DISCORSO XXXVII.
ERETICI DI LUCCA.

Il volgersi della critica alle cose sacre traeva a rigori anche l'aristocratica Lucca. Non meno religiosa delle sorelle, essa graziosissima città nel secolo XIII contava cinquantotto chiese, e cinquecenventisei nella molto diffusa diocesi. Al par degli altri Comuni italiani, avea fatto statuti contro gli eretici e i Patarini[488]: poi nel 1525 proibito i libri di Lutero e de' Luterani, obbligo a chi ne possedesse di consegnarli. Ma molti proseliti v'aveano fatto Pietro Martire, l'Ochino, Aonio Paleario, che vi stettero predicatori e professori. L'aristocrazia dominante o non se n'avvedea, o taceasi per non invelenire gli umori quand'erano ancor recenti la sollevazione democratica degli Straccioni e i tentativi parricidi di messer Pietro Fatinelli[489], e quando dovea tremare delle mal dissimulate ambizioni di Cosimo di Toscana. In nessun luogo trovammo accennato che si divisasse tener il Concilio a Lucca; ma fra le carte medicee dell'archivio di Firenze[490] ci occorse una nota del 1545, che annovera i motivi per cui i Lucchesi declinavano quest'onore ed erano:

1º perchè sariano costretti a gravi spese onde premunirsi da pericoli; 2º perchè ne resterebbe disturbata la mercatanzia sopra cui vivono; 3º che avendo appena da viver per tre mesi, troppo occorrerebbe fare venire per tanta gente; 4º che difficilmente si troverebbero alloggi; 5º che i prelati non avendo donne, non sarebbero veduti molto volentieri; 6º che il paese non gradirebbe tale convegno, e però ne seguirebbero maledizioni anzichè benedizioni.

Nel settembre 1541 Carlo V, reduce dalla dieta di Ratisbona ed avviato alla famosa spedizione di Algeri, invitò Paolo III a venir a Lucca per concertarsi sul Concilio. Il papa vi andò con sedici cardinali, ventiquattro prelati, gli ambasciadori del re de' Romani e di Francia, Portogallo, Firenze, Ferrara; l'ammiraglio de' cavalieri di Rodi con diciotto cavalieri; cencinquanta soldati a cavallo, ducento a piedi. Egli s'affaticò a distorre Carlo V dalla spedizione, che ognun sa come a male riuscisse e dalle concessioni che ai Luterani avea dovuto fare a Ratisbona. In quell'incontro verun disturbo fu recato ai dissidenti che vi dimoravano, tra i quali Pietro Vermiglio.

L'illustre lucchese Bartolomeo Guidiccioni fu carissimo a Paolo III, che lo indusse ad accettare impieghi, onorificenze e il cardinalato e varj vescovadi, fra cui quello di Lucca, che presto rinunziò al nipote Alessandro. Questi, operosissimo intorno al Concilio di Trento, scrisse assai di materie di diritto, e quando morì, il papa, che nulla mai intraprendeva senza consultarlo, disse saria stato il più meritevole di succedergli per virtù, illibatezza, e scienza. Or egli da Roma nel 1542 scriveva al Governo di quella sua patria: «Qui è nuova per diverse vie quanto siano moltiplicati i pestiferi errori di quella condannata setta luterana in la nostra città; li quali, ancorchè paressero sopiti, si vede che hanno dormito per svegliarsi più gagliardi... Fino ad ora si è potuto pensare che il male fusse in qualche pedante e donne; ma intendendosi le conventicole quali si fanno in Santo Agostino, e le dottrine quali s'insegnano e stampano, e non vedendo fare alcuna provisione da quelli che governano, o spirituale o temporale, nè ricercare che altri la facci, non si puol credere altro se non che tutto proceda con volontà e consenso di chi regge. Onde di nuovo prego le signorie vostre che vi facciano tal provigione, che renda presto tanto buon odore, quando fetore ha sparso e sparge il male: e chi cacciasse con autorità della sede apostolica quelli frati, autori e nutritori già tanto tempo di quelli pestiferi errori, e desse quel loco a chi facesse frutto bono, e castigasse qualcuno di quella setta, saria forse salutifero rimedio...

«Intanto pareria che le signorie vostre col loro braccio ordinassero che il vicario del vescovo facesse incontinente prendere quel Celio (il Curione) che sta in casa di messer Nicolò Arnollini, il quale dicono aver tradotto in volgare alcune opere di Martino, per dare quel cibo fino alle semplici donne de la nostra città, e che ha fatto stampar quei precetti a sua fantasia: oltrechè e da Venezia e da Ferrara se ne intende di lui pessimo odore. Così è da far diligenza in quei frati di Sant'Agostino, massime di ritener quel vicario, il quale s'intende per certo che ha comunicati più volte molti de' nostri cittadini con darli dottrina che quello debbon fare in memoria solo della passione di Cristo, non già perchè credino che nell'ostia vi sia il suo santissimo corpo. E custoditi con diligenza, li potranno mandare a Roma, o vero avvisare come li tengono ad istanza di sua beatitudine acciocchè ogni uomo cognosca che le signorie vostre vogliono cominciare a far qualche dimostrazione, ed essere, come sono stati i nostri avoli, buoni e cattolici cristiani e obbedienti figli della santa sede apostolica...

«Questa mattina, da poi la partita dell'ambasciatore, in la congregazione fatta dalli reverendissimi deputati sopra queste eresie e errori luterani, dinanzi nostro signore sono state lette otto conclusioni luterane e non cattoliche di don Costantino priore di Fregonara, le quali sono tanto dispiaciute a n. s. e alli reverendissimi deputati, che mi hanno commesso che io scrivi a v. s. che lo faccino incarcerare con darne avviso, o che lo mandino con quello altro frate di Sant'Agostino. E così le ricerco che vogliano fare e con diligenza, perchè sarà grande purgazione del mal nome della nostra città, e mostreranno che tali errori li dispiacciono, e faranno cosa grata a Dio».

Il senato mandò a scolparsene: insieme comandò che il gonfaloniere e gli anziani si porgessero più frequenti alle sacre funzioni: consentì l'arresto d'alcuni sospetti, fra' quali il priore di Fregonara che potè fuggir a tempo, e l'innominato agostiniano, che fu tratto di carcere da aderenti suoi.

Se credessimo al Beverini, tardo espositore degli Annali Lucchesi, Luiso Balbani, dimorante per affari a Brusselle, per opera del gran cancelliere Granuela potè non visto intender un colloquio fra l'imperatore, il nunzio pontifizio e l'oratore del duca di Toscana, ove lamentavansi che la repubblica di Lucca fomentasse l'eresia, sicchè converrebbe metterla in dipendenza di Cosimo, se tosto non si emendasse. Il Balbani sarebbe corso ad annunziarlo al patrio senato, e i senatori che sentivansi in colpa, sbigottiti fuggirono.

Nessun atto appoggia questa, ch'egli dà come tradizione orale. Pure Pietro Martire Vermiglio, dirigendo ai fratelli lucchesi l'apologia della propria fuga, si congratulava che colà i credenti aumentassero. Forse ne esageravano il numero sì Roma per voglia di piantarvi l'Inquisizione, sì il signor di Firenze per toglierne pretesto a mettere le mani su quell'ambita repubblica, la quale pensò ovviare i pericoli con esorbitanti rigori. Il consiglio generale con bando del 15 maggio 1545. «Dubitando che siano alcuni temerarj, li quali, con tutto che non abbino alcuna intelligenzia delle scritture sacre nè di sacri canoni, ardischino di metter bocca nelle cose pertinenti alla religione cristiana, e di essa ragionar così alla libera come se fussero gran teologi, e in tali ragionamenti dir qualche parola, o udita da altri simili a loro, o suggerita dalla loro diabolica persuasione, la qual declina e tiene della eresia, e legger anche libretti senza nome d'autore, che contengono cose eretiche e scandalose; donde potrebbe facilmente succedere, che non solo essi s'avviluppassero in qualche errore, ma vi avviluppassero anche dentro degli altri», multa siffatti discorsi, ed ai recidivi sin la galera; assolto chi denunzia altri; i libri d'eretici si consegnino, pena la confisca; non si mantenga corrispondenza con eretici, e nominatamente coll'Ochino o don Pietro Martire; tre cittadini siano eletti annualmente per vigilare su tali colpe. Tutto ciò per altro non concerneva che il futuro, del passato non dovendosi far ricerca: al che il papa consentì, encomiando lo zelo de' magistrati[491].

Crebbe i sospetti il noto affare di Francesco Burlamacchi. Associando, come spesso si suole, le aspirazioni liberali politiche alle religiose, aveva egli meditato resuscitar le cadute repubbliche toscane contro la tirannide di Cosimo; unendole a quelle di Siena e di Lucca sua patria ancor sopravviventi; insieme si ritornerebbe la Chiesa alla apostolica povertà togliendo i beni agli ecclesiastici, e al papa il dominio temporale per restituirlo alla supremazia dell'Impero. Nominato capo delle cerne del contado e delle ordinanze della montagna, credea che basterebbero per assalir Pisa e gridarvi libertà, donde moverebbe sopra Firenze. Non misurando i mezzi al fine, confidava ne' pochi coi quali aveva accordo, e in quelli che accettavano le dottrine eterodosse (1546). Ma avutone conoscenza, i senatori stessi che sperava favorevoli, l'arrestarono e fecero metter al tormento, poi lo consegnarono a un commissario imperiale che lo tradusse a Milano, dove ebbe mozza la testa il 14 febbrajo 1548.

Il Burlamacchi nella sua difesa non avea cercato se non dimostrare che tutto ciò aveva intrapreso per far servigio all'imperatore.

«Interrogato qual beneficio intendesse fare a sua maestà con questa unione,

«Rispose essere che, riuscendogli l'impresa dell'unire Toscana, avea designato di poi andare o mandare o scrivere all'imperatore, e pregarlo se ne venisse dalla parte di qua, e che vedesse di riformare la Chiesa dalli molti abusi che vi sono e ridurla all'unione di molte varietà de opinioni che vi sono, il che li poteva riuscire poi levarli l'entrata lassandoli goder a quelli che l'hanno adesso, e dopo la morte loro l'applicasse o al pubblico, o a sovenzione de' poveri, secondo che li fosse parso meglio, e con questo avrebbe contentati li Alemanni, e ridottili alla obedienza sua, li quali non desideravano altro, e avrebbe esortato a pigliare la via di Roma, e coll'ajuto de' detti Alemanni e della Toscana, a farsi imperadore de' Romani, e che questo facilmente si sarebbe riuscito col soprascritto ajuto, e con aver lì vicino il reame di Napoli e la parte in Roma»[492].

Pensava dunque sveller d'Italia i papi per piantarvi gli imperatori tedeschi.

L'anno 1549 di repente si udì che il Sant'Uffizio, informato esser giunti a Lucca molti libri luterani, mandava inquisitore il prior dei Domenicani di San Romano. Sbigottironsi i senatori e il popolo di questo tribunale eccezionale, e ne mossero richiami a Roma per mezzo del cardinal vescovo, e ottennero quell'incombenza fosse affidata al vicario vescovile, assistito dal Governo, senza ingerenze forestiere. Il qual Governo, per mostrarsi zelante, al 24 settembre di quell'anno rivedea la legge contro gli eretici, confermandola, ed estendendo le pene a qualunque libro di religione non sottoscritto dal vicario del vescovo; ognuno sia obbligato confessarsi e comunicarsi; in quaresima non si macelli, nè si spacci carne se non di capretto, vitello o castrato; niuno tenga a servizio persone uscite di convento; a tutto mettendo comminatorie, e provocando a spioneggi. Pure il nuovo vescovo Alessandro Guidiccioni ebbe frequenti contrasti di giurisdizione, dietro ai quali vennero lamenti di negligenza nel vegliare sugli eretici, del lasciar crescere questi al segno, che solo il braccio apostolico basterebbe a sradicarli: l'imperatore stesso ne mosse rimproveri; il Sant'Uffizio a Roma ne' suoi processi trovava continuamente avviluppati alcuni lucchesi e in corrispondenza coi fuorusciti, talchè di nuovo venne istituita l'Inquisizione. E i senatori mandarono Jacopo Arnolfini al papa per assicurarlo sulla sincerità di credenze del Governo, e promettere veglierebbero e punirebbero l'eresia, senza sconcertar la repubblica con quella inusata autorità[493].

In fatto riuscirono a rimuover il pericolo; ma per estirpare l'infausto seme si istituì nel 1545 l'uffizio di religione che vigilasse sopra le novità di fede, e ne esistono gli atti nell'archivio lucchese; come sui costumi fu costituito un uffizio dell'onestà e uno della bestemmia che procedette anche contro i giocatori.

D'ordine del Sant'Uffizio, il vescovo pubblicò un editto, invitando tutti i fedeli traviati a confessar fra tre mesi i loro errori, davanti a testimonj, impetrandone piena assoluzione: trascorso quel tempo, si procederebbe contro i contumaci coll'autorità apostolica, cioè con tribunale eccezionale. Spiaceva come indecoroso quel solenne perdono: spiaceva quella procedura eccezionale, e parea che il breve del Sant'Uffizio esagerasse l'estensione dell'eresia, mentre le dava tanta pubblicità; lo perchè Paolo IV sospese l'editto, commettendo al vescovo di udir in secreto le confessioni (1555). Ma a quel movimento, forse perchè si temesse veder ridotte ad effetto quelle che fin allora non erano state che minaccie, molti cittadini fuoruscirono, tra cui Filippo Rustici che a Ginevra tradusse la Bibbia (1562), Giacomo Spiafame vescovo di Nevers; il dottor Nicolao Liena, molto adoprato ne' pubblici affari; Pietro Perna, che posta tipografia a Basilea, moltiplicò edizioni principalmente di Riformati, avendo a correttore Mino Celsi senese; il medico Simon Simoni. Anche intiere famiglie sciamarono, come i Liena, gli Jova, i Trenta, i Bulbani, i Calandrini, i Cattani, i Minutoli, i Buonvisi, i Burlamacchi, i Diodati, gli Sbarra, i Saladini, i Cenami, che poi diedero alla Svizzera utili cittadini, e alla repubblica letteraria personaggi illustri[494].

Questi profughi erano stati condannati per eretici e confiscatine i beni, ma ciò piuttosto per mostra, attesochè erasi lasciato ad essi il tempo di metter al coperto le sostanze. Spirato il termine assegnato al ritrattarsi, Paolo IV aveva invocato il braccio secolare affinchè i renitenti fossero tradotti al Sant'Uffizio, e in fatto tre cittadini vennero arrestati. I senatori imputarono di queste durezze il loro vescovo, che disgustato da contrasti giurisdizionali, coglieva ogni occasione di fare sfigurar la sua patria. Contro sei profughi fu eretto processo a Roma, e arse le loro effigie; e il Governo lucchese s'affrettò a dichiararli ribelli e staggirne i beni, prima che vi mettesse mano l'Inquisizione. Michele Diodati, citato a Roma dall'Inquisizione, rinunziò al posto d'anziano por andar subito a scagionarsi, ma non vi riuscì che dopo due anni. Nel 1558 si proibiva ogni colloquio o corrispondenza colle persone dichiarate eretiche, o contumaci alle chiamate del Sant'Uffizio.

Il senato lucchese accettò i decreti del Concilio di Trento, e la bolla sulla stampa: obbligò gli albergatori a dar nota di tutti i forestieri sospetti di male dottrine: escluse dagli uffizj i discendenti fin al secondo grado di quelli dichiarati eretici: col che meritò che Pio V mandasse il principe Colonna a presentar alla repubblica la rosa d'oro benedetta, che suol darsi a gran principi in segno d'affetto. Troppo premeva ai Lucchesi di mostrarsi cattolici zelanti, attesochè Cosimo, ambendo annetterseli sudditi, li denunziava come marci d'eresia: onde, quanti erano domandati dal Sant'Uffizio, consegnavano od obbligavano a grossa malleveria di presentarsi. Di tempo in tempo rinnovavansi i tentativi di stabilir l'Inquisizione ed era non piccolo studio il rimoverla, lasciando anche processare magistrati e persone in grande stima.

Un Lorenzo Del Fabbro cospirò anzi per mostrar necessaria l'Inquisizione, raccogliendo deposizioni d'uomini vulgari. Se n'accorse il Governo, e fattone processo, il mandò a Roma. Dopo lunghe indagini, il Del Fabbro fu prosciolto, e il senato, secondando l'odio pubblico, tentò bandirlo col pretesto che cercasse trasferir fuori di patria l'arte della lana; ma il Sant'Uffizio si accorse che era un pretesto per vendicarsene, e lo difese.

Pure, qualvolta capitasse alcun inquisitore, era tenuto isolato per modo, che dovesse presto andarsene: e cercando i Gesuiti di farvisi domandare per diriger l'educazione de' nobil giovani, il senato dichiarò non potersi simil gente ricettare senza manifesto pericolo della repubblica.

Nel 1561, ad esortazione de' cardinali inquisitori, si raddoppiò d'oculatezza al confine sopra i libri proibiti, dando autorità di aprire i plichi e le valigie provenienti d'oltremonte. Quando Pio IV temette che i molti Lucchesi che viaggiavano in Isvizzera, nel Brabante e in Francia non ne contraessero l'infezione, il senato proibì di stabilire dimora in quelle contrade (1562, 20 gennajo); coloro che abitano in Lione devano tutti insieme comunicarsi il giorno di Pasqua; chi alloggi alcun forestiere, e gli veda far atti o discorsi meno cattolici, lo denunzii: ai dichiarati eretici dello Stato si proibisce di fermarsi in Italia, Spagna, Francia, Fiandra, Brabante, «luoghi ne' quali la nazione nostra suole conversar, abitare e negoziare assai»; e se «vi siano trovati, chiunque gli ammazzerà guadagni per ciascun di loro, de' danari del Comune, scudi trecento d'oro; se bandito, rimanga libero; se no, possa rimetter un altro bandito»[495].

Questo decreto attirò al Comune le lodi di Pio IV e di san Carlo, e fu proposto ad esempio altrui: ma che non abbia spinto nessuno all'assassinio ce ne dà speranza l'udire come molti eretici restassero in questa città, tenessero corrispondenza coi fuorusciti, e ricevessero opere protestanti, e san Carlo in lettera del 13 dicembre 1563 agli anziani di Lucca, rammentando i presi provedimenti, diceasi informato che i loro cittadini e sudditi in Francia, e massime a Lione, faceano alla peggio, e viveano sospesi circa la fede; lo perchè gli esortava a rinnovar gli ordini, e farli rigorosamente osservare.

In effetto a Lione, per maneggiarsi nelle turbolenze religiose, erano venuti da Ginevra molti profughi lucchesi, e mossero rumor grande di tali decreti, appellandosi alla protezione regia sotto cui viveano: laonde la regina Caterina e Carlo IX si dolsero colla republica dell'ingiustizia di quegli atti, e mandavano al governator di Lione che non lasciasse far loro violenze. Il senato scrisse giustificazioni alla Corte ed ai senati di Ginevra e di Berna; al che Caterina replicò non aver volulo impedire il corso della giustizia, nè dato quelle lettere se non per le importunità de' religionarj, che aveano esposto le cose in aspetto differente. Ne presero ardire i signori lucchesi, e una riformagione del 1570 contiene i nomi di nuovi banditi, che sono Giofredo di Bartolomeo Cenami, Nicola Franciotti, Giuseppe Cardoni, Salvatore dell'Orafo, Antonio fratello di Michelangelo Liena, Gaspare e Flaminia Cattani, Cesare di Vincenzo Mei, Benedetto di Filippo Calandrini, Michele di Francesco Burlamacchi, Giuseppe Jova, Lorenzo Alò, Venturini, Marco di Clemente di Rimino. I loro nomi stavano affissi sopra una tabella pubblica, affinchè niuno ignorasse l'obbligo di evitarne ogni corrispondenza, e se disobbedissero alla citazione, n'erano confiscati i beni.

Un altro Alessandro Guidiccioni era succeduto all'omonimo, il quale violentemente procedeva nelle riforme e cozzava col Governo: molestò alcuni tedeschi acattolici che per commercio erano accasati a Lucca; sparlava contro l'uffizio sopra la religione, quasi negligente ad adempier le leggi lodate da Pio IV; e decantava come rimedio necessario l'Inquisizione (1603); e ne vennero tali urti, che il Governo lo dichiarò nemico della città. Paolo V parve secondar il vescovo col voler sottrarre al Governo l'esame de' libri proibiti ed altri uffizj affidatigli dalle leggi encomiate da Pio IV, e trovava strano che una città, dond'erano pure usciti tanti eretici, ricusasse quel tribunale, che aveano accettato e Venezia e Genova. Pure il senato riuscì ancora a quietarlo, promettendo che, appena l'uffizio sulla religione scoprisse qualche mancanza, ne darebbe avviso all'ordinario perchè vi riparasse.

Ancora nel 1679 il cardinale Giulio Spinola vescovo di Lucca diresse una lettera alle famiglie lucchesi dimoranti in Ginevra, esortandole a ritornar nella patria e in seno della Chiesa romana. Francesco Turrettini, professore di teologia, gli rispose, giustificando l'emigrazione d'un secolo prima. «Possiamo assicurarla (diceva egli) che, se si trattasse di qualsivoglia altra cosa, ci avrebbe trovati prontissimi ad ascoltarla, ma in un punto così importante, che tocca la coscienza la quale da Dio solo dipende, non troverà strano che, essendo pienamente persuasi della verità che professiamo, non possiamo porger orecchio ad abbandonarla per qualunque considerazione»: avrebbero essi voluto tener segreta tal pratica, ma poichè erane corsa voce, e che essi propendessero a cambiar fede, trovavansi costretti a darvi pubblicità. Sono firmati F. Turrettini, B. Calandrini. F. Burlamacchi, G. Diodati, M. Micheli, V. Minutoli[496].

Nel 1713 Clemente XI rimproverava il gonfaloniere e gli anziani lucchesi perchè avean emanato un ordine contrario alla ecclesiastica giurisdizione e all'autorità della santa Inquisizione, imponendo stessero a quanto avea prescritto Paolo V col breve 13 ottobre 1606.

Tra i fuggiti indicammo Simone Simoni. Nacque non a Lucca, ma a Vagli nella Garfagnana, attese alla medicina, e abbracciate le opinioni calviniche, si stanziò a Ginevra verso il 1565, e carezzato come sogliono i fuorusciti, ebbe incarico d'insegnar pubblicamente. Però, al pari d'altri italiani, trascese presto in concetti, che il Beza denunziò come antitrinitarj, e i teologi di colà anatemizzarono; lo perchè fu due volte imprigionato. Riuscito a fuggire, ritirossi ad Eidelberga, ivi pure nominato professore, ove il 20 dicembre del 1568 lesse sopra l'assioma peripatetico Ex nihilo nihil fit: dal qual canone partendo, sosteneva che anche il Verbo era fatto. Il Beza gli scrisse rimproveri di siffatte e d'altre proposizioni in questa e nell'opera sull'essenza di Dio, ove ripudiava la Trinità; e si diceva credesse nel cielo padre, nella terra madre, e nella forma, cioè nel senso e intelligenza del cielo. In conseguenza dovette andarsene anche da Eidelberga. Postosi a Lipsia professore di filosofia, vi ebbe moglie e la protezione dell'elettore Augusto, che lo nominò suo medico e riformatore dell'Università, ma poco dopo il congedò anch'esso, fosse per le opinioni, o per le solite invidie, per cui molti lo combatteano, e nominatamente Jacobo Schegkio. Ridottosi a Praga, da un gesuita lasciossi convertir al cattolicismo, nel 1581 fece solenne abjura, e promettea scriver a difesa del vero; allora stette alla Corte di Ferdinando II, quindi a quella di Stefano Battori in Polonia e di re Sigismondo. Ma gli emuli non gli cessavano guerra, e nel 1588 Marcello Squarcialupo stampò a Cracovia Simonis Simonii lucensis, primum romani, tum calvinici, deinde lutherani, denuo romani, semper autem athei, summa religio; dov'è appajato all'Aretino; aver insegnato che generatori delle cose sono il cielo e la terra; che il calor del cielo è quel che ogni cosa intende, prevede, dispone, e n'adduce in pruova un simbolo da lui stampato a Vilna.

Vantavasi d'avere sillogismi, i quali imbarazzerebbero fin san Paolo; eppure i Protestanti lo contano come quello che, dopo Melantone, restaurò la scienza fra essi; altri lo credono calunniato dai nemici, ai quali allude nel suo libro, Scope con le quali si scopano gli escrementi delle calunnie, delle bugie, degli errori, 1589. Scrisse molte opere di medicina, fra le quali una confutazione dell'avvocato Nicolao Buccella chirurgo italiano, anabattista in Polonia, del quale non abbiam altra notizia se non che aveva impugnato i precedenti scritti del Simoni.

Fra i discendenti dei Lucchesi profughi si illustrarono Federico Burlamacchi e il famoso legista Gian Giacomo; Gian Lodovico Calandrini; Giacomo, Bartolomeo e Francesco Graziano Micheli; Gian Lodovico Saladini. Dai Turrettini provennero molti uomini rinomati, Benedetto, Francesco, Michele, Samuele, e principalmente Giovanni Alfonso, che viaggiando per Europa, si fece ammirare come uno de' luminari della Chiesa riformata, e procurò conciliare le dissidenti. Della famiglia Minutoli, ornata d'insigni personaggi, massime di prelati e giureconsulti, era Vincenzo figlio di Paolino e di Laura Cenami, che fermatosi a Ginevra nel 1594, e professatane la religione, sposò Susanna figlia di Michele Burlamacchi, e di Clara Calandrini, donde venne la linea tanto benemerita. Colla quale fioriscono ancora a Ginevra i Turrettini e i Passavanti[497].

Dei Diodati, oltre Carlo e Alessandro, Giovanni acquistò fama popolare in grazia della versione della Bibbia, la quale è lodata e conculcata più del vero, perchè opera di eterodosso. Quanto al valor letterario, io non vi trovo quella purezza, per cui la Crusca volle or ora annoverarla fra i testi di lingua. Ha merito di chiarezza, ma per ottenerla aggiunse articoli, preposizioni, parole, segnandole in corsivo. Ciò lo rende spesso interprete e parafrasta, anzichè traduttore, nel che alcune volte riesce felicemente, altre no; tanto più perchè mancava di estesa coltura orientale, e perchè volle trarre la Bibbia a sensi eterodossi[498]. Alla prima edizione del 1607 pose brevissime note, che poi crebbe assai in quella del 1641; ove talora espone le ragioni delle sue interpretazioni, o le diverse. La più parte son buone; molte volte diverge dal letterale in sensi mistici e ad intenzioni calviniste.

Come riazione a queste diserzioni lucchesi, accenneremo che nel 1588 un soldato, perdendo al giuoco, si pose a bestemmiare, ed avventò i dadi contro un'effigie della Madonna. In quell'atto gli si ruppe il braccio, di che tutti a gridare al miracolo; e subito cominciar concorso alla devota effigie, a cui ducencinquanta processioni vennero in mezz'anno, e tanti donativi, che si potè fabbricare la Madonna de' miracoli.