farne tutto lor pro, onde alla fede, al feudalismo, al cattolicesimo opporre la burocrazia, le scuole, gl'interessi, alfine la libertà organizzata, cioè la libertà di chi tutto dirige. Ma venne il tempo che tale ordigno sguizzò dalle loro mani per cader in quelle di chiunque sappia adulare le passioni del giorno.
La Chiesa avea preveduto il pericolo, e custode com'è della morale e del diritto, potea non provedervi?
La bolla in Cœna Domini scomunicava gli eretici o chi ne leggesse i libri, ma non essendo questi distintamente nominati, ne nasceva incertezza: i varj inquisitori registravanli, man mano che ne aveano contezza, onde differivano gli uni dagli altri. Prima l'inquisizione di Spagna nel 1558 pubblicò un catalogo di libri proibiti: l'anno seguente papa Paolo IV mandò fuori l'Indice, che servì di norma ai successivi. Era diviso in tre parti. La prima, d'autori de' quali riprovavansi tutte le opere, sebbene d'argomento non religioso: tra' quali autori n'ha alcuno vissuto e morto nella nostra comunione. La seconda, dei libri condannati particolarmente: la terza, degli anonimi, dove per regola generale si vietavano quelli dati fuori senza nome dopo il 1519[230].
Anzi notaronsi settantadue stampatori, ogni opera edita dai quali si considerasse interdetta: e così le edizioni di qualunque avesse stampato libri d'eretici. Sono le esagerazioni consuete di chi si trova di fronte a un pericolo urgente.
Restarono allora proscritti autori che da secoli correvano per le mani; altri stampati in prima con approvazione, come le Annotazioni di Erasmo al Nuovo Testamento, che pur Leon X aveva onorate d'un breve; cogli ereticali poi si appajarono le opere che attenuassero l'autorità pontifizia a fronte sia dei vescovi, sia de' principi e magistrati temporali.
Alcune volte ottimi libri furono vietati, pe' commenti appostivi da editori[231]. Un grandissimo numero son di devozione, orazioni, legende, offizj, prediche.
Pio V regolò quella materia mediante la Congregazione dell'Indice, alla quale diede norme definitive Benedetto XIV nel 1753, per cautelare men tosto contro i lavori d'eretici che contro quelli di cattolici, e togliere i lamenti anche pubblicamente mossi per condanna di buoni. Lodando la santa sede di aver sempre provisto che i cattivi libri non pregiudicassero alla fede e alla pietà de' Cristiani, e d'averne a tal uopo pubblicato l'Indice, prima sotto Pio IV, poi sotto Clemente VIII, poi sotto Alessandro VII con aggiunte di nuovi, Benedetto XII ne fece un altro, seguendo le norme che prescrisse nella bolla Sollicita ac provida.
Secondo questa, la Congregazione dell'Inquisizione è composta di cardinali, cospicui per studj gli uni di teologia, gli altri di scienza canonica, gli altri di cose ecclesiastiche o di affari: vi s'aggiunge un auditore di Sacra Rota, un maestro di teologia domenicano, alquanti consultori del clero secolare e regolare e dotti qualificatori. Quando un libro sia denunziato, essi vedono se sia a trasmettere alla Congregazione dell'Indice. Se sì, è dato a un qualificatore o consultore, che lo legga attentamente, e indichi i luoghi riprovevoli. La sua relazione è presentata in istampa a ciascun membro di questa Congregazione; la quale poi ne discute, e proferisce un voto. Ma voto consultivo, giacchè col libro è trasmesso alla Congregazione de' cardinali, che pronunziano coi procedimenti stessi; allora tutti gli atti son presentati al pontefice, senza di cui nessuna condanna è proferita.
È antica regola che, per libro d'autore cattolico, non basti che un solo relatore ne proponga la proibizione: ma sia presentato a un altro revisore, che ignori il nome del primo. Che se questi dissenta, un terzo revisore esamini; e sulla differenza pronunzino i cardinali.
Taluni si lamentano perchè si decida senza ascoltare l'autore. Ma non n'è bisogno, giacchè non si giudica della persona, bensì dell'opera; non di punir lui, ma di ammonire i fedeli del pericolo. Trattasi però d'autore cattolico di buona fama? Si proibisce il libro colla clausola finchè si corregga o si emendi, se è possibile. Data questa sentenza, prima di pubblicarla si comunichi all'autore o a qualche suo rappresentante, indicandogli qual cosa abbiasi a correggere o levare. Se egli eseguisca tali emende in una nuova edizione, sopprimasi il decreto: salvo che della prima fossero divulgati molti esemplari. Per un autore cattolico e di reputazione si vuole sia sentito, o nomini un consultore che ne sostenga le difese. E sebbene vi sia giuramento di silenzio, il segretario della Congregazione potrà comunicare gli appunti all'autore, sopprimendo i nomi del denunziante e del censore. Ma a che buoni questi riguardi per libro che con dirette eresie intacchi la fede, o leda i buoni costumi?
A censori è prescritto si assumano persone di pietà e dottrina riconosciuta, la cui integrità non lasci temere odio o favore: non credansi destinati a condannar l'opera, ma ad esaminarla equamente; pesino le opinioni senza affetto di nazione, di famiglia, di scuola, d'istituto, di parte; ricordino che molte opinioni pajono indubitabili ad una scuola, a un istituto, a un paese, eppure sono rejette da altri cattolici senza detrimento della fede. Sovratutto abbiano a mente che d'un autore non può sentenziarsi se non leggendo intera l'opera, comparando i differenti passi, e badando all'intenzione di esso; non proferire sopra una o due proposizioni staccate: giacchè quel che in un luogo egli dice oscuramente e per transenna, è forse spiegato abbondantemente altrove.
E deh (soggiunge la Costituzione) si potessero proibire le ingiurie, le facezie che si lanciano gli uni agli altri! Chi le adopera in quistioni religiose mal serve alla verità e alla carità. Si reprimano dunque costoro, che difendono accannitamente una sentenza, non perchè vera, ma perchè sua, e che recano opinamenti privati come dogmi certi della Chiesa.
Esso pontefice diede altre norme in una lettera diretta al grande inquisitore di Spagna, disapprovandolo d'aver messo all'Indice le opere del cardinale Enrico Noris, mentre grande parsimonia va usata nel proibire libri di autori illustri, e benemeriti delle buone dottrine. Ci ha bensì (dice) nell'opera di esso cardinale proposizioni censurabili, ma di tali non mancano la Storia del Tillemont, nè quella de' Bollandisti, nè la Dichiarazione del clero gallicano di Bossuet, nè gli Annali di Lodovico Muratori: eppure, sebbene queste opere venissero denunziate, i pontefici si astennero dal condannarle, giudicando si dovesse molto condiscendere alla fama e ai meriti di quegli scrittori, senza che ne pericolasse la Chiesa, la quale libra i vantaggi e i danni prima di proferire.
Di tutte queste cautele fanno strame coloro, che non hanno se non esecrazione per l'Indice, e, v'accerto io, non l'hanno mai veduto. La Chiesa crede i suoi principj siano giusti, e i meglio atti a prosperare lo Stato e la famiglia; onde impedisce siano guastati. Altrettanta autorità non si conferisce allo Stato e alla famiglia? perchè negherebbesi alla Chiesa? Essa, non potendo impedire il male, bada che questo produca altro male. A tal effetto adopera armi a lei convenienti: l'ammonizione e la scomunica. E non si tacia che la legge è meramente di rimedio: non impedisce colla forza di stampar libri, bensì di leggerli: ne dà licenza a coloro che crede non ne faranno mal uso[232], appunto come si fa dell'armi insidiose: non è licenza di far il male, ma di conoscerlo.
Si dice: il lento procedere della sacra Congregazione dell'Indice rende inutile la proibizione, giacchè viene dopo che il libro è diffuso, e fors'anche dimenticato.
Vorreste dunque la proibizione preventiva? Con altrettanta ragione si priverebbe la giustizia penale delle sue formalità, giacchè per queste la punizione perde d'efficacia, non seguendo immediatamente al delitto. La Chiesa, estranea alle repressioni materiali, crede suo dovere l'annunziare ai Cattolici che dottrine pericolose o esempj infausti sono esposti ne' libri ch'essa appunta; e a cui essa non vuole, quantunque tardi, lasciare l'impunità.
Non dal Concilio ma dalla sacra Congregazione dell'Indice venne il divieto delle Bibbie volgari[233], provvedimento richiesto dalla natura di quei tempi, poi abrogato da Benedetto XIV: ma chi negherà sia necessaria una direzione per iscegliere un buon volgarizzamento?
Dai libri lascivi ed osceni erano eccettuati i classici, per riflesso all'eleganza; e così non venne registrato l'empio Lucrezio, bensì la traduzione fattane dal Marchetti. Contro del Decamerone già da pezza declamavano le anime oneste e i confessori; e fra mille altri, Bonifazio Vannozzi diceva che «questi trattati amorosi, questi discorsi tanto lascivi hanno aperte di gran finestre all'idolatria, ed all'eresie, ed a pessimi costumi, ed a corrottissime e licenziosissime usanze tra noi cattolici. Chi potesse contare quante traviate ha fatto il Decamerone del Boccaccio, rimarrebbe stupito e senza senso». Rincrescendo però di privare gli studiosi d'un libro che si reputava modello del bene scrivere, fu preso il compenso di emendarlo. Il maestro del Sacro Palazzo segnò i passi da levare o correggere; e una deputazione di Fiorentini, in cui principale Vincenzo Borghini, acconciò quel libro quale comparve nel 1573 con approvazione di Gregorio XIII. Gli zelanti non ne rimasero soddisfatti, e una nuova epurazione fu voluta, alla quale attese Leonardo Salviati; e non è a dire quanto ridere e declamare ne facessero i bontemponi e gli umanisti, mettendo questa operazione a parallelo colle brache onde Paolo IV velò gl'ignudi del Giudizio di Michelangelo.
I quali ignudi, che fan senso anche oggi agli ammiratori, troviamo appuntati già dai contemporanei. Un de' quali chiamava Michelangelo «inventor delle porcherie», riprovando «tutti i moderni pittori, e scultori; per imitar simili capricci luterani, altro oggi per le sante chiese non si dipinge o scarpella che figure da sotterrar la fede e la devozione: ma spero che un giorno Iddio manderà i suoi santi a buttare per terra simili idolatrie come queste»[234]. E perfino il sozzo Aretino ne moveva rimprovero al suo adorato Michelangelo: e «Voi in soggetto di sì alta istoria mostrate gli angeli e i santi, questi senza veruna terrena onestà, quelli privi d'ogni celeste ornamento.... In un bagno delizioso, non in un coro supremo si conveniva il fare vostro: onde saria men vizio che voi non credeste, che, in tal modo credendo, iscemare la credenza in altrui..... E conciossiachè le nostre anime han più bisogno dello affetto della devozione che della vivacità del disegno, inspiri Iddio la santità di Paolo, come inspirò la beatitudine di Gregorio, il quale volse in prima disornar Roma delle superbe statue degli idoli, che tôrre, bontà loro, la riverenza all'umili immagini dei santi».
Or ci venga a contare il Cicognara che quelle nudità sono effetto della innocente semplicità del Cinquecento[235]. Nell'archivio arcivescovile di Milano è una lettera di Scipione Saurolo a san Carlo, 6 settembre 1561, ove gli dice come a Paolo III e IV, e così a Marcello II e a molti cardinali fossero spiaciute le nudità del Giudizio di Michelangelo, il quale pure «ebbe a dire che lo voleva ad ogni modo conciare, perchè si teneva di coscienza lassar da poi sè una cosa tale». Perciò gli trasmette una memoria da presentare al papa, in cui gli riduce a memoria quod odio sanctissimo intuenda est pictura Judicii sacræ capellæ suæ sanctitatis, in quo divinam offendit majestatem, eo quod in eum nuditatis modum depicta est, in quo omnes vident et multi admiratores plorant: e segue dimostrando come la maestà del giudice, l'ornamento di Maria, i seggi degli apostoli sieno falsati in quella composizione. Quis enim vidit Dominum et sanctos sic depictos, sic formatos aut sculptos in qualibet mundi parte? Quis vidit in pictura Judicii nostri, sic memorabilis et tremendi, fubulosam Acherontis cymbam repræsentari? E lagnasi che per le case e per le cappelle stiano immagini di santi e della divinità, sucidi, tormentati da chiodi, ecc.; ed augura che il Borromeo «et sua santità meritino l'onore di risarcire la santa barca, così da nojosi venti sbattuta e male condotta, et ridurla al porto sicuro de la salute».
Il Concilio proibì che nelle chiese si mettessero immagini se non approvate dal vescovo, e dove nulla di falso, di disonesto, di profano, di superstizioso, di contrario alla verità delle Scritture e della tradizione; bensì convenissero alla dignità e santità del prototipo, sicchè la loro vista ecciti pietà, non turpi pensieri. A ciò vigilarono in fatto i vescovi, e massime san Carlo proibì di ritrar nei santi persone vive, e di rappresentare teatralmente la passione di Cristo o azioni di santi.
Molti voleano s'interdicessero i teatri, e ben n'aveano di che se si guardi a quel ch'erano allora, e più a quel che sono oggi. Non potendo però sbandire uno spasso così gradito alle moltitudini, si pose almen freno ai recitanti a soggetto, volendo sottoponessero l'orditura delle loro rappresentazioni a un deputato del vescovo. Ripiego insufficiente, che non impediva le basse scurrilità, come la sorveglianza della polizia odierna non toglie che la scena sia la peggiore scuola d'immoralità, d'egoismo, di sragionamento. Meglio san Filippo Neri cercò opporvi gli Oratorj, che prima erano sole cantate, poi divennero compiute rappresentazioni di fatti morali e sacri.
Ma la musica ha un'altra missione speciale, quella d'accompagnare i sacri riti. Resa però interamente profana, cioè occupata ad allettar i sensi e la fantasia, anzichè elevare il sentimento, trastullavasi in superare difficoltà, in imitazioni e combinazioni disparate, prolazioni, emiolie, nodi, enigmi, dove le voci umane non figuravano meglio che un altro istromento, e a cinque, sei, fin otto parti intralciavansi, o non offrendo senso, od offrendone di giocosi e perfino di osceni. Leon X aveva chiamato da Firenze Alessandro Mellini per avvezzare i suoi cappellani a conservare la tonica nel canto de' salmi e la misura sillabica negli inni. Il Concilio di Trento erasi querelato di tali profanità, e Paolo IV fece esaminare se o no dovesse tollerarsi la musica in Chiesa. Quanto all'escludere l'intralcio delle parole, le arie profane, i testi non ecclesiastici, si cadeva d'accordo, ma i maestri assicuravano sarebbe impossibile far intendere chiare le parole in un canto figurato. Parve altrimenti a Pier Luigi Palestrina, che per esperimento compose la messa papale a sei voci, con melodia semplice, rispettando l'espressione rituale e adattandola alle varie significazioni de' cantici e delle preghiere[236]. Uomo pio, alieno dalle brighe e perciò negletto, sul suo manoscritto, che si conserva, leggesi Signore, illumina me. Così ebbe salvata quest'arte, non distruggendo e abolendo, come facea la Riforma, ma ravvivando e santificando. Ancora povero di melodia, possedea però perfettamente il puro sentimento dell'armonia e della tonalità, e s'altri lo superarono in arte, nessuno certo nella potenza, nel profondo e semplice accento, nella mistica tenerezza con cui rivelò i dolori della madre di Dio, le ambasce del figliuol dell'Uomo, e ci elevò a pregustare le sinfonie, di cui gli angeli circondano il padiglione dell'Eterno.
Le lotte coi Protestanti aveano dato incremento alla scienza cattolica, e le opere posteriori al Concilio di Trento furono assai più precise nella conoscenza del cristianesimo giacchè i dogmi v'erano stati dibattuti e chiarìti con tanta profondità e precisione.
Non appare che nel medioevo si formassero catechismi, ove, ad uso dei non teologi, si esponessero i punti essenziali della dottrina. Il Concilio di Trento ne ordinò uno, affidandolo a san Carlo, che assunse a compilarlo il vescovo Foscarari, Muzio Calino bresciano, vescovo di Zara poi di Terni, Leonardo Marino genovese, arcivescovo di Lanciano, tutti domenicani. Interrotta, l'opera fu ripigliata da esso Calino, Pietro Galesino milanese, che trattò del decalogo, e Giulio Poggiani pur milanese di Suna, che espose l'orazione dominicale, e ripulì e unificò la dicitura di tutti (non già Paolo Manuzio, come suol dirsi), mentre la parte dottrinale era riveduta da una Congregazione preseduta dal cardinale Sirleto. Quest'è il Catechismo Romano, ammirato per eleganza e lucido metodo, e che dimostra come la profonda e solida erudizione sacra non abbia bisogno d'avvilupparsi in argomentazioni e formole da scuola, e ben si accordi colla esposizione chiara e precisa e colla sublime semplicità del pensiero. Fu pubblicato in italiano e in latino, poi diviso per capitoli, infine a domande e risposte nell'edizione d'Andrea Fabrizio, unendovi una tavola della lezione del Vangelo di ciascuna domenica, con una tessera di predica, e coi richiami al catechismo stesso per isvolgerla; inoltre i doveri del parroco sovra i diversi punti della dottrina, in modo che servisse come corso di teologia, di sermoni, di meditazioni pei parroci.
In quell'opera si danno per risoluti alcuni punti, che il sinodo avea lasciato indecisi, o di cui avea solo condannato i contrarj. Perciò i Gesuiti che, massimamente nel fatto della Grazia, dissentivano dai Domenicani, non l'aggradirono, e ne pubblicarono altri, fra cui la Summa doctrinæ christianæ del Canisio[237], e il Bellarmino.
Il catechismo è il libro de' sapienti e degli ignoranti, dove trovasi la soluzione di tutte le grandi quistioni morali e sociali; donde venga l'uomo e la specie umana, dove vada, come ci vada: perchè l'uomo è in terra; dove va quando n'esce; come originarono il mondo, la specie e le varie stirpi umane; che relazioni ha l'uomo con Dio, co' suoi simili, colle altre creature: quali doveri nella società, coi superiori, collo Stato, colle genti. Il catechismo dà a tutto una risposta precisa; aggiungiamo risposta la più umana, la più generosa[238]. E questo è il libro della prima infanzia, è il libro unico d'un'infinità di famiglie ne' paesi più colti del mondo; benchè sia stato di tutti i libri il più combattuto. Ed a ragione, poichè infonde sin nelle tenere menti l'objezione decisiva a tutti gli errori religiosi, morali, sociali[239].
Pio IV chiamò a Roma Paolo Manuzio, elegante e dotto stampatore, affinchè con que' suoi lodatissimi caratteri pubblicasse i santi padri[240]. Esso Manuzio, dedicando a Carlo Borromeo l'edizione di san Cipriano (Roma 1563), divisa le cure che egli e altri letterati italiani posero ad emendarne le opere, parendogli che «in tanta procella, in tanta distruzione giunga opportuna la voce di Cipriano, sostenitore meraviglioso della cattolica dignità»[241].
Il raffinamento della civiltà esigeva si emendassero le lezioni apocrife, certe goffe antifone, alcuni riti burlevoli, introdotti dall'ignoranza o dalla semplicità, e Leon X ne diede commissione a Zaccaria Ferreri vicentino. Quando lo spirito ecclesiastico era sì scarso, e l'amor dell'eleganza preoccupava a segno da far sorridere all'impulito latino di san Paolo, potea molto sperarsi da quest'uffizio? Lo Zaccaria avea servito al cardinale Carvajal nel conciliabolo di Pisa, onde erasi ricoverato a Lione, finchè il papa gli perdonò; ed egli in tre giorni fece un poema di mille esametri, ove esaltava la felicità del genere umano sotto un tal pontefice. Messo a riformare gli inni, li leggeva man mano a Leon X, che gliene faceva congratulazioni; ma se erano puri di stile, restavano freddi di pietà, ritraendo da Orazio non solo le parole ma le immagini. Meglio riuscì il Sarbiewski che, per ordine di Urbano VIII, assunse il medesimo còmpito con maggior rispetto[242].
Pio V mandò un nuovo breviario, obbligatorio per tutte le chiese che non ne avessero uno almeno ducentenario; e vi tenne dietro il messale.
Sisto V pubblicò una Bibbia, che unica dovesse avere autorità, e v'attese egli medesimo col Nobili, l'Agello, il Morino, Lelio Landi, Angelo Rocca, il cardinale Caraffa, Prospero Martinengo bresciano. Ma appena uscita, vi si scopersero molti sbagli, onde fu messa all'Indice, e ritiratine sollecitamente gli esemplari, divenuti così una delle maggiori rarità bibliografiche. Clemente VIII pubblicò poi quella che fa testo[243].
Oltre pubblicare libri di più regolata devozione,[244] si pensò a chiarire e assodare la storia. Lutero, come bruciò le bolle dichiarandole d'autorità incompetente, così bruciò il Diritto Canonico, asserendo che la somma di esso è questa: «Il papa è Dio in terra, superiore a tutti i celesti, terrestri, spirituali e corporali: tutte le cose son proprietà del papa, e nessuno deve osare di chiedergli, cosa fai?» Il fumo di quest'incendj, opposti a quelli del Savonarola, offuscò la storia, che si trovò ridotta ad aneddoti; e sedici interi secoli della Chiesa vennero presentati come solidariamente rei di frodolenza e di menzogna, nelle diatribe de' Protestanti e nelle gravi Centurie di Magdeburgo. Eppure la società cattolica è eminentemente storica, avendo per vincolo d'unità la tradizione; quod semper, quod omnibus, quod ubique. Mentre dunque si contrapponeva agli eterodossi la precisa esposizione del dogma, bisognava pur colla storia rivelare e i fatti, e l'essere della Chiesa, e la potenzialità della virtù dello Spirito Santo.
Nei secoli credenti erano a ciò bastate le cronache e le legende, ma queste non reggeano all'età critica, che al sentimento surrogava il raziocinio. Si pubblicarono legendarj di miglior critica, quelli di Pietro Natali, di Bonino Mombrizio, di Luigi Lippomano, superati poi da Lorenzo Surio, indi dai Bollandisti[245]. Ma era desiderata una storia ecclesiastica, che rivelasse le leggi che governano i fatti, mostrasse il predominio dell'unità della Chiesa sopra la versatilità degli avvenimenti, l'imperturbabilità di essa tra i sofismi e le violenze, lo sviluppo del principio dell'autorità attraverso gli accidenti, e ribattesse le parziali applicazioni, con cui voleasi oppugnare il cattolicismo col mostrarlo deviato dalle credenze e dalle pratiche primitive. In tal senso tutto cattolico e papale lavorò Cesare Baronio, napoletano di Sora (1538-1609). Avea egli cominciato a narrare alcuni momenti ecclesiastici a' suoi Filippini, quando, per istanza principalmente di Filippo Neri, assunse la narrazione completa degli Annali Ecclesiastici[246], traendo la storia fuor delle cronache e delle legende, sistemandola colla cronologia, dandole unità e decoro, e facendone così una battaglia sintetica contro gli analitici attacchi di teologi e di filologi. Non arrivò che al secolo XII. Ignorava il greco; volea veder in ogni avvenimento l'immediato castigo o la rimunerazione di Dio, quasi egli retribuisca quaggiù: mai però non iscusa il delitto, nè esita a disapprovare i pontefici erranti, e «ben ponderate (dice) le sconvenienze del metterne a nudo le colpe, stimo meglio esporle francamente anzichè lasciar credere agli avversarj che i Cattolici siano conniventi alle debolezze dei papi». Della sua buona fede non dubitarono nemmeno i più avversi[247]; e il suo libro restò la fonte forse più importante di notizie sul medioevo, allorchè Roma era centro della civiltà del mondo.
Così la fede della storia veniva opposta allo scetticismo della discussione; tornava ad associarsi il principio conservativo della tradizione col progressivo della civiltà; e mentre erasi idoleggiata la società pagana, si tornava a studiare l'ideale cristiano, l'autorità che rigenera il mondo.
Già erasi nel 1551 (Venezia per Michele Tramezzini) cominciata la collezione delle Lettere edificanti, relazioni de' missionarj ne' paesi nuovi, dove la pietà più schietta e operosa avviva le relazioni più interessanti.
Si raccolsero pure le bolle, e nella prima collezione, apparsa il 1586, Laerzio Cherubini distribuì cronologicamente le costituzioni pontificie da Leon Magno fino a Sisto V; la crebbero suo figlio Angelo Maria, poi Angelo Lantusca e Paolo da Roma; nel Bollarium Magnum del 1727 furono tirate fin a Benedetto XIII; indi fin a Pio VIII nell'edizione di Andrea Barberi del 1835. Oggi infinite altre lettere pontifizie vengono in luce, e i Regesta pontificum romanorum di Jaffe (Berlino, 1852) aggiungono mille ottocentottantun documenti al Bollario e mille cinquecentrentasette alla raccolta del Mansi, soltanto dall'anno 882 al 1073; nel XII secolo adducono seimila settecennovantuna bolle, quando il Bollario ne ha seicento, e mille trecentottantanove il Manso.
Non bastava togliere i vizj dal clero e riprovare gli scandali antecedenti; bisognava prepararlo col dirigere la vocazione e la laboriosa cooperazione che deve alla grazia divina chi è chiamato al sacerdozio. A tal fine era necessario che una educazione speciale precorresse all'unzione sacramentale; e perciò vennero istituiti i seminarj. Già sant'Ignazio, d'accordo col cardinale Polo e col Canisio, aveva istituito il Collegio Germanico. Sul modello di questo venne eretto il Collegio Romano, una delle principali glorie ecclesiastiche e scientifiche del mondo cattolico. Fu compito il 10 febbrajo 1565, raccogliendovi cento giovani delle principali famiglie d'Europa, sotto la direzione dei Gesuiti, e di là uscirono i pontefici Gregorio XV, Innocenzo X, XII, XIII, Clemente IX, XI, XII; più di ottanta cardinali, centinaja di vescovi.
Su quel tipo, il Concilio prescrisse che ogni diocesi avesse un seminario pe' chierici: attestazione della virtù razionale de' credenti, del progresso voluto nell'intelletto e nella coscienza; destinati a formare la milizia che combatta le battaglie di Dio colla scienza non men che coll'amore; una delle istituzioni più nobili del Concilio; dovremmo dire delle più efficaci se guardiamo alla rabbia con cui è osteggiata dai deliri potenti. Se ogni capitano ha diritto di formare i proprj soldati, doveva ai vescovi esser riservata la facoltà di ordinare i seminarj, esclusa ogni ingerenza laica: ordinarli all'acquisto delle dottrine più opportune. Queste erano la letteratura, il canto, il computo ecclesiastico e le altre arti liberali; inoltre la santa scrittura, i libri ecclesiastici, le omelie de' santi, le forme de' riti e de' sacramenti. Ai vescovi prescriveasi di stabilirli, e far che le norme vi venisser osservate mediante frequenti visite[248], ben vedendo, che «se la gioventù fin da' teneri anni non venga informata alla pietà e alla religione prima che l'invada l'abito dei vizj, non mai perfettamente e senza massimo e singolare ajuto di Dio onnipotente s'otterrà che perseveri nella disciplina ecclesiastica».
Si diede opera a trar agli ecclesiastici anche l'educazione de' secolari; e vi s'industriarono i Barnabiti, gli Scolopj, i Somaschi, e più di tutti i Gesuiti. N'aveano naturalmente invidia i maestri laici, eppure tutti i letterati d'allora vanno d'accordo nel lodare l'istruzione data da quelli. Non occorre dire che mai non andava scompagnata dall'educazione, e dirigevasi nell'interesse dell'anima, più che prima non si vedesse ne' trattati che ne scrissero, fra altri, il Sadoleto in buon latino[249], e in volgare il cardinale Antoniano.
Un altro de' mille errori che la petulanza accademica prima, poi il sistematico odio propagarono contro il medioevo fu, ch'esso abbia distrutto le opere gentilesche. Alle ricantate celie del beffardo Boccaccio e dell'insulso Benvenuto da Imola opporremo che tutte ci vennero per mezzo degli ecclesiastici, e sfidiamo a smentirci.
Ben vi furono scrittori ecclesiastici de' primi tempi, e nominatamente Tertulliano e Arnobio, che declamarono contro lo studio de' classici[250], perchè in fatto riuscivano pericolosi allorchè la loro bellezza allettava all'oscena felicità, mentre la severità cristiana chiamava all'ascetismo penitente. Ma stabilitosi il cristianesimo, nelle scuole si conservò l'antica tradizione letteraria: se anche in alcune si introdusse qualche autore cristiano, la prevalenza restò ai Gentili, riprovati per le cose, studiati per la forma.
San Basilio, nel trattato ai giovani Sul modo di leggere con frutto le opere de' Gentili, raccomanda di studiar questi, primo per raccogliervi esempj di virtù; secondo, perchè quanto di utile e di vero essi contengono lo dedussero dalle sacre scritture; opinione allora divulgata. Avrebbe potuto aggiungere che lo studiar in quelli affina il gusto ed esercita l'intelletto e la critica per adoperarli poi ad usi santi; ed egli con quest'opuscolo ben meritò impedendo la distruzione che uno zelo stemperato faceva dei libri profani.
Cassiodoro, raccomandando a' monaci suoi lo studio degli autori profani, invoca l'esempio non solo di Mosè, che fu istrutto in tutta la sapienza degli Egizj, ma anche de' santi padri, i quali, «non che decretare si rigettassero gli studj delle lettere profane, diedero l'esempio del contrario, mostrandosene espertissimi, come vedesi in Cipriano, Lattanzio, Ambrogio, Girolamo, Agostino ed altri. Chi dopo l'esempio d'uomini siffatti oserebbe più esitare?»[251]
Carlo Magno, in una celebre enciclica De literis colendis, diretta ai vescovi ed abati nel 787, raccomandava assai gli studj umani, affinchè col disimparare a scrivere non si perda anche l'intelligenza dell'interpretare le sante scritture: perocchè, se son dannosi gli sbagli di parole, più il sono gli sbagli di senso. Gli esorta quindi a gareggiar di zelo nell'imparare, onde possano con facilità e sicurezza penetrare i misteri delle sacre carte. Nelle quali trovandosi figure, tropi, altri ornamenti, più facile ne coglierà il senso spirituale chi vi sia preparato dall'insegnamento delle lettere.
In qualche Ordine religioso era vietato al monaco gentilium libros vel hæreticorum volumina legere, ma ne' più era anzi un degli esercizj prediletti il ricopiarli, e se ne trovano ne' cataloghi di tutte le biblioteche monastiche. Abbiamo del secolo XI una lettera, in cui Enrico cherico a uno Stefano descrive il lavorare che si fa nella badia della Pomposa presso Ravenna, attorno agli studj, annoverando i libri che ne formano la biblioteca, e loda «la clemenza di Dio, che accresce la nostra sete di conoscere mediante la sapienza. Non ignoriamo (continua) potervi esser alcuni superstiziosi o malevoli, che vorranno appuntar questo venerabile abbate dell'aver messo libri pagani e favole di errore insieme colla verità divina e colle pagine de' libri santi. Noi vi risponderemo colle parole dell'apostolo, che ci ha vasi di creta come vasi d'oro; lo che fu istituito affine di allettare e occupare i varj gusti degli uomini».
Coloro che disapprovano tali letture, il faceano o nel fervore della disputa, o per colpire l'abuso, come san Girolamo nel passo succitato: come sant'Agostino ove, nelle Confessioni, si pente che le lacrime di Didone lo facessero dimenticare di Cristo, o nelle Ritrattazioni d'aver troppo adoprato la parola Fortuna e rammentato le Muse. E che strani pericoli potesse recare lo studio de' classici lo mostra quel Vilgardo di Ravenna che già mentovammo, di cui uno scrittore del XI secolo racconta che con soverchia assiduità studiava la grammatica (cioè i classici) «come sempre ebber costume di fare gli Italiani, a preferenza del resto». E inorgoglitosi del suo sapere, una notte gli apparvero i demonj in forma de' poeti Virgilio, Orazio, Giovenale[252], e con fallaci parole tolsero a ringraziarlo dello studio che in essi poneva, e gli promisero farlo partecipe della loro gloria. Da queste seduzioni traviato, cominciò insegnare cose contrarie alla fede, asserendo dovessero le parole de' poeti esser credute quanto le sacre scritture. Convinto d'eresia, fu condannato dall'arcivescovo Pietro; e si trovò che in Italia molti erano infetti dalle medesime opinioni[253].
Ma conveniva formare il gusto de' giovani sui classici gentili? Dante, nel XX del Paradiso condannava quel puzzo di paganesimo, benchè si facesse condurre da Virgilio, e in effetto prendeva dagli antichi il classico, non il gentilesco. Ma i profani pigliarono poi il sopravento sugli autori ecclesiastici, tanto che la riazione proponeva di sbandirli dalle scuole, come insinuatori di sentimenti e passioni anticristiane. La Chiesa mostrossi men rigorosa, e lo stesso san Carlo non li proscrisse da' suoi seminarj, solo facendoli in qualche parte emendare, e suggerendo si unissero agli Uffizj di Cicerone quelli di sant'Ambrogio, alla sua retorica quella di san Cipriano, e così d'altri santi padri. E il gesuita Possevino proferì a Lucca un discorso sul modo di trar profitto dai classici anche per la morale, accoppiandovi le opere di Pantenio, di Giustino Martire, d'Eusebio, principalmente di sant'Agostino, i quali diedero interpretazione cristiana alla civiltà gentilesca; i maestri avessero a mano i santi padri, e se n'ajutassero per cercare la verità anche ne' profani, e il divario che corre fra la nebulosa luce di questi e la fulgida del Vangelo; si desuma da Tullio lo stile, dai Padri la pietà e la dottrina vera; si mettano a parallelo gli eroi di Grecia e di Roma coi nostri, quali Carlo Magno, san Luigi di Francia, santo Stefano d'Ungheria, e giù sino a Vasco de Gama e all'Albuquerque, tanto più che di questi aveansi le imprese narrate in buon latino dall'Emilio, dal comasco Giovio, dal bergamasco Maffei[254].
Sono principj liberali, più che non gli abbia professati o praticati il nostro secolo, più che non potesse attendersi dal color religioso e fin chiesolastico, che prendea l'educazione, quando, anche fuor de' seminarj, moltiplicavansi le pratiche religiose, frequentavansi i sacramenti e gli esercizj, introducevansi feste, altarini, cappannucie; insinuavasi la venerazione per ogni cosa sacra, l'obbedienza incondizionata al papa, l'orrore per ogni lubricità.
Allora campeggiò lo zelo di molti, vorrei dire di tutti i vescovi, nel restaurare la disciplina delle proprie diocesi.
Il cardinale Giberti, già datario, e soprannominato padre de' letterati e dei poveri, nel suo vescovado di Verona pose una stamperia, da cui fece riprodurre le opere de' santi padri; rese quel clero un modello di ecclesiastica disciplina, sicchè il Concilio non fece quasi che ridurre a decreto ciò ch'egli aveva introdotto.
A torto vien attribuita al Contarino, ed è probabilmente del Flaminio una lettera, inserita nelle raccolte di quel tempo, ove si dice: «Tenetevi per voi questi vostri mostruosi vescovi con le loro sete, ori, argenti, tappezzerie, cavalcature, staffieri, per non dir peggio, ne' quali non si vede altro di vescovo che una gran cherica. A noi fanno di mestieri vescovi, che per gemme e ori abbiano le sagre lettere, per delizie la povertà ed i digiuni, per ornamenti un'ardente, casta ed umile carità, quale a dì nostri fu il santo vescovo Matteo Giberto, di tante esimie doti dell'animo ornato, che alli antichi si poteva propriamente paragonare. Visse con tanta celebre opinione di santo vescovo, che lasciò di sè eterna memoria ed indicibile desiderio».
Gabriele Paleotto, insigne grecista e canonista e gran sostegno del Concilio di Trento, del quale stese gli atti, fatto cardinale e arcivescovo di Bologna nel 1566, vi si modellò sugli esempj di san Carlo, di cui era amico e collaboratore; nella sua diocesi riformò i costumi e la disciplina, introdusse divozioni, frati, nuove chiese, opere di carità, un de' primi seminarj: spiegava egli stesso il catechismo ai bambini, amministrava i sacramenti, albergava tutti i sacerdoti avveniticci visitava nelle case i poveri, e gl'infermi che mandava a rimettersi nelle proprie ville; insieme raccoglieva sapienti, quali l'Aldrovandi, il Pandusio, il Sigonìo. Volendo il papa imporre ai sudditi una nuova gravezza per sostenere i Cattolici di Francia nella guerra contro gli Ugonotti, egli si oppose, non curandone lo sdegno e la punizione (-1597).
Benedetto Lomelli riformava la diocesi d'Anagni: la pavese il cardinale Ippolito De Rossi, dotto insigne e caritatevole, che vi fabbricò l'episcopio, restaurò la cattedrale, introdusse ospedali, sinodi, visite, dottrina cristiana. Roberto Nobili di Montepulciano, nipote di Giulio III, che l'ornò della porpora a quattordici anni, a quindici promosso bibliotecario della santa Chiesa da Marcello II, era universalmente chiamato angelo del Signore: assiduo alle orazioni, al digiuno, al predicare; colle penitenze si logorò tanto, che moriva a diciotto anni, dicono per non voler ledere la castità.
Angelo Niccolini fiorentino, governatore lodatissimo di Siena e di Pisa ove poi fu arcivescovo, ambasciadore presso molte Corti, nel conclave per Pio V poteva divenir papa se non fosse parso troppo familiare col granduca (-1567).
Rodolfo Pio da Carpi, operosissimo nel combinar paci e nel ben governare, fu segnalato non meno per grandi virtù che per una splendida biblioteca e collezione di statue e di medaglie. Il cardinale Alessandro Farnese moltiplicò in varie parti istituzioni benefiche e pie. Prete Demetrio Petrone rigenerò Montagano nel Sannio, quella popolazione corrotta e ignorante inducendo, per penitenza e in proporzione de' peccati, a piantare alberi fruttiferi ne' campi proprj e negli altrui, egli stesso ai più poveri fornendo gli alberi e le zappe.
Gaspare dal Fosso, frate paolotto, fatto arcivescovo di Reggio, fu lodatissimo al Concilio di Trento, donde volendo andarsi per riparare a semi d'eresia che udiva spargersi nella sua Calabria, i legati lo indussero a rimanere, dove per la sua prudenza e virtù pareva, dice il Pallavicino, non pur utile ma necessario. Finito il Concilio, moltissimo adoprò al meglio della sua diocesi, rifabbricò la cattedrale, quasi distrutta dall'irruzione de' Turchi; al rito gallicano, ivi conservatosi, surrogò il latino: prodigossi nella peste del 1576, e distribuì molte terre della mensa a trentadue famiglie col patto vi coltivassero fichi e gelsi. Le sue ossa furono violate in una nuova invasione dei Turchi del 1594.
Fra quei che illustrarono allora la porpora e la mitra menzioneremo il Rusticucci, uomo perspicace quanto retto; il Salviati, vivo tuttora nella lode de' Bolognesi; il Sartorio, severissimo capo dell'Inquisizione. Tommaso Campeggi, che nell'opera De auctoritate ss. Conciliorum mostra la necessaria dipendenza di questi dal papa, salvo i casi dati. Clemente Dolera genovese, vescovo di Foligno, combattè gli errori correnti, e lasciò un Compendium institutionum theologicarum, molto reputato. Tolomeo Gallio di Como aperse alla sua patria inesausti tesori di beneficenza, fra i quali un collegio, dove i fanciulli della diocesi dovessero educarsi, non in grammatica solo e rettorica, ma nelle arti e mestieri; scuole tecniche, quali il secolo nostro le proclama.
Lungo sarebbe ripetere quanti nelle nunziature furono spediti a sfidare o dissipare le procelle di quel tempo.
Carlo Caraffa, nunzio apostolico, nella Germania sacra restaurata divisa i progressi della Riforma ne' paesi tedeschi, e le sovversioni che ne seguirono fin alla guerra dei Trent'anni. Giovenale Ancina di Fossano, amico a Roma de' gran santi e de' gran dotti, si sottrasse alle dignità per rendersi oratoriano; e cansato più volte l'episcopato, al fine fu costretto accettare il povero e pericoloso di Saluzzo, ove potè mostrare zelo e dottrina, finchè il veleno gli accorciò la vita.
Feliciano Scosta da Capitone servita, adoprò assai contro gli Ugonotti; poi ad istanza di san Carlo e per autorità di Pio V promosso arcivescovo d'Avignone, campò questa città dalle dottrine e dalle armi dei Protestanti (1511-77).
Tra gli auditori di Rota si citano, e fan tuttora testo le decisioni del cardinale Mántica friulano, dell'Arrigone milanese, di Serafino Olivieri. Tale corredo i pontefici s'eran messo attorno, invece dei poeti e dei soldati d'un secolo prima.
Tipo del riformatore cattolico, l'arcivescovo Carlo Borromeo sei volte convocò il clero milanese in sinodi diocesani, de' quali stampò gli Atti; vera carta costituzionale, ove l'universalità della Chiesa è applicata al governo di ciascuna diocesi; corpo di disciplina, ammirato tuttora anche fuori, e dall'assemblea del clero francese fatto ristampare e diffondere a sue spese nel 1657.
Moltissimo carico egli si fa della dignità e del contegno de' preti e del vescovo nel vestire, nel conversare, nell'abitare, nella tavola. I suffraganei suoi si facessero mandare una volta l'anno una predica da ciascun parroco, e se nol vedessero migliorare, vi spedissero un predicatore. I morti si seppelliscano in campagna, cinta di muro; si tenga cura delle biblioteche. Vuol ponderazione nel riconoscere le antiche reliquie e nell'accettarne di nuove o nuovi miracoli; pose ritegni ai troppi che andavano in pellegrinaggio o per devozione, o per penitenza: bonissime norme ai predicatori tanto per le materie e la forma de' discorsi, quanto pel modo di porgere; e al suo clero ripeteva quel della Scrittura, Maledictus homo qui facit opus Dei negligenter: volevalo oculato su' costumi de' fedeli, sino a tener in ogni parrocchia un registro della condotta di ciascuno. Anzi rintegrò le prische penitenze pubbliche, nel suo rituale raccogliendo quelle comminate in antico a varj peccati[255]. E fra le penitenze enumera il vietare le vesti di seta e d'oro, i conviti e le caccie; il far limosine, o mettersi pellegrini o servi in ospedali, o visitare carcerati, o chiudersi alcun tempo in monasteri, o pregare in Chiesa a braccia tese, o tenervisi bocconi, o flagellarsi, o cingersi il cilizio.
Instancabile a cercare della estesissima sua diocesi qualunque angolo più invio e remoto, oltre destinarvi visitatori generali e particolari, gran fatica egli sostenne, e consigli, comandi, esempj adoprò per rimettere l'uso quasi dimenticato de' sacramenti e la decenza nelle chiese, più ch'altro simili a taverne, senza campane o confessionali o pulpiti o arredi; introdurre devozioni e riti e un regolato cerimoniale; ripristinare l'adempimento de' legati pii; istituire parrocchie ove prima un solo prete attendeva a vastissimi territorj; circoscrivere meglio le pievi, con vicarj foranei in corrispondenza colla curia; i preti abituare al pulpito, su cui prima non salivano quasi che frati; misurare i diritti di stola bianca e nera; rendere regolari i registri di battesimi, matrimonj, morti; svellere le superstizioni, sincerare le legende di santi e di miracoli. Istituì le Compagnie della dottrina cristiana, ove la festa oltre le verità della fede, s'insegnasse, anche a leggere e scrivere; e con espresso divieto ai membri di esse di cercare rendite o vantaggi temporali per questo titolo. Zelò l'osservanza delle feste, sin mandando a togliere la roba a contadini che in esse aveano lavorato; niuna donna di qualsia stato o condizione, entri in Chiesa, nè accompagni le processioni se non con velo non trasparente o zendado o altro panno, di tal modo che stiano coperti realmente tutti i capelli. Niuno v'entri con cani da caccia o sparvieri, nè con archibugi, balestre, arma d'asta o simili, nè le appoggi alle porte o ai muri di Chiesa, nè le deponga ne' sagrati o negli atrj[256]. I principi vogliano escludere i ciarlatani, gli zingari, i giuochi, le smodate spese; vietino le taverne al possibile, e vi si possa dar mangiare e bere, ma non alloggiare.
Al commercio dei libri si vigili con cautele rigorose; non si tengano Bibbie vulgari, nè opere di controversia cogli eretici, senza licenza; non si lascino andar i fedeli ne' paesi ereticali, nemmeno a titolo di mercatura o d'imparare la lingua; si favorisca in ogni modo il sant'Uffizio. Istituì gli Oblati di sant'Ambrogio, preti con voto di speciale obbedienza all'arcivescovo, perchè accudissero alle parrocchie più faticose e povere, e dessero esercizj e missioni, e istruissero i giovani ne' seminarj. I frati Umiliati, arricchitisi colle manifatture della lana, possedeano nel solo Milanese novantaquattro case, capaci di mantenere cento frati ciascuna, e non ne conteneano due; onde quelle rendite di venticinquemila zecchini, godute da pochissimi, erano fomite di schifosa depravazione. Carlo volle ridurli a disciplina, ma un di essi gli sparò una fucilata; di che il papa prese ragione per abolire l'Ordine, e delle rendite di esso dotare collegi e seminarj, massime di Gesuiti.
Traversando la val Camonica, ove da alcun tempo non si pagavano le decime, Carlo non dà la benedizione, e que' popolani ne restano sgomenti; nella valle retica della Mesolcina fa processare severamente eretici e maliardi[257]: illusioni che (al par di certe esorbitanti pretese di giurisdizione, come d'avere forza armata a sua disposizione, di far eseguire le sentenze della sua curia anche contro laici[258] i quali non vivessero da buoni cristiani) vorremo perdonare ai tempi, piuttosto proclamando come profondesse ogni aver suo coi poveri, e a sovvenire di corporale e spirituale assistenza gl'infermi d'una terribile peste allora scoppiata, e che oggi ancora in tutta Lombardia è intitolata peste di san Carlo: tanto prevalse l'idea della carità a quella del disastro.
Molto egli si valse di Carlo Bescapè barnabita milanese, che poi vescovo di Novara vi fondò il seminario, e scrisse opere di diritto ecclesiastico e la vita di esso san Carlo. Col quale e come lui operò il beato Paolo d'Arezzo teatino, a correggere la depravatissima sua diocesi di Piacenza, poi quella di Napoli; dove ancora servono di modello per le visite diocesane le istruzioni dell'arcivescovo Annibale da Capua.
Giovan Francesco Bonomo, patrizio cremonese, nel suo vescovado di Vercelli sostituì l'uffizio romano all'eusebiano, fabbricò il seminario affidandolo ai Barnabiti, istituì un Monte di pietà colla propria sostanza; tra gli Svizzeri e i Grigioni a tutela della fede mise in pericolo anche la vita, e introdusse i Gesuiti a Friburgo, i Cappuccini ad Altorf; poi andò nunzio apostolico all'imperatore, indi nelle Fiandre, sempre zelando la causa cattolica. Delegato da Gregorio XIII a visitare la diocesi di Como, vi stampava delle prescrizioni[259], dove, fra evangeliche maniere ed elevati intenti, appajono esagerazioni, che viepiù risaltano or che è cessata la prevalenza ecclesiastica. I vescovi non abbiano cortine e tappeti a fiori, non lauta mensa, non elegante suppellettile, non vasellame d'argento, col quale potrebbero mantenere dei poveri; lor precipuo uffizio è il predicare, nè possono mancarvi senza potente motivo. Nel triduo avanti Pasqua il vescovo sieda in confessionale per ascoltare chi si presenti: ogni due anni compia la visita diocesana, non ricevendo a tavola che tre piatti, oltre cacio e frutta; dia facile udienza a tutti, anzi v'incoraggi i poveri; veda e spedisca da sè quanto può. Ogni maestro faccia in man di lui la professione di fede[260]; le feste si osservino coll'astenersi da opere servili e dagli stravizzi. Ogni anno si intimi la scomunica a chi non denunzia fra quindici giorni qualunque eretico o sospetto; si pubblichi la costituzione di Pio V contro chi offendesse le fortune o le persone del sant'Uffizio; e ogni settimana il vescovo si affiati coll'inquisitore e con alcuni teologi e avvocati sovra il processare gli eretici. Chi bestemmia Dio o la Beata Vergine sia punito in venticinque zecchini, il doppio se ricada, e cento alla terza volta, oltre il bando e l'infamia. Se non gli ha, stia colle mani legate al tergo, genuflesso tutt'un giorno di festa al limitare della Chiesa; se ricade, sia per le strade battuto a verghe; alla terza volta, foratagli la lingua con un acuto, indi condannato in perpetuo al remo. Crescono le pene se il reo è chierico; altre a chi bestemmia i santi; e si pubblichino indulgenze ai denunziatori e ai giudici. I parroci visitino ogni settimana le case per conoscere i bisogni spirituali e temporali, e raccolgano i viglietti della comunione pasquale.
La prebenda de' parroci si migliori col prelevare dai benefizj inutilmente goduti da cardinali o prelati. Freno all'avarizia de' curiali; via i borsellini che soleano appendersi ai confessionali; via i sepolcri elevati in Chiesa; non si nieghi sepoltura per mancanza di denaro, nè si varii secondo le fortune il suon delle campane o la grandezza della croce. Se le donne in chiesa lascino dal denso velo apparire pur un capello, sia colpa riservata al vescovo. Questo ponga ben mente che nessuna fanciulla venga monacata per forza o per seduzione; i confessori di monache non ne accettino regalo o cibo; esse non tengano nella cella nessun arnese da scrivere, e in caso di necessità lo chiedano alla badessa; v'abbia carceri e ceppi e catene ne' monasteri per quelle che violano la disciplina.
Istruzioni di tenore somigliante si diedero dapertutto.
Ai vescovi fu ingiunta rigorosamente la residenza, come a tutti i benefiziati; cessò l'abuso di attribuire badie, collegiate, vescovadi a secolari e fin a militari.
Ordini novamente istituiti, o antichi rigenerati tendeano a rintegrare il sentimento religioso, e ringiovanire il monacato quando i Protestanti lo abolivano. Già prima san Francesco da Paola calabrese aveva istituito i Minimi, che in Ispagna furon detti Padri della vittoria perchè alla loro intercessione s'attribuirono i trionfi sopra i Mori; e in Francia Boni uomini, perchè con questo nome era indicato il lor fondatore alla Corte di Luigi XI. I francescani ebbero le varie riforme dette degli Scalzi, de' Minori Conventuali, della Stretta Osservanza, de' Cappuccini. Quest'ultimi, dissipati i sospetti d'eresia insinuatisi per colpa dell'Ochino, impetrarono di venire esentati dalla licenza di poter possedere, che il Concilio di Trento aveva data anche agli Ordini mendicanti. Ambrogio Stampa Soncino milanese, genero di Anton da Leyva, abbandonò le dignità per vestirsi cappuccino: udendo per le vie di Milano un che bestemmiava, prese a correggerlo, e percosso da questo con uno schiaffo, gli offrì l'altra guancia dicendo: «Batti, ma cessa di bestemmiare»; col quale atto fe ravvedere il violento; andò poi apostolo fra' Barbareschi, convertendo e riscattando, ove morì il 1601. Alfonso III duca d'Este a trentott'anni si veste cappuccino a Merano del Tirolo, dove assiste appestati, converte eretici. Giuseppe da Leonessa, mandato missionario in Turchia, a Pera catechizza i galeotti, onde i Turchi lo sospendono per un piede, poi lo esigliano: roso da un orribile cancro, e dovendosi operarlo, non volle esser legato, dicendo: «Datemi il Crocifisso, e mi terrà immobile più di qualunque legatura». Lorenzo da Brindisi, professato a Verona, a Padova si diede a migliorare i costumi dei giovani studenti; a Roma discuteva co' rabbini, senza iracondia nè personalità, invitandoli ad esaminare il testo biblico; poi tolse ad esortare i principi tedeschi contro Maometto III, e a capo dell'esercito cavalcò colla croce in mano nella battaglia dell'11 ottobre 1611, la cui vittoria volle attribuirsi a miracolo di esso; indi fu adoperato a stringere leghe e menare ambasciate nella guerra dei Trent'anni.
Gli annali de' Cappuccini, raccolti dal Boverio con pochissima critica, offron una serie di uomini dedicatisi alla propria perfezione morale e a servire il prossimo nelle maggiori necessità, cominciando appunto quando cominciava Lutero, cioè nel 1524. Tra il popolo si diffondeano a consolare, a benedire, a consigliare, a predicare, fin triviali e buffi; ma dal deriderli di ciò e delle assurde pruove del loro noviziato e delle minuziose osservanze si asterrà chi non dimentichi come mostraronsi eroi nelle pesti ricorrenti allora, e sempre furono spruzzati dal sangue de' suppliziati.
In quella vece nelle pesti i Protestanti fuggivano: e Lutero l'attesta. «Si schivano talmente l'un l'altro, che non si troverebbe un chirurgo o un infermiere. Pare che tutti i diavoli li caccino, talmente son presi da terror panico, il fratello abbandonando il fratello, il figliuolo il padre..... Flagello affatto nuovo questo fuggir tutti, mentre il diavolo non percosse che pochi. Non so rinvenirmi dallo stupore nel vedere che, quanto più è abbondante la predicazione della vita in Gesù Cristo, più i popoli sono presi da timore all'appressarsi della morte: sarebbe forse che, sotto il papato, gli uomini erano sostenuti da false speranze, onde si mostravano meno pusillanimi, mentre ora, meglio ammaestrati, senton meglio quanto è debole la natura?[261]».
Paolo Giustiniani avea riformato i Camaldolesi colla nuova congregazione di Monte Corona, detta degli Eremitani; come fuor d'Italia suor Teresa riformò le Carmelitane, Francesco di Sales fondò le Visitandine, Giuseppe Calasanzio le scuole pie, Giovan di Dio i Fate bene fratelli, Luigia di Marillac le suore della carità, propagatesi ben presto in Italia. Frà Pietro spagnuolo, carmelitano scalzo, predicando a Napoli, raccoglie quattordicimila ducentottantacinque reali, coi quali compra il palazzo e i giardini del duca di Nocera, e li trasforma in chiesa e monastero della Madre di Dio; mentre le Teresiane Scalze vi compravano per sedicimila ducati il palazzo del principe di Tarsia, e ne facevano il loro monastero di San Giuseppe. Il palazzo Caracciolo divenne ospedale de' Frati della carità; il Seriprando, chiesa de' Filippini, la più sontuosa forse di Napoli; i Camaldolesi vi occuparono quella deliziosa altura, i Cappuccini la Concezione, i Domenicani la Sanità, i Paolotti la Stella.
E in ogni Ordine ci si presentano fervorosi operaj della vigna di Cristo, che nella educatrice vigilanza delle contese, nelle maschie gioje della astinenza, nella rassegnata resistenza alle persecuzioni, nella dignità del pericolo permanente divennero santi.
Al clero secolare specialmente facea mestieri di riforma, e se le esuberanti austerità, le interminabili salmodie, le prostrazioni ripetute convenivano in secoli rigidi a genti bisognose di scosse violenti; allora, nella ricca varietà de' sacrifizj si avvisò piuttosto al raccoglimento dell'animo, alla mortificazione del cuore, all'educazione dell'intelletto, ad assicurare la preponderanza sopra la carne mediante il vigore dello spirito.
I cherici regolari aveano i voti de' monaci coi doveri de' preti, e preti in cotta e berrettino si rividero in pulpito, ove dianzi non montavano che tonache.
A Milano, disastrata dalle guerre di cui fu pretesto, Antonio Maria Zaccaria cremonese, Bartolomeo Ferrari e Giacomo Antonio Morigia patrizj milanesi nel 1533 istituirono i Barnabiti per dar missioni, dirigere collegi, sussidiare i vescovi, con voto di non brigare cariche nella loro congregazione: fuori di essa non accettarne se non con dispensa del pontefice.
Domenico Sauli, buon letterato, filosofo, storico, politico senza togliersi dal negoziare, da Genova si mutò a Milano, dove nacque Alessandro, che entrato barnabita, fu inviato a Pavia, e fu de' primi e meglio meriti nel riformarvi l'insegnamento filosofico e teologico. Iniziati gli allievi nel greco, al qual uopo compilò una grammatica, mettevali alla Logica d'Aristotele, libro opportunissimo per restaurare ciò che dalle rivoluzioni è peggio guastato, il buon senso. V'univa lo studio della geometria, e, come dice il Gerdil, aperse la mente degli studiosi disponendoli a raccogliere tutte le forze razionali nella contemplazione di un solo oggetto, principalmente coll'addestrarli alle matematiche. La Somma del maggior filosofo del medioevo egli aveva talmente digerita, che in Pavia si diceva: «Se si perdesse la Somma di san Tommaso, donn'Alessandro potrebbe dettarla per intero». Cooperatore di san Carlo nella diocesi milanese, nella Corsica con providente assiduità introdusse i sinodi diocesani[262]. Presto in quell'Ordine fiorì Bartolomeo Gavanto, detto padre della liturgia, adoprato da Clemente VIII e Urbano VIII ad emendar il breviario romano. Agostino Tornielli novarese ricusò molti vescovadi per attendere alla devozione claustrale, nella quale compose gli Annali sacri e profani dalla creazione fino alla redenzione, primo buon tentativo a chiarire le difficoltà de' sacri libri, e che serve come d'introduzione agli Annali del Baronio. Enrico IV nel 1610 domandò a Paolo V una missione dei nostri Barnabiti per convertire il Bearn, ove neppure una chiesa cattolica restava più, ed ove di numerose conversioni si consolarono, coadjuvati da san Francesco di Sales.
Filippo Neri, che faceva versi italiani come tutti i fiorentini, e versi latini come pochi, cercava il disprezzo con tant'arte, con quanta altri l'ammirazione. Padre spirituale de' più gran santi, quali gli operosi Carlo Borromeo e Francesco di Sales, e il contemplativo Felice da Cantalice; amico de' maggiori studiosi, quali il Tarugi insigne predicatore poi cardinale, Silvio Antoniano poeta e scrittore dei brevi papali, il celebre medico Michele Mercati, Filippo adagiavasi or fra i cenciosi che mendicano sotto ai portici di San Pietro, ora ai banchi de' cambisti o ai tribunali o nei palagi, colla soavità inalterabile e colle arguzie fiorentinesche insinuando la carità, persuadendo la giustizia, sorreggendo la vacillante virtù.
Indulgente nelle cose accessorie quanto irremovibile nelle essenziali, al confessionario dirigeva con mirabile perspicacia le coscienze. A un che veniva per ambizioni a Roma, e gli diceva che aspirava al fiocco pavonazzo, domandò: «E poi? — E poi potrebbe venire il verde — E poi? — Chi sa che non segua il rosso! — E poi? — Se n'è vedute tante: e il papa è scelto fra' cardinali. — E poi? (conchiudeva Filippo) «E poi morire». Diceva ancora che rovinano il mondo rispetti, sospetti, dispetti.
Persuase egli Tommaso Bozio da Gubbio, gran conoscitore di lingua e di storia, a privarsi della cosa che più tenea cara, i suoi libri, e destinollo per umiltà a insegnare la grammatichetta. Il qual Bozio, fra opere da grand'erudito, scrisse una confutazione della politica del Macchiavelli.
Accoglieva la gioventù a devote ricreazioni, a musiche, a passeggi, a visite di santuarj, a studj liberali, a una pietà affabile come la sua. Con venerazione si va all'oratorietto dov'egli spesso confabulava con san Carlo, san Camillo, sant'Ignazio, san Felice da Cantalice, e con dilettazione a sedere sopra un amenissimo poggetto del Gianicolo, donde si domina tutta Roma, e ch'egli avea ridotto ad anfiteatro, ove all'ombra di begli alberi faceva ai giovinetti recitare commediole volgenti alla pietà; vera ribenedizione dell'arte e del teatro[263]. E diceva: «La pratica ha mostrato che, interponendosi agli esercizj gravi, fatti da persone ancor gravi, la piacevolezza e la purità dei putti, s'attrae moltissimo popolo d'ogni sorta, con un concorso forse di 3 o 4 mila persone; e s'è visto che Nostro Signore si è servito di queste reti per pescare anime[264]». Introdusse la visita delle sette basiliche, sopprattutto nel carnevale, e a mezzo fermavasi a refiziarsi sulla verdura di villa Massimi, o Crescenzi o Mattei del monte Celio.
Facendosi un deserto nella popolosa Roma, nottetempo le visitava, poi ritiravasi nel cimitero di San Calisto e nelle catacombe di San Sebastiano. Col Baronio, ch'egli eccitò, come dicemmo, al gigantesco lavoro degli Annali, e con altre persone di merito, nel 1564 istituì la comunità de' Preti dell'Oratorio, non aventi altre regole che i canoni; altri voti che il battesimo e il sacerdozio, altri legami che quelli della carità.
Con Persiano Rosa aprì l'ospizio di Santa Trinita per quei che pellegrinavano alle soglie degli Apostoli; e quattrocento quarantaquattromila cinquecento uomini, venticinquemila donne vi furono ospitate per tre giorni in quel giubileo del 1600, pel quale vuolsi concorressero tre milioni di devoti a Roma, e dove principi e cardinali faceano le stazioni, indistinti dal vulgo; e moltiplicaronsi le conversioni.
I suoi cherici si diffusero subito, e a Napoli[265] principalmente operarono su quella plebe famosa con confraternite, ospedali, rifugi per pentite e pericolanti; massime dai trivj e dalle bettole chiamandoli alla dottrina festiva; e uscendo dal Carmine Maggiore, conduceanli processionalmente per le piazze del Mercato, della Selleria, della Vicaria; spettacolo ammirabile ai buoni, d'inestinguibil riso ai giornalisti d'oggi, veneratori de' carabinieri e de' fucili rigati. Gran giovamento portarono a quella città Nicolantonio Bellarbore di Trani, occupato a ridur i concubinarj; G. B. Antonino di Lanciano, Matteo Borello di Napoli, e principalmente Alessandro Barla piacentino, ch'era stato come «il foriero del novello oratorio»; e buttatosi negli ospedali, ne eresse dei nuovi, introdusse le Suore del ben morire, i Fatebene-fratelli, i Ministri degl'infermi: e in Santa Maria del Rifugio un ospizio per le figliuole di meretrici: e Giovenale Ancina da Fossano, che oltre dieci anni faticò negli incurabili ai più bassi uffizi, e vi chiamava giovani di buone case e gentili donne per assisterli, tra le quali ricordano la viceregina, le contesse di Miranda e di Monterey, la duchessa di Mondragone, la principessa di Stigliano, sicchè, a detta di un contemporaneo, quella casa potea dirsi un paradiso di delizie[266]. E quell'opera vive ancora, per subire i colpi di una dotta persecuzione non meno impopolare che irreligiosa.
Anche i Teatini erano poveri, e a Firenze spesero centomila scudi in fabbricar San Gaetano, una delle più splendide chiese.
Nella qual città Ippolito Galantini setajuolo, fin dall'adolescenza applicato ad amare e soccorrere i poveri, col sussidio del cardinale Alessandro Medici fondava la congregazione de' Vanchetoni o della Dottrina Cristiana, che durò fin oggi, principalmente a vantaggio de' lavoranti in seta. Ivi stesso, a persuasione di frate Alberto Leoni, fondavasi una pia casa de' catecumeni.
Le primarie famiglie fiorentine crebbero lor nobiltà con qualche santo. Maddalena de' Pazzi e de' Buondelmonti, sin da fanciulla dilettandosi alla gioja dell'obbedienza, divenne miracolo della perfezione spirituale e della contemplazione delle cose eterne, accoppiate a intensa carità del prossimo. Lorenza Strozzi di Capalle, vestitasi domenicana, si trovò in gran relazione coll'Ochino e col Vermiglio, la loro apostasia pianse a calde lacrime, e tutta infervorata d'amor divino, compose inni per ciascuna solennità dell'anno, cantati lungamente e messi in musica, e tradotti anche in francese. Caterina de' Ricci, sottrattasi alle lusinghe preparatele dalla domestica lautezza, sacrò a Dio una vita tutta d'amore e di dolori, provata dalle contraddizioni e dalla calunnia, poi dalle lodi e dall'ammirazione: e come la beata Michelina a Giotto, santa Umiltà a Bufalmacco, santa Caterina da Siena al Vanni e al Pacchiarotto, così la Ricci divenne soggetto di pitture al Parenti e al Tosini in Prato.
Veronica Franco, rinomata a Venezia per amori e per chiassosi convegni di musica e poesia, contrita fondò per le sue pari il ricovero di Santa Maria del Soccorso; Francesca Longa a Napoli, il famoso ospedale degli incurabili; Mariola Negra di Genova, un reclusorio per le femmine disperse, un altro per le pentite, e intendeva porne uno per ciascun sestiere della città.
E Genova, oltre Caterina Fieschi e altri beati, ricorda Battista Interiano, che all'Acquassola aperse un conservatorio, dove le zitelle si educassero a lavori femminili; Vittoria Fornari, che vedovata a venticinque anni, votò i suoi sei figli a Maria, e fatta povera per amor di questa, fondò le Annunziate, che solo tre volte l'anno riceveano al parlatorio i più stretti parenti; la venerabile Battista Vernazza, autrice di trattati e poesie pastorali; Agostino Adorno, che con Francesco Caracciolo istituì i Cherici Regolari Minori e l'adorazione perpetua al Sacramento. Nè dimenticheremo quei diciotto di casa Giustiniani, che côlti dai Turchi, sostennero il martirio piuttosto che aderire al Corano.
In essa città si moltiplicarono sino a ventuna le confraternite, dette Casaccie, che si corruppero poi in gare di lusso e di esercizj atletici. Tre sorelle Gonzaga, nipoti di san Luigi, fondarono a Castiglione delle Stiviere le Vergini di Gesù, nobili, senza clausura, e dedite all'istruzione, per la quale furono risparmiate fin da Giuseppe II e da Napoleone, non dal nuovo regno d'Italia.
Camillo de Lellis, da Bacchiano negli Abruzzi, biscazzato ogni aver suo, e ridotto a far da manuale in una fabbrica de' Cappuccini, ivi tocco nel cuore da Dio, si veste frate: tormentato da un'ulcera alla gamba, sente quanto mal giovi agli infermi la prezzolata assistenza, e nel 1586 fonda i Crociferi che li servano come servirebbero a Cristo stesso.
Dopo la peste del 1528 una società a Cremona istituì un ritiro, dove orfani d'ambo i sessi lavorassero seta, bambagia, lana; la compagnia di san Vincenzo vi aprì un conservatorio per donne vedove o mal maritate, uno per le convertite, uno per le pericolanti; un ricovero pei poveri, al quale il medico Giorgio Fundulo aggiunse un legato onde esimere i mezzajuoli dalle esecuzioni per debiti in causa d'affitto; nel 1562 l'ospedale di sant'Alessio per gl'incurabili, e i Barnabiti nel 1575 una Compagnia della Carità per soccorrere ai poveri vergognosi; onorevoli cittadini si congregavano tutte le domeniche, e dopo un discorso morale, davano relazione delle famiglie povere, de' bisogni d'orfani e pupilli, de' pericoli di zitelle, e consultavano sul modo di provvedervi, mediante offerte loro o collette; istituzione, imitata in molti luoghi, e che rivisse ai dì nostri nelle conferenze di san Vincenzo di Paolo[267]. E in quella città il Campi ricorda una Margherita Spineta, terziaria carmelitana, che per trentacinque anni si tenne rinchiusa in una cameretta presso Sant'Antonio: e l'affollatissimo concorso al giubileo del 1575, venendovi tutti i diocesani in processione vestiti di sacco, e la gara di alloggiarli nelle case: la notte principalmente vedeansi queste lunghe schiere d'uomini e donne andar coi lumi accesi e scalzi anche di stridente inverno, flagellandosi e cantando salmi e litanie.
In Roma all'oratorio del Divino Amore appartenevano Contarini, Sadoleto, Giberti, Caraffa, che poi furono cardinali, e Gaetano Tiene e il Lippomano. Sotto Paolo III, i curiali fondarono l'Arciconfraternita, che educa e istruisce nelle arti poveri orfani d'ambo i sessi; come la Compagnia di Sant'Ivone assume a patrocinare le cause di poveri e di pupilli. Leonardo Ceruso salernitano, palafreniere del cardinale de' Medici, radunava in Roma i fanciulli abbandonati (1580), e li facea cantar laudi e scopar le vie, raccogliendo limosine, e così cominciò quell'istituto, poi tanto ammirato col nome d'Ospizio apostolico di San Michele a Ripa, ove centinaja di trovatelli sono educati nelle arti industri e belle; al tempo stesso che il suo compagno Ottavio raccoglieva le zitelle sviate, e cominciava il Conservatorio di Santa Eufemia.
Tra le guerre di quel secolo era cresciuta la miseria; e il chiudersi di tanti conventi tolse a un'infinità d'uomini non meno il pane spirituale che quello del corpo; sicchè troppo avea dove esercitarsi la multiforme carità cattolica. Girolamo Miani, patrizio veneto, difesa contro la lega di Cambrai la fortezza di Castelnuovo di Piave e cadutovi prigioniero, votossi alla beata Vergine di Treviso, e miracolosamente liberato, raduna gli orfani rimasti da quelle battaglie e dalla fame del 1528, ove si mangiavano sin gli animali più schifi; e pertutto fonda ospizj a ricovero ed istruzione di quelli, e ad emenda delle povere traviate: assiste in Venezia gl'incurabili, a cui faticarono pure sant'Ignazio, san Gaetano, il Saverio: fa istituire o sistemare gli ospedali di Verona, Padova, Brescia, Bergamo. Sul bergamasco lasciavansi in campagna le biade per mancanza di braccia; ed egli raccoglie falci, e mena attorno mietitori, che invece delle villotte, cantano orazioni. Poi nel 1531 fonda a Somasca altri cherici regolari, diretti ad istruire nelle lettere, nei mestieri, nella virtù.
Dai Somaschi uscì poi la congregazione della Dottrina Cristiana, istituita nel 1592 da Cesare de' Bussi, milanese nato in Francia, e applicata a catechizzare i poveri.
Il beato Giovanni Marinone veneziano, maestro di Andrea Avellino, compì prodigi di pietà e di carità a Napoli, di cui ricusò l'arcivescovado.
Suor Angela Merighi di Desenzano (-1540), trovate settantatre compagne di primarie case bresciane, le pose in protezione di sant'Orsola (1527) senza regole austere, nè contemplazione, nè le altre esigenze, contro le quali allora gli eretici declamavano: rimanevano in grembo alle famiglie, variando il tenore di lor vita secondo i luoghi e le circostanze, intente a scoprire gli infelici per soccorrerli, visitare spedali e malati, educar bambine. Dicevano: «Bisogna innovare il mondo corrotto per mezzo della gioventù; le fanciulle riformeranno le famiglie, le famiglie le provincie, e le provincie il mondo». Quest'istituzione di carità e beneficenza esalava tale fragranza di santità, che san Carlo accolse ben quattrocento suore nella sua diocesi: poi diffuse in Europa non solo, ma oltre l'Atlantico, coi miracoli della carità faceano stupire i selvaggi del Canadà, ove predicavano il Vangelo, del pari che le capitali della Francia e dell'Inghilterra; e pur testè faceano invidiare dagli Inglesi le sante loro industrie e i soccorsi ch'elle prestavano ai guereggianti nella Crimea. Ciò non tolse che, adesso appunto, il regno d'Italia dicesse a loro, come a tutti gli Ordini religiosi: «Andate via! Io saprò meglio orare, meglio istruire, meglio beneficare».
Il nome di Vincenzo di Paolo, popolano francese, ricorda quanto la carità ha di sacro, di spontaneo, di squisito. I suoi Preti della Missione, istituiti nel 1625, ben presto si diffusero nella Corsica, straziata da efferate vendette; e nell'Italia, ove il Piemonte, il Genovesato, la Romagna offrivano tanta materia al loro zelo. I pastori che guidano gli armenti per la campagna di Roma e nelle valli dell'Apennino, mesi e mesi restavano senza sacramenti nè predicazione, ignorando fin le cardinali verità della fede; e i Missionarj li raccoglievano la sera per ammaestrarli nelle stalle o a cielo aperto, e la festa li chiamavano attorno a qualche tabernacolo per rigenerarli coi santi riti.
Un Gesuita nel 1569 sotto il nome di Maria associava i giovani studenti a Napoli, e già nel 1584 ogni città possedeva siffatta congregazione, che Gregorio XIII arricchiva d'indulgenze. Dalle scuole trapassarono tali unioni di spirito alle varie condizioni; artigiani e nobili, mendicanti e magistrati, invocavano Maria in concordia di formole. In Milano prete Castellini da Castello formò la Compagnia della riforma cristiana, che insomma era quella del catechismo, e che poi prese il nome di Servi de' puttini. Frate Buono da Cremona vi introdusse la devozione delle quarant'ore, il sonar l'agonia alle ventun'ore, e un asilo per le pentite a Santa Valeria. Potremmo aggiungere le congregazioni del Buon Gesù, della Madre di Dio, della Buona Morte, e d'altri nomi.
Quanto il sentimento religioso si fosse ravvivato lo attestano i tanti miracoli allora proclamati, e le frequenti apparizioni della Beata Vergine a Caravaggio, ai Monti in Roma, a Narni, a Todi, a San Severino, nella Val San Bernardo del Savonese; sul monte Pitone a Brescia ordina a un pastore di fabbricarvi una Chiesa; l'effigie di Subiaco suda; davanti al santo Crocifisso di Como si spezzano le catene opposte alla processione; una Madonna piange a Treviglio, e così salva questa borgata dai latrocinj del Lautrech; una parla in San Silvestro; una in Sant'Eugenio di Concorezzo dà segni miracolosi; una è prodigiosamente scoperta a Portovenere, un'altra a Castiglione delle Stiviere entro un grosso noce. Un soldato a Lucca nel 1588, perdendo al giuoco, avventa bestemmiando i dadi a una Madonna, ma in quell'atto gli si rompe il braccio; pel qual miracolo i doni fioccarono, e dugencinquanta processioni in mezz'anno vi accorsero, dalle cui oblazioni si fabbricò la Madonna de' miracoli. Tutti avvenimenti alla cui storia abbisogna il prolegomeno della fede. E noi gli enunciamo solo come segni del tempo; poichè, mentre al principio di quel secolo tutto era paganizzato ne' costumi, nelle arti, ne' governi, nella Chiesa, al fine di esso non si operava quasi che per interessi religiosi; in nome del cristianesimo si scriveva, si combatteva, si uccideva, si educava, si sfamava; ecclesiastici di robustissima potenza entrano ne' consigli dei re a dirigerne i modi e gli atti; i papi, spogliati di mezzo mondo, se ne rifanno coll'acquisto delle due Indie, e mettono soggezione ai re ed ai pensatori con un pugno di cherici, paventati dovunque vi sia rivolta contro l'autorità di Pietro.
Se la riforma cattolica non ebbe divelto il vizio e la corruttela, non mutato la struttura delle Università e dei corpi religiosi, cui l'alta istruzione veniva affidata; se anche gli Ordini nuovi s'intepidirono o corruppero, il rinvigorito spirito cristiano combatteva l'effervescenza della carne e la voluttà sensuale; la carità che aveva balsami per ogni piaga, impediva che la corruzione toccasse all'estremo. Quante anime, stanche dal fortuneggiare del mondo, cercavano ricovero in grembo a Dio! Le Suore della Carità, lanciandosi in mezzo alle miserie, le Carmelitane seppellendosi anticipatamente, pareano invase da una passione cristiana; il clero spandeasi dapertutto a cercar l'ignoranza da istruire, il vizio da correggere, la virtù da sostenere, la povertà da pascere, esposto al quotidiano martirio del disprezzo e della calunnia.
Siamo forse usciti dal nostro tema col mostrare quali ripari opponesse la Chiesa agli assalti portatile dall'eresia? Ammirando questi prodigi della carità non possiam di meno di ricordare come Lutero esclamasse: «Almeno sotto al papato le persone erano caritatevoli, e non si faceano tirar le orecchie per dare; adesso, sotto il Vangelo, invece di dare, tolgon l'uno all'altro; vi scorticherebbero vivo purchè ci trovino qualche piccolo guadagno, e pare non s'abbia nulla se non si ha tutto l'altro[268]».
E Musculo: «Abbiam fino cangiato natura; divenuti benevoli e caritatevoli gli uni agli altri press'a poco come le fiere. Chi più s'interessa del prossimo? Tutti amano se soli, di se soli fan conto, e si può dubitare se rimanga ancora in noi goccia di sangue umano[269]».
E Wizel: «Per lo passato v'avea cristiani che amavano talmente i poveri, da chiamarsi padri e figliuoli: lavavan loro i piedi, li servivano a tavola, come ha fatto Gesù Cristo. Ora si escludono di città e di casa come reprobi e pubblici nemici. È il tuo spirito, o Signore, questo che regna oggi nelle Chiese? Qual purificazione, qual riforma, quali elementi d'unità e concordia»[270]. E potremmo seguitare lunghissimo tempo queste citazioni, e conchiuderemmo con quello onde cominciammo, che l'albero si giudica dal frutto.