415. Richa, Storia delle Chiese di Firenze, 8 volumi.
Brocchi, Vite de' Santi e Beati fiorentini.
Biscioni, Lettere de' Santi e Beati fiorentini.
Oltre il Razzi e le tante monografie. E vedi qui sopra a pag. 297.
416. Fra le carte tolte ai conventi, e deposte nella Magliabecchiana, trovammo pure la storia de' conventi di Santa Maria Novella e di Santa Croce, ma neppur parola dell'Inquisizione. Le carte di questa dovettero esser deposte nell'archivio della Curia, dove giaciono in disordine.
417. Lo Statuto di Firenze era stato compilato la prima volta nel 1353 da Tommaso da Gubbio, e divenne quasi comune a tutta la Toscana, eccetto il Senese: talchè la repubblica ne commise una nuova redazione a Paolo di Castro nel 1415. Era talmente accreditato, che, giusta il Gravina, veniva chiamato speculum et lucerna juris, virtus juris, dux universorum, robur veritatis, auriga optimus, Apollo Pythius, Apollinis oraculum, etc.
418. Di questa venuta di Cosimo a Roma fa cenno anche il De Thou, Historiæ XXVI, sez. 16, dicendo: Fluctuanti (Pio IV p.p.) et de alia quavis re potius quam de munere pastorali sollicito, supervenit Cosmus... perhonorificeque exceptus, ac deinde ad colloquium privatum admissus, rationibus suis pervicit ut Concilium indiceretur. Il Lagomarsino inveisce contro questo passo (Comm. alle ep. del Poggiano. Tom. II, pag. 154).
419. N. CCIC del Carteggio di papi e cardinali nell'Archivio di Stato a Firenze.
420. Già riferimmo nel Discorso XXXI, nota 15, alcun che delle relazioni fiorentine sopra il Concilio di Trento. Singolarmente notevoli sono le corrispondenze di Bernardo Daretti nel 1546, di Pier Francesco del Riccio nei numeri 47 e 48 del Carteggio universale nell'Archivio di Stato. Ambasciadore pel duca al Concilio era Giovanni Strozzi, poi Jacobo Guida vescovo di Penna. Del primo (al nº 4011) leggiam questa lettera del 1555 15 marzo al granduca:
«Essendo occorse più volte quistioni fra servidori, come spesso accade dove sono tante persone e di così diverse condizioni, e andatisi a poco a poco ampliando e facendosi interesse di nazioni subito che duoi s'affrontavano, del che qui si dà la colpa maggiore alli Spagnuoli, parendo che sieno vaghi di far quadriglie, venerdì alquanti di loro vennero alle mani con certi Italiani, e chiamando ciascheduno la sua nazione, crebbe la zuffa con molti feriti et alcuni morti, di sorte che il capitano della terra fece sonare a martello, e levato in arme il popolo, quietò il tumulto, et ha ordinato certe guardie per ovviare a simile scandalo».
Al 28 aprile 1563, Jacobo Guida scriveva al duca da Trento (nº 4015 del Carteggio mediceo):
«Venne qui nuova, li 24 di questo, a monsignor d'Augusta, ambasciador dell'illustrissimo duca di Savoja, d'una congiura che s'era scoperta di certi Ugonotti di ammazzare quel duca e duchessa ancora, ed essersi scoperta in questo modo. Un portiere di s. e., ingelosito che un suo segretario non si raggirasse intorno alla moglie, venne seco alle mani, tanto che l'ammazzò, sebbene egli restò ferito assai malamente: e preso dalla giustizia e condannato alla morte, pregò quegli ministri che dovessino sopratenere tanto l'esecuzione contro di lui ch'egli potesse far intendere a s. e. alcune cose che gli sarebbono di salute, rimettendosi alla bontà sua, intesa che n'avesse l'importanza, del campargli poi o no la vita, avendo fatto quanto aveva per il suo onore. Rivelò adunque come, per opera del principe di Condé, tre camerieri di s. e. avevano determinato di torle, e alla duchessa ancora, la vita, e che un italiano, che si tratteneva in quella Corte, era stato a nome del medesimo principe ricercato, che, preso da lui conveniente stipendio, si trattenesse in quella Corte per potergli far un dì qualche rilevato servigio, al che l'italiano non volle consentire altrimenti. Questi tre camerieri furono presi subito per intender da loro tutto il disegno, e gli altri capi ed interessati. E di pochi giorni innanzi era venuto nuova che monsignor illustrissimo di Lorena aveva in Venezia avuto lettere che la regina di Scozia aveva portato pericolo della vita per modo insolito: che in camera sua era entrato sotto il letto, poche ore innanzi che ella se n'avesse a ire a dormire, uno armato tutto d'arma bianca per ammazzarla la notte. Ma successe che, parendogli di sentire qualche poco di movimento, e facendo cercare tutte le stanze sue contigue alla camera, nè trovando cosa alcuna, commesse ancora che si vedesse sotto il letto. Dove scoperto costui, e fatto mettere in mano della giustizia, pare che dapprincipio dicesse che, preso dall'amore di lei, si fosse messo a questo, ma che poi in ultimo, stretto dai tormenti, confessasse che vi era stato indirizzato per ammazzarla, ma da chi non si sa ancora.
«Posso dire di più che di Francia è stato scritto a monsignore cardinale di Lorena come, sendosi inteso ch'egli pigliava una villa qui vicina a cinque miglia per trattenervisi alle volte in questa state, vi era chi disegnava contro la vita sua, e che per niente non la usasse altramente».
421. Bolla di Pio V, 1569.
422. Literæ SS. D. N. Pii V super creationem Cosimi Medicis in magnum ducem provinciæ Etruriæ ei subjectæ. Firenze 1570.
423. Archivio di Stato, Carteggio universale, N. 44.
424. Carteggio universale, N. 30.
425. Carteggio di Cosimo, filza XXIX.
426. Carteggio universale, N. 161 al 1561.
427. Legazione di Roma, N. XI.
428. Ill. Domine frater noster honorande,
Scimus excellentiam tuam non ignorare S. D. N. hisce proximis diebus nos super negocio fidei deputasse. Verum, quia in præsentia ex officio nobis injuncto est super aliquibus rebus agere, atque a Petro Martyre, ordinis canonicorum lateranensium, de eis informari cupimus, exc. tuam enixe rogamus, velit, pro singulari suo in Christo amore, ac in hanc sanctam sedem apostolicam studio dare operam ut, quanto honestius et cautius fieri possit, idem Petrus capiatur, et ad nos eodem modo quo rev. dominus cardinalis Burgensis collega noster scripsit, cum alio fratre lucensi transmittendum curret etc.
Romæ XVII kal. octobris MD. XXXXII.
Cardinales deputati, Io. Petrus.
Cardinalis S. Clementis.
Cardinalis Burgensis.
P. Cardinalis Parisiens?
B. Cardinalis Guidicionus.
Archivio Mediceo, cartella 3717.
429. «Illustrissimo patrone. Io ricèvetti le di v. e. delli XI, al solito gratissime, insieme con la copia delle lettere scrittele dal commissario di Pisa sopra quello frate Cilio da Turino che le ho fatto intendere. E non pensi v. e. che quanto io ho scritto sopra ciò sia stato senza causa, chè mi pareva veder ordito una tela cui faceva ricordare di frà Girolamo al tempo del magnifico Piero de Medici, di che mi ricordo bene. Ma penso per grazia di Dio ne siamo presso che fuora, mediante le buone opere di frate Bernardino da Siena generale de' Cappuccini, che avrà chiarito che non sempre è oro quello che luce. Credami V. E. l'amor mi fa dire non meno ch'ella ha da guardarsi dagli eretici che ci abbiamo noi prelati, perchè menano la folla contro a tutte le potestà, ecc.
«Di Perugia XVI di settembre 1512.
Cardinale De Pucci.
Archivio Mediceo, fascio 5717.
430. «Confidando s. s. nella buona e cristiana mente et intentione delle E. V., sicurissimo che non dispiacerà a Lei quel che mi ha ordinato che le faccia intendere, come è pesato oltre modo alla santità sua, e vi farà subito la provisione che le si ricorda, si è novamente ridotto in Pisa un pessimo spirito, chiamato Celio da Turino, quale pubblicamente e in più luoghi ha fatto professione di luteranesimo, et ultimamente trovandosi in Lucca, ove si dimostrò tale, ne è stato bandito, e si è ricovrato in Pisa, ove, sotto professione di maestro di scuola, ha insegnato quella mala setta et eresia. Il che essendo della importanza che v. e. può per sua prudenza considerare, ha bisogno di presto rimedio, onde s. b. la ricerca e stringe quanto più può per debito dell'offizio suo a mandar subito commissione al suo offiziale in Pisa che lo faccia carcerare et tenere sotto buona custodia, finchè si sarà fatta palese l'iniquità sua e castigata per esempio degli altri ecc.
«Da Roma 26 agosto 1552.
«Il cardinale Farnese».
Archivio Mediceo, cartella 3717.
431. In Santa Maria Maggiore a Firenze, nella nave a mezzodì, è la cappella dei Carnesecchi, collo stemma, che consiste in tre liste d'oro con sotto un ròcco pur d'oro; e da una parte l'arma de' Capponi, dall'altra quella de' Velluti per due dame entrate in quella casa. Anche la cappella della Comunione nella nave a tramontana fu fondata da Bernardo Carnesecchi nel 1449, oltre un'altra cappella pure dei Carnesecchi: e vi sono sparse qua e là molte lapidi de' Carnesecchi.
Le corrispondenze del Carnesecchi col Grannela sono nei manuscritti della Magliabecchiana, Classe VIII, 51: e così le lettere al Vergerio del 1534, in risposta a quelle che son nella Vaticana, Nuntiatura Germaniæ. Vol. IV.
432. «Ho inteso per lettere di M. Marcantonio Flaminio, che v. s. ha avuto una febbre acutissima, la quale l'ha condotta appresso alla morte, e che ancora non è fuor del letto benchè sia fuor del pericolo. Ne ho sentito, come debbo, gravissimo dispiacere: e considerando fra me stesso, come v. s. è in ogni cosa temperatissima, e con quanto regolato ordine di vivere si governi, non so trovare altra causa delle tante infermità sue, se non che è di troppo nobile complessione, il che ben dimostra l'animo suo divino. Dovrìa Iddio, come i Romani conservavano quella statua, che cadde loro dal cielo, così conservar la vita di v. s. per benefizio di molti: e lo farà, acciocchè così per tempo non s'estingua in terra uno dei primi lumi della virtù di Toscana. Vostra signoria dunque col presidio di Dio attenda a ristorarsi e vivere con quell'allegria, con che soleva, quando eravamo in Napoli. Così ci fossimo ora con la felice compagnia! E mi par ora di vederla con un intimo affetto sospirar quel paese, e spesse volte ricordar Chiaja col bel Posilippo. Monsignore, confessiamo pure il vero, Firenze è tutta bella, e dentro e fuori, non si può negare; nondimeno quell'amenità di Napoli, quel sito, quelle rive, quell'eterna primavera mostrano un più alto grado di eccellenza, e là pare che la natura signoreggi con imperio, e nel signoreggiare tutta da ogni parte piacevolissimamente s'allegri e rida. Ora se vostra signoria fosse alle finestre della torre da noi tanto lodata, quando ella volgesse la vista d'ogn'intorno per quei lieti giardini, o la stendesse per lo spazioso seno di quel ridente mare, mille vitali spiriti se le multiplicherebbono intorno al cuore. Mi ricordo che innanzi la partita sua, V. S. più volte disse di volerci tornare, e mi ci invitò più volte. Piacesse a Dio, che ci tornassimo: benchè, pensando dall'altra parte, dove anderemo noi, poichè il signor Valdes è morto? È stata questa certo una gran perdita ed a noi ed al mondo, perchè il signor Valdes era uno de' rari uomini d'Europa, e quei scritti ch'egli ha lasciato sopra l'Epistole di san Paolo, ed i Salmi di David, ne faranno pienissima fede. Era senza dubbio nei fatti, nelle parole, ed in tutti i suoi consigli un compiuto uomo. Reggeva con una particella dell'animo il corpo suo debole e magro; con la maggior parte poi, e col puro intelletto, quasi come fuori del corpo, stava sempre sollevato alla contemplazione della verità e delle cose divine. Mi condoglio con messer Marcantonio, perchè egli più ch'ogni altro l'amava ed ammirava. A me par, signore, quando tanti beni, e tante lettere e virtù sono unite in un animo, che faccian guerra al corpo, e cerchino, quanto più tosto possono, di salire insieme con l'animo alla stanza, ond'egli è sceso: però a me non incresce averne poche, perchè dubiterei qualche volta, che non s'ammutinassero, e mi lasciassero in terra come un goffo, vorrei vivere, se io potessi: così esorto V. S. che faccia: le bacio la mano. Nostro Signore le dia quella prosperità di vita ch'ella desidera».
433. Bisogna intendere Andrea, non Filippo, che non fu in Francia.
434. Carteggio universale, filza 2972.
435. Una lettera di Angelo Cajazzi teatino denunziava al papa, come eretico Giambattista Veneto, proposto generale della sua congregazione. Carteggio di Cosimo 199.
436. VIII del Carteggio di Cosimo.
437. Il De Thou accusa Achille Stazio, valente letterato portoghese, cantore d'un poema sulla Vittoria di Lepanto, d'aver denunziato il Carnesecchi. Fra i 430 e più testimonj sentiti nel costui processo, o nominati come correi, lo Stazio non compare.
438. Le due lettere sono nel Laderchi, vol. XXII, pag. 97, 98.
439. Nominatamente Pero Gelido suddetto e Pietro Leone Marioni.
440. Il Gibbings crede alluda all'imperatore. Vedi qui sopra a pag. 324.
441. Forse il Paleario.
442. Arch. Toscano. Appendice al carteggio di Roma, filza IV.
443. Ibid.
444. Legazione di Averardo Serristori ambasciadore di Cosimo I a Carlo V e in Corte di Roma 1537-1568 (Firenze Le Monnier 1853).
445. Per soddisfazione della regina Caterina De Medici, il papa non esitò a mandarle il processo, che così venne conosciuto anche fuori del Sant'Uffizio. Gli estratti ne sono prodotti dal Laderchi, tom. XXII, p. 325; poi fu stampato da Richard Gibbings, Report of the trial and martyrdom of Pietro Carnesecchi. Dublino 1856.
Il Serristori scrive al 19 luglio. «Quanto più s'allunga il processo, le condizioni si peggiorano, al rovescio di quel che il Carnesecchi aspettava.
12, 19 e 21 settembre. «Gli si diedero altre dilazioni, se mai volesse ravvedersi, ma egli stette duro: invano gli parlò il cardinale Paceco».
446. «Al supplizio andò tutto attillato, con la camicia bianca, con un par di guanti nuovi e una pezzuola bianca in mano. Piaccia a Dio averlo compunto in quel punto di morte, perchè per prima non si era partito dalla sua prava opinione». Serristori.
447. Carteggio di Roma, appendice, filza XXVI. Nella XXXVI della legazione di Roma vi sono diligenze affinchè resti proibita la storia di Michele Bruto, scritta, dicesi, a istanza d'alcuni mercanti fiorentini a Lione: l'autore si esibì a modificarla nelle parti che ledono la casa Medici: ma essendo egli eretico, non si volle intraprenderne il trattato.
Nella filza LIII è un'istanza del granduca perchè le opere di Nicolò Machiavello vengano levate dall'Indice, facendone un'edizione espurgata.
448. Io non trovai alcuno che avesse veduto questo libro, e non conosco alcun'opera di Calvino con questo titolo. Ben so che il Domenichi, al fin della sua vita, tradusse «La spada della fede per difesa della Chiesa cristiana contro i nemici della verità, cavata dalle sacre scritture, per frate Nicolò Granier» (Venezia 1565).
449. Da un Giunti fiorentino, stabilitosi a Troyes in Sciampagna, nacque nel 1540 Pietro De Larivey, il primo che scrivesse commedie in Francia; e nella ristampa fatta il 1855 si attesta l'efficacia di lui sopra il teatro francese, specialmente sopra Moliére, e si mostra quanto abbia tratto da' nostri. Tradusse pure le Notti facete dello Strapparola.
450. È poc'altro che una revisione di quella del Bruccioli la Bibbia novamente tradotta da la hebraica verità in lingua toscana, per maestro Santi Marmochino fiorentino, dell'ordine de' Predicatori (Venezia, Giunti 1538 e 46). Anche Filippo Rustici, lucchese apostata, a Ginevra fece o rivide una versione della Bibbia sopra i volgarizzamenti del Vatable, del Pagnini, del Bruccioli. Solo da una lettera dell'Aretino al Dolce, novembre 1545, raccolgo che questi traducesse o illustrasse la Bibbia, scrivendogli esso: «Sì che seguitate pure la incominciata Bibbia, avvegnachè il fattor sommo vi aprirà i di lei secreti, così nel fine come nel mezzo».
451. Il Bruccioli scrive a Cosimo I.
«Ill. ed Ecc. Duca, Ho, poche ore sono, avuta una di v. e., ed inteso il contenuto, non poco mi dolgo della malignità degli uomini, che sono sempre pronti a riferir male e far poco bene, come mi pare che qualche maligna anima abbia fatto a v. e. di me pure. Bisognando far altro che dolersi, dico il caso mio esser passato in questa forma, che qua è pena cinquanta ducati d'oro chi stampa cose senza licenzia, e due anni bando di Venezia. Ora essendo io andato fuor della terra, uno mio, che è sopra la stamperia, prese a stampare senza chieder la licenzia, una opera sospetta. La qual cosa saputa, furono tolti tutti i libri d'essa opera, non mia composizione e che non era in Venezia, ed arsi; e così caddi nella pena per la colpa d'altri: dipoi intesa bene la cosa, hanno levato il bando di due anni, ma che io debba pagare detti denari, che se ne vanno in ducati settanta: e che non sia stato per mia composizione o openione di eresia ne mando la fede a v. e. sigillata dal padre inquisitore, che si trovò a tutta la causa, e se non che i danari sono destinati a luoghi pii, avevo la grazia. Ancora di quegli delle opere mie ove sia il mio nome non è stata mossa, nè tocca, nè dannata alcuna, come ne può far fede ancora il segretario di v. e., al quale le ho mostrate, e chiarito che si vendono per tutti li librari. E se io fossi stato notato d'eresia, non potrei stare, non che in Venezia, neancora nel dominio, e tutte le mie opere sariano dannate, che non è dannata alcuna, ma approvatissime; nè è qua gentilomo a chi non sia doluto di tal disgrazia, che mi è stata di gran danno..... nè mai ho trovato uomo, per frate che sia, che abbia avuto ardire alla mia presenza di mettervi bocca.... È se nessuno è nello Stato di v. e. che abbia ardire di dannare cosa alcuna ne' miei libri della Scrittura sacra, sono parato sempre a mostrar che non sa che cosa sia Scrittura sacra nè pietà cristiana, e che è uomo maligno et ignorante, o voglia con li scritti, o voglia con la presenzia trattar la cosa davanti a v. e.
«Circa a scrivere a v. e. avvisi utili alla conservazione del suo Stato, al presente per il poco tempo che io ho da scrivere, non posso soddisfare, come farò per l'avvenire.... (qui dà alcuni avvisi e finisce col baciar le signorili mani).
«Di Venezia 20 aprile 1549».
«La quarta opera che io dissi, nella epistola della dedicazione del libro, avere principiato per v. e., per buon rispetto ho voluto serbarmi a dirla qui, essendo di grandissima importanza e momento, perchè è tale che in essa vedreste gli avisi di tutte le cose che possono toccar lo Stato vostro, non solamente del passato e del presente, ma ancora del futuro. Questo è che, considerando io che tutti gli scrittori che hanno voluto costituire un principe che potesse sicuramente governare lo Stato, tutti hanno assegnato precetti e consigli, comuni a tutti i generi di principati che potessero servire, a tutti i luoghi e regioni ove fussino, ma nissuno, ch'io abbia mai visto o letto, ha nel dare buon ricordi al principe per la salvazione del suo Stato, avuto in considerazione la qualità de' suoi cittadini, gli umori di quelli, le fazioni di dentro e di fuori, le condizioni de' sudditi, come sieno animati verso il principe, o se sono desiderosi d'altri governi, e come ne' pericoli se ne abbia a fidare: di poi la qualità de' potentati attorno ecc. ecc. (qui divisa la sua opera). Dovendo esser quest'opera solo per v. e. come uno specchio, nel quale vedesse non solamente se medesima, ma e i suoi cittadini grandi e piccoli, fuorusciti e malcontenti, e tutta la possanza ed umore de' principi e dominj che potesse mai avere a fare cosa alcuna con v. e., e non solamente vedere i volti, ma e gli animi e le forze ed i pensieri, e perchè tal cosa doveva solamente servire per v. e. veggendomi di esser poco in sua grazia, se ben non lo merita l'amore e reverenzia che gli porto, e servigi che già gli feci, ho lasciato di seguitar tal opera, solamente facendo intender a v. e. che quella lascia perdere una delle più utili cose che si potessino mai pensare per quella....
«Di Venezia 8 giugno 1549».
Il 29 giugno torna alla cerca di sussidj:
«Quando primieramente scrissi a v. e. la pregai, per la necessità in che mi trovo, che mi volesse fare un poco di bene, o per l'amor di Dio o per servizj fattigli già in tempi pericolosi, o per quegli che mi promettevo fare. La risposta fu che io dovessi prima giustificarmi della imputazione d'eresia, il che feci, nè per questo ebbi mai cosa alcuna. E chi non direbbe di aver poco credito con un principe, se gli chiede una grazia di pochi scudi, e non la ottiene per promessa che gli si faccia? E se io mi trovassi il modo di poter vivere uno o due mesi di tempo che andiamo in dar compimento a tal opera, e da poterla far copiare, l'avrei fatto senza chieder prima cosa alcuna. Ma non avendo altra rendita che il tempo, mi bisogna metterlo in cose, per le quali io possa guadagnar il vitto alla mia famiglia.....»
E segue insistendo sull'utilità di quell'opera, con bassezza chiedendo. Poi il 4 agosto 1554, a M. Agnolo Dovizio da Bibiena segretario del duca, dà contezza de' maneggi di Piero Strozzi col Cavalcanti ed altri profughi, per far la guerra di Siena; al 18 agosto informa sugli andamenti e progetti de' fuorusciti, e continua a domandare per sè.
Un'altra del 25 agosto va sul tenore stesso. Sotto al 28 luglio 1554 troviamo questo estratto:
Il Bruciolo vorria sapere se v. e. vuole che sia al suo servizio o no, e che desidera servirla.
Il duca scrive di proprio pugno:
Che serva, se lo vuole per ogni modo.
Il 1º settembre costui fa congratulazione per le vittorie di Siena, promette un'orazione con cui mostrerà al mondo esser Cosimo giustissimo principe ed ornato di tutte le virtù ecc.; ragguaglia sugli Strozzi e su chi dà danari, e che partì l'ambasciadore di Francia, «e se avessi avuto la possibilità, e non avessi avuto l'obbligo delle lezioni, io pigliavo l'occasione d'andar seco fin a Ferrara, dove pel camino arei intese più cose più particolarmente. Corrono spesso di simili casi, a' quali sarebbe bene andar dietro con ogni diligenza, il che farò se vorrete. Per quest'altro corriere vi aviserò di cosa che ne potresti col tempo cavare qualche buon utile per le cose vostre».
Eppure solamente jeri, un di questi storici ciarlatani che or vanno per la maggiore, noverava il Bruccioli fra i martiri della buona causa, sol perchè messo all'Indice.
452. Carte strozziane, filza 246.
453. Carteggio concernente Cosimo I, filza LVIII. Quando l'esercito del sig. Gabrio Serbollone accampava in Francia, san Carlo a nome del papa informava il duca di Firenze che le sue genti aveano fatto danni al paese, onde lo pregava a desistere dai guasti e dalle prede, e risarcire quel che si potrà. Lettera 10 luglio 1560, nell'archivio di Stato di Firenze.
454. Lettera d'illustri uomini, per Antonio Manuzio, 1561.
455. Carteggio di Cosimo, N. 198.
456. Arch. di Firenze, Carteggio univers., N. 180.
457. Carteggio di Cosimo, N. 211.
458. Id. N. 199, 200.
459. Carteggio universale, N 145.
460. Id. N. 147.
461. Carteggio di Cosimo, N. 224.
462. È Alessandro De Medici de' principi d'Ottajano, cugino di Cosimo I, che stette quindici anni ambasciator suo a Pio V a Roma, poi nel 1605 fu papa col nome di Leone XI, ma per soli 26 giorni.
463. Ap. Lami, Lezioni, pag. 600.
464. Carteggio di Roma, filza C.
465. Il signor Grotanelli, bibliotecario di Siena, che ci ajutò molto nelle ricerche in quella città, pubblicò nel 1866 una Canzone a santa Caterina da Siena di Marcantonio Cinuzzi, indicando che il costui nome fu da me primo indicato nelle Spigolature degli archivj toscani. La canzone mostrerebbe ch'egli fosse più buon cattolico che buon poeta; e quando in un'ode spirituale canta,
non è che la voce d'ogni cristiano. Ch'egli fosse perseguitato per materia d'eresia non appare; se non forse da una nota posta al fine della suddetta canzone a santa Caterina, che la indica fatta il 1583, doppo che l'autore havea hauta una lunga prigionia.
466. Nel 1546 si stampò a Siena la descrizione della festa fatta per la Madonna d'agosto, e la prima edizione essendo divenuta rarissima, ne fu fatta un'altra nel 1582, a Siena alla Loggia del papa; dedicata «alla nobilissima et honorata madonna Gentile Fantucci». Dopo il Fine si legge: «Vostro servitore Cecchino libraro». Dovrebb'essere il Francesco qui indicato, autore e librajo, che appartenne alla compagnia de' Rozzi col nome di Bonaccio, come leggesi nel libro delle deliberazioni di essa società, nella biblioteca di Siena (v. II 47) dove pure si legge: «El dì 4 di settembre 1547 andò a partito questi tre per lettori; el Materiale, el Confuso, el Bonaccio; restò el Bonaccio».
467. Archivio di Firenze, Carteggio di Cosimo, filza 143.
468. Id. Id. filza 155.
469. Id. Id. filza 161.
470. Id. Id. filza 212 al 977.
471. Id. Id. filza 217 al 73.
472. Id. Id. filza 206 e 214.
473. Vedasi Celsus Minus senensis, disputatio in hæreticis coercendis quatenus progredi liceat, ubi nominatim eos ultimo supplicio affici non debere aperte demonstratur. Christlingæ 1577. Nel 1584 fu ristampato con due lettere di Teodoro Beza e di Andrea Dudicio sul tema stesso e in contraria sentenza.
474. Archivio della Segreteria Vecchia, N. 3101 e seguenti.
475. Thalmudicos hebræorum libros, impiæ ac prodigiosæ doctrinæ quos Judæi ex omni ferme Italia in eam urbem tamquam in commune judaicæ nationis asilum convexerant.
476. Ritrovi simili continuarono poi sempre in Siena, finchè non sottentrò alla benevola affabilità la moderna idrofobia: e i padri nostri ricordavano la spezieria di Giovanni Olmi, alle Logge del papa, buon chimico e intagliatore, dove s'univano uomini che onoravano Siena, e dove s'ammansiva persino Vittorio Alfieri.
Fra le lettere di congratulazione dirette a Girolamo Gigli pel suo Vocabolario Cateriniano, n'ha una di Antonio Pizzicagigli di Reggio, fondator dell'Accademia degli Artificiosi, data da Roma il 30 giugno 1719, ove loda «la dottrina evangelica della santa Vergine, la quale fu certamente colonna di fuoco accesa da Dio nel cielo della santa Chiesa per illuminare gli errori di quel secolo perverso e scismatico, e fu similmente colonna di nuvola per distillare manna di saporitissima locuzione all'eloquenza vulgare mediante il dolcissimo sanese dialetto...» E soggiunge che puossi «dire che ogni privata casa di Siena sia un'accademia di ben parlare ed un areopago del buon vivere cristiano, secondo che si vede nella numerosa serie de' servi di Dio, la chiarezza dei quali (disse il gran cardinale Federigo Borromeo) fa distinguere il vostro benedetto paese fra altri, nel modo che la via lattea, tanto spessata di stelle, fa scomparire le altre parti del cielo».
S'ha un'epistola della venerabile vedova Brigida, donna che fu di Nicola Baldinotti di Pistoja, mandata alle religiose donne dell'ospitale di Santa Maria Nuova di Firenze, che trovasi in molti manoscritti del 400, ove fra altro dice:
«O quanto inestimabile e soave giubilo gusterebbi se, governando le sordide piaghe degl'infermi, penserete che Cristo Gesù volle essere tutto piagato per le nostre colpe! Questa ismisurata dolcezza sentì la beata Caterina da Siena, che governando una leprosa, e parendole che la sensualità un poco le contraddicesse, assalita dalla fiamma in superno amore, non tanto con le mani la lavò, ma ponendovi su la bocca, la leccò. O preziosa e pietosa commutazione dello eccelso Dio, che per la puzzolenta piaga della creatura volle ch'ella ponesse la bocca al suo santo costato, ecc.».
Un atto simile della contessa Arconati è lodato dal Manzoni nella Morale Cattolica.
477. Sadoleti Ep. 25, lib. V.
478. Il Lazari trovò venticinque lettere di Aonio Paleario nella biblioteca de' Gesuiti. A. Palearii Miscellaneorum ex mss. lib. bibliothecæ collegii romani. Roma 1757. E vedi Jon. Gurlitt, Leben des A. Palearius. Amburgo 1805; The Life and Times of Aonio Paleario, or a history of the italian reformers in the sixteenth century: illustrated by original letters and unedited documents. London 1860, due volumi, della signora Young.
479. Moriar si me non angunt putidissimæ interpretationes meæ sive græcæ sive latinæ. Semper judicavi sordidum et obscurum iis, quorum ingenio aliquid fieri potest illustrius, si interpretandis scriptis aliorum humiles ac demissi quasi servitia ancillentur. Sed cum mihi res domi esset angusta, uxor lauta, liberi splendidi, et propterea magnos sumptus facerem, mancipavi prope me studiis iis a quibus semper abhorrui. Epist. 4, libri IV.
480. Il Melzi, nel Dizionario di opere anonime e pseudonime (Milano 1859) dice che «il solo scrittore che in due secoli abbia veduto questo rarissimo libro fu il Reiderer. Non v'ha dubbio che ne sia autore il famoso ed infelice Aonio Paleario, ecc.».
La traduzione latina si crede di Francesco Pucci.
481. Oratio III pro se ipso ad patres conscriptos reip. senensis.
483. Quoniam mei testimonii similitudinem non in verborum volubilitate sed in re ipsa positam arbitror, missa nunc faciam dicendi ornamenta, quæ in alia causa fortasse me delectassent; in ea quæ Christi est, qui istis adjumentis non eget, minime delectant. Quod eo facio libentius ne quis putet me gloriæ umbram quærere, aut aliud quid præter gloriam Christi, qui per apostolum monet ne quis nos fallat sublimitate orationis. Tenue itaque atque humile dicendi genus sequar, et libenter profecto lingua vulgari et patria de his agerem, quominus viderentur hæc elaborata et inquisita industria, nisi apud eos sermo esset, quorum nonnulli italice nesciunt, latine omnes sciunt, etc.
La tradusse in italiano (Torino 1861) L. Desanctis, ma volle «mitigare alquanto quello stile aspro e qualche volta ingiurioso, che non si affà più alla civiltà de' nostri tempi», che ognun sa quanto siano parchi in fatto d'ingiurie.
484. Ap. Schoelhorn.
485. Vedi la memoria pubblicata nello Schoelhorn, come pure le lettere seguenti del 3 e 5 luglio 1570. Erra dunque il Laderchi facendolo morto il 1 ottobre 1569: era stato arrestato nel 1568.
486. Il Paleario ebbe sette figliuoli, di cui alla sua morte viveano due maschi e tre ragazze. Aspasia era stata, nel 1557, maritata a Fulvio della Rena con 1200 fiorini di dote; Aonilla stava nel convento di Santa Caterina a Colle; Sofonisba avea sposato Claudio Porzj, e forse era morta: la sorellina di cui fa cenno pare si chiamasse Aganippe. Di Fedro Paleario leggiamo in un manoscritto della biblioteca di Siena, ch'ebbe una figlia Sofonisba, bella come il sole, e che venuta a Firenze, il granduca ne fu così incantato, che la fece educare e le procurò buon collocamento.
487. Del Paleario, nella Biblioteca di Siena vedemmo tre lettere autografe (Miscellanee, B, X, 8); due son le stampate, dirette alla moglie e a Lampridio e Fedro figliuoli: una da Lucca a «Niccolò Savolini scuolare a Pisa», del 9 novembre 1552, ove si firma «come padre Aonio Paleario», e gli scrive d'aver parlato col vescovo per farlo ordinar prete. Non ci pare importi pubblicarla. Nel codice II. X, 15, di Miscela poetica, a c. 64, vi sono «Rime varie alle sacre e sante ombre del Bongino» con una prefazione di Aonio Paleario «alla molto magnifica et virtuosa madonna Aurelia Bellanti conmadre osservandissima». Fra le molte rime vi ha due canzoni e tre sonetti del Paleario.
Ivi pure esistono (Miscell. C. VII, 12) «Memorie per servire alla vita di Aonio Paleario, raccolte da Carli Girolamo, e dirette ad Antonio Compagnoni». Fra queste è copia di una lettera di esso Paleario al cardinale Cervini, che poi fu papa: e benchè di poca entità, la trascriviamo:
«Monsignor reverendissimo et osservandissimo signor mio; Ho havuta la cortesissima di vostra signoria reverendissima, nè altro aspettavo da lei che cortesia et gentilezza, quæ cum ætate et dignitate accrevit simul. In quanto a quello mi dice, che bisogna espedire in evidentem utilitatem, nè io le harei chiesto altrimente, anzi, se vale V fiorini il stajo della terra, darne VII; se VII dieci; sì perchè sono cose di chiese, sì per l'onor di vostra signoria reverendissima, che lo prepongo al mio utile di gran lunga. Potrassi investire in tant'altra terra, che si vende contigua al podere di Corie, di un certo Cecchino collegiano, molto più vicina et commoda alle cose di detto podere, non mancherà il rinvestire con utile et commodo dell'abbadia.
«Ringratio la signoria vostra reverendissima dell'espeditione che mi promette gratis, sarà tra li altri infiniti obblighi che le tengo. Che Dio et padre del signor nostro Gesù Cristo la mi preservi sopra la vita mia.
«Di Menzano il dì XXIX di agosto MDXLIIIJ.
«Di V. S. R. Osservandissimo Aonio Paleario».
Nella Biblioteca Ambrosiana di Milano vedemmo pure varie lettere, anche autografe, del Paleario: loda grandemente i Milanesi e i decurioni perchè anche nella carestia non lo lasciarono mancare di nulla: altrove al noto storico Michele Bruto si querela perchè avesse stampato una lettera di lui senza informarnelo.
Nel suo processo mss. alla Magliabecchiana, segnato 393, è inserita in istampa l'orazione sua detta a Siena.
Sono stampati a Venezia per Francesco Franceschini, 1567, i Concetti di Aonio Paleario per imparare insieme la grammatica e la lingua di Cicerone, ecc.: ma realmente sono di Lazzaro Bonamici, mentre del Paleario è soltanto il Supplemento de' concetti della lingua latina.
488. Nello statuto del 1308, manuscritto nell'Archivio di Stato, liber tertius, rub. CLV, leggesi:
De hereticis et patarinis et sodomitis expellendis de civitate, et pena eis danda.
Et (ego lucanus potestas) purgabo civitatem lucanam, districtum et episcopatum hereticis et patarinis et sodomitis et aliis iniquis septis, quos omnes punire debeam et tenear in libris CCC in quibus tenear condepnare et insuper ponere eos in bannum perpetuum, et tenear dari facere de dictis CCC libris, centum accusanti vel denuntianti vel tantum de eius bonis quantum valeant ad voluntatem accusantis si legitime de maleficio probaverit accusator vel denuntiator. Et si predictam condepnationem non solverit accusatum vel denuntiatus ipsum corpore puniri faciam si quo tempore mei regiminis reperti fuerint sine ulla fraude, et de ipsis hereticis expellendis in vabo lucanum episcopum et lucanum capitulum si me inde inquisierint, et per me et meam curiam tenear predicta invenire bona fide sine fraude et etiam minare omnem personam que a Romana Ecclesia officium circa vel iurisdictionem haberet. Item ego lucanum regimen tenear vinculo juramenti observari facere omnes constitutiones quas olim dominus Clemens papa bone memorie fecit contra hereticos utriusque sexus et eorum bona et eorum occasione confirmavit et approvabit, non obstantibus suprascriptis.
489. Costui era vissuto da scapestrato e incredulo, ma nella Storia di Lucca del Cividali, manuscritta, p. 601, troviamo questo Pietoso ricordo mandato da Pietro Fatinelli alle sue sorelle monache poco innanzi di morire.
«Oh! ancora Saul fra i profeti vi doverà parere men nuovo che io, tanto gran peccatore, venghi a parlare della parola di Dio, perchè lo spirito dove vuole spira. Pietro negò, e Paulo fu converso a Cristo, perseguitando egli gli apostoli suoi; rendendo dunque grazia all'Onnipotente Dio et a Gesù Cristo, il quale venne per salvare i peccatori, che mi ha aperti gli occhi, che comincio a conoscerlo per fede, per sua sola bontà e misericordia, non ho voluto mancare di farvi partecipi del frutto di questa mia vocazione, e perchè fra tutte le altre buone opere, sommamente è esaltata l'orazione, come quella che ne approssima e ci congiunge a Dio, voglio con voi ragionare di essa, non già come dottore, ma come discepolo di Cristo, e secondochè dallo Spirito Santo mi sarà comandato di portare acqua al fiume; e benchè io usi presunzione, vi prego che riceviate queste mie vigilie con quella sincerità che ve le mando; e se vi è qualche cosa che vi edifichi, attribuitelo alla bontà di Dio, che me le ha dettate, avendo io la mente applicata nel suo nome, e quello che altramente sarà, reputatelo a me, perchè in questo, uomo, non posso operare cosa alcuna buona, e se intenderò che vi satisfacciano, mi darete animo di mandarvene delle altre.
«L'orazione è un'elevazione di spirito parlante con Dio; è un desiderio veemente della gloria sua e della salute dell'anima. È una considerazione affettuosa della potenza, bontà, grandezza, giustizia e misericordia di Dio. È una relazione di grazie di tutti i benefizj che da lui riceviamo, non per li nostri meriti, ma per la sua bontà: è una confessione della giustizia sua e della ingiustizia nostra, rallegrandoci di quella e contristandoci di questa. Puossi domandare la salute dell'anima, e di evitare i mali spirituali: debbe esser fatta con ardente fede, talmente che non si dubiti di avere a conseguire le petizioni; debbe essere sincera e secreta nella camera del cuor suo; breve, senza circumlocuzioni e con semplici parole. Richiede l'orazione sopra tutte le cose la quiete della mente, e la separazione dei pensieri da ogni cosa terrena, et in Dio porre tutto l'affetto.
«L'orazione dunque che sarà fatta in questi modi, può esser certo il fedele che sarà esaudita, come brevemente per le scritture potremo vedere».
490. Filza 4015.
491. Nella lista de' libri proibiti, unita a quel decreto, son nominati Ochinus, De confessione. Vita nuova. Quædam simplex declaratio Petri Martyris Vermilii flor. Et libri dicti P. Martyris et B. Ochini post eorum lapsum ab unitate sanctæ matris Ecclesiæ.
492. Suo processo, costituto del 3 settembre 1546. Si sa che, ultimamente, si volle far del Burlamacchi il primo martire dell'unità d'Italia e dell'ostilità al papa. Il processo stampatone or dianzi subì mutilazioni in questo senso, siccome provasi dall'ispezione dell'originale. P. E. in esso processo, posto in appendice alle storie del Tommasi nell'Archivio Storico, dopo le parole, a pag. 157, per riformar la Chiesa... con levarli l'entrate, nell'originale si legge, lassandole godere a quelli che l'havevano adesso et doppo la morte loro l'applicasse o al pubblico, o a soventione dei poveri, segondo che li fusse parso meglio. E nella pagina stessa, dopo le parole non desideravano altro... si legge: Et l'harebbe esortato a pigliare la via di Roma, et con l'ajuto di detti Alamanni et della Toscana, a farsi imperatore di Roma, parendoli che sia male si domandi imperatore de' Romani, et che non li comandi. Et che questo facilmente li sarebbe riuscito con il soprascripto ajuto et con havere lì vicino il reame di Napoli, et della parte di Roma. Et che poi che non è piaciuto a Dio che seguì per questa via, non li doverà mancare modo che segui per altra. (R. Archivio lucchese; Cause delegate, filza N. 11). Di ciò il Minutoli non fa cenno, mal convenendo al martire dell'unità italiana il voler consegnare la patria all'imperator tedesco.
493. Di questi fatti si occuparono tutti gli storici moderni di Lucca e più specialmente il Mazzarosa, non però così che molte cose non ignorassero od ommettessero. Al valente giovane Giovanni Sforza, che si tolse la briga di cercare per noi quel ricco archivio, dobbiamo questi appunti cavati dalle Storie di Lucca di Giuseppe Civitali, cittadino lucchese, manuscritto.
«...... Il cardinal Guidiccioni con sue amorevoli lettere come affezionato alla patria ammonì la città di Lucca che, appresso la santità di n. s. e di tutta la Corte era tenuta luterana et eretica, e però esortava a desistere da quell'opinione caso che vi fosse inclinata, et a vivere da cattolici e buoni cristiani come sempre sono stati i Lucchesi, et in questo modo veniva scritto da più persone a particolari cittadini, in modo che per purgare questa infamia risolsero di mandare ambasciatore al papa, che fu per ciò eletto Nicolao Guidiccioni. Et essendosi diminuite le visite che solevano già fare gli anziani nelle solennità di alcuni santi, i corpi dei quali sono in Lucca in più chiese, furono riassunte e per publico decreto ordinato che nelle feste loro gli anziani fossero tenuti di andare ad onorarle; e di più avendo scritto il detto cardinale d'ordine del papa, che fosse ritenuto il vicario dei frati di Sant'Agostino, esso vicario si mise prigione in palazzo, e perchè da alcuni suoi amici fu ajutato fuggire, il magnifico consiglio ne fece gran dimostrazione, onde per ciò Vincenzo Castrucci fu bandito, Francesco Cattani privato d'offizj d'onore per dieci anni, Stefano Trenta, Girolamo Liena e Bernardino Macchi in pena pecuniaria furono multati» (Libro IV della parte VI).
Anno 1543. «Ordinarono per osservanza de' precetti di santa Chiesa che, essendo di quaresima, non si potessero vender carni in quel tempo». (Libro V, parte VI).
Anno 1545 «..... Moltiplicando in Italia i Luterani, disputandone apertamente fino agli artieri idioti et ignoranti di lettere, il quale abuso era venuto non meno in Lucca che negli altri luoghi, con disonore della santa Chiesa cattolica romana, e ciò dispiacendo invero agli uomini savj e cittadini del Governo massime in generale, con tutto che vi fosse ancora qualcheduno dei grandi macchiato di quest'errore, si fece per tal conto una fortissima e severa legge contro di coloro che temerariamente ardissero di parlare, disputare e contendere di tali cose, e che tutti i libri proibiti e sospetti alla santa Chiesa si dovessero togliere e sopra di questo si fece un offizio di autorità per longo tempo di tre qualificati cittadini, cioè: Baldassar Montecatini, Bartolomeo Cenami e Giovanni Bernardini». (Ivi).
Anno 1549 «..... Fecero i padri del senato una legge in favore della religione, ancora che altre prima ne avessero fatte, desiderando sopra ogni altra cose che si vivesse col timor di Dio, in grazia della cesarea maestà e della santa sede romana; e per tal conto Jacopo Arnolfini fu ambasciatore a papa Paolo III acciocchè fosse fatto capace della buona fede e religione nostra». (Ivi).
1553 «....... Si fecero alcuni buoni ordini sopra la religione e fu spedito a Roma messer Agostino Ricchi all'arcivescovo di Rangia, affinchè facessero insieme buon uffizio, referendo però con li deputati e signori sopra l'Inquisizione, imperocchè vi era stato qualche malo spirito et inquieto o maligno animo che a quelli aveva referto male della città, la quale invero non preteriva cosa alcuna della vera osservanza et obbedienza della Chiesa. Dapoi per maggior diligenza del sagro culto si diede cura a Girolamo Arnolfini, Bartolomeo Pighinucci, Michele Diodati, messer Libertà Moriconi, Francesco Camicioni, Bernardino Cenami, messer Bernardo Manfredi, Ferdinando Giovanni Battista Bonella e Cristoforo Bernardi, che fossero col reverendissimo vescovo di Lucca per esaminare e deliberare quello che fosse da farsi per satisfare appieno alli reverendi cardinali dell'Inquisizione di Roma in modo che la loro città restasse appresso di loro in buon concetto, e così fecero in breve, mandando per ciò a Roma messer Girolamo Lucchesini, a Firenze fu mandato messer Nicolao Guidiccioni, mentre che messer Giovanni Tegrini vi era per un anno. Fecero li nove cittadini sopraddetti alcune provigioni in favor della religione e pubblicamente furono manifestate». (Ivi).
Anno 1555 «..... Continuando pure in Italia le opinioni, o per meglio dire l'eresie luterane, et ancora a Lucca alcuni a quelle aderendo, ma la città in generale et il proprio governo essendo d'animo tutto contrario, anzi ben disposto di seguire le pedate degli antichi e sotto l'obbedienza della santa Chiesa, per ciò per ordine del magnifico consiglio si creò un magistrato sopra la religione con autorità convenevole, per il che si fece conoscere a Sua Santità et a reverendi inquisitori in Roma, avendo essi mandato un certo breve, che i signori Cattolici erano persecutori degli eretici et inclinati al sagro culto, e li mandarono l'instituzioni fatte per il detto magistrato acciocchè essi avessero a vigilare per eseguire la punizione di chi errava, e gli eletti a questa cura furono messer Tobia Sirti, frate Michele Serantoni, Guglielmo dal Portico, messer Benedetto Manfredi, Francesco Camicioni, Baldassar Guinigi». (Ivi).
Anno 1558 «Non restando di travagliare la città in questi tempi alcuni che pure seguivano le opinioni contrarie alla Chiesa di Roma, ancorchè ogni giorno se ne facesse legge e proibizioni di non poterne nè pur ragionare, non che seguirle, con tutto che si stesse vigilanti contro questi tali in favor della religione per mostrare finalmente al mondo quanto dispiacesse a quelli del Governo che i suoi cittadini e sudditi non si dimostrassero veri et obedienti figli della santa Madre Chiesa Cattolica Romana, non ebbero respetto nè a parentadi nè a nobiltà nè a cosa alcuna, per l'offizio sopra ciò deputato si procedeva contro dei beni confiscati dell'infrascritti cittadini dichiarati ribelli benchè assenti et abitanti in Ginevra terra d'eretici, cioè: messer Nicolao Liena, Girolamo Liena, Cristofano Trenta, Guglielmo Balbani, Francesco Cattani, Vincenzo Mei.
Anno 1561 «...... Si elesse un offizio di nove cittadini per causa della religione e per satisfare ai reverendi cardinali sopra l'inquisizione ai quali tutta volta era rappresentato male calunniando a torto la città; e li cittadini eletti a tal cura furono questi: messer Giorgio Franciatti, Girolamo Lucchesini, Benedetto Manfredi, Iacopo Arnolfini, Bernardino Cenami, Libertà Moriconi, Nicolao Burlamacchi, Iacopo Micheli e Pietro Serantoni».
Anno 1563 «....... Il cardinal Borromeo, stretto parente del papa et amicissimo di questa terra, scrivendo faceva grande istanza che si facesse provvigione e notabile impresa contro i Lucchesi che erano in Francia e non vivevano cattolicamente, e tanto più sollecitava essendo terminato il concilio di Trento per il che bisognò procedere severamente e senza respetto contro que' tali e si eseguì la volontà di s. s. appieno».
Anno 1569 «A dì 25 ottobre venne la nuova che gli Ugonotti, eretici e contrarj agli ecclesiastici di Roma, furono rotti e messi la più parte a fil di spada nelle parti di Francia dove era suscitata et ampliata questa setta, di che si fece pubblica dimostrazione di allegrezza per tutta Italia et in Lucca ancora ad esempio degli altri, come d'animo tutto conforme agli altri cattolici e fedeli a santa Chiesa».
494. Non fu dunque una migrazione contemporanea; e caviamo dal Tommasi (Sommario di storia lucchese) la lista de' Lucchesi condannati, colla data della riformagione che li chiarisce eretici e ribelli.
495. Raynaldi, ad annum 1562.
Ecco un decreto del 10 aprile 1562 in materia di religione:
«Acciò che il magnifico signor gonfaloniere con li dui magnifici signori deputati e da deputarsi sopra la religione e l'officio sopra la detta religione possano con maggiore animo e diligenza attendere, e essequire l'auctorità e cura che gli è stata data dal magnifico consiglio, decreto s'intenda e sia che il magistrato possa spender per sei mesi prossimi per sino alla somma di cento scudi il mese e lo speciale officio dell'entrate sia tenuto di tempo in tempo passargliene e fargli pagare ad ogni sua requisizione.
«Il qual magistrato sia tenuto e debbi con ogni diligenza possibile cercare e ritrovare tutti quelli li quali sono stati dal Sant'Offizio dell'Inquisizione dichiarati eretici, ovvero citati sono restati contumaci secondo la disposizione della legge fatta il 1558, et essequire contro di loro quello che per essa legge si dispone.
«Sia tenuto ancora il detto magistrato di ricercare con ogni diligenza e ritrovare tutti quelli, li quali tanto nella città di Geneva come altrove, hanno avuto, hanno, averanno pratica o commercio con li eretici dichiarati ribelli dal magnifico consiglio, et ancora tutti quelli li quali sì nella città nostra e suo dominio, come in qual si vogli parte del mondo hanno in alcuno modo contravenuto o contraverranno agli statuti e decreti e ordini fatti dal magnifico consiglio sopra la religione, li quali tutti il detto magistrato sia tenuto, sotto pena di scudi cento d'applicarsi al nostro comune, nella quale ipso jure et ipso facto e senza altra dichiarazione s'intendano e siano incorsi, e si debbino per li magnifici signori condennare nelle pene delli detti statuti et ordini e per così condennati mandargli all'archivio pubblico ogni volta che a esso consterà della contravenzione.
«Il qual magistrato sia tenuto ancora ogniqualvolta avanti e da esso si facci la proposta ordinata sopra la religione, riferire ai magnifici signori sotto la detta pena tutto quello che da esso sarà stato fatto, eseguito e negoziato per sino a quel tempo, la qual relazione li magnifici signori siano tenuti e debbino proponere e far leggere nel magnifico consiglio quando faranno la detta proposta sopra la religione, acciò che sopra a quella possa deliberare come li parrà.
«E che per il magnifico consiglio prefato si debba fare elezione d'un altro officio di tre cittadini sopra li beni confiscati delli eretici, dichiarati ribelli da esso magnifico consiglio, per dui anni prossimi con la medesima autorità cura e carico la quale fu da esso data all'officio già eletto sopra li beni di detti eretici dichiarati ribelli, la quale comprenda ancora li beni di quelli che si dichiareranno per l'avvenire, il quale officio sia tenuto riferire sotto pena di scudi cento nella quale etc. e perchè così condannati per inanzi il tempo della proposta da farsi nel prossimo collegio sopra la religione alli magnifici signori quello che il detto officio passato ha fatto sino a ora ed esseguito sin ora, la qual relazione gli magnifici signori siano tenuti proporre e far leggere nel detto magnifico consiglio quando faranno la detta proposta.
«Il qual magistrato sia tenuto ancora sotto la pena predetta inanzi al tempo da far la proposta della religione, nel collegio prossimo riferire a magnifici signori in scritto tutti quelli li quali nella materia della religione da un anno in qua hanno date false calunie, cioè quelli li quali non possano render conto da chi habbino odito le imputazioni, la quale relazione li magnifici signori debbino proporre e far leggere nel detto magnifico consiglio.
«E parimente il prefato magistrato, durante il tempo del suo officio, e quelli che succederanno a esso siano tenuti di tempo in tempo ogni volta che troveranno nella causa prefata della religione esser stata falsa calunnia riferita a magnifici signori, e quelli che si dice di sopra e lor signorie debbino proporre e far leggere la relazione del magnifico consiglio nel quale faranno la proposta della religione».
496. La lettera è del 21/11 febbrajo 1681, e trovasi alla Magliabecchiana, Classe XXXVII, N. 159 de' manuscritti.
Il Bayle in Giulio III, cita una Lectura super canonem de consecratione di Gerardo Busdrago di Lucca dottore, vescovo di Napoli di Romania, e suffraganeo del vescovo di Padova, stampata a Wittemberg il 1543.
497. Diamo alcune notizie su queste famiglie:
1. Turrettini. Nobili di Lucca nel 1300, cacciati come Guelfi nel 1312, tornarono in patria nel 1400, da Nozzano dove si erano riparati. Cristoforo Turrettini fu anziano della repubblica, poi gonfaloniere di giustizia nel 1443, e fu il primo della casata che godesse quest'onore, che molti altri ottennero dopo di lui. Nel 1466 Paolo Turrettini fu ambasciatore a Galeazzo Sforza, duca di Milano. Un altro Cristoforo fu segretario delle cifre di papa Gregorio XIII, e nel 1585 ebbe privilegio di nobiltà imperiale, per diploma di Rodolfo imperatore, e facoltà di portare l'aquila nell'arme. Cesare, priore del monastero di San Giovanni di Lucca, morì nel 1632 in concetto di santità.
2. Liena, famiglia cacciata dal popolo come ricca e potente nel 1308. Niccolao andò scelto a incontrare papa Paolo III quando venne a Lucca nel 1538, poi andò ambasciatore a Carlo V per comporre le controversie coi Fiorentini per cagione di Pietrasanta.
3. Gli Jova o Ghiova nel 1312 partirono di Lucca con le centottanta famiglie guelfe, poi tornarono nel 1331 e prestarono giuramento di fedeltà al re Giovanni di Boemia, che fu signore di Lucca. Nel 1384 Nicolao Jova insieme con Matteo Gigli fu ambasciatore a Firenze per stabilire la lega con quella repubblica e con Siena, Perugia e Pisa. Paolo Jova, francescano, fu discepolo di frate Francesco di Savona, che fu poi papa Sisto IV, introdusse gli Osservanti a Lucca e fu guardiano e vicario provinciale e dottissimo in teologia. Morì nel 1484.
4. Calandrini, famiglia oriunda di Sarzana, cominciò a rendersi illustre a Roma e altrove al tempo del pontefice Niccolò V, ch'era figlio di Andreola Calandrini. Costei avea avuto in prime nozze da un Calandrini due figliuoli, Pietro e Filippo. Questi fu promosso al cardinalato e dichiarato nobile originario di Lucca per decreto del 12 dicembre 1447. Giovan Matteo, figlio di Pietro, fu creato anch'esso nobile lucchese il 22 gennajo del 1456; era senatore di Roma e dottore in legge. Filippo, suo figliuolo postumo, si ammogliò a Caterina di Benedetto Bonvisi; fu anziano della repubblica di Lucca e più volte ambasciatore; morì il 1554. Ebbe un figliuolo per nome Giuliano, che abbandonò la fede cattolica e si ritirò in Francia dove morì nel 1573: era ammogliato a Caterina di Agostino Balbani. Giovanni, suo figlio, dopo aver vagato per la Germania, si ricoverò a Londra, e lasciò due figli, Giovanni Luigi e Filippo. Il primo si fermò a Ginevra, il secondo andò a Londra, ma come seguace della parte di re Carlo I fu obbligato ritirarsi in Amsterdam, ove fu eletto direttore generale del commercio in Batavia e nell'Indie Orientali. Nacque di lui Teodoro che si ritirò in Francia e tornò alla fede cattolica. De' suoi figli Filippo e Teodoro il primo entrò gesuita, il secondo, dopo avere più anni militato in Francia, tornò a Lucca nel 1697 e dal Consiglio venne rintegrato negli onori e creato colonnello.
Col decreto 16 dicembre 1605 fu messo all'Indice il Trattato delle heresie et delle Schisme che sono nate nella chiesa di Dio et de' remedj che si deono usare contro di quelle, di Scipione Calandrin.
498. Così qualvolta occorre la parola πρεσβὺτερος non traduce preti o sacerdoti, ma anziani, collegio degli anziani. Se Paolo e Barnaba ordinano preti coll'imposizione delle mani (χειροτονησαντες αὐτοῖς πρεσβυτὲρους κατ’ ἐκκλησίαν), egli traduce che «gli ordinarono per ciascuna chiesa per voti comuni degli anziani». San Pietro raccomanda ai fedeli nemo vestrum patiatur, ut homicida, aut fur, aut alienorum appetitor (Ep. I, 4, 15), ove il testo dice ἀλλοτριεπίσκοπος, cioè che spia i fatti altrui: e il Diodato mette «o facendo il vescovo sopra gli stranieri» per raffaccio ai vescovi. ἐν προσώπῳ χριστου (II Cor. 2, 10), cioè in persona di Cristo, egli traduce «in cospetto di Cristo» per non fare un apostolo vicario di Cristo. παρὰδοσις, che vuol dir tradizione, egli traduce per «insegnamento»: χάρισμα grazia, per «dono»: λογος verbo, per «parola».
La Vulgata nei Fatti degli Apostoli III, 1, dice che «Pietro e Giovanni ascendeano al tempio all'ora nona dell'orazione», sapendosi che molte volte il giorno faceano la preghiera gli Ebrei, a cui imitazione la Chiesa introdusse le nove ore nell'uffiziatura. Per non approvar ciò, Lutero aveva alterato quel passo, e secondo lui il Diodati tradusse, «Saliva al tempio in sull'ora nona, ch'è l'ora dell'orazione».
La sua versione il Martini condusse in generale sulla Vulgata, talvolta scostandosene nel Nuovo Testamento, perchè conosceva il greco. Le sobrie note son sempre ortodosse, ma talvolta appoggiano su interpretazioni non conformi all'originale.
499. Jean Gaberel, Calvin à Genève, p. 232-235. Laderchi, Continuazione del Baronio, p. 202.
500. Cogliamo quest'occasione per avvertire come Michele Serveto, ristampando nel 1535 a Lione la geografia di Tolomeo, è forse il solo de' contemporanei che accusa Americo Vespucci d'aver usurpato la gloria di Colombo. «Colombo (dice) in un nuovo viaggio scoprì il continente e molte isole, di cui son oggi padroni affatto gli Spagnuoli. S'ingannano dunque affatto quei che chiamano America questo continente, giacchè Americo non la toccò che molto dopo di Colombo, e vi andò non cogli Spagnuoli, ma coi Portoghesi, per farvi commercio». Humboldt mostrò quanto a torto si accusi il Vespucci di aver soperchiato il gran Genovese; del resto si sa che Americo fece il suo viaggio nel 1499 con Hocheda e per la Spagna, e non come mercante, ma forse come astronomo. Il bello è che l'edizione del Serveto contiene la mappa del 1522, dove al nuovo mondo si dà il titolo d'America.
501. Opuscoli di Calvino, p. 1991, 1923 ecc.
502. Hoornbeech, Apparatus adv. Socin., pag. 24.
503. Sertorio Quattromani ha un'Epistola ad Celsum Mollium, riferita da Leonardo Nicodemo, Addizioni alla Biblioteca Napolitana, ove dà il Gentile per napoletano, e Calvino per autor della storia del suo supplizio. Erra: questa storia è di Benedetto Arezio. Al sinodo di Pinczovia, il 4 novembre 1562, aveva professato Deum creavisse in latitudine æternitatis spiritum quemdam excellentissimum, qui postea in plenitudine temporis incarnatus est.
504. Vedi Bayle, Dictionnaire critique.
505. Bayle, in Gribaldi. Gerdes, p. 276; Niceron, Mém. des hommes illustres, t. XLI, pag. 235. Sue opere sono:
De methodo ac ratione studendi in jure civili libri tres, Lione 1544.
Recentiores jc singuli, singulis distichis comprehensi.
Commentarius ad legem Falcidiam. Pavia 1548.
Epistola in mortem F. Spieræ, 1554.