Allora solo cessarono le operazioni di quel Sant'Uffizio, che di tempo in tempo avea processato qualche eretico, qualche fatucchiero, e che ogni anno il giorno di san Pietro mandava delle paniere piene di oggetti di stregherie e malefizj e superstizioni a bruciare pubblicamente sulla piazzetta vicina alla cattedrale[312].

A chi conosce la storia, foss'anche solo la contemporanea, non farà stupore che l'isola di Sicilia anche in fatto d'Inquisizione operasse tutt'altrimenti da Napoli. Lasciam via le disputate origini apostoliche delle chiese di quell'isola, ma fin da' primi tempi vi troviamo amplissimi possessi della Chiesa romana. Il papa v'era anche metropolita, e solo Leone Isaurico obbligò i Siciliani a dipendere dal patriarca d'Oriente, istituendo due metropoli, Siracusa e Catania[313], cui s'aggiunsero poi Taormina, Messina, Palermo. Si mantenne salva dagli errori degli Ariani, dei Pelagiani, dei Nestoriani, tantochè san Leone, mandando al Concilio di Calcedonia Pascasio vescovo di Lilibeo, lo dice fratrem et episcopum meum, de ea provincia quæ videtur esse securiorem; e virum de securiore provincia fecimus navigare[314]. Antichissimi pure vi sono gli Ordini religiosi, alcuno dei quali sussiste fin oggi senza interruzione.

Conquistaronla poi i Saraceni, che qualche moderno vuol dipingerci come tolleranti e autori di gran civiltà, sino a rimproverare i Siciliani perchè respinsero quel giogo e quella fede. Tali sentenze oggi si chiamano liberalismo: ma tutta la storia e le leggende attestano quanto i natii avessero a soffrire in fatto di religione[315]. Il conte Ruggero normanno, che poi liberò l'isola, la chiama habitaculum nequitiæ et infidelitatis[316]; e Urbano II il 1093 scriveva ai vescovi di Siracusa: «La gente saracena entrata in Sicilia, quanti trovò cultori della fede cristiana uccise o dannò all'esiglio od oppresse di miserabile servitù, in guisa che quasi per trecento anni cessò di venerare il suo Dio»[317].

Ecco perchè, come Gaufrido Malaterra racconta[318], all'avvicinarsi del conte Ruggero a Troina, i Cristiani che rimaneano gli corsero incontro con gran giubilo. Così a Palermo quel conte trovò l'arcivescovo cacciato dalla cattedrale e ridotto nella povera chiesa di san Ciriaco[319]. Ciò pruova che Cristiani sopravivevano ancora, comechè oppressi: teneano qualche chiesa, ebbero fin la permissione di recare il viatico agli infermi: e doveano esser non pochi ancora, se fu per loro istigazione, e sulla promessa giurata del loro ajuto che Ruggero sbarcò a Messina, ed ebbe uno di que' facilissimi trionfi, di cui ribocca la storia di Sicilia[320].

Venuti in dominio i Normanni, che per politica venerarono i pontefici, la Sicilia fu tornata al patriarcato romano; moltiplicaronsi chiese e istituzioni, pure furonvi tollerati gli Ebrei e i Saraceni.

Ai tempi di Guglielmo II trovossi una setta detta dei Vendicosi, cui capo un tal Adinolfo di Pontecorvo, e fra' molti seguaci suoi è mentovato il prete Sinnorito. Guglielmo procedette rigoroso contro costoro; Adinolfo fu impiccato, i suoi discepoli bollati con ferro rovente, il prete sospeso dal vescovo d'Aquino, malgrado le preghiere e le lacrime del vescovo e degli abitanti di San Germano. Giovanni Ceccano che ciò racconta[321] non ispecifica gli errori di costoro, bensì che commetteano ogni male, ma di notte e non di giorno; neppur certi siamo se fosse una setta religiosa.

Ai Normanni sottentravano gli Svevi, e indicammo come Federico II fosse estremamente rigoroso ai Patarini, benchè condannato per eretico e sospetto d'islamismo. Egli cacciò di Sicilia i Musulmani: ma come ausiliarj opportuni perchè non ispaventati da scomuniche papali, li radunò a Nocera de' Pagani presso Napoli. Da lui fu stabilita in Sicilia l'Inquisizione fra il 1216 e il 1224, e l'archivio se ne conservava nel Castellamare di Palermo, ma andò bruciato nel 1590 in un incendio che causò la morte di cinquecento persone. Poi nel secolo passato il vicerè Caracciolo, distruggendo il Sant'Uffizio, fe gettarne al fuoco quante carte rimanevano: altre perirono negli incendj che la guerra causò a Messina nel 1848, a Palermo nel 1860.

Così ci furono sottratte molte notizie, ma sappiamo che, quando l'isola fu annessa alla Spagna nel 1479, Francesco Filippo de Barberis inquisitore, andò a domandare a Fernando e Isabella la conferma del diritto concesso dall'imperatore Federico II agli inquisitori di appropriarsi un terzo dei beni confiscati agli eretici.

Frate Antonino da Rega domenicano, venne inquisitore a Palermo nel 1487, e dinanzi agli altari dovettero giurargli obbedienza, il vicerè, il municipio, gli uffiziali regj. Nel 1513 il Sant'Uffizio ottenne molte delle attribuzioni di quello di Spagna; del resto in Sicilia l'autorità papale era demandata ai re, in grazia della famosa Legazione siciliana[322], sicchè non potea da Roma venir opposizione.

Numerosi Ebrei dimoravano in Sicilia, tollerati fin quando Fernando il Cattolico, al 21 gennajo 1492, fe pubblicare anche colà il decreto che li sbandiva, e pretendono che un decimo degli abitanti dell'isola migrassero allora[323]: ma dovettero pagare tanto capitale, che fruttasse quanto le tasse che soleano tributare annualmente.

Nel Codex juris pontificalis auctore Francisco Candini (Palermo 1807) al tom. IV, p. 397 sono esposte le competenze e le procedure degli Inquisitori. Questi eran nominati col vicerè: dall'uno poteasi appellar all'altro: giuravano serbar il secreto.

Sulle prime i Siciliani non mostrarono repugnare dall'Inquisizione spagnuola, sì perchè temeano le opinioni nuove, sì perchè essa operava mitemente. Come opportuno a impedire le esuberanze de' magistrati, tanti ricorreano a quel tribunale che si dovette stabilire quali delitti non vi si poteano portare. Molti, anche baroni, volean esserne officiali perchè godean privilegio di foro. Gli inquisitori non risedeano stabilmente nell'isola, ma vi comparivano solo a tempo: però arrolavano familiari e foristi, immuni dalla giurisdizione ordinaria; accettavano denunzie segrete; agli accusati ricusavano il difensore e il confronto de' testimonj, e i supplizj eseguivansi rari e senza pompa. Pure il parlamento elevò la voce contro di questi, come fossero stati e condannati alcuni non rei, ed estorte confessioni, confiscati beni.

Il re ascoltava i richiami, ma proseguiva, e i vicerè parteggiavano per una istituzione spagnuola, monarchica e avversa a Roma. Allora poi che vi si scopersero dei Luterani, il Sant'Uffizio s'applicò a reprimerli, e prese tal fidanza da operare non solo come indipendente, ma superiore al Governo[324]. Anzi col procedere del tempo giunse al punto da scomunicare la gran corte e l'arcivescovo: e il governatore dovette mandare mille armati contro il palazzo dove i padri inquisitori si erano fortificati (1602).

Nella tremenda peste del 1624 a Palermo si infervorò la devozione mediante il voto di celebrare l'immacolata concezione di Maria, festa che si conservò sempre solennissima, sostenuta da alcuni cavalieri che pronunziavano il voto sanguinario, cioè di sostenere anche colla spada contro chi si fosse quel privilegio della madre vergine.

Non vi mancò lo spettacolo di Atti di fede, e il primo fu eseguito solo il 9 settembre 1641 sotto il vicerè Corsetto, bruciando vivi Giambattista Verron calvinista francese, Gabriello Tedesco, musulmano battezzato e relapso, e Carlo Tavalara agostiniano laico calabrese, che spacciavasi pel Messia, e inventò i Messiani.

Nel 1658 fu abbruciato pubblicamente frà Diego La Matina agostiniano, che condannato dal Sant'Uffizio alla galera, colà pervertiva i suoi compagni; poi valendosi della straordinaria sua forza, spezzò le manette, e uccise l'inquisitore venuto a visitarlo. Non più che questi due soli Atti son ricordati anche dai più ostili; poi nel 1724 il supplizio di Gertrude Maria Cordovano, pinzochera benedettina, e Romualdo laico agostiniano di Caltanisetta, rei di quietismo, bruciati alla presenza del vicerè, de' grandi e de' magistrati. Fin nel 1781 vi si bruciarono alcune streghe. Allora però Ferdinando IV, con dispaccio 27 marzo 1782, vedendo che quel tribunale non volea recedere dalle forme sue abituali di processura, per le quali non restava assicurata l'innocenza, lo aboliva, lasciando ai vescovi l'esercizio della giurisdizione in materia di fede, sempre però colla licenza del vicerè, e non mettendo il reo alle strette, ma denunciandogli l'accusa e assegnandogli il difensore.

Nè le terre del papa restarono immuni da eresie. Fin dal 1521 abbiamo a stampa senza luogo Didymi Faentini adversus Thomam Placentinum pro Martino Luthero theologo oratio, Ph. Melanctone auctore, in-4º.

A Roma, quando più pareano prosperar le cose della Compagnia di Gesù un «tal frate Agostino di nazione piemontese, di professione eremita agostiniano, di fede in apparenza cattolico, copertamente però finissimo luterano»[325], pensò giovarsi dell'assenza del papa, ito allora a Marsiglia (1540), per ispargere l'eresia colle prediche, alle quali, disinvolto e naturale predicatore com'era, traeva molte persone. Essendo gli errori mescolati a molte verità, non se n'accorgeano esse, ma uditolo alcuni gesuiti, «s'avvidero che in costui parlava Lutero, benchè con lingua tronca, come chi vuol farsi intendere e non osa spiegarsi». Dubitando il fesse per ignoranza, andarono a trovarlo per sincerarsi delle sue intenzioni. Esso li rimbrottò d'ignoranza o malignità o invidia, e continuò peggio: ond'essi pure dal pulpito tolsero a discorrere delle indulgenze, dell'autorità del pontefice, del merito della continenza, della necessità delle buone opere. Egli allora ricorse a un'arte solita, qual fu di gettar su loro il sospetto d'eresie, denunziando Ignazio come un lupo travestito da pastore, che avea sparso per le prime accademie d'Europa gli errori, ed ora in Roma con alquanti pari suoi facea l'ultime pruove: non volessero i Romani lasciarsene ingannare più che non aveano fatto Alcalà, Salamanca, Parigi, Venezia, dov'egli, convinto di marcie eresie, avea dovuto sottrarsi al fuoco col fuggire.

La calunnia fa sempre effetto, e non che rifuggir dalle prediche de' Gesuiti, la gente aspettavasi di vederli da un giorno all'altro condotti al rogo, nè v'era chi osasse difenderli. In prima il santo rassegnossi alla tempesta: di poi poc'a poco riavutosi, citò l'accusatore al governator di Roma, ove in contradditorio convinse di bugiardi gli avversarj, sostenuto da larghe e numerose testimonianze: e uscì sentenza di piena assoluzione. Anzi quelli che erano stati accusatori vennero riconvinti d'eresie: e il mal frate piemontese fuggì a Ginevra, ove gittato l'abito, si fe predicante, e credesi fosse autore del Summarium scripturæ.

Tommaso Lubero, che grecizzò il suo nome in Erasto, da Bologna il 1544 scriveva a un amico, che un frate dell'Osservanza predicando a Imola che il regno di Cristo si acquista coi meriti nostri, un fanciullo gli rinfacciò che bestemmiava Dio e Cristo. Il frate replicogli, non sapea quel che dicesse, nè tampoco il pater noster; ma l'altro affacciogli il detto, Ex ore infantium et lactentium perfecisti laudem, e si finì col mettere il fanciullo in carcere[326].

Polidoro Virgilio da Urbino (1555) autore di varie opere d'alquanta erudizione e scarsa a critica, accompagnò in Inghilterra il cardinale Adriano da Corneto, e da Enrico VIII ebbe l'incarico di scrivere una storia d'Inghilterra, che fu poi stampata a Basilea nel 1534, indi nel 1535 dedicata ad esso re. Vuolsi che di questo adottasse gli errori benchè ecclesiastico, e che tornato in patria, li conservasse nel silenzio[327].

Frà Luca Baglione perugino, nell'Arte del predicare (1562), tra molti atti proprj racconta che, inveendo in una, non dice quale, città contro gli eretici, un di costoro gli tirò un'archibugiata, da cui Iddio però preservollo; e un'altra volta assalito da più di quindici sifatti in istrada, potè difendersene colla sola parola di Dio[328].

Meno trascorreva l'Inquisizione romana, ma pur troppo allora al gentilesimo delle voluttà e dell'ingegno si credette riparare con quello della severità e de' supplizj, fin a sminuire e la sicurezza del vivere e la franchezza del pensare. Già dai tempi di Leon X, poi sempre in appresso si andava insinuando ai papi che l'eresia bisognava reprimerla colla forza; che «il fuoco della ribellione non si smorza se non col gelo del terrore e con la pioggia del sangue»: non già colle persuasioni, ma colle crociate e coi roghi essersi repressi i Patarini nel secolo XII.

Nel 1533 fu eretto a Roma un famoso processo, nel quale molti si ritrattarono. Non così Giovanni Mollio da Montalcino, minorita, che fra la gioventù dell'Università di Bologna diffondeva le dottrine zuingliane, con tanta riuscita, che un gentiluomo esibivasi pronto a levare seimila soldati qualora si recasse guerra al papa[329]. Il Mollio processato non volle ricredersi, anzi difendeva le sue dottrine e imputava la tirannide ecclesiastica, dalla sentenza appellandosi al giudice eterno. Pertanto fu strangolato a Roma, poi arso in Campo di Fiori con un Perugino.

Sotto Paolo III trattandosi del come riparare all'eresia, il Caraffa, cardinal teatino, suggerì la prima delle famose Congregazioni di Roma, quella del Sant'Uffizio, mentre prima operavasi debolmente, dandosi le cause a giudicare or al maestro del Sacro Palazzo, or al vicario di Roma, or al collegio de' cardinali o a qualche commissione particolare. E fu creata colla bolla Licet ab initio del 21 luglio 1542: preponendovi esso cardinale Caraffa, il Cervini, il Ghislieri, che divennero papi Paolo IV, Marcello II, Pio V: tanto quel grado era importante. L'uffizio componeasi di Domenicani; in alcun paese, di Francescani; mai di Gesuiti, i quali anzi impetrarono ampie facoltà per assolvere gli eretici[330].

Il Caraffa, divenuto Paolo IV, diede all'Inquisizione insolita vigoria, volendo che non più dipendesse da ciascun vescovo, ma da essa Congregazione, autorizzata a giudicare inappellabilmente in fatto d'eresia di qua e di là dall'Alpi. Laonde pose in ogni città «valenti e zelanti inquisitori, servendosi anche di secolari zelanti e dotti, per ajuto della fede, come verbigrazia dell'Odescalco in Como, del conte Albano in Bergamo, del Muzio in Milano. Questa risoluzione di servirsi di secolari fu presa perchè, non solo moltissimi vescovi, vicarj, frati e preti, ma ancora molti dell'istessa Inquisizione erano eretici»[331]. Singolare confessione!

Esso papa, in punto di morte, chiamatisi attorno i cardinali, raccomandò loro specialmente questo santissimo tribunale. Sisto V lo ampliò portando a dodici i cardinali di questo, e dandogli facoltà per tutto l'orbe cattolico. Ne è prefetto il pontefice, ed ha giurisdizione sulle persone di qualsiano grado, condizione, dignità, senza riserva di privilegi locali o personali: ed obbliga i magistrati ad eseguire i suoi decreti, sotto pena di scomunica.

Gli competeva d'inquisire gli eretici o sospetti d'eresia e loro fautori; i maghi, malefici, incantatori, astrologi, che patteggiano col demonio; chi proferisce bestemmie, qualificate ereticali, sebben fosse in impeto di rabbia o per ignoranza, e chi si opponga al Sant'Uffizio ed a' suoi ministri. Sospetto d'eresia è chi lascia sfuggirsi proposizioni che offendano gli ascoltanti; o fa atti ereticali, come abusare de' sacramenti, battezzare cose inanimate, per esempio, calamite, carta vergine, fave, candele; chi strapazza immagini sacre; tiene, scrive o legge libri proibiti; o si allontana dal vivere cattolico col non confessarsi, mangiar cibi vietati e simili. Così la poligamia, il furto di sacre particole, la sollecitazione a peccato in confessione, la finta santimonia, la lettura di libri ereticali, oltre un'infinità di casi minori, quali sarebbero il sostenere che la santissima vergine non sia stata concepita senza la macchia originale, o usar litanie non approvate, o celebrare messa e ascoltar confessioni senz'esser sacerdote.

Che le procedure dell'Inquisizione, per quanto ci facciano orrore, non fossero che le consuete basti a provarlo l'esser pubblicamente stampati i suoi codici[332], secondo i quali, a ciascun reo è destinato un procuratore, persona intelligente e di retto zelo, che con lui possa comunicare e ne faccia le difese; di tutti gli atti e le deposizioni si tenga protocollo; «i vicarj saranno avvertiti di non permettere che i notari diano copia degli atti del Sant'Uffizio per qualsivoglia causa, salvo al reo, e solamente quando pende il processo, senza il nome de' testimonj, e senza quelle particolarità, per le quali il reo potesse venir in cognizione della persona testificante»[333].

Allora si esacerbarono i sospetti. E per verità se la Riforma, filosoficamente considerata, era uno slancio dello spirito umano verso la libertà, un voler pensare e giudicare secondo la testa propria intorno a fatti e idee che fin allora si erano accettati dall'autorità, ne conseguiva che divenissero sospetti tutti i pensatori, in qualunque senso pendessero. I principi, accortisi che al religioso teneano dietro sovvertimenti politici, fecero causa comune con quella Roma, che aveano guardata con gelosia, e dapertutto fu invigorita l'Inquisizione, con privilegi e indulti si allettavano fraternite d'uomini e donne a servirle di famiglia. Chi denunzia un abuso, chi implora una riforma, è preso di mira, ha taccia di perturbatore: si piglia ombra di quanto in prima passava inappuntato; una devozione vivissima, un non ordinario rigore di pratiche religiose somigliano raffacci alle rilassatezza comune; la cautela ne' modi e nelle parole passa per ipocrisia; la franchezza per insolenza: fin il tacere s'interpreta per dissimulazione pericolosa. Sono martirj che non ignora chiunque nell'età nostra sentì o pensò.

L'Inquisizione estendeasi anche agli Ebrei, non per punirli, ma per impedire propagassero i loro errori, nè commettessero quegli enormi delitti, di cui fremevasi allora credulamente, come credulamente si freme oggi delle stragi del Sant'Uffizio. Il buon Sadoleto, intitolato il Fénelon italiano, in una lettera al cardinale Farnese si lamenta perchè gli Ebrei sieno trattati troppo cortesemente a Roma, e protetti da Paolo III. Ma Paolo IV usò con essi rigorosamente, e volle fossero ristretti entro il ghetto. Gliene presero ira, e forse ebbero gran parte nell'eccitare contro di esso papa la plebe romana, che ne abbattè la statua e bruciò il palazzo dell'Inquisizione.

A Pio IV successe col nome di Pio V frà Michele Ghislieri, alessandrino di Bosco, di religione rigorosa, d'integerrima vita. Non andava che a piedi; come generale dei Domenicani redense molti conventi dai debiti; si segnalò nell'alta Italia per zelo inquisitorio; e l'opposizione che trovò dapertutto rivela non tanto l'allargarsi delle opinioni riottose, quanto il ricalcitrare alla violenza. Avuto spia che a Poschiavo, paese italiano e di diocesi comasca, ma nel civile appartenente ai Grigioni, si stampassero libri ereticali destinati all'Italia, e che alcune balle erano state spedite ad un negoziante di Como, frà Michele le sequestrò. Era vescovo di Como Bernardino Della Croce, ma Carlo V non volea dargli il placet perchè amico di Paolo III e de' Farnesi: laonde governava il capitolo comasco, che spalleggiato dal governatore Gonzaga, volea fossero restituite; e non riuscendo, il popolo ne levò rumore; i fanciulli presero a pietre frà Michele mentre entrava nel monastero, posto ne' sobborghi; ond'egli a fatica ricoverossi in casa dell'Odescalchi, che apparteneva alla compagnia della Croce di Como, e il governatore gli ordinò andasse a Milano per amor di quiete. Egli obbedì, ma poichè i canonici andarono a Roma, v'andò egli pure, fu la prima volta che vide la città che dovea poi divenir sua. Anche a Morbegno in Valtellina ordì processo di eresia contro Tommaso Planta vescovo di Coira, senza citarlo, nè nominare i testimonj; sicchè i Grigioni gli fecero vietare di procedere contro chicchefosse, se non con loro licenza: e perchè egli, obbedendo sulle prime, rinnovò poi le processure, il popolo a pena si tenne che non gli mettesse le mani alla vita.

Ebbe poi ordine d'inquisire Vittore Soranzo vescovo di Bergamo, il quale in conseguenza fu sospeso, ma dopo due anni rintegrato. Maggiori indizj trapelavano contro Giorgio dei Conti di Medolago; ma la costui potenza avrebbe impedito ogni attentato dell'inquisitore, se a questo non fosse venuto in sussidio Giovan Gerolamo Albani. Per costui opera il Medolago fu preso: ma la signoria veneta lo fece levare a forza dalle carceri del Sant'Uffizio, e trasferire nelle sue, nelle quali morì. L'opposizione allora obbligò il Ghislieri a partire di Bergamo, del che si dava colpa a Nicolò Da Ponte, nobile veneto, allora proveditore di quella provincia e più tardi doge, il quale perciò venne in odore di luterano. Quell'Albani, valentissimo giureconsulto, godea di alto favore presso la signoria; ma quando due suoi figliuoli, nella chiesa di Santa Maria Maggiore, uccisero il conte Brembati, egli, come loro complice, venne per dieci anni relegato in Dalmazia. Il Ghislieri però, divenuto papa Pio V, non volle ricevere il Da Ponte, mandatogli ambasciadore dalla serenissima, e ai figliuoli dell'Albani conferì il titolo di gentiluomini romani, e al padre il governo della Marca d'Ancona, poi il cappello cardinalizio che, non senza eventualità di salir papa, portò degnamente fino ai novantasette anni.

Dapertutto allora si infervorarono le procedure. Ogni causa ha tristi avvocati, che credono servirla col mostrare ch'essa ha molti nemici; e in quella generalità di denominazione che esclude la critica e la discolpa, avvolgono le persone che meno lo meritano. Così allora avvenne, e nella inflessibilità del suo zelo vedemmo Paolo IV gittare prigioni il cardinale Morone, i vescovi Egidio Foscarari di Modena, Tommaso Sanfelice della Cava, Luigi Priuli di Brescia, imputati di nutrire opinioni ereticali, o mal difendere le ortodosse, mentre non chiedeano che una riforma, la quale restituisse alla Scrittura l'autorità, usurpata dalla tradizione, e che si correggessero i costumi. E dovettero scagionarsi.

Anche don Gabriele Fiamma veneto, canonico lateranese e vescovo di Chioggia, autore di poesie spirituali, predicando a Napoli il 1562, fu accusato d'eresie, e al Gonzaga signor di Guastalla scriveva: «Jer sera, per commissione del cardinale Alessandrino furono pigliati tutti i miei libri, e notata ogni minima polizza. Questo non m'è grave, venendo la commissione da quel dabbene e religiosissimo signore e dal santissimo tribunale dell'Inquisizione: ma ben mi dolgo che gliene sia data occasione da alcuni maligni ed invidiosi miei emuli»[334].

Fu allora che l'accademia di Modena andò dissipata come dicemmo, e molti membri di essa migrarono. Il decreto del 1558, per cui tutti i frati che fossero usciti di convento obbligavansi a tornarvi e sottoporsi al castigo meritato, indusse molti a fuggire in Olanda e a Ginevra; e se credessimo a Gregorio Leti[335], più di ducento buttaronsi eretici.

Il Tiepolo, ambasciador veneto a Roma, descrive un Atto di fede eseguito colà contro quindici persone: sette andarono condannate alle galere come testimonj falsi: sette eretici abjurarono; uno relapso fu rimesso al fôro secolare, ed era «don Pompeo de' Monti, di sangue assai nobile, fratello del marchese di Cortigliano, e stretto parente del cardinale Colonna»[336]. Ai 27 settembre 1567 descrive l'Atto dove furono bruciati il Carnesecchi, del quale parleremo poi a disteso, e un frate di Cividale di Belluno, oltre diciasette che avendo abjurato, furono chiusi in prigione perpetua o in galera, o multati in denaro per la fabbrica che dee farsi d'un ospedale per gli eretici. Fra questi contava sei gentiluomini bolognesi.

Ai 28 maggio 1569 un altro Atto, in presenza di ventidue cardinali, dove quattro impenitenti furono dannati al fuoco; dieci abjurarono, tra' quali Guido Zanetti di Fano. Costui nel 1537, essendo a Londra, comprò molti libri d'eretici, e bevutone le massime, tornò in Italia l'anno dopo, prese usata con varj eretici di qui e di fuori, e vantavasi d'aver la maggiore raccolta di libri eterodossi che fosse in Roma. Udendo poi che a Curia Sabella erano stati presi varj eretici, fuggì a Napoli nel 1545, donde a Venezia, benevolmente accolto e sussidiato da Donato Rullo, e frequentava Latanzio Ragnone ed altri apostati. Passò quindi in Sassonia, conobbe l'elettore, il duca Giovanni Federico e il landgravio d'Assia, e fingendosi un capitano di Enrico VIII d'Inghilterra, prese servigio nel loro esercito contro l'imperatore. Girando la Germania, conobbe i principali eresiarchi, visitò più volte la tomba di Lutero, rivide Venezia, poi l'Inghilterra, e v'assistette al ristauramento della religione cattolica, fatto dalla regina Maria e dal cardinale Polo. Reduce in Italia, non cessò la domestichezza col Carnesecchi, con Endimio Calandra, Pietro Martire, l'Ochino ed altri. Informatone il Sant'Uffizio, sotto Pio IV fu arrestato a Venezia il 23 febbrajo 1561, ma per istanze fatte dalla regina Elisabetta alla Repubblica, fu disciolto. Sopravenuti nuovi e maggiori indizj alla Inquisizione romana, il luglio 1566 fu preso a Padova, e condotto a Roma, confessò trentotto capi d'eresia, professati fino dal 1537, onde fu condannato. Avendo però fatto pubblica abjura il 20 maggio 1559 in Santa Maria sopra Minerva, dategli penitenze, il giorno stesso che il Cellario fu messo a morte, egli restò condannato alla prigione (dice il residente veneto) «parte perchè dicono che per lui si ha avuto notizia di molte cose importanti, parte perchè non è mai stato abjurato, e però non si può aver per relapso, se ben ha continuato nell'errore tanti anni, e li canoni non levano la vita a chi è incorso in errore per la prima volta».

Verso il 1568 molte lettere, nella corrispondenza del Bullinger, raccontano dell'Inquisizione atrocità, quali la voce pubblica le esagera. A Mantova essersi arrestato un parente del duca, e poichè questo ne sollecitava la liberazione, avergli l'inquisitore risposto che non riconosceva alcun duca nel suo uffizio: bensì mostravagli le chiavi del carcere; se voleva, nel togliesse per forza: egli nol rilascerebbe mai. A Roma (dicono) non va giorno che non si bruci, si soffochi, si decolli; piene tutte le prigioni, e se ne devono fabbricare di nuove sempre. Dopo bruciato il Carnesecchi, arrestaronsi il barone Bernardo di Angola e il conte di Pitigliano, che sollecitati a lungo, alfine abjurarono, e il primo fu condannato a carcere perpetuo, e alla multa di ottomila coronati; l'altro a mille, e chiuso per sempre in una casa di Gesuiti. Che a Valenza un nobile, denunziato per opinioni religiose, e dopo lunga detenzione messo alla tortura, spirò fra i tormenti; del che indignati, i cittadini insorsero, assalirono i preti, qual trucidando, quale cacciando. Che a Milano un nobil giovane, accusato di luterano e condannato alla forca, ebbe sentenza d'esservi tratto a coda di cavallo; mezzo strangolato, perseverando a non ricredersi, fu arso a lento fuoco, poi esposto ad essere sbranato dai cani[337].

Al 24 febbrajo 1585 il residente veneto a Roma informava d'una pubblicazione di diciasette inquisiti dal Sant'Uffizio, presenti molti cardinali e grandissimo numero di persone. Degli inquisiti tre furono mandati al fuoco come relapsi in manifeste eresie: altri come fattucchieri e stregoni, che abusavano de' sacramenti per loro scellerità, furono sentenziati alla pubblica esposizione, altre al carcere e altre pene. Fra i condannati «alla morte di vivo fuoco» contava Jacobo Paleologo di Chio, già domenicano, che errò lungamente per Germania; in Transilvania fu rettore del ginnasio di Clausenburg, e adottò gli errori di Buduy, unitario talmente eccessivo, che Fausto Soccino medesimo lo riprovò. Arrestato per richiesta di Gregorio XIII, fu il Paleologo menato a Roma, come fu vicino al patibolo domandò tempo per riconciliarsi e venne ricondotto in prigione, ove si crede sarà fatto morire senza il fuoco vivo. Degli altri due, uno fu strozzato, come relapso ma pentito; l'altro «come pertinace morì nel fuoco a poco a poco, con una continua fermezza alla presenzia di gran parte di questa città».

Udimmo la Olimpia Morata deplorare la morte di Fannio. Nato a Faenza da oscuri parenti, cominciò egli a studiare la Scrittura seriamente sopra una traduzione, e ostentando i benefizj della parola di Dio, ne disputava in tal guisa, che fu preso prigione dal Sant'Uffizio. Quivi intenerito da colloquj colla moglie e la famiglia, ritrattossi e fu messo in libertà. Ma ben tosto ne sentì tal rimorso, che risolse di farne amenda col professare apertamente le nuove dottrine, e mosse per la Romagna predicando senza velo; se gli fosse impedito di annunziare in pubblico il Vangelo, sì lo faceva in secreti colloqui con chi volesse ascoltarlo, beato quando potesse alcun convertire. Arrestato a Bagnacavallo, fu condannato alle fiamme. Se non che mandato a Ferrara, ebbe occasione di convertire altri, meno tormentato che non sotto i Domenicani, talora veniva trattato meglio, talora peggio; quando solo, quando in compagnia; pur sempre costante a soffrire per Cristo. Molti andavano ad ascoltarlo, ed esso esortavali alla libertà de' figli di Dio. La moglie, le sorelle tentarono di nuovo distrarlo dalle sue convinzioni, ma egli rispondeva: «Il Signore non vuole ch'io rineghi lui per il bene della mia famiglia».

Quando a Paolo III succedeva Giulio III, venne l'ordine di metter a morte Fannio. A quel che gli recò l'annunzio, diede un abbraccio, e ringraziandolo, «Io accetto con gioja la morte, caro fratello, per la causa di Cristo»: e continuò a edificare i compagni coll'esporre la felicità di un tal morire. Domandato a chi affidasse i suoi figli: avesse compassione di essi e della sua cara moglie, rispose: «Li lascio al miglior de' custodi, Nostro Signor Gesù Cristo». Offertagli la vita se si disdicesse, professò non desiderare di sfuggir alla morte. E continuava spiegando diversi passi della Scrittura, recitando sonetti suoi sopra la giustificazione, e chiesto come mai fosse sereno mentre Cristo soffrì le ambasce dell'agonia, «Cristo (ripigliava) nell'orto e sulla croce soffrì le torture dell'inferno al quale noi eravamo condannati. Ma dopo che egli tolse i peccati nostri, a me non resta che a rallegrarmi, sicuro che la morte del mio corpo sarà passaggio ad un'eterna vita».

Così parlava poco prima d'esser condotto sulla pubblica piazza di Ferrara. Presentatogli un Crocifisso, disse: «Vi prego di non turbarmi presentandomi un Cristo di legno, mentre io l'ho vivente nel mio cuore». A ginocchi pregò divotamente e ardentemente Iddio di illuminare le offuscate menti dell'ignorante moltitudine. Egli stesso accomodò il capestro col quale doveva essere strozzato, e morì col nome di Gesù sulle labbra, nel settembre 1550. Il suo cadavere fu bruciato dove ne avvenne la morte.

Gli scritti che lasciò danno testimonio delle sue opinioni, colle objezioni degli avversarj e le risposte di lui. E sono due trattati delle proprietà di Dio, due della confessione, due del modo di conoscere Gesù e il fedele dall'empio; cento sermoni sopra gli articoli della fede, dichiarazioni sui salmi, dichiarazione su san Paolo, dispute contro l'Inquisizione, consolazioni ai suoi parenti sopra i casi suoi, avvisi delle cose della sua vita[338].

I Riformati, che ci conservarono il nome de' loro martiri, descrivono la fierezza de' supplizj subiti da Domenico Cabianca bassanese, da frà Giovanni Mollio professore di Bologna già detto. Pomponio Algeri di Nola, arrestato a Padova, fece una luminosa difesa, allegando la Scrittura e le Decretali contro gli errori della Chiesa romana; ma per quanto i Veneziani bramassero salvarlo attesa la sua valentìa, fu condannato ad arder vivo. Stando in carcere a Venezia, descrisse in una bella lettera, la spirituale consolazione concessagli[339]. Francesco Gamba di Como, convinto d'essere stato a Ginevra ed aver partecipato alla sacra cena coi Riformati, fu condannato alla forca; prima forandogli la lingua acciocchè non parlasse.

Goffredo Varaglia cappuccino piemontese, andato per convertire i Valdesi, si lascia convertire invece da loro; addetto al legato papale a Lione, lo abbandona per passare a Ginevra, donde muove a predicare il Vangelo nella Val d'Angrogna. Côlto, fu tradotto a Torino, e ucciso il 29 marzo 1588; e nel suo processo è detto, tante essere le persone a lui consenzienti, che l'Inquisizione non avrebbe abbastanza legna per bruciarle.

Bartolomeo Bartoccio, che ritirato a Ginevra, professava in pace la Riforma, come mercante capitava a Genova, dove conosciuto, fu arrestato e arso a Roma, e morendo esclamava Vittoria, Vittoria.

A Piacenza nel 1553, Paolo Palazzo cantore, propenso ai Luterani, fu tratto in carcere a San Domenico, e dopo alquanti giorni liberato per favore di molti. Nel 1557 l'inquisitore carcerò Matteo Dordono e Innocente Nibbio notaj, che pentiti, fecero pubblica amenda e penitenza, e tornarono con gran disonore a casa. Taddeo Cavalzago, citato per luterano, fuggì a Ginevra, sicchè restò bandito. Prete Simone ch'era vissuto seco lungamente, arrestato e cercando fuggire di carcere si ruppe una coscia, e dovette far penitenza de' suoi errori. Alessandro Cavalgio fu preso per aver tratto di convento una sorella e maritatala. Altri assai nobili si scopersero fautori dell'eresia, e ne pagarono il fio; molti esularono, e i loro beni furono attribuiti al principe. Nel 1558, prete Riccio, che avea conversato, mangiato, bevuto con Luterani e ajutatili a fuggire, s'un palco fu sferzato dall'inquisitore frà Valerio Malvicino, e dovette palesare quanto aveva operato contro i decreti del sommo pontefice; seco due altri cittadini: Giuseppe De Medici, pure sferzato, confessò ciò che avea creduto o fatto di contrario alla cattolica fede; e un notajo Giuseppe, di avere scompisciato la pila dell'acquasanta, ferito di spada alcune divote immagini e le braccia e coscie di san Rocco[340].

Somiglianti processure potremmo indicare in tutte le città d'Italia, e ce ne verrà la trista opportunità. In Lombardia si rese tremendo frà Pietro Angelo da Cremona; tra le cui vittime ricordano Francesco Cellario di Mantova figlio di Galeazzo, minorita dell'Osservanza, che già era stato inquisìto a Pavia. Milano era sottoposta alla Spagna, che cercò introdurvi la sua inquisizione; ma la città deputò alti personaggi al re, al Concilio di Trento, al papa, e ottenne di non aggiungere questo agli altri mali ond'era oppressa. Bensì vi fu piantata l'Inquisizione alla romana, ed una compagnia di quaranta cavalieri, portanti una croce in petto e aventi a capo il padre inquisitore, nel giorno di san Pietro Martire adunavasi nel suo oratorio, e al vangelo tutti sguainavano le spade, in segno di zelo e di costanza nel tener pura e propagare la fede e obbedire ciecamente al Sant'Uffizio; durarono fino al 1770. Compagnie consimili si formarono dapertutto, e con zelo indiscreto non solo investigavano l'eretica pravità, ma la trascuranza delle pratiche religiose; fiutavano le cucine al venerdì; sofisticavano ogni parola sfuggita ai professori; insomma avviavano ai procedimenti delle polizie odierne; superiori a queste solamente in quanto supponevano andarne di mezzo non l'interesse momentaneo d'un principe o d'una fazione, ma la salute delle anime.

San Carlo, da Roma il 10 dicembre 1563, scrive al doge di Genova che procuri l'arresto di frate Antonio da Cortemiglia conventuale, grandemente sospetto d'eresia. In questa città l'Inquisizione era già stabilita nel 1253, quando mandò a morte maestro Luco. Tre anni dopo, frate Anselmo capo inquisitore pubblicò certe provvisioni contro gli eretici, le quali volea facessero parte degli statuti della repubblica, e perchè i consoli ricusavano, egli obbligolli, minacciando di scomunica la città. Più tardi vi fe scuola Lucilio Vanini, e pare da lui apprendesse Cesare Conte pittore, che catturato dal Sant'Uffizio il 1632, moriva nelle segrete del palazzo ducale.

I buoni uomini della valle di Chamonix, a' piedi del Monbianco, nel 1462 condannarono al fuoco diverse persone, accusate d'eresie, d'apostasia, di magia, e una donna che avea avuto commercio carnale col demonio, fu fatta sedere per tre minuti s'una lastra rovente, poi data al fuoco. A Ciambery i frati mendicanti non poteano andar in volta senza sentirsi fischiare e fin battere.

Altra lettera di san Carlo del 15 aprile 1575 ci informa che il vescovo di Vercelli fu tacciato d'eresie per una pastorale dove esortava il suo popolo all'orazione della sera: ma attesta de' buoni sentimenti di esso, e si consola che l'accusa siasi volta contro uno scritto, giacchè le parole dette a voce possono facilmente riferirsi alterate; e ritiene che il santo padre non solo non l'imputerà, ma cercherà gli autori dell'accusa per punirli.

L'Inquisizione ne' paesi del Piemonte fu moderata da Emanuele Filiberto, volendo che le sentenze non sortissero effetto se non col concorso del senato, dopo udito il pubblico ministero, ma la prescrizione cadde in dimenticanza. Esso Emanuele Filiberto fece prescrizioni minute e rigorose per l'osservanza de' precetti della Chiesa: si trasferiscano in città i monasteri femminili sparsi in campagna; non si permettano canzoni lascive nè contro l'onore e lo stato degli ecclesiastici: al tempo stesso che metteva un economato pei benefizj vacanti, e facea gli ecclesiastici concorrere alle pubbliche gravezze.

In Sardegna, Valente arcivescovo di Cagliari verso il 687, in un'opera De erroribus hodierna tempestate grassantibus, tolse a provare che erasene sempre conservata immune quell'isola[341]. E tale durò: ma verso il 1560 s'ha memoria d'un processo fatto a Sigismondo Arquer cagliaritano, avvocato del fisco, per opinioni religiose, d'ordine dell'arcivescovo Parraques; risultò innocente, pure non si desistette dal perseguirlo, ond'egli credette cercar salvezza in Ispagna. Ma quivi come luterano dogmatizzante venne preso dall'Inquisizione di Toledo, e morto con altri nell'Atto di fede del 1571. Abbiamo di lui Sardiniæ brevis historia et descriptio[342], alla cui fine si legge che colà sacerdotes indoctissimi sunt, ut raros inter eos, sicut et apud monachos, inveniatur qui latinam intelligat linguam. Habent suas concubinas, majoremque dant operam procreandis filiis quam legendis libris.

Sarebbero queste parole la causa o l'impulso del suo processo?

Mentre noi andiamo spigolando con improba fatica avrebbe un'abbondante messe chi potesse cercare gli archivj del Sant'Uffizio a Roma. Ai giorni nostri furono spalancati per violenza due volte; durante il dominio francese dopo il 1810, poi nella rivoluzione del 1848, eppure nessuno seppe trarne profitto per la storia e per la verità. Finchè ad altri ciò sia concesso, ci siam valsi e ci varremo di frà Caracciolo, che scrivendo una vita di Pio IV, rimasta manoscritta, potè aver sottocchio i processi di quel tribunale. Perpetuo lodatore di questo, e inesorabile cogli erranti, qui gli cediamo le parole perchè riferisca molti fatti, che in tono diverso noi abbiamo divisati. Parlato dunque di quanto avvenne in Venezia e a Milano, prosegue:

«Como, come più vicino a' paesi settentrionali, solea essere tragetto di eretici, perciocchè da Germania mandavano balle di libri eretici, come si scuoprì poi nel 1549 per mezzo del Santo Ufficio di Roma, e di frà Michele Ghisliero, perciocchè si trovarono molte balle di libri mandate da Germania per spargerle in Como, Cremona, Vicenza, Faenza, San Ginesio, e in Calabria: al che fu rimediato opportunamente dal Santo Officio di Roma con porre in ogni città valenti e zelanti inquisitori, servendosi anco talora di secolari zelanti e dotti per ajuto della fede, come dell'Odescalco in Como, del conte Albano in Bergamo, del Muzio in Milano, Pesaro, Venezia e Capo d'Istria, ecc. Questa risoluzione in servirsi de' secolari fu presa, perchè non solo molti vescovi e vicarj e frati e preti, ma anco molti delli stessi inquisitori erano eretici, come confessò il Vergerio, quando nella prima esamina fu malamente assoluto da loro.

«Furono per molti anni in Bergamo alcuni principali eretici, o veri, o sospetti, processati di eresia: in primis Vittorio Soranzo vescovo di Bergamo, il suo vicario, il prevosto chiamato don Nicolò Assonica, e altri di minor conto; il vescovo in particolare fu tenuto per eretico fino, e fu quello, che ebbe ardire di mandar gente armata per carcerare frà Michel Ghisliero, allora inquisitore in quelle parti, il quale aveva solennemente formato un processo contro di lui, molto prima sospetto. Questo vescovo già un pezzo fa aveva incominciato ad infettare la sua città e diocesi, e se il Santo Ufficio di Roma non l'avesse fatto processare, non bastava forza veruna a reprimerlo, perciocchè era egli potentissimo in Venezia e in Bergamo; ma il Santo Officio per mezzo di frà Michele lo processò, e avutolo nelle mani lo carcerò nel castel Sant'Angelo; alla fine convinto d'eresia fu privato del vescovado, e si morì in Venezia infelicemente. N'ebbe tanto piacere il cardinal teatino (Caraffa), che costui fosse stato processato, che di qua cominciò a porre affezione a frà Michele Ghisliero, e ad esaltarlo in modo tale, che di poi fu papa.

«In Modena gli eretici fecero più faccende che in nissuna parte d'Italia. Quivi fu il vicario del cardinal Morone, chiamato Bianco de Bonghis, molto sospetto d'eresia. Vi fu Antonio Gadaldino libraro modenese, eretico marcio con tutta la sua famiglia. Vendè costui molti volumi Del beneficio di Cristo, libro pernicioso, che insegnava la giustificazione ex sola fide et ex merito Christi imputativo alla luterana. Questo è quel libro così caro agli eretici, che fu da loro stampato molte volte, e il detto Gadaldino non solo lo vendè, ma anco lo ristampò. Vi fu Bonifazio Valentino modenese eretico, a cui scrisse Adriano, segretario del cardinal di Fano, una lettera di condoglianza per la morte di Lutero, e per la morte di due frati in Modena, chiamati frà Reginaldo, e frà Alasio eretici. Il Santo Officio ebbe in mano questa lettera, e processò il detto Adriano segretario. Questo Bonifacio manteneva commercio con i Tedeschi eretici, da' quali aveva appreso lettere, ed egli fu che infettò la terra di Nonantola. Vi fu Alessandro Milano modenese, luterano anch'egli; vi fu un frà Bernardo Bertoli, predicatore pernicioso, mandato a Modena a predicare per opera di Luigi Priuli e dal cardinal Polo e dalla marchesa di Pescara. Fu detto ch'era discepolo del cardinal Polo, per il che tutti tre ne furono processati, e il detto frà Bernardo ne stette carcerato in Roma, ed abjurò. È vero che Morone fu inquisito anch'egli come vescovo di Modena, perchè l'avesse mandato a predicare nella sua Chiesa; ma esso si salvò scusandosi che il cardinal Polo ed il Priuli gliel'avevano approbato. In Modena fu parimente dal cardinal Morone mandato a predicare un frà Bartolomeo Pergola. Costui, per opera del Soranzo vescovo di Bergamo fu invitato a Roma, che andasse a parlare a Morone: Morone l'invitò a pranzo, ragionò con lui, e lo conobbe per luterano: ebbe in Roma il libro Del beneficio di Cristo da un certo Guido da Fano: predicò molte eresie a Modena, ma poi Morone l'indusse a ritrattarsi. Di questo Pergola fa menzione il Muzio in una lettera che scrisse al cardinal di Carpi e al cardinal di Napoli, cioè al nostro Caraffa sommo inquisitore, ed a Lattanzio Fosco suo auditore, avvisando loro che costui, che era frate de' conventuali di San Francesco e valente predicatore, era capitato quell'anno a Pesaro, e che nove anni prima, cioè nell'anno 1542, quando appunto in Roma fu fondato il Santo Officio, aveva predicato cose scandalose in Modena, ma che si scusava dicendo che il suo predicare era stato approbato dal Miranda, lettore di teologia, e dal Beccadello inquisitore; con tuttociò fu fatto ritrattare in pulpito: e il Muzio facendo buon giudizio di lui, non gli fu data altra pena, che privarlo per nove anni della predica. Il cardinal Cortese modenese, ancorchè religioso benedettino di grande stima per bontà e per lettere, fu nondimeno senza rispetto alcuno inquisito dal Santo Officio per aver letto e approvato il libro Del beneficio di Christo. Fu anche in Modena un prete Domenico Morando, maestro di casa del cardinal Morone, eretico e fautore degli eretici: vi fu un Francesco Camerone, e un chiamato Farzirolo modenese, processati di eresia: vi fu il prete Gabriel Faloppia, eretico luterano pessimo, e un altro detto il Gozapino calzolaro, e D. Girolamo Regio prete modenese, eretici, e Ludovico Castelvetri modenese eretico, che se ne fuggì in Germania. Vi fu un'accademia tutta infetta, de' quali era capo un cappellano di Morone eretico, detto don Girolamo di Modena: vi furono Giovanni Borgamazza e Giovanni Bertano modenesi eretici; mastro Giovanni Maria Manelli con altri molti sospetti di eresie. Erano costoro di tanto numero e potere, che mandavano ajuto di denaro a quei di Germania. Qui finisco di dire della città di Modena, di cui fu vescovo il cardinal Morone sospetto, processato, e carcerato tant'anni per molti e gravi capi di eresia, se bene fu assoluto poi a tempo di Pio IV. Circa quel libro Del beneficio di Christo, oltre quello che n'ho detto di sopra, fu il suo autore un monaco di San Severino in Napoli siciliano, e discepolo di V. Valdes; fu revisore di detto libro il Flaminio, anch'egli gravemente infetto; fu stampato molte volte, ma particolarmente a Modena De mandato Moroni; ingannò molti, perchè trattava della giustificazione con dolce modo, ma ereticalmente, attribuendo ogni cosa alla sola fede, e falsamente esponendo le parole di san Paolo nell'epistola ad Romanos, avviliva l'opere ed i meriti, e perchè questo è quell'articolo, nel quale inciamparono gran parte de' prelati e de' frati di quell'età, però ebbe grande spaccio, e fu da molti approvato: solo in Verona fu conosciuto e reprobato: dopo molti anni fu posto nell'indice de' libri proibiti da Paolo IV, e poi da Pio IV e da Clemente VIII.

«Lucca fu molto appestata di questo morbo, perciocchè in quella città tennero scuola Pietro Martire, dopo che si fuggì da Napoli, e vi ebbe per compagni il Tremellio ferrarese, lettore di lingua ebrea, Celso Martinengo lettor di lingua greca, e Paolo Lazisio veronese, lettore di lingua latina, e costoro vi trovarono Girolamo Zanco, tutti pessimi eretici, e vi stettero fino al 1542, quando, per paura del papa che ritornava da Bussè, se ne fuggirono tutti in Germania insieme con l'Ochino.

«Siena e Firenze furono assai piene di eretici. Quella produsse l'Ochino, e Lattanzio Morone (Ragnone?) eretichissimi; questa ebbe frà Pietro Martire Vermilio, che infettò Napoli, Firenze e tutta l'Inghilterra: ebbe ancora il protonotario Carnesecchi, il quale fu segretario di papa Clemente VII. Il cardinal Teatino fu il primo che lo processò, poco dopo che fu fondato il Santo Officio in Roma. Poi nel 1546, per qualche speranza che diede di conversione, fu rilasciato non già dal cardinal Teatino, ma da altri, che non occorre qui nominare; però si doleva il cardinal Teatino della troppa lentezza e perniciosa benignità verso gli eretici. Quindi andò a Firenze sua patria, e ritornò al vomito tanto fieramente, ch'egli dell'entrate di molte badie manteneva molti agenti di eretici in varie città d'Italia. Costui insieme con Pietro Martire appestò Firenze in modo tale, ch'io udii più volte dal signor Pietr'Antonio Bandini, padre del cardinale Bandini, queste parole: Innanzi al Santo Officio, non vi era straccio di fede in Firenza.

«Bologna fu in molto pericolo, perchè vi erano alcuni eretici principali, tra' quali fu un certo Giovanni Battista Scoto, il quale aveva amicizia e appoggio di persone potentissime, come di Morone, Polo, marchesa di Pescara, ecc., raccoglieva denari a tutto suo potere, e li compartiva tra gli eretici occulti e poveri, che stavano in Bologna. Abjurò poi nelle mani del padre Salmerone per ordine del legato di Bologna e del Santo Officio.

«Fiesole, oltre alla vicinanza di Firenze, era anco sospetta per il suo vescovo eretico.

«San Geminiano ebbe Michelangelo Tramontano luterano, e un medico detto il Travano suo maestro. In Perugia insegnò l'eresia il detto medico Travano, il quale ebbe per discepolo un prete detto Crescio e il Tramontano soprascritto.

«In Viterbo fe residenza il cardinal Polo legato di Romagna, anch'egli molto sospetto e processato, e nella sua Corte vi erano molti eretici. Furono infette ancora molte monache del monasterio di Santa Caterina di quella città, come anche in Firenza, i monasteri intieri erano infetti.

«In Volterra fu un frà Andrea molto sospetto, e amico di persone sospette.

«Così stava malconcia la povera Italia, e così furono scoverte, e sanate le sue occulte e pestifere piaghe per opera del Santo Officio di Roma. Sentirono grand'orrore di così gran male, e grande allegrezza di così efficace rimedio le persone buone e zelanti della fede: e principalmente il cardinal Teatino, inventore e autore di tanto bene, ne stava ogn'ora più contento, e ne ringraziava Dio benedetto: anzi con quel suo intrepido cuore si diede animo a processare anco i prencipi d'Italia, che erano macchiati di quella pece, come furono Ascanio Colonna duca di Palliano, Vittoria Colonna marchesa di Pescara, Renata del real sangue di Francia, cioè sorella d'Enrico III duchessa di Ferrara, Caterina Cibo duchessa di Camerino, Giulia Gonzaga contessa di Fondi e altri. Così si vide adempita nel Santo Ufficio quella potestà datagli da Dio evellendi, disperdendi, dissipandi et destruendi; e solea dire il Caraffa in famigliar ragionamento, che la principal mira del Santo Ufficio e de' papi deve essere dare addosso ai grandi, quando sono eretici, perchè dal loro castigo dipende la salute de' popoli.

«Napoli e molte altre città, e terre del regno furono molto appestate di eresie dal V. Valdes, e da quei tre suoi principali discepoli, cioè da Pietro Martire, Ochino e Flaminio, i quali poi diventarono maestri di molti altri. Vi fu anche un certo Siciliano apostata di sant'Agostino, chiamato poi in abito di prete don Lorenzo Romano. A costui non bastò fare scuola in Caserta, e in molti altri luoghi di Terra di Lavoro, ma anche, per diventare più valente eretico, andò a posta in Germania per conferire con que' ministri, e ritornò di là non solo luterano, ma anche pessimo sacramentario zuingliano. Ora fondato il Sant'Ufficio in Roma, di giorno in giorno si scoprivano più terre infettate di eresie, e veramente se si ritardava più a fondar il tribunale del Sant'Officio in Roma, dal quale ebbero forza e efficacia gli altri inquisitori dell'Italia, difficilissimamente si poteva più rimediare al gran fuoco acceso in tutto quel regno. In Napoli per opera di V. Valdes, dell'Ochino, di Pietro Martire, e del Flaminio, e altri lor compagni, se ne appestarono tanti, e particolarmente molti maestri di scuola, che arrivarono al numero di tre mila, come si conobbe poi quando si ritrattarono. In Calabria vi fu quell'Apollonio Merenda, il quale dopo avere infettate molte terre, e particolarmente la Guardia, San Sisto, la baronia di Castelluccio, accostatosi a Roma diventò cappellano del cardinal Polo. La Puglia ebbe molti maestri di mala dottrina, e specialmente Odone da Monopoli, don Giovanni Paolo Castroffiano maestro di scuola, e compagno di Ludovico Manna eretici pessimi. In Terra di Otranto vi fu Ladislao, auditore dell'arcivescovo di Otranto e compagno di Ludovico Manna eretico, e l'istesso arcivescovo fu gravemente processato, e si disse che aveva mandato Ludovico Manna a leggere alla sua Chiesa d'Otranto pubblicamente, e che aveva commercio di lettere con Martin Bucero, e che fu amico del V. Valdes, e leggeva i suoi libri, e che tenne gran tempo in casa il Giannetto, eretico marcio, che se ne fuggì poi in Ginevra. A questo arcivescovo impedì il cappello di cardinale il nostro Caraffa. Ora stando le cose in questo modo, e sentendo in Napoli e per tutto il regno gran principio di rovina, e dall'altra parte vedendosi per l'esempio di Roma, quanto gran remedio fosse il Sant'Officio, si cominciò a pensare di mettere il tribunale dell'Inquisizione anche in Napoli.

«I nostri padri scoprirono l'eresie in Napoli, essendo il nostro Ordine, per dirlo con le parole dell'Adriani, accerrimo persecutore dell'eresie, e che fa professione di difendere la fede cattolica. Il modo con che furono scoperti dai nostri fu questo. Si ha da sapere, che Raniero Gualante, e Antonio Cappone, per la pratica che ebbero col V. Valdes e con l'Ochino, furono anch'essi macchiati un poco di quella pece: ma perchè si confessavano dai nostri a San Paolo, ne stavano coperti, si fecero riferire da loro tutto quello intendevano da quelli occulti eretici.

«In questo modo vennero a conoscere i nostri il mal seme che coloro seminavano, e le secrete conventicole di uomini, di donne che facevano, le quali da loro scoverte, e scritte dal cardinal Teatino in Roma, quei capi eretici se ne fuggirono via tutti da Napoli. Per la fuga del padre Bernardino Ochino scrisse il cardinal Teatino una bella e lunga lettera latina, tutta composta di parole della sacra Scrittura, nella quale, parte allettandolo (perchè vi era rimasta ancora qualche speranza di lui) parte rimproverandogli l'apostasia, e il pericolo dell'anima sua e di tante altre da lui ingannate, cercò di ridurlo a penitenza. Ma fu indarno, perchè, sebbene egli non così subito si fuggì d'Italia, nondimeno non solo non volse obbedire al cardinal Contareno, il quale piacevolmente raccogliendolo, l'esortò a presentarsi sponte in Roma, ma quel che fu peggio, se ne fuggì in Ginevra, e diede voce che il Contareno stesso aveva approvato il suo pensiero, e di là cominciò a dir male della Corte di Roma e della Chiesa cattolica, come san fare gli eretici: il quale disordine successe per la troppa piacevolezza del cardinal Contareno, perchè doveva pigliarlo prigione quando fu a casa sua, e non aspettare che si partisse.

«Ora prima che l'Ochino se ne fuggisse, andò a casa della duchessa di Camerino, chiamata Catarina Cybo, e quivi si spogliò l'abito, e si sfratò, e poi se ne fuggì in Ginevra. Aveva egli particolare strettezza con quella signora, e con quella di Pescara; onde costei ne fu poscia inquisita e molestata».

Dovevano esser frequenti gli attentati contro Inquisitori, giacchè Pio V nel 1569 fe una bolla terribile (Si de protegendis) contro quei privati o pubblici di qualunque grado, che uccidano, battano, caccino, atterriscano inquisitori o testimonj, o faccian offese a protocolli, istromenti, carceri.

Col tempo, come sempre accade, si mitigarono i rigori; l'Inquisizione ebbe a cercare tutt'altri delitti che d'eresia, e nell'età del punto d'onore le diedero molto a fare le censure ed assoluzioni pei duelli e chi vi assisteva; ma il nome e le forme sopravvissero fin all'età de' nostri avi[343]. E nel 1789 il padre Pani commissario del Sant'Uffizio stampò a Faenza (nessun tipografo di Roma accettandolo) un libro Della punizione degli eretici e del tribunale della santa Inquisizione, ove questa difende come niun s'aspetterebbe nell'anno della convocazione dell'assemblea di Francia.

Per l'andazzo che ha la Curia romana di conservare i formularj antichi anche quando i tempi vi repugnano, al modo stesso che l'Inghilterra conserva la vendita delle mogli ed altri titoli, di cui la realtà è abolita, nel 15 settembre 1841 frà Filippo Bertolotti inquisitore generale a Pesaro emanava un editto, ove imponeva l'obbligo strettissimo di denunziare al Sant'Uffizio i delitti di sua giurisdizione, sotto pena di scomunica: cioè rivelare coloro che son sospetti o diffamati di eresia, o di aderire a riti di Giudei, Maomettani, Gentili; che facciano atti da cui si presuma che abbiano patto col demonio; o esperimenti di necromanzia o di altre magie con abuso di sacramenti; che amministrino la confessione, la comunione senz'essere sacerdoti; abusino del sacramento della penitenza; tengano conventicole in pregiudizio della religione; proferiscano bestemmie ereticali; contraggano matrimonio avendo un'altra moglie o essendo negli Ordini sacri; impediscano in qualunque modo il Sant'Uffizio; facciano o divulghino satire contro il pontefice o il clero, o dove siavi profanamento di parole sacre; tengano o diffondano scritti e stampe ereticali senza la dovuta licenza; mangino o diano mangiare cibi proibiti senza necessità o licenza; inducano alcun cristiano ad abbracciare altra fede, o impediscano a Turchi ed Ebrei di battezzarsi. Chi non denuncia non potrà esser assolto se prima nol faccia: e ordina che quest'editto stia affisso nelle botteghe, osterie, librerie[344].

L'anno poi che Garibaldi e Cialdini strepitavano alle porte di Roma, nel seminario Romano (VI kal. sept. 1860) furono proposte certe tesi a difendere tra cui,

CCVI Institutum sanctæ Inquisitionis, prout a romanis pontificibus profectum est, nulla ex parte reprehendi potest.

CCVII Perperam Protestantes Ecclesiam calumniantur, quasi a primæva sua mansuetudine defecerit.

CCVIII Non minus enim veteri ætate, quamvis temporibus quæ Protestantium originem subsecuta sunt, romani pontificis solliciti admodum fuerint ne iis in locis, quæ immunia ab hæresi extiterant, hæretici libere cultum profiterentur, aut civilia jura quibus solummodo catholicæ religionis cultores frui poterant obtinerent.

CCXI Romani pontifices perpetue inficiati sunt aut ullum jus ab hæreticis afferri posse pro libertate (in religionis culto profitendo) obtinenda, aut ipsam societatis conditionem posse eamdem libertatem a catholico principe postulare.

CCXII Iidem romani pontifices sua agendi ratione in gravissimis adjunctis ostenderunt, meram sollumodo tollerantiam ad graviora mala vitanda inductam, reprehendi non posse.

Chi non l'ha visto personalmente si immaginerà qual trionfo chiassoso e facilissimo menassero allora i rivoluzionarj nell'imputare al dominio papale la persistenza del Sant'Uffizio e nell'abolirlo ne' paesi sottrattigli; liberazione nella quale i popoli s'accorgeano che non troppo ci corre fra un poliziotto prete e un secolare. Quando si fremerà in avvenire alle leggi Pica e Crispi, alle fucilazioni moltiplicate e alla forca conservata, gioverà ripetere che le istituzioni non vanno condannate per gli abusi che se ne facciano, e bisogna giudicarle in relazione coi tempi. Perocchè oggi la giustizia è il diritto armato; allora l'Inquisizione era il bene armato; lo Stato or protegge la giustizia; l'Inquisizione volea proteggere la moralità: opinioni varie a norma dei tempi, mentre noi imploriamo che da tutti, e secolari ed ecclesiastici, sia riconosciuta l'incompetenza assoluta della forza in materia di fede. Quanto alle forme, pur troppo non possiamo nè imputarne solo i tempi passati, nè ingloriarne il nostro. Perocchè, a tacere quel che abbiam veduto noi stessi, in atti meno fieri o meno numerosi per verità, leggasi in Louis Blanc la storia o piuttosto la giustificazione del Terrore in Francia. Dopo fatto arricciar i capelli non meno colla narrazione di que' massacri, che co' suoi tentativi di scagionarli, conchiude: «Tutti i fanatismi si rassomigliano, e non è meraviglia se il fanatismo politico venne offrire la sua parte di vittime all'opera di distruzione del fanatismo religioso. Una cosa certa: che la maggior parte (!) furono colpiti perchè creduti realmente colpevoli...... Come in altri tempi si credette degno del fuoco chi non ammetteva la presenza reale, così allora si credette degno di morte (intolleranza meno incomprensibile) chiunque si rivoltava contro il principio dell'eguaglianza e della fraternità umana».

Il più fanatico apologista del Sant'Uffizio potrebbe scrivere una frase più assoluta? Ed egli si domanda: «In quai tempi, in qual paese lo scatenamento delle passioni politiche e il cozzo degli interessi non condussero a calpestare, i diritti dell'umanità, ed estendere oltre misura il dominio della morte? Gli esempj si presentano in folla, e anche senza aprir i registri dell'Inquisizione, o risalire a quella che chiamano età di barbarie, se ne trovano fin nella storia inglese» e qui narra l'orribile persecuzione mossa in Irlanda nel 1689.