203. Nell'Ordo et modus in celebratione sancti et generalis concilii tridentini observatus, a r. p. Angelo Mazzatello ejusdem concilii secretario descriptus, parlando de congregationibus generalibus, è scritto: Licet unicuique quam maluerit summa libertate opinionem vel tueri vel destruere, dummodo ea quæ catholicum decet dicatur et tandem confirmetur. Evenit aliquando ut, aliquo minus catholice loquente, multi assurgerent conclamantes, Hæc non sunt dicenda, Hæc hæresim sapiunt vel similia: usque adeo ut nonnumquam aliquibus clara voce dictum fuerit: Iste est hæreticus, Iste debet a congregatione expelli. Quæ verba fuere summa ratione ab illustrissimis Legatis reprehensa, ne libertas loquendi patribus adempta esse videretur.

204. Gradonico, Brixia sacra, p. 366.

205. Mantova, 1567. Questo Zanchino era stato inquisitore nell'Emilia il 1302, e morì il 1340. Dice: «Per più spedita istruzione del religioso ed onesto frà Donato di Santa Agata minorita, inquisitore nella provincia della Romagnola, che, occupato nelle cose divine, e insistendo agli studj delle sacre carte, non può attendere alla dottrina del diritto canonico e civile, per poter più di questi pienamente essere istruito, e sapere quel che convenga senza sviare dalla scienza della giustizia nelle sentenze o nel processo, io Zanchino di Ugolino, senese della porta di San Pietro d'Arimino, minimo avocato, figlio spirituale e devoto di esso signor inquisitore, feci questo compendioso trattato sopra gli eretici, ecc.» Vedi Quetif.

Il Campegio fece pure un'opera De privata potestate rom. pontificis contra Matthiam Flacium Illyricum, stampata solo nel 1697. Anche Vincenzo Patina di Quinzano (-1575) scrisse Fragmenta contra hæreses (Mantova, 1557), e le altre cose lodate.

206. Lagomarsini nelle note al Poggiano, maestro di san Carlo, che fu poi cardinale.

207. Principale sostenitore dell'immacolata Concezione fu il ripetuto cardinal Polo col cardinale Pacecco.

208. Merito chiamano i teologi la bontà naturale o soprannaturale delle azioni dell'uomo, e il diritto che egli acquista per esse ai premj divini, in grazia delle divine sue promesse. Si dà merito di condegnità, quando c'è una proporzione fra il valor dell'azione e la ricompensa annessavi: altrimenti non c'è che merito di convenienza (de congruo). Quello non può fondarsi che s'una promessa formale di Dio, questo sulla fiducia nella sua bontà, mera grazia e misericordia (San Paolo ad Rom. VIII, 48).

Daniele dice a Nabucco: «Riscatta colle limosine i tuoi peccati». Qui s'avrebbe un altro merito; il perdono delle colpe qual guiderdone delle buone opere. Così è scritto che Dio fece del bene alle levatrici egiziane perchè lo temettero (Exod. I, 20). Secondo san Giacomo, la meretrice Raab fu giustificata per le sue buone opere (Ep. II, 25). In questi ed altri casi non v'era condegnità o proporzione fra le opere e il premio, e nemmen promessa: è la bontà di Dio che non volle lasciarle senza premio: era merito di convenienza.

L'uomo non può meritar la prima grazia attuale, altrimenti essa sarebbe premio d'azioni fatte senza di essa e meramente naturali. Nemmeno la prima grazia abituale può essere meritata de condigno; ma può l'uomo meritarla de congruo per via d'opere buone fatte col sussidio della grazia attuale. Sant'Agostino insegna che il dono della perseveranza non può l'uomo meritarlo de condigno, perchè Dio non l'ha promesso ai giusti: ma i giusti posson meritarlo de congruo colle preghiere e la fiducia.

209. L'Ochino scrive: «Io mi ricordo che, trovandomi a Roma, il cardinale Contareno da Spira aveva scritto al papa e a certi cardinali come infra loro cattolici avevano accettato l'articolo della giustificazione per Cristo, ma non già confessato alli Protestanti: e che desiderava sapere se lor pareva che pubblicamente l'accettassero. Ora il cardinal Fregoso mi disse: Domani si farà concistoro, e si proporrà lo articolo della giustificazione per Cristo; saremo da cinquanta cardinali, delli quali almanco trenta non sapranno che cosa sia questa giustificazione; e degli altri venti la maggior parte la impugneranno; e se qualcuno la vorrà difendere sarà tenuto eretico». Sicchè si può vedere che cosa è la nostra chiesa, poichè nel supremo tribunale, dalli primi capi, si ha a propor per cosa dubbia il primo e principal articolo della fede, e di più sarà rifiutato».

Risposta di messer Bernardino Ochino alle false calunnie e impie bestemmie di frate Ambrosio Cattarino, 1546.

Gran rumore si mena di tale asserzione, ma a noi non pare vedervi che un de' paralogismi soliti nelle polemiche. È di fatto che i Padri stavano indecisi sui termini, paventando di restar sorpresi per qualche parola sfuggita o frantesa. Nell'epistolario di Reginaldo Polo v'è una lettera che Nicolò Ardinghello, a nome del cardinale Farnese, scrive al Contarini; aver il papa ricevuto la conclusione fermata fra sei deputati, sopra la giustificazione, e non l'aver letta in concistoro perchè esso Contarini avea raccomandato di tener secrete queste trattative, onde non turbare la concordia. Sua santità considerava che le risoluzioni del colloquio non faceano autorità e sono citra conclusionem, ma pure guardasser bene di non lasciarsi sfuggire cosa cui potessero appigliarsi gli eretici; si cercasse che «le parole debbin in ogni cosa essere ben chiare e non comuni a più sensi»; che «li articoli siano boni di senso e chiari nel parlare; nè sotto speranza di concordia si lasci trasportare non solo ad acconsentire in quanto al senso ad alcuna determinazione che non sia del tutto cattolica, ma etiam nella esplicazione delle parole fugga ogni dubbietà, e non comporti che si pretermetta di esprimere il tutto, e tanto chiaramente che non vi sia pericolo di esser gabbato dalla malitia degli avversarj». Il Laynez nell'opera De imputatione justitiæ (Trento 1546) conchiudeva: His itaque dictis circa ipsam decreti doctrinam, addam me vehementer desiderare ut, in publica atque ordinaria synodo, huic negotio justificationis imponatur extrema manus: atque ob id præsertim, quia cum ego, sicut et alii generales, jam missurus sim permultos concionatores ad varia Italiæ loca, vellem ut ex præscripta formula idem omnes de justificatione dicerent.

210. Sess. XIV, c. 8. È la frase di sant'Agostino, che Dio corona i proprj doni coronando il merito de' suoi servi.

Vedasi il nostro vol. I pag. 309.

211. Il dottore Pusey, nella recente famosa sua lettera «La Chiesa d'Inghilterra porzione della una, santa, cattolica chiesa di Cristo, e mezzo di restituirne la visibile unità, Irenicon ecc., Londra 1866» dice: «Quanto alla giustificazione, non v'è un solo capitolo del Concilio di Trento che noi Anglicani non siamo tutti disposti a sottoscrivere, nè alcun anatema d'esso Concilio su tal proposito che contraddica alla dottrina della Chiesa anglicana». E soggiungeva: «Paragonando la mia credenza con quella esposta dal Concilio di Trento, fui persuaso che le espressioni di cui si valse, colle spiegazioni di dottori cattolici, private bensì ma autorevoli fra' Cattolici, non condannino quel ch'io credo, nè esigono ch'io ammetta cose che non ammetto... Nulla vi ha che non possa essere spiegato in modo soddisfacente per noi, qualora tale spiegazione ci venga data con autorità; cioè non solo da semplici teologi, ma dalla medesima Chiesa romana».

Ma poi inveisce contro la Chiesa cattolica con pregiudizj vulgari: il primato del papa deriva non da diritto divino ma da ecclesiastico: vuol distinguere nella Chiesa un insegnamento dottrinale, ch'e' loda e riconosce, e un sistema pratico popolare, fonte di superstizioni e assurdi e in contraddizione col primo, e che trova quasi autoritario e idolatrico, e causa perchè i Protestanti stiano lontani dalla Chiesa cattolica.

Non è così. Il papa crede quel che crede l'infimo de' Cattolici: la Chiesa, attenta a condannare ogni errore, non tollererebbe certo un sistema pratico, opposto all'insegnamento dottrinale.

212. Se con Lutero si ammette che i sacramenti danno la grazia unicamente coll'eccitar la fede, ne consegue che pari virtù possedessero anche quelli della legge antica, i quali invece erano puro segno della grazia, mentre quelli della nuova la contengono e la producono.

213. La comunione sotto le due specie era domandata con instanza da molti paesi, ed anche dalla Francia: talchè, nel pericolo di perder un tanto paese, inclinavasi a condiscendere. Ma li cardinali spagnuoli vi si opponevano: il cardinale Sant'Angelo diceva sarebbe un dar a' Francesi un calice di veleno, e ch'era meglio lasciarli morire, che dar rimedj tali: il cardinale della Cueva, che, se l'autorità della santa sede il concedesse, egli andrebbe sulla scalea di San Pietro a gridar misericordia: il cardinale Paceco rifletteva che adesso francesi, tedeschi, spagnuoli vanno alle medesime chiese, mentre allora, variando in rito sì principale, si troverebbero separati, e ne verrebbe scisma e nimicizia. Il cardinale Alessandrino (frà Michele Ghislieri) argomentava che il papa nol poteva concedere; non perchè glie ne mancasse l'autorità, ma per incapacità di quei che domandavano tal grazia. Perocchè, o questi tengon per necessario il calice, o no. Se no, a che volere dare scandalo colla differenza? Se sì, dunque son eretici e incapaci di grazia. Il ricever il calice credendolo necessario è male ereticale: e il papa non può dar facoltà di fare il male. Il cardinal Rodolfo Pio di Carpi rifletteva che, ottenuta questa domanda, Francia ne poserebbe un'altra, e il matrimonio de' preti, e l'uso della lingua vulgare ne' sacramenti, ed altre materie, che tutte aveano altrettanta ragione. In fatti il papa stette al niego.

214. È perentoria la sentenza della sess. XXIV, cap. de Reformatione.

«Coloro i quali, altrimenti che alla presenza del parroco o d'altro sacerdote, autorizzato dal parroco istesso o dall'ordinario, e di due o tre testimonj, si attenteranno di contrarre matrimonio, la santa sinodo li rende del tutto inabili a contrarre in tal guisa, e siffatti contratti decreta esser irriti e nulli».

Dunque in faccia alla Chiesa non esiste matrimonio se non è contratto nella forma prescritta da essa; mentre oggi in Italia la legge non riconosce se non l'atto civile. Che il matrimonio non sia sacramento, ma semplice contratto civile, lo sostenne principalmente, fra i nostri, il De Dominis. Contro del quale e del Lannoy cominciò un trattato il famoso Gerdil, mostrando che la sua natura intima ed essenziale, come la istituzione, distinguono il matrimonio dai contratti civili e naturali. Fu pubblicato postumo nel 1803, e riprodotto nel 1860 allorchè tal quistione rinacque.

215. Sant'Agostino definisce la Chiesa populus fidelis per universum orbem dispersus. Dopo lo scisma orientale, fu definita l'assemblea di persone unite dalla professione della fede cristiana e dalla partecipazione agli stessi sacramenti, sotto la suprema condotta del papa, primo vicario di Cristo. Le parole in corsivo sono taciute dalla Chiesa greca. La protestante chiamasi congregazione dei santi, in cui il Vangelo rettamente s'insegna, e rettamente s'amministrano i sacramenti. Confessio Augustana, art. 7. I Sociniani dicono, la Chiesa visibile è l'adunanza di quegli uomini che tengono e professano la dottrina salutare. Catechismo Cracoviano pag. 108.

216. È il preciso opposto del razionalismo del XVIII secolo, e per esempio di Tollotson o di Buttler, che dicevano: Chi desidera veramente far la volontà di Dio, non può lasciarsi ingannar da vane pretensioni di rivelazione. Se gli si propone una dottrina come venuta da Dio, esso la giudica secondo le cognizioni che possiede della natura divina e delle sue perfezioni; vi è conforme? la ammette. Altrimenti la repudia, se anche un angelo calasse dal cielo per fargliela accettare.

217. G. Volkmar, nel Zeitschrift für wissenschaftliche Theologie, 1861, parlando delle epistole canoniche, sostiene che i libri di Enoch non comparvero se non verso il 132 d. C. In conseguenza le due epistole di san Pietro e quella di Giuda che li citano son posteriori, e vanno al 145: Papio, che si serve della prima epistola di san Pietro, non potè scrivere avanti il 155-170: e perciò cade la testimonianza sua a favore de' libri di san Giovanni. E così via. Ma il libro del profeta Enoch, opera apocrifa, tenuta molti secoli per perduta, fu scoperto in Abissinia al fine del secolo scorso, e tradotto s'un manoscritto etiope della biblioteca Bodlejana (Oxford 1821), e n'è dimostrata l'anteriorità. Vedi dott. Ricardo Lawrence, Mashasa Enoch Naby the booky ecc., e il Ghiringhello nella Vita di Gesù Cristo p. 413. Il vero è che l'autenticità dell'epistola di san Giuda non dipende per nulla dall'età del libro di Enoch, giacchè non lo cita come libro, nè dice scriptum est: ma cita solo parole che la tradizione attribuiva ad Enoch, e che poterono passare nell'apocrifo di Enoch, togliendole dalla stessa tradizione, e fors'anche dalla lettera di Giuda che le avea registrate.

218. La distinzione de' libri in antico e nuovo Testamento fu fatta da Tertulliano, appoggiandosi a san Paolo che scrive: In lectione veteris Testamenti: idoneos ministros nos fecit novi Testamenti. Ad Corint. III, 14, 6. Il greco dice διαθήκη, voce equivalente all'ebraica berith, che significa o taglio o alleanza o economia. Quarantasei sono i libri del Vecchio Testamento, cioè Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio, Giosuè, il libro de' Giudici, Rut, il primo e secondo di Samuele, il primo e secondo de' Paralipomeni, il libro d'Esdra, il libro di Neemia, Tobia, Giuditta, Ester, Giobbe, il Salterio, i Proverbj di Salomone, l'Ecclesiaste, il Cantico de' Cantici, la Sapienza, l'Ecclesiastico, Isaia, Profezie e lamentazioni di Geremia, Baruc, Ezechiele, Daniele, Osea, Gioele, Amos, Abdia, Giona, Michea, Naum, Abacuc, Sofonia, Aggeo, Zacaria, Malachia, primo e secondo de' Macabei.

I libri del Nuovo Testamento son ventisette: cioè I quattro evangeli, I fatti apostolici, Le quattordici epistole di Paolo, Le sette lettere cattoliche, una di san Giacomo, due di san Pietro, tre di san Giovanni, una di san Giuda o Taddeo, l'Apocalisse.

Questa serie è data già dal Concilio III Cartaginese del 397, e riprodotta dal tridentino, che non pose divario pe' libri deuterocanonici.

219. Ad Ephes. v, 27; Apoc. XXI, 27.

220. Nel vangelo di san Matteo XII, 32 si dice che «a quello che avrà parlato contro lo Spirito Santo non fia rimesso nè in questo secolo nè nel futuro». Dunque ci ha peccati che saranno rimessi nell'altra vita.

Sant'Agostino, oltre quel che ne riferiamo alla nota 7 del discorso XV, ha un trattato de cura pro mortuis gerenda: nella Città di Dio S. XXI, c. 24 scrive: Pro defunctis quibusdam vel ipsius ecclesiæ vel quorundam piorum exauditur oratio: nell'Enchiridion § 29, c. 110: Cum sagrificia sive altaris, sive quarumcumque eleemosynarum pro baptizatis defunctis omnibus offeruntur, pro valde bonis gratiarum actiones sunt: pro non valde malis, propitiationes sunt; pro valde malis, etiamsi nulla sunt adjumenta mortuorum, qualescumque vivorum consolationes sunt.

Vedi Vincenzo De Vit, Come si possa difendere la Chiesa cattolica nelle sue preghiere pei defunti, incriminate dagli eterodossi. Prato 1863.

221. Sess. XXV, cap. 3. Et quamvis in honorem et memoriam sanctorum nonnullas interdum Missas Ecclesia celebrare consueverit, non tamen illis sacrificium offerri decet, sed Deo soli qui illos coronavit; unde nec sacerdos dicere solet o offero tibi sacrificium, Petre vel Paule, sed Deo de illarum victoriis gratias agens, eorum patrocinia implorat: ut ipsi pro nobis intercedere dignentur in cœlis, quorum memoriam facimus in terris.

222. Eppure uno dei campioni d'allora, il Gerson, così poco favorevole al primato romano, dichiara eretico eum qui negaret statum papalem institutum esse a Deo supernaturaliter et immediate, tamquam habentem primatum monarchicum et regalem in ecclesiastica hierarchia. (De statu ecclesiæ cons. 1). È forse la formola più comprensiva, e da preferirsi anche a quella del Bellarmino.

223. Bossuet, Hist. des variations, lib. XV.

224. Dianzi a Trento celebrò il terzo centenario di quel sinodo, e a Roma fu coniata una medaglia coll'iscrizione Concilivm magnvm tridenti incoatvm an. mdxlv absolvtvm anno mdxliii ecclesiæ salvs. RX an. mdccclxiii tridenti tertiis festis sæcvlaribvs.

225. Il vol. XII della collezione Mazzoleni più volte citata contiene, fra altri, uno scritto, Abusus qui circa sacrum missæ sacrificium evenire solent; e un Manuale de quibusdam abusibus, relativo principalmente alle prediche de' frati, ai questuanti, e alla loro riforma.

226. Arnobio, adv. Gentes III, 7.

227. Negli Atti degli Apostoli, cap. XIX, V. 19: Multi eorum, qui fuerant curiosa sectati contulerunt libros, et comburerunt coram omnibus.

228. Volume I pag. 245.

229. Nel Fedro di Platone è acuto quanto elegante il discorso di Socrate intorno ai danni che la scrittura apportò al pensiero, e il confronto tra la parola viva e la scritta: con ciò condannando già quegli eterodossi, che la sostanza della verità ripongono in un libro.

230. Allo scopo del nostro lavoro serve notare i seguenti libri del primo Indice:

Julius Cæsar P., Qui Calvini Institutiones in italicam linguam transtulit.

Castelvetro, Opera omnia, donec expurgentur.

Battista da Crema, Opera omnia nisi emendentur.

Firmanus Seraphinus, Apologia pro Baptista de Crema.

Antonio d'Adamo, Anatomia della messa.

Il Brucioli è pure fra i proibiti di prima classe. Dappoi

Modo di tenere nell'insegnare e nel predicare al principio della religione cristiana.

Modo o via breve di consolare quelli che stanno in pericolo di morte.

Opera divina della cristiana vita.

Opera utilissima intitolata, Dottrina vecchia e Dottrina nuova.

Maniera di tenere a insegnar i figliuoli cristiani.

Tutte le opere di Alberico Gentile e del De Dominis.

Precedenzie alla apologia della confessione virtembergense.

Antonius Polus venetus, Lucidarium potestatis papalis, septem libros complectens. (Appendice).

231. Per esempio, il Consilium de emendanda Ecclesia per le note e prefazione ereticali; Epitome responsionis Silvestri ad M. Luterum, edita da Lutero; S. Concilii trid. decisiones, edite da Giovanni di Gallemart; Fecebico Fregoso, Pio e cristianissimo trattato della orazione; Della giustificazione della fede e delle opere; Prefazione alla lettera di san Paolo ai Romani, opere attribuitegli falsemente.

Poemata varia doctorum piorumque virorum de corrupto Ecclesiæ statu, cum præfatione M. Flacci Illyrici.

Scripta quædam papæ et monachorum de Concilio tridentino, ann. 1547 et 1548, cum præfatione Matthiæ Flacci Illyrici. Così i decreti di Alessandro VII e di Innocenzo XI contro le proposizioni di morale lassa: il decreto del Sant'Uffizio contro certe confraternite, perchè nella ristampa venne esteso più che non fosse in origine.

232. Stimo non disopportuno avvertire che, dovendo pe' miei lavori, e più specialmente per questo, valermi d'ogni sorta di libri, anche de' peggiori e degli ereticali, chiesi e ottenni la più ampia licenza dal santo padre.

E mi sia dato citare alcuni casi particolari non senza importanza intrinseca, nè senza opportunità.

Lodovico Muratori, bersagliato come ogni letterato, e specialmente ogni storico nel nostro paese, fu anche accusato di opinioni antipapali, e sin dai pulpiti come pazzo, temerario, eretico. Denunziato alla sacra Congregazione, il Muratori ne scrisse al pontefice, chiedendo esser edotto degli errori appostigli. E Benedetto XIV gli rispondeva, ne' suoi scritti trovarsi certamente molte cose disapprovabili, ma che «secondo l'esempio dei predecessori, le opere degli uomini grandi non si proibiscono», e tanto meno il farebbe delle sue, attesa la gran fama dell'autore e la conosciuta sua pietà: quel ch'era spiaciuto in esse non si riferiva se non ai possessi temporali della santa sede: egli «avea sempre creduto non convenisse disgustare per discrepanza di sentimenti in materie non dogmatiche nè di disciplina, ancorchè ogni governo possa proibire quei libri che contengono cose che gli dispiacciono» (Roma, 25 settembre 1748).

Gian Domenico Romagnosi in fondo era filosofo sensista e giurista statolatro. Le opere sue divennero più celebri dopo la sua morte, e nessuno può non ravvisarvi lo spirito degli Enciclopedisti, per cui la religione è considerata come un affare civile, e piuttosto trascurata che attaccata. Dovette dunque alcuno zelante denunziare al sant'Uffizio la Genesi del diritto penale. E la sacra Congregazione mandò a lui l'arciprete del duomo di Milano Opizzoni, nel novembre 1827, esponendogli i varj passi incriminati. «Grato ai generosi riguardi coi quali veniva onorato dalla sacra Congregazione», il Romagnosi si sentì «in dovere di corrispondere con la dovuta venerazione e lealtà», ed espose spiegazioni, che io ho pubblicate in una biografia di quel mio maestro. La sacra Congregazione, «dopo diligentemente esaminate le osservazioni e spiegazioni sopra le proposizioni censurate, commendò la sommessione e il rispetto» di lui; solo «consigliando pel caso di ristampa, alcune aggiunte spiegative».

Le dottrine religiose del Romagnosi erano state impugnate vivamente dall'insigne filosofo Antonio Rosmini. Uomo religiosissimo, fondatore d'un Ordine nuovo, esemplare di vita, splendidamente caritatevole, parve però ad alcuno che, colle sue teoriche filosofiche, arrivasse a vere eresie, e specialmente nel Trattato della Coscienza. Fu dapprima imputato in giornali cattolici, poi virulentemente in alcune lettere di Eusebio Cristiano, nelle quali si volle vedere una vendetta de' Gesuiti, perchè esso piantava sistemi contrarj a quelli sostenuti da filosofi di quella Compagnia. Dai libri la cosa procedette ai tribunali: e deferite quelle opere alla sacra Congregazione dell'Indice, vennero prese a severo esame. Gli avversarj de' Gesuiti asserivano che la costoro potenza riuscirebbe certo a farlo condannare. Noi amici dell'autore restavamo in un'ansietà paurosa, temendo di vedere riprovato un tant'uomo, e condannate opere che, camminando sempre sulle traccie dei santi padri, erano sembrate un gran sostegno della religione contro gli errori de' nostri tempi, e l'irruzione della filosofia eclettica e del panteismo. Quale immensa consolazione quando Roma proferì non esser condannabili!

Di rimpatto quella spudorata che si chiama opinione pubblica avea sparnazzato coi suoi organi che la Storia Universale del Cantù era lavoro complessivo de' Gesuiti, a cui egli non dava che il nome o la forma. In quella vece dai Gesuiti stessi gli vennero severissimi appunti e pubblici e privati: ond'egli supplicò alcun di loro togliesse in esame l'opera sua, indicandogliene gli errori, sicchè potesse correggerli nelle successive edizioni. Si cominciò in fatto il caritatevole officio; poi, forse perchè la messe crescente sbigottisse il pio annotatore, si giudicò opportuno trasmettere quelle note, anzichè all'autore, alla sacra Congregazione dell'Indice. Il Cantù, privatamente informatone, dichiarò sottomettersi a qualunque decisione prendesse la santa sede, ma, a norma della Costituzione di Benedetto XIV, invocava d'essere informato e di potersi difendere. Non fu esaudito in ciò, forse perchè sembrasse bastante la difesa che internamente se ne farebbe; e dopo lungo tempo, che fa supporre accurata indagine, gli venne rescritto che «la sacra Congregazione in maturo esame ha dovuto convincersi essere nella Storia Universale trascorse qua e là inesattezze ed anche proposizioni erronee: in vista però della vastità dell'opera, delle molte edizioni, delle belle pagine che contiene, della rettitudine dell'autore.... avuto riguardo alla Costituzione Benedettina, ha dichiarato non si condannano esse istorie, benchè vi s'incontrino opinamenti erronei che l'autor medesimo potrà col suo senno e colla sua erudizione avvertire».

Accompagnando questa decisione, il 7 settembre 1860, il cardinale prefetto della sacra Congregazione in particolare si congratulava coll'autore «del non essersi lasciato adescare da quel partito antipapale e forse anticattolico, il quale dispensa le più clamorose corone. Ella ha saputo tanto scostarsene, che mai non ne otterrà gli applausi».

233. È all'indice Furius Coriolanus (cioè Federico Valentino) Bononia, sive de libris sacris in vernaculam linguam convertendis.

La regola IV dell'Indice edito per ordine del Concilio Tridentino pone: «Essendo manifesto dall'esperienza che, se la sacra Bibbia in lingua vulgare si permetta senza distinzione, ne vien più detrimento che utilità, in grazia della temerità degli uomini, stiasi in ciò al giudizio del vescovo o dell'inquisitore, acciocchè col consiglio del parroco o del confessore possano concedere di legger la traduzione de' libri santi fatta da cattolici, a coloro che capiscano poter trarre da tale lettura non danno, ma aumento di fede e di pietà.

«Lo stesso dicasi pei libri vulgari di controversie fra cattolici ed eretici del nostro tempo» (Regola VI).

234. Manuscritto della Magliabecchiana, classe XXV, 274, al marzo 1549.

235. Storia della Scultura.

236. È chiamata missa papæ Marcelli, ma non par vero la componesse per difendere la musica sacra davanti a Marcello II, il quale non regnò che 22 giorni. La compose per commissione di san Carlo, e fu cantata nella cappella Sistina il 19 giugno 1565.

237. Il padre Pietro Canisio di Nimega, gesuita, fu uno de' più operosi avversarj della Riforma. Assistette al Concilio: fu spedito a missioni importantissime: fondò Congregazioni in onore della beata Vergine, in molti luoghi e nominatamente a Messina; procurò la istituzione del collegio Germanico a Roma, e del collegio di San Michele a Friburgo, che fu il centro della resistenza in Svizzera. In tale opera l'ajutò assai il nunzio Bonomo. Colà morì il 1597, e fu beatificato nel 1865.

238. «C'è un libretto che si fa imparar a memoria ai fanciulli, e sul quale sono interrogati in Chiesa. È il catechismo. Leggetelo, e vi troverete la soluzione di tutte le quistioni. Domandate al cristiano donde viene la specie umana; e lo sa. Dove va? lo sa. Come si va? lo sa. Dimandate a quel ragazzino che non vi ha mai pensato, perchè egli è su questa terra, che cosa diverrà dopo morte; egli vi farà una risposta sublime, che forse non comprenderà, ma non per questo è meno ammirabile. Dimandategli come il mondo fu creato e a qual fine, e perchè Dio ha posto animali e piante; come la terra fu popolata d'uomini; se da una sola famiglia o da molte; perchè gli uomini parlano diverse lingue; perchè soffrono e si fan guerre, e come ciò andrà a finire: egli sa tutto. Origine del mondo, origine della stirpe umana, differenza delle razze, destinazione dell'uomo in questa vita e nell'altra, relazioni dell'uomo con Dio, doveri dell'uomo verso i suoi simili, diritto dell'uomo sul resto del creato, nulla, egli ignora. Più adulto, non esiterà a dirvi il vero sul diritto di natura, sul diritto politico, sul diritto delle genti, perchè tutto ciò scaturisce chiaramente e naturalmente dalla dottrina cristiana». Th. Jouffroy, Mélanges philosophiques, vol. I, p. 470.

Il Thiers scrive che il catechismo e la scuola parrocchiale del villaggio saranno l'unica salvezza della Francia.

239. Ci par bene ripetere quest'avvertimento di sant'Agostino:

«La vera maniera d'insegnar la religione è risalir alle parole In principio Dio creò il cielo e la terra, e svolgere tutta la storia del cristianesimo sino ai nostri giorni. Nè già fa duopo riferir per filo e per segno tutto ciò che è scritto nel vecchio e nel nuovo Testamento; cosa nè possibile nè necessaria. Fate un compendio; insistete viepiù sopra ciò che vi par più importante, e scivolate sul resto. In tal modo non istancherete colui che volete eccitare allo studio della religione, e non sopracaricherete la memoria di chi dovete istruire». De catechizandis rudibus, cap. III, nº 5.

240. Si ha nella Magliabecchiana (Manuscritti, classe XXXVII, 292) un discorso di Giovanni Carza sopra il modo di dar esecuzione al decreto del Concilio di Trento De editione et usu sacrorum librorum, «per conservar illesa la scrittura sacra, per estirpar il morbo delle eresie radicate nelle stampe infette, e per rimediare agli abusi di stampatori, i quali con le stampe hanno oscurato e depravato il senso della dottrina e disciplina ecclesiastica, in questi ultimi cento anni che la lor arte è in uso, forse più che li scrittori non l'hanno fatto con le loro penne in prima». E dice che fin i decretj del Concilio Tridentino, stampati da Paolo Manuzio con soscrizioni autentiche, furono ristampati con infiniti errori e alterazioni di senso. Consiglia pertanto di metter una stamperia grande e operosa in Roma; suggerisce donde prendere il denaro per istituir una commissione, alla quale ricorrerebbero anche stampatori forestieri per aver le lezioni migliori. Ciò non sarebbe monopolio, perchè i libraj, oltre vantaggiarsi col vender quelle stampe, potrebbero anche riprodurle, ma in modo che, chiunque voglia, possa confrontarle colle autentiche e comprar le migliori.

Seguono varj capitoli di libraj, i quali offrono di pagar una tassa; di metter ai libri il minor prezzo possibile; seguir l'ortografia indicata da deputati, e lasceranno che altri li ristampi colle norme prescritte: s'uniranno in congresso, dove la metà siano oltremontani, ed eleggeranno lor presidenti e ufficiali; non faranno lavorare che buoni credenti e pratici dell'arte, e stabiliranno in Roma un seminario di buoni stampatori.

241. Dalla biblioteca Palatina di Firenze (Codice CCCIC) passò alla Magliabecchiana una copia degli opuscoli di san Cipriano, che al carattere pare di Bernardo Davanzati, traduttore di Tacito. Egli vi appone e note e correzioni che attestano buona critica, e avverte i passi che fanno contro Lutero, e provano la preminenza della Chiesa romana. Dello stesso Davanzati trovossi tradotto un estratto dei Commonitorj di Vincenzo Lerinese contro le eresie: e il Bindi, che primo lo pubblicò nell'edizione delle opere del Davanzati (Firenze, Lemonnier 1852) avverte come questi fosse versato nei sacri autori, e che, anche nel tradur lo scisma d'Inghilterra, «più che a pruova di lingua mirò a mostrare da che laide origini sorse il funesto dissidio inglese, non potendo così non illuminare anche sul conto degli altri nimici della verità cattolica».

Nella biblioteca stessa sono i manuscritti di Baccio Bandinelli, nipote dello scultore omonimo, del quale è memoria che scrisse 24 libri contro gli eretici nel 1611, e un'opera De invisibili Lutheri, Calvini, et aliorum hujus temporis hæreticorum ecclesia.

Ivi pure è un poema in terzine Della diffusione del sommo bene, probabilmente di frà Paolo del Rosso, cavaliere gerosolimitano, fatto attorno al 1530, ove confuta le varie eresie, e le nuove, e canta:

Lutero, al tuo dispetto lo vedrai
Che i tuoi errori alfine andranno al fondo,
Ed i piaceri in pene cangerai.

242. Per un esempio trovava,

Ad cœnam agni providi
Et stolis albis candidi
Post transitum maris Rubri
Christo canamus principi,
Cujus corpus sanctissimum
In ara crucis torridum
Cruore ejus roseo
Gustando vivimus Deo.

Esso toglie le assonanze e le oscurità, e fa

Ad regias agni dapes
Stolis amicti candidis
Post transitum maris Rubri
Christo canamus principi,
Divina cujus charitas
Sacrum propinat sanguinem,
Almique membra corporis
Amor sacerdos propinat.

Urbano VIII alcuni inni fece riformare da Famiano Strada, Tarquinio Galluzzi, Girolamo Petrucci; ma si disse che accessit latinitas, recessit pietas. Egli stesso ci lavorò, e fece quel di santa Elisabetta regina.

Un innario fu pubblicato nel passato secolo dal cardinale Tommasi, diviso in tre parti: hymni de anni circulo; hymni de natalitiis sanctorum; hymni de quotidianis, cioè i feriali. Il cardinale Giovanni Battista Bussi, nelle Istruzioni pratiche sulla recita del divino uffizio, indica gli autori di molti inni.

243. Le differenze della Bibbia di Sisto V e Clemente VIII non sono importanti, come avea voluto far credere Th. Jannes, Bellum papale seu concordia discors Sixti V et Clementis VIII, circa hieronymianam editionem, Londra 1600. Fu confutato trionfalmente sin d'allora: ma adesso il barnabita Vercellone (Variæ lectiones vulgatæ bibliorum editionis, Roma 1860-64), compiendo la fatica cominciata dal suo maestro e confratello Ungarelli (De castigatione vulgatæ Bibliorum editionis peracta jussu Concilji tridentini. Roma 1847) pubblica gl'immensi lavori fatti dalle Congregazioni, e tutte le varianti della Vulgata, cominciando dal Codex Amiatinus ch'è il più antico; e le ragioni che fecer preferire la adottata nell'edizione Clementina e gli sbagli della Sistina. È insigne dimostrazione delle pazienti e generose fatiche sostenute dai dotti d'allora, e del merito dell'edizione del 1592, sola riconosciuta autentica. Ciò non toglie che possa esaminarsi e criticarsi il testo, e Pio IX incoraggiò il Vercellone all'impresa; tibi addimus animos ut inceptum opus naviter scienteque absolvendum ac perficiendum cures, omnesque ingenii tui vires in iis peragendis semper impendas. Con queste potrà benissimo farsi una nuova edizione della Bibbia, non per autorità privata, bensì della Chiesa.

Le dissertazioni che accompagnano il lavoro del Vercellone chiariscono la consuetudine costante della Chiesa rispetto a traduzioni e lezioni nuove, e come il Concilio di Trento non avesse voluto che provvedere alle infinite varietà che l'opera umana potesse introdurre nella divina, assicurando però solo la conformità sostanziale della Vulgata cogli originali, e non già la conformità fin nelle minime particelle, come si usa dai Rabbini.

Vedasi il nostro discorso XV e la nota 31.

La prima edizione ebraica del commento al Pentateuco di Rabbi Salomon Jarco fu fatta da Abramo Gorton a Reggio di Calabria nel 5235 della creazione, mese di adar, cioè nel marzo 1475. L'anno stesso erasi stampato a Pieve di Sacco nel Padovano il Rabbi Jacob ben Ascer Arba Jurim, che è la più antica edizione ebraica che si conosca, ma porta la data del mese jamuz, cioè di quattro mesi posteriore a questa di Reggio.

Della versione greca del testo ebraico, detta dei Settanta, i più antichi codici conosciuti appartengono al IV o V secolo di Cristo, e sono: il Vaticano, edito nel 1857 a Roma dal padre Vercelloni: l'Alessandrino, pubblicato dal 1816 al 1828 a Londra dal Baber: il Sinaitico, pubblicato a Pietroburgo il 1862 da Costantino Tischendorf, che lo scoprì in un convento del monte Sinai, ma dove manca più di metà del vecchio Testamento. Alla Vaticana c'è pure il codice Marcheliano del VII o VIII secolo; tutti in caratteri unciali. Or ora se ne scoprì un altro a Grottaferrata da palimsesto, non posteriore al VII secolo, con moltissime note marginali greche e latine, ed appartiene alla recensione esaplare.

Al suddetto Tischendorf dobbiamo, oltre molte pubblicazioni bibliche, una nuova edizione dei vangeli e degli atti apostolici apocrifi, con una dissertazione storico-critica.

244. Nella Magliabecchiana (Classe XXXVII, 292) è manuscritto Modus propagandi fidem catholicam, che, tra il resto, raccomanda che i vescovi comunichino libri pii ai loro parroci, e se ne mandino alle più lontane parti. Quod si una genevensis civitas, hac una cura disseminandi libros, literasque scripti, tandi, paucissimorum annorum spatio regna orbemque pœne ipsum, satana vires suppedi tante, aut infecit erroribus, aut everti, sane contra multo magis sperandum est a dextra Dei si, etc.

245. Vedi la nota 24 del discorso XVI. Giovanni Bollando, gesuita d'Anversa, cominciò nel 1643 quella gran collezione, che fu proseguita fino nel 1794. In 53 volumi di forse 25 mila vite, arriva solo a mezzo ottobre. Gli immensi materiali raccolti andarono all'asta nella vandalica soppressione di Giuseppe II. Racimolati in parte, ora se ne stampa la continuazione.

246. Il padre Laderchi, nel tom. XXIII, pag. 160 degli Annali Ecclesiastici, toglie dalla vita di san Filippo, di Pietro Giacomo Bacci, questo racconto: che il Baronio, essendo entrato nella congregazione dell'Oratorio, dal pulpito non cessava di sgomentare gli uditori colle minaccie della morte e dell'inferno. A san Filippo parve soverchio, e l'esortò a lasciar via cotesti spauracchi, e narrar piuttosto la storia ecclesiastica. Il Baronio non vi badò, sicchè Filippo usò dell'autorità per comandarglielo. L'amor proprio di Cesare n'era offeso, e stava perplesso, quando una notte sognò che Onofrio Panvino (valentissimo erudito di cose sacre, e dal quale esso avrebbe voluto vedere scritta essa storia) lo esortasse a far gli Annali Ecclesiastici; e tra il sogno udì la voce di Filippo che gli diceva: «Orsù, Cesare, non ti ostinare; tu, non il Panvino, devi scrivere la storia ecclesiastica».

Del Baronio esiste fra i manoscritti della Magliabecchiana (Cl. XXXVII Nº 292) una apologia diretta a papa Clemente VIII, difendendosi da quelli che lo tacciavano d'aver sostenuto, nel V volume della sua storia, che, per antica disciplina, la Chiesa non ricevesse più a penitenza i relapsi. Con fatti e con detti de' Padri egli prova che tutt'altrimenti fu sempre costumato.

247. A confutare il Baronio da Giacomo I d'Inghilterra fu adoperato il famoso erudito francese Casaubono. Questi, in settembre 1609, scriveva che un Italiano cercò introdursi presso di lui, dicendosi inviato dal re di Spagna. Entrato, esitò lungamente a dir il vero motivo della sua venuta, poi pregò il Casaubono ad evocare per lui il suo demonio familiare, assicurando non esser a ciò mosso che da mera curiosità e per accertarsi di quel che tutti diceano e credeano. Casaubono durò gran fatica a persuader costui del contrario; il quale gli diceva che in Italia moltissimi, e fin cardinali, si occupano di arti magiche.

L'opera del Baronio fu pubblicata dal 1588 al 1593. Nel 1705 il francescano Pagi ne emendò molti errori cronologici. Il trevisano Rainaldi lo continuò con minor critica dal 1198 al 1571 in 10 vol. in-fol.: a cui il Laderchi ne aggiunse 3 altri che comprendono solo 7 anni dei tempi della Riforma; ma Benedetto XIV gli diceva: «Meno fede e più criterio». Questi non son compresi nella edizione di Lucca, in 38 volumi con note. Ora si ristampa il tutto a Bar le Duc con aggiunte e correzioni del padre Theiner, e nuovi documenti; egli ne farà la continuazione già cominciata.

248. Cap. 18, sez. XXIII, De Reform.

249. Già notammo come il Sadoleto paganeggi: e infatto non parla di pratiche nè di teologia. Il cardinale Polo, lodandolo assai, gli facea riflettere che lasciava il suo allievo nel porto della filosofia, statio malefida carinis quanto il porto di Tenedo, invece di condurlo in uno molto più tranquillo, ignoto agli antichi, e aperto ai figli di Dio; avrebbe desiderato trattasse della teologia in una continuazione. Il Sadoleto rispondea che la teologia è compresa nel nome di filosofia, della quale è il colmo e la corona; ch'egli conduce il suo allievo soltanto ai 23 anni; mentre lo studio della teologia non si addice che ad età matura.

Nell'Indice tridentino è De disciplina puerorum recteque formandis eorum et studiis et moribus; ac simul tam præceptorum quam parentum in eosdem officio, doctorum virororum libelli aliquot vere aurei.

250. Anche san Girolamo che, come troppo ciceroniano fu battuto dal demonio, biasima quei «Sacerdoti che posti da parte gli evangeli e i profeti, leggono comedie, ripetono i motti amorosi de' Bucolici, han per le mani Virgilio e traducono in peccato di voluttà quel ch'è studio necessario al fanciulli». (Ep. ad Damasum). Ma sant'Agostino non disapprova i fanciulli che Virgilium legunt, ut poeta magnus omniumque præclarissimus atque optimus, teneris imbibitus annis, non facile oblivione possit aboleri (Civ. Dei I, 3).

L'effetto de' classici sulle opinioni fu indicato dal Gioberti nel Rinnovamento d'Italia, II, 122, credendo derivi di là la pendenza repubblicana de' nostri tempi. «Da tre o quattro secoli la gioventù culta si è imbevuta e s'imbeve nelle scuole di nozioni conformi: il che a poco a poco ritira il mondo a repubblica, sovratutto dacchè il seme classico, portato in America e cresciuto in pianta, fu trasportato in Europa...... Certo quei papi e principi che promossero con tanto ardore il culto delle lettere e delle arti classiche, nol prevedevano; e meno ancora quei preti e frati che fecero di quelle il fondamento e l'anima del tirocinio».

251. Divin. Lect., c. XXVIII.

252. Questo passo non isfugga agli odierni spiritisti. Pietro Giannone, così lodato dai liberali, teme che «la stampa pregiudichi» al genio dell'erudizione, e all'educazione colla moltiplicità de' libri, alla diffusione delle idee potenti per la copia de' cattivi libri (Storia Civile del regno di Napoli, I VIII). Trova usurpazione della Chiesa l'essersi attribuita la censura e vorrebbe fosse riservata ai principi acciocchè «i sudditi non s'imbevino d'opinioni che ripugnino col buon governo... e delle nuove dottrine contrarie agl'interessi de' principi e alle supreme regalie»: e li loda delle proibizioni che posero ai vescovi di stampar neppure i concilj e i calendarj senza licenza de' ministri (ib. lib. XXVII c. 4.).

253. Hist. Glaber, ap. Bouquet, Rec. d'hist., X, 23.

254. Su ciò vedasi pure Tommassini, Modo d'insegnare e leggere cristianamente i poeti e gli storici. Giovan Battista Crispo, buon teologo e poeta di Gallipoli, nel 1594 stampò a Roma un volume in-fol. De Ethnicis philosophis caute legendis; e il Possevino lo dichiara vir vere philosophus, qui nimirum acri et quali christianum decet judicio, philosophiam expendit, librum sat grandem de philosophis caute legendis scripsit, ut quæcumque hæreses a philosophis minus cautis manarunt, eæ judicatæ sint, ac solidis rationibus confutatæ, ex divinis scripturis et Patribus, ex synodorum decretis, ex scholasticis; quibus cautionibus præmuniti, philosophi, sive publici professores, inoffenso pede curriculum hoc decurrent, tantamque ancillam recto adducent ad arcem. Apparat. sacr., t. II, p. 147.

255. Le penitenze non le pose soltanto nel rituale, ma le voleva eseguite. È nell'archivio arcivescovile una sua lettera del 6 maggio 1569, dove ordina che Giacomo Riva di Calenico e Margherita Defilippi di Tonza, in val di Blenio, che avean avuto ardire di coabitare prima d'essere benedetti dal curato, «tutte le domeniche d'un anno continuo stiano ambedue su la porta della chiesa con una corda al collo e con candela accesa in mano mentre si dirà la messa, e il sacerdote che dirà la messa avvisi il popolo della causa perchè si fa far loro questa penitenza, che è per l'inobbedienza predetta».

256. Editti del 7 marzo 1579 e del 13 novembre 1574.

257. I signori Svizzeri saputolo, spedirono un ambasciadore a Milano perchè quel governatore richiamasse il cardinale. L'ambasciadore scavalcò in casa d'un mercante compatrioto; ma prima che presentasse le credenziali, l'Inquisizione l'arrestò. Il mercante informò del successo il governatore, che fece rilasciar l'ambasciadore e onorollo: ma gli Svizzeri, appena udito il fatto, mandarono intimare avrebbero arrestato il cardinale, che per lo meglio si ritirò.

De' processi suoi per stregherie ho parlato in altri libri: fatti speciali, la cui colpabilità non può asserirsi se non dopo esaminato ciascuno, e veduto quanto si peccasse contro la carità e abusando di oggetti sacri. D'altra parte, anche posto impossibile il delitto, il tentarlo palesa malvagità, e può punirsi come l'attentato fallito. San Carlo avea vietato che nessuno, predicando, dicesse il giorno della fine del mondo: Ne certum tempus antichristi adventus et extremi judicii diem prædicent; cum illud Christi Domini ore testatum sit, non est vestrum nosse tempora vel momenta; Act. pag. 5. Pure nel V Concilio provinciale dice: Ad nuptias matrimoniaque impedienda vel dirimenda eo cum ventum sit, ut veneficia fascinationesve homines adhibeant, atque usque adeo frequenter id sceleris committant, ut res plena impietatis ac propterea gravius detestanda; itaque, ut a tanto tamque nefario crimine pœnæ gravitate deterreantur, excommunicationis latæ sententiæ vinculo fascinantes et venefici id generis irretiti sint.

258. Il senato di Milano scriveva a Pio V circa alla famiglia armata di san Carlo, che tanta fuit archiepiscopi duritia, ut, etiam si de jure nostro non parum decedere voluerimus, ad conditiones aliquas accipiendas flecti numquam potuerit: intereaque numerosi, nunc alios laicos, non sine regiæ jurisdictionis læsione, per suos comprehendi fecit, id ab aliis archiepiscopis ante se factitatum affirmans, quod tamen minime verum est; quandoquidem illi familiam armatam numquam habuerunt, sed brachium sæculare semper implorarunt (13 luglio 1567).

259. Decreta generalia in visitatione Comensi edita, Vercelli 1579, e Como 1618.

260. Quest'uso fu continuato nelle università pontificie, finchè durò il dominio papale. Sottentrato il regno d'Italia, si prescrisse ai professori che giurassero fedeltà al re; e poichè molti ricusarono questo nuovo peso, vennero destituiti nel 1865.

261. Lettere a Venceslao Link, a Codart, a Amsdorf ap. Nicolas du Protestantisme. Lib. III, cap. 4. E il lamento è comunissimo ne' Riformati.

262. Del b. Alessandro si pubblicò or ora a Roma Commentariolum de off. civili et moribus episcopi.

263. Negli oratorj vennero poi famosi il Balducci, il cardinale Filippino Petrucci, il padre Antonio Ghielmo, autore delle Grandezze della Trinità e di poemi varj, il padre Gizzio, il Villarosa, ed ora il padre Giulio Metti, come prima lo Zeno e il Metastasio; li musicavano Erasmo da Bartolo di Gaeta (1606-56), Scipione Dentice napoletano ecc.

264. A Clemente VII scriveva: — Santo padre, cosa son io che i cardinali vengano a trovarmi? Jer da sera ci furono i cardinali di Cusa e Medici. E avendo io bisogno d'un po' di manna, quest'ultimo me ne fece dare due once dall'ospedal di Santo Spirito, a cui n'ha procurato molta. Restò da me fin alle due di notte, dicendo di vostra santità tanto bene, che parvemi troppo; giacchè, a parer mio, un papa dev'essere trasformato nell'umiltà stessa. Alle sette, Cristo è venuto da me, e mi ha riconfortato col sacratissimo suo corpo. Vostra santità invece neppur una volta s'è degnata venire alla nostra chiesa. Cristo è Dio e uomo, eppure ogni qualvolta lo chiedo viene da me... Ordino a vostra santità di permettermi d'ascriver alle monache la figlia di Claudio Neri, alla quale da un pezzo avete promesso di prendervi cura de' suoi figliuoli. E un papa deve mantener la parola; sicchè affidate a me questo affare ecc.».

Clemente sul foglio stesso gli rispondeva: — Il papa dice che la prima parte del viglietto sente d'ambizione, ostentando le frequenti visite de' cardinali; se pur non fosse per mostrare che questi sono persone pie, del che nessuno dubita. Che, se non è venuto in persona, è colpa vostra, che non voleste mai esser cardinale. A quel che comandate consente, e che voi sgridiate quelle buone madri, come solete, con forza e autorità se non obbediscono alla bella prima. Di rimpatto vi comanda di curare la vostra salute, e non tornar a confessare senza ch'egli lo sappia; e che quando riceverete nostro Signore, preghiate per lui e per le permanenti necessità della repubblica cristiana». Negli Acta Sanctorum, al 26 maggio. E vedansi Bacci, vita di s. Filippo Neri. Gallonio id. Marciano, Mem. della congregaz. dell'Oratorio.

265. San Filippo chiamava Napoli terra benedetta dal cielo. Vi mandò a istituir gli oratoriani il Tarugi, e quando partì, Populus neapolitanus videns illis orbatum, per quos divini verbi pabulum, aliarumque piarum exercitationum suavitatem gustare, ac ipsum Christum peculiari modo cognoscere cœperat, vehementer indoluit (Hist. erectionis congr. neapol. mss.).

266. Lombardo, Vita di Giovanni Ancina. E vedi Breve notizia dell'origine della Congregazione delle dame benefattrici. Napoli 1821. Magnali, teatro della Carità. Venezia 1727.

267. La carità a domicilio e i visitatori del povero, istituzioni così lodate all'età nostra, appartengono anch'esse a quel medioevo, che tanti esempj ci potrebbe offrire, studiato con benevolenza. Nel 1402, Pileo de' Marini, vescovo di Genova, aveva istituito un uffizio per raccorre e distribuir l'elemosine ai poveri della città. Questo Magistrato della Misericordia fu poi amplificato, e aggiuntovi l'Ufficio dei poveri, i cui statuti furono fatti nel 1593. Sant'Antonino, non ancora arcivescovo di Firenze, il 1441 ordinò i Proveditori dei poveri vergognosi, che dal popolo furono detti Buonomini di san Martino, i quali, divisi pei sestieri della città, soccorrevano a tutte le necessità dei poverelli, a maritar fanciulle, a dar letti, coperte, panni, medicine, a riscattar pegni, a ritrarre dal vizio; con divieto alla pubblica autorità civile nè ecclesiastica di intromettersene, o di mutarne gli ordini, o di esplorarne gli averi; tutto volendo affidato all'onestà de' proveditori e alla Providenza. In tal modo si distribuivano l'anno quattordicimila zecchini, e diecimila nel secolo seguente. Passerini, Storia degli istituti di beneficenza di Firenze.

268. Hauspostill. Walch. XIII, 1572, 1584.

269. Musculus, Vom Himmel und der Hoell. Frankfurt 1559, D. 3, 4.

270. Retectio Lutherismi f. 91, 246, ap. Nicolas du Protestantisme ecc. Lib. III, cap. 4.

271. Luca, 24, 29.

272. Matt. XIV, 22.

273. Ad Galat. II, 14.

274. II Ad Tim. 4, 2.

275. De Gubern. Dei, lib. V.

276. Vedi il nostro Discorso V. Sant'Agostino, che disapprovò affatto le persecuzioni contro i dissidenti, nelle Ritrattazioni, lib. II, c. 5 scrisse: «Ho fatto due libri contro i Donatisti, ove dissi non piacermi che, per forza secolare, gli scismatici sieno violentati alla comunione. Per verità allora mi spiaceva, perchè non ancora avevo provato a quanto male dia ardimento l'impunità; nè quanto a volger in meglio giovi la diligenza del castigo». E nel trattato II in Johann. Nº 14: «Vedete che cosa fanno e che cosa soffrono: uccidono le anime e sono afflitti ne' corpi; producono morti sempiterne, e lagnansi di soffrirne di temporali».

277. Summa Theol. Secund. Quæst. X, art. VIII.

278. Tract. de fide, Disp. VIII, sect. III, nº 4.

279. Sess. IV, c. 2.

280. I re di Francia, ricevendo la corona, giuravano di distruggere l'eresia. Ma i giureconsulti riflettono, in primo luogo, che questa parola non è definita, e bisogna restringerne il senso più che si possa. Poi nessun giuramento può esser contrario ai comandamenti di Dio, e quei re giurano conservar la pace nel loro regno, e quindi non devono proceder con violenza, rompendo l'amore, la sicurezza, la protezione dovuta ai sudditi. Il primo che, all'incoronazione, ammise quel giuramento fu Luigi XVI nel 1787, il quale restituì lo stato civile ai Protestanti. E i Francesi lo decapitarono.

281. Molti pajono fuor della Chiesa che son in essa: molti pajono in essa e sono fuori. Così sant'Agostino. Nell'allocuzione tenuta nel 1854, a cui dichiarò il dogma dell'Immacolata Concezione, Pio IX disapprovò chi crede che uno possa in qualunque religione salvarsi, e soggiunge: «Però si deve tenere egualmente certo che coloro i quali vivono in un'ignoranza invincibile della vera religione, non si rendono colpevoli agli occhi del Signore. Or chi si arrogherà di determinare i limiti di tale ignoranza, secondo l'indole e la varietà dei popoli, delle regioni, delle menti, e di tant'altre circostanze? Quando, sciolti dal corpo, vedremo Iddio qual è, comprenderemo quanto vadano congiunte in istretto e bel vincolo la misericordia e la giustizia divina: ma finchè dimoriamo in questa carne mortale che l'animo indebolisce, teniamo formalmente esservi un solo Dio, una sola fede, un solo battesimo, nè esser lecito indagar oltre».

E nell'enciclica 10 agosto 1863 ai cardinali, arcivescovi e vescovi d'Italia. Notum nobis vobisque est, eos qui invincibili circa ss. nostram religionem ignorantia laborant, quisque naturalem legem ejuque præcepta in omnium cordibus a Deo insculpta sedulo servantes, ac Deo obedire parati honestam rectamque vitam agunt, posse, divinæ lucis et gratiæ operante virtute, æternam consequi vitam, cum Deus, qui omnium mentes, animos, cogitationes, habitusque intuetur, scrutatur, et noscit, pro summa sua bonitate et clementia minime patiatur quempiam æternis puniri suppliciis, qui voluntariæ culpæ reatum non habeat. Sed notissimum quoque est catholicum dogma, neminem scilicet extra catholicam ecclesiam posse salvari, et contumaces adversus ejusdem Ecclesiæ auctoritatem, definitiones et ab ipsius Ecclesiæ unitate... pertinaciter divisos, æternam non posse obtinere salutem.

282. Trattato contro gli astrologi. Cap. III.

283. Epistola a Ginevra 1579, pag. 40.

284. Quam vero dixit ille in tragœdia, non gratiorem victimam Deo mactari posse quam tyrannum! Utinam Deus alicui forti viro hanc mentem inserat.

285. De Serveto 1555. Corpus Reform. VIII, 523, IX, 133.

Barni (Les martyrs de la libre pensée) vuol provare che anche allora più d'uno riprovasse la legge che dava al boja gli eretici.

286. L'intolleranza de' riformatori fu singolarmente flagellata da Simone Lemnio di Margudant ne' Grigioni. Legatosi a Vittemberga con Melantone, per genio caustico si fe molti nemici, e massime cogli Epigrammatum libri duo, dove lodava come pròtettor delle lettere Alberto arcivescovo di Magonza. Lutero, che era a questo avversissimo, il fe perseguitare, trovandovi allusioni contro l'elettor di Sassonia e altri primati, nè l'autore evitò il carcere se non fuggendo a Worms, e fu condannato a perpetuo bando. Irritato viepiù, si svelenì contro i suoi persecutori, con fine arguzie e con plateali facezie: aggiunse a' suoi epigrammi un terzo libro ove strazia l'intolleranza di Lutero, di Giona, degli altri; nella Monachopornomachia, introduce in comedia esso Lutero, a cui è dedicata, venero, Giona, Spalatino, le lor mogli coi rispettivi amanti, ed altri personaggi a dialoghi oscenissimi.

Molte opere compose, tradusse in versi l'Odissea, fu correttore alla stamperia d'Oporino, infine maestro a Coira, ove morì di peste il 1550 in fresca età.

Innocente XI, mentre era in rotta con Luigi XIV, voleva interporsi perchè usasse men severamente co' Protestanti: al qual fine incaricò il suo nunzio in Inghilterra di pregar Giacomo II ad intervenire a tal uopo: ma Giacomo ricusò. Vedi Mazure, Hist. de la révolution de 1688. Parigi 1825, tom. II, 126.

287. «Nel paragone, io mille volte avrei prescelto, per ciò che mi si è fatto, il Sant'Uffizio e quelle disumane torture. Ma si dirà: il sant'Uffizio condannava al rogo, e voi siete stato semplicemente esonerato della vostra carica. Che? non si comprende forse che la ragione per la quale io veniva dimesso era più crudele per gli effetti che una condanna di morte? Questa vi tortura il corpo e vi toglie la vita, che è pur fardello penosissimo: quella vi strazia, vi tenaglia, vi lacera l'anima, e vi toglie l'esistenza morale, che supera di cento doppi la fisica esistenza». G. Tofano a' suoi elettori. Napoli 1861.

288. Forti, Istituz. civili, lib. II, cap. 2.

289. Ap. Theiner al 1581.

290. V. A. Huber, all'Unione Evangelica di Berlino il 1847 disse un sermone, ove sostiene che l'Inquisizione in Spagna era un'istituzione inevitabile, derivata dal carattere nazionale spagnuolo; e che la posizione della Spagna a capo del mondo cattolico nel XVI secolo era l'unica che le convenisse. «Quest'è certo (dice) che l'Inquisizione era, nel miglior senso, popolarissima, una precauzione per conservar la nazionalità castigliana». Vedi Ueber spanische Nationalität, u. s. w. Berlino. Höffele di Tubinga, nella bella monografia del cardinale Ximenes, svolge ampiamente ragioni da noi accennate, conchiude che «nella storia dell'Inquisizione di Spagna, la santa sede fa comparsa affatto onorevole, qual protettrice de' perseguitati, come fu in ogni tempo. Il protestante Schröck, nella Storia Ecclesiastica, si maraviglia che il papa abbia consentito questa trasformazione d'un tribunale ecclesiastico in secolare, da lui indipendente. E Ranke, protestante anch'egli, disapprovando la storia, dal Llorente scritta per favorire re Giuseppe Buonaparte contro le libertà basche e le immunità ecclesiastiche, dice che da quella appare come il Sant'Uffizio fosse una giustizia regia sotto divise ecclesiastiche, tantochè il cardinale Ximenes, nicchiando a ricevere nel consiglio un laico nominato da Ferdinando, questi gli rispose: «Non sapete che quest'uffizio non tiene la giurisdizione se non dal re?»

291. È noto Antonio Perez, che perseguitato da Filippo II a morte, uscì di Spagna, e tanto valse a propagare l'odio contro questo re. Nelle sue Relazioni stampate a Parigi il 1624, racconta come da alti personaggi e dal nunzio del papa fossero riprovate le proposizioni che davano al principe piena podestà sopra la vita de' sudditi; e soggiunge: «Essendo io in Madrid, uno che non importa nominare, in un sermone davanti al re cattolico in San Girolamo proferì che «i re hanno potere assoluto sulla persona e sulla roba de' vassalli». Tal proposizione fu riprovata dall'Inquisizione; e costui condannato a ritrattarsi pubblicamente nel luogo stesso con tutte le formalità giuridiche, oltre varie pene particolari. Egli si ritrattò sul pulpito medesimo, e leggendo uno scritto, soggiungeva: «I re non hanno sui loro sudditi maggior potere di quel che loro è permesso dal diritto divino e umano, e non per libera ed assoluta loro volontà». Queste parole il reo dovè ripetere per ordine del maestro frà Ernando del Castillo, consultore del sant'Uffizio, predicatore del re, uom d'eloquenza e dottrina singolare, assai stimato nel suo paese, e maggiormente in Italia».

292. Quando Filippo II mandava il duca d'Alba contro i Fiamminghi nel 1567, la flotta d'Andrea Doria, di 37 galee, lo portò da Spagna a Genova, donde s'avviò coll'esercito, in cui 1200 cavalieri italiani sotto il comando di don Fernando di Toledo, figlio naturale del duca, essendo mastro di campo Ciapino Vitello, ceduto dal duca di Toscana, come il duca di Savoja avea ceduto l'ingegnere Pacheco, che di poi fabbricò la cittadella d'Anversa.

293. Noi ci mostrammo sempre severissimi a questo re; pure ci sembra aver ragione, a tacer altri, Gerlach, che dopo profondi studj, dicea:

«Quant'à Philippe II, que je suis loin de comparer à Charles V, je pense qu'il a été mal jugé, parce qu'on ne l'envisage d'ordinaire qu'au point de vue exclusivement belge, ou protestant, ou rationaliste, au lieu de ne voir en lui que l'athlète intrépide du catholicisme dans une lutte suprème et désespérée contre toutes les forces de la Réforme et de l'Europe coalisées». Discours à l'ac. de Bruxelles, 6 mars 1859.

294. De Thou, lib. XXX, nº 7.

295. D. O. M. Barth. Carranzæ navarro dominicano archiepiscopo toletano Hispaniarum primati, viro genere vitæ doctrina concione atque eleemosynis claro, magnis muneribus a Carolo V et Philippo rege catholico sibi commissis egregie functo, animo in prosperis modesto et adversis æquo. Obiit anno Domini etc.