Frequente menzione ci è caduta d'un altro genere di eresie, che diede molto a faticare al Sant'Uffizio e prima e dopo la protesta germanica. La credenza nei demonj è antica quanto la civiltà, e senza perderci in congetture fra i men noti popoli, sappiamo che i Greci riconosceano buoni e cattivi demonj (eudemones, cacodemones), e chiamarono diabolos cioè calunniatore il maligno, e supposero gl'incubi e succubi (efialtes, ufialtes), le apparizioni, gl'incanti. Platone nel IX della Repubblica ragiona degli streghi e delle pene da infliggersi ad essi, e racconta d'alcuni che, ponendo sotto alle porte certe immagini di cera, inducevano la sterilità, e malattie e morte. Aristotele nel IV della Metafisica enumera varj sortilegj. Ipocrate, se pur non accetta le malattie demoniache, col confutarle attesta vi si credeva. Fra i Romani già ne parlano le XII Tavole, poi tutti i classici, e che maghi e streghe potessero operare al bene e più al male d'altri, che si leggesse nell'avvenire per mezzo dell'ispezione delle stelle, delle mani, dell'evocazione dei morti; che si uccidessero o amaliassero fanciulli collo sguardo o con carmi[345]. A tacer altro, chi non conosce il filtro di Virgilio, la Canidia di Orazio e l'Asino d'oro di Apulejo?
De' maghi troviamo lodata l'abilità fra popoli diversi; e doveano essere acuti osservatori, che possedeano quel che agli altri mancava, l'arte di crear circostanze capaci a modificare i fatti, e d'inventare stromenti per operarne la trasformazione. Con grand'arcano e corredo d'impostura, questi artifizj erano conservati e trasmessi, e ne derivarono le scienze occulte, che costituivano la parte astrusa dell'umane cognizioni, considerando la natura come una successione di portenti, e alla magia attribuendone la spiegazione e l'attuazione di nuovi.
Ferita nel cuore dalla predicazione evangelica, la religione pagana cercò un resto di vita col colpire fortemente i sensi e lo spirito mediante gli arcani della chimica e della fisica, innestatile dalle religioni orientali; e sposandoli alle cerimonie officiali del politeismo, ne formò quella mistura, mezzo poetica o mezzo filosofica, di forme greche, ebraiche, egizie, indiane, che caratterizza il neoplatonismo, e che si presunse opporre al cristianesimo. N'erano fondo le arti teosofiche, mediante le quali attribuivasi all'uomo potenza d'entrare in comunicazione diretta colla divinità. Rese universali fra i dotti, illusero anche alcuni de' Padri, tanto più in grazia de' racconti biblici, ove ricorrono atti demoniaci, e del sistema di spiegar la mitologia come una grande invenzione diabolica.
Erano dunque parto della civiltà antica quelle superstizioni che i retori asseriscono rampollate dalle tenebre del medioevo: nel quale è vero che presero importanza sciagurata a proporzione dell'ignoranza e delle infelicità. Allora, magia significò l'arte di produrre effetti straordinarj mediante un patto che l'uomo contraeva coll'ente maligno, dandogli o qualche parte del proprio corpo, o tessere, o carte iscritte col proprio sangue e fino col sacrosanto calice. Accettato questo supposto, un fanciullo malato, una donna consunta, il subitaneo arricchirsi, i temporali, fin il male più ordinario, l'amore e la gelosia, e viepiù le combustioni spontanee, le allucinazioni, le esaltazioni nervose, spiegavansi come effetto di arti occulte. È tanto comodo, è tanto consono ai malevoli istinti lo attribuire a malvagità o a potenza ineluttabile quel che viene da fatti nostri o dall'incolpabile providenza.
Le rinnovate comunicazioni coll'Asia nelle crociate rinvalidarono queste opinioni: poi le diffuse dottrine musulmane e il ridestato studio degli antichi appoggiarono coll'autorità la credenza a relazioni immediate e spontanee fra l'uomo e gli esseri soprannaturali, e che la magia possa legare la potenza divina e la libertà umana, e rompere l'ordine morale e fisico del creato mediante atti materiali spogli d'intelletto e d'amore.
Che l'uomo creda possedere maggior potenza di far male che realmente non ha, casi giornalieri ce lo attestano; che i delitti si moltiplichino col punirli, è troppo accertato a chi studia le malattie dell'intelletto e le passioni; e che, a forza di sentire che una cosa si fa, alcuno persuadasi di farla.
Sino a qual punto un uomo può operar sul corpo e lo spirito di altro uomo per sola forza dell'immaginazione, spinta fin al punto ove arriva la fede, non è ben chiarito: nè quanto le passioni, e massime la paura, causa preponderante delle malattie nervose. L'ipocondria ci porta a considerare le immaginarie nostre sofferenze come un prodotto della volontà dell'uomo, o frutto di sua ira e vendetta. L'insensibilità di certe parti o di tutto il corpo è spiegata oggi che si discernono due ordini di nervi, gli uni che presiedono alle sensazioni, gli altri a condur al cervello le impressioni di contatto. Ciò ne fa mettere da banda la vulgare teoria della simulazione; e in generale, soppresse le entità demoniache, oggi la magia si connette allo studio delle facoltà dell'anima. Ma allora i casi strani in medicina, le bizzarrie nervose, gl'isterismi, altri mali bisbetici, si dichiaravano demoniaci. Vedeasi una propagare le sue convulsioni a un collegio, a un convento? attribuivasi a fatucchieria quel che ora sappiamo esser istinto di imitazione.
Questi mali curavansi coi pellegrinaggi e colle benedizioni; e in fatto i rimedj della Chiesa avrebbero dovuto consistere in preghiere e ammonizioni, al più nell'esorcizzare.
Ma gli esorcismi, se talvolta erano semplici cure psichiatriche, e colla persuasione della loro efficacia servivano di vero rimedio all'inferma fantasia, talvolta si eseguivano con una drammatica lotta fra il prete e il diavolo, con terribili scongiuri e benedizioni gesticolate; sicchè sbigottivano i pusilli, e in tutti convalidavano l'opinione degli ossessi, possessi, circumsessi, indemoniati, invasati; insomma della diretta efficacia de' demonj sugli uomini; e che il contatto e la presenza delle cose sacre raddoppii i sofferimenti di costoro, la cui intelligenza sfavilla talvolta di luce più viva, sicchè danno risposte meravigliose, parlano latino, ebraico, vedono le cose lontane e le future.
Di qui i tanti fatti di demonopatia e demonolatria, tante vittime del maligno e di suoi ministri attivi; di astrologia, pronostici, sogni, tutto il medioevo è pieno, e vi credeano il feroce Ezelino come il soave Petrarca; il tirannico Federico II come le libere città domandavano da quelli la prudenza de' loro atti; se ne mescola perfino la storia de' papi. Toccandone di volo, diremo come Bennone, gran nemico di Gregorio VII, in violentissime lettere alla Chiesa latina imputava questo di mille indegnità, e principalmente d'esser negromante; Silvestro II papa essere stato abilissimo in quest'arti, e da lui averle imparate Benedetto IX e Gregorio VI, i quali giunsero al papato avvelenando i predecessori; altrettanto aver praticato Gregorio VII, che non viaggiava mai senza un suo libro di magie. Dimenticatolo una volta nel tornare da Albano a Roma, commise a due suoi fedeli d'andarglielo a cercare, ma guai se l'aprissero! La curiosità gl'indusse a disobbedire, e lettevi alcune linee, ecco comparire frotte di demonj, chiedendo: «Cosa volete? Perchè inquietarci? Comandate, o vi saltiamo addosso». I due sbigottiti, non sapendo che farsi, dissero: «Abbattete coteste alte mura», e detto fatto, le mura di Albano caddero sfasciate; e i due messi a gran pena ebbero forza di strascinarsi alla città, segnandosi e raccomandandosi a Dio.
Giovanni XXII, nella bolla del febbrajo 1317 diceva: «Alcuni residenti nella nostra curia, non contenti di saper sobriamente secondo la dottrina dell'apostolo, ma ebri di vanità, si avvilupparono nella necromanzia, geomanzia, ed altre magiche arti, e vendono libri e scritti. Essendo arti di demonj, devono evitarsi da qualunque cristiano. Usano frequente specchi e immagini, consacrati secondo l'esecrabile loro rito. Ponendosi entro circoli, evocano gli spiriti maligni, per macchinare contro la salute degli uomini, o uccidendoli colla violenza del carme, o inducendovi malattie di languore. Chiusero talvolta demonj in specchi, circoli, anelli per interrogarli sul passato e il futuro. S'intrigarono in divinazioni e sortilegj, talvolta adoprando Diane (sic)...... E non esitano asserire che, non solo con cibi e bevande, ma colla sola parola possono abbreviare o prolungare o spegnere la vita degli uomini, e curar da qualunque morbo. Perciò, negletto il culto del vero creatore, fidano ne' suffragi dei demonj, e li credono degni di servizio e di onori divini, e a guisa degli idolatri gli adorano».
Tale credenza si manifestò in forma scientifica e in forma vulgare, e l'una diede mano all'altra per dedurre da principj falsi spaventosi effetti. Non tutti vogliono ricordare che, nel meriggio delle arti e delle lettere, fra i godimenti della civiltà, in Italia come altrove presero incremento le scienze occulte, alcuno dirà perchè le illusioni meglio vivaci avvengono più spesso all'istante dello svegliarsi. Gli scrittori più spregiudicati credeano all'astrologia, ai pronostici, ai sogni. Il Pomponazzi, che impugna l'immortalità dell'anima, sostiene (De incantationibus) gl'influssi dei pianeti, ai quali, non a demonj è dovuta la facoltà, che alcuni hanno, d'indovinar l'avvenire; e secondo il loro ascendente, l'uomo può scongiurare il tempo, convertire in bestie, far altre meraviglie. Per iscoprire un ladro (egli insegna), piglia un vaso, empilo d'acqua santa, accostavi una candela benedetta, e proferisci: «Angelo bianco, angelo santo, per la tua santità, per la mia verginità, mostrami chi ha tolto tal cosa», e l'effigie del ladro apparirà al fondo del vaso[346]. Carlo VIII, chiamato, come sempre i Francesi, a liberare l'Italia, acquistava fiducia alla sua spedizione col far correre una profezia, promettitrice d'insigni vittorie. Nel 1501 a Lione di Francia un italiano di nome Giovanni, di gran costumatezza e gravità, faceasi chiamare Mercurio per l'universale sapienza; menava dietro moglie e figliuoli, vestiti di pannilini, con catena di ferro al collo; vantavasi possedere tutta la scienza de' Greci, Latini, Ebrei, e più in là; e saper interpretare gli arcani naturali, preconizzare il futuro, tramutare i metalli, rendere felici le infauste, e infelici le fauste cose. Salì in gran pregio appo il re di Francia per avergli portato due insigni doni, una spada formata con centottanta spadini, uno scudo con uno specchio mirabile, fatti sotto certa congiunzione di stelle, che doveano produrre meraviglie. Il re adunò i fisici perchè l'ascoltassero, ed essi attestarono che superava in sapienza tutti i mortali: l'oro avuto egli distribuì a' bisognosi, contentandosi della sua povertà[347].
Credettero all'astrologia il Campanella e il Fracastoro, Machiavelli e Lutero: Melantone la difendeva contro Pico della Mirandola, mostrando che molti casi erano stati predetti da congiunzioni di pianeti; e durante la dieta d'Augusta egli consolavasi che imminente fosse la caduta di Roma perchè in questa città il Tevere dilagò, da una mula nacque un mostro coi piedi di gru, e nel territorio d'Augusta un vitello con due teste.
Del valente astronomo Galeotto Marzio di Montagnana giace manuscritta nella biblioteca di Padova una Chiromanzia del 1476: accusato d'eresia, fu obbligato a pubblica ammenda, bruciato un suo libro che aveva portato in Ungheria e Boemia: cascando poi da cavallo fuor d'Italia, s'uccise. Jacopo Zabarella padovano, il cui trattato di logica fu adottato nelle Università di Germania, era invasato dell'astrologia: e fece moltissime predizioni, e anche della propria morte.
Tiberio Rossiliano Sesto, astrologo calabrese, avea, per mezzo dell'arte sua, preveduto un diluvio universale; fu confutato nel 1516 da frà Gerolamo Armenini faentino, famoso inquisitore di quei tempi, ma fin Clemente VII era ito abitare lungi dal Tevere, benchè il fisico Riccardo Cervini mandasse più volte suo figlio, che fu poi Marcello II, a rassicurarlo. Il tempo andò invece serenissimo, e così (scrive frà Giuliano Ughi) fu molto dileggiata e schernita l'astrologia da quegli che non pensavano che Dio fosse ai cieli superiore: ma quelli che credevano che Dio fosse moderatore de' celesti movimenti pensarono esser vera l'astrologia: talchè, secondo il corso dei cieli, tal diluvio dovesse venire, ma che la misericordia di Dio l'avesse impedito»[348]. Singolare contesto di pregiudizj e buon senso!
E quando lo Stöfler di Tubinga pronosticò che, per la congiunzione dei tre pianeti superiori, il mondo andrebbe a diluvio nel 1554, tutta Europa si pose in pensiero di prepararsi uno schermo, e Carlo V ne stava in apprensione, per quanto Agostino Nifo il tranquillasse.
Tutte le biografie son piene di strologamenti. Al Bembo erasi predetto sarebbe amato e accarezzato più dagli estranei che da' suoi, e su questa aspettazione egli regolava le proprie determinazioni. Una notte sua madre sognò che Giusto Goro, loro avversario in un processo, lo feriva nella destra mano; e di fatto costui, per istrappargli un libello che andava a presentare al tribunale, gli diede una coltellata, sicchè poco mancò gli tagliasse via l'indice della dritta. Una suor Franceschina monaca di Zara gli avea vaticinato non sarebbe mai papa. Francesco Guicciardini, mentre governava Brescia per Leone X, scrisse a Firenze qualmente, in una pianura di quei contorni, vedeansi di giorno venir a parlamento un gran re da una parte e un altro dall'altra con sei o otto signori, e stati così un pezzo, sparivano; poi venivano a battaglia due grandi eserciti per un'ora; e ciò accadde più volte a qualche intervallo; e alcun curioso che si volle appressare per vedere cosa fosse, dalla paura e dal terrore cascò malato, e stette in fin di morte[349]. Benvenuto Cellini vede tregende e diavoli nel Coliseo, come li vedeva Lutero dapertutto. Il Machiavelli consuma uno de' capitoli sulle Deche intorno ai segni celesti che precorrono le rivoluzioni degl'imperj, assegnando alle stelle le cause che egli aveva scovate dal fondo della nequizia umana e col desolante pensiero del continuo peggiorare della stirpe nostra. Caterina De Medici portava sul petto la pelle d'un fanciullo, scannato a posta, che la preservava dagli attentati contro la sua persona. Non cerco se il fatto fosse vero; era creduto.
I frati si opponeano a tali superstizioni[350], e che la Chiesa le combattesse appare, come da mille argomenti, così da un prontuario pe' confessori, che stava manoscritto nella Palatina di Firenze, lavoro del 400. Ivi, fra le domande che il confessore dee fare al penitente, sono divisate le seguenti: «Se ha dato fede a l'indovini, i quali vogliono indovinare per lo guardare a cintole, a moccichini, a unghia di fanciullo vergine, o margine ch'escono di piombo colato. — Se a observato dì o tempi, cioè i dì egiptiachi, cioè di sancto Giovanni dicollato; kalen di gennajo; il venerdì e sabato non fare bucato; non far bollire il vino per aceto il venerdì, acciocchè sia più forte. — Se a dato fede alle uova nate il dì dell'Ascensione. — Se a facto scrivere l'antifona di sancta Agata in candela consumata al fuoco. — Se a li anegli di piombo, che si fanno quando si dice il Passio. — Se a dato fede a' sogni; se a' sogni chiamati di Daniello; se a canti d'uccelli; se a bajar di cani; se a intoppo d'alcuno animale; se a li starnuti di persona; se a sibillationi d'orecchie. — Se a creduto che gli animali bestemmino il dì dell'epifania. — Se in prestare lievito o staccio, o altra cosa dopo il tramontare del sole, a facto alcuna vana observatione. — Se a colto erba, avendo fede che sia meglio colta in uno dì che in un altro, e perchè? — Se a salutato la luna nuova. — Se si è messo ferro in bocca, quando suona la prima campana il sabato sancto, dicendo che giova a' denti. — Se crede che le donne si mutino in gatte, e vadano in istregonia: se crede che succino sangue a' fanciulli. — Se a dato mancia in kalen di gennajo. — Se a voluto indivinare del futuro, per riguardare le linie della mano».
Altri colla cabala deliravano dietro ai numeri. Il Ponzetti fiorentino, che fu tra' meglio reputati filosofi, e fatto cardinale da Leone X, nella Filosofia naturale vaneggia dietro alle proprietà del sette. È formato da due e cinque, o da quattro e tre. Se viene da uno dispari e da sei pari, procede dalla fonte di tutti i numeri, giacchè il sei è generato e non genera. Se viene da due e cinque, la dualità è il primo numero, giacchè l'unità non è numero ma principio, e cinque rappresenta le cinque cause delle cose. Dio, lo spirito, l'anima del mondo, il cielo, gli elementi. Viene da tre e quattro? Quattro è da uno e tre, uno, unità e principio; tre, origine del primo cubo dispari.
Queste varie scienze dirigeansi ai beni che più il mondo agogna; preveggenza del futuro, salute, oro, amore, vendette.
In quel sensualismo, tra cui smarrivasi la legge morale, l'oro diveniva suprema potenza; e come Spagnuoli e Portoghesi lo cercavano nelle viscere di migliaja d'Americani scannati, i re nello smungere i popoli con nuovi arzigogoli di finanze o intrepidi furti, i letterati mendicando, i soldati rapendo, i preti mercatando le cose sacre, gli eretici usurpando i beni della Chiesa, così gli alchimisti rintracciavanlo con fornelli e lambicchi, e andavano a imparare la grand'arte fra gli Orientali, o a strapparla dalla natura ne' monti magnetici della Scandinavia.
Bernardo Trevisano, nato il 1406 da famiglia di conti, ispiratosi dagli arabi Geher e Rases, spese da tremila scudi in esperienze d'alchimia; poi si volse a quegli altri gran maestri Archelao e Rupescissa, e in quindici anni di pruove, «tanto in ciurmadori che per sè» spese circa seimila scudi per trovare la pietra filosofale, con cui i metalli trasformavansi in oro. È bizzarro udire i varj stranissimi metodi che imparò da medici, frati, teologi, protonotarj, ingannati o ingannatori. Qual meraviglia se la fatica e l'ansietà gli diedero una febbre che durò quattordici mesi, e fu per torgli la vita? Guarito appena, ode da un cherico del suo paese che maestro Enrico, confessor dell'imperatore, sapea preparare la pietra filosofale. Avviasi dunque per la Germania, e con difficili mezzi introdottosi presso di quello, ne ebbe dieci marchi d'argento e il processo, che era sifatto. Mesci mercurio, argento, olio d'ulivo, solfo; fondi a fuoco moderato; cuoci a bagnomaria, rimenando continuo. Dopo due mesi si secchi in una storta di vetro coperta d'argilla, e il prodotto si tenga tre settimane sulle ceneri calde: vi si unisca piombo, si fonda al crogiuolo, e il prodotto si sottometta alla raffinazione. Quei dieci marchi doveano allora trovarsi cresciuti d'un terzo, ma ohimè! al fine di tanto lavoro non erano più che quattro.
Il Trevisano desolato giurò abbandonare queste fantasie; sicchè i parenti ne esultavano; ma dopo due mesi rideccolo al lambicco. Persuaso però che gli occorressero i consigli di gran sapienti, andò a interrogarli in Ispagna, in Inghilterra, in Iscozia, in Germania, in Olanda, in Francia, e viepiù in Egitto, in Palestina, in Persia, sede di quelle dottrine; a lungo si badò nella Grecia meridionale, visitava principalmente i conventi, coi monaci più rinomati travagliando alla grande opera. A settantadue anni, dissipato il ricavo del venduto patrimonio, giunse senza denari a Rodi, ove tenea stanza un religioso, rinomato in tutto levante come possessore del grand'arcano. Avuti da un mercante veneziano ottomila fiorini e raccomandazioni, potè penetrare fin a costui, che tre anni lo tenne in istudj e speranze onde preparare il magistero per mezzo d'oro e d'argento, amalgamati a mercurio; alfine gli aperse i secreti della scienza ermetica: cioè gli indicò che tutto era frode, spiegandogli questo assioma, «Natura si fa giuoco di Natura, e Natura contiene la Natura», il che significa in linguaggio comune che per far oro ci vuol oro; e tutta l'alchimia non giunse mai a ottenerne di più di quello che adoperò.
Perduta a settantacinque anni l'illusione di tutta la vita, il conte Trevisano volle almeno giovare agli innumerabili adepti della scienza ermetica, occupando i sette anni che ancor sopravisse a scrivere diversi trattati su quella scienza. Il più celebre dei quali, intitolato Il libro della filosofia naturale de' metalli, certo pochissimi vorranno leggere nel tomo II della Bibliothèque des philosophes chimiques; opera inutile anch'essa, giacchè, invece di confessare schietto i suoi errori a scanso degli altrui, si rinvolse in modo, che molti cercarono in esso la scienza ermetica, molti perseverarono a crederlo maestro della grand'opera.
Non appartengono alla nostra nazione nè Teofrasto Paracelso, predicato come testa divina, e creduto autore di miracolose guarigioni e di trasformazioni ultranaturali; nè Cornelio Agrippa di Colonia, consigliere dell'imperatore, deputato dal cardinale Santa Croce ad assistere al concilio di Pisa, professore di teologia a Pavia, chiesto a gara astrologo da re di corona, dal marchese di Monferrato, dal cancelliere Gattinara, e che, entusiasta insieme e scettico, diede lo stillato delle teoriche e delle pratiche delle scienze occulte. Ma a lui possiam raffrontare il milanese Girolamo Cardano da Gallarate, vissuto dal 1501 al 76, teosofo eppure scienziato illustre, di variatissima erudizione, e fecondo di pensamenti strani ma indipendenti, talvolta elevato come il genio, tal altra privo del senso comune, e come disse lo Scaligero, suo nemico acerrimo, in molte cose superiore ad ogni umana intelligenza, in altre inferiore ad un fanciullo. Lasciò le proprie memorie, preziose come delle scarse che francamente rivelino il cuore, e curiosa pittura d'uomo che viveva in un mondo poeticamente compaginato dalla dottrina cabalistica. Se era invido, lascivo, maledico, spensierato, n'aveano colpa le costellazioni ascendenti al suo natalizio. Sentiasi però oggetto d'una predilezione speciale del Cielo: poteva a sua voglia cadere in estasi, e vedere quel che gli piacesse; degli avvenimenti era premonito in sogno e da certe macchie sull'unghie; sapeva molte lingue senza averle imparate; più volte Iddio gli parlò in sogno; più spesso un genio famigliare, lasciatogli da suo padre che l'aveva tenuto per trent'anni; può in estasi trasportarsi da luogo a luogo a sua volontà; ode quel che si dice lui assente, e prevede l'avvenire. Appena ogni mill'anni nasce un medico par suo; nè rifina di vantare le sue cure e l'abilità nel disputare. A volta a volta si ride della chiromanzia, delle stregonerie, della magia, dell'alchimia, dell'astrologia; pure le esercita per compassione: i fantasmi reputa illusioni di fantasia scompigliata, pure è pieno d'apparizioni e di spiriti; crede gl'incubi generare i bambini, e deporre il vero le streghe nei processi. Eppure egli ha luogo durevole nella storia delle scienze per osservazioni sottili ed argute, e per varie scoperte, fra cui la formola cardanica e la possibilità d'educare i sordimuti. In fine, per avverare il pronostico fatto, lasciossi morir di fame.
Secondo i suoi libri, la materia è eterna, ma mutasi di forma in forma, mediante due qualità primordiali, calore e umidità. Non può concepirsi veruna porzione di materia senza forma; ogni forma è essenzialmente una e immateriale, laonde tutti i corpi sono proveduti d'anima, ed è questa che li rende suscettibili di movimento. Le anime particolari sono funzioni dell'anima del mondo; nella quale stanno rinchiuse tutte le forme degli esseri, come i numeri semplici nella decade, o come la luce del sole, ch'è una ed eguale nell'essenza, infinita nelle diversità d'immagini.
Tirava dunque difilato al panteismo: se non che sospendeva le conseguenze, e variava egli stesso quanto all'unità dell'intelligenza. All'uomo, organo di quest'intelligenza universale, attribuiva un carattere distinto, la coscienza, e questa il mena a distinguere dal corpo l'anima, di cui mostra l'immortalità mediante gli argomenti de' predecessori; ma crede questo dogma abbia prodotto grandi mali, fra cui le guerre di religione. La fisica sua fonda sulla simpatia generale tra i corpi celesti e le parti del corpo umano.
Di tutte le scienze occulte favella con intima persuasione, altamente riprovando quei professori inesperti, per cui vizio restano infamate, mentre hanno certezza non minore che la nautica e la medicina. Per vendicarle da tali ingiurie, e mostrare «come sieno manifesti i decreti delle stelle in noi», esso non procede che per raziocinio e per esperimento, e riduce quelle dottrine ad aforismi, distinti in sette sezioni; donde s'intende come ogni paese, ogni colore, ogni numero avesse il suo astro soprantendente. La magia naturale insegna otto cose: prima i caratteri dei pianeti, e a far anelli e sigilli; secondo, il significato del volo degli uccelli; terzo, le voci loro e d'altri animali; poi le virtù dell'erbe, la pietra filosofale, la conoscenza del passato, del presente, del futuro per tre viste; la settima parte mostra gli sperimenti proprj sì del fare, sì del conoscere; l'ottava, la virtù d'allungare molti secoli la vita.
E il Cardano non ne fa mistero. A chi soffre d'insonnia insegna d'ungersi col grasso d'orso; a chi vuol far tacere i cani del vicinato, tenere in mano l'occhio d'un cane nero. Vuoi i presagi da dedursi da tutte le arti e dai casi naturali? vuoi la chiromanzia? e come dai sogni ottener responsi? chiediglielo, e te ne istruirà con piena sicurezza. T'istruirà a comporre sigilli per far dormire o amare, rendersi invisibili, non istancarsi, aver fortuna; e ciò combinando quattro cose, la natura della facoltà, della materia, della stella, dell'uomo che fa: al qual uopo egli divisa la natura delle varie gemme e degli astri che vi corrispondono. Fra i talismani il più potente era il sigillo di Salomone. Una candela di sego umano, avvicinata a un tesoro, crepita fin a spegnersi; e la ragione è che il sego è formato di sangue, nel sangue risedono l'anima e gli spiriti, i quali entrambi concupiscono oro e argento finchè l'uom vive, e perciò anche dopo morte ne rimane turbato il sangue. Alle stelle conviene aver riguardo nella medicazione; e infallibile esaudimento ottengono le preghiere a Maria, fatte il primo aprile alle otto del mattino. Cento geniture egli formò d'illustri personaggi, dall'oroscopo di loro nascita deducendo la causa delle loro qualità. Che più? spinse l'audacia fin a tirare l'oroscopo di Cristo.
E responsi da lui impetravano insigni personaggi, tra cui Edoardo VI d'Inghilterra; il primate di Scozia affidò le sue malattie a' costui strologamenti; san Carlo il propose maestro nell'Università di Bologna.
Giambattista Della Porta, nato a Napoli il 1540 e morto il 1615, nella Magia Naturale espone tutte le fantasie d'allora intorno alle forme sostanziali delle intelligenze, emanazione della divinità. Uno spirito universale anima il mondo, unisce i corpi tutti, dà origine all'anima nostra, si manifesta coll'antipatia e simpatia, opera sugli esseri tutti, dagli insetti fin agli astri, i quali son animali immensi che con ordine volano nello spazio infinito. Sol questo spirito universale spiega gli avvenimenti della natura, e per esso gli astri influiscono sul corpo umano.
Dall'Inquisizione chiamato a Roma, si scagionò, e venne dimesso con ordine che in avvenire non s'impacciasse di far predizioni, avvegnachè il vulgo ignorante non sappia discernere se derivino da dottrina o da sovrumana potenza. Pure egli svelava le arti onde altri producevano effetti creduti soprannaturali; e l'unguento delle streghe esser una mescolanza d'aconito e belladonna, i quali per efficacia naturale esaltano le fantasie.
Postel è uno de' più begli ornamenti del regno di Francesco I, il quale gli affidò le cattedre di matematica e di lingue orientali, ove diede i primi avviamenti alla filologia comparata. Ma lo tormentava l'idea d'una religione nuova e universale, di cui egli stesso sarebbe il pontefice e Francesco I il monarca, togliendo così la sconcordia dal mondo. Un tratto s'invaghisce della mosaica, e si fa rabbino. A Roma trova che il proceder dei Lojoliti è il più perfetto dagli apostoli in poi, e si fa gesuita. A Venezia gli si presenta una donna di 50 anni, che lo ispira e gli detta i trattati De Vinculo Mundi, Della Madre Giovanna, o Delle meravigliose vittorie delle donne, e Le prime nuove dell'altro mondo, cioè l'admirabile historia et non meno necessaria et utile ad esser letta et intesa.... parte vista, parte provata et fidelissimamente scritta per Guglielmo Postello, primogenito della restituzione, e spirituale padre della stupenda vergine venetiana, 1555. Colà annunzia l'apparizione di questa vergine veneziana, di cui la sostanza e il corpo erano discesi in lui, e talmente fusi, che non egli viveva, ma ella stessa, ond'egli non sentiva più la vita ordinaria, ma «sono in tal dispositione che nè satietà nè bisogno del mangiare e bere non fan nulla in me, imperocchè quasi tutta la natura del cibo se ne va in aria et si disfa tal che a pena la centesima parte se ne va per la via naturale»; asserisce esser «possibile che siano talmente aperti gli occhi di una persona, che lei possa vedere localmente attraverso i corpi scuri, over quello che nissuno altronde».
Marsilio Ficino, De vita, asserisce che è «assioma fra i Platonici, e che sembra appartenere a tutta l'antichità, vi sia un demone a tutela di ciascun uomo al mondo, e ajuti coloro, alla cui custodia è proposto. Famigliare di casa Torelli di Parma era la figura d'una brutta vecchia, la quale appariva sotto un camino quando dovesse morir uno della famiglia».
Gli scrittori cattolici asseriscono che Lutero e Zuinglio aveano un diavolo famigliare, e al diavolo portentosi fatti attribuiva Lutero.
Quel bisogno essenziale alla natura umana d'ampliare il mondo visibile mediante la fantasia, bisogno maggiore in tempi o fra persone dove l'istruzione non dilata la vista sulla storia e sull'universo, avea creato o qui trasferito dall'Oriente quelle fate benevole, che appiacevolivano i racconti e le fantasie, anzichè sgomentassero, quali la Melusina, la Morgana, che il sabbato convertivansi in serpi, gli altri giorni godevano della loro bellezza e d'una vita che partecipava all'immortale. Anche il genio famigliare e i folletti mostravansi ora amorevoli e serviziati, ora maligni ma in burle e arguzie. Un padrone superbo comandò a un villano di trasportare a casa una quercia grossissima, o guai a lui: l'impresa eccedeva le forze del misero, che ne rimaneva desolato sinchè un folletto gli si esibì, e presa in collo la pianta come un fuscello, la collocò traverso alla porta del padrone, indurendola talmente, che nè accetta nè fuoco valsero a intaccarla, sicchè fu forza aprire un'altra porta: ciò accadde per l'appunto nell'anno di grazia 1532. Il padre inquisitore Girolamo Menghi di Viadana, persuasissimo di tali fatti, de' quali riempie il suo libro[351], fra altri aneddoti curiosi racconta d'un folletto, famigliare ad un garzone sedicenne mantovano, che inseparabilmente l'accompagnava or da servo, or da facchino, or da mastro di casa. Nel 1579 un altro in Bologna era innamorato d'una fantesca; se mai i padroni la sgridassero, di moltissimi guasti disturbava la casa: e chi vuole, guardi lo strano esorcismo con cui i padroni se ne liberarono. L'anno appresso nella città medesima si rinnovò la scena con una fanciulla trilustre: e il folletto giocava le più bizzarre burle; or rompere i vassoj del bucato, or rotolare dalle scale grosse pietre, or di piccole lanciarne a rompere i vetri, e nel pozzo gettare secchi di legno o di rame e gatti. Un predicatore raccontò ad esso Menghi che, mentre dispensava la parola divina in una città del Veneto, gli si presentò uno stregone, accusandosi di tenere due spiriti in un anello, coi quali esso il farebbe parlare; ma come egli esortollo a buttar via l'anello, ecco gli spiriti a piangere e pregare ch'esso predicatore li ricevesse a proprio servizio, promettendo farlo il maggior oratore del mondo: egli con gravi scongiuri gli indusse a confessare che questa era un'orditura per mettersegli accanto, farlo cadere in qualche eresia, ed acquistarlo all'inferno.
Lo stesso Menghi riferisce che, quando i signori Veneziani mossero guerra al duca di Ferrara, trovandosi Alfonso d'Aragona duca di Calabria in Milano con molti illustri signori, tennero lungo ragionamento intorno agli spiriti, ove diversamente fu da quei signori parlato e discorso, recitando ciascheduno le loro opinioni; il duca asserì «esser cosa verissima e non finzione umana quello che si parla di questi demonj, e narrò che un giorno a Carrone di Calabria, gli fu narrato d'una donna vessata da spiriti immondi. Egli se la fece condurre, ma niente rispondeva nè movevasi come se fosse senza spirito. Il principe, ricordandosi d'una crocetta che con certe reliquie portava al collo, datagli da Giovanni da Capistrano, che fu poi santo, secretamente la legò al braccio della spiritata; la quale subito cominciò a gridare e torcere la bocca e gli occhi. Domandata del perchè, rispose, dovesse levarle dal braccio quella crocetta perchè (diss'ella) ivi è del legno della croce consacrata, dell'agnus benedetto, e una croce di cera del mio grandissimo nemico». Levate queste cose, ridivenne come morta. La notte seguente andando esso principe a dormire, incominciò udire fortissimi strepiti nel palazzo e nella propria camera, di maniera che, chiamati alcuni servitori per sicurezza, vegliò fino a giorno; allora si fece menare davanti la donna, la quale sorridendo interrogò il duca s'egli avesse avuto spavento la notte passata: e riprendendola egli come spirito infernale nojoso ai mortali, e addimandandole: «Ove eri tu nascosto?» rispose lo spirito: «Nella sommità dello sparaviero che circonda il tuo letto; e se non fossero stati quei cosi sacri che porti al collo, con le mie mani io ti levavo di peso, e ti gettavo fuori del letto. Anzi ti saprò narrare tutto quello che jeri ragionasti coll'ambasciatore de' Veneziani, perchè il tutto ho udito e saputo». E così fece; di maniera che quel signore d'indi in poi restò persuaso che gli spiriti maligni andassero vagabondi tanto nell'aria, quanto nei corpi umani.
Il Palagio degli incanti, stampato coll'approvazione dell'inquisitore, che lo commenda come «dilettevole per vaga et varia lettione et non meno ferma che recondita dottrina», va zeppo di storielle di demonj, di incubi e succubi, appoggiate ad autori accreditatissimi. Il più romanzesco è d'un giovane che, regnante Ruggero in Sicilia, nuotando una sera in mare, prese pei capelli una figura che gli veniva dietro, credendola uno de' suoi compagni; ma alla riva trovatala una bellissima fanciulla, l'ebbe seco, e ne generò un figlio, e vivea lieto di essa. Se non che ella mai non parlava. Avvertito da un compagno ch'egli erasi menato a casa un fantasma, colla spada minacciò uccidere il bambino se essa non parlava: onde rotto il silenzio, ella gli disse che con questa violenza perdeva un'eccellente moglie, e subito sparve. Il fanciullo dopo alquanti anni trastullavasi in riva al mare, quand'essa lo prese ed affogò.
Il libro è scritto dallo Strozzi Cicogna, al quale don Antonio Lavoriero arciprete di Barbarano, che con la virtù di Dio faceasi obbedienti i diavoli, narrò che un frate Egidio al duca di Ferrara manifestò un tesoro, ma nol si potè mai estrarre perchè gli spiriti rompevano le funi e spegneano i lumi: e che fece da esso don Antonio ascondere una moneta, promettendo trovarla; e presi quattro ramoscelli d'oliva benedetta e incisane la scorza, vi scrisse entro «Emanuel Sabaot Adonai, e un altro nome che non si può rammentare», poi recitò il miserere, e quando fu all'incerta et occulta manifestasti mihi, si sentì trarre verso la porta del giardino, e giunto ov'era sepolta la moneta, le bacchette voltarono la punta in giù, come fossero tirate. Non son i prodigi della raddomanzia, che vedemmo asseriti ai dì nostri?
Lo stesso don Antonio gli narrò che, in Noventa sul Vicentino, a una fanciulla mandavasi un fazzoletto del malato, ed essa il faceva venir grande grande, poi piccolo piccolo; che se tornasse alla dimensione primitiva significava guarigione; se no, morte. Egli le mandò il suo fazzoletto, fingendo fosse d'un'inferma; nè la fanciulla se n'accorse, perchè egli era esorcista; ma visibilmente lo fece ingrandire e impicciolire, poi tornar di misura. Ed altre belle ne raccontò quel don Antonio allo Strozzi[352].
Quelle ubbie antiche meriterebbero soltanto compatimento se fossero rimaste nel campo della speculazione; ma la natura umana ha una terribile inclinazione a tradurre le credenze in fatti. E così avvenne delle streghe, uno dei tanti errori dalla civiltà antica trasmessici, che il medioevo pascolò di leggende, nelle quali si confondeano il misticismo e l'empietà, il tremendo e il buffo. Tale credenza fu repulsata dai legislatori, fin da' rozzissimi Longobardi; e se comminavasi qualche pena, consisteva nel sottoporre le maliarde alla pruova dell'acqua fredda, mandando assolte quelle che non restassero a galla; il che forse era un artifizio per salvarle tutte. Quanto alla Chiesa, adducevasi un canone di papa Dámaso, che fu repudiato poi, per falso, dove sono attribuiti a mera illusione i traslocamenti delle streghe; sicchè alcuni teologi dichiaravano peccato mortale ed eresia il credere ai notturni congressi[353]. Eppure il padre Cóncina, nella vasta sua teologia pubblicata dopo il 1750, accettava i prodigi delle streghe e dei concumbenti come sentenza comune[354].
Sul fine del Quattrocento, secondo Antonio Galateo, credevasi che alcune malefiche ungendosi si trasmutino in animali, e vaghino o piuttosto volino in lontani paesi, menino carole per paludi, s'accoppiino a demonj, entrino ed escano a porte chiuse, uccidano animali[355].
Tale opinione non che cadere, si estese col rinascimento degli studj, e viepiù nel secol d'oro, e frà Bernardo Rategno da Como, nel 1584, dice che le streghe non sussistevano tempore quo compilatum fuit Decretum per dominum Gratianum... Strigiarum secta pullulare cœpit tantummodo a centum quinquaginta annis citra, ut apparet ex processibus Inquisitorum. Gli errori del vulgo appoggiandosi su quelli de' persecutori, e invadendo i persecutori stessi, ne derivò un'orrida congerie di pubblica forsennatezza, che fu un'altra manifestazione della reviviscenza del paganesimo. E si divulgò che le streghe, masche, buonerobe, o con che altro nome si chiamassero, andassero in corso, tenesser congreghe in certi luoghi, come al monte Tonale in Lombardia, al Barco di Ferrara, allo spianato della Mirandola, al monte Paterno di Bologna, al noce di Benevento..., e sotto la presidenza di Erodiade o Diana si dessero a balli e a sozzi amori, trasformandosi in lupi, gatti e altre bestie. Empietà e lascivia formano il fondo di quelle tregende; in onta alla Chiesa vi s'imbandisce lautamente al sabbato; vi si vilipende ciò ch'essa ha di più venerando, le croci, le reliquie, il sacrosanto pane; frati in tonaca e pievani in piviali vi menano carole.
Eravi qualche vecchia di bruttezza insigne, con alcun marchio particolare? guardava stizzosa una società che la guardava beffarda? avea risposto con imprecazioni ad insulti fattile? Bastava per sospettarla strega. Moltissime processate aveano confessato, «Abbiam veduto il diavolo, Siam andate a cavalcione della scopa alla tregenda, Vi conoscemmo il tale e la tale»: come dubitare della loro veridicità? Poi non erano state condannate? e oserebbesi dubitare di cosa giudicata?
Se l'uomo può impetrare dal diavolo le colpevoli gioje che non osa chiedere a Dio; se v'è modo di patteggiare con una potenza estraumana, perchè sol pochi v'avrebbero ricorso! Si venne dunque persuadendosi che molti fossero, e massimamente donne, e formassero tra sè una specie di società secreta, con capi e adunanze, e piaceri carnali, e voluttà di vendette.
L'anzidetto frà Bernardo Rategno, zelante inquisitore, ci lasciò un libro De strigiis[356], dove si scandalizza di chi le revochi in dubitare. Le masche (così egli) fanno congrega principalmente la notte del venerdì, rinnegano in presenza del diavolo la santa fede, il battesimo, la beata Vergine; conculcano la croce, prestano fedeltà al diavolo toccandogli la mano col dosso della loro sinistra, e dandogli alcuna cosa in segno di ligezza. Qualvolta poi tornano al giuoco della buona compagnia, fanno riverenza al diavolo, che assiste in forma umana. Nè vi vanno già per illusione, ma corporalmente e sveglie e in sentimento, a piedi se la posta è vicina, se no sulle spalle al demonio; il quale talvolta le abbandonò a mezzo del cammino, onde si trovarono fuorviate: tutte cose che constano dalle loro spontanee confessioni agli Inquisitori per tutta Italia. Anzi, «a chiuder del tutto le labbra agli avversarj», adduce esempj di se stesso, che istruendo processi in Valtellina, ebbe deposizioni da uomini d'intera fede, i quali veramente le aveano vedute. Ognuno poi a Como sapeva che, un cinquant'anni innanzi, in Mendrisio Lorenzo da Concorezzo podestà e Giovanni da Fossato indussero una strega a menarli al giuoco; essa gli esaudì, e videro le congregate; ma il diavolo accortosi di loro, li fece battere in malo modo[357]. Riducono poi la cosa ad evidenza l'esserne bruciate tante, e l'avervi i papi stessi consentito.
Ed è pur troppo vero che l'Inquisizione gravò sopra i siffatti con legali carneficine, delle quali ingloriavansi gli autori, come di sanguinose battaglie gli eroi.
L'intenzione di far il male era incontestabile, e ben meritavano castigo persone che si valeano dell'efficacia della loro scienza sovra lo spirito di altre ignoranti o paurose. La potenza delle streghe derivava da patti col demonio: era dunque un'empietà, e la Chiesa dovea punirla, come prendeva a curare quelli che il diavolo invadeva, o che erano involontarj stromenti di esso al male. Ne seguivano poi veri misfatti, che rivoltavano la coscienza pubblica per la bassezza dei mezzi, e ne spaventavano l'immaginazione per l'orrore dei moventi.
Quando nella Germania la proclività al misticismo diffuse il timor delle streghe, Innocenzo VIII nel 1484 le fulminò di severissima bolla, dietro la quale si moltiplicarono e processi e supplizj. Perocchè all'indebolirsi della fede, si dovette invigorire, come sempre succede, la forza coattiva sotto la forma dell'Inquisizione; nei processi eransi assottigliati i legulej; introdotta, benchè riprovata dal diritto canonico, la procedura secreta, colla quale non è chi non possa andar condannato. L'uomo, e più la donna, abbandonati al terrore della solitudine e a processanti incalliti allo spettacolo del dolore, e ponenti gloria e talvolta guadagno nell'accertarli rei, come se ne poteano sottrarre? Non pochi dunque, nella persuasione di dover a ogni modo morire, e che, se anche campassero, rimarrebbero in un obbrobrio peggior della morte, confessavano spontaneamente, e restava convalidata l'opinione delle loro colpe.
I processanti medesimi erano superstiziosi quanto i processati, teneano per norma di far entrare la strega nella stanza a ritroso, onde veder lei prima d'esser da lei veduti: badare ch'essa non li toccasse, «e portare del sale esorcizzato, della palma ed erbe benedette, come ruta ed altre simili»[358]. Un altro insegna che, se il paziente non regge all'odor del solfo, dà indizio di essere indemoniato. Poi lo facevano denudare, radere, purgare, chè mai non avesse sul corpo o dentro alcun malefizio che impedisse di rivelare la verità. E la taciturnità fu sempre il malefizio più valutato nelle vecchie procedure, come è uno de' maggiori inciampi nelle odierne.
Proponevansi talvolta rimedj efficaci, ma non prudenti. Se un vampiro venisse a suggere il sangue, l'autorità faceva bruciare il cadavere, e il male cessava; ce ne assicura lo scettico Montaigne. Ad una signora mantovana che credevasi ammaliata, il medico Marcello Donato dispose che tra gli escrementi si facessero comparire chiodi, piume, aghi: ella, credendo averli cacciati di corpo, sanò; sì; ma dunque il fatto era vero; la donna avea visto quegli oggetti, nè potea più dubitarne, e la persuasione sua trasfondeva in tutti i suoi conoscenti, e questi ai loro.
Ogni codice sancì pene contro le stregherie. Già il famoso giureconsulto Bartolo consigliava al vescovo di Novara di far morire a lento fuoco una, imputata d'aver adorato il diavolo e con sortilegi mandato a morte dei fanciulli[359]. Una legge veneziana del 1410 proibisce severamente le malie; gli schiavi che, interrogati in proposito, si ostinassero al silenzio erano minacciati di tortura. Lo statuto di Mantova, che durò quanto la dominazione dei Gonzaghi, cioè fino al 1708, impone che i malefici, incantatori, fatucchieri, e chiunque fa incantagione, o dà pozioni per sottoporre il cuore altrui, e trarre all'amore o ad altro fine pernicioso, in modo che uomo o donna sia rimasta malefiziata, e condotta all'insania o a malattia e morte, sieno bruciati; se nessun effetto ne seguì, vadano alla frusta e al taglio della lingua, ed espulsi dal territorio: chi ha l'abitudine di tali atti in secreto o in pubblico, sia arso: possa chiunque denunziarli, e si creda a chi con un testimonio di buona fama giuri d'aver visto, o con quattro testimonj giuri che tal è la pubblica voce. Si eccettua chi faccia tali incantagioni all'intento di guarire. Non avrei che a cercare per moltiplicar gli esempj di simili leggi.
In Italia quest'errore era comune, e nella diocesi di Como Bartolomeo Spina asserisce che oltre mille in un anno se ne processavano, e più di cento bruciavansi[360].
Dinanzi a tanto numero di processi e di vittime, l'uomo è preso da un terribile sgomento della propria ragione, interrogandosi se tutto fu menzogna o delirio; tutto invenzione di tribunali, invasi da quella sete di sangue, che non di rado si scambia per sete di giustizia.
Non pochi ai dì nostri si persuadono della potenza di alcuni a produrre in altri il sonno magnetico e il sonnambulismo. Sappiam noi se quest'arte non si conoscesse anche allora? Certo negli incantesimi entravano quelle che ancora chiamansi erbe delle streghe o magiche, e son generalmente solanacee e narcotiche: e il Porta e il Cardano indicano l'oppio, il giusquiamo, la belladonna, la datura, lo stramonio, il laudano, la mandragora. Inzavardati che si fossero con estratti di tal qualità, nella comatica estasi vedeano diavoli, tregende, altre immagini, abituali ne' discorsi e nelle fantasie d'allora: figuravansi trasportati, e soffrire, e godere realmente. Anche dissipato il sogno, poteano rimaner persuasi fosse stato reale, attesa la credenza comune; tanto che il ripeteano, e ne convincevano se stessi; e il confessavano quando o l'astuzia d'un processante o lo spavento della tortura ne turbasse la mente.
Il Bodino, giureconsulto di prima schiera, il cui libro de Republica anticipava i concetti del Montesquieu, fece una Dæmonomania dove annovera i delitti de' maghi, cioè: 1º rinegano Dio, 2º lo bestemmiano, 3º adorano il diavolo, 4º gli dedicano i figliuoli, 5º glieli sacrificano, 6º li consacrano al demonio fin dall'alvo materno; 7º promettono allettar al suo servizio quanti più potranno; 8º giurano nel nome del diavolo e se ne gloriano, 9º commettono incesti e nefandità, 10º uccidono, cuociono, mangiano persone, 11º e principalmente cadaveri, massime d'impiccati, 12º fan morire mediante veleni o sortilegi, 13º fan perire le bestie, 14º e così le frutte e i cereali, 15º si copulano carnalmente col diavolo.
Non cerchiamo se fosser veri questi delitti; erano creduti, ed esso Bodino s'avventa contro quelli che negano le streghe, principalmente il Viero; e se nel confutarli s'irrita oltre misura, egli ne chiede scusa perchè è impossibile, a chi per poco sia tocco dall'onor di Dio, l'udir tali bestemmie senza incollerirsi.
I fatti dunque sussistevano; erano fuor del naturale; le cause venivano esibite dalla scienza e dalle opinioni del tempo; l'autorità, interprete della pubblica opinione, doveva cercare ed esaminar questi accusati; l'esame si facea secondo la giurisprudenza d'allora; e il castigo era, non dico giusto, ma legale.
E che perfettamente legali fossero reputati i processi dell'Inquisizione, n'è pruova l'averne stampato i codici, gli arsenali, le pratiche, anzichè tenerli arcani; e del resto qual necessità di nasconderli, poichè procedevano non altrimenti che tutti i tribunali, tutti i giudizj?
Eliseo Masini[361] parlando di maghi, streghe e incantatori, contro cui deve procedere il Sant'Uffizio, dice: «Perchè simili sorta di persone abbondano in molti luoghi d'Italia ed anche fuori, tanto più conviene essere diligente; e perciò s'ha da sapere, che a questo capo si riducono tutti quelli che hanno fatto patto, o implicitamente o esplicitamente, o per sè o per altri col demonio;
«Quelli che tengono costretti (com'essi pretendono) demonj in anelli, specchi, medaglie, ampolle o in altre cose;
«Quelli che se gli sono dati in anima ed in corpo, apostatando dalla santa fede cattolica, e che hanno giurato d'esser suoi, o glien'hanno fatto scritto, anco col proprio sangue;
«Quelli che vanno al ballo, o (come si suol dire) in striozzo;
«Quelli che malefiziano creature ragionevoli o irragionevoli, sagrificandole al demonio;
«Quelli che l'adorano, o esplicitamente o implicitamente, offerendogli sale, pane, allume o altre cose;
«Quelli che l'invocano, domandandogli grazie, inginocchiandosi, accendendo candele o altri lumi, chiamandolo angelo santo, angelo bianco, angelo negro, per la sua santità, e parole simili;
«Quelli che gli domandano cose ch'egli non può fare, come sforzare la volontà umana, o saper cose future dipendenti dal nostro libero arbitrio;
«Quelli che in questi atti diabolici si servono di cose sacre, come sacramenti, o forma e materia loro, e cose sacramentali e benedette, e di parole della divina scrittura;
«Quelli che mettono sopra altari, dove s'ha da celebrare, fave, carta vergine, calamita o altre cose, acciocchè sopra essi si celebri empiamente la santa messa;
«Quelli che scrivono o dicono orazioni non approvate, anzi riprovate dalla Santa Chiesa, per farsi amare d'amore disonesto, come sono l'orazione di san Daniele, di Santa Maria, di sant'Elena; o che portano addosso caratteri, circoli, triangoli ecc. per essere sicuri dell'armi de' nemici, e per non confessare il vero ne' tormenti, o che tengono scritture di negromanzia, e fanno incanti, ed esercitano astrologia giudiziaria nelle azioni pendenti dalla libera volontà:
«Quelli che fanno (come si dice) martelli, e mettono al fuoco pignattini per dar passione e per impedire l'atto matrimoniale;
«Quelli che gittano le fave, si misurano il braccio con spanne, fanno andare attorno i sedazzi[362], levano la pedica, guardano o si fanno guardare sulle mani per sapere cose future o passate, ed altri simili sortilegi»[363].
Sarebbe troppo bel privilegio dell'errore se non trovasse contraddittori; e ne trovò, per quanto generale, la credenza ne' notturni congressi. Samuele De Cassini tolse a provare che il demonio non trasporta effettivamente queste donne, e solo in esse produce un'estasi, per la quale credono volare o trovarsi fra la moltitudine; ma Giovanni Dadone domenicano sostenne che il volo talora avvenga realmente[364]; e con lui opinano frà Bartolomeo Spina maestro del sacro palazzo[365], frà Silvestro Priero suddetto, e Paolo Grillandi legista fiorentino che dapprima le aveva negate[366], e fino Gianfrancesco Pico della Mirandola[367]. Frà Leandro degli Alberti, vulgarizzando un costui libro, racconta: «Essendosi scoperto l'anno passato qui quel tanto malvagio, scellerato e malefico giuoco della donna, dove è rinnegato, bestemmiato, e beffato Iddio, e ancor conculcata con i piedi la croce santa, dolce refrigerio dei fedeli cristiani e sicuro stendardo, e dove ancor vi sono fatte altre biasimevoli opere contro della nostra santissima fede; il perchè essendo stato integramente investigato e ponderatamente conosciuto, e ancor proceduto giuridicamente dal savio e providente censore ed inquisitore degli eretici, furono da lui consegnati al giudice molti di questi maladetti uomini, i quali, secondo il comandamento delle leggi, fece porre sopra d'un grandissimo monte di legne, e bruciarli in punizione delle loro scelleraggini ed anco in esempio degli altri. Or così di giorno in giorno procedendosi per estirpare e svellere questi cespugli di pungenti spine di mezzo delle buone e odorifere erbe de' fedeli cristiani, cominciarono molti con ingiuriose parole a dire non esser giusta cosa che questi uomini fossero così crudelmente uccisi, conciossiachè non avevano fatto cosa per la quale dovessino ricevere simile guiderdone; ma ciò che dicevano di detto giuoco, lo dicevano o per sciocchezza e mancamento di cervello, ovvero per paura degli aspri martirj. E non pareva verisimile che fossero fatti dagli uomini tanti vituperj all'ostia consacrata, nè alla croce di Cristo, e alla nostra santissima fede. E questo facilmente potevasi confermare, perchè molti di loro prima avendolo detto, di poi costantemente lo negavano. Per questi biasimevoli ragionamenti di giorno in giorno crescevano nel popolo simili mormorii, la qual cosa intendendo lo illustre principe signor Gianfrancesco, uomo certamente non manco cristiano che dotto e letterato, deliberò di voler intenderne molto integramente, e con sottili investigazioni conoscere così il fondamento come tutte le altre minime cose che erano formate sopra di esso, prima intervenendovi e ritrovandosi alle esaminazioni di quelli avanti dell'inquisitore, poi interrogandoli da sè a sè, parte per parte di detto scellerato giuoco, e degli abominevoli riti e profani costumi e scomunicati modi e maledette operazioni che ivi continuamente si fanno, e non solamente da uno di quelli, ma da gran numero; e ritrovandoli accordarsi nelle cose di maggior importanza, cioè sommersi in tanti sozzi vizj, siccome vero servo di Gesù Cristo, acciò che ciascuno si deva ben guardare dalle fraudi dell'antico nostro nemico, ed ancora per poterlo meglio in ogni luogo perseguitare, si pose a scrivere di questa rea, scellerata e perversa scuola del demonio...».
Gianfrancesco introduce la strega a dialogar con uno che non vi crede (Apistio), e che affaccia objezioni di buon senso a tutte le confessioni di quella, mentre il giudice (Dicasto) adopera le formole giuridiche per provare che non sono illusioni, e sostenere la verità delle deposizioni di lei intorno al trasporto reale delle persone, ai sozzi banchetti, alle nefande nozze, all'abuso del sacrosanto pane. Da altri processi egli raccolse d'un prete Benedetto, innamorato del diavolo in carne col nome d'Armellina, i cui piaceri esso preferiva a qualunque altro, e con costei discorreva fin per le piazze, sembrando mentecatto agii altri che non la vedeano; per amor di lei non battezzava i bambini, non consacrava le ostie, e all'elevazione le alzava capovolte, così eludendo i sacramenti. D'altri ancora egli sa, talmente presi d'un demonio in forma di donna, che voleano abbandonar piuttosto la vita; finchè quella gran fiamma ne era cacciata coll'altra fiamma d'una catasta di legna. E questi fatti sono tanto comuni che confessano andare alla tregenda oltre due migliaja di persone.
La strega del Pico conviene d'aver mandato la gragnuola sui campi di suoi malevoli, uccisone il bestiame, succhiato il sangue di sotto le ugne de' bambini, finchè morivano se essa medesima non vi prestasse rimedj, insegnatile dal demonio. L'incredulo insiste principalmente sul perchè dal demonio non domandasse denari; ed essa risponde averne anche avuti, ma che scomparvero, e l'attrattiva maggiore consistere sempre ne' piaceri del senso. Il demonio permetteale tutti gli atti di cristiana, ma mentre assisteva ai divini uffizj dovesse sottovoce protestare come a menzogne, stralunare gli occhi, far atti di scherno, e trattasi di bocca la particola, conservarla per le profanità della tregenda.
Paolo Grillando inquisì una donna che, mentre era riportata a casa dal diavolo amante, udì sonar l'ave della mattina, ond'esso fuggì lasciandola sul terreno, ove fu trovata ignuda. Un marito spiò sua moglie tanto, che s'accorse dell'ungersi e dello scomparire, e a rinforzo di bastonate obbligatala a confessare, volle menasse lui pure alla tregenda: ivi sedutosi a mensa, tutto trovava insipido, onde chiese del sale, inusato ai loro banchetti. Avutone dopo lunga istanza, esclamò: «Lodato Dio che finalmente il sale è venuto»; e bastò quell'esclamazione perchè tutto andasse in dileguo, ed egli rimase colà ignaro del luogo, finchè la mattina da pastori sopravenuti seppe ch'era presso Benevento, a cento miglia dalla patria sua. Dove tornato, fece processar la moglie e condannare[368].
Altri fatti egualmente certi aveva in pronto Bartolomeo Spina predetto. Una fanciulla, che dimorava colla madre a Bergamo, fu una notte trovata a Venezia nel letto di un suo parente; chiesta del come, vergognosa raccontò aver visto sua madre ungersi, e trasformata uscir dalla finestra; ed ella volle far esperimento dell'unto stesso, e seguì la madre, e la vide tender insidie al fanciullo parente; di che ella spaventata invocò il nome di Gesù, e tosto ogni cosa disparve; l'inquisitore ne fe processo, e la madre alla tortura confessò il tutto. Antonio Leone, carbonajo di Valtellina, dimorante a Ferrara, narrava d'un marito che parimente vide la moglie untarsi, ed uscir per la gola del camino, ed egli imitatala, la raggiunse in una cantina: essa, come il vide, fece un segno pel quale tutto sparì, ed egli rimasto colà, fu côlto per ladro: se non che si scolpò narrando il fatto, pel quale la moglie fu mandata al supplizio[369].
Basta il buon senso più triviale a spiegar questi fatti; ma non tutti così chiari sono quelli che adducono gli apologisti, l'insistenza dei quali convince che v'aveva contraddittori. Nel 1518 il senato veneto, disapprovando le esorbitanze degl'inquisitori nella Valcamonica, rinomatissima per tale fastidio, revocò a sè i processi, e statuì che in tali materie i rettori delle città si unissero agli ecclesiastici. Combatterono l'opinione vulgare il francescano Alfonso Spina[370], il cavaliere Ambrogio Vignato giureconsulto lodigiano[371], Gianfrancesco Ponzinibio giurista piacentino, negando possa il demonio generare come incubo o come succubo, e i voli delle streghe e le tregende esser illusione[372]. Andrea Alciato[373] scrive: «Era venuto un inquisitore nelle valli subalpine per inquisire le streghe; già più di cento n'avea bruciate, e quasi ogni dì nuovi olocausti a Vulcano ne offeriva, delle quali non poche coll'elleboro piuttosto che col fuoco meritavan essere purgate; finchè i paesani colle armi si opposero a quella violenza, e recarono la cosa al giudizio del vescovo. Egli, speditimi gli atti, chiese il mio parere»; e fu diretto a sottrarre queste sciagurate ai supplizj; dichiarò siffatta credenza non esser che di donnicciuole; e perchè (domandava) non potrebbe il demonio aver preso le sembianze di esse donne? e come mai scompare tutta la tregenda all'invocare Gesù?
A Pietro Borboni arcivescovo di Pisa, che consultò i dotti di quell'Università se il fatto di certe monache ossesse fosse naturale o soprannaturale, Celso Cesalpino, famoso naturalista rispondeva, esponendo a lungo i portenti attribuiti alla magia, senza mostrare impugnarli; di poi argomentando con Aristotele, asserisce esistere intelligenze medie fra Dio e l'uomo, ma non poter queste comunicare con noi[374]. Forza era conchiudere non poter essere reali gli esaminati invasamenti: ma egli, per riguardi al tempo, non dichiara se non che non sono naturali, e volersi applicarvi i rimedj della Chiesa.
Traviata così l'opinione del vulgo e dei dotti, farà più dispiacere che meraviglia il vedere membri rispettabilissimi della Chiesa trascinati dalla corrente. Nel 1494 papa Alessandro VI, avendo udito in provincia Lombardiæ diversas utriusque sexus personas incantationibus et diabolicis superstitionibus operam dare, suisque veneficiis et variis observationibus multa nefanda scelera procurare, homines et jumenta ac campos destruere, et diversos errores inducere, commette agli inquisitori di perseguitarle. Pure egli avea vietato a questi d'intrigarsi di sortilegi, malie, fatucchierie, se non v'intervenissero abuso di sacramenti o atti contro la fede. Nel 1521 Leone X, all'occasione de' molti sortilegi scopertisi in Valcamonica, parlava agli inquisitori della Venezia d'una genia perniciosissima che rinnega il battesimo, e dà il corpo e l'anima a Satana, e per compiacergli uccide fanciulli, ed esercita altri malefizj[375]. Nel 1523 Adriano VI al Sant'Uffizio di Como scriveva essersi trovato persone d'ambo i sessi, che prendono a signore il diavolo, e con incantagioni, carmi sacrilegi ed altre nefande superstizioni guastano i frutti della terra, e si licenziano ad altri eccessi e delitti[376].
Riferisce il padre Carrara, nella storia di Paolo IV L. II § 8, che in quel tempo i demonj fecero l'estremo di loro possa, come chi si sente alle strette. Fra gli altri nel 1558 invasero un luogo pio d'orfanelle in Roma, di modo che il papa istituì una congregazione di ragguardevoli prelati, alla cui testa il cardinale decano Bellay e G. B. Rossi generale dei Carmelitani, perchè riconoscesser il fatto e cogli esorcismi riparassero la repentina perturbazione di quelle zitelle. Una maga africana abitante in Transtevere pretendea guarire un certo Cesare, sellajo pontifizio, che diventava acatalettico, e credeasi indemoniato; ma voleva averne la permissione dal papa onde non incorrere le pene da esso minacciate contro le superstizioni. Il padre Ghislieri non solo negò tal licenza, ma fe carcerare la strega, e sebbene non si riuscisse a provarla rea, la esigliò, e il sellajo affidò agli esorcismi del padre Rossi. Questi lo conobbe veramente indemoniato; e ordinò alla madre di lui facesse minute indagini per casa, massime nelle coltrici, e sotto i limitari delle porte, ove gli streghi sogliono riporre lor malefizj; e di fatto sotto un mattone si trovò un pentolino sudicio e polveroso, e in esso un battufolo di carte e cenci, un circoletto di capelli biondi come l'oro, con un lento nodo, due unghie di mulo, due penne di gallina piegate a triangolo: due aghi fitti in un cuore di cera; un ritaglio d'unghia umana, grani di cicerchia e d'altri legumi; e nel fondo tre carte piegate; in una delle quali una rozza effigie d'uomo, trafitto da due dardi incrociati a modo di X; nell'altra 13 nomi ignoti, probabilmente di demonj; nella terza era scritto «Cesare, come qui sopra passerai, per dieci anni in gran pena starai» e parole inintelligibili.
Subito il pentolino fu messo nell'acquasanta, indi riposto in luogo sicuro; e intanto Cesare si trovò liberato, e tornò florido e tranquillo. Tutto ciò il padre Carrara, per attestar come il mondo fosse contaminato da diavolerie, e come vi rimediasse il santo rigore di Paolo IV.
Gregorio XV inveiva contro coloro che fanno malefizj, donde, se non morte, seguono malattie, divorzj, impotenza di generare, altri danni ad animali, biade, frutti ecc. e vuole che i rei siano immurati. Secondo il serio storico De Thou, diceasi che Sisto V avesse pratica col demonio, e patto di darsegli, purchè fosse papa e pontificasse sei anni. Di fatto ebbe la tiara, e per cinque anni segnalossi con azioni che sorpassano l'elevazione dello spirito umano. Al fine cadde malato, e il demonio venne a intimargli il patto. Sisto incollerito lo rimbrottò di mala fede, giacchè soli cinque anni erano corsi; ma il demonio gli disse: «Ti ricorda che, trattandosi di condannar uno che non avea l'età legale, dicesti Gli do uno de' miei anni?» Sisto non seppe qual cosa rispondere, e si preparò a morire fra i rimorsi.
Vero è che il De Thou non sta garante del fatto, potendo esser invenzione de' malevoli Spagnuoli[377]. E Sisto V emanò nel 1585 la lunghissima bolla Cœli et terræ creator Deus, con cui condannò la geomanzia, idromanzia, aeromanzia, piromanzia, oneiromanzia, chiromanzia, necromanzia; il gettar sorti con dadi o chicchi di frumento o fave; il far patto colla morte o coll'inferno per trovare tesori, consumar delitti, compiere stregherie; al demonio ardere profumi e candele, come pur quelli che negli ossessi e nelle linfatiche e fanatiche donne interrogano il demonio sul futuro; le donne che entro ampolle serbano il diavolo, ed untesi con acqua od olio la palma o le unghie, lo adorano; quindi proibisce tutti i libri d'astrologia, il prendere l'ascendente, descrivere pentagoni, e le altre superstizioni allora in credito. Dove si noti che que' nomi sono gli indicati già da Porfirio[378], e che ne risultano due fatti: primo, il generalizzarsi di tali pratiche, quasi un'ebollizione dello spirito satanico al tempo della Riforma; secondo, la persistenza di esse, malgrado le cure della Chiesa.
Nel 1598 Clemente VIII era nel 63 anno di vita e settimo del pontificato; due numeri climaterici pel 7 e il 9, sicchè il popolo ne aspettava disgrazia, ed egli ripetea d'averne soli 62, aspettando che l'influenza passasse.
A Paolo V un astrologo dichiarò vivrebbe poco; ond'egli licenziò il cuoco e lo scalco, circondavasi di precauzioni, non ardiva ricever alcun memoriale da sconosciuti, e dapertutto vedea veleni e insidie, finchè fu guarito da un rimedio omiopatico, cioè da un consulto d'astrologi che dichiarò esser trascorso il tempo dell'influsso minaccioso.
Nel 1588 il cardinale Agostino Valier, lodatissimo vescovo di Verona, in una pastorale compiangeva come «si trovino alcuni, sebbene di vile e bassa condizione che hanno fatto patto coll'inferno, cioè col demonio infernale, attendendo a superstizioni, incanti, stregherie, e simili abominazioni».
Il vescovo Bonomo, nei decreti per la diocesi comense, vieta l'usar figure e anelli magici per medicar uomini o bestie, le stregherie, le fasciature, il trattar ferite e morbi colla recita di certe formole, il raccoglier felci e loro semi in dati giorni e ore, e maghi e indovini siano puniti dal vescovo come pure le maliarde che affascinano e uccidono fanciulli, inducono sterilità e gragnuola.
San Carlo nel primo suo concilio provinciale ordinava che maghi, malefici, incantatori, e chiunque fa patto tacito o espresso col diavolo sia punito severamente dal vescovo, ed escluso dalla congregazione dei fedeli[379]. Nel suo rituale stabilisce le penitenze che devono applicarsi a maghi, per 5 anni; a chi getta tempeste, anni 7 in pane ed acqua; a chi canta fascinazioni, tre quaresime; a chi fa legature e malie, due anni. Egli avea vietato che nessuno in predica dicesse il giorno della fin del mondo[380]: e nel V concilio provinciale mette: Ad nuptias matrimoniaque impedienda vel dirimenda eo cum ventum sit, ut veneficia fascinosve homines adhibeant, atque usque adeo frequenter id sceleris committant, ut res plena impietatis, ac propterea gravius detestanda; itaque ut a tanto tamque nefario crimine pœnæ gravitate deterreantur, excomunicationis latæ sententiæ vinculo fascinantes et venefici id generis irretiti sint.
Nella Mesolcina, valle italiana appartenente ai Grigioni, abbondavano le streghe, che faceano malie, affascinavano fanciulli, inducevano temporali, e adunavansi ai sabbati, ove dal diavolo erano sollecitate a calpestar la croce. San Carlo, visitando come legato pontifizio que' paesi, mandò a farne processo; e si trovò il male ancor peggio dell'aspettazione; centrenta streghe abjurarono, altre furono arse, fra cui Domenico Quattrino prevosto di Rovereto, che da undici testimonj era stato visto alle tregende menar un ballo coi paramenti da messa, e recando in mano il santo crisma[381].
Il padre Carlo Bescapè, sotto gli 8 dicembre 1583, descriveva al suo superiore il supplizio d'alcune fra queste, «In un vasto campo costrutto un rogo, ciascuna delle malefiche fu sopra una tavola dal carnefice distesa e legata, poi messa boccone sulla catasta, ai lati della quale fu appiccato fuoco: e tanto fervea l'incendio, che in poco d'ora apparvero le membra consunte, le ossa incenerite. Dopo che il manigoldo l'ebbe avvinte alla tavola, ciascuna riconfessò i suoi peccati, ed io le assolsi: altri sacerdoti le confortavano in morte, e le affidavano del divino perdono.... Io non basto a spiegare con qual intimo cordoglio, e di quanto pronto animo abbiano incontrato il castigo. Confessate e comunicate, protestavano ricevere tutto dalla mano di Quel lassù, in pena de' loro traviamenti; e con sicuri indizj di contrizione offrivangli il corpo e l'anima. Brulicava la pianura di una turba infinita, stivata, intenerita a lacrime, gridante a gran voce, Gesù! e le stesse miserabili poste sul rogo, fra il crepitar delle fiamme udivansi replicare quel santissimo nome; e pegno di salute aveano al collo il santo rosario.... Questo volli io che la tua riverenza sapesse, perchè potesse ringraziar Iddio, e lodarlo per li preziosi manipoli da questa messe raccolti»[382].
Nel 1586 Daniele Malipiero senatore veneziano fu arrestato come negromante, e così i nobili Eustachio e Francesco Barozzi, e condannati all'abjura. Questo Francesco, di cui si hanno varj trattati matematici e filosofici, persistette al niego, finchè promessogli salva la vita e la roba, confessò aver praticato diavolerie con profanazione d'olj santi e d'altri sacramenti; costretto le intelligenze con circoli; fatto la statua di piombo conforme alle regole di Cornelio Agrippa: aggiunse che sapea far venir persone dalle estremità del mondo; con una lamina fabbricata sotto l'ascendente di Venere, costringere a voler bene, e stare preparandone altre sotto l'influsso di diversi pianeti per conseguire oro, dignità, onorificenze; confidarsi di poter con sortilegi istruire in tutte le scienze il proprio figliuolo; avere scoperto il senso de' geroglifici esistenti sulla piazza di Costantinopoli, secondo i quali al 1590 doveva estinguersi la casa Ottomana e la potenza de' Turchi; trovandosi in Candia durante una lunghissima siccità, vi fece piovere, ma insieme versossi tal gragnuola, che devastò i campi ch'esso v'aveva. Perocchè egli era abbastanza ricco, ma pe' vizj e il disordine spesso si trovava sprovisto. Fu condannato a dar pochi danari con cui far crocette d'argento, e a praticare alcuni atti di pietà, «esortandoti anche a tener sempre acqua benedetta nella tua camera per difesa contra tanti spiriti infernali, con i quali hai avuta famigliarità»[383].