Il Babbi, residente per la Toscana a Boma, il 14 aprile 1571, informa il granduca di Toscana come il cardinal Morone, impinto d'eresia, sia stato «ricevuto in concistoro pubblico con molta solennità, e dal papa abbracciato teneramente», poi la sera fu letta la sentenza contro l'arcivescovo di Toledo alla presenza del papa, dei cardinali, dell'Inquisizione e di molti signori e prelati della Corte, dov'egli abjurò contro ogni sospetto d'eresia» (Carteggio di Cosimo I, filza XII).
Il Laderchi reca bellissime testimonianze intorno al Carranza. Oltre il Llorente, che ne parla coll'abituale sua esagerazione, De Castro (Hist. de los Protestantes Españoles y de sa persecucion por Felipe II, Cadice 1851) occupa un intero libro intorno a questo processo, importantissimo perchè vi lottava l'autorità de' vescovi contro quella della santa Inquisizione, la quale spiegò tutto il suo potere contro il primo prelato di Spagna, e trasse dalla sua l'opinione pubblica. Il famoso teologo Melchior Cano, che avea sostenuto Filippo II contro Paolo IV, si volse contro il Carranza. D. Diego Hurtado de Mendoza, celebre diplomatico e guerriero, si fece suo denunziatore. Buone considerazioni su questo processo fa Giacomo Balmès, Il protestantismo e il cattolicismo comparati, in relazione colla civiltà europea. Cap. 37.
296. Negli archivj di Napoli, registro Angioini, troviamo una sentenza del 1270 per la quale Carlo I commette al maestro Portulano di Terra di Lavoro di confiscare i beni di tre eretici, bruciati per sentenza dell'inquisitore frà Matteo da Castromari, e nominati Andrea da Vimercato lombardo, Giovanni da Ceccano giudice, e Tommaso Russo di Magla saracena.
297. Chioccarelli ap. Giannone, lib. XIX, 1, 5.
298. Allora fu stampata la epistola de Inquisitione, del napoletano Tristano Caracciolo.
299. Giannone, Stor. civile, L. XXXII, c. 5.
300. Giannone, lib. XXXIII, c. 5.
301. Benoist, Hist. Valdens.
302. Queste varie emigrazioni spiegano la diversità di data che al fatto si assegna dal Giles (Hist. des églises reformées. Ginevra 1644), dal Rorengo (Mem. istoriche dell'introdutione dell'heresie nelle valli di Lucerna. Torino 1649), dal Perrin (Hist. des Vaudois. Ginevra 1618), dal Muston (Hist. complète des Vaudois du Piémont. Parigi 1857), dal Morelli (Sulla venuta de' Valdesi nella Calabria citra, Napoli 1859).
303. Beza, Storia al 1544.
304. Io ristampai altra volta queste parole, cavandole da lettere trovate nell'archivio Mediceo Corrispondenza di Napoli. Vorrebbero attribuirsi ad uno che accompagnò Ascanio Caracciolo in quella spedizione, e datano dall'11 giugno 1562, da Montalto. Dicono:
«S'intende come il signor Ascanio, per ordine del signor vicerè, era sforzato a partire in posta alli 29 del passato per Calabria, per conto di quelle due terre de' Luterani che si erano date fuori alla campagna, cioè san Sisto e Guardia. Sua signoria a Cosenza al 1 del presente ritrovò il signor marchese di Buccianico suo cognato, che era all'ordine con più di seicento fanti e cento cavalli, per ritornare e uscir di nuovo in campagna, e quella fare scorrere, e pigliare queste maledette genti: e così partì alli 5 alla volta della Guardia, e giunto quivi, fecero commissarj, ed inviò auditori con gente per le terre circonvicine a prender questi Luterani. Dalli quali è stata usata tal diligenza, che una parte presero alla campagna; e molti altri tra uomini e donne, che si sono venuti a presentare, passano il numero di millequattrocento: ed oggi, che è il dì del Corpo di Cristo, ha fatte quelle giuntar tutte insieme, e le ha fatte condur prigioni qui in Montalto, dove al presente si ritrovano; e certo che è una compassione a sentirli esclamare, pianger e domandar misericordia, dicendo che sono stati ingannati dal diavolo; e dicono molte altre parole degne di compassione. Con tutto ciò il signor marchese e il signor Ascanio hanno questa mattina, avanti che partissero dalla Guardia, fatto dar fuoco a tutte le case, e avanti avevano fatto smantellare quella, e tagliar le vigne. Ora resta a fare la giustizia, la quale per quanto hanno appuntato questi signori con gli auditori e frà Valerio qua inquisitore, sarà tremenda: atteso vogliono far condurre di questi uomini, ed anco delle donne, fin al principio di Calabria e fin alli confini, e di passo in passo farli impiccare. Certo che se Dio per sua misericordia non move sua santità e il vicerè a compassione, il signor marchese Buccianico governatore, ed il signor Ascanio faranno di loro gran giustizia, se non verrà ad ambidue comandato altro da chi può lor comandare....
«Oggi pure fu ordinato che cento donne vecchie pongansi all'esame e alla tortura, poi alla morte, acciocchè ben si bilancino le partite, e dicasi posti a morte altrettanti uomini e altrettante donne. Ve n'ha alcuni sì ostinati, che non voglion veder il Crocifisso nè confessar il sagrifizio, e sono arsi vivi.
«La prima volta che uscì il signor marchese, fece abbruciare San Sisto, e prese certi uomini della Guardia del suddetto luogo, che si ritrovarono alla morte di Castagnete, e quelli fece impiccare e buttar per le torri al numero di sessanta: sicchè ho speranza che avanti che passino otto giorni, si sarà dato ordine e fine a questo negozio, e se ne verranno a Napoli....
«Gli eretici presi in Calabria son 1600, e tutti furono condannati, ma i messi finora al supplizio furono 88. Questi eretici portano origine dalle montagne d'Angrogna nel principato di Savoja, e qui si chiamano gli oltramontani; e regnava fra questi il crescite, come hanno confessato molti. Ed in questo regno ve ne restano quattro altri luoghi in diverse provincie; però non si sa che vivano male. Sono genti semplici ed ignoranti, e uomini di fuori, boari, zappatori; ed al morir si sono ridotti assai bene alla religione e alla obbedienza della Chiesa romana».
Simeone Florillo, ministro evangelico a Chiavenna descriveva lo stesso supplizio a Guglielmo Grattarola medico a Basilea, in lettera 21 agosto 1560. E dice: «Novità non ho altre, se non che ti mando copia di lettere scritte da Montalto l'11 giugno 1560, stampate a Roma e a Venezia, intorno al macello commesso in Calabria in due villaggi a otto miglia da Cosenza, San Sisto e Guardia, che furono distrutti, e uccisine ottocento abitanti, o circa mille, come scrive da Roma il 21 giugno uno che era servo di Ascanio Caracciolo. Io conobbi quella gente, d'origine valdese, di buona vita e di miglior dottrina. Perocchè, prima di partir da Ginevra, a loro istanza vi mandammo due ministri e due maestri di scuola. I ministri furono martirizzati l'anno passato, uno a Roma che chiamavasi Giovanni Luigi Pasquale di Cuni, l'altro a Messina, Giacomo Borello, entrambi piemontesi. Quest'anno il resto dei pii uomini fu distrutto, e spero fia buon seme all'Italia che porterà buono e copioso frutto».
La lettera tradotta in latino è riferita da Giovanni Fox nel Martirologio, parte II, fol. 337; Basilea 1563, e da essa siam chiariti che quelle dell'archivio Mediceo non sono relazioni uffiziali di un residente toscano, bensì documenti inseriti in qualche corrispondenza come si soleva, e copia di stampa, le quali mancano d'ogni autenticità, portano la data falsa di Roma per acquistarvi maggior credito; e sono evidente opera di partito, colle esagerazioni proprie di lavori siffatti.
305. Vedi Arch. storico 1846, tom. IX, pag. 193.
306. Scipione Ammirato, Delle famiglie napoletane, Firenze, 1580. Il pezzo che intervirgolammo è tolto dalle aggiunte, fattevi nella II parte, edita solo nel 1651.
307. Silos, Hist. cl. regul. sub anno.
308. Lagomarsini, note alle lettere del Pogiano, vol. IV, p. 443.
309. Sulla Giulia Gonzaga vedasi Ireneo Affò, Memorie di tre celebri principesse della famiglia Gonzaga, Parma 1787, e Pompeo Litta, Famiglie celebri italiane, fascicolo XXXIII. Sull'accusa di eresia datale da qualche autor francese, l'Affò esclama: «Bugia maggiore di questa non si dà nella storia». Di rimpatto il Litta dice che tale accusa «fu comune a tutti i personaggi per dottrina distinti, i quali tutti applaudivano alla riforma della disciplina ecclesiastica».
Citata da Pio V per la sua intimità col Carnesecchi, non comparve, ma morì dal dispiacere. Nel testamento perdona a tutti, e raccomanda al nipote Vespasiano di «non fare alcun risentimento contro chiunque oltraggiata l'avesse».
310. Esso Giannone, che la giudica «non minore providenza» del governator Toledo, e segno della «saviezza e soddisfazione de' popoli con cui governò il regno» (Stor. civ., lib. XXXII, c. 4), dice nel capo 5 che «RAGIONEVOLMENTE alcuni si maravigliano onde sia nato che i Napoletani, uomini riputati cotanto pii e religiosi che talora sono traboccati nella superstizione, abbiamo poi avuto sempre in orrore il tribunale dell'Inquisizione». A reclamare contro l'istituzione dell'Inquisizione fu mandato anche Annibale Bozzuto, valente giureconsulto, che da Carlo V ottenne il gran numero di banditi fosse ridotto a venti, tra' quali esso. Fuoruscito, fu festeggiato a Roma, eletto a insigne carica, poi a cardinale (1565) e governatore della città.
311. Manuscritto all'anno 1571.
Essendo nata discussione fra il sant'Uffizio e il vicerè di Sicilia, Filippo II mandò colà per accomodarla e per dar trionfo al primo, il padre Parama. Questo, a domanda de' grandi inquisitori Quiroga e Manrique (Lib. II. T. II, cap. XI, n. 3) aveva steso un trattato, e dedicatolo al grande inquisitore Portocarrero, col titolo De origine et progressu officii sanctæ Inquisitionis, ejusque utilitate et dignitate. De romani pontificis auctoritate et delegata inquisitorum. Edicta fidei et de origine sancti Officii quæstiones decem, libri tres, auctore Lodovico a Parama boroxensi arcidiacono et canonico legionensi, regnique Siciliæ inquisitore. Matriti, ex tipographia regia. È l'apologia più ampia e più sincera che siasi mai fatta di quel funesto tribunale, riconoscendone l'origine fin da Adamo, quando dal Creatore è chiamato dopo la disobbedienza: trova giusto il fondamento, regolare la procedura che in realtà era la consueta de' tempi. Anzi è certo che, almeno ne' trattati, è raccomandata mitezza nell'infliggere i tormenti, e che il carcere era diretto non solo al castigo, ma all'emenda, cercandosi la conversione dell'imputato, qualunque ne fossero i modi e il concetto.
Il Summonte, che pur è tanto minuto, non fa cenno delle eresie. In esso, ogni tratto si trovano persone, anche qualificate, prese, scannate, appiccate senza forma di processo e per comando o volontà del vicerè, principalmente del Toledo.
312. Il celebre Bartolomeo Chieccarelli, per ordine del vicerè duca d'Alba raccolse in diciotto volumi di manoscritti giurisdizionali tutte le scritture attenenti alla giurisdizione regia, e non furono mai stampati. Ciascun volume si riferisce a un ramo particolare, e l'ottavo è appunto Del Sant'Uffizio dell'Inquisizione, dove sono registrate le vicende di questo tribunale nel napoletano dal 1269 al 1628. Nel grande archivio di Napoli sta pure manoscritta una Breve raccolta di varie notizie contro il Sant'Uffizio, che servir possono per istruzione di ogni deputato eletto contro il medesimo: e fu fatto nel 1747 a proposito dell'editto di Carlo III. È piuttosto una declamazione, volendo far ridurre le procedure come usavansi nei primi otto secoli della Chiesa; ed è scritto certamente da un legale, e con vigor di stile e franchi pensamenti.
313. Di Giovanni, Cod. Dipl., t. I, diss. 2.
314. Epp. 69 e 70.
315. Vedi Gaetani, Santi Siciliani, ma esagera.
316. Nell'atto di dotazione della Chiesa di Messina: Pirri, Not. Ecclesiæ Messan., al 1090.
317. Pirri, Not. Eccl. Sirac. ad ann.
318. Lib. II, c. 18.
319. Lib. II, c. 45.
320. Muratori, Rer. Italicarum Script., t. VI, col. 616. Vedi Discorso storico della cattolica religione nel regno di Sicilia in tempo del dominio dei Saraceni, di Antonino Mongitore, 1762.
321. In Chron. Fossæ Novæ, pag. 876, e ne fa pur cenno la cronaca dell'anonimo cassinese, all'anno 1185.
322. Voltaire scrive che l'Inquisizione fut en Sicile, plus encore qu'en Castille, un privilège de la couronne, et non un tribunal romain, car en Sicile c'est le roi qui est pape. Essai sur les Mœurs, c. CXL. Il Mac Crie fra i tanti errori di cui tesse la sua Storia dell'origine ed estinzione della Riforma in Italia, racconta che un Benedetti, soprannomato Locarno, nel 1546 predicò a lungo in Palermo la Riforma, protetto dal vicerè don Pedro di Cordova e maschere di Terranova. Pedro de Cordova non fu mai vicerè in Sicilia, dove dal 1535 al 1546 era vicario don Fernando Gonzaga, che istituì la celebre Confraternita de' Bianchi: solo un momento nel 1536 lasciovvi come presidente il marchese di Terranova. Che il Locarno avesse a Palermo numerosissima udienza nessun altro lo dice fuor del Mac Crie. Il Camillo Siculo, ch'egli cita come maestro di Lelio Soccino, stette in Valtellina, dove lo troveremo. Vedi Galeotti, Dispute con un ministro valdese per certi appunti fatti alla storia del Mac Crie. Palermo 1863.
Nelle Istruzioni del Sant'Uffizio del Regno di Sicilia per uso e comodo delli 1212 commissarj del regno, è quest'orazione: Domine Deus omnipotens, pater Domini nostri Jesu Christi qui dignatus es hunc famulum tuum ab errore hæreticæ pravitatis (Luteranæ, sive Calvinistæ, sive Protestantium, sive Indipendentium, sive Multiplicantium, sive Anabaptistarum, sive Libertinorum, sive Quakerorum, sive alterius) clementer eruere, et ad Ecclesiam tuam sanctam catholicam revocare, ecc.
323. Di Giovanni, Ebraismo di Sicilia, cap. XXVI.
324. Federico Badoero residente veneto, nella relazione che fece al senato veneto nel 1557 dice: «Nelle cose di religione vivono quei popoli molto divotamente, ma da pochi anni in qua vi si sono scoperti de' Luterani; e l'uffizio di quell'Inquisizione è intorno a ciò molto occupato, e si può senza pregiudizio dei buoni ben affermare esser verissimo quel detto di san Paolo, che tutti gli isolani erano cattivi, ma i Siciliani pessimi».
325. Bartoli, Vita di sant'Ignazio, lib. II, c. 42.
326. Hottinger, Hist. eccles. t. IX, p. 200.
327. Teofilo Betti, nel Giornale Arcadico.
328. Mazzucchelli, Scrittori d'Italia ad vocem.
329. Seckendorf, Hist. luter., t. III, p. 68 e seg.
330. Quindi niente più sciocco del libro recentemente stampato, Storia dell'Inquisizione, ossia le crudeltà gesuitiche svelate al popolo italiano.
331. Vedi Compendio della santa Inquisizione del Caracciolo che riferiamo qui sotto. Il Busini, da Roma, il 31 gennajo 1549, al Varchi scriveva: «Qua s'attende ad imprigionar Luterani; e questo è avvenuto a un frate minore di San Francesco detto il Padovano; sicchè, per tutto ciò che pare, e' bisogna non avere più cervello d'un bue a questo mondo».
332. Ne cito pochi:
Eimerico, Directorium inquisitorum. Roma, 1587: e 1607 Venezia, più scorretto.
Carena Cesare De officio sanctæ Inquisitionis et modo procedendi in causis fidei. Cremona, 1641.
Mengius, Flagellum dæmonum, Fustis dæmonum. Compendio dell'arte esorcistica. Sono all'Indice, dove pure l'Inquisizione processata 1682: Reginalius Gonzalvius Montanus, Sanctæ inquisitionis hispanicæ artes detectæ, ac palam traductæ: Historia completa das Inquisiçion de Italia, Hespanha e Portugal, 1825.
Dandini Anselmo, De suspectis et de hæresi. Roma, 1703.
All'Istoria della Santa Inquisizione del Sarpi rispose il cardinale Francesco Albizi, anonimo: Risposta all'istoria della santa Inquisizione. Typ. de propag. fide, 1678.
Pasqualone Giacomo, Sacro arsenale, ovvero pratica dell'officio della sacra Inquisizione. Genova, 1683.
Pane, Della punizione degli eretici e del tribunale della santa Inquisizione. Lettere apologetiche, 1789.
Frate Uberto Locato di Castel San Giovanni presso Piacenza, domenicano, poi vescovo di Bagnarea (-1587) autore di varie storie, ha un Opus judiciale inquisitorum ex diversis theologis et j. u. doctoribus extractum.... Roma, 1570, ricco di quistioni e di formole pe' varj incombenti del Sant'Uffizio.
Manfredi Francesco, Ristretto de' processi dell'Inquisizione di Sicilia nel 1640.
Quando Morellet nel 1762 ebbe tradotto il Directorium Inquisitorium, nell'intento di far onta alla Chiesa, il famoso giureconsulto Malesherbes gli disse: — Voi credete aver raccolto de' fatti straordinarj, delle processure inaudite. Or bene sappiate che questa giurisprudenza di Eymeric e della santa inquisizione, è a un bel presso la nostra tal quale. Io restai confuso di tale asserzione (soggiunse Morellet, Mémoires, t. I, 59); dipoi ho riconosciuto ch'egli avea ragione».
333. Vedi Breve informazione del modo di trattar le cause del Sant'Uffizio per li molto reverendi vicarj della santa Inquisizione di Modena. Scelgo questo a caso, essendo simili gli altri; e benchè tardissimo, non fa cambiamento dai più vecchi. Le attribuzioni del Sant'Uffizio vi sono così divisate in un editto della curia di Modena del 1776.
«Noi, con autorità apostolica a noi concessa, e sotto pena di scomunica, comandiamo a ciascheduna persona in questa giurisdizione, di qualunque condizione o grado esser si voglia, così ecclesiastica che mondana, che debba al Sant'Uffizio di questa città, ovvero all'ordinario, rivelare e notificare nello spazio di giorni trenta giuridicamente tutti e ognuno di quelli de' quali sappiano, o abbiano avuta, o avranno in appresso notizia;
«Che, avendo professata la santa fede cattolica, sieno divenuti eretici, o come ne' sagri canoni e costituzioni pontificie in materia di fede, sospetti di eresia;
«Che siano bestemmiatori, o dileggiatori, o percussori di sagre immagini, o sortilegi ereticali;
«Che abbiano senza autorità della santa sede apostolica tenuti, letti, stampati, o tengano, leggano, stampino o facciano stampare libri d'eretici, i quali trattino di religione o di sortilegi;
«Che contro il voto solenne della profession religiosa, dopo aver preso l'ordine sagro, abbiano contratto o contraggano matrimonio;
«Che contro i decreti e costituzioni apostoliche abbiano abusato o abusino della sagramental confessione o confessionario, sollecitando ad turpia i penitenti;
«Che abbiano impedito o impediscano l'uffizio dell'Inquisizione, ovvero offendano alcun denunziatore, testimonio o ministro, per opere spettanti al medesimo;
«Che senza legittimo permesso, e con suspizione d'incredulità facciano uso de' cibi vietati in certi tempi dalla Chiesa;
«Che abbiano tenuto o tengano occulte radunanze, in pregiudizio e dispregio della religione;
«Che non essendo sacerdoti, si siano usurpati o si usurpino di celebrare la santa messa, e abbiano presunto di amministrare il sagramento della penitenza, quantunque nè abbiano proferito le parole della consacrazione, nè siano venuti all'atto dell'assoluzione;
«Avvertendo che a questi nostri precetti non soddisfaranno, nè s'intendono di soddisfare quelli che, con bollettini o lettere, delle quali, massime se non firmate, niun conto si tiene nel sant'Uffizio, pretendessero rivelare i delinquenti;
«E che dalla detta scomunica nella quale i disubbidienti incorreranno, non possa alcuno essere assoluto se non dal Sant'Uffizio; nè sarà assoluto che dopo aver giuridicamente rivelati i detti eretici e sospetti d'eresia;
«Ricordiamo a tutti i reverendi confessori di dover significare ai penitenti l'obbligo di denunziare legalmente al Sant'Uffizio, come sopra, e che non volendo ubbidire saranno incapaci dell'assoluzione;
«Comandiamo per ultimo, in virtù di santa ubbidienza, a tutti i superiori ecclesiastici così secolari che regolari, e ai confessori di monache, che debbano notificare, e tener affisso nelle loro chiese, sagristie e monasteri in luogo pubblico il presente editto. E a tutti quelli poi che hanno cure parrocchiali, che lo debbano pubblicare ogni anno nell'avvento e nella quaresima in giorno festivo e di concorso; mandandone l'autentico documento alli rispettivi vicarj del sant'Uffizio;
«Quanto agli Ebrei, si dichiara che cadranno sotto l'Inquisizione del Sant'Uffizio in que' casi compresi nella bolla di Gregorio XIII Antiqua Judeorum ecc., e sempre che dicano o facciano cose direttamente offensive della cattolica religione».
334. Tiraboschi, St. lett., vol. XII, pag. 1712.
335. Vita di Sisto V, parte I, l. III.
336. Dispacci 2 e 9 marzo, 27 aprile e 29 giugno 1566, ap. Mutinelli, St. arcana.
337. L'illustre storico De Thou dice che, durante il pontificato di Sisto V, il Mureto gli disse: Je suis ébahi que je me leve qu'on ne me vient dire, Un tel ne se trouve plus: et si l'on n'en oseroit parler. L'asserzione, benchè così diretta, è falsa, perocchè il Mureto morì poco dopo l'elezione di Sisto V, nel 1585, e in quell'anno il De Thou dimorava certamente in Francia.
338. Il racconto della vita e morte di Fannio, trovossi in un libro della biblioteca di Zurigo, scritto da Giulio di Milano, il quale non va confuso con Giulio Terenziano amico del Vergerio.
Si ha pure De Fannii Faventini et Dominici bassanensis morte, qui nuper ob Christum in Italia rom. pontificis jussu impie occisi sunt, brevis historia Francisco Nigro bassanensi authore, 1550. «Da qui, pio lettore, voi potete comprendere cosa sia ad aspettarsi dal Concilio di vescovi romani sotto la direzione del papa».
339. Si trova negli Acts and monuments, pubblicati da Fox nel 1838.
340. Poggiali (Memorie di Piacenza, vol. II, p. 277 e 344), li riferisce dietro un'antica cronaca, ma dando solo le iniziali, perchè temeva far torto a' loro discendenti. Noi ponemmo gli interi nomi. Il Corvi parla di altri piacentini, processati per Luterani e che abjurarono o furono puniti.
341. Vedi Martini, St. eccles. di Sardegna.
342. Sta nella Cosmografia di Sebastiano Munster (Basilea 1558). Di costui parlano il Martini suddetto e il Llorente.
343. Nella Breve informatione del modo di trattare le cause del sant'Offizio a Modena (Modena 1619) trovo questo catalogo di libri proibiti, speciale del paese, oltre quelli generali:
Che non si lascino vendere alcuna delle istorie seguenti, per contenere esse respettivamente cose false, superstiziose, apocrife e lascive; cioè: Orazione di san Daniele — Oratione di sant'Helena, in ottava rima. — La Vergine Maria con gli Angeli santi. — Oratione e scongiuri di santa Maria: «Con il priego suo, che la dirà, ecc.; O somma sacra ecc.». — Il contrasto di Cicarello. — Egloga pastorale di Grotolo e Lilia. — Oratione di san Brandano. — Vita di san Giovan Battista, in rima. — Oratione di santa Margarita, in ottava rima per le donne di parto: «O dolce Madre, di Gesù vita». — Beneditione della Madonna, in ottava rima: «A te con le man giunte, ecc.». — Historia, o martirio de' santi Pietro e Paolo, in rima: «Al nome sia di Dio glorificato, ecc.». — Confessione della Maddalena: «Altissima benigna, e benedetta». — Pianto della Madonna, in ottava rima: «Chi vuol piangere con la Vergine, ecc.». — Contrasto del vangelo col demonio: «Madre di Christo Vergine Maria, ecc.». — Historia di santa Caterina vergine e martire. — Legenda devota del Romito de' Pulcini. — Confitemini della beata Vergine. — Oratione contro la peste. — Epistola della Domenica, in ottava rima: «Vìva divinità dove procede, ecc.». — Opera nova delli dodici Venerdì: «A laude dell'eterno Redentore». — Opera nuova del Giudicio generale, in rima: «A te ricorro, eterno Creatore». — Oratione trovata nella cappella dove fu flagellato nostro Signore in Gerusalemme: «Madonna santa Maria, ecc.». — Christo santo glorioso, laude devotissima: «Christo santo glorioso, che patesti». — Oratione ascritta a san Cipriano contro i maligni spiriti: «Io son Cipriano servo di Dio, ecc.». — Historia di san Giorgio, in ottava rima in quarto: «In nome sia, ecc.». — Oratione di san Giacomo Maggiore, in versi in ottavo: «Immenso Creatore, e con tua morte, ecc.». — Oratione di Santa Maria perpetua, in prosa, con la rubrica: «Quest'è una devotissima oratione, ecc.». — Oratione della nostra Donna devotissima, in versi e in rima: «Ave Madre di Dio, ecc.». — Oratione di san Stefano: «Superno Padre eterno Redentore, ecc.».
Un catalogo di operette et historiette prohibite più esteso è aggiunto al Sacro arsenale della santa Inquisizione, Bologna 1665, e la più parte sono preghiere e storie devote, massime in versi: vale a dire che espurgavasi piuttosto dalle superstizioni, a tal uopo proibendo in generale «tutti li libri che trattano d'insogni o loro ispositioni», o d'astrologia giudiziaria, o d'indovinare. Anche nelle Regole del sant'Uffizio, ristampate a Milano il 1689, è una lista di libri proibiti, che sono quasi tutte orazioni o pie leggende.
344. Un'orfana di Basilea si era fatta protestante, poi se ne ravvide, e più non comparve alle adunanze. La Comunità di Basilea dapprima le scrisse ammonizioni ed esortazioni, poi nel giugno 1866 emanò quest'atto: «Dacchè non vi siete arresa agli inviti fraterni fattivi di comparire davanti la Comunità, e ciò è un atto di disobbedienza e di rivolta, uno sprezzo del Signore e del suo corpo, in nome del Signore voi siete esclusa dalla comunità di Dio: cessando ogni relazione civile, in tutta la comunità. Coi siffatti non si può neppur sedere alla stessa tavola».
345. Striges, ut ait Verrius, Græci στριγας appellant, a quo maleficis mulieribus nomen inditum est; quas volaticas etiam vocant. Festo. — E Plinio: Fabulosum arbitror de strigibus, ubera eas infantium labris immulgere; e altrove: Post sepulturam visorum quoque exempla sunt. — Apulejo, Metam. 5: Scelestarum strigarum nequitia. — Petronio, Fragm. 63: Cum puerum mater misella plangeret, subito strigæ cæperunt... Strigæ puerum involaverunt, et supposuerunt stramenticium. — Lucano nel lib. VI descrive i patti col diavolo e le stregherie, come potrebbe fare un cinquecentista:
e Sereno Samonico (cap. 59):
Festo conservò due versi come preservativi, ma scorrettissimi; Dachery gli emenda così:
La strige rimuovi notte-mangiante: la sucida strige, uccello ferale, fuga nelle veloci navi.
I passi di antichi, attestanti le magiche arti, sono prodotti da Delrio, Disquisitiones magicæ, lib. II. qu. 9, e passim.
346. Consilia in causis gravissimis, p. 414, citato da Alfredo Maury, Revue Archéologique, 1846, pag. 161.
347. Trithemius in Chron.; Spanheim ad 1501.
348. Questo frà Girolamo Armenini, che dovette vivere sin verso il 1520, lasciò un Volumen adversus Tiberium Russilianum Sextum calabrum de artis astrologicæ falsitate. Questo calabrese sosteneva pure che il diluvio universale accadde per natural congiunzione di astri, e l'Armenini lo combattè; come combattè altri che sostenevano Cristo essere stato concetto non nell'utero di Maria, ma presso al cuore da tre goccie di sangue. Vedi Scriptores ordinis Prædicatorum.
Il cardinale Cajetano ha un trattato, Utrum liceat maleficium solvere opera malefici parati utendo. Milano, marzo 1500.
Nella XXIX lettera al signor Dell'Isola, frà Paolo Sarpi scrive: «Non posso penetrare in modo alcuno il senso di quelli che dicono, Dio ha predetto e voluto questo, e tuttavia si affaticano acciò non sii. Ma dell'astrologia giudiziaria bisognerebbe parlarne con qualche Romano, essendo quella più in voga nella loro corte che in questa. Con tutto che pur concorra ogni abuso, questo mai ha potuto aver luogo: la vera causa è perchè qui le persone non aggrandiscono se non per gradi ordinarj, e nessun può sperare oltre lo stato suo, nè fuori dell'età conveniente. In Roma, dove oggi si vede nel supremo grado chi jeri era ancora nell'infimo, la divinatoria è di gran credito».
349. Gio. Cambi, Storia fiorentina al 1517.
350. Il trattato del Savonarola contro l'astrologia fu tradotto elegantemente in latino da frà Tommaso Buoninsegni di Siena (-1609), teologo lodatissimo, del quale mi piace ricordare alcuni trattati, che tanto farebbero ai casi odierni:
Dei cambj, dove con molta brevità e chiarezza si dichiarano i modi oggi usitati nei cambj, e la giustizia che in quelli si contiene. Firenze 1573.
Trattato delli sconti e del tagliar le dette. Firenze 1585.
Trattato de' traffichi giusti ed ordinarj, cioè della vendita a credenza, la diminuzione del prezzo per l'anticipato pagamento, i cambj, i censi, i giuochi e i monti. Venezia 1588.
351. Compendio dell'arte esorcistica, e possibilità delle mirabili e stupende operationi delli demonj e dei maleficj, con li rimedj opportuni alle infermità maleficiati... opera non meno giovevole agli esorcisti che dilettevole ai lettori, ed a comune utilità posta in luce. Venezia 1605.
352. Pag. 218, 214, 302 del Palagio degli incanti e delle gran meraviglie degli spiriti e di tutta la natura, diviso in libri quarantacinque e in tre prospettive, spirituale, celeste ed elementare, di Strozzi Cicogna. Vicenza 1605.
353. Il penitenziale del vescovo Burcardo, anteriore al Mille, assegna le penitenze per chi crede che altri possa per incantagione eccitar procelle, odio o amore, affascinare o venir alle tregende. Il Muratori, Ant. Medii Ævi VI, Dissertaz. LXVIII, pubblicò un penitenziale del monastero di Bobbio, ove si legge: Qui cum vidua aut virgine peccavit, qui falsa testimonia super alios apponunt, et ad sorcerias recurrunt, aut divinationes credunt... isti pœniteant V annis, vel III ex his in pane et aqua.
354. Communis catholicorum sententia docet re ipsa hanc commixtionem dæmonum mulierumque accidere. Theol. Christ., tom. III. Il milanese frà Francesco Maria Guacci, nel Compendium maleficarum, stampato a Milano nel 1608 e nel 1626, ove le dottrine sono illustrate con molte figure, al cap. 12 del lib. I, scrive: Solent malefici et lamiæ cum dæmonibus, illi quidem succubis, «hæc» vero incubis, actum venereum exercere; communis est hæc sententia patrum, theologorum, philosophorum, doctorum, et omnium fere sæculorum atque nationum experientia comprobata.
355. Sunt qui credunt mulieres quasdam maleficas, sive potius veneficas, medicamentis delibutas, noctu in varias animalium formas verti et vagari, seu potius volare per longinquas regiones, ac nuntiare quæ ibi aguntur, choreas per paludes ducere, et dæmonibus congredi, ingredi et egredi per clausa ostia et foramina, pueros necare, et nescio quæ alia deliramenta. De situ Japigiæ, pag. 126.
356. Forma seguito alla Lucerna Inquisitorum hæreticæ pravitatis reverendi patris fratris Bernardi comensis ordinis Prædicatorum ac inquisitoris egregii, in qua summatim continetur quidquid desideratur ad hujusce inquisitionis sanctum munus exequendum. Milano 1566. Fu stampato per opera del reverendo padre inquisitore di Milano ad laudem Dei, ristampato delle volte assai, e commentato da Francesco Pegna.
357. Citano questo fatto anche il Bodino nella prefazione alla Dæmonomania, e frà Silvestro di Priero, il primo contraddittore di Lutero, nelle Mirabili operazioni delle streghe e degli demonj. Egli ha pure De strigomagarum dæmonumque libri tres, una cum praxi exactissima et ratione formandi processus contra ipsas, opus finitum 24, novembre 1520. De strigibus, 1523; e Quattroapologie, 1525.
358. Così frà Girolamo Menghi nel citato Compendio dell'arte esorcistica, pag. 480. Però egli stesso, pag. 416, dice che le streghe non aveano potenza sugli inquisitori in uffizio, e «più volte essendo interrogate queste maghe et malefiche per che causa non offendevano gli giudici et inquisitori, rispondevano, questo più volte aver tentato et non l'aver potuto fare».
359. Xiletti, Consilia criminalia. Venezia 1563, tom. I, cons. 6.
360. Millenarium sæpe excedit multitudo talium, qui unius anni decursu in sola comensi diœcesi ab inquisitore, qui pro tempore est, ejusque vicariis, qui orto vel decem semper sunt, inquiruntur et examinantur, et annis pene singulis plusquam centum incinerantur. Spina, De strigibus, cap. 13.
361. Sacro arsenale, ovvero Pratica dell'ufficio della santa Inquisizione, di nuovo corretto ed ampliato. Bologna 1665. Lo stesso trovo nella Breve informatione del modo di trattare le cause del Sant'Officio per li molto reverendi vicarj della santa Inquisizione di Modana, 1650.
362. Gli stacci, i crivelli. Ciò ricorda affatto i nostri tavolini giranti.
363. Nella Magliabecchiana provenne dalla biblioteca Palatina (mss. CCCCVIII) una Pratica del procedere nelle cause del Sant'Uffizio di Tommaso Fransone, consultore in quel di Genova, manuscritto del secolo XVI (Palermo, n. 583). Fra il resto vi si legge: «Sotto il nome di sortileghi si comprendono anche le streghe e i stregoni, che maleficiano le persone con varj modi, o d'amore, o di morte, e singolarmente li fanciulli di latte (pag. 40).... «Pochi o niun processo si ritrovano bene formati in questa materia; sì perchè sono per il più fondati sopra indizj remoti, come di qualche minaccia, ti farò pentire, me la pagherai, o sopra indizj indifferenti, cioè, cose mangiate, dopo le quali la persona s'inferma. — E perciò si ricerca in giudizio la fede del medico, che quella infermità non sia naturale, o almeno ne dubiti; e anco la fede di un esperto e prudente esorcista: perchè molti ve ne sono, che ogni infermità giudicano maleficj, o per poca pratica, o per farvi sopra mercanzia; e talvolta se le persone non sono maleficate, essi, col nutrirle quell'umore malinconico, o con altre loro arti illecite le maleficano (pag. 43).
I sortilegj e le stregonerie più notevoli, praticate allora in Genova erano: De' sortilegj in generale, «Quelli, che per mezzo di caratteri, parole incognite di niuna significazione in qualsivoglia linguaggio, abuso di sagramenti, di cose sagramentali e benedette, di parole di sagra scrittura, suffumigazioni, oblazione di proprio sangue, o di quello d'animale, e atti di religione verso il demonio, invocazione del medesimo, procurano l'opera d'esso, o per l'amore, o per morte delle persone, o per trovar tesori, o per conservamento di moneta, acciò spese ritornino in borsa, o per dignità, o per scienze, o per altre cose». — Questi sortileghi ordinariamente hanno scritture de' caratteri et esperimenti magici, carte vergini, clavicole, Al-Madel, Centum regum, Arte notoria Paolina, Cornelio Agrippa, Pietro Abano, l'Opus Mathematicum, instrumenti magici, come spada caratterizzata».
Seguono i malefici amorosi e micidiali. «Maleficano d'amore talvolta con li medesimi mezzi, che adoperano li sortileghi, cerioli, caratteri, e gittar il sale nel fuoco, gettar le fave benedette, abusando delle parole della consegrazione, scrivendole sopra bollettini, facendo polvere di certe erbe, e, benedette che siano, toccando con esse la persona amata, servendosi di calamita battezzata, di ostie».
Per lo più maleficano sopra cose comestibili, scrivendo parole ignote, e caratteri sopra frutti, mischiando polvere fra cibi, formando statue di cera, trafiggendole con aghi, e facendole a poco a poco dileguare al fuoco, dicendole sopra alcune parole, tendenti ad accendere l'amore di quella persona; formando certi invogli di erbe, di capelli, tagliatura d'unghie, o altra cosa tolta alla persona maleficiata, sopra le quali vi susurrano parole incognite, e invocazioni di demonj, e le seppelliscono poi in qualche luogo di abitazione di detta persona, e singolarmente sotto il limitar della porta, per dove ha da passare. Di qui nasce, che, non avendo le dette cose fra se stesse virtù di fare tale effetto, il demonio vi concorre, per il fatto esplicito, o implicito con l'opera sua» (pag. 39).
A pag. 34 dice «che il demonio non resti effettivamente obbligato a patti, ma finga di esserlo». E «Ho di fede, che il diavolo non possa sforzare l'umana volontà, può bene perturbare la fantasia» (pag. 38), eppure, se non sopra la volontà, ha potere sopra la vita, e «le persone molte volte si consumano senz'alcun rimedio, non arrivando il medico a trovar la cagione; e nell'istesso modo maleficano a morte per odio» (pag. 42).
Taluni son denunziati perchè mangiano carne in giorni proibiti, «ma il Sant'Offizio va posato assai in procedere, perchè molte volte si trova o ch'erano infermi o convalescenti, o ne aveano licenza; o non avendola, la qualità della indisposizione e la necessità li scusa».
364. Francesco Vittoria, Prælectiones theologicæ, lib. II.
365. B. Spina, De strigibus et lamiis 1523 con tre apologie. Lo Spina, di Pisa, scrisse di molte controversie d'allora, e prima contro il Pomponazio sulla mortalità dell'anima, poi contro i nuovi eretici circa la podestà del papa, la necessità del confessarsi avanti la comunione, la forma della consacrazione; e così intorno all'Immacolata Concezione, principalmente confutando il cardinale Cajetano e il Catarino.
366. De sortilegiis.
367. Strix, sive de ludificatione dæmonum, 1523; e la versione italiana stampata a Venezia il 1556 col titolo, Il libro della strega, ovvero delle illusioni del demonio.
368. De sortilegiis, lib. II, q. 7.
369. De strigibus, cap. 17 e seg.
370. Fortalitium fidei.
371. De hæresi.
372. De lamiis, et excellentia utriusque juris.
373. Parergon juris, VII, c. 23; VIII, cap. 21. Contro di lui principalmente sono dirette le confutazioni di Martin Delrio, Disquisitionum magicarum, lib. III, q. 16.
374. Dæmonum investigatio peripatetica, in qua explicatur locus Hipocratis, si quid divinum in morbis habeatur. Firenze 1580.
375. Cum in brixiensi et bergomensi civitatibus et diœcesibus quoddam hominum genus perniciosissimum ac damnatissimum labe hæretica, per quam suscepto renuntiabatur baptismatis sacramento Dominum abnegabant, et Satana, cujus Consilio seducebantur, corpora et animas conferebant, et ad illi rem gratam faciendam in necandis infantibus passim studebant, et alia maleficia et sortilegia exercere non verebantur... Bolla del 15 febbrajo 1521.
376. Repertæ fuerunt quamplures utriusque sexus personæ..... diabolum in suum dominum et patronum assumentes, eique obedientiam et reverentiam exhibentes, et suis incantationibus, carminibus, sortilegiis aliisque nefandis superstitionibus jumenta et fructus terræ multipliciter lædentes, aliaque quamplurima nefanda, excessus et crimina, eodem diabolo instigante, committentes et perpetrantes etc.
377. Hist. Univers., lib. XI.
378. Eusebii Præparatio evangelica, lib. II, VI.
379. Magos et maleficos, qui se ligaturis, nodis, characteribus, verbis occultis mentes hominum perturbare, morbos inducere, ventis, tempestati, aeri ac mari incantationibus imperare posse sibi persuadent aut aliis pollicentur, ceterosque omnes, qui quavis artis magicæ et veneficii genere pactiones et fœdera expresse vel tacite cum dæmonibus facient episcopi, acriter puniant, et e societate fidelium exterminent. p. 3, pag. 5.
380. Act. p. 3.
381. Nell'epistolario stampato a Milano il 1857, a pag. 419, san Carlo scrive a Giovanni Fontana: «M'è dispiaciuto d'intendere quello che passa nelle Tre Valli per conto di quel negromante, il quale, facendo professione di scoprire le streghe e stregoni di quel paese fuor delle vie giuridiche, mi par non meno degno di castigo lui medesimo che li stregoni stessi, camminando per via di necromanzia o altra proibita a' Cristiani. Però ne scrivo ai signori, e do ordine al visitator Bedra che vadi in dentro a posta per riportar provisione perchè costui sia rivocato et anche castigato». Segue l'ordine al visitatore.
Anche nella vita del cardinale Federico Borromeo nel 1608, si legge: — Ancora alcuni perseverano con i segni superstiziosi in guarir malìe, nè si può aver testimonj per formar processo. Si admettono chirurghi, medici et maestri di scuola senza far la professione della fede; et volendo noi che la faccino, il fòro secolare dice di voler loro far giurare di non far cosa illecita, nè usar cose diaboliche, et con questo si admettono persone vagabonde». Tutto ciò si riferisce alle tre valli di diocesi milanese, appartenenti agli Svizzeri.
Sotto il 19 luglio 1675 il Torriano, vescovo di Como, scriveva a un parroco del territorio bormiese aver trovato colà quamplures tam viros quam fœminas variis sortilegiis infestos, fascinationibus incumbere et vere strigas esse, arte in tenera ætate prehensa. Perciò ne' quattro anni seguenti furono giustiziate trentacinque persone, e molte sbandite.
382. Ripamonti, Historia mediolanensis, dec. IV, lib. V, p. 300; — Oltrocchi, Notæ ad vitam sancti Caroli, pag. 684-94.
Nell'archivio della curia di Milano esistono diversi processi contro maliardi ed eretici, e principalmente son notevoli la «Relazione di quanto fece san Carlo nella visita dei Grigioni (Instructiones pro iis qui in missionibus contra hæreticos versantur)»; i «Dubbj dati dal prevosto di Biasca», un de' quali è: «Sono processati i sospetti d'arte diabolica, et il notar dice d'aver mandato i processi a Milano, nè altra provision s'è visto: perciò vanno peggiorando con scandalo d'altri»; e un altro: «Sono alcuni mercanti, i quali non osservano il decreto di non andare ne' paesi d'eretici senza licenza, e sono difesi dalli signori temporali (svizzeri) perchè così fanno loro, però con precetto di non andar alla predica d'heretici, nè trattar con loro della religione». D'altri casi ho io parlato nella Storia della città e diocesi di Como, lib. VII.
383. Il processo esiste ms. nell'Ambrosiana di Milano, segnato R. 109, in-fol.
Del resto, giocolieri spertissimi non mancavano, e Ortensio Landi (Comm. delle cose notabili e mostruose in Italia) dice: «In Venezia trovai un Siciliano il quale scriveva in uno specchio d'acciajo, e quel che nello specchio scriveva, ve lo faceva per riflesso leggere nella luna... faceva apparir una mensa carica di ottime vivande, e poi come fumo faceva ogni cosa sparire. Poneva un pezzo di carta non nota ove erano scritte alcune parole, od una serratura, e incontanente se gli apriva ogni ben serrata porta. Cavava ogni grosso chiodo coi denti. Convertiva in oro il rame, il ferro, il piombo, e ogni metallo col spargervi sopra una certa polvere non più veduta. E alla presenza mia e di tre altri fece parlar una testa di morto».
384. Crepet, De odio Satanæ, lib. I, diss. 3.
385. Stuttgard 1843.
386. Picot, Histoire de Genève.
387. Paoletti, Istituz. criminali.
388. Manuscritto nella Magliabecchiana, Cl. XXIV, 65.
389. Il famoso Peiresc al 28 giugno 1615 da Aix scriveva a Paolo Gualdo a Padova: «Il medico che mi cura, desidera con passione d'avere un libro Baptistæ Codrunqui medici imolensis de morbis ex maleficio, per causa di certe monache di questa città in assai numero, che si trovano inferme di malattie incognite e soprannaturali».
390. Ep., lib. III.
391. 2 gennajo 1610.
392. Donzelli, pag. 174.
393. Cosimo Baroncelli, diplomatico toscano, nemicissimo del Concini, racconta a' suoi figli le proprie missioni e la fine del maresciallo.
«Il cadavere di Concini fu gettato nelle fosse del palazzo dove si orina, e poi di quivi per ordine del re fu levato e condotto da quattro galuppi sur una scala alla sepoltura in un cimitero. Il popolo di Parigi, sentita la morte del Concini, si sollevò, e corse a furia dov'era stato sepolto, e cacciatolo della sepoltura, lo strascinarono per tutta la città, e poi l'impiccarono sul Ponte Nuovo, e gli tagliarono il membro, dicendo parole ch'è molto meglio tacerle che raccontarle. Tornarono poi a distaccarlo, e ristrascinarlo, e alfine l'appiccarono per un piede, ed il popolo tutto corse a tagliargli chi un orecchio, chi il naso, chi un dito, chi a cavargli gli occhi, di modo che non vi rimase nè carne nè osso che non fosse portato via, tenendosi felice chi ne poteva avere un pezzo.... Or vedete e sentite se io rendo le mie vendette a mio modo».
Manuscritto nella Magliabecchiana, Cl. XXIV, 65.
394. Giacomina d'Entremont, casa potentissima in Savoja, vedovata, volle sposare l'ammiraglio di Coligny, e allorchè questo cadde trucidato a Parigi la notte del san Bartolomeo, essa ricoverò al castello di Chàtillon in Savoja, pregando il duca Emanuele Filiberto a custodir lei e i suoi figli (1572). Egli a stento consentì, ma la fe chiuder nel castello di Nizza perchè si professasse cattolica. Ma si scoperse che carteggiava coi protestanti di Germania, e meditava fuggire; pure giurando non fuggire, non abjurar il cattolicismo, e non cercar marito, senza il consenso del duca, a sua figlia, erede di pinguissimi feudi, fu tenuta libera non solo, ma forse in amore di Emanuele Filiberto. Lui morto, venuto il tempo di sposar sua figlia con don Amedeo, figlio naturale del duca, nacquero dissapori e sospetti che Giacomina tenesse legami cogli Ugonotti, e che stregasse il duca, e fu tenuta in carcere. La colpa era di competenza de' tribunali secolari, ma la santa sede la incolpò pure d'eresia, e pretese fosse data al vescovo di Torino e al nunzio. E lungamente essa ne sofferse, finchè morì in carcere nel dicembre 1599.
L'accusa di stregheria erale data da un'ossessa. Il cardinale d'Ossat nelle lettere del 1597 molto ne parla, e adopera a salvarla, mostrando non doversi aver fede al diavolo, padre della menzogna, e ch'esso non vorrebbe denunziare i proprj devoti: al tempo stesso crede accorgersi che il duca di Savoja non aspira che ad impadronirsi de' beni di lei per servir de partage à un de tant de petits louveteaux qui se nourrissent au pié de ces monts, alludendo ai molti figli naturali del duca.
395. Del congresso notturno delle lamie, libri III. Rovereto 1749.
396. Lettere del Presidente Gian Rinaldo Carli al signor G. Tartarotti intorno all'origine e falsità della dottrina dei maghi e delle streghe; — Maffei, Arte magica dileguata. Verona 1750. — A queste uscì una risposta in Venezia l'anno stesso, Osservazione sopra l'opuscolo Arte magica dileguata, di un prete dell'Oratorio (padre Luziato), per dimostrare che, avanti e dopo Cristo, sempre vi furono maghi e streghe; e raccolgonsi passi de' santi Padri che sembrano credere alle stregherie. A una dissertazione epistolare di Bartolomeo Melchiorri (Venezia 1750) sopra gli omicidj che diconsi commessi con sortilegj, conviene col Tartarotti nel negare le streghe e ammettere i maghi, e insegna ai giudici il modo di determinare con sicurezza i rei, per non dar sentenze ingiuste. L'arciprete Antonio Florio veronese confutò il Luziato (Trento 1750), dove pure Francesco Staidelio conventuale fe la Ars magica adserta; e l'anno dopo a Verona si stampava anonima la replica alla risposta intitolata Arte magica distrutta, di un dottore sacerdote veronese; un altro anonimo fe contro il Tartarotti le Animadversioni critiche (Venezia 1751) in 76 riflessioni sostenendo la magia. La opinione contraria fu sostenuta l'anno stesso a Roma nella Dissertazione di Costantino Grimaldi, «in cui s'investiga quali siano le operazioni che dipendono dalla magia diabolica, e quali quelle che derivano dalla magia artificiale e naturale, e qual cautela si ha da usare nella malagevolezza di discernerle». Poi a Venezia comparve L'arte magica dimostrata da Bartolomeo Preati vicentino, «dove sostiene che il traslocamento delle streghe è vero e reale»: e «Apologia del congresso notturno delle lamie, ossia risposta di G. Tartarotti all'arte magica dileguata del M. S. Maffei ed all'opposizione dell'assessore B. Melchiorri». Poi ancora nel 1792 si stampò a Venezia stessa Philippi Mariæ Renazzi de sortilegio et magia liber singularis, dove informa dei dispareri, delle leggi in proposito, delle procedure.
397. Storia letteraria d'Italia, 1750.
398. Allan Kardec, Le spiritisme à sa plus simple expression. Le livre des Esprits etc. E vedasi anche la Revue Spirite.
399. Non inveniatur in te... qui querat a mortuis veritatem. Deuter. XVIII.
400. Il cav. Des Mousseau pubblicò, tra varj libri sulla magia e lo spiritismo, Mœurs et pratiques des Demons (Parigi 1866), e varj vescovi gliene fecero congratulazioni, asserendo non potersi che ai demonj attribuire i fatti del moderno spiritismo.
Vedi anche Rizouard, Des rapports de l'homme avec le démon.
401. Traité du Saint-Esprit, par M. Gaume. Paris 1864, 2 vol.
402. Vedi sopra a pag. 340.
403. Il Serristori, ambasciador di Toscana, andò, non sapeva se a congratularsi seco o condolersi del peso toccatogli, e Pio rispose, esservi più ragione di compatirlo; avrebbe ricusato se non avesse temuto che il papato venisse al cardinal Morone «o qualche altro soggetto, con molto danno di questa santa sede» (Legaz. del Serristori, pag. 422). Il Serristori replicò che l'egual timore era entrato nel granduca, onde avea ordinato che dal papato si eccettuassero Ferrara, Farnese, Morone: questo pel medesimo rispetto che avea avuto sua santità, quelli perchè molto lontani dal servizio della santa sede.
404. Dispaccio 16 febbrajo 1566.
405. Lettera 18 maggio 1566.
406. Carteggio dell'ambasciatore veneto, 29 luglio 1581.
407. È tratta dall'Officio della Madonna dei Domenicani come quest'altra,
Per impetrare la conversione degli eretici.
«O vera pace, e fedel Pastore dell'ovile della Chiesa tua, esaudisci le nostre preghiere, ed abbi pietà delle afflizioni e dei devastamenti del popolo cristiano. Con tutto il cuore noi supplichiamo la tua misericordia, perchè ti compiaccia di vigilare paternamente tutti coloro che abbandonarono la ortodossa e cattolica fede, ed allucinati intorno a' suoi articoli, e sedotti da falsa persuasione vivono ereticamente: deh! coi raggi della tua luce illumina i loro cuori, e riducili al conoscimento dell'errore che professano, affine che per tal modo rinsaviti, e abbandonando le dispute, e le corruzioni della tua parola, ritengano costantemente l'unica e vera fede sotto i legittimi nostri pastori con a capo te, supremo Pastor di tutti, dal quale ogni emission di luce e di grazia si riflette in tutte le membra, che ti sono congiunte col vincolo della sacra pace. Così sia».
408. J. Pogiani Sunnensis epistolæ et orationes, olim collectæ ab A. M. Gratiano, nunc ab H. Lagomarsinio adnotationibus illustratæ ac primum editæ. Roma 1757, 4 vol. in-4º. Vedansi le lettere del 21 settembre e del novembre 1566.
409. Allude a quel di san Paolo ad Rom., c. I, 8. Gratias ago Deo meo pro omnibus vestris, quia fides vestra annuntiatur in universo mundo.
410. Lo descrive retoricamente il Bartoli nella vita di san Francesco Borgia: e come in quell'universale abbandono i Gesuiti si offrissero al soccorso, e vi si sacrificassero principalmente gli alunni del Collegio Germanico nel servir gl'infermi, e quelli del Seminario Romano nella cura dei morti.
411. Conosciamo una Vita del gloriosissimo papa Pio V, per Girolamo Catena. Roma 1587. Sul frontispizio è il ritratto del santo, con in giro l'iscrizione Absit mihi gloriari nisi in cruce Domini nostri Jesu Christi: e fra varj emblemi il papa che abbraccia due figure, che pajono Francia e Venezia, colla scritta Fœdus ictum in Turcos et vict.: a riscontro Hæreticorum clades; a' piedi la battaglia di Lepanto. Moltissime vite ne enumera il padre Quetyf, Script. Ord. Prædicatorum, che lo fa anche autore della Praxis procedendi in causis fidei. È strano che gli sia da taluni attribuito un opuscolo Delle belle creanze delle donne: il quale è provato esser di Alessandro Piccolomini senese. Vedi La Visiera alzata, ecatoste N. 6.
412. Per esempio in Santa Croce erano le cappelle degli Obizi, Busini, Arrighi, Orlandi, Uzzano, Castellani, Baroncelli, Peruzzi, Magalotti, Bellacci, Gubbio, Salviati, Valori, Covoni, Baldi, Ricasoli, Sacchetti, Benvenuti, Sirigatti, Orlandi, Infangati, Lupi da Parma, Donati, Ceffini, Asti, Riccialboni, Cavicciuli, Serristori, Panzano, Pierozzi, Machiavelli, Tedaldi, Bastari, Spinelli, Pazzi, Cavalcanti, Boscoli, Baroncelli, Zati, Altoviti, Giugni, Bucelli; tutte con bandiere e targhe, depostevi per voto o per ringraziamento. Il convento de' Cappuccini dovea un pranzo a casa Alberti, cui faceano l'invito regolare e scritto. La famiglia Ughi, discendente dal conte Ugo, aveva il diritto di ricevere una volta l'anno dall'arcivescovo di Firenze un pranzo. Le era mandata una tavola imbandita, con cibi prescritti, la più parte di majale: tutto a fiori e fiocchi, e portata da due servitori, fra la baldoria di fanciulli, che poi la godevano. Degli Ughi stessi è il fondo ove si fabbricò il teatro del Cocomero, e si riservarono diritto a un biglietto tutte le sere, finchè la famiglia si estinse.
413. Storia delle Chiese di Firenze, vol. I, p. 202.
414. Fra tanti altri, in un manuscritto della Compagnia de' Pellegrini a Firenze trovo questo: