152. Il Morone, interrogato se avesse nemici a Modena, dice di no, salvo «quel Bonifacio Valentino, qual è proposto di Modena, il quale sempre mi fu avversario in tutte le cose che concernevano al governo della Chiesa di Modena, ed ebbe particolari nimicizie col mio vicario, il quale io favoriva, e con l'arciprete don Andrea Accolti, il quale era mio confessore... faceva la quadriglia con alcuni contro di me ad impedire... e diceva: Io so che ho torto, ma voglio litigare per far dispetto al cardinale».

153. Il citato Tassoni narra:

1558. De anno antecedenti, videlicet 1557 D. Bonifacius Valentinus canonicus et præpositus ecclesiæ cathedralis mutinensis et D. Filippus Valentinus doctor et consobrinus ejus, et D. Ludovicus Castelvetrus doctor, et quidam D. Antonius Gadaldinus bibliothecarius citati fuerunt Roma ab inquisitoribus hereticæ pravitatis ad respondendum de fide: tandem Gadaldinus, et D. Bonifacius missi sunt Romam sub custodia, et in carcere inquisitionis clausi: aliis duobus, videlicet D. Ludovico Castelvetro et D. Filippo, fugientibus. Qui per contumaciam excomunicati, et omnibus honoribus privati sunt. Sed quum D. Bonifacius examinatus, confessus fuisset omnes, errores, et opiniones suas, et retractasset, et abjurasset eas, liberatus fuit a carcere, injuncta pœnitentia quod publice in Ecclesia super Minerva ad altare S. Crucis ante et post debeat alta voce abjurare omnes hæreses, in quibus per multos annos fuerat involutus. Et sic die 6 maji 1558 in dicta ecclesia Romæ abjuravit. Postea Mutinæ reversus, in die Pentecostis post prædicationem fecit eandem abjurationem die 29 maji in ecclesia cathedrali Mutinæ, præsente multo populo. Sed Antonius Gadaldinus senex, qui vendiderat maximam quantitatem librorum lutheranorum prohibitorum, remansit Romæ in carceribus inquisitionis.

Segue l'atto di abjura di Bonifacio Valentino, del tenore della sopra riportata: confessa aver creduto fosse contro le sacre scritture il mangiar magro, e il vietare ai preti l'ammogliarsi: l'uomo fosse per la sola fede giustificato, e potesse avere la vita eterna senza opere: non doversi tenere nè venerare le immagini de' santi, nè i santi invocare; inutili le indulgenze; che non vi sia il purgatorio; le buone opere non acquistare la vita eterna; il sommo pontefice di Roma non essere vicario di Cristo, ma Anticristo: non necessaria la confessione; i sacramenti non conferir la grazia; non farsi transustanziazione nell'eucaristia; lesse libri d'eretici e luterani, le lezioni de' quali ha ascoltate, e ha conversato con loro: stette in quelle eresie per otto o dieci anni, nel qual tempo, benchè non celebrasse mai messa, perch'io non la celebrai mai, se non la prima volta, interveniva però ai divini uffici cogli altri canonici in coro, e mi sono comunicato non essendo absoluto dalle presenti heresie. Le quali eresie ora abjura, maledice e detesta.

154. In un arsenale di cose variatissime, quali sono le annotazioni del Lagomarsino alle lettere di Giulio Pogiano, troviamo due lettere del cardinale Commendone a Giammaria Castelvetro, del febbrajo e dell'aprile 1570, donde appare che questi aveva interposto l'imperatore Massimiliano II e il duca di Ferrara per ottenere che la sua causa fosse giudicata in Ferrara: al che quegli rispondeva non essersi mai costumato di toglier di mano a quel sant'Uffizio le cause da esso iniziate: prometteagli però, a nome di sua santità, se si fosse costituito, farlo giudicare con ogni clemenza, carità e anche prestezza. Avendo poi esso Castelvetro domandato grazia dell'errore commesso, il cardinale s'impegnava d'ottenergliela. Pogiani epistolæ, vol. IV, p. 444.

Un Jacobo Castelvetro, pur modenese, che non era però nipote di Lodovico, abbracciò le nuove opinioni: e a Basilea pubblicò nel 1562 i libri di Lodovico, e uno contro il concilio di Trento, inserito nella Biblioteca Viziana: poi a Londra stampò varj classici nostri. Venuto a Venezia, fu côlto dal sant'Uffizio, ma l'ambasciadore Arrigo Vottone riuscì a farlo fuggire, nel 1611.

Venuta ora la frenesia de' monumenti, i Modenesi domandarono le ceneri del Castelvetro per trasportarle nella loro città, ma ne fu chiesto un prezzo esagerato.

155. Una vita del Castelvetro di contemporaneo, trovata dal Tiraboschi, narra che Lodovico volle far interdire il fratello Paolo che sciupava; di che irato, Paolo pensò vendicarsi, e accostatosi a Pietro Bertano, frate e cardinale avverso al Castelvetro, l'accusarono a Roma, avendo sollecitatore il Caro.

Il padre Laderchi al 1571 riferisce che «morì finalmente nella eresia Lodovico Castelvetro, e Giovanni Merlino pseudovescovo; talchè, colla uccisione di così insigni eretici fatta dalla divina giustizia, parve la Chiesa aver riportato non minor trionfo sugli eretici che sugli infedeli». Era l'anno della battaglia di Lepanto.

Il Vergerio scriveva al duca Alberto il 15 marzo 1561:

«Fuoruscirono d'Italia per l'evangelo tre insigni personaggi, un vescovo, un abbate, e un professore di lettere greche, di nome Francesco da Porto, di sopranome Greco. Visse alquanto a Ferrara, ha cinquant'anni, moglie, figli; e potrebbe a Regiomonte nella scuola di vostra altezza venire, e credo si contenterebbe di duecento fiorini. Se Dio movesse l'altezza vostra a desiderarlo per la sua scuola, oserei affermare che avrebbe un uomo che nella letteratura greca (e tacio la latina) non avrebbe il pari in altra scuola, oltrechè è sincero nella dottrina e veramente pio».

Il Da Porto morì a Ginevra, e Teodoro Beza ne compose l'epitafio.

156. Antonio Caracciolo, domenicano, il quale, al principio del 1600, scrisse una vita di Paolo IV, ch'è una difesa della santa inquisizione, e che potè vedere i registri di questa, scrive:

«In Modena gli eretici fecero più faccende che in niuna parte d'Italia. Quivi fu il vicario del cardinale Morone, chiamato Bianco da Bonghis, e molti sospetti d'eresia. Vi fu Antonio Gadaldino, librajo modenese, eretico marcio con tutta la sua famiglia: vendè costui molti volumi del Beneficio di Cristo, libro pernizioso che insegnava la giustificazione ex sola fide et ex meritis Christi, imputazione alla luterana. Questo libro, così caro agli eretici, il Gadaldino non solo lo vendè ma anche lo ristampò.

«Il cardinale Cortese..., ancorchè di grande stima per bontà e per lettere, fu nondimeno senza rispetto alcuno inquisito dal sant'Uffizio per aver letto ed approvato il libro del Benefizio di Cristo».

Altrove dice pure che «quel libro (del Benefizio di Cristo) fu stampato molte volte, particolarmente a Modena, de mandato Moroni». Aggiunge Bonifazio Valentino, al quale Adriano, segretario del cardinale di Fano, scrisse una lettera di condoglianza per la morte di Lutero e di due frati modenesi eretici, frà Reginaldo e frà Albasio. Bonifazio infettò la terra di Nonantola. Poi Alessandro Milano, frà Bernardo Bartoli, che in carcere abjurò: frà Bartolomeo Pergola, prete Domenico Morando, Francesco Camerone, un Farzirolo, prete Gabriel Falloppia, Gozapino calzolaro, prete Girolamo Regia, il Castelvetro, don Girolamo di Modena cappellano del Morone; Giovanni Borgomazza, Giovanni Bertano, mastro Giovanni Maria Mannelli. Costoro mandavano sussidj agli eretici di Germania: e dà qualche contezza di ciascuno.

Le notizie e i documenti più importanti intorno a questo periodo si trovano nella Biblioteca Modenese del Tiraboschi, ma sparpagliati man mano che gli capitavano, e secondo i nomi delle persone. Altre ce ne furono somministrate per cortesia, fra cui la cronaca inedita del Tassoni, ove leggesi al 1561. Cum, jam pluribus mensibus elapsis, dominus Ludovicus Castelvetrus, dominus Philippus Valentinus doctores mutinenses accusati fuissent de hæresi lutherana, et citati Romæ, sed non comparuissent, et sicut contumaces condemnati fuissent, tandem de anno 1560 dominus Ludovicus, habito salvoconductu, ad purgandam calumniam Romæ se transtulit, una cum domino Joanne Maria fratre suo. Et sic ab inquisitoribus ter examinatus, timens ne quid deterius sibi contingeret, noctu clam aufugit, et sic ab inquisitoribus condemnatus, tali sententia percussus est.

Segue uno squarcio della sentenza pubblicata dai cardinali inquisitori dell'eretica pravità, ove il Castelvetro è dichiarato eretico impenitente, e incorso nelle censure.

Il cronista, parlando più oltre di Lanfranco Fontana nobile modenese, dice che, bandito già dal duca Alfonso d'Este, abbracciò, più anni dopo, la religione luterana in Francia.

157. Similmente il Fontanini (Bibl. dell'eloq. italiana, tom. I, pag. 119) narra che certi libri «del Brucioli, di B. Ochino, di G. Valdes, e di altri della medesima farina, nello smuovere una casa in Urbino nell'anno 1723, si trovarono insieme nascosti, e quivi murati per salvarli dal fuoco in tempo di Paolo IV».

158. Nelle Novæ amœnitates literariæ di Arrigo Guglielmo Klemmio, stampate a Stuttgard nel 1773, si contengono Anecdota de Ludovico Castelvetro ejusque scriptis, in primis Locorum Melancthonis in linguam italicam ab ipso translatorum editione. Quella traduzione è minutamente descritta dal Bruckero Miscell. histor. philosoph., p. 302; ma non dice di chi sia. Il Fontanini la sostiene del Castelvetro; ma probabilmente esagerò nell'accusar questo, come esagera il Muratori nel difenderlo.

159. Non già: bensì che sarebbesi potuto esprimerlo più chiaramente, e che ciò si potrebbe anche dopo il Concilio, qualora lo Spirito Santo l'ispirasse.

160. La lettera, diretta a Giovanni Domenico Sinibaldo, suo vicario, esiste nel processo, e dice:

«Alli preti curati siate sollecito, ripetendo spesso privatim et publice il medesimo, ed istruendoli massimamente nel punto della remissione delli peccati nelle confessioni delli poveri ignoranti, come si contiene nel sinodo coloniese».

161. Egli rispondeva, oltre il resto, le parole che mettemmo alla nota 18.

162. Il Contarini? I nomi sono soppressi: ma molti potemmo supplire con altre indicazioni.

163. Questo Pergola confessa d'aver tenuto l'opinione luterana circa la giustificazione o l'invocazione dei santi. Dice che, quando fu processato, il Morone e monsignor Lodovico (Castelvetro) gli esibirono i mezzi di fuggire d'Italia, ed esso non volle.

Il citato Tassoni scrive:

De anno 1544 pro tempore quadragesimæ in ecclesia cathedrali prædicavit quidam frater Bartolomeus, conventualis S. Francisci, dictus il Pergola, qui post Pascha accusatus de hæresi apud inquisitorem S. Dominici, in die lunæ duabus concionibus in dicta ecclesia ore retractavit, vel potius hæreticorum honore declaravit magna parte articulorum sibi oppositam, qui erant amplius 40, probati per 11 testes idoneos et sufficientes, dicens: intelligebam sic; excusans se, aliquando negans non dixisse sic, et aliquando dicens testes non intellexisse. Qui postea Romæ condemnatus est non posse amplius prædicare et ad alia quædam facienda.

Eodem anno prædicavit quidam frater conventualis S. Francisci, dictus il Pontremolo in festo nativitatis D. N. qui accusatus de hæresi et condemnatus obiit.

164. Esiste la costui lettera: pure se n'ha un'altra più tarda, ove si lagna che il Morone si mostrasse austero coi dissidenti in Bologna.

165. Vedi la nota 5 del nostro discorso XIX.

166. Di ciò il Pusey accusava testè i Cattolici nel suo Eirenicon: del che avremo a parlare.

167. In tutto il processo non v'è menzione di tortura o d'altra sevizie corporale: solo una volta, a un frate che accusava con insistenza il Morone, il suo superiore dice che infamie simili non furono dette mai, e che bisognerebbe sostenerle alla corda.

168. Uno, interrogato in quibus articulis habeat pro suspecto un tale, respondet: «Perchè io veggo che egli si diletta poco della predicazione divina, e quando è al divino officio poca riverenza gli porta». Un altro: «Io non dico che fosse eretico, ma per esser germano e di costumi barbari, mi dava sospetto; altro non so».

169. Oggi è esposta stabilmente.

170. Ortensio Landi, nel Commentario delle cose notabili e mostruose d'Italia, dice: «Fui per schivar Cremona, essendomi detto che altro non vi udirei che bestemmiar Iddio, maledir la celeste corte, giurare e spergiurare, e mille brighe al giorno farsi».

171. Erra dunque il Tiraboschi che, nelle Memorie storiche di Modena, IV, 76, dice che il Morone chiamò i Gesuiti nel 1556.

Nella cronaca modenese di Bartolomeo Lodi inedita, e che va sino al 1596, è narrato come i Gesuiti venissero in città nel 1551, e come vagassero qua e là, finchè stanza ferma posero a San Bartolomeo nel 1614, ma presto le loro scuole soffogarono le laiche. Del Morone racconta che nel 1568 ospitò nel vescovado sua sorella marchesa di Soncino: che del reddito della mensa vescovile, consistente in tremila quattrocento scudi, egli ritenne la metà quando rinunziò l'uffizio al Foscarari poi al Visdomini: descrive i funerali fattigli, con orazione funebre del canonico Fogliani. Narra pure i supplizj o le abjure inflitte ad eretici. Spesso nascevano discordie tra i canonici, o tra questi e il vescovo, tanto che nel 1576 l'intero Capitolo fu sospeso. Nè meno irrequieti mostravansi confraternite e monasteri, sicchè o si riformarono, o vennero surrogati da altri, fra cui i Minimi furono imposti dal papa, a mal in cuore del popolo. Nel 1589 si cercò rifare un'accademia, al modo di quella del Grillenzoni, che adunavasi in casa Sertorio nella rua del Muro.

Vedi Una pagina della storia di Modena, per C. Campori, 1866.

172. L'anno è certamente sbagliato.

173. Fu sua spia nella cospirazione ben nota.

174. Contro la candidatura del Morone fu fatta questa pasquinata:

Sarete voi sì ciechi e sì furfanti
Di Dio nemici e senza discrezione
Che vi facciate papa ancor Morone
Nemico della Vergine e de' Santi?
Non sapete voi pazzi tutti quanti
Che nella fede ha mala opinione,
Che fu vicino a cantar il sermone
Compagno d'Inghilterra e d'altri tali?
Guardate pur che il diavol non vi tenti
Che non v'assalga la fortuna ria,
Che non vi costi poi la vostra insania.
Non vi credete apparecchiar gli stenti,
Sciocchi, e d'Italia farvi una Germania,
E mandare in bordel la preteria.
Lasciate dir ch'ei sia
Pur di Milano, e sia troppo gran svario
Far il pontificato ereditario,
E che sia necessario
Ch'avendo mal guidato un piccol gregge,
Mal possa al mondo poi dar norma e legge.
Ma perchè non si elegge
Vercelli o Borromeo? ecc.
... Io non bramo o desìo
Poichè sfacciatamente se l'allaccia,
Se non che Moron papa non si faccia.

L'Inghilterra significa il Polo. Milanese era stato il papa di prima, e parente del Morone.

175. Aggiungeremo che anche il modenese Bertani sunnominato, domenicano e cardinale, e illustre teologo, fu appuntato per aver approvato libri che contenevano proposizioni pericolose; del che egli domandò perdono al papa.

176. Vedi l'Appendice I a questo discorso.

177. Vedi l'Appendice II.

L'indice de' libri proibiti segna Curio Cælius Horatius e Curio Cælius Secundus.

178. L'originale spagnuolo di quest'opera è perduto o smarrito, onde nel 1855 fu tradotto in quella lingua, com'anche l'Alfabeto della pietà Cristiana. Le Cento Considerazioni furono riprodotte a Halla di Sassonia nel 1860 con un'erudita vita del Valdes, distinguendo diligentemente Giovanni da Alfonso. Alfonso sarebbe stato il segretario di Carlo V, per cui ordine avrebbe anche tradotta in italiano la Confessione di Melantone, e fatto il libro Pro religione christiana res gestæ in comitiis Augustæ Vindelicorum habitis, anno MDXXX; com'anche la lettera con cui Carlo V si congratula coi Cantoni cattolici della vittoria di Cappel ove restò ucciso Zuinglio, chiamandoli propugnatores invictos adversus eos qui ritus, hactenus summa religione observatos, invertere, novaqui dogmata invehere conantur. Fu amico di Erasmo e di Pietro Martire d'Angera, quanto nemico del Castiglioni; e autore dei due dialoghi di Mercurio e di Lattanzio.

Giovanni fu forse cameriero del papa: postosi poi a Napoli, scrisse il dialogo sulla lingua, dove appajono leggerezze e oscenità, mal compatibili alla franchezza spagnuola. Sua cura principale fu lo studio della sacra scrittura: tradusse dall'ebraico alcuni salmi, opera perduta: commentò l'epistola di san Paolo ai Romani e la prima ai Corintj.

L'ultimo storico della letteratura spagnuola (History of spanish literature by George Tickner, Boston 1865) nota errori del Llorente e del M'Crie intorno al Valdes, non fa cenno del libro del Beneficio di Cristo, e non distingue i due fratelli. Nota che his religious views are, no doubt, much more spiritual than was common in his time, and his political morals generally were more stringent: so that he might, perhaps, already be regarded as a follower of Luther, if it were not for his unbounded admiration of the emperor, his avowed deference for the Church and the Pope, and his expressed belief of the real presence in the Eucharist. Sono a vedere le considerazioni che esso Tickner fa sugli eretici di Spagna e sulla Inquisizione.

179. Opere del Curioni, annoverate dallo Stupano nella Oratio de C. S. Curionis vita.

Encomio della noce: lavoro giovanile.

Probo: dialogo.

Il ragno, sulla providenza di Dio.

Della immortalità delle anime.

D'una pia educazione ai figli.

Parafrasi del principio del vangelo di san Giovanni.

Paradossi cristiani.

Esortazione alla religione.

Orazione sulle buone arti.

Encomio degli scrittori.

Encomio di chi muor per la patria: orazioni funebri.

Orazioni contro Antonio Floribello.

Dell'antica autorità della Chiesa di Cristo.

L'istituzione della cristiana religione.

Della dottrina puerile e delle lettere, libri cinque.

Grammatica latina. Libro del perfetto grammatico.

Somma di tutto l'artifizio nel dissertare e nel trattare.

Compendio della dialettica di Perionio.

Commentarj contro Perionio.

Storia della guerra maltese.

Dei pesi dei Romani.

Continuazione della guerra sabellica.

Orazioni di Diogene tradotte dal greco.

Retorica d'Ermogene.

Nizolio arricchito.

Tesoro della lingua latina corretto ed accresciuto.

180. Angelæ, Cœliæ, Felici, puellis nobilissimus castissimisque, quarum ingenium, candor, industria, pudor, pietas, morum elegantia et sanctitas, grata Deo, multis nota, probata bonis, parentibus jucunda fuerunt, Cœlius Secundus Curio pater et Margarita Isacia mater itali, tribus filiabus præstantissimis, dulcissimis carissimisque ut earum quod mortale fuit in beatæ reparationis spem conderetur, h. m. p. Migrarunt ad Deum in maxima hujus urbis pestilentia mense aug. anno sal. hum. MDLXIV ætat. singular. an. XVIII, XVII, XVI.

Vivit ut exigua lucens in lampada flamma,
Sic nos æternum vivimus ante Deum.
Surgemus vivæ: lacrymas cohibete, parentes,
Quum tuba supremum fuderit alma sonum.

181. Hospes, mane et disce. Non Cœlius hic, sed Cœlii σωμα, imo σημα: spiritum Christus habet: cætera nomen veræ pietatis, humanitatis, insignisque constantiæ. Quum σωμα in שׁמים tunc vere erit Cœlius Secundus Curio hospes. Si didicisti vale. Reliquit ætat. suæ ann. LXVII. salut. MDLXIX ad VIII kal. dec.

182. Vedasi Vita C. S. Curionis; de mirabili sua e vinculis ac ipsis diræ necis faucibus liberatione dialogus. Schoelorn, Amæn. eccl., p. 258.

C. Schmidt, L. S. Curioni, nella Zeitschrift für die historische Theologie di C. W. Niedner 1860, fasc. IV.

183. Renan esclama: «Padre celeste, tu non hai voluto che questi dubbj ricevessero una risposta chiara, affinchè la fede al bene non restasse senza merito, e la virtù non fosse un calcolo. Una rivelazione evidente avrebbe assimilato l'anima nobile all'anima vulgare; l'evidenza qui sarebbe stata un attentato alla nostra libertà. Tu volesti che la nostra fede dipendesse dalle interne nostre disposizioni. In tutto quanto è oggetto di scienza o di discussione razionale, tu hai data la verità ai più ingegnosi: nell'ordine morale e religioso giudicasti deva appartenere ai più virtuosi. Saria stato ingiusto che l'ingegno costituisse qui un privilegio, e che le credenze, che denno essere il ben di tutti, fossero il frutto d'un ragionamento più o men bene condotto, di ricerche più o meno fortunate. Sii benedetto pel tuo mistero! benedetto d'esserti nascosto, d'aver riservata la piena libertà de' nostri cuori» Avenir de la Métaphysique.

184. Dante, Pd., XXIV.

185. Alberto Mazzoleni, monaco nel famoso convento di Pontida presso Bergamo, vissuto dal 1695 al 1760, avea raccolto cinquanta volumi di documenti intorno al Concilio di Trento, sui quali ideava scriverne di nuovo la storia, possibilmente confermata con autentici contemporanei documenti. Morì senza farne nulla, e la sua collezione fu venduta al trentino Antonio Mazzetti, che potea comprare ma non sapeva adoprare, e che morendo lasciolla alla città di Trento, ove ancora aspetta chi ne profitti. Tre volumi restano nella biblioteca di Bergamo.

Il primo volume di essa collezione contiene Præludia Clementis VII ad celebrationem generalis concilii, e son lettere e bolle di esso papa all'imperatore e al re dei Romani, altre di Paolo III, del cardinale Polo, del Coeleo, del Vergerio, del quale principalmente molte ne sono lunghe, e piene di zelo e d'abilità nel rimuovere le difficoltà.

186. Gherardo Dacherio intitolò l'opera sua Historia magnatum in Constantiensi Concilio.

187. Un intero volume della collezione Mazzoleni è di lettere dell'Aleandro legato in Germania, o a lui, sopra le condizioni della Chiesa e della Germania.

Ulrico di Hutten, che aveva secondato cogli scritti la guerra di Lutero, sorreggendola pur colla spada

Ut prius ingenio, nunc peragente manu,

non dissimulava d'aver teso ogni sorta d'insidie all'Aleandro:

Integer hinc Aleander abit: dubium hoc tamen illi
Qui semel effugit semper ut effugiat...
Quod potui, facete insidias, servare recessus,
Complectique omnes obsidione vias,
Cessatum nihil est. At Cæsaris agmine tuti
Evadunt. Credas sic voluisse Deum.

188. Nei Monumenta Vaticana, historiam ecclesiasticam sæculi XVI illustrantia (Friburgo, 1861) è una serie di lettere scritte dal Morone al cardinale Farnese da Germania nel 1540, 41 e 42. Fra altri è notevole questo passo: «Il duca Guglielmo di Baviera mi ha fatto dir per certo che i Protestanti sono risolutissimi non voler mai riconoscer la sede apostolica: ed avanti ogni cosa faranno protesta che, se in alcuna cosa consentiranno alla religione antica, lo vogliono fare per autorità e comandamento dell'imperatore, non perchè obbediscano o vogliano riconoscere in alcun modo la superiorità di nostro signore e della Chiesa romana» (Ratisbona, 13 aprile 1541).

Riponeasi dunque la libertà nell'obbedire all'imperatore fin negli articoli di fede!

Altra volta il Morone suggerisce quel che poi fu fatto col Collegio Germanico. «Per esser queste Sette in tanto aumento, poche persone si fanno ecclesiastiche, ed ognora più poche; e da qui nasce il negletto della religione, non essendo chi la curi. E perchè questi vescovi e capitoli tengono le scuole assai grandi de' putti, ma di questi, come sono cresciuti, la minor parte, anzi pochissimi vogliono farsi sacerdoti, vedendo l'obbrobrio nel quale sono i capi chericali; e per contrario, come sanno un poco di lettere, diventano luterani per la copia de' loro libri stampati in lingua latina e tedesca; mi pare ricordare si potrebbono mandare, da diversi luoghi, alcuni putti in Italia, quali fossero distribuiti ne' luoghi ben disciplinati, come sarebbe appresso qualche buoni monasteri e buoni prelati, e fossero instituiti innocentemente nelle lettere e costumi cristiani» (Innspruck, 18 gennajo 1542).

Trattando della pace, il re di Germania diceva al Morone come essa fosse impedita solo dalle pretensioni di Francia: aver l'imperatore offerto al re cristianissimo di cedergli il Milanese, purchè lo ricevesse come feudo dell'Impero, e quegli non l'aver voluto a tal patto. E soggiungeva: Rex Galliæ appetit monarchiam; et si haberet ducatum Mediolani, vellet habere Florentiam et Regnum Neapolitanum, et regere totam Italiam; quia bene scit, ut libere loquar, quod, qui habent dominium Mediolani, facile mutant animos aliorum Italorum (Spira, 10 febbrajo 1542).

Altre lettere ha l'Archivio Vaticano (Nuntiatura Germaniæ, vol. VII), dal Morone scritte da Boemia nel 1537 al Recalcato e a Paolo III, contro il quale dice si pubblicano continue invettive, come causa della pace turbata e del differito Concilio.

Altre ancora al Duranti, al cardinale di Santafiora; e in tutte persuade a mitezze, a concessioni, pur mostrando come i Riformati sieno tra loro dissenzienti. «Fra Luterani ed altri eretici sono alcuni principi, alcuni dotti ed alcuni popolari. Li principi seguitano l'eresie, alcuni per desiderio d'esaltazione sua, come il duca di Sassonia e il langravio d'Assia, e per deprimere la casa d'Austria: alcuni per arricchirsi de' beni ecclesiastici, come esso langravio e quasi tutti gli altri, il numero de' quali non bisogna contare. Li dotti prevaricano per vera malizia, ed oltre che sono istigatori delle passioni de' predetti principi, cercano ancora del proprio comodo ed onor del mondo. Li popolari, tra' quali sono molti cittadini per tutta la Germania ricchi ed onesti, sono stati sedotti ed ingannati; e di questi alcuni s'avveggono dell'error suo, ma per vergogna non ritornano, come Norimberghesi, Lubeccensi ed altri; alcuni stanno ancora nell'error suo, persuadendosi far bene» (Lettera 18 aprile 1540 da Gand). Crede che il Concilio provvederà a tutti costoro; e che intanto si favorisca a tutta possa la Lega Cattolica. Nella convocazione del Concilio, «con quel santo desiderio e petto veramente apostolico, e carità paterna, sua santità potrebbe alquanto discostarsi dalla solita forma, cioè invitar di nuovo i Luterani con ogni benignità, affezione ed esortazione, ed anco preghi; imitando sua santità Colui, del quale ha il nome, il quale omnia omnibus factus erat ut omnes lucri faceret. La qual cosa se movesse Luterani a venir al Concilio, sarebbe cagione della lor salute: se ancora non giovasse con loro, sarebbe però grata a Dio ed utile e onorevole a sua santità, e cagione di maggior confusione ad essi Luterani».

189. Il cardinale Contarini il 29 maggio 1541 da Ratisbona al segretario del papa scriveva:

«Volendo far l'uffizio debito verso Dio e debito ad un buon ministro di sua beatitudine, sono astretto di significare a vostra signoria reverendissima tutto quello che a me pare che il bisogno ricerca si facci. Prima gli significo che questa eresia luterana è così infissa negli animi di questi popoli di Germania, dico non solamente dei protestanti, ma di quasi tutti i popoli cattolici, che tengo certo che, quando bene in questa dieta si facesse una concordia cristiana con consenso di tutti i principi e teologi protestanti li quali qui si trovano, non potremmo dire di aver fatta provisione, ma solamente di aver fatti i fondamenti della provisione. Io dico a vostra signoria per certo che, essendo questa setta cosa nuova, e i popoli essendo naturalmente avidi di novità; essendo questa setta così larga, perchè leva l'obbligo della confessione, di udir la messa ed altri uffizj divini, leva l'obbligo delli digiuni, di astinenza da carne, di servar festa ecc., è molto popolare e plaudita: e però è pericolo grandissimo che tutta Germania presto v'entri, e così la Fiandra; e molti in Francia e in Italia la desiderano... Però importa avanti tutto che qui in Germania si facesse una buona riformazione e buona provisione cristiana, la quale consiste che li vescovi, con la vita e con la diligenza, con predicatori e precettori idonei procurassero che la fede cattolica fosse insegnata, siccome fanno i Protestanti, li quali non mancano in punto alcuno di diligenza in predicare, in leggere, in ampliare la loro setta.... Certamente se non vi si mette più pensiero di quello si ha posto per l'addietro, la cristianità sta in maggior pericolo per questa setta, che per l'arme del Turco. Questo ne potria privare del temporale, ma quella ne priva del temporale e dell'essenziale della fede: però bisogna ponervi tutti li spiriti, non sparagnare cosa alcuna, altrimenti ne avremo da render gran ragione a Dio. Oggi siam vivi, e domani siamo morti: e il viver da uomo, non che da cristiano, consiste in far il debito suo, ben operare nella persona che Dio ne ha imposto. Consideri vostra signoria reverendissima che dovemo far noi cristiani, noi prelati, alli quali Iddio ha date tante dignità, tante comodità comprate dal sangue di Cristo e dalla sua passione, e così indegnamente, così ingratamente, poi possedute e godute da noi». Collez. Mazzoleni, tomo XII.

Il Polo gli rispose che niun legato per lo innanzi avea sostenuto con tanta dignità il nome della sede apostolica, non solo quanto alla virtù dell'azione ed alla carità in pro di tutti, ma anche quanto alla sodezza della dottrina.

190. Fra le lettere di monsignor Della Casa, conservate nell'archivio di Parma, n'è una al cardinale Farnese del 17 dicembre 1543, dove enumera tutti i vescovi del dominio veneto, ai quali ha trasmesso l'avviso, da parte del papa, di andar al Concilio di Trento sanza dilatione, e le rispose che da ciascuno ottenne. «Corfù andrà; Veglia, Curzola e il coadjutor di Papho andranno, e Terracina. Sebenico credo sia partito per Roma. Cesarino si scusa di essere ammalato di sorte e in parte che non può cavalcare, e credo che sua signoria dica il vero. Papho è di età di 84 anni e di corpo non sano, e della mente qualche volta non con quella perfezione che ha avuto da giovine, nè mi par possibile che vada... Il vescovo di Nona è tanto povero, che a pena ha che vivere. Civital dice che è povero et infermo. L'eletto di Spalatro dice che non sà se sua santità vuole che vadi esso o l'arcivescovo suo, ma che sempre sarà pronto ad obbedire alli comandamenti di sua santità. L'arcivescovo di Cipri è vecchio e corpolento molto, e tal che mal volentieri si potrebbe condur mai a Trento, e però con ogni reverenza prega vostra signoria reverendissima a supplicar sua santità che si degni admetter la sua scusa che certo sarebbe metterlo a grave pericolo della vita».

E così degli altri: e davvero vi appare un tono di veridicità, che non lascia credere fosse semplice finzione il desiderio del papa che si tenesse il Concilio. Anzi il Lagomarsino nelle note alle lettere di G. Poggiano vol. II, reca documenti certissimi e vivissimi della premura sincera di Pio IV per ciò.

Per un saggio delle ragioni pro e contro, riferiamo, fra tanti, questa informazione al papa, di cui trovammo copia in più d'un archivio:

«Essendomi venuta occasione di parlar con alcuni delli deputati dalla maestà cattolica a consultar la materia del Concilio Generale, ho compreso (come per altre mie ho detto) che per loro proprio interesse cercano di persuadere a detta maestà che non sia bene il celebrare detto Concilio di presente, colle ragioni che appresso sieguono, le quali ho volute ragguagliar per darne notizia alla santità vostra et ho soggiunto nella fine quelle risposte che allora mi soccorsero di dire.

«Primamente considerano se il Concilio è rimedio opportuno e necessario per estirpare le eresie e mettere concordia nella santa Chiesa.

«Discorrono poi sopra la forma, che se gli deve dare.

«Finalmente propongono le difficoltà sopra la esecuzione.

«Attorno il primo caso, dicono che non solo non è rimedio necessario e opportuno, ma o impossibile o almeno senza speranza, che possi produrre alcun buon frutto per le ragioni infrascritte:

«Che gli eretici non vogliono che la santità di nostro signore sia di superior portata a detto Concilio, perchè non sia giudice e parte.

«C'hanno sempre apertamente protestato di non volere intravenire senza aver voce diffinitiva come li vescovi.

«Non potendosi concedere le suddette due cose come empie, dicono che non vorranno intravenire, e non intervenendo non ubbidiranno ai decreti.

«Che invitandoli o citandoli, e non comparendo, se poi si vorrà procedere contra di loro, con l'ajuto e forza degli altri principi, non sarà il rimedio per via del Concilio, ma per via dell'armi, la quale affermano che sarà di pregiudizio irreparabile alla maestà cattolica per le cause che, sotto il capitolo della esecuzion d'esso Concilio, saranno comprese.

«Per la forma, dicono che è d'avvertir se si dee aprire nuovo Concilio, o continuare il già cominciato a Trento.

«Soggiungono poi, che par che sia più necessario per rispetto della riforma degli abusi, che per la controversia della dottrina, e però trattandosi tuttavia la riforma in Roma, vogliono che sia opera vana a celebrar il Concilio.

«Finalmente mostrano di dubitare che, ogni volta che cosa si tratti che possa dispiacere a vostra santità, subito si debba fare una sospensione, o traslazione d'esso Concilio, di che ne potria seguire una dissoluzione, di peggior esempio che non fu quella di Trento, e con mostrar pure di confidare nella molta pietà e constanza di vostra beatitudine, mettano in dubbio, che la vita è incerta, che potria seguire una sede vacante, o succeder elezione d'un altro pontefice: di diversa volontà, per il che potria nascere scisma e maggior travaglio nella cristianità.

«Sopra la esecuzione mettono poi in considerazione a sua maestà (di Spagna) che, collegandosi con vostra santità, coll'imperatore, re di Francia et altri principi per questo effetto, verrà a provocarsi contra, non solo tutta la Germania, ma tutti gli altri principi e nazioni eretiche, onde l'imperatore potrà facilmente venir ad accordo coi suoi e similmente il re di Francia, per non veder la rovina de' lor sudditi, e allor tutto il travaglio e tutta l'inimicizia resterà sopra le spalle di detta maestà cattolica.

«Alle predette ragioni in questo modo risposi, mettendo primamente in considerazione, che il Concilio non si celebra solamente per speranza che gl'ostinati e perduti eretici si possino racquistare, ma perchè sono infiniti popoli, i quali non sono talmente confermati e sepolti nelle eresie che non si possino ridurre a sanità, al che fare è unico rimedio il Concilio.

«Non s'avvedano ancora che il tollerare i pertinaci e reprobi non è altro che nutrire il veleno, che va poi spargendosi, infettando i buoni, e che contra tali ostinati e pestiferi non è altro rimedio che unire contra di loro le forze di tutti i principi cristiani, e questo frutto non può nascere che dal solo Concilio.

«Della riforma, che dicono che più s'ha di bisogno da trattar nel Concilio che della controversia della dottrina, è da meravigliarsi che tal giudizio se ne facci. E prima si nega che non sia più bisogno trattar della controversia della dottrina, avendo gli eretici posto controversia in tutti i santissimi sacramenti, e nei principali fondamenti della cristiana religione, come è noto. E poi si soggiunge che, avegna che con molta diligenza si tratti la riforma in Roma, la quale in ogni tempo e luogo che si facci con pio zelo e prudenza è sempre buona, non per questo si leva l'autorità e occasione del Concilio di trattare una riforma generale e particolare, così intorno all'ordine ecclesiastico, come ancora agli abusi de' principi o signori, che più s'arrogano e s'usurpano l'autorità che lor non si deve.

«Il dubbio della sospensione o traslazione è mosso con poca pietà e molto leggiermente, perchè non s'ha da presuporre che un Concilio, congregato con l'autorità, apostolica, invocato lo Spirito Santo, debba trattar cosa che possa dispiacere al vicario di Cristo, il quale ha da giudicare detto Concilio, e il giudizio suo è sempre guidato dal medesimo Spirito Santo.

«Nè debbono similmente cader in considerazione le male venture delle sedi vacanti, nè d'altro caso tristo che possa avvenire, ma s'ha da sperarvi ogni bene.

«Per la esecuzione d'esso Concilio, con poca ragione si muovono a proporre la provocazione de gl'eretici contra il re cattolico solo, e fanno gran torto all'imperatore e re di Francia dandoli biasimo d'inconstanti, e non fedeli amici; che piuttosto si deve tener per certo, che unendosi insieme con legame sì santo per causa tanto pia, non debbano mancare di soccorrersi l'un l'altro, massimamente che si tratterà del lor proprio benefizio, desiderando tenere i lor popoli quieti, et evitar le ribellioni, onde, come collegati di sangue e come ristretti poi col vincolo dello Spirito Santo, non solo non lasceranno tutto il travaglio sopra le spalle del re cattolico, anzi piuttosto, essendo egli il più potente principe de' cristiani, lo ajuteranno a conseguir sempre gloriosa vittoria e si potranno poi voltare le forze contra gl'infedeli.

«Sia vostra santità avvertita che, l'anno del 43 alli XV d'aprile, in Augusta fu fatta una dichiarazione da tutti gli elettori, baroni e Stati del sacro Imperio, nella quale rimettevano tutte le controversie della religione alla definizione del Concilio generale di Trento, promettendo di sottomettersi sempre et ubidire, e lo arcivescovo elettore di Magonza ne fece una pubblica patente, la quale è ora in mano del reverendissimo don Diego Mendozza con molte altre scritture del Concilio, c'ha da consegnare a sua maestà; e come si mostra molto divoto servitore della beatitudine vostra, offerisce tutto ciò che può a servigio di lei».

191. L'Indice de' libri proibiti condanna come falsa la Epistola consolatoria et hortatoria Pauli IV ad suos dilectos filios. Velli Francesco fece due Difese del gloriosissimo pontefice Paolo IV dalle calunnie di un moderno scrittore; libro proibito con decreto 10 giugno 1658.

192. Su quel conclave si ha nell'archivio di Firenze una relazione di Bartolomeo Concina al duca Cosimo, tutta interessi mondani e maneggi per guadagnar voti e levarsi d'innanzi obstaculi, con nessun riflesso alla santità del grado. Ippolito, cardinal di Ferrara, il 3 dicembre 1539, scrive al duca raccomandandosi caldamente; grandi speranze avere, e, soggiunge di man propria: «Supplico vostra signoria a bruciarla subito che l'avrà letta, e a conservarmi nella buona grazia sua, ecc.». Ma il duca favoriva il Medici, che riuscì.

Noterò un altro aneddoto: che esso duca scrisse una risposta al Farnese, ma non potendosi mandargliela per nuovi rigori messi al conclave, la pose fra le bottiglie. Rottasene una, la inzuppò in modo che non fu più leggibile.

Questo Ippolito d'Este, figlio d'Alfonso duca di Ferrara e di Lucrezia Borgia, nato il 24 agosto 1509, istruito nella politica da suo padre, giovanissimo fatto prelato, andò in Francia, dove Francesco I lo colmò di onori, e gli ottenne il cappello cardinalizio nel 1538, poi lo fece arcivescovo di Lione nel 1540, ma le tante dignità non vel lasciarono dimorare. Giovanni Desgouttes lionese dedicò una traduzione dell'Orlando Furioso, come il Cieco di Ferrara avevagli dedicato il Mambriano, poema di lazzi comici e situazioni impudiche. Ippolito fu al Concilio di Trento, dopo il quale venne nominato vescovo di Autun, il qual posto cangiò poi coll'abadia di Flavigni e il priorato di Saint-Vivant: poi ripreso l'arcivescovado di Lione, per la cui diocesi fece pubblicare il Breviarium recognitum ac innumeris pene mendis summa diligentia et fide repurgatum, 1547. Lione era sede d'una stampa ricca e licenziosa, e Francesco I tentò reprimerla. Stefano Dolet, dotto tipografo, fu appiccato e bruciato a Parigi come eretico, e molti Ugonotti che secretamente predicavano, furono scoperti, nè salvaronsi che colla fuga. Quando in quella città s'incontrarono Enrico II e Caterina De Medici grandi feste si fecero, descritte in italiano e in francese dal poeta lionese Maurizio Séve, e i mercanti italiani vi fecero rappresentare la Calandra del cardinale Bibbiena. Ippolito era stato protettore di Benvenuto Cellini, che molto ne parla: lasciò splendidi edifizj sì in Francia, sì a Roma a Montecavallo e a Tivoli.

Mentre tornava al Concilio di Trento, il cardinale Ippolito fu assalito da cinquanta cavalieri dell'esercito del Condé, che gli tolsero il ricchissimo corredo, e cavalli e muli, dicendo che tanta magnificenza non s'addiceva al successor degli apostoli. Moltissime cariche ed uffizj egli sostenne, finchè, rinunziati tutti i benefizi a favore di Luigi d'Este suo nipote, morì il 2 dicembre 1572 a Roma, e il Mureto ne recitò l'orazione funebre, ove ritrae que' tempi, infelicissimi per la Francia, quando «uomini perversi, profittando della giovinezza di re Carlo, credansi permesso ogni peggio, e difondeano tra il popolo dottrine pericolose e criminali in fatto di religione: e non solo aveano imbevuto di lor massime la classe inferiore, ma infettato lo spirito di molti principi. Gli scritti di Lutero, di Calvino, d'altri empj, erano esposti pubblicamente e correano per le mani, mentre quelli di Gerolamo, d'Agostino, di Gregorio, d'Ambrogio escludevansi dalle biblioteche e dalle librerie. Fin alla Corte si teneano numerose assemblee di eretici, prendendovi parte persone della casa del re. Dapertutto non s'udivano che abbominevoli canzoni; e le loro esecrabili bestemmie contro Dio e i santi non cessavano di contaminar le orecchie cristiane».

193. Il famoso pubblicista Francesco Lottino di Volterra, scrive: «Io posso testificare come di cosa veduta con gli occhi proprj, che l'elezione del papa procede da Dio solamente; perciocchè io mi sono trovato in molti conclavi et ho avuta occasione di sapere la mente, posso dire, quasi di tutti i cardinali, et ho conosciuto chiaramente come la maggior parie di loro alla fine elegge il papa contra ogni sua voglia, senza che vi sia nè forza, nè ragione alcuna che li muova; se non che in quel punto, pare i cardinali si ritrovino fuori di sè, e che l'uno sia tirato dalla paura dell'altro, e vadino poi tutti insieme dove non voriano andare, e nondimeno non sappino negare a chi gli mena. Intanto che a tempi miei si sono queste contrarietà vedute, che alcuno odiato a morte generalmente da tutti, è stato da quelli medesimi che l'odiavano creato papa, et alcun altro amato da tutti e del quale si aveva per sicura l'elezione, non perciò aver potuto arrivarvi. Di modo che si vede che Iddio è padrone dell'elezione del papa, e che, o per sua giustizia meritando così i nostri peccati, ci dà talora un pontefice cattivo, o per la sua pietà e bontà ce ne dà uno buono. Ma perchè nondimeno è comune opinione, che l'industria civile habbia la parte sua in simile elezione, e voi particolarmente lo credete, ho messo insieme alcuni ricordi su ciò».

Questo, fra mille altri passi, può contraddire a quanto raccolsero i satirici, e più estesamente Giovanni Giorgio Fueslino, Conclavia Romana reserata, e testè il signor Petrucelli Della Gattina, Hist. diplomatique des Conclaves.

194. La scritta dice: Alexander papa III, Federici I imperatoris iram et impetum fugiens, abdit se Venetiis. Cognitum et a senatu perhonorifice susceptum, Othone imperatore filio navali prœlio a Venetis victo captoque, Federicus pace facta supplex adorat, fidem et obedientiam pollicitus. Ita pontifici sua dignitas venetæ reipublicæ beneficio restituta MCLXXII. Quest'ultima frase fu tolta quando nacquero dissidj colla repubblica veneta. Il fatto medesimo trovasi dipinto a Venezia nel palazzo ducale. Tanto il liberalismo del medioevo era diverso dall'odierno, che si scandalizza al vedere il rappresentante della forza e dello Stato, curvarsi dinanzi al rappresentante della giustizia e del popolo. Vedi la nota 16 del discorso III.

195. Pio V fe riveder quella causa, e dichiarata ingiusta la condanna, fe tagliar la testa ad Alessandro Pallentieri, orditor del processo; e bruciare il processo medesimo, col che tolse alla posterità di rivederlo in supremo appello.

196. Lettera del 16 settembre 1569.

197. Dei due più famosi storici italiani del Concilio parliamo altrove. Vedasi Le Plat, Monumentorum ad historiam concilii tridentini pot. illustrandam spectantium amplissima collectio. Lovanio 1782.

Il Manzi ha posto moltissime cose nuove sul Concilio nella II edizione di Lucca della Miscellanea del Baluzio.

Lodovico Dupin, Hist. du Concile de Trente, fu proibito nel 1725; come nel 1746 M. Jean Aymon, Lettres anecdotes et mém. historiques du nonce Visconti au Concile de Trente.

Il padre Bergantini avea raccolti molti documenti per appoggiare la storia di frà Paolo, in favor del quale scrisse contro il Pallavicino, sotto il nome di Giusto Nave. Sul Mazzoleni vedi la nota 3 qui sopra.

Il libro VII delle Decretali di Clemente VIII comprendeva il Concilio di Trento, ma fu soppresso. Libri symbolici ecclesiæ catholicæ conjuncti, atque votis, prolegomenis, indicibusque instructi, opera et studio Frid. Guil. Streitwolf et Rud. E. Klener, 1843, contengono i tre simboli universali, i decreti e canoni del Concilio tridentino, la confession di fede di Pio IV, e il Catechismo romano.

Varj scrissero questi ultimi anni la storia del Concilio, fra cui Alzog, Döllinger, il conte di Melun ecc. L'eruditissimo padre Theiner si era ultimamente proposto di farne un lavoro tutto nuovo, giovandosi degli Archivj Vaticani, da lui custoditi, e andando a investigar in tutti gli altri. Doveano essere di gran lume i processi verbali delle adunanze. Ma era bell'accorgersi che vi si metteano fuori opinioni inesatte, come succede nell'improvisare e nella controversia, e che la malafede poteva imputare a chi le disse, e trarne argomenti contro la verità e contro l'inerranza delle decisioni.

Negli archivj di Venezia e di Toscana (e così avverrà degli altri) noi leggemmo relazioni di ambasciadori, che quasi giorno per giorno riferiscono le discussioni e decisioni. Per semplice saggio, e come relativo a quanto nel testo accenniamo, caviam un cenno da lettera 3 febbrajo 1545 del Pandolfini residente toscano.

«Intendesi da Trento che il reverendissimo cardinale di quella città era venuto in una congregazione ultimamente, con dar certo scritto, e parlar a lungo sopra la reformazione della Chiesa che questo pareva riguardasse la persona del papa e gli abusi della Chiesa romana, e saria stato facilmente confermo, se il reverendissimo di Monti non vi si fosse gagliardamente contrapposto, adducendo molti luoghi della Scrittura alli ragionamenti suoi. E si tien che, dubitando esso reverendissimo Monti non la poter mantenere in benefizio del papa, sotto colori del nocumento di quell'aria sia per far instanza appresso sua santità della licenzia, ecc.».

Ad un'altra lettera è inserto: «Del Concilio, io son pure nella mia prima opinione che non si farà niente, ma ogni cosa si risolverà sopra li frati e preti: se Dio non manda qualche vento aquilonare, che rinfreschi tutti, ed ecciti qualche scintilla, che certo ve ne son molte, ma non hanno ardire nè anche possono far niente, perchè non si può parlare eccetto di quello che è interrogato e proposto dalli legati, i quali hanno apertamente detto che il Concilio è del papa, e non si ha a trattare altro che quello piace e pare a sua santità. Sopra la qual cosa non è ancora stato risposto, perchè non pareva ancora il tempo: ma si vedono ben molti che volevano, ed in vero avriano fatto succedere: ma, come ho detto, se Dio non manda altro ajuto non si farà niente. Questa mattina, che s'è fatta la sessione (seconda, 4 febbrajo) non s'è recitato altro nel decreto che il simbolo che canta la Chiesa, con una certa escusazione per gli abati, quali sono in cammino di Francia, di Spagna e di Roma. Frate Ambrosio Catarino ha recitato l'orazione: certo mai saria creduto che questo uomo tanto fervore e ardire avuto avesse: ha detto liberamente, non toccando però niuno, confortando tutti alla libertà del Concilio, che si parli senza rispetto; il che però non si potrà mai fare, se prima non vengono più in numero».

E notizie quotidiane riceveva il duca Cosimo dal Concilio, al quale teneva come proprio ambasciadore Giovanni Strozzi; poi Jacobo Guidi vescovo di Penne. Nell'Archivio di Stato toscano son notevoli in tal fatto le corrispondenze di Bernardo Daretti nel 1546, di Pier Francesco del Riccio ai Nº 47, 48, del Carteggio Universale, e viepiù i manoscritti Cerviniani, che versano su quel sinodo e sugli affari di Germania al tempo di Marcello Cervini che poi fu papa; dove son lettere del Vergerio, del Moroni, di altri e un infinità di opuscoli di circostanza. Avremo a parlarne ove della Toscana.

198. La bella vita del Comendone, scritta in latino da A. M. Graziani fu ben tradotta in francese dal Flechier (Parigi 1669). S'attribuisce al Comendone un discorso sopra la Corte di Roma, che esiste in più copie manoscritte nella Biblioteca Palatina di Firenze, non accennato dal suo biografo, ma degno di lui. Loda questa singolar repubblica, ordinata per vantaggio della religione. Ma ora (dice) si fanno ecclesiastici e prelati prima che neppur intendano l'uffizio a cui sono eletti. I pontefici traviarono dal loro scopo divino, volendo viver come i principi secolari, e affezionarsi alle cose che non son nostre che per pochi anni. La potestà de' papi dev'esser illimitata, necessità che apparve negli scismi, e che consta dalla storia e dai Concilj come volontà di Dio. Ma la sensualità produsse nella Chiesa molti difetti, come le astuzie, il favorir i parenti, il negligentare il governo, il cercar la grazia dei principi. A coloro che credono alla Chiesa non convenga aver signoria, oppone che Dio al popol suo diede signori i sacerdoti; che le ricchezze e l'autorità sin di far guerra sono antichissime; disapprova i governi che o tolgono i beni o vietano di lasciarne di nuovi a Roma, la quale è come l'arringo di quanti hanno speranze e attività nel resto del mondo. Gli abusi rivela con forza pacata e intrepida. Mostra come cose futili, per esempio l'impor nomi gentileschi ai figliuoli e l'ammirar gli eroi gentili, rivelassero quei traviamenti che poi apparvero manifesti; sicchè era stato prudente Paolo II quando li riprovò. Segue a dire come la Chiesa fosse passo passo guidata a usar mezzi, che parrebbero poco convenienti; e se prima subiva il martirio, dappoi dovette ricorrere a mezzi secolareschi: ma questi riuscirono a scredito dell'autorità e diminuzione anche de' beni.

Venendo ai rimedj, pone per primo la emendazione della Corte pontificia: il viver gli ecclesiastici secondo il loro stato, ridur le cose verso il proprio fine della religione, e costituirla nella forma sua prima, di aristocrazia universale. Vede la gran difficoltà della riforma se la si fa dai prelati; come supporne tanti così buoni, da emendar abusi inveterati? se da altri, ove trovar ancora tante persone degne di tal uffizio? poi come spossessar tanti di uffizj che spesso sono perpetui? Eppure bisogna far tutto il possibile, e cominciare la purga dalla testa e dal petto: ma come i difetti entrarono nella Chiesa a poco a poco, non è probabile che la sanità ritorni in un subito.

199. Esso Comendone da Nauenburgo, l'8 febbrajo 1561, scrive allo stesso cardinale Borromeo a Roma.

— Alli 5 febbrajo comparvero quattro molto onorati gentiluomini, due mandati dall'elettore Palatino, e due dal duca di Sassonia, con la guardia degli alabardieri e molto numero d'altre persone, e dissero avere in commissione dalli principi di accompagnarci all'andare e al ritornare. Furono essi ringraziati, e pregati da noi a volere loro ancora montare nei cocchi ch'erano preparati, ma essi volsero andare a piedi appresso li cocchi nostri. Li due mandati dall'elettore Palatino furono il suo maresciallo e il dottor Hemmio primo secretario; gli altri due del duca di Sassonia, Wolfango Koller, consigliere e capo, il quale si trovò al Concilio in Trento, ed il dottor Francesco Cram, slesita, suo consigliere. Li predetti principi erano congregati nella stufa loro ordinaria molto grande, nella quale non erano altri che principi, figli di principi, ambasciatori, consiglieri, secretarj, cancellieri. Stavano i principi, all'entrare dei nunzj, in stufa tutti in piedi e senza berretta con quest'ordine. Sopra una banchetta, li due elettori: un poco discosto sedeva sopra uno scanno il conte di Hostain, ambasciatore dell'elettore di Brandeburg, e così parimenti un poco lontano sedeva il duca Wolfango di Neuburg: appresso a lui il duca di Wirtemberg, poi il marchese Carlo di Baden, poi il figlio del landgravio, il quale neanco il giorno innanzi era stato in consiglio, poi Giovanni Giorgio palatino. Fu dato in mano d'ognuno il breve colla bolla del Concilio: ognuno l'accettò, e ci dissero poi unitamente, stando però loro ancora in piedi, che noi sedessimo, mostrando il banco messo a posta per noi, coperto di velluto. Rispondemmo noi, Sedeant celsitudines vestræ, e così il sentare (sedere) di tutti ad un tempo e farsi un grandissimo silenzio fu una medesima cosa. Onde cominciò il vescovo Delfino a parlare, esponendo puntualmente quanto si contiene nella qui annessa scrittura: dopo il quale il vescovo Commendone soggiunse quelle parole che similmente saranno con questa: e come egli ebbe finito, li due elettori dissero fra loro alcune parole, le quali fecero francamente comunicare al duca Wolfango di Neuburg e al duca di Wirtemberg, e dappoi il Misquir, cancelliere dell'elettore Palatino, rispose a nome di tutti li principi con queste formali parole: Illustres principes intellexerunt ea quæ exposuistis nomine pontificis romani, et quia negotium est arduum, nolunt nunc resolvere; convenient inter se, et postea dabunt responsum; interim cuperent ut, quæ vos legati pontificis dixistis, ea scripto eis deferatis.

«Qui fu risposto che sua santità aveva largamente dichiarata la mente sua nella bolla del Concilio, oltre che aveva scritto a sufficienza alla maestà cesarea, e che però noi non avevamo ordine di moltiplicare in scritture.

«Qui di nuovo un cancelliere andò intorno parlando ai principi, e poi ci rispose: Illustres principes intellexerunt vestrum responsum, et vos in eo non urgent. Dopo queste parole noi ci licenziammo, e dalle medesime persone fummo accompagnati fino a casa, dove non stemmo un quarto d'ora che comparsero tre gentiluomini mandati dai principi, li quali dissero queste formali parole: Magnifici domini principes, quamdiu vos fuistis apud illos non viderunt hæc verba, Dilecto filio, quia tecta erant: sed postquam viderunt se appellatos filios a romano pontifice, quem illi non agnoscunt pro patre, remittunt vobis literas; respondebunt nihilominus ad ea quæ vos dixistis.

«Fu risposto che s'era scritto loro come si scrive agli altri principi cristiani, e che della medesima forma han usato di scrivere sempre li predecessori di sua santità. Quelli posero li brevi tutti, senza però le bolle del Concilio, sopra una tavola, e se ne andarono. Come noi restammo, e come ci trovammo di mala voglia, il pensarlo alla sapienza di vostra signoria illustrissima; perchè manco vedevamo che poter fare, poichè erano partiti già de' principi con questa deliberazione già fatta, onde tanto meno si poteva ritrattare. Aspettammo dunque d'essere chiamati, ma in luogo di essere chiamati, la mattina alli VII comparvero dieci consiglieri de' principi, capo de' quali era Mesquir, consigliere primario dell'elettore Palatino. Questi furono ricevuti da noi con ogni umanità, e il secondo fra loro, che era Giorgio Cracovio, consigliere dell'elettore di Sassonia, persona, siccome qui è fama, assai dotta e bene esercitata nelle lingue, fece l'ufficio di risponderci a nome delli principi, chiamandoci nel principio Reverendi Domini, e le parole furono in questa sustanza. Che li principi non dubitavano essere in tutte le nazioni persone pie e buono, i quali desiderassero che la luce del vangelo e la purità della dottrina fosse restituita, et tetri abusus tollerentur, i quali il pontefice romano nella sua giurisdizione doveva già aver purgati; ma esser cosa manifesta a ciascuno quali sieno stati i pensieri di loro signorie, e particolari interessi, et quantum romana ecclesia superstitionis et erroris effuderit evangelio; per le quali cose essi principi erano stati forzati ab ordinaria potestate decedere, lucem quærere et puritatem doctrinæ haustam ex ipso verbo Dei, quam nunc certe et indubitate sequuntur, juxta primam Confessionem Augustanam. Ma quanto tocca alla presente legazione nostra, era parso a' principi di dare questa risposta alle cose che avevamo detto per nome del pontefice romano: Primo, mirari se, qua spe fretus, romanus pontifex ausus sit mittere legationem ad illos: non agnoscere se ejus potestatem, neque in aliis, neque in indictione Concilii: unum se dominum in terris agnoscere, cæsaream majestatem. Si dolsero poi che fosse imputato loro d'essersi divisi in molte sètte, dicendo di seguire una sola Confessione Augustana, e che avevano suoi dottori e teologi che la difendono, come noi abbiamo potuto leggere ne' loro libri, et quod illi debuissent habere vota in Concilio. In fine che, come noi sapevamo, erano stati qui gli ambasciadori cesarei, e che li principi gli avevano risposto ut supplices referrent cesareæ majestati quid de hac tota re principes sentiant. Ma quanto alle nostre persone private, se non fossimo venuti nomine pontificis, n'averiano usata ogni amorevolezza e cortesia per rispetto d'essere veneziani, osservando i principi quella illustrissima repubblica, e per rispetto nostro particolare, laudandoci con molte parole: che però come private persone offerivano in nome de' principi tutto quello in che le loro celsitudini ci potessero gratificare.

«Come egli ebbe finito, noi due conferimmo insieme circa la risposta, e di comune consenso il vescovo Commendone rispose così: e Che nostro signore aveva mandato suoi nunzj alli principi di Germania per l'officio che teneva di pastore universale, e per la carità sua verso ognuno, con quell'animo e a quel fine che era stato esposto l'altro jeri alle loro celsitudini, e che però non vedevamo perchè alcuno se ne avesse a maravigliare. Che il Concilio era stato inditto da sua santità secondo la forma ed il modo perpetuamente osservato nella Chiesa per inspirazione dello Spirito Santo, non si potendo conservare nè, dove fosse bisogno, restituire l'antica disciplina dei nostri padri, se non colle medesime vie tenute da loro. Quanto al non aver essi principi altro superiore che la cesarea maestà, non è loro nascosto qual proporzione sia nella repubblica cristiana fra sua maestà ed il sommo pontefice, e qual sia l'osservanza di sua maestà cesarea verso sua santità, e quale ancora sia stato sempre l'animo de' pontefici verso quest'inclita nazione, specialmente circa le cose dell'imperio. Quanto alla riforma, lisciando ora di parlare de' predecessori per non esser troppo lungo, specialmente la santa memoria di Pio IV, dal principio del suo ponteficato ha atteso alla riforma e datole buon principio, anzi tanto più volentieri ha convocato il Concilio, quanto ha giudicato espediente che in esso Concilio si faccia questa riforma universale.

«Quanto alla Chiesa romana, che essa non pure non ha offuscato l'evangelio, ma che è sempre stata maestra e regola della dottrina cristiana e lume della verità, e che a lei sono ricorsi sempre tutti i padri antichi fin dal tempo degli apostoli, e che da lei devono riconoscere i Germani l'esser cristiani, a qua primam evangelii lucem acceperunt. Quanto alle parole dette l'altr'jeri della verità delle moderne opinioni, essere stato semplicemente detto il fatto, secondo si vede nelli medesimi scritti de' loro teologi, che essi ci adducevano piene di molte nuove opinioni e contrarie l'una all'altra. Quanto alla fermezza e certezza che dicevano avere della loro opinione, che la novità e il dissentire dal resto della Chiesa, et ab ordinaria potestate discessisse, come essi medesimi dicevano, doveva almeno levare loro questa tale certezza, e renderli dubbj massimamente in cosa che importa la salute e la perdizione eterna, e che a san Paolo vaso d'elezione, ancor che, come esso afferma, accepisset evangelium, non ex homine sed per revelationem, non di meno gli fu per rivelazione comandato che ascenderet Jerosolimam, et conferret evangelium suum cum apostolis, ne forte in vanum curreret, aut cucurrisset: il che fece lo Spirito Santo non per bisogno ch'esso Paolo n'avesse, ma a perpetuo esempio e dottrina di tutti i posteri. Finalmente che si ricordassero di quelle parole del Vangelo: Quoties volui congregare filios, etc.

«Poi quanto alle nostre persone particolari, che ringraziavamo le loro celsitudini grandemente, e che ne terresimo perpetuo particolare obbligo, offerendoci all'incontro, ecc., e essi senza fare altra replica si partirono.

«Di tutto questo successo, per quanto si può congetturare, e per quanto ci è stato anco accennato da alcuni consiglieri di principi, è stato autore il duca di Wirtemberg. All'incontro il duca Augusto, per varj segni che si hanno, inclina a pace temporale e spirituale più di qualunque altro; onde ha fatto far complimenti con ciascuno di noi, ed ha preso destra occasione di partirsi, avanti che ci sia stato risposto, ancora che toccasse a lui d'essere l'ultimo, come più vicino a Nauburg.

«Le cose sopra questa materia venuteci in considerazione degne della notizia di V. S. Ill. sono le infrascritte. Li principi, al comparir nostro dinanzi a loro, non ci diedero la mano all'usanza tedesca, perchè questo atto arguisce pace e buona volontà, la quale non è in loro verso la santa romana Chiesa. Mentre che noi parlavamo, almeno dieci persone scrivevano, ed il duca di Wirtemberg aveva il suo libretto in mano, e notò alcuni passi. Ci hanno accettati, uditi e onorati sotto nome di nunzj della sede apostolica; ci hanno risposto a quello che abbiamo detto in nome di sua santità cortesemente, e non sono devenuti a parole nè a modi ingiuriosi nè derisorj; cose che molti giudicavano dover succedere in contrario; hanno rimandato le lettere, non la bolla del Concilio, atto da tutti giudicato più inetto che altro, sebbene è segno di molta mala volontà, e d'animo grandemente alienato, perchè ognuno vede che hanno consentito a quello che importa più, accettando e ritenendo la bolla del Concilio. Per questo esempio siamo in pericolo che nessun principe nè città protestante accetti li brevi. Dall'altra parte è gran cosa che, etiam senza vedere li brevi di sua beatitudine, siamo accettati, onorati e uditi come nunzj di lei, ci sia lasciato far l'ufficio che avevamo in commissione, cioè d'invitare al Concilio, mostrando la necessità di esso, e dichiarando la pia mente di sua beatitudine, e che ci sia finalmente risposto, se non ad vota, almeno a proposito. Ora quanto al convento, la causa principale d'esso è stato l'avere giudicato li principi che certo si sia per celebrare il Concilio generale, e l'aver conosciuto molta necessità d'accordarsi almeno appartatamente in qualche forma di fede, acciocchè quest'accordo dia loro qualche reputazione. Però non hanno trattato cosa che importi se non questa. Il fine non è stato a lor modo, perchè Giovanni Federico duca di Sassonia vuole stare alla semplice confessione, data del 30 all'imperatore Carlo V, fatta da Lutero; il resto de' principi vogliono la predetta Confessione insieme con l'apologia del Melantone, e questo perchè, avendo inclinato a Zuinglio, e sparsi semi assai della venenosa insania sua nelle cose che ha scritte, vengono in questo modo a non essere condannati li sacramentarj, che sono fra questi principi più che notorj, come l'elettore Palatino, il duca di Wirtemberg, il marchese di Baden. Per le quali cose il sopradetto duca Giovanni Federico, non solo non ha voluto consentire, ma è partito in collera contro li principi chiamati sacramentarj, e ha insomma fatto un gran rumore. Noi da più segretarj e consiglieri de' principi, che sono venuti spesso a visitarci e a pranzo con noi, abbiamo inteso insomma quanto al Concilio, non ci essere alcuna inclinazione, e che i principi tengono la bolla del Concilio essere continuazione espressa, specialmente per quelle parole omni suspensione sublata, e che di questo hanno trattato con gli ambasciatori cesarei. Di più i medesimi consiglieri ci hanno più volte detto che nessuno prelato di Germania anderà a Trento...»

200. Il Comendone al Borromeo da Anversa, a' 9 giugno 1561, scriveva:

«In Londra la vigilia del Corpus Domini, all'ora del vespero, una saetta arse la torre ed il resto della chiesa di san Paolo, che è la principale di quella città: e qui gli Inglesi, in luogo di riconoscere la loro impietà, dicono che Dio distrugge i tempj dell'idolatria passata in quel regno; come anco in Sassonia i teologi, interpretando malamente il fuoco che si vide il dì degli Innocenti nel cielo per tutte quelle provincie, predicavano alli popoli che Dio li minacciava, perchè non custodivano bene la purità del Vangelo rivelata a loro, e che il Papa, il Turco ed il Moscovita ne farebbono la vendetta, se non si emendavano, e ciò hanno anche scritto e stampato, con la forma del medesimo fuoco che ivi pubblicamente si vedeva, ed io n'ebbi una con queste parole a Wirtemberg: il che scrivo a vostra signoria illustrissima acciocchè conosca da questo ancora la perversità di costoro, che non si contentano di ridurre tali segni alle cause naturali senza rivolgersi punto a Dio, ma gli alterano nel medesimo modo che le Scritture, contro l'autore d'essi segni e Scritture, cercando con ogni via di confermare gl'infelici popoli nell'eresia».

201. Matteo, XXIII, 3.

202. Marco Mantova Benavides, dotto giureconsulto e professore a Padova, scrisse un libro Del Concilio, dove esamina quali persone abbiano diritto d'intervenirvi, e che qualità ad esse convengano; deplora che molti cardinali e prelati sì poco intendano di studj, o soltanto di filosofia e lettere, anzichè di canoni e scritture; esamina poi i varj Concilj precedenti, e quistiona se il Concilio sia superiore al papa. E benchè non risparmiasse i disordini degli ecclesiastici, ebbe lodi da Paolo III e applausi da Roma.