Perchè là vita, questo combattimento, cui prezzo è l'immortale godimento di Dio, diventasse meritoria, bisognava vi fossero e luce bastante a illuminare la fede, e tenebre bastanti a offuscarla: senza di queste l'evidenza avrebbe colpito l'anima di modo, che cessati sarebbero l'equilibrio fra il bene e il male, e la possibilità del peccare, e l'azione dell'uomo sul proprio destino, e il merito della santità[183]. Di qui il perenne conflitto dell'errore contro la cattedra della verità, che fra il vecchio mondo osceno e il nuovo feroce fu eretta contro la servitù del pensiero e conservata nella libertà del pensiero, la quale non consiste nell'autonomia assoluta, ma nel non avere ostacoli a riconoscere la verità, nell'esplicarsi l'intelletto nel campo dell'intelligibile.
Ogni qualvolta si trovò lacerata da qualche grave eresia, la Chiesa adunossi in Concilio attorno al successore «del gran viro, a cui nostro Signor lasciò le chiavi»[184], onde proferire come appariva ad essa ed allo Spirito Santo. Se fonte viva della vera civiltà è la fede divina, importa conservarla nella sua purezza: i popoli di tutto il mondo congiungere di credenze e di riti; ritemprare l'interno di questa società col correggere i costumi e principalmente quelli del clero; fuori difenderla dai nemici comuni, effondere fiumi di verità e di vita sopra quanto v'ha di nobile, di bello, di generoso nella natura umana. A tal uopo non s'introduce nulla di nuovo: le cognizioni umane, forse l'intelletto nostro son altro che tradizione? Cristo medesimo non venne a portare novità, ma a rivelare ciò ch'era stato coperto. Anche la Chiesa non fa che dichiarare oggi quel che credeva jeri; cangiando soltanto l'espressione per rendere più chiara, più completa, più esplicita una credenza sempre identica.
La definizione infallibile consta di materia e di forma. La prima è prestata dall'episcopato; l'altra dal pontefice. Ogni vescovo parla nel Concilio, qual testimonio della credenza della sua Chiesa: sicchè l'accordo di tutti i vescovi significa l'accordo di tutte le Chiese. Il papa, capo inseparabile dell'episcopato, non è il più profondo teologo, il più erudito canonista, il più destro dialettico, nemmeno il più pio, il più santo; ma quello che la preghiera di Cristo garantisce dagli errori umani; che non inventa nulla, nè aggiunge forse tampoco un pensiero al tesoro di tanti pensieri ivi raccolti, ma proferisce «Questo è vero»: diffida del suo sapere, e perciò interroga, fa discutere, ma non diffida della sua inerrabilità; esso convoca il Concilio, lo presiede, lo sanziona, lo dichiara infallibile.
Gli spiriti negativi ridano pure di questi meriti: noi parliamo ai serj e leali. E questi sanno che tutti i Concilj, da quel di Nicea fino a questo tridentino, anche nella storia mondana furono le assemblee più segnalate che la storia ricordi per la dignità de' personaggi raccolti, per la grandezza delle quistioni che vi si agitarono, per l'elevazione delle idee, superiori a limitazione di paese, di nazionalità, di tempo, fondate su principj irrefragabili, e ispirate da una generosità non d'astrazioni, ma effettiva nè mai smentita: vi si presero le decisioni più gravi, più prudenti, più elevate: si fecero le istituzioni più savie per la condotta della Chiesa, e le più rilevanti per la pace dell'anime e la salute del mondo, e mai non fu necessario disdirsi o correggersi.
Questo rimedio, efficacissimo allorchè non era messa in quistione l'autorità della Chiesa, l'udimmo proposto fin dal prorompere della gran Riforma. I Protestanti dalle scomuniche del pontefice appellavano al Concilio; i Cattolici confidavano basterebbe in siffatta adunanza opporre il sentimento universale e antico alle opinioni particolari e nuove; l'imperatore, il re di Francia, i principi di Germania, gli ecclesiastici, Lutero, gridavano Concilio: ma lo desideravano lealmente?
I papali nol credevano necessario, quando sì di recente n'era stato raccolto uno, e quando a tutte le nuove negazioni poteano opporre asserzioni antiche e precise. Pure, incalzati dagli avversarj, conoscendolo d'altra parte come il mezzo di cui la Chiesa si era sempre valsa per reprimere le eresie e togliere gli scismi, vi assentivano. Non trattavasi però più di dibattere quistioni parziali come a Costanza, bensì l'essenza medesima della Chiesa; e in tanto bollimento degli spiriti, quanto non era pericoloso il raccoglierlo, difficile il contenerlo ne' limiti, e impedire che, al modo di quel di Basilea, non si dichiarasse superiore al pontefice stesso!
Carlo V come imperatore potea desiderar l'umiliamento di questi papi che, sempre repugnanti alla dominazione forestiera, aveano tenuto a freno i suoi predecessori, e con Giovanni XXII aveano proclamato il distacco dell'Italia dall'Impero, e con Giulio II la cacciata degli stranieri. Ma d'altro lato, egli fiammingo e spagnuolo, re cattolico di Spagna e capo del sacro romano Impero, non potea farsi eterodosso; re di Napoli ed emulo di Francesco I, non potea nimicarsi il papa; cosmopolita, non potea restringersi alla politica tedesca. Poi sentiva scossa l'autorità; s'indispettiva che un frate cacciasse i suoi sillogismi traverso alle smisurate ambizioni di lui; e che i principi dell'Impero profittassero delle innovazioni religiose per emanciparsi non meno da Cesare che da Pietro; e che sorgesse una diversione troppo disastrosa quando i Turchi sovrastavano. Stette dunque cattolico anche per calcolo, e con Leone X conchiuse un accordo pieno d'interessi mondani; ma quando uscì vincitore dell'emulo Francesco a Pavia, non sentendo più bisogno nè di Lutero come spauracchio dei papi, nè de' papi come contrappeso alla potenza francese, mutò linguaggio; tacciò il papa di voler solo tergiversare; un poco ancora che tardasse, egli stesso adunerebbe il Concilio.
Francesco I di Francia pretese che il Concilio fosse libero di trattar quanto e come volesse; e intanto l'imperatore ed esso re faceano da particolari teologi promulgare decisioni su punti di fede, locchè più sempre impacciava il già scabroso negozio. Maggiore ombra ne prendeva Clemente VII, nato illegittimamente nè abbastanza legittimamente eletto; sicchè cercò soprattieni e argomenti in contrario, dicendolo inutile e pericoloso; inutile, perchè l'eresia di Lutero essendo condannata dagli editti imperiali, bastava far questi eseguire; pericoloso, perchè avrebbe aria di revocare in dubbio le prische decisioni della Chiesa, e il convegno di tante teste torbide potrebbe al papa o all'imperatore strappar concessioni, di cui tardi avessero a pentire. Se però l'imperatore lo credeva conveniente, l'intimasse pure a nome del pontefice, patto che gli eretici promettessero obbedirvi, i punti a discutere si ponessero prima in iscritto, formando quel che oggi chiamiamo ordine del giorno, onde perdere men tempo e non divagare[185]. Uberto Gàmbara nunzio pontificio spiegò più chiaro, che i Luterani domandassero il Concilio, e promettessero sottoporvisi; dovesse unicamente occuparsi della guerra col Turco e dell'estinguere l'eresia, non già del riformare la Chiesa; si tenesse in Italia; vi avessero suffragio quei soli, a cui spettava giusta i canoni. Con ciò Clemente indisponeva anche i Cattolici; oltrechè per le ambizioni di sua casa esigeva decime dal clero, e le appaltava; e avendole il clero di Ferrara ricusate, egli pose l'interdetto sulla città. Anche i preti di Parma aveano esclamato contro l'esorbitare degli esattori, ed ecco giungere Vincenzo Canina commissario papale, e tutto in collera esporre i cedoloni minacciosi: ma i preti s'ostinano al niego, anzi insorgono; il popolo li seconda, e il commissario è ammazzato a strazio. Fatti simili si riprodussero altrove.
Ruppesi poi la guerra per la Lega Santa, che condusse i Tedeschi a saccheggiar Roma. Fra le condizioni poste allora da Carlo V alla liberazione di Clemente VII fu la convocazione del Concilio; ma non appena si sentì riappoggiato dalla Francia pel matrimonio della nipote Caterina, il papa abbindolò indugi e pretesti.
Pure anche a Roma si era convenuti sull'opportunità d'un Concilio, non più nella speranza che ravvivasse i rami disseccati, ma che di nuovo succhio rinvigorisse il tronco indefettibile. Nel Concilio di Costanza erasi veduta l'aristocrazia ecclesiastica[186] elevarsi contro il monarcato papale, non accorgendosi che contro di essa agguerrivasi la democrazia. Non volea però tagliare il nesso fra l'autorità e l'uomo che la esercitava: bensì in quest'uomo discernere le azioni giuridiche dalle abusive. Il papato è la maggiore delle autorità, assoluta, irreformabile, indivisibile dalla persona che legittimamente n'è investita: non si dee sceverare l'autorità dalla persona, bensì la persona dagli abusi. Vedemmo come poi trascendesse il Concilio di Basilea. Adesso si riuscirebbe a ricondur le pecore sotto un solo pastore, come erasi fatto a Nicea?
La Chiesa professa essere unica depositaria e interprete della parola divina, e quindi infallibile nel profferire ciò che tutti devono credere; i Protestanti arrogano a ciascuno l'intender a suo senno le sacre carte, all'autorità comune sostituendo la capacità individuale. Questo radicale dissenso toglieva qualunque possibilità di accordo; già a quel punto ciascuno aveva preso partito; le opinioni religiose eransi rinterzate cogl'interessi politici; il mondo diviso in due campi, umanamente irreconciliabili; talchè il sinodo, non potendo scendere a transazioni nè decidere altrimenti da quel che avea fatto la Chiesa, sin d'allora restava ridotto a «far una lunga e coscienziosa recensione del sistema cattolico». Ma gli avversarj tergiversavano col solito artifizio del chiedere troppo, pretendendo che il papa vi comparisse non qual capo, ma qual membro, e che anche i novatori vi avessero voce deliberativa, lo che equivaleva a dare già per ammessa la scissura. E questi sotterfugi non cessarono più. Se i papi sollecitavano il Concilio, diceasi, «Non v'è tempo ad allestirlo; affrettano a bella posta perchè sieno scarsi gli intervenienti, e prevalgano affatto gli Italiani, loro devoti». Se indugiassero, li tacciavano di non volerlo che in parole, di fare scaturire difficoltà, d'adombrare ne' ragnateli. Voleva il papa far da sè? lo gridavano arrogante, e che pregiudicasse la quistione della supremazia. Dirigeasi ai re e all'imperatore? diceano volesse rovesciar su loro l'odiosità: accuse triviali d'ogni tempo in simili occasioni.
Il Concilio era stato, nel 1537, intimato a Mantova: ma quel duca pretendeva che il papa vi mantenesse una guardia militare per garantire la sicurezza: e il papa non la volea per non acquistare aria di coazione verso i congregati. Propose dunque alcuna città del Veneto, e si preferì Vicenza: ricusata anche questa, vennero in campo Ferrara, Bologna, Cambray, altre delle tante libere o soggette a principi indipendenti, e per tutte trovavansi objezioni. Le più forti venivano dal patriotismo tedesco che s'impennava contro ogni paese italiano: corsero otto anni tra proposte e rifiuti, prima che si prescegliesse Trento, italiano ancora, ma sui confini di Germania, e indipendente come principato del proprio vescovo.
Questa città non era rimasta immune dal fomite luterano, e nel 1536, principando il vescovo Bernardo Cles, ne derivò turbamento, dal quale si colse pretesto per rivoltarsi contro i signori. Il vescovo tentò calmare i capi dei valligiani, ma fallitagli l'impresa, dovette ricovrarsi a Riva, mentre gli abitanti delle valli Sugana e di Non tentavano pigliare Trento per forza. Le milizie del vescovo riuscirono a calmare la sedizione, e molti de' rivoltosi furono decapitati, impesi, mutilati, fitti in carcere.
Altrove accennammo quante premure adoprassero il Sadoleto, l'Aleandro[187], il Morone[188] ed altri per ricondurre gli spiriti alla concordia; ma oltre avere i Protestanti ricusato intervenirvi[189], ogni passo era reso scabroso da puntigli dei principi cattolici e dei prelati delle nazioni. Dopo un lungo predicarlo quando il papa non lo volea, poi ricusarlo quando il papa l'accettò, e domandar che non ci fossero truppe per non diminuire la libertà della discussione, poi volerne per la comune sicurezza, il Concilio vi fu aperto al 13 dicembre 1545. Paolo III, che sinceramente lo bramava[190], aveva all'uopo spedito in Germania Ugo Rangone: poi a presiederlo come angeli della pace mandò Giammaria Ciocchi del Monte e Marcello Corvini, cardinali che poi divennero papi, e l'inglese Reginaldo Polo che ne fu a un punto. Essi vi fecero leggere un'ammonizione, qualmente il Concilio teneasi per tre oggetti: 1º l'estirpazione delle eresie, non suscitate da loro, ma per la negligenza nel difendere le buone dottrine e nello svellere la zizzania: 2º emendar i corrotti costumi, dov'era manifesto che gli ecclesiastici erano e depravati e depravatori; 3º provvedere alla guerra civile fra i Cristiani e all'esterna co' Turchi.
La prima adunanza, con venticinque vescovi, si logorò in dispute sui convenevoli, sul cerimoniale, sulle forme, sul modo di votare, perfin sul titolo del sinodo: perditempi che noi vediamo rinnovarsi ogni tratto in assemblee non di frati e cardinali, e che con cura puerile raccolse frà Paolo Sarpi, come farebbe ora un gazzettiere. Nel 1547 scoppiano febbri perniciose con petecchie, sicchè il medico Fracastoro dichiara sovrastare gran pericolo di pestilenza, e che essendo egli chiamato a curar le malattie ordinarie, non il contagio, si licenziava dal servizio. I legati protestarono farebbero quel che i Padri risolvessero, e di questi, ch'erano cinquantotto, quaranta opinarono per la traslazione.
Era allora scoppiata guerra aperta fra la Lega Smalcaldica de' principi protestanti, e l'imperatore, al quale mandaronsi d'Italia dodicimila fanti e cinquecento cavalli, oltre ducento dal duca di Toscana e cento da quel di Ferrara, condotti da famosi capitani, sotto la supremazia di Ottavio Farnese; e seimila soldati, cerniti ne' possedimenti austriaci di Napoli e Lombardia. Il costoro passaggio disturbava il Concilio, e viepiù l'accostarsi di Maurizio di Sassonia, ardito nemico dell'imperatore e de' Cattolici; laonde, dopo la settima sessione del 3 marzo 1547, se ne decretò la traslazione a Bologna. Quivi il Concilio non avanzò i lavori, poi Giulio III, nel dicembre 1550, lo restituì a Trento, ove nel 1551 e 1552 si tenne la XVI sessione, sciogliendolo poi allorchè la guerra strepitò alle porte.
Moriva intanto Paolo IV, del quale tanto mal si disse[191], e del quale noi vorrem qui solo ricordare la costituzione Etsi romanum pontificem, ove condannò i diplomatici romani che inclinavano, blandivano, corteggiavano per conseguire grazie o benefizj, e raccomandarsi per avanzamenti. Aveva irritato le Corti col mostrare che muoversi e minacciare ancor sapesse una podestà, che i Protestanti dichiaravano morta, laonde le tresche di esse fecero che il conclave succeduto fu uno de' più disputati[192], prolungandosi due mesi e mezzo fra ventidue papeggianti, alcuni di gran merito. Per cattivarsi i vacillanti Francesi, propendevasi a scegliere un papa di loro nazione, ma temeasi non rinnovasse l'esiglio avignonese.
Giovan Angelo, della famiglia Medici milanese, per nulla attinente alla fiorentina, era fratello di Gian Giacomo, capitano di ventura noto col nome di Medeghino, che fattosi largo colla spada, come avviene in tempi sciagurati, aveva conseguito il titolo di marchese di Marignano. Il fratello prelato, valente giureconsulto, ottenne varj benefizj anche di semplice titolo, e nel conclave del 1559 prevalse agli altri, e prese il nome di Pio IV. Al vedere i ragguagli differentissimi degli ambasciadori e residenti si capisce in quanto lieve conto abbiano a tenersi tali documenti[193]. Per alcuni egli è pigro, ignaro degli affari; per altri attivissimo, spicciativo, che vuol far da sè; uno lo dice sobrio e avaro; altri che prodiga in fabbriche; chi l'accusa di lasciar fare tutto dal cardinale Borromeo, uomo freddo, mal pratico delle cose del mondo e senza risoluzione; un altro soggiungerà che assolve da qualunque peccato, purchè si paghi; il cardinale d'Augusta asseriva avergli detto in conclave di non essere lontano dall'assentire il matrimonio de' preti e la comunione sotto le due specie.
Nel fatto egli credeva che l'autorità de' principi fosse allora necessaria per sostenere quella dei papi, onde la sua politica fu più universale che nazionale. Benchè aderente all'Austria come milanese, non pigliò parte alla guerra; procurò a Roma anni quieti e provveduti; agli ambasciatori dava udienza in Belvedere senza cerimonie; cavalcando ascoltava chi gli parlasse; leggeva gli storici e poeti moderni. Per assicurare il Vaticano ridusse a fortezza tutta la Città Leonina; al palazzo aggiunse molti abbellimenti, e specialmente la Sala regia, ove da Giuseppe Salviati fe dipingere i fasti dei papi, con epigrafi dettate da un'apposita commissione: e fra questi l'atto di Federico Barbarossa quando si prostra ai piedi di Alessandro III a Venezia[194].
Tra questi edifizj e gli armamenti contro de' Turchi e degli Ugonotti, dovette spendere, con aggravio dei cittadini, che se ne vendicarono colle satire: un assassino gli tirò un colpo, e messo al tormento, disse averlo indotto a ciò il suo angelo custode.
Volle severo processo dei tre nipoti di Paolo IV, e li condannò a morte, non eccettuando il cardinal diacono. Il supplizio d'un porporato era novità che stupiva il mondo; tutti smaniavano di conoscere il processo, ma nessun lo vide intero, nemmanco l'imputato nè il suo difensore; dal che i maligni indussero che si servisse men tosto alla giustizia che ai rancori della Spagna contro cotesto famiglia, ch'erasi vantata capace di torle il regno di Napoli. Pio IV ebbe a dire allo storico Pallavicino che niuna cosa eragli rincresciuta quanto tale condanna, ma avea dovuto lasciarle corso per lezione de' futuri nipoti[195].
Eppure esso Pio non s'astenne dal favorire i nipoti, e fece generale della Chiesa con mille scudi al mese Federico Borromeo figlio d'una sorella, gli diede sposa una figlia del duca d'Urbino, gli ottenne il principato d'Oria, e pensava investirgli il ducato di Camerino, ma nel fior delle speranze lo perdette.
Quest'inaspettata fine fu un solenne avvertimento al fratello Carlo, al quale, di appena ventitrè anni, lo zio papa aveva conferito l'arcivescovado di Milano e ben tosto la porpora, sebben non ancora negli ordini (1560). Quanti in lui s'accumularono benefizj e cariche! egli legato a latere di Bologna e Ravenna, poi d'Italia tutta: egli abbate e commendatore di almen dodici chiese in varj Stati, arciprete di Santa Maria Maggiore, penitenziere supremo della santa Chiesa, protettore del regno di Portogallo, dei Cantoni svizzeri cattolici, della bassa Germania, de' Francescani e Umiliati, dei canonici regolari di Santa Croce a Coimbra, e de' cavalieri di Malta e del Cristo; sinchè, unendovi il contado d'Arona sul lago Maggiore, e il principato d'Oria nel napoletano, fruiva dell'entrata di almeno novantamila zecchini. Avendo cognata una duchessa d'Urbino; maritata una sorella nei Gonzaga principi di Molfetta, una nel principe di Venosa, una nel principe Colonna vicerè di Sicilia, scialava principescamente, quando la morte del fratello Federico lo concentrò ne' gravi pensieri della tomba, e d'allora il nome di Carlo Borromeo indicò uno de' prelati che più onorarono la Chiesa, e maggiormente faticarono nel riformarla. Rinunziato a quel cumulo di cariche, onde mortificare col suo esempio la splendida dissolutezza dei principi secolari ed ecclesiastici di Roma congedò ottanta persone di corteggio, non ritenendo secolari presso di sè che nei bassi uffizj; da novantamila restrinse a ventimila zecchini la sua spesa domestica; agli sfarzosi spassi, ai clamorosi convegni consueti nel suo palazzo sostituì un'accademia settimanale di lettere e morale, detta le Notti Vaticane; eccitò il papa a fabbricare Santa Maria degli Angeli e la superba Certosa di Roma; molte chiese procurò s'edificassero per tutta Italia e l'Università di Bologna. La riconoscenza de' poveri conservò a Roma, nella cappella d'Araceli, la borsa dalla quale è fama che distribuisse ai bisognosi in un sol giorno quarantamila scudi, e in un altro ventimila.
Invece di trattenersi a Roma, come troppi vescovi soleano, o alle corti o nelle nunziature, egli volle al più presto venire alla sua sede di Milano. Da quarant'anni essa costituiva una commenda, che passava quasi in eredità a cadetti di casa d'Este, i quali non vi risedevano mai, mettendovi un vicario. In conseguenza la disciplina vi si era sfasciata; nè pietà e costumatezza appariva nei preti, i quali, non che curare le anime altrui, la propria negligevano, e si credeano dispensati dal confessarsi perchè confessavano: secolareschi nel vestire, nelle abitudini, nelle compagnie, trafficavano, e delle chiese e delle sacristie si valevano come di portifranchi per sottrarre le merci e il contrabbando alle imposte e alle perquisizioni; quand'anche non ne faceano ritrovi per conviti e balli. Le solennità e le domeniche erano occasione a bagordi, a feste indecenti e persino feroci; i monaci dati all'ozio in convento, agl'intrighi fuori; le monache, in onta alla clausura, uscivano a far visite e ne riceveano, e l'abilità non manifestavano che in trine, confortini e manicaretti.
Attorniatosi di valent'uomini, Carlo si accinse a riformare la sua arcidiocesi. Diceva l'uffizio a testa scoperta; leggeva la Scrittura a ginocchio; poco parlava, pochissimo leggeva e neppure le novità, dicendo che un vescovo non potrebbe meditare la legge di Dio se badasse a vanità curiose.
Autorevole per parenti e congiunti in tutta Italia, per amici alla Corte di Roma, per l'illustre nascita e la signorile magnanimità fra i nobili, fra gli ecclesiastici per la dignità, fra il popolo per le ricchezze e per l'uso che ne facea, fra i pii per la bontà e le macerazioni, e armato di qualità penetranti e sovrane per convertire e costringere allo spirito interno i Cattolici paganizzanti: vigoroso di corpo a sostenere viaggi ed astinenze, e d'animo a reggere le opposizioni dei governatori, le persecuzioni de' maligni, l'indifferenza de' beneficati, con que' decreti che costano poco a farsi, ma molto a far eseguire disciplinò la sua Chiesa, dalle materie più importanti fin alle minime di sacristia. Una volta l'anno banchettava il governatore di Milano, e lo serviva d'un cappone lesso, d'un arrosto, d'una torta squisita e null'altro. Teneva frequentissime conferenze col suo clero; instancabile nell'impedire che dalla vicina Svizzera l'eresia si dilatasse in Italia, perlustrolla come legato pontifizio, vi rincalorì la parte cattolica, e fondò a Milano un collegio Elvetico, che preparasse apostoli e parroci a que' paesi. Vedremo quanti urti avesse col suo clero, inorgoglito dalla pinguedine, e quanti conflitti di giurisdizione: onde il papa doveva ammonirlo che bisogna talora non guardare solo alle cose in sè, ma all'opportunità[196]; non riceveva alcun breve papale se non iscoprendosi il capo: eppure egli fu sempre amico e difensore del Sirleto e del Morone. Le lettere scritte da lui o direttegli basterebbero a formare intera la storia del Concilio.
A trar il quale a compimento, principale impegno egli pose, e fece che il papa ne ordinasse la riunione al 29 novembre 1560; ma le tornate si cominciarono solo al 18 gennajo del 1562, per finirle il 3 dicembre dell'anno successivo: al 26 gennajo 1564 usciva la bolla di conferma. Ed è questo il Concilio più famoso della cristianità, e insieme la scuola più ricca della diplomazia ecclesiastica, comprendervi teologi di prima forza, ambasciadori di tutte le nazioni, varietà di pontefici, mutazione di politica dell'imperatore verso la Chiesa, della Chiesa verso l'Impero e d'entrambe verso le nazioni, e una pubblica giurisprudenza liberale[197].
Quante fatiche per far accettare, da gente rivoltosa, un'autorità senza appello, che parla e dev'essere creduta, che ordina e va obbedita! Fra i tanti, spediti ad invitare i principi massimamente di Germania, segnalossi il veneziano Gianfrancesco Comendone, limpido dicitore, abilissimo negli affari più avviluppati e meno attesi, nè «la Corte romana ebbe mai ministro più illuminato, più attivo, più disinteressato e fedele: condusse a termine con rara perizia negoziati rilevantissimi in tempi difficili; procacciossi l'amicizia de' principi senza condiscendere alle passioni e agli errori di essi; infaticabilmente adoprò ad assodar la fede e la disciplina della Chiesa, e con senno e fermezza si oppose alle rinascenti eresie»[198]; nunzio in Inghilterra, in Polonia, in Moscovia, poi ad Augusta; i suoi viaggi sono leggiadramente descritti da Annibal Caro, al quale fu amicissimo, come a Paolo Manuzio, a Basilio Zanchi, al Sirleto, ai migliori d'allora.
Cercava egli stabilire appunto l'autorità della Chiesa, e in lettera del 3 febbrajo 1561 al cardinale Borromeo da Berlino racconta il suo colloquio coll'elettore di Brandeburgo.
«Sua signoria illustrissima aperse il breve, lesse la bolla, e poi mi fece dire che delibererebbe, e mi darebbe risposta, il che fece alli XXIIII.
«Questa risposta fu molto lunga, nè però conteneva altro, se non che egli aveva accettata la salutazione del sommo pontefice con la riverenza debita, e che ne lo ringraziava grandemente, che sin in Ungheria l'aveva conosciuto d'ottima mente, e di somma benignità. Che sua signoria illustrissima similmente nel grado suo aveva sempre atteso alla pace, e che io non mi ingannava a riputarlo per tale, perchè s'era sempre affaticato e tuttavia s'affaticava in questo; nescire tamen an pacem apud omnes gratiam ineat; di che si doleva tanto meno, quanto non aveva altro fine che la pace della conscientia sua et verbum Dei, per il quale e non leggermente aveva accettata la confessione augustana, e che sommamente desiderava a tutti gli uomini e specialmente summo pontifici veram agnitionem filii Dei. Entrò poi sopra la presente indizione del Concilio, e disse che, non appartenendo questo negozio a se solo, nè alli principi soli convenuti in Namburg, ma a molti altri e principi e Stati della Confessione Augustana, sua signoria non potea rispondere se non quello di che di comune consiglio fosse risoluto: che dal canto suo farebbe sempre ogni opera acciochè si venisse a concordia, sebbene, per l'esperienza che aveva e della volontà de' principi e della causa in sè, ci trovava molte difficoltà, come in più ragionamenti famigliari mi aveva liberamente mostrato, sì perchè egli suole così sinceramente trattare, sì perchè conosceva che io ancor così trattava con sua signoria illustrissima; e che tenevo per certo che non solo io avessi accettato tutto ciò in buona parte, ma ch'io dovessi continuare una buona amicizia seco, per la quale si offeriva, ecc. Io risposi che sua signoria illustrissima non s'ingannava punto del giudizio che faceva della somma bontà, e sincerità di nostro signore, e che similmente sua santità aveva sempre stimata sua signoria illustrissima desiderosa di pace, anco innanzi che la conoscesse in Ungaria; soggiunsi poi, che, sebbene la causa era comune a sua signoria illustrissima con molti altri, non di meno era così comune, che apparteneva grandemente a ciascuno separatamente, trattandosi della salute dell'anima, e tanto più a sua signoria illustrissima, che per tal cagione sola diceva aver consentito nella Confessione Augustana: il che, come aveva fatto da sè, così poteva da sè, massimamente in un Concilio universale, cercare veram agnitionem filii Dei, la qual cognizione nostro signore non solo le pregava, ma per tal mezzo le procurava, come successor di colui al quale era stato comandato che aliquando conversus confirmaret fratres suos, con certissimo privilegio ut non deficeret fides sua, impetratoli da Nostro Signore Gesù Cristo a questo fine: di modo che non v'è il più sicuro rifugio che umiliarsi al giudizio constituito da Dio, e seguire il lume che si conserva nella continua successione della sede apostolica et in perpetua et constanti patrum doctrina. Finalmente circa li discorsi fatti più volte meco da sua signoria illustrissima, le resi grandissime grazie, dicendo che piuttosto la pregava ad iscusarmi se liberamente gli avevo risposto quello che m'occorreva circa ciò, perchè, quanto a persona pubblica, io non aveva a dirle altro, se non che fosse contento di venire al Concilio, ed ivi, se per sorte avesse alcuna difficoltà, l'esponesse ai Padri e: che tutto il resto io avevo detto sempre esclusa questa pubblica persona, invitato dalla sua signoria illustrissima; onde la pregava di nuovo a voler considerar bene quello che si può e si deve, e a non approvare quei mezzi che non porterebbono ora alcuno sollevamento, non che pace alla Chiesa, e sarebbono perniciosi all'avvenire, distruggendosi con le condizioni che essi dimandano per consentire al Concilio tutta quella certezza che potremo avere in terra per discernere la verità cattolica dalla eresia, la quale certezza e regola indubitabile è stata sempre appresso la sede apostolica, e ne' Concilj universali, legitime convocatis habitis et confirmatis.
«Questa fu la mia risposta sebben fosse detta con più parole, le quali non riferisco così minutamente per non essere molesto a vostra signoria reverendissima come anco non racconto ragionamenti avuti con l'elettore, essendo stati molti e lunghi di tre o quattro ore continue al giorno, perchè egli legge volontieri, e più volontieri ragiona di tutte queste materie controverse; solo dirò brevemente a vostra signoria illustrissima quello che tocca al presente negozio del Concilio. Le difficoltà che egli nella risposta datami dice avermi esposte in altri ragionamenti sono le medesime con le condizioni date dalli Protestanti alla cesarea maestà: tuttavia egli si rende assai trattabile in molte. Una le pare ragionevolissima, che i loro teologi abbiano voto in Concilio, e più volte n'ha parlato meco efficacissimamente, e però jeri dopo la risposta datami tornò nel medesimo ond'io, vedendolo così ardente in questo, e tutto posto in certe sue ragioni civili, lo pregai a dirmi come, concedendosi ciò alli confessionisti, si potrebbe poi ragionevolmente rispondere alle altre sêtte, quando esse ancora dimandassero di aver voto. Egli confessò che si dovesse negare a tutti gli altri, perchè non hanno, come i confessionisti, expressum verbum Dei. E replicando io che tutte le sêtte parimenti pretendono questo verbum Dei, soggiunsi esser necessario che ci sia stato provveduto da Dio d'un giudice certo in terra, secondo che vediamo nell'antica e perpetua forma del governo della Chiesa. Egli, benchè non mi rispondesse altro per allora, non di meno mostrò di non restar soddisfatto, ed oggi ha fatto sedere a tavola un suo dottore, e di nuovo ha mosso questo ragionamento, dicendo che nessuna setta può dimandar ragionevolmente d'aver voto, perchè, oltre l'esser false, non hanno le controversie sue immediate contro l'autorità della Chiesa romana, come ha la Confessione Augustana, la quale principalmente cerca di levare gli abusi, e restituire la purità dell'evangelo. Io allora dissi, che una tal ragione era appunto buona per accrescere in ciascuna setta questa eresia di più, quando non n'avessero prima, essendo che ciascuna di essa avrebbe gran difficoltà con l'accusare ed opporsi alla sede apostolica, ovvero di acquistar voto in Concilio, o almeno di sottrarsi al giudizio di quella. Ed a tal proposito si ragionò lungamente de' Calviniani e del gran numero loro, e delle cerimonie che esso elettore ama e fa osservare grandemente, e che costoro levano affatto; e poi degli ordini della Chiesa e della volontà di Nostro Signore in riformarla, dove sia di bisogno: e per certo mi pare che questo principe senta stimolo e rimorso nella coscienza, onde licenziandomi io per andare in Lusazia al marchese Giovanni suo fratello, mi ha detto sospirando queste formali parole, Profecto, reverendissime domine, vos injecisti mihi multas et magnas cogitationes»[199].
E il 4 marzo dell'anno stesso:
«Sua signoria illustrissima mi fece istanzia a fermarmi due giorni ancora, perchè desiderava mostrarmi le reliquie e le cerimonie della sua Chiesa. Io, schifando di andare alla messa di uomini non consacrati, andai al dopo pranzo, e vidi tutte le reliquie benissimo tenute, e molte statue d'argento e vasi e croci d'oro sin del tempo di Carlo Magno, e donati da quell'imperatore, come io credo, alla chiesa di Magdeburg. V'è ancora una rosa, donata a suo avo da papa Nicola V. La sera poi con grandissima fatica impetrai licenza per il dì seguente, e la mattina per tempo sua signoria illustrissima venne a vedermi, e mi fece grande istanza a supplicare sua santità che gli volesse donare un poco del legno della santissima croce, da riporre in una croce, che m'aveva mostrato d'oro e di cristallo bellissimo, e subito ritornò ne' suoi soliti ragionamenti, dicendo, la più espediente via di finire queste discordie esser forse che si eleggessero di tutte le nazioni uomini buoni che ne fossero giudici, e mi domandò se questo partito mi pareva buono. Io dimandai a sua signoria illustrissima chi sarebbe colui che eleggesse questi uomini buoni, e lo pregai a considerare come questo non si può condurre in alcun modo ad effetto ma quando ancora si potesse, che tali uomini non avrebbono altra potestà che umana, dove nelli Concilj legittimi la Chiesa ha sempre tenuto e conosciuto l'assistenza dello Spirito Santo; finalmente che nessuna cosa sarebbe più incerta, e più vana dell'autorità della Chiesa, se fosse permesso contro li magistrati ecclesiastici questa eccezione della bontà, e questa via di fuggire il giudizio sotto pretesto di volere uomini buoni; e che manco d'ogni altro doveano ciò pretendere coloro, i quali non attribuiscono alcuna cosa alle opere nostre. Con questi e simili ragionamenti sua signoria illustrissima m'intertenne tanto, che io non potei partire se non dopo pranzo. In fine mi diede una lettera per nostro signore, e io mi licenziai.
«Nella licenzia, sua signoria illustrissima mi aveva apparecchiati molti presenti e di molto momento, li quali io ricusai, pregandola che, in luogo di quelli, mi concedesse due grazie: l'una, che avendo io portato all'illustrissima sua moglie per nome del vescovo Varmiense il libro della sua confessione, sua eccellenza fosse contento di leggerlo; l'altra che facesse restituire alcuni luoghi tolti a certi poveri cartusiani, che restano ancora in Francoforte sull'Odera. Sua signoria illustrissima mi promise di fare in ogni modo l'uno e l'altro e si contentò che io mi astenessi dal resto»[200].
I Concilj erano composti d'uomini, e chi conosce gli scompigli de' parlamenti moderni, massime ne' paesi che vi son nuovi, la smania di ciaramellare, l'aggrovigliare delle quistioni, il sofisticare sulle parole, le mozioni, gli emendamenti, il trionfo dell'abilità sopra la ragione, l'aspirare alla insulsa popolarità degli applausi o alla lucrosa riconoscenza dei grandi, facilmente supporrà gli stessi sconci nel sinodo di Trento; quantunque assistito dallo Spirito Santo; quantunque maestosa assemblea e composta de' Cattolici più rinomati per lettere, santità, abilità d'affari. Epperò rammemoriamo l'evangelico, Quæcumque dixerint vobis servate et facite: secundum vero opera illorum nolite facere[201].
Infinite dispute vedemmo nascere dapprima; se farlo, dove farlo, quando farlo; se convocar lo dovesse il papa o l'imperatore; chi parteciparvi[202], chi presedervi; come conseguire che rimanesse abbastanza libero per tutti. Radunato che fu, o tarda il nunzio d'una gran potenza, o se n'ammala un altro; o bisogna perdere tempo a far un decoroso incontro a un ambasciadore, a un legato, a un cardinale; poi a disputare qual posto gli spetti, e se dargli o no l'incenso e la pace: qual re commemorare pel primo nelle prediche e nelle orazioni: punti intricatissimi in età puntigliosissima sul cerimoniale. Or un incidente obbliga a differire la tornata; or muore il papa; or in Germania la Lega Smalcaldica rompe guerra: or in Francia gli Ugonotti insorgono contro i Cattolici: or c'è festa e Te Deum perchè i miscredenti furono sconfitti, e ricuperato un paese, dove vennero ribenedette le chiese, ridesta la letizia degli organi e delle campane, restituiti i beni ai prelati, i conventi alle corporazioni, bruciate le Bibbie vulgari, rannodati i matrimonj coi riti antichi. Ora si fa lutto e penitenza perchè altre contrade caddero sotto i Protestanti, abbattendo altari e immagini, violando monache e reliquie, trucidando preti, contaminando calici e battisteri, espilando i sacri arredi e convertendoli in denaro da soldar nemici di Cristo. Le vittorie degli uni e degli altri erano accompagnate da migrazioni in folla, da esigli, da processi, da spettacolosi supplizj. Tutto ciò ritarda o scompiglia le tornate e le risoluzioni: si scioglie il Concilio; quando riapresi si disputa se considerarlo come nuovo, o come sèguito del primiero.
I prelati, invitati con istanza, non venivano: o bisognava dunque prorogar l'apertura, e allora diceasi che il papa l'allungava a bella posta; o aprivasi, e allora si gridava che gl'intervenienti erano scarsi, che v'avea soli italiani, che non era rappresentata l'intera cristianità. Professando la massima riverenza alle somme chiavi, il re di Francia protestava contro il Concilio, adunato mentre il papa stava in izza con esso, e quando il numero de' cardinali francesi trovavasi tanto assottigliato. I principi si lagnavano della lentezza: eppur questa veniva dalle loro pretensioni e brighe, poichè di certe riforme si sbigottivano, e voleano far servire il Concilio a intenti loro particolari; Spagna ad isgomento de' Belgi ribellati, Francia e Impero a deprimere o ad accarezzare Ugonotti e Luterani. Poi l'imperatore domandava, non solo la riforma del papa e sua Corte, de' breviarj, legendarj, sermonarj, ma la comunione sotto le due specie; Spagna volea si dichiarassero d'instituzione divina i vescovi, non emanazione del poter papale, e perciò indipendenti; Francia sosteneva i decreti di Basilea e la superiorità de' Concilj sul pontefice, e per bocca del cardinale di Lorena chiedeva il matrimonio de' preti, l'uso del calice, la liturgia vulgare, finchè i sovvertimenti di Francia non indussero ad accostarsi ai papali.
Di somma difficoltà riusciva il ridur l'imperatore Ferdinando a contentarsi che non sì spingessero le riforme sin dove egli avrebbe amato per quetare i suoi Tedeschi, e perciò mostrare ch'egli avesse ottenuto soddisfazione, senza per questo derogare ai diritti de' legati o del pontefice. A tal uopo il Morone che, come presidente, ebbe tanto a faticare su tali pretensioni, senza il solito treno burocratico va ad Innspruck, s'affiata coll'imperatore, e ripiana ogni cosa. In simile modo il cardinale di Guisa propose un abboccamento fra il papa e il re di Francia e quel di Spagna, che tolse di mezzo altre difficoltà. Allora potè procedersi in sei mesi, più che non si fosse fatto in molti anni, e si ottennero le tanto contrastate riforme de' vescovi, de' cardinali, della curia, de' principi.
Poi rampollavano difficoltà sulle espressioni: chi non le credeva grammaticalmente latine, chi troppo ricercate per la gravità delle materie, chi invece troppo disadorne per un secolo che «prendeva a schifo la dottrina se non era condita in eleganza, sicchè molti letterati aveano minor affezione alle verità celestiali per vederle fra le invoglie grossolane della rozzezza scolastica»; sottentravano gli emendamenti, e il sofisticare ogni parola, come quando non si volea chiamare augustissimo il sacramento perchè questo titolo si dà agli imperatori secolari.
Non occorre ripetere che i Protestanti, i quali avean prima appellato al Concilio, or lo repudiavano come non indipendente, come pregiudicato; e i profughi d'Italia lo osteggiavano di tutta forza. Ma anche internamente moveasi querela che la discussione non fosse libera[203], che tutto venisse da Roma già disposto e deliberato, e, come celia frà Paolo, lo Spirito Santo viaggiasse in valigia per le poste; che i prelati troppo s'affaccendassero intorno alla grandezza pontifizia; che il Concilio fosse menato a senno degli Italiani.
Italiani era una qualificazione generica, come quelle che inventansi a designare i partiti, e applicavasi a chiunque caldeggiasse le prerogative romane. Vero è che l'importanza che la Chiesa attribuisce a ciascun uomo pei meriti suoi proprj, non per la nascita, dovea far preferire la votazione per testa, anzichè per nazione: dal che derivava la prepollenza degli Italiani; e agli ottantatrè prelati di tutti insieme gli altri paesi stavano a fronte centottantasette de' nostri. I presidi del Concilio, al 1 giugno 1563, scrivendo al cardinale Borromeo per informar il papa degli andamenti, fra il resto dicevano: «Come consta di tre nazioni principali, che sono Italiani, Spagnuoli e Francesi, così è diviso in tre fazioni, che hanno ciascuna la sua mira ed il suo fine, onde sempre si muovono con le loro passioni e loro interessi. Gl'Italiani, se non tutti, perchè sono di maggior numero assai, hanno sempre l'occhio al servizio di vostra santità ed alla conservazione della Corte di Roma, nè, per cosa che si proponga loro, sia di qual sorte si voglia, ponno indursi a pensare in essa altro, per abbracciarla o schifarla, che il servizio o il pregiudizio di sua santità e della Corte».
Gli Spagnuoli tendono a rialzar i vescovi a scapito del papa e de' cardinali, cui vorrebbero ridurre a semplici consiglieri del papa, e obbligati star a Roma a cura delle loro chiese. I principi avrebbero gradito assai questo abbassamento de' cardinali, laonde se ne stava in grande apprensione. I Francesi magnificano il Concilio volendo farlo superiore al papa, a imitazione del Basileense. Li seguono i pochi Tedeschi che ci sono, ed anche «parecchi Italiani, i quali, come sanno meno e sono più poveri, facilmente si lasciano tirare dalla ignoranza e dal bisogno molte volte a quello che non dovrebbero».
In realtà però la discussione dogmatica fu diretta dai gesuiti Lainez e Salmeron spagnuoli, e con loro Le Jay ginevrino, rappresentante del cardinale Truchsess vescovo d'Augusta; uno dei tre presidi era inglese, il cardinale Polo; nè erano italiani Andrea De Vega, Volfango Remio, Genziano Hervet, luminari di quell'adunanza. Vero è che, i vescovi forestieri ogni tratto uscendo di carreggiata, era duopo mandarne di italiani, più poveri e men pretensivi, e valersi de' Gesuiti, i quali allora mostraronsi più che mai, quel che alcuno li chiamò, i granatieri della santa sede.
Oltre di questi, componeano l'assemblea uomini insigni, quali di rado si trovano.
Stava fra i presidi il cardinale Morone, di cui a lungo ragionammo; e perchè il papa mancava di denari, egli persuase i cardinali a obbligarvisi, e vi diede regole che poi servirono al Concilio per norma nel regolare i seminarj.
Ad altri già lodati aggiungiamo l'eruditissimo Seriprando vescovo di Troja, già secretario al celebre cardinale Egidio da Viterbo; il Bertani, autore d'un commento a san Tommaso, e d'un trattato sulla podestà del papa; Alvise Lippomano (-1559) e Girolamo Accolti; Ercole Gonzaga, fatto vescovo di Mantova da Leon X a quindici anni, a ventidue cardinale da Clemente VII, segnalato per prudenza negli affari, applicazione, pietà.
Di Lorenzo Campeggi bolognese, vescovo di Feltre poi di Bologna, nunzio in Inghilterra pel divorzio d'Enrico VIII, e alla dieta d'Augusta (-1539) fu figlio Alessandro, cardinale e vescovo anch'esso di Bologna, dove abbellì San Petronio, introdusse i Gesuiti, e favorì Agostiniani e Cappuccini; prolegato ad Avignone, vi combattè i Valdesi, e quando il Concilio fu trasferito momentaneamente a Bologna, esso il ricevette in casa sua, dove stavano quattro altri vescovi della famiglia stessa (-1554).
In Agostino Valier, vescovo di Verona, non sapeasi se più ammirare la rara erudizione o la coscienza intemerata; scrisse cenventotto opere, ma pochissime ne pubblicò, fra cui una storia di Venezia; impugnò la barbarie scolastica e il timore delle comete; nella Rethorica ecclesiastica, più volte ristampata, fu il primo che indicasse una fonte delle false legende, qual fu l'esercizio che ne' monasteri davasi, di comporre amplificazioni sul martirio di qualche santo, e dove gli scolari particolareggiavano ed esageravano, come si suole in tali componimenti, senza darsi briga della verità. I migliori venivano conservati negli archivj dei monasteri, e trovati più tardi, passarono per atti autentici.
Per un Aurelio di Bari, vescovo di Budua in Dalmazia, di cui frà Paolo tesoreggiò le lepidezze; pel Bollani, che, avendo consumata la gioventù in negozj secolareschi, a venticinque anni passò dalla pretura al vescovado di Brescia digiuno di studj sacri[204], splendeano il giureconsulto bolognese Ugo Buoncompagni, consigliere di san Carlo, splendidissimo, e che pur ricusò tante volte legati, e pensioni, e infine divenne papa; i cardinali Salviati insigni per virtù e beneficenza e massime Antonio Maria che fondò ed ampliò spedali e un collegio per gli orfani; il cardinale Vincenzo Giustiniani genovese, generale dei Domenicani, dei quali spedì moltissimi ad apostolare le Indie, la Cina, il Giappone, e che stampò le opere di san Tommaso, e fu gran difensore del Carranza; frà Camillo Campegio pavese (-1569) domenicano, che pubblicò De hæreticis Zanchini Ugolini senæ arminensis jc. cl. tractatus aureus cum locupletissimis additionibus et summariis[205].
Daniele Barbaro d'ordine pubblico scrisse la storia veneta; fece poesie filosofiche lodatissime col titolo di Predica dei sogni; fondò in Padova l'orto botanico e l'accademia degli Infiammati, tradusse e commentò Vitruvio; lasciò bellissimo ragguaglio della sua ambasciata a Edoardo VI d'Inghilterra. Ivi pure Giannantonio Volpi e Antonio Minturno, letterati di prima schiera; Onorato Fascitello vescovo d'Isola, autore di lettere e poesie lodate; Marcantonio Flaminio e il vescovo Vida, che erano salutati Catullo e Virgilio redivivi; Isidoro Clario gran giureconsulto; Taddeo Cucchi di Chiari, che emendò la versione della Bibbia vulgata a confronto del testo ebraico e greco, senza trascurare l'esegesi dei Protestanti; Lodovico Beccadelli insigne letterato, amico del Bembo, del Contarini, del Polo, dei quali scrisse la vita, amministratore di diversi vescovadi, poi vescovo egli stesso di Ragusi, e prevosto di Prato ove morì in odore di santità.
Primo Del Conte milanese, un de' primi compagni di san Girolamo Miani, spedito in Germania per opporsi all'eresia, dopo tornato era cerco a gara ne' conventi per leggere di teologia e di lingue orientali, adoprato dal Volpi vescovo di Como per combattere gli eretici in Valtellina, e fatto arbitro della scelta de' professori di belle lettere a Milano e a Como, servì a preparare materie pel Concilio, al quale assistette come teologo del cardinale Visconti vescovo di Ventimiglia. L'insigne giureconsulto cardinale Paleotto continuamente era consultato dai Padri, e scrisse gli atti del Concilio, dei quali molto si giovò il Rainaldi.
Il calabrese Guglielmo Sirleto, biblioteca ambulante, parlava francese, latino, greco, ebraico, sicchè fu detto che da trecento anni non s'era veduto cardinale più dotto, e non fu eletto papa per tema che gli studj nol distraessero di troppo. Sepoltosi nella Biblioteca Vaticana, colà pose affatto l'animo in ajutar le opere altrui, mentre di sue niuna pubblicò; provedeva testi e argomenti ai campioni del sinodo, onde il cardinale Seriprando scrivevagli da Trento, le opinioni sue sopra le quistioni agitate esservi riuscite gratissime, e conchiudeva che, stando a Roma, egli dava maggior ajuto e faceva maggior servizio al sinodo, che se ci venisse con cinquanta prelati[206]. Eppure non isdegnava raccogliere attorno a sè i bambini che capitavano in piazza Navona co' fasci della legna, e istruirli nel catechismo.
Sfoggiavano nelle prediche i più insigni oratori; Alessio Stradella di Fivizzano, Francesco Visdomini ferrarese, Bartolomeo Baffi da Lucignano. Cornelio Musso piacentino, affatto giovane, a Pavia faceva lezioni sopra le epistole di san Paolo, quando sorse un altro a interpretarle in senso diverso, e trovò assenso, e ne seguirono tumulti, finchè il cardinale Campeggi, legato a Bologna, fe cacciare i novatori, e raccomandò il Musso a Paolo III, che lo chiamò a Roma. Quivi a San Lorenzo in Damaso succedette all'Ochino, contro del quale scrisse discorsi e dispute, mostrandolo falso ecclesiastico, e cercava anche in privati colloquj convertirlo. Il primo giorno della quaresima 1548 predicava in San Pietro di Bologna, quando un Servita levossi a fargli objezioni. Il papa lo pose vescovo di Bitonto e lo volle alla Corte, affinchè in latino predicasse ogni giorno sul Vangelo in camera o alla tavola sua; trattenimento già ben diverso da quelli del tempo di Leon X, e dove, finito il sermone, si cominciavano le objezioni, che l'oratore combatteva, il quale disputò spesso con un chierico, che poi divenne Pio IV, e che l'adoprò all'istesso uffizio.
Somma lode gli si attribuiva per avere sbandite dal pulpito le sottigliezze scolastiche, le declamazioni ridicole, le ostentate citazioni d'autori profani, onde far luogo a un predicare sodo, devoto, conforme al Vangelo. Girolamo Imperiali lo chiama l'Isocrate italiano, e non mancargli nè la robustezza di Demostene, nè l'ubertà di Cicerone, nè la venustà di Curzio, nè la maestà di Livio; a lui si dedicarono opere; a lui monsignor Della Casa un'ode sull'eloquenza: Bernardino Tomitano, medico e retore dell'Università di Padova, compose un ragionamento intorno all'eloquenza di esso e gli fece coniar una medaglia portante un cigno e la leggenda Divinum sibi canit et orbi: ai cardinali Contarini e Bembo «pareva nè filosofo, nè oratore, ma angelo che persuadesse il mondo».
Questo «Crisostomo italiano» fu scelto a far l'orazione inaugurale del Concilio; la quale riuscì «piena di sottile artifizio, sparsa di retorici colori, come se tempestata fosse di rubini e diamanti; vi avea consumati dentro tutti i preziosi unguenti di Aristotele, d'Ippocrate, di Cicerone, e tutti i savj precetti di Ermogene». Quest'encomio di un gazzettiero di quei tempi, Ortensio Lando, la condannerebbe abbastanza s'anche non avessimo l'orazione stessa, forse troppo malmenata dagli avversarj, certamente lontana dalla dignità conveniente all'assemblea più augusta che da molti secoli si fosse radunata. Ai tre nunzj dava lodi, dedotte dal nome di ciascuno; apostrofava l'eco dei monti tridentini, e (talmente la mitologia era incarnata) citava l'esempio de' poeti, che fanno tener concilio agli Dei, e invitava i prelati a rendersi a quel sinodo, come i prodi di Grecia al cavallo di Troja.
Era stabilito che i teologi dicessero il parer loro, traendolo dalle sante Scritture, dalla tradizione apostolica, dai sinodi, dalle costituzioni e autorità de' sommi pontefici e dei santi padri, e dal consenso della Chiesa cattolica, tutto con brevità, eliminando le quistioni inutili e le contenzioni pertinaci. Niuno crederà si procedesse sempre alla quieta; spesso i legati dovettero richiamare i campioni alle leggi della carità e della modestia; ma insomma era conflitto interno; tutti partendo dai punti ammessi, e finendo coll'accordarsi nelle decisioni.
Spetta alle storie particolari lo svolgere di quella Iliade l'elemento umano, le lotte, i partiti, i maneggi; quel che realmente importa è il riferir la sentenza finale, il visum est, in cui s'accordano tutte le genti, le età, le passioni. Anche dall'esame della esteriorità esce la convinzione che, se sopra alcune decisioni parve operar la politica, le più furono suggerite da persuasione e coscienza, dettate con elegante e lucida evoluzione di forma; ravvicinando il mistero all'umana ragione per quanto è possibile; accarezzando anche il sentimento, mentre i Protestanti lo vilipendevano. Anzi che a confutare Lutero e gli altri, si tolse a dirigere l'intera cristianità, fatta civile e ragionatrice, con rigorosa e perentoria dichiarazione delle dottrine, rimovendo ogni contraddizione o divergenza; ricusando ogni transazione, ogni confusione ne' termini e limiti delle definizioni: alla quale stupenda precisione giovavano le abitudini scolastiche, unite alla rinnovata cultura classica. Laonde, come la luterana era la sintesi di tutte le eresie, così il tridentino fu la sintesi di tutti Concilj, che aveano definito sopra qualsifosse argomento.
Le decisioni sono formolate o in via di trattato, che presenta il dogma stesso anche particolareggiato, col titolo di Decretum o Doctrina: o in sentenze concise, assolute, col titolo di Canones che proscrivono errori di fede; o in prescrizioni disciplinari, detti Decretum de reformatione.
E per quanto i presenti nostri Discorsi evitino di essere dottrinali, non ci pare poter qui ommettere di esporre il complesso delle credenze cattoliche in ciò che differenzia dalle parziali.
Sui punti capitali della divergenza si erano pronunziate già le prime sessioni, così da tôr di mezzo le ambiguità, mediante le quali per un pezzo erasi cercato di rannodare i dissidenti.
Sull'essenza di Dio i nostri cadevano d'accordo con le chiese ortodosse dei Protestanti.
L'uomo fu creato libero di sua volontà, in modo che la colpa de' suoi peccati su lui tutta ricade.
Il peccato originale fu riconosciuto non con decreto dottrinale, ma condannando chi lo negasse: aggiungendo che, col dirne affetti tutti gli uomini, non comprendeasi la Beata Vergine, per riverenza alla bolla di Sisto IV sull'immacolata concezione di lei, controversa fra Scotisti e Tomisti[207]. Per quel peccato l'uomo perdè la giustizia e santità primitiva; si attirò lo sdegno e la vendetta di Dio; fu degradato d'anima e di corpo, e soggetto alla morte. Sì il peccato, sì le sue conseguenze trasmettonsi alla figliolanza, per modo che nessun uomo può compire verun alto accetto a Dio, nè diventar giusto se non per la mediazione di Gesù Cristo[208]. La libertà è infiacchita, non perduta; laonde le azioni umane non son perfette, ma non tutte son peccaminose. Conservavasi insomma la libertà morale, troppo provata dalla facoltà che ha l'uomo di ingannarsi e di fare il male: l'arbitrio, per cui è libero all'uomo di entrare ne' disegni della redenzione, com'era libero di non uscire dal disegno primitivo della creazione.
Al contrario i Protestanti dicevano che l'uomo è predestinato alla salute o alla perdizione: le parole di libertà, di libero arbitrio non trovarsi nella santa scrittura, ed esser invenzione degli Scolastici; è Dio che opera tutto, il bene come il male; gli uomini nascono col peccato, colla concupiscenza, cioè con avversione positiva alla legge e coll'odio di Dio, senza timore nè fiducia in lui, non possedono più nè intelligenza, nè desiderio del regno di Dio; i peccati attuali non sono che manifestazioni del peccato ereditario.
Secondo i Cattolici, il peccatore vien richiamato alla grazia per pura misericordia divina, in vista dei meriti del Redentore, e per mezzo della rivelazione evangelica: lo Spirito Santo ne risveglia le facoltà assopite, traendolo ad arrendersi all'impulso celeste. Se il peccatore vi ascolta, primo effetto n'è la fede nella parola di Dio, e nell'asserzione che Dio amò il mondo fino a dargli il proprio Unigenito. In quall'abisso di corruzione giaceva il mondo, se non potè esserne tolto che per intervento del Figliuol di Dio! E alla misericordia di questo si volge l'uomo, sperando ne' meriti di esso; e vedendone l'infinita carità, suscita qualche scintilla d'amore, donde abominio al peccato, e pentimento; al quale venuto con libero consenso, rimane giustificato; cioè lo Spirito Santo diffonde nell'anima la grazia santificante e l'amor di Dio; sicchè rinnovellato, il Cristiano produce opere buone e meritorie, e diventa partecipe del regno celeste. Ma della sua giustificazione non acquista certezza, salvo che sia per ispeciale rivelazione.
Cooperano dunque l'uomo e Dio; Iddio sveglia il peccatore, prima che questi possa meritarlo, nè tampoco desiderarlo: ma il peccatore deve corrispondervi liberamente, e allora solo vien rialzato. Lo Spirito Santo non opera in maniera necessitante, ma alla propria onnipotenza mette per limite la libertà dell'uomo, la quale dal peccato originale non rimase distrutta.
Qui (l'andiam ripetendo) consisteva la differenza fondamentale dei Protestanti: professando essi che il peccatore, spaventato di non poter adempiere la legge che ode predicarsi, vi vede però che Gesù Cristo toglie i peccati del mondo, e che la fede giustifica per sè stessa. Abbracciasi dunque ai meriti del Salvatore, in virtù dei quali Iddio dichiara giusto e santo il fedele, sebben nol sia, e sebbene continui a portar la macchia originale, di giunta agli altri peccati. La fede giustificante non rimane sola, ma vi si congiunge la santificazione, manifestandosi colle opere buone. La giustificazione e la santificazione non devono però confondersi, altrimenti non si otterrebbe la certezza della remissione de' peccati e dell'eterna salute. L'opera della rigenerazione appartiene tutta allo Spirito Santo, di modo che ogni gloria ricade su Dio, nulla sull'uomo.
Così i Luterani; Calvino invece pone un intimo nesso fra la giustificazione e la santificazione: e Dio operar solo in quelli che predestinò ab eterno. Posto che il peccato originale abbia distrutte affatto le facoltà dell'uomo, non si fa più luogo a libera cooperazione, nè tampoco a capacità di ricevere l'azione divina. Laonde la giustificazione è un giudizio, col quale Iddio libera l'uomo dalle pene del peccato, non dal peccato stesso: pei Cattolici invece comprende e la remissione del peccato e delle pene dovutegli, e la santificazione mercè l'atto divino giustificante.
I Protestanti ripudiano la distinzione tra fede viva e morta. E credendo che, anche dopo la giustificazione, perdura nell'uomo quell'essenza peccaminosa, non possono ammetter opere grate al Signore. Ben vennero talvolta a dirle necessarie, ma in qual senso io non intenderei.
Dopo discussioni che attestarono quanta varietà d'opinioni corresse su proposito sì capitale[209], il Concilio riconobbe che i nostri peccati ci sono rimessi gratuitamente per la misericordia divina; non sono soltanto coperti, ma cancellati dal sangue di Gesù Cristo; la cui giustizia è non solo imputata, ma attualmente comunicata ai fedeli per opera dello Spirito Santo. Ma poichè pur troppo la carne si ribella allo spirito, perciò la giustizia nostra non è perfetta, e quindi divien necessario il gemito continuo dell'anima pentita.
Quanto al merito delle opere, la vita eterna è una grazia misericordiosamente promessa, e una ricompensa data alle buone azioni, il cui valore proviene dalla grazia santificante. Il libero arbitrio non può dirigerci alla felicità eterna se non mosso dallo Spirito Santo, ma i precetti, le esortazioni, le promesse e le minacce del Vangelo mostrano abbastanza che noi operiamo la salute nostra pel movimento delle nostre volontà, ajutate dalla Grazia. Sebbene (dice il Concilio) le sacre carte stimino tanto le buone opere, e Gesù Cristo prometta che fino un bicchier d'acqua dato a un povero non resterà senza ricompensa; e l'apostolo attesti che un momento di sofferenza in questo mondo produrrà un compenso eterno di gloria: pure il cristiano si guardi dal fidare e glorificarsi in se stesso, anzichè nel Nostro Signore, la cui bontà è sì grande, che vuol che i doni che ad essi fa sien meriti loro[210].
Insomma i peccati ci sono rimessi per pura misericordia e pei meriti di Gesù Cristo: la giustizia, che è in noi per lo Spirito Santo, la dobbiamo a una liberalità gratuita: le buone opere nostre sono altrettanti doni della grazia. Dopo di che Bossuet trova strano che i Protestanti siansi separati da noi per questo punto, tenuto per essenziale su que' primordj, mentre in appresso le persone sensate cessarono di considerarlo per tale[211].
La Chiesa per opere buone intende gli atti morali dell'uomo giustificato in Gesù Cristo, ossia i frutti della volontà corretta, e dell'amore ispirato della fede. Meritorie chiamansi quelle che dalla nostra libertà sono prodotte nella virtù di Gesù Cristo. E quando si dice che il Cristiano deve meritar la vita eterna, s'intende che dee rendersene degno mediante il Salvatore. Vi sono opere buone al di là dei precetti; opere suprarogatorie, che possono ommettersi senza ledere la legge suprema della carità.
Ma quando i Protestanti asserivano l'inutilità delle opere in generale, intendeano in particolare i sacramenti; i quali invece dai nostri sono tenuti per necessarj, e furono prefiniti a sette, giusta l'insegnamento di Pietro Lombardo, appoggiato alla tradizione. Il fine de' sacramenti, a detta dei Protestanti, è di assicurare i fedeli che la colpa fu rimessa, consolarli, e liberarli dal timor della legge: come la circoncisione, sono mere testimonianze dei divini decreti sull'uomo; il battesimo e la cena recano frutto sol in quanto chi li riceve ha fiducia nel perdono de' peccati. Il matrimonio non serve a ciò, nè l'ordine: il battesimo non dovrà riceversi che da chi è capace di comprenderlo: la confermazione non è che una replica del battesimo: all'estrema unzione surrogavasi la cena, per confortare l'uomo, sgomentato dal silenzio eterno di quell'infinito sconosciuto ove sta per cadere. Più repudiavasi la confessione: può essa farsi per domandar consiglio o per sollievo della coscienza, ma l'assoluzione non può venire dal prete, sibbene da Dio. Nella cena dapprincipio ammisero che il corpo e sangue di Gesù Cristo fosse distribuito sotto le specie di pane e vino; ma Carlostadio impugnò la presenza reale, poi con maestria Zuinglio ed Ecolampadio. Anzi Zuinglio voleva i sacramenti mere cerimonie, e non possedere vera fede chi ha bisogno delle loro consolazioni.
Secondo i Cattolici, pei sacramenti comincia la vera giustizia, o perduta si recupera, essendo segni sensibili, istituiti da Dio, con virtù non solo di significare ma di produrre la santità e la giustizia. I simboli dell'antica alleanza non conferivano la virtù giustificante, per cui si congiungesse l'uomo a Dio: bensì lo fanno i sacramenti[212]; opera operata da Dio, sebbene non escluda l'attività umana, richiedendosi la disposizione a riceverla.
Al fatto morale della giustificazione bisogna concorrano il tribunale di Dio e quello dell'uomo. È Dio che rimette col mezzo de' suoi ministri, sol esso potendo cancellare la colpa, e restituire all'anima i diritti alla celeste eredità: ma il perdono non si dà se prima l'uomo non abbia pronunziato contro se stesso il verdetto di colpabilità, riconoscendosi degno di castigo. L'umano dev'essere tribunale di giustizia e di pena: il divino, di misericordia e di grazia, dopo che col pentimento fu mitigato. Se non che la coscienza non condanna propriamente se stessa, ma è semplice testimonio dell'atto giuridico di Dio che si esercita sopra il colpevole: il quale per altro può aderirvi o repugnarvi; restaurare l'ordine coll'espiazione, o perturbarlo col resistere al suo autore.
Nella consacrazione il pane e il vino si trasmutano nel vero sangue e corpo di Gesù Cristo. In conseguenza il nostro essere si trasforma nella unione col Redentore che vive in noi.
Erasi proclamata tal verità quando il nominalismo, panteismo mistico, confondeva Dio coll'uomo, sicchè la Chiesa viemeglio espresse la distinzione, e colla solennità del Corpus Domini celebrò il Cristo veramente esteriore all'uomo, e che all'uomo s'avvicina per sua bontà. Per mera regola disciplinare si partecipò l'eucaristia sotto una sola specie; e il fedele sa che Cristo è tutt'intero sotto entrambe le specie e sotto ciascuna, e la vitale comunione con lui non dipende dalla materialità del sorbir anche un poco di vino[213].
Il Concilio definì il matrimonio essere vero sacramento; la Chiesa aver potuto di propria autorità costituire impedimenti dirimenti, cioè che ne rendano nullo ogni effetto umano e divino; spettare ai giudici ecclesiastici le cause matrimoniali, concernenti il vincolo e la validità dell'atto[214].
È dunque non solo insana ma ribalda la legge, che snatura il sacramento delle anime fino a ridurlo a contratto di corpi: e fa che un sindaco, per semplice autorità municipale, imponga a una fanciulla, educata al pudore e alla gelosia del fior più prezioso, d'abbandonarsi ad un uomo sol perchè così fu civilmente stipulato, in nome della libertà della carne, e senza quella benedizione che rende comandato l'amore e sacra la generazione. Questo, che lo stesso Mirabeau dichiarava il più grande attentato del potere politico contro il potere religioso, avvia alle libere unioni e ai liberi abbandoni. Fortunatamente gli uomini son meno servili che i legislatori; meno della pubblica opinione ascoltano la coscienza, e così temperano nell'applicazione le brutalità dei despoti o i sofismi de' parlamenti.
La Chiesa è istituzione umana e divina ad un tempo. Questa parola nelle Scritture è sempre attribuita a una società visibile: Cristo le promise che non verrà mai meno: e poichè non è visibile che per la professione della verità, uopo è che sempre professi la verità. Ciò implica ch'essa è infallibile, e che niuno può allontanarsi da' suoi insegnamenti[215].
Per esser ammessi nella Chiesa invisibile basta un battesimo spirituale; per vivervi basta un alimento interiore: ma la Chiesa visibile, appunto perchè tale, col battesimo di spirito ne richiede uno materiale; col nutrimento della parola di Gesù Cristo, richiede il nutrimento del corpo di Gesù Cristo, e che il sagrifizio come il sacramento cada sotto i sensi. Il sacrifizio e il sacerdozio son congiunti in ogni legge; ed essendo visibile il sacrifizio nel Nuovo Testamento, tale dev'esser pure il sacerdozio, al quale per divina istituzione sia data podestà di consacrare, offrire, ministrare l'eucaristia, e rimettere o no i peccati. In esso sacerdozio divino, per molti ordini si sale dai minori ai maggiori ministeri; e tra i maggiori son i diaconi e suddiaconi, tra i minori gli accoliti, gli esorcisti, i lettori, gli ostiarj. Nella sacra ordinazione è conferita la grazia: e perciò l'Ordine è uno de' sacramenti, e imprime un carattere indelebile, sicchè è condannato chi dice che gli ordinati possono tornar laici: o che tutti i Cristiani abbiano eguali facoltà spirituali. Nell'ordinazione de' vescovi, sacerdoti ed altri gradi, non occorre il consenso o l'autorità di magistrato secolare, e non son ministri ma ladroni quelli che ascendono ai ministeri ecclesiastici per chiamata o istituzione del popolo e della potestà laica. È data dal Cielo la vocazione al ministero ecclesiastico, al dispensare la parola e i sacramenti: ma deve in terra esser riconosciuta e sanzionata; per operare nel pubblico ministero della Chiesa bisogna esser autorizzati secondo un simbolo, che gli uomini effettuano giusta le disposizioni di Cristo, cioè un sacramento. La visibilità della Chiesa implica un'ordinazione ecclesiastica che, da un vescovo all'altro, da un sacerdote all'altro, risalga fino a Cristo. Per tal legame i vescovi derivano dagli apostoli; ed abbisognando di unità per raccogliere tutti i fedeli in una effettiva convivenza, bisogna abbiano un capo, istituito da Cristo, visibile com'è visibile la Chiesa; e a cui tutti obbediscano, perchè tutti membri d'un corpo stesso.
La Chiesa possiede, comunica e interpreta i libri santi, e da essa gli accettiamo come opera divina, anche prima che lo spirito di Dio si sia manifestato nel leggerli; gli accettiamo, come dice un gran santo, perchè la Chiesa ce li dà[216], quand'anche o vi appaja minore l'ispirazione profetica, come per esempio, ne' libri storici de' Maccabei; o la critica, come nell'epistola di san Giuda, che sembra allegare qualche libro apocrifo, qual è quello di Enoch[217].
Cattolici e Protestanti si accordavano nel considerare la Bibbia, e specialmente il Nuovo Testamento, come la fonte della verità; e però importava fissare il numero e la lezione de' libri canonici[218]. Se non che gli uni ne attribuivano l'interpretazione alla Chiesa, gli altri all'individuo. Pe' Cattolici l'infallibilità della Chiesa venne identificandosi con quella del clero e del papa: pe' dissidenti il rispetto verso il libro arrivò a dare miracoloso carattere alla lettera, e direi fino ai punti vocali introdotti dai rabbini del medioevo; per essi la Bibbia è incerta, perchè di traduzione umana; la nostra è d'autorità divina.
La Chiesa fu fondata mediante la predicazione, cioè la parola; nè la parola perdette l'autorità quando venne scritta. Quanto la Scrittura è dunque venerata la parola tramandata a voce. Della verità di questa è testimonio l'esser accettata da tutte le Chiese cristiane fin dall'origine: non potendosi credere che provenga d'altra fonte che dagli apostoli. La tradizione è dunque la credenza costante e universale della Chiesa, depositata ne' monumenti storici: onde vien detta il criterio per interpretare la santa Scrittura. Custode di questa come della tradizione è la Chiesa.
Tal sarebbe il sunto delle dottrine ove dissentono i Protestanti dai Cattolici, e quando Bossuet ne fece l'esposizione, enumerando le sole verità decretate dal Concilio di Trento, senza badare alle temerarie curiosità della scolastica, nè fermarsi ad objezioni fatte a dottori particolari, o contro punti nè universalmente, nè necessariamente ricevuti, gli avversarj stupirono di trovarsi così poco discosti.
Alcune volte non potendo i Padri accordarsi nell'espressione di qualche articolo, gli diedero forma negativa; condannarono cioè la proposizione contraria; il che non implica che si abbia sempre per vera tutta la positiva opposta.
Altri punti sono espressi in termini generali, il che è ben diverso da termini vaghi od ambigui: questi o non han senso, o nessun senso preciso; i generali non portano l'estrema evidenza, ma sono chiari fino a un certo grado, cioè fin dove lo davano le parole della Scrittura e dei santi padri. Tal sarebbe la quistione d'un punto tanto controverso, quant'è il purgatorio. Anime giuste possono uscir dal mondo non interamente purificate; ora lo Spirito Santo proferì che niente d'impuro entrerà nella città santa[219] e la Chiesa ha dalla tradizione di tutti i secoli che l'intero purificamento se ne fa dopo morte[220] per mezzo di pene non definite, le quali da preghiere dei vivi possono esser alleviate o assolute. Il Concilio si limita a definire che le preci dei vivi possono suffragare pei defunti, senza entrar in particolarità nè sulle loro pene, nè sul modo onde vengano purgati; locchè non era precisato dalla tradizione; solo chiarendo che sono purificati per Gesù Cristo, essendolo per le preghiere ed oblazioni fatte in suo nome.
Così, anche dopo usciti dalla Chiesa visibile, perdurano i nodi che non siansi volontariamente spezzati, e i defunti formano ancora una Chiesa con noi, insieme cogli angeli e con Cristo. Solo i dannati resteranno separati dalla sorgente dell'ordine e della vita, tormentati dall'angoscia d'una irreparabile divisione; divisione nelle facoltà dell'anima lottanti; divisione fra l'anima e il corpo non pacificati; divisione coi consorti; divisione colle creature tutte; divisione fin dalla morte che indarno invocheranno.
I santi estesero in terra il regno di Dio, talchè i loro benefizj qui perdurano, e ci lasciarono modelli; ma inoltre continuano ad operare come protettori, pregano Dio per noi, e noi gli invochiamo anche pei fratelli purganti. Ogni culto religioso però deve terminarsi a Dio come a suo fine necessario; e l'onor che la Chiesa rende alla beata Vergine e ai santi può chiamarsi religioso, perchè si riferisce necessariamente a Dio; si ricorre alla intercessione di loro come di persone più aggradevoli a Dio; e qualunque sia la forma d'invocarle, sempre si riduce al pregate per noi. A Dio si offre il santo sacrifizio facendo menzione dei santi affinchè degninsi pregare per noi[221].
Dietro alla parte dogmatica doveasi discutere la gerarchica. L'episcopato, sebbene di istituzione divina, deriva le sue prerogative dal papa? pur riconoscendo che il papa fu istituito da Cristo, l'autorità sua è comune solidalmente a tutti i vescovi? La residenza e l'istituzione dei vescovi, per quanto spetta alla potestà di giurisdizione, è di ragion divina? o, ciò che importa lo stesso, fin dove son essi indipendenti dal papa? E le chiavi furono date a Pietro solo?
A promuovere di tali quistioni lo scioglimento più favorevole all'autorità pontificia diedero opera attivissima i Gesuiti, e principalmente il loro generale Lainez «con affetto così grande, come si fosse trattato della propria salute» (Sarpi). Allo zelo di sant'Ignazio egli univa la scienza delle cose della fede, e nel Concilio recitò il discorso più famoso, asserendo la plenipotenza papale (dell'infallibilità non era quistione), con autorità e storia e argomentazioni dissipando quante objezioni mai si erano elevate, e affermando che la potestà della giurisdizione al papa solo sia data, e da lui ogni altra derivi. Se ne risentirono e i vescovi, dei quali attenuava le prerogative, e i dottori che pendevano alle massime proclamate a Costanza[222]; e gli storici che sostenevano aver i vescovi considerata la loro istituzione di giure divino, e quindi indipendente dal papa, quanto all'origine sebbene a lui, come a capo supremo e unico di tutta la Chiesa, fosse subordinata quanto all'esercizio. Così esser continuato fin quando, dopo il Mille, le congregazioni cluniacese, cistercese ed altre nate allora, operarono che molte funzioni proprie de' vescovi fossero concentrate a Roma; poi dopo il 1200 nati gli Ordini mendicanti, viepiù restrinsero l'esercizio dell'autorità episcopale, che adesso tentava restaurarsi, e che invece trovavasi annichilata da una congregazione nata jeri, che (diceano) non è ben secolare nè ben regolare. Pure anche tra i vescovi, molti, anzichè inuzzolirsi d'ingrandire la propria a scapito dell'autorità pontifizia, sentivano necessario di salvarla all'ombra di questa; e i principi, vedendo la propria autorità messa a repentaglio dalle dispute teologiche, provedeano men tosto a sottigliare sui limiti del potere ecclesiastico, che ad appoggiarvisi.
Laonde prevalse la parte devota all'autorità pontifizia, almeno nella forma negativa, quanto al non essersi definito ciò che la parte contraria avrebbe voluto intorno alla ragion divina della superiorità de' vescovi a' preti; e restò consolidata quella supreminenza del papa, che erasi voluta crollare; egli solo interpretasse i canoni, imponesse le regole della fede e della vita. Pure è notevole che, nel Concilio di Trento, non trovi una frase sola che rechi qualche nuovo vantaggio ai papi: nè tampoco le espressioni del fiorentino e del lateranense, tanto favorevoli al primato de' pontefici e alla loro superiorità al Concilio, non vennero ripetute, appena i prelati francesi si opposero alla formola che pareva asserirle; e asserisce il Pallavicini che il papa stesso rispose, non doversi definire se non ciò che unanimemente piacesse ai Padri. Così sopravvissero due partiti; quello più compatto, questo più attivo: nè l'uno, nè l'altro uscendo dal cattolicismo, e riconoscendo che le decisioni dell'episcopato, riunito attorno al suo centro, sono infallibili in materia di fede; altrimenti sarebbe possibile che tutta la congregazione dei fedeli errasse: è così che l'organo supremo, per cui mezzo la Chiesa si pronunzia, non può mancare all'uffizio di questa, che è la custodia del vero[223].
Restavano le deliberazioni che riguardavano le riforme dei principi, cioè il rivendicare le prerogative, usurpate da questi. Il disputare sui confini delle due autorità poteva metter in pericolo tutto quanto già si era stabilito intorno alla fede; i principi stessi che, contro i Protestanti, aveano sostenuto la Chiesa acciocchè non fosse assorbita nello Stato, or sull'esempio de' Protestanti voleano non solo non restituirle, ma sottrarle anche altre facoltà, che dicevano mal convenire al potere spirituale.
Dalla disputa scabrosissima i legati seppero sguizzare domandando tempo a riflettervi: poi venuta la chiusura, presentarono un decreto generico, ove proferivano scomunicato il principe che concedesse campo al duello, ed esortavano l'imperatore e i sovrani a mantenere le ragioni e le immunità della Chiesa, ed operar che i vescovi risedessero con dignità e quiete, e rinnovarono tutte le costituzioni antiche sulla libertà ecclesiastica.
E si dichiarò terminato e chiuso il Concilio; e Pio IV ne confermò solennemente i decreti, poi fe stendere una professione di fede, che doveano sottoscrivere tutti gli ecclesiastici e dottori. In questa, dopo il simbolo costantinopolitano, esprimendo il dogma più positivamente che nel Concilio, si pronunzia intera fede al simbolo apostolico e ai sacramenti istituiti da Gesù Cristo, che tutti conferiscono la grazia; si accettano le decisioni del Concilio di Trento circa il peccato originale, e la giustificazione; nella messa pei vivi e pei morti offerirsi il vero sacrifizio propiziatorio; nell'eucaristia star realmente e sostanzialmente il corpo e sangue di Cristo, nei quali si converte tutta la sostanza del pane e del vino; e Cristo tutt'intero riceversi sotto l'una o l'altra specie; credersi nel purgatorio e nella validità dei suffragi; invocarsi i santi, i quali intercedono per noi, e doversene onorare le reliquie; tenere e venerare le immagini di Cristo, di sua madre, de' santi; la Chiesa cattolica, apostolica, romana esser madre e maestra di tutte; Cristo averle lasciato la facoltà delle indulgenze sommamente salutari ai fedeli; promettersi obbedienza al pontefice, vicario di Cristo e successore di san Pietro; infine ricevere tutto ciò che era stato lasciato per tradizione e definito nei Concilj, specialmente nel tridentino. È in somma una risoluta protesta contro gli errori che anche dappoi germogliarono.
La Riforma, a cui era mancato il pretesto dacchè uscirono gli oracoli di quell'assemblea generale cui essa aveva continuamente appellato, rimase una manifesta ribellione; e dagli oppositori che si staccavano ed isolavano, la Chiesa non potea difendersi che col fortificarsi entro le barriere della fede antica. Fra' Cattolici non occorreano transazioni, nè quasi dibattimenti; e restando solo a porre in chiaro l'intero sistema della fede cattolica, vi si eliminò una serie di discrepanze, di modo che la teologia trovossi ridotta a scienza positiva, sgombra dalla dialettica, che nelle decisioni di fede può esercitarsi sui diversi modi di spiegar la verità, purchè non travalichi i punti essenziali, che tutti difendono in comune, e nulla vi mescoli di dubbioso. I dettami tridentini, divenuti credenza cattolica, resero omai superfluo ogni altro Concilio; e come chi risana da pericolosa malattia, la Chiesa cattolica parve rinvigorita, e tutta si applicò a migliorare se stessa e la società[224].