506. Hody, De Bibl. textibus originalibus, pag. 552, dice che Alberico Gentile stampò un libro De latinitate veteris Bibliorum versionis male accusata.
507. Lettera 7 dicembre 1553.
508. Ott. Annal. Anab., p. 120, Fuesslin, Epist. Reform., N. LXXII.
509. Fu stampato nel Belgio. Il Sandro, nella Bibliotheca Antitrinitariorum lo confonde con un altro De hæreticis an sint persequendi, stampato ad Argentorato il 1610, e che si attribuisce a Sebastiano Chateillon.
510. A coloro che pretendono la framassoneria inventata da Lelio Soccino nel 1546 a Venezia possiamo opporre una circolare pubblicata dai Franchi muratori fin dal 1535, della quale parleremo più avanti.
511. Bayle corregge moltissimi errori del Varillas e del Mainbourg in proposito di esso, ma cade in molti altri. Vedi Malacarne, Comm. delle opere e delle vicende di Giorgio Biandrata, Padova 1814.
512. Calvini Ep. CCCXXII.
513. Id. Ep. CCCXXI.
514. Qui sta la differenza dagli Ariani. Questi faceano Cristo creato, ma avanti a tutte le cose, e che da lui fosse creato il mondo e governato.
515. Se non altro Warburton, per quanto ignaro e sprezzante della teologia cattolica, diceva che l'esser creato l'uomo a immagine di Dio significava la facoltà che ha di ragionare.
516. Questa è la dottrina dedotta: ma Fausto professava intera sommessione alle scritture. Nihil in iis scriptis legi, quod non verissimum sit... Præstat, mi frater, mihi crede, cum in aliquem Scripturæ locum incidimus, qui nobis falsam sententiam continere videatur, una cum Augustino in hac parte ignorantiam nostram fateri, quam eum, si alioquin indubitatus plane sit, in dubium revocare. Epist. III ad Matth. Rudei. Naturalmente uno de' passi che gli Unitarj impugnano maggiormente è quel di san Giovanni 1, v, 7. Tres sunt qui testimonium perhibent in cælo: Pater, Verbum et Spiritus: et hi tres unum sunt. E poichè quel versetto, massime dopo l'edizione del Nuovo Testamento per Agostino Scholz è posto in dubbio anche da qualche cattolico, la sua genuinità è dimostrata dal padre G. B. Franzelin, professore nel Collegio Romano, nel trattato De Deo trino secundum personas.
517. Div. Instit., lib. VI, e 20.
518. An pœnas capitales facinorosis hominibus irrogare liceat magistratui christiano.
519. È vero che i Valdesi negassero il diritto di infliggere la pena capitale? In fatto ne sono accusati, ed essi se ne scolpano. Alano di Lille (De Insula) detto il Dottore universale, nell'opera De fide catholica contra hæreticos sui temporis, præsertim Albigenses et Waldenses, libri IV, tolse a confutar gli errori dei Valdesi, e questo fra gli altri, assimilando il magistrato al soldato; se fuor di battaglia uccide uno, è responsale del sangue versato; no, se lo fa obbedendo al suo capo. Mostra come i Valdesi alterassero o frantendessero i testi scritturali e de' santi padri, a cui appoggiavano il loro abborrimento al sangue: ben dà loro ragione quando disapprovano i rigori delle leggi penali d'allora; pe' ladri basterebbe la fustigazione; ma la pena capitale non è troppa pei masnadieri; nè dovrebbe infliggersi agli eretici, bensì, come cristiani, cercar di ricondurli in grembo alla Chiesa.
Quando si vede Benedetto Carpzovio opporre gli argomenti stessi e le stesse autorità ai Socciniani, si vorrebbe credere che veramente fin nel XIII secolo fosse impugnata dottrinalmente la legittimità della pena capitale. Ma ecco Paolo Perrin, il quale nel 1618 a Ginevra difese calorosamente i Valdesi, protestare contro Alano, confutare quattordici calunnie che i Cattolici appongono ai Valdesi, e tra l'altre questa, che essi sostenessero non potersi condannare a morte (Histoire des Vaudois, pag. 11). E a negarlo reca un manuscritto Tresor e lume de fe probabilmente del secolo XIV, ove è detto: Lo es escrit, non laissares vivre lo malfaitor. Si la ira non saré, la doctrina non profitare, ni li judici non saren discerni, ni li pecca non saren castiga. Donc la justa ira es moire de la disciplina, et la patiença sen rason semena li vici et laissa prevaricar li mal.
Ciò non basterebbe a infirmar la diretta asserzione di Alano Dell'Isola, ed anche di san Tommaso. Ma Ranerio Saccone, che abbiam mentovato altrove (vol. I, pag. 79), nel 1250 scrisse una Summa de Catharis, e men iroso che non sogliano i convertiti, racconta con calma e senza fanatismo, non nega lodi ai settarj, confessando il loro attaccamento alla Bibbia, e i lor buoni costumi. Or egli afferma opinare i Valdesi quod non licet regibus, principibus et potestatibus punire malefactores. Anche il padre Moneta cremonese, che fece un dotto trattato Adversus Catharos et Valdenses nel 1250, ha un lungo capitolo per provare contro i Valdesi, che la società civile possiede lo jus gladii. Nella Biblioteca Maxima Patrum, t. XXV, p. 308, è un Index errorum quibus Valdenses infecti sunt, fatto da un contemporaneo, fra' quali mette per XXIV: Omne homicidium quorumcumque maleficorum credunt esse mortale peccatum: sicut nos non posse vivificare, non posse occidere.
È dunque singolare veder dagli accusatori asserita e dai difensori negata una dottrina, che molti oggi ascriverebbero a merito ai Valdesi.
520. È il nome che, nell'Accademia senese, apparteneva a Girolamo Bargagli, come quel di Frastagliato a Fausto Sozzini, di Focoso a Giulio Spannocchi, di Attonito a Lelio Marretti.
521. Le ricerche intorno ai Soccini non son nuove, siccome apparrà dalle seguenti lettere, che sono fra i manuscritti della Biblioteca di Siena, codice E. IX, 17 a c. 35.
«Al signor Uberto Bentivoglio, Siena.
«Illustrissimo signore, Essendomi venuto alle mani alcuni autentici attestati in discolpa di Celso di Mariano Sozzini, e di Cornelio della medesima famiglia, la di cui moglie era Francesca di Atoleo Bolognese, i quali vivevano nel 1560, desidero da v. s. illustrissima di sapere se alcuno di essi si dipartisse dal grembo di santa madre Chiesa, mentre le dette attestazioni in forma pubblica furono ricercate, per esser loro incolpati di vivere da Luterani e Eretici, da un certo Paolo de' Cataldi bolognese, che era di quel tempo prigione in Siena a instanza dell'Inquisizione, e per un esame statogli fatto dopo che fu scarcerato, e per dar luogo alla verità, disse che tali imposture gli erano state fatte dire da quell'inquisitore. V. s. illustrissima appaghi con tutto suo comodo la mia curiosità, ecc.
Di V. S. Illustrissima
Firenze, 24 ottobre 1772.
Dev. Obbl. Serv.
Anton Francesco Marmi».
Della risposta hassi la minuta del 29 novembre 1772 non firmata, ma evidentemente del Bentivoglio, al codice E. IX, 18. a c. 243.
«.... di Cornelio Sozzini non ho alcuna notizia: di Celso Sozzini io ho le sue dispute, fatte, a mio credere, intorno al 1540. Di costui così ne parla il P. Ugurgieri nel 3º tomo inedito delle Pompe Sanesi. — Celso Sozzini fratello d'Alessandro, anch'egli nobile giureconsulto, professò primieramente nella patria, ispiegando l'instituta civile e tenendo poi una cattedra straordinaria: e poi in grazia del padre lesse in Bologna Jus canonico con salario di scudi cento d'oro, e poi, morto il padre, lesse Jus civile, ma dopo pochi anni lasciò la professione. Si legge di suo un'Epistola al cardinale d'Augusta, la quale è stampata nel 4º tomo de' Consigli di Mariano suo genitore.
«Questo Celso nella nostra accademia fu chiamato il Sonnacchioso, e stampò anche altre opere che si ritrovano in Bibliotheca auctorum polonorum, il che essendo, non pare a me che vi sia da dubitare ch'egli non fusse un eretico; e certamente costoro nel famoso passaggio dei Tedeschi abbracciarono il luteranismo, com'apparisce da processi che si ritrovano nella nostra Inquisizione, ma di poi riconoscendo la vanità di questa sètta, e non volendo ritornare al grembo di nostra santa fede, si fecero unitarii, che oggi dichiamo Soccinisti. E di questa illustre famiglia tali stimo che fossero Lelio, Fausto, Celso e Alessandro Sozzini, ma, a dire lo vero, Celso dovette ritornare alla vera fede, mentre, se dobbiamo credere a quello che dice il P. Ugurgieri nel titolo 16, fog. 433, egli morì in Siena li 12 di marzo 1570, e fu seppellito nella chiesa di San Domenico di Siena».
522. Soccino, nella terza lettera a Mattia Rudeio, parla della sua disputa col Puccio, il quale non si tenne vinto, ma non si volle più ascoltarlo, nè legger un suo libro in italiano.
Vedi Giambattista Gaspari, De vita... Francisci Pucci Filidini nella Nuova Raccolta Callogeriana, tom. XXX. Venezia 1776. Bayle ad nomen e Dodd.
Nel volume della «Biblioteca de' fratelli Polacchi» v'è una De statura primi hominis ante lapsum disputatio, che contiene dieci tesi del Pucci, con cui pruova che tutte le creature erano immortali avanti il peccato; la risposta di Soccino, la replica del Puccio; la difesa del Soccino.
523. Ann. Eccl. al XL del 1583.
524. Nella relazione sulla Nunziatura di Polonia del cardinale Alberto Bolognetto, stampato da F. Calori Cesi a Modena 1861, dicesi che i Polacchi mal soffrivano di veder i beneficj posseduti da stranieri, fra cui nomina «il Bucella, medico padovano, eretico ostinatissimo, l'Alamanni gentiluomo fiorentino, maestro di cucina, uomo cattolico e dabbene».
525. In una lettera di monsignor Della Casa da Venezia, 2 luglio 1547, leggesi: «Uno Stancario, che fu già preso qui per eretico e abjurò, ha scritto a questi signori deputati (come v. s. illª vedrà per le copie incluse in questa), e mandato a lor signorie un libro suo stampato, e intitolato alla Ill. Signoria, il qual libro ha di molte eresie. Per il che i prefati signori deputati stanno sospesi se debbiano farne querela o sprezzarlo, e hanno detto, così per via di discorso che sarebbe forse bene che io scrivessi al cardinale d'Augusta per far pigliare il detto Stancario. Io non so come Augusta si governi, e però sono andato sfuggendo, e mi è parso dare avviso a V. S. Illª (il cardinale Farnese). Lettere d'uomini illustri conservate nell'Archivio di Parma.
526. Ap. De Porta, P. II, pag. 120.