Qui non doveano limitarsi i dissensi; e i nostri, non solo contribuirono ad estendere altrove la Riforma, ma ne dedussero più rigorose conseguenze, e alla dottrina antropologica, fondo di tutte le eresie d'Occidente, surrogarono la cristologica quale in Oriente; al deismo epicureo il deismo razionale.
Lutero, sovvertendo gli ordini e i riti cattolici, e rompendo la tradizione, aveva mantenuto molti dogmi e la gerarchia e il canone dell'autorità, pur rendendola servile al potere temporale, giacchè, ripudiata la scomunica, sol colla spada potea mantenere quell'unità di fede che egli veniva a spezzare; non fece dunque che diroccare l'ecclesiastica gerarchia, a segno che più volte si sperò una riconciliazione. Calvino da quest'inerte uffizialità avventossi alla critica, negando addirittura la Chiesa nel senso mistico, e facendola sparire in faccia all'individuo, per modo che s'affondasse un abisso fra la divinità e i supplicanti: ma neppur egli negò tutti i dogmi e la divinità del Cristo, e ancora la Bibbia come rivelazione pareva il porto contro i dubbj dell'intelletto e le tempeste del cuore. Furono italiani che compirono la doppia dissoluzione della disciplina e della gerarchia, col repudiare le fondamentali verità; e in nome dell'illimitata autorità della ragione impugnando l'idea stessa, l'ontologia cristiana, sostituendovi il nominalismo e il sensismo, mascherato di razionalità, e solo temperato da quei rudimenti o simulacri ideali, che i dotti Gentili aveano salvato dal naufragio delle verità primitive. Nè credansi gente di stola e di tonaca: ma giureconsulti e medici, che nella Bibbia non trovando espresso il dogma della Trinità, lo impugnarono, a guisa degli antichi Ariani negando la divinità di Cristo, la consustanzialità del Verbo, ed altre invenzioni (diceano) de' sofisti greci. Qual bisogno avea Dio di far tanti circuiti per salvarci? un atto della sua volontà, e i nostri peccati erano rimessi. Quanto all'istruirci, bastavano le dottrine e gli esempj d'un uomo pieno di Spirito Santo, senza che fosse Dio. Il Cristo è colui che sublimò l'umanità al più elevato sviluppo religioso.
Forse ne dubitavano l'Ochino ed altri Riformati, e probabilmente la Società di Vicenza, della quale discorreremo. A questa apparteneva Giovan Valentino Gentile, figlio del medico Matteo Gentile da Cosenza, che per seguire le idee nuove era spatriato. Valentino professò a Ginevra, e in un libro dedicato al re di Polonia diceva: «Trinità è parola che non leggerete mai nella Santa Scrittura o ne' simboli cattolici, nè quelle parole affatto umane di ομουσιον, persona, essenza, ipostasi. V'è un Dio uno e solo: egli solo è αυτοθεος, che nel Cristo suo figlio infonde la propria divinità; Cristo è la sua immagine: è il simbolo della gloria del Padre; è Dio ma non per se stesso: così lo Spirito Santo, che è la potenza divina messa in azione. Padre, Figlio, Spirito Santo son distinti di persona e di essenza e di grado. Calvino adora una quaternità invece d'una trinità, perocchè insegna che, rimossa l'ipostasi, rimane sempre la divinità, e che ciascuna persona è veramente Dio; onde son quattro dei»[499].
Poichè questa pretesa contraddizione della trinità coll'unità, fatta cardine della dogmatica di Maometto, impiglia le semplici menti, rifletteremo che la pura unità non è adequata a Dio. Dicendosi uno, domandasi qual uno, che cosa una? Si risponde: un Dio; ed è già qualcosa più che la semplice unità; è l'unità con elementi reali, necessarj a un ente vivo e operante; mentre l'unità è un'astrazione, che ha realtà soltanto nello spirito che la concepisce; è cosa negativa, morta. Ma Dio non è una astrazione, una generalizzazione, un teorema dello spirito umano; bensì un Dio vivo e vero, che esiste per sè e in sè; indipendente, autonomo. Vivere è operare; viver eternamente è operare eternamente, onde i teologi chiaman Iddio actus purissimus. L'atto ha per condizioni essenziali un principio, un mezzo, un fine. Perciò l'unità, come ente attuale, operante in eterno, deve racchiudere i tre rapporti di principio, mezzo, fine; che sono quelli che la teologia cristiana chiama Padre, Figliuolo, Spirito Santo. Questi tre rapporti sono indispensabili onde percepir l'unità come Dio vivo e vero; onde il concetto fondamentale di Dio trino è essenziale all'idea di Dio uno. Qui non c'è l'assurdo dell'uno che fa tre; nè l'unità è infirmata, giacchè la trinità non afferma tre Dei, ma un triplice rapporto interiore nell'essenza intima d'un Dio unico, in virtù del quale esso è Dio uno, attuale, vivente: è, vorrei dire, il contenuto vivente della sua unità, senza del quale sarebbe un'astrazione vuota.
Calvino perseguitò d'invettive Valentino Gentile, come uom da nulla, il quale porge a bevere il fango che attinse alla pozzanghera di Serveto[500], e al gusto corrotto vuol persuadere sia dolce liquore e buona bevanda. Ma l'antitrinitarismo diffondeasi per la Svizzera e ne' Grigioni: e a Lione v'avea poeti che sponeano in versi le dottrine di Valentino. Perchè dunque l'uniformità, almeno a Ginevra, non fosse compromessa, Calvino stese un formulario che la Chiesa italiana di colà dovea giurare, contenente la più ortodossa definizione di quel mistero, e la promessa di non intaccarla direttamente o indirettamente. Firmaronlo cinque italiani, sette ricusarono, fra cui Andrea Ossellani, Marco Pizzi e Valentino, il quale però, non disposto a morir come Serveto, l'accettò poi, ma presto tornò a insegnar le sue fantasie e diceva: «Confesso che il Dio di Israele, che le sante carte ci propongono pel solo vero Dio, e che ventosi sofisti negano abbia un figlio, è il padre di nostro signor Gesù Cristo; e questo, da lui mandato, in quanto è la parola, è il vero e natural figlio del Santo Dio padre onnipotente»[501].
Calvino il fece buttar prigione come spergiuro ed eretico, ed esso pregava Dio illuminasse i suoi giudici e stendeva apologie, ma Calvino rinfacciavagli: «Dal tuo ultimo scritto fummo chiariti che hai lo spirito depravato, pien d'intollerabile orgoglio e di natura velenosa, eretico ostinato. Ripeti quanto vorrai che riconosci Cristo per vero Dio: se solo il suo padre è Dio, è il Dio d'Israele, tu lo rigetti apertamente dal posto ove collochi il Padre solo».
Valentino si ritrattò pienamente, e i giudici sentenziarono: «Benchè la malizia e cattiveria che usasti meriti che tu venga sterminato d'infra gli uomini come seduttore, eretico e scismatico, avendo però riguardo al tuo ravvedimento, noi ti condanniamo ad essere spogliato in camicia, e a piè nudi e testa scoperta con un torchietto acceso in mano, inginocchiatoci davanti, chieder perdono a noi e alla giustizia, detestando i tuoi scritti, che ordiniamo tu ponga di propria mano nel fuoco, come pieni di perniciosa menzogna». Il 2 settembre 1588 Valentino girò in quest'assetto pei trivj facendo ammenda, e giurò non uscir di città: ma appena il potette fuggì in Savoja presso il medico Matteo Gribaldi, ove il seguirono Paolo Alciato e il Biandrata[502]. Appena fuori, gli scintillò ancora la verità, il solo padre della parola essere il Dio d'Israele; e perchè il balio di Gex l'obbligò a far una professione della sua fede, egli finse ricever quest'obbligo come un'ordinanza, e la fece stampare dedicandola al balio stesso, che perciò cadde in sospetto. Valentino andò predicando i suoi canoni in Francia, e in Polonia, donde uscì quando quel re, nel 1566, bandì gl'insegnatori delle nuove dottrine, fu in Moravia ed a Vienna, poi essendo morto il suo grand'avversario Calvino, credette poter tornar impunemente in Isvizzera. Ma avendo con ciò rotto il bando, fu côlto l'11 giugno 1566, e dopo regolare processo, decapitato a Berna. Andando al supplizio dicea: «Gli altri han dato il sangue pel Figlio; io son il primo che avrò l'onore di versarlo per la suprema gloria del Padre»[503].
Gian Paolo Alciato milanese, che morì a Danzica, da Austerlitz scrisse due lettere nel 1564 e 65 a Gregorio Paoli, in sostegno della dottrina unitaria, per le quali dal Beza era detto «uom delirante e vertiginoso»; da Calvino «ingegno non solo stolido e pazzo, ma frenetico sin alla rabbia»[504]. Son della scuola stessa l'abbate Leonardo, Nicolò Paruta, Giulio da Treviso, Francesco da Rovigo, Giacomo da Chiari, Francesco Negri. L'Alciato, l'Ochino, il Biandrata furono tra i diciassette teologi, che il waivoda Radzivil adoperò per tradurre la Bibbia (Biblia swieta, tho iest ksiegi stárego y noweyo zakonu ecc., 1563).
Matteo Gribaldi detto Moffa, da Chieri, legista reputato, professò in Francia e Spagna, indi chiamato a Padova nel 1548 collo stipendio di 800 e poi di 1100 fiorini, vi acquistò tal fama, che la sala non bastava agli ascoltatori. Mal dissimulava le proprie opinioni, favorevoli ai novatori, finchè sospettato autore del libro che dicemmo stampato a Basilea nel 1550 ove si descriveva la morte di Francesco Spiera, fuggì. Antichi suoi discepoli il presentarono a Calvino, e questo, sospettandolo infetto dell'eresia unitaria, per la quale egli allora faceva processare Serveto, ricusò riceverlo, nè assentirgli tampoco un colloquio, temendo non parlasse a favore delle dottrine accusate. Bruciato poi il Serveto, l'invitò a una conferenza, ed esso vi si condusse; ma perchè l'intollerante eresiarca negò stendergli la mano, e voleva costringerlo alla professione di fede, egli credette più sicuro passare a Tubinga, indi a Berna; ma quivi pure perseguitato come antitrinitario da Calvino, benchè si ritrattasse, dovè partirne, nè sembra vero che prima di morire tornasse cattolico[505].
Suo discepolo era Giulio Pacio cavaliere vicentino (1550-1635), portento di sapere in fanciullezza. Fuggito con altri compatrioti a Ginevra, vi sposò una delle profughe lucchesi, ed ebbe cattedra di legge colà, poi ad Eidelberga, a Sedan, a Nimes; ed era a gara disputato dalle Università di Francia e d'Italia per le opere sue di diritto e di filosofia, ora cadute in dimenticanza. A Montpellier ebbe scolaro il famoso Peiresc, il quale faticò per tornarlo cattolico, ottenendogli qualche cattedra ben proveduta. Dopo molti anni abjurò in fatto; allora a Padova insegnò diritto civile, poi conseguì di tornar a Valenza, ove morì. In un'elegia latina diede il compendio della propria vita.
Risoluti antitrinitarj furono i sienesi Dario Soccino e i suoi fratelli, Alberico che professò giurisprudenza a Oxford (-1608) con eleganza ed erudizione[506]; e Scipione che dettò ad Eidelberga e altrove, e latinizzò i due primi canti della Gerusalemme Liberata appena usciti.
Lelio Soccino nel 1546 ancor giovanissimo fu ammesso nell'Accademia di Vicenza, ove tenea conferenze per ispiantar la credenza in Cristo; e per cogliere meglio il senso della Bibbia, studiò il greco, l'ebraico, l'arabo. Vedendo pericoloso manifestar in patria credenze particolari, ne uscì, e per quattro anni viaggiò la Francia, l'Inghilterra, i Paesi Bassi, la Germania, la Polonia; da ultimo si fissò a Zurigo. Poichè i primi riformati abborrivano dalle dottrine unitarie, Lelio finalmente le ascose in modo da passare per un dei loro ed esser caro a Melancton e ad altri caporioni. Egli domandava a Calvino: «Maestro, quid d'un cristiano che si sposò a una cattolica?» E Calvino rispondea: «Non è permesso a un cristiano unirsi a donna che disertò il Cristo. Ora tutti i papisti sono in tal caso: papista e musulmano è tutt'uno»[507].
Ma Calvino ne subodorava i dissensi, e gli scriveva nel 1552: «Quel che v'ho detto già altra volta or ve lo ripeto sul serio; se non correggete cotesto prurito d'indagine, temete di incontri gravissimi». L'avviso e il supplizio di Serveto insegnarono a Lelio a dissimulare, onde continuò ad esser ben voluto fra persone di sensi diversissimi. Abbiamo lettera di Pietro Paolo Vergerio, da Vicosoprano, 20 giugno 1552 al Pellicano, dove fra altro gli dice: «Il nostro Lelio meco dimorò per tre settimane, poi se n'andò a suo padre, ma so io traverso a quanti pericoli. Dio lo scampi». Bullinger, sempre conciliativo, ben l'accolse, ma Giulio da Milano scriveva a questo da Poschiavo il 4 novembre 1555: «Mi dici che Lelio, sospetto a noi, e da molti buoni fratelli tenuto apertamente per anabattista, a te fece una buona confessione, e sottoscrisse alla sana dottrina che fu sempre nella Chiesa cattolica; e mi esorti a tenerlo come purgato da ogni sospetto. Ti bacio per lo zelo che hai della casa di Dio, e fra noi l'ecclesiastica tua autorità è di tal peso, che ci soddisfa ciò che soddisfa te; onde farò che le nostre chiese tengan Lelio per fratello, sebbene non facilmente si dissiperà la macchia. Ma prego il Signore che Lelio creda come a te confessò. Non volevo; ma per cautela tua ti narrerò che Lelio tenne mano con Camillo Renato, a segno che, abbandonata la verità cattolica, non vergognò a Chiavenna, a Ginevra e altrove professarsi anabattista; e credo che tu non ignori l'astuto e tortuoso ingegno di Camillo, che ogni dì più si palesa; nè puoi credere quanto flessibile sia, e con quante tortuosità questo serpe ci sfugga, se non si tenga bene. Ma che dico di Camillo, se tutti gli anabattisti sono di tale perfidia che non temono soffiare or caldo or freddo?[508]».
Con alcuni pochi, e massime italiani profughi, Lelio manifestavasi e coi parenti suoi a Siena. Disgustato dell'intolleranza di Calvino, scrisse De hæreticis quo jure, quove fructu coercendi sunt gladio vel igne, dialogus inter Calvinum et Vaticanum, opuscolo senza nome d'autore nè di stampatore, ma fatto nel 1554[509]: poi in Polonia professò apertamente le dottrine antitrinitarie, alle quali convertì Francesco Lismanin confessore della regina Bona Sforza.
Sigismondo I re di Polonia avea mostrato devozione ai papi, massime a Leon X, supplicando questo a metter pace fra i principi onde respinger i Tartari, i Moscoviti, i Turchi, molesti al suo regno. Si oppose alla Riforma, proibendo ai giovani di frequentar le Università di Germania, e dichiarando incapaci quei che l'abbracciassero: ma ve la diffusero l'opera del mantovano Stancario e l'esempio del marchese di Brandeburgo, gran maestro dell'Ordine teutonico, il quale apostatato, fondò quel che poi divenne regno di Prussia. Paolo III mandò in quel regno Giovan Angelo Medici che fu poi Pio IV, commissario dell'esercito pontifizio contro Turchi e Luterani. I Polacchi, per benemerenza al gran re, aveangli permesso di elegger successore il figlio Sigismondo Augusto I, natogli da Bona Sforza; il quale, per non inimicarsi i signori, condiscese alle nuove dottrine, propagatesi principalmente a Danzica, in Livonia e in molti palatinati: nè sì tardò a ottenere, che, ne' pacta conventa offerti al re, vi fosse la tolleranza degli Ussiti, Luterani, Sacramentarj, Calvinisti, Anabattisti, Ariani, Sociniani, Antitrinitari, Triteisti, Unitarj.
A Sigismondo Augusto il Soccino era stato raccomandato da Melancton: sicchè ben accolto da lui e da' gentiluomini polacchi, ne ottenne lettere di raccomandazione pel duca di Firenze e pel doge di Venezia onde poter venire a raccogliere l'eredità di suo padre (1559), contrastatagli per le relazioni sue cogli eretici. Ma fu in quel tempo che la sua famiglia andò dispersa, come diremo, ond'egli tornò in Isvizzera e morì a Zurigo il maggio 1562. Aveva composto nel 1561 una parafrasi del capo I di san Giovanni, spirante arianesimo[510].
Fausto Soccino, nipote e allievo di Lelio, nacque a Siena il 5 dicembre 1539; bello scrittore, parlator facile, gentile di modi, studiò giurisprudenza, poi le scienze a Lione; e udita la morte dello zio, corse in Polonia per raccorne i libri, e vi fu accolto come predestinato a metter l'ultima mano alla dottrina ariana. Per allora tornò in patria, e stette dodici anni presso la Corte di Firenze in onorevoli impieghi: poi quando i suoi parenti furono perseguitati, si mutò a Basilea nel 1574, malgrado le dissuasioni del granduca; studiò teologia, riducendola a senso diversissimo dall'abituale; e pubblicò opere anonime, come de Jesu Servatore; ma per una disputa avuta con Francesco Pucci nel 1578 dovette partirsene. Allora fu chiamato in Transilvania e Polonia, dove l'eresia antitrinitaria erasi radicata, e poichè Sigismondo Augusto avea concessa libertà di religione a chiunque fossesi staccato dal papismo, poterono far quivi professione aperta quegli Unitarj che altrove erano bruciati; e presto a Cracovia, per cura di Gregorio Pauli, formarono una congregazione distinta, con collegio, stamperia, annuo sinodo, e seguitarono a prosperarvi sin al 1658 quando vennero espulsi.
Ma fra gli Unitarj medesimi v'avea scissura. Figurava tra essi Giorgio Biandrata d'illustre famiglia saluzzese, dottore nell'Università di Montpellier, poi di Pavia, che scrisse intorno all'ostetricia e alle malattie muliebri quel che di meglio fin allora si fosse fatto, e senza conoscere nè il commento del Berengario nè le opere del Pareo. Chiesto a curare Giovanni Zapoly, waivoda della Transilvania, lo portò al grado di prender in moglie Isabella, figlia di Bona Sforza regina di Polonia, alla quale e al bambino, nato poco prima della morte del padre, prestò utilissimi servigi. Non pare giusto annoverarlo fra gli espulsi da Vicenza[511], attesochè nel 1552 lo troviamo a Mestre, senza disturbi: di là pare fuggisse a Ginevra, dove udendo Calvino, lo stomacava con continue quistioni, e mentre un giorno mostravasene soddisfatto, eccolo al domani tornar alla carica come cosa nuova. Di che sdegnato, Calvino gli disse: «Il tuo volto mi palesa il mostro sottile che occulti in cuore», e più fiate lo rimbrottò aspramente perchè correggesse la perfidia e le fallacie e le tortuose frodi, delle quali era stanco[512].
Il Biandrata proponea le sue difficoltà anche a Celso Martinengo, ministro della Chiesa italiana, sempre con eguale incontentabilità. Da Calvino eragli stato promesso dimenticar il suo fallo, ma mentre assisteva a una lezione di questo, visto entrar un berroviere della repubblica, dubitò si volesse imprigionarlo; e fingendo sangue di naso, fuggì a Zurigo, poi fu capo d'una chiesa istituita da Nicola Olesnieski signor di Pinczowia. Quando poi Sigismondo Augusto spalancò la Polonia agli eretici, Giorgio si trasferì a Cracovia, assistette a due sinodi, collaborò collo Stancario alla traduzione polacca della Bibbia sotto la protezione di Nicola Radziwil, gran cancelliere di Lituania; fatto anziano delle chiese dipendenti da Cracovia, sostenne calorose dispute, tenuto come colonna dagli Antitrinitarj, e da quel re fatto archiatro e consiglier intimo. Il Radziwil lo deputò al sinodo di Xians con lettere commendatizie e con seicento scudi da offrire, come pure al sinodo di Pinczowia, dove esibì una confessione di fede, che parve ortodossa, professando creder a Dio uno e alle tre ipostasi distinte, e all'eterna divinità e generazione di Cristo, e alla processione dello Spirito Santo. Eppure Calvino l'avea posto in mala vista, e scrivea molte lettere ai fedeli di Polonia perchè cacciasser il Biandrata: nullus est apud alias gentes: vos admiramini non secus atque angelum e cœlo delapsum. Vestras delicias minime vobis invideo[513]. Lo taccia anche di barbaro stile, senza troppa ragione.
Turbato dall'insistente persecuzione di Calvino, nel 1563 migrò in Transilvania dove lo invitava il principe Giovanni Sigismondo; divenne archiatro e consigliere intimo di Stefano e Cristoforo Batori, e a lui Soccino dedicò la seconda sua risposta a Volano.
Nel 1566 sostenne al cospetto di tutta la Corte una disputa pubblica, appoggiato da Francesco David; ma questi l'oltrepassò bentosto, non solo negando che Cristo è Dio, ma volendo non fosse adorato; lo perchè il Biandrata gli si inimicò. E già la Polonia era invasa da un'infinità di sètte: per metter qualche rimedio alle quali il Biandrata chiamò Fausto Soccino. Non tardò a guastarsi anche con lui, il quale confessa che il Biandrata avea reso molti servigi alle loro chiese, ma che, per ingraziarsi re Sigismondo Augusto, non solo s'intepidì nel favorire gli Unitarj, ma blandì i Gesuiti. Tant'è antico il tacciar di gesuita chiunque dissente dall'opinione del giorno, foss'anche un antitrinitario! Parve in fatti non si fosse staccato decisamente dal cattolicismo, a segno che la Corte polacca l'adoperò in varie nunziature: gli avversarj lo imputarono d'avarizia; dissero morì d'indigestione, o soffocato da suo nipote Bernardino; nel che Soccino vede «un giustissimo giudizio di Dio, che usa gran severità contro quelli che abbandonano la sua causa per interessi umani».
Il Graziano, nella vita del cardinal Commendone, ritrae al vivo gli scompigli nati in Polonia per le discordie fra re Sigismondo Augusto e Bona Sforza sua madre, e l'insinuarsi delle opinioni erronee. Ex Germania, Gallia, Italia corruptores aderant, ac prohibente nemine, et inanissime quoque dictis applaudente, sua quisque somnia venditurus, cœtus æmulantium studia profligatæ dottrinæ habebant, et licentia linguæ grassabantur. Eodem Bernardinus Ochinus confugerat, et præter cœteros magno concursu et assensu audiebatur etc.
Esso Commendone al cardinale Borromeo scrivendo il 6 luglio 1564, dopo narrato del libro del Sarniscki calvinista, soggiunge: «Monsignor Varmiese ebbe jeri avviso di Posnania che lì s'intendeva per lettere dell'arcidiacono di Cracovia come frà Bernardino Ochino era venuto in Cracovia, e che apertamente si era accostato a' Trinitarj, e che apportava di più non so che altro dogma di poligamia». E da Parzow il 28 febbrajo 1565: «Gli eretici di questo regno, vedendosi fra loro così divisi, per far pruova se possono in qualche modo ridursi tutti sotto una setta, ed unirsi insieme contro i Cattolici, jeri ed oggi nelle case di tre principali eretici hanno fatto tre conventicole di Confessionisti, di Sacramentarj e di Trinitarj, e preso partito di tentare se possono per qualche via accordarsi con gli altri. Io da un di loro, il quale vacilla alquanto, e suole venir da me talvolta, ho inteso come, la state passata, essi Trinitarj avevano risoluto di far un conciliabolo generale in Polonia, al qual fine erano venuti a Cracovia di Transilvania il Biandrata, di Moravia l'Alciato, il Statorio (Stancario?) e il Gentile, e di Germania l'Ochino: ma dagli editti fu poi interrotto questo loro disegno, e i sopradetti furono costretti fuggirsi fuori del regno, eccetto l'Ochino, il quale fu intrattenuto secretamente, finchè uscendo anch'esso ultimamente dal regno, se n'è morto in Slesia».
Anche il cardinale Osio, scrivendo a Nicola Cristoforo Radziwil intorno alle infinite sette pullulanti in Polonia, soggiunge: Fortasse non ignoras in dubium nunc revocari (quod etiam apud et ethnicos facere capitale fuit) num sit Deus qui rerum humanarum aliqua cura tangatur. Ausus est hanc quæstionem tractare B. Ochinus, unus omnium impurissimus hæreticus, qui simul et inimicum et defensorem agit: qui plurimis etiam blasphemiis scatentes de sancta Trinitate dialogos edidit, quos patri tuo dicare veritus non est. Vides igitur ad quod extremæ barathrum impietatis ventum sit postea quam ab unitatis cathedra discessum est (da Colonia 1584).
E nuova confusione vi portò Fausto Soccino, passato in Polonia nel 1579, perocchè dalle carte dello zio aveva tratto fuori un altro simbolo che differiva in punti essenziali dagli Unitarj polacchi. Secondo i numerosi suoi scritti, bene aveano meritato Lutero e Calvino, ma non abbastanza, giacchè era mestieri sbrattar la fede da ogni dogma che trascenda la ragione. La Bibbia è d'origine divina, e voglionsi prendere in senso letterale i passi che si riferiscono a Cristo; il quale a Dio, unico d'essenza come di persone, è inferiore soltanto nella maestà e potenza, che esso acquistò colla morte, coll'obbedienza e colla risurrezione. Concepito per opera dello Spirito Santo, e perciò detto Figliuol di Dio, prima di assumere il ministero di maestro degli uomini fu rapito al trono di Dio, ove ricevette gl'insegnamenti, perciò tanto sublimi. In premio della sua obbedienza fu, dopo morte, elevato alla dignità divina, con dominio sopra tutte le cose terrene e celesti. A lui possiamo ricorrere dunque con fiducia, e dobbiamo adorarlo come Dio. Con ciò opponevasi agli Unitarj transilvani; e in fatto nel catechismo di Racow fu scritto: «Non è degno del nome di cristiano chi non rende a Gesù Cristo onori divini».
Ad ogni modo costituivasi un Dio subalterno, al quale in un dato tempo il Dio supremo cedette il governo del mondo[514]. Cristo non è più il verbo incarnato, Dio rivelato agli uomini, per condurli sulla strada del cielo, la ragion metafisica del mondo, l'inesausta sorgente della virtù; egli non opera direttamente sull'uomo, il quale si conduce colle proprie forze. L'uomo fu mortale prima della caduta; altrimenti Cristo, abolendo il peccato l'avrebbe sottratto alla morte; non si trasmette colpa originale. L'uomo è di libero arbitrio, tanto che l'onniscienza divina non abbraccia le azioni umane; e la dottrina del predestino sovverte ogni fede. La giustificazione non è più che un atto giuridico, pel quale non è dichiarato giusto perchè tali il rendano le opere sue, fatte in obbedienza de' divini precetti; Cristo non soddisfece pei peccati degli uomini, poichè Dio gli avea perdonati anche prima di lui: la sua Grazia non esiste, altrimenti pericolerebbe la moralità; il battesimo d'acqua è meramente atto allusivo all'iniziazione; è cerimonia come la Cena. Lo Spirito Santo è la forza ed efficacia dell'Altissimo. L'uomo arriva a discerner il male e il bene da sè, e dall'istruzione trae l'idea di Dio e delle cose divine. Dicesi immagine di Dio in quanto signoreggia le bestie; — concetto il più basso che mai siasi dato alla somiglianza fra Dio e la più nobile creatura[515], e che non ispiega come l'uomo, appena Iddio gli si manifesta, immediatamente sia capace di comprenderne l'esistenza. E sempre in Soccino l'idea religiosa è secondaria e d'acquisto, primeggiando l'idea morale a cui essa dee servire; a tal punto che de' libri sacri non sì riterrà nulla che contraddica alla nostra intelligenza[516].
Il Soccino fu dunque il vero e risoluto eresiarca, poichè non rispettò limiti nel proclamare i diritti della ragione: Lutero e gli altri aveano secolarizzato la religione, egli secolarizzò Dio; e se anche non osò apertamente sbandire il soprasensibile, negò tutti i dogmi, insegnò a scredere, fu il padre del razionalismo, che è l'eresia de' tempi nostri.
Fausto Soccino insegnava anche errori sociali, ed esagerando la dottrina della mansuetudine evangelica e del perdono, negava non solo la legittimità della guerra, ma quella pure di qualsiasi magistratura che potesse recare a una coazione qualunque. Chi denunziasse un'ingiustizia o una violenza fattagli, commetteva un atto di vendetta, repugnante alla pratica generosa della morale cristiana: perocchè Cristo nel sermone sul monte avea detto: «Sapete che fu scritto, occhio per occhio, dente per dente. Io vi dico, Non resistete al male; e se alcuno vi batte la guancia destra, presentategli anche l'altra».
Questa dottrina fu sostenuta da' suoi discepoli, portandola a negar il diritto penale, e principalmente la morte. S'appoggiavano essi a un celebre passo di Lattanzio, che proscrive e la guerra e la denunzia dei delitti[517] e Ostorod, teologo de' più reputati in quella setta, appoggiandosi al Nuovo Testamento, proclamò che il magistrato cristiano pecca mandando al supplizio i malfattori. Schmalz vi aggiunse questo riflesso, che l'uccisione del colpevole può produrre la perdita della sua anima: Weigel diffuse quest'insegnamento in popolari istruzioni; e tutti i dottori di quella setta impugnarono la legittimità della pena di morte: Cristo perdonò all'adultera e rimproverò san Pietro che aveva adoperato la spada; e san Paolo disse che armi de' Cristiani devon essere solo le spirituali, non la spada e la forca[518].
Oltre i teologhi cattolici, queste massime furono impugnate da Benedetto Carpzovio, giureconsulto lodato di Wittemberg (1595-1666), che nella Practica Criminalis pone il castigo come necessario a preservare la società, e confutando i Socciniani, allega i tanti passi della Bibbia ove la pena estrema è comandata o inflitta da santi personaggi. Nulla di ciò ritrova nel Nuovo Testamento, ma poichè vi si ordina di obbedire alle potestà, basta l'esser la pena di morte ordinata da tante leggi umane[519].
Isabella dei Medici e suo fratello granduca aveano sempre impedito che i beni di Fausto Soccino fossero staggiti dall'Inquisizione, col solo patto non mettesse il nome a' suoi libri, che in fatto uscirono anonimi, o coll'anagramma di Felix Turpio Urbevetanus. Andrea Wissovatius, suo nipote, ne pubblicò le opere nella Bibliotheca fratrum polonorum, 1636, 6 volumi in-fol. Del 27 eransi stampate a Cracovia Prælectiones theologicæ Fausti Soccini senensis.
Gravi contraddizioni suscitarono a Fausto le sue dottrine. Protetto da alcuni signori, sposò Agnese, di buona casa, che poi perdette nell'87. I suoi avversarj eccitarono contro di esso il popolo di Varsavia, che lo trascinò per le vie; a gran fatica salvato, ritirossi in un oscuro villaggio, ove morì il 3 marzo 1604, e gli fu posto per epitaffio,
In fatti la Riforma non era riuscita che a toglier le anime al papa per darle a un re o ad un concistoro o ad un pastore. Solo il Soccianismo impiantò l'autonomia della ragione; e ne derivano Cartesio, Spinosa, Bayle, Hume, Kant, Lessing, Hegel, Bauer, Feuerbach: Straus e seguaci, negando il Cristo positivo e surrogandone uno ideale, non fecero che aggiungere al concetto socciniano l'elaborazione scientifica, propria dell'età moderna: la bestemmia arcadica di Renan e la piazzajuola del Bianchi-Giovini e d'altri italiani ne derivano, togliendo la suprema questione, la chiave della storia, della vita, della morte, dell'avvenire, l'intelligenza del mondo misterioso.
I Socciniani, come i seguaci di Lutero, si annunziavano quali restauratori del primitivo cristianesimo, nell'assumer la Santa Scrittura per unica regola di fede e norma delle azioni. Lutero dalla Bibbia eliminando quel che non gli garbava, conservò i dogmi della Trinità, del peccato originale, dell'incarnazione e divinità di Cristo, il battesimo, l'eucaristia. Soccino levò tutto. Il luteranismo avea dato prevalenza all'elemento divino; il soccianismo all'umano; Luterani e Riformati esagerarono il peccato ereditario; i Socciniani nol riconobbero.
Secondo quelli, Iddio solo opera la giustificazione, restando l'uomo interamente passivo: secondo gli altri, l'uomo solo è attivo, e per se stesso si eleva e perfeziona, nè Dio fa altro che rivelargli la sua dottrina. Pei Protestanti il Salvator divino venne in terra onde ricomprarci col suo sagrificio; pe' Socciniani è un uomo, che fu mandato in terra a dar agli uomini una nuova dottrina, ed esibir in se stesso il modello da imitare. I Protestanti, fidando interamente nella Grazia, disprezzano la ragione: i Socciniani proclamano continuamente la ragione e i suoi diritti sopra ogni mistero, la sua competenza a schiarire la folta nebbia che involge le sante scritture. I Protestanti (dice il Gioberti) presero dagli scritti pagani gli accessorj e la facondia: i Soccini ne rinnovarono sostanzialmente gli spiriti e le dottrine. Ripudiando il sovrintelligibile ideale e rivelato, oscurano l'intelligibile per necessità di logica, gli tolgono quella purità e perfezione che ridonda dai dettati evangelici; riducono la sapienza di Cristo all'angusta misura di Socrate e di Platone: all'idea splendida e adeguata della cristianità cattolica surrogano l'idea manca e caliginosa della filosofia gentilesca. Serbano soltanto in sembianza le verità sovrarazionali della rivelazione per mettere un'armonia apparente fra l'aristocrazia socciniana e la moltitudine, e formar una dottrina esoterica a uso solamente del vulgo.
In Siena, dove la famiglia Soccini era da antico illustre per impieghi e per sapere, ne cercammo diligentemente qualche memoria, ma quasi niuna ne rimase. Solo dicono appartenesse a quella casa la villa di Scopeto; pochi anni fa ci frondeggiava un grand'albero, sotto del quale era tradizione tenessero le loro congreghe i religionarj, e perciò fu fatto abbattere dalla pia posseditrice. Da quella biblioteca comunale potemmo ricavare alcune lettere, che, in mancanza di meglio, riferiamo, senza che occorra avvertivi un gergo d'intelligenza.
«Materiale amatissimo[520]. Non son più che cinque giorni ch'io ricevei da una medesima mano tre delle tue lettere del 2, del 15 e del 23 di marzo, alle quali non darò quella piena risposta che tu forse vorresti e io desidererei, perciocchè io ho da scrivere ancora molte lettere, e il tempo che m'è dato non è molto lungo. Ti anderò rispondendo per ordine, cominciando dalla prima, con lasciar dall'un de' lati il dirti che l'aver tue lettere m'abbia tutto racconsolato, e quasi ritornato in vita. Credoti, Materiale, tutto quello che mi racconti del dolore che tu hai avuto di me, cioè di non sapere nè dov'io fossi, nè in che stato mi trovassi, facendo quei pensieri di me e quei discorsi che tu dici, li quali non mi fanno saper cosa alcuna di nuovo, perciocchè a troppi segni ho conosciuto il grand'amore che tu mi porti: ma ti puoi ben pensare et accorgere dall'altre mie lettere, che non meno sono io stato in pensiero e in affanno de' casi tuoi, li quali per le tue lettere non solo non cessano in me, ma s'accrescono molto più dove il pensiero e l'affanno che tu avevi di me per le mie lettere, è cessato si può dir in tutto; e dove, quando fosse avvenuto quello, di che ti faceva dubitare l'amor che tu mi porti, altro non ne poteva riuscire che montasse più che 'l perdere questa vita corporale. Se avvenisse quello di che mi fa sospettare la grandissima affezione ch'io ti porto, ne riuscirebbe a te perdita d'una vita spirituale et eterna, et a me mentre ch'io vivessi perpetuo e infinito dolore. Laonde se mai desiderai d'esserti appresso, e se mai conobbi di quanto danno ti sia stato l'essermi io allontanato da te, ora lo desidero, ora lo conosco. Infelice giorno fu quello di cui oggi si rinnovella il 2º anno, nel quale fui costretto ad abbandonarti: ma perciocchè tornerò ben tosto a ragionar teco in questa lettera di questa parte, seguirò di rispondere ordinatamente. — Quella seconda dov'erano le composizioni, ti dee a questa ora esser pervenuta alle mani, ma con tutto ciò non resterò di rimandartela. Dispiacemi che tu sii fuori di quei concetti che ti porgevano materia di farmi de' dubbj, e dubito che tu non mi riesca tra le mani a poco a poco un puro leggista, che sarebbe bene un colmar il sacco da dovero. Credo quel che mi dici di messer Ascanio da Viterbo, cioè che m'ami assai, ancora ch'io non sappia che cosa lo possa indurre a questo, avendomi egli conosciuto in tempo ch'io non avea parte alcuna in me che fosse degna d'alcuna laude. Quanto alla Befana e il resto che tu mi racconti intorno a quelle cose che già m'erano tanto grate, me ne passerò leggermente. Ti dirò solo che mi par che tu abbi voluto far prova della mia fermezza, la quale con l'ajuto di Dio non scemerà mai, anzi ogni giorno anderà crescendo. Io posso dir, Materiale — Amor se vuoi ch'io torni al giogo antico, Come par che tu mostri, un'altra prova Meravigliosa e nova Per domar me convienti vincer pria. — E quest'è che bisogna ch'egli mi faccia vedere apertamente, rendendomene chiaro testimonio, che, seguendo le sue istigazioni e facendomi suo servo, io dopo morte abbia a ritornar in vita, sì come ha fatto Cristo, ogni volta ch'io osserverò i suoi comandamenti e mi farò tutto suo: ma perciocchè questo è del tutto impossibile, impossibil è ancora ch'io mai più ritorni ad innamorarmi di quella maniera.
«Alla mia impresa ho ritornato il primiero motto, sì come puoi vedere, e me ne servo non per Delia, ma per soggetto divinissimo, il quale non t'è nascosto. Dispiacemi che il Benvogliente sia stato egli cagione, quantunque non sia lontano dalle belle lettere, di ritrarsene; perdonimi sua signoria, in questa parte non sa dov'egli s'abbia il capo, bisogna pur ch'io lo dica: e che vale un legista se egli non è tutto ripieno di belle lettere? o mi dirà, Le belle lettere non son de pane lucrando. Gran mercè a lui: adunque si studia per guadagnare o per divenir grande e famoso? Messer no, questo non è il vero fine degli studj, ma sì bene il giovar primieramente con la sua scienza ad altrui, e poi l'aver nelle lettere come un rifugio in tutti i travagli. Dirà, che cosa può più giovar al mondo che le leggi e la conoscenza d'esse, per le quali tutte le città si mantengono in pace e tutte le provincie? E in ciò s'inganna troppo evidentemente; non è sì vil mestiero al mondo che oggi non sia più giovevole a tutti comunemente, che la scienza delle leggi civili, trattata come s'usa ora; anzi non vi ha scienza che sia ricevuta e approvata, parlo delle scienze umane, che apporti maggior nocumento al mondo che quella delle leggi civili, trattata da dottori, avvocati, auditori e simile generazione, nel modo che si costuma in tanti e tanti luoghi, di che rendono piena testimonianza quelle città, ch'hanno dato bando a sì fatte genti, le quali vivono tanto quietamente, che non si potrebbe dire: non istà almeno un pover'uomo trent'anni a litigar e consumarsi su per li palazzi: non s'ode nè Bartolo, nè Baldo, nè Cino, nè Alessandro, nè tanta canaglia che nacquero al mondo per mettervi una peste perpetua. Ma perciocchè io non ho tempo, mi riserbo ad un'altra volta a mostrarti che non può eleggere l'uomo stato peggiore o condizione, che la vogliam chiamare, che quello del dottor in ragion civile e canonica o civil solamente, o come ti piace, pur che sia dottor di leggi fatte da uomini. Quanto poi a quell'altra parte dell'aver un rifugio nei suoi travagli, lo lascio pensare a te quanto le leggi sieno al proposito. Vuoi altro, che s'io ti fossi appresso, io te lo farei venir in odio di maniera che gitteresti nel fuoco quanti di quegli animalacci tu hai nel tuo studio! Ma perciocchè tu mi potresti dir che faccio male a biasimar com'io fo quella professione ch'è stata com'ereditaria della mia casa, e per la quale ella ha avuto qualche nome, ti dico che quello ch'io ti scrivo non lo direi già su per le piazze, ma l'essermi tu quel che mi sei, e 'l vederti camminar per quella strada, mi sforza a parlar teco in questa guisa. Ti ringrazio dell'avermi fatto a sapere le cose fatte questo carnevale, e delle stanze mandatemi; più grato quasi mi sarebbe stato il sonetto fatto per li due figli del duca, nè so qual possa essere quella cosa che ti vieti il mandarmelo; starò aspettando la canzone del frate, ma aspetterò insieme il sonetto; te 'l dico, non mi far le baje. La morte dello Spannocchio, che m'è stata del tutto nuova, m'ha conturbato estremamente, e ne scrivo al Focoso.
«Questo è quanto alla tua prima lettera: vengo alla 2ª, della quale mi spedirò in pochissime parole. Io certo son di natura tale che non mi conturba altro che 'l danno altrui, e 'l tuo sopra tutti gli altri, e perciò starò sempre allegrissimo, se non quando udirò che coloro ch'io amo, e tu particolarmente, seguino via da rompersi il collo e ruinarsi. Duolmi che la nostra Accademia se ne sia ita in fumo per le cagioni che altre volte ti ho scritto, e poichè par che l'Italia ami tanto la barbarie, che voglia dar bando a tutte le buone lettere, guardisi che Dio non la faccia barbara da dovero. Al Focoso ho scritto, come tu vedi, ma non l'ho già sgridato della maniera che tu vorresti, anzi in quel cambio nella sua lettera ho sgridato te. La speranza che ti dava la mia lettera che si avessimo a godere, sebben è lontana, non manca perciò, nè mancherà così leggiermente; se pur viveremo ancor qualch'anno, e questo basti intorno alla tua 2ª lettera.
«Alla terza dico, che i sonetti di quella novella Saffo mi sono stati molto cari, e son di parere ch'ella sia per riuscir una grande poetessa, poi che così si chiama, e farà vergogna a voi altri giovani che vi sarete dati ai paragrafi, o a non so dir che. Guardati tu di non metter il piè su l'amorosa pania, nè per costei, nè per altra, nè ti far gabbonaggio di me con dire, O quando bene il Frastagliato il risapesse che importerebbe? Perciocchè facendo questo non ti faresti gabbonaggio di me, ma di Dio, il quale non farà com'io, che te ne riprenderò acerbamente e ne avrò dolore inestimabile e poi nulla più, ma ti castigherà di modo che non vorresti mai esser nato: se non altro ti darà per pena morte perpetua, cosa orribile e spaventosa fin alle bestie. E di vero, Materiale, se tu non ti risolvi di mutar vita e di lasciar da parte coteste frascherie, che da qui a poco tempo ti saranno omai troppo disdicevoli, io ti veggio ruinare affatto affatto, perciochè, poichè per un pezzo ti sarai fatto beffe di Dio, egli si farà beffe di te, e ti abbandonerà in maniera tale, che cadrai poscia strabocchevolmente in ogni sorte di vizj, e farai molte di quelle cose ch'ora non faresti per tutto l'oro del mondo. So che questo mio parlare ti parrà strano, e pur la cosa sta così, nè voler paragonar altri con te, perciocchè gli altri non hanno avuto nè tante correzioni nè tanti ricordi, nè tanta luce in questo oscurissimo mondo, quanta n'hai avuta tu; e oltre a ciò i ricordi e le correzioni che ti sono state fatte, ti sono state fatte da persona che tu ami tanto, e a cui ne sei tanto caro, che maraviglia mi pare che tu non ti risenta. Com'è possibile che non ti muovano le mie parole, dette con tanto amore e con tanta verità? vuoi forse ch'io ti scriva una diceria per persuaderti? non bast'egli tra gli amici veri e perfetti, quali cerchiam d'esser noi, il far intender l'un all'altro la sua volontà semplicemente nelle cose lecite e oneste? Ricercami tu di qualunque cosa si sia, pur che sia lecita e onesta, e vedrai s'io dirò mai di no, anzi s'io non avrò più tosto ubbidito che tu abbi comandato. Non sai tu che tu sei mio? credi ch'io n'abbia perduto il dominio per la lontananza di due anni? le tue leggi non t'insegnano già questo, e se sei mio, perchè non mi lasci far di te ciò ch'io voglio? Qual contento puoi tu trovar maggiore che di esser unitissimo col tuo Frastagliato? antiporrai forse tu a tal perfetta unione e congiungimento quanti piaceri, grandezze et onori ti potesse dar tutto il mondo insieme? non eleggeresti tu più tosto d'andar tapinando per lo mondo che di non esser perfetto amico suo? Se m'amerai veramente, Materiale, ora lo conoscerò, e massimamente poi quando ti risolverai quel ch'abbia ad esser di te: perciocchè, se eleggerai un modo di vivere che tu sappi esser contrario alla mia intenzione, dirò che tu non m'ami, anzi che desideri di vedermi in dolore ed in affanno, poi che tu sai bene ch'altra cosa non mi potrebbe più molestare che il vederti lontano troppo dai miei disegni. Perdonami s'io sono troppo aspro riprensore, e fa ch'io sappia che tu abbi pigliati i miei ricordi in buona parte, ma molto più che tu gl'incominci a metter in esecuzione. Un'altra volta appena sarò io lungo la metà di quello ch'ora sono stato, perciochè i miei studj e molte altre cose insieme mi togliono ch'io non sia brieve nello scrivere. Eccoti quei pochi versi mandati con la mia seconda.
Saluterai lo Scacciato da mia parte, io gli ho di già scritto, e scriverò, quand'io sappia ch'egli abbia ricevuto le lettere che già gli ho mandate».
Feci questi jambi, come già l'ho scritto, nel principio di novembre per un estremo freddo che sentii, e posso dir vidi in queste parti, e fecili con intenzione di farne molto più, ma poi per molti rispetti fui costretto ad abbandonar l'impresa, ma perciocchè, lasciandoli così imperfetti, avrebbero potuto forse cagionar qualche sospetto nell'amico tuo, ti scrissi che tutto era detto iperbolicamente, e così ti dico ora.
Ti scrissi ultimamente com'io desiderava d'aver un Boccaccio, cioè le cento sue novelle, di quelle che si stamparono in Firenze dai Giunti l'anno 1527, e che tu facessi ogni opera d'averne uno almeno in qualunque modo si sia. Te lo ritorno a dire, e ti riprego a non mancare, se tu dovessi metter sottosopra tutto il mondo, non che Siena.
«Saluto l'Attonito per mille volle, col quale mi corruccierò molto meno quando non facesse altro tutto il tempo della sua vita ch'attender alla filosofia naturale, che non farò teco s'io odo che ti perda in quelle Baldate e Bartolate, che mi fanno vergognare quando io penso d'averci speso del tempo. Saluto similmente tutti gli amici: a Dio Materiale». Il 20 d'aprile 1563.
Al virtuoso Materiale Intronato mio come fratello sempre maggiormente onorando, Siena.
Molto magnifico signor mio osservandissimo,
«V. s. non si dovrà maravigliare se non ho più tosto dato risposta ad una sua gratissima lettera, scrittami da lei più di quattro mesi sono, cioè il dì 24 di giugno, poichè io non l'ho ricevuta più tosto che quattro dì fa. Io, signor mio, vivamente secondo il più delle volte scrivendo al nostro Bargaglio ho fatta menzione di v. s., così sempre ho fatto conto scrivendo a lui di scrivere a lei ancora, riputando parimente le lettere scritte a me dal sig. Bargaglio essere scritte non da lui solo, ma da v. s. insieme: tanto mi pare, che sia salda e indissolubile l'amicizia nostra, nella quale con somma mia soddisfazione e vera utilità vi è sempre piaciuto di ricevermi per terzo, quantunque allora che più io coglieva il frutto di così fatta benignità vostra, mi sia stato quasi forza d'allontanarmi per un tempo, e per non brieve spazio di paese, dall'uno e dall'altro di voi. La quale lontananza, se a v. s. ancora portasse danno com'ella scrive, in me certo si raddoppierebbe il dolore ch'io debbo sentirne. Ma che danno ha ella potuto portarle, massimamente in quel particolare, che ella mi dice della risposta da lei fatta al Mazzone? Che bisogno può ella avere d'un par mio nelle quistioni e materie poetiche, nelle quali essa è così avanti introdotta, anzi così esercitata e intendente, e dalle quali io a poco a poco, e per le mie infermità, e per gli studj più gravi a' quali mi sono interamente dato, mi vo non solamente ritraendo, ma allontanando quasi del tutto? Aggiungasi a questo, che v. s. si ha avuta ottima causa alle mani, e se pur a superare alcune difficoltà, che in essa si parano davanti, e a spegnere affatto questo mostro ella avesse avuto bisogno d'ajuto, quale altro miglior Teseo potevasi per lei desiderare, che il signor Bargaglio, non meno pari a lei per valore, che per iscambievole benivolenza? V. s. ha potuto vedere quant'oltre s'abbiano a stendere quelle poche reliquie, ch'ancora mi rimangono degli studj poetici, cioè a far vulgari in rima, se Dio mi darà vita, le canzoni di David, la quale impresa da molti mesi in qua, contro quello ch'io pensava, non m'è stato possibile di seguire per attendere alla cura della mia sordezza, la quale non è per tutto ciò punto scemata, anzi, per quello ch'io posso comprendere, alquanto cresciuta. E ora che io son libero dalla predetta cura, m'è necessario d'attendere a replicare ad un nostro italiano, persona assai letterata, e la quale fa principale professione di studj di teologia, sopra una questione nata tra noi, nella quale abbiamo già l'uno e l'altro scritto alcuni fogli, ed è questa: cioè, se Adamo fosse creato da Dio in guisa che di sua natura fosse immortale o no. Egli tiene di sì, e io credo la parte negativa esser più vera. E quantunque la predetta questione o disputa paja di non molto momento nella religione nostra, nondimeno, massimamente per le conseguenze ch'egli tira dalla sua opinione, o più tosto dagli argomenti co' quali si sforza di provarla, e egli e altri, essendo quegli argomenti veri, è sforzato a tirare, ella è di grandissimo. A me pareva e ad alcuno altro ancora ch'io avessi risposto a sufficienza a dieci argomenti ch'egli mi diede scritti a favor suo, e era verisimile quasi ch'egli dovesse quietarsi, ma egli ha replicato, e assai a lungo. Laonde mi son posto di nuovo a rispondere a ciò ch'egli ha saputo scrivermi contra, con ferma speranza che questa mia fatica non debba esser vana, per la quale, se io non erro gravemente, si dichiareranno molti luoghi difficili e oscurissimi della scrittura sacra, e da pochi bene intesi. Ma il male è ch'io mi trovo senza libri, non avendo meco altro che la Bibbia. Spero con tutto ciò di condurre a fine il meglio che potrò tutta l'opera, riserbandomi, finita ch'io l'abbia nella guisa che per ora m'è conceduto, ad aggiugnervi alcune cose che troverò ne' libri che mi mancano, per dar perfezione ad una tal fatica. Dell'opinione mia è stato del certo, ch'io so, tra gli antichi Atanasio, e tra' moderni Agostino Steucho d'Agobbio, canonico regolare e persona letteratissima, il cardinale Gaetano, e molti altri. Conosco che, per essere la questione alta e difficile e, per molti rispetti, non pura teologica, e per conseguente non interamente proporzionata agli studj non che alle forze mie, dovrei lasciar questo peso a migliori spalle delle mie. Ma io mi confido in Dio, ch'avendo, siccome io tengo per fermo, la verità dal mio lato, e non iscrivendo ad altro fine che per manifestarla a chi ella fosse oscura, a gloria d'esso Dio e profitto degli studiosi delle sacre lettere, non saranno, come ho detto, le mie fatiche punto vane. Finita ch'io abbia quest'opera, la quale, per molte risposte che mi convien dare a molti paralogismi e sofisterie dell'avversario, sarà un giusto libro, mi convien dar fine ad un'altra opera maggiore e di vie più gran momento, della quale ho scritto altre volte al sig. Bargaglio, sopra una grandissima disputa ch'io ebbi con un predicante, che venendo di Geneva, me ne mosse parole in Basilea, sopra la giustificazione nostra. Quindi venne ch'io scrissi al Bargaglio di volermi pigliare la traslatazione de' Salmi per passatempo, non perchè io non sappia molto bene, che e a me e ad ogni altro conviene sudare molte volte volendo condurre una tale impresa a mezzana perfezione, nè perchè io voglia esservi punto negligente, ma perchè, facendo paragone da queste altre fatiche, nelle quali, o in simili, io sarò continuamente involto, a quella, queste mi pajono veramente fatiche, e quella quasi una ricreazione d'esse, alla quale ricreazione ritornerò subito ch'io possa, non avendo infino a qui vulgarizzati più che undici Salmi e mezzo. Ma per ritornarvi mi fa di bisogno d'alcuni libri, li quali non so come io possa far qui ad avergli.
«Sonomi infinitamente rallegrato che il Signore Dio, in luogo della femina nata dopo la partita mia, che prima vi tolse, vi desse poi un maschio. Così piaccia a Sua Maestà di darvene allegrezza vera, e non solamente di quello, ma di tutti gli altri, li quali mi giova di credere, che e v. s. e madonna Aurelia, la quale io risaluto caramente, alleviate del continuo nel timor di Dio, senza il quale è somma pazzia lo sperar mai vero bene alcuno. Non è alcuno di noi che omai per esperienza se non per ragione e per divini e umani ammaestramenti non conosca questa vita nostra e questo mondo tutto non esser altro che fumo e ombra. Alziamo adunque una volta la mente da dovero a quella vita e a que' secoli promessi da Gesù Cristo, che non può mentire a tutti coloro che rinunzieranno a se stessi, non che ad ogni altra cosa per seguir lui, la qual vita e li quali secoli sappiamo per rivelazione divina essere eterni et incorruttibili. E per poter far ciò come si conviene preghiamone continuamente e ardentemente Dio, il quale ha promesso d'esaudirci in tutte le domande che gli faremo, che sieno conformi a quello che sappiamo essere la santissima volontà sua. A lui e alla ricchissima e potentissima grazia e benignità sua raccomando di cuore e v. s. madonna Aurelia e tutta la famiglia vostra.
«In Bada il dì 30 d'ottobre 1577.
«Queste due mie fatiche sono e l'una e l'altra in lingua latina.
«Di V. S. molto magnifica
Cognato e servitore affezionatissimo
Fausto Sozzini.
Al molto magnifico Signor suo e cognato osservandissimo il Signor Bellisario Bolgarini aff., a Siena»[521].
Gli adepti di Soccino crebbero tanto, che le differentissime sette di Unitarj si ridussero in quest'una detta dei Socciniani. Un de' loro articoli essendo l'abborrimento dalla guerra, condannavano apertamente i Riformati che prendessero le armi contro i loro re, e ricusavano entrar nell'esercito, nè tampoco a difesa del paese.
I Socciniani però non ebber pace neppure in Polonia fino al 1638, perseguitati per ragion politica quasi fossero d'accordo cogli Svedesi. Dappoi si stabilirono in diversi luoghi, massime in Transilvania, dove prima aveali introdotti il Biandrata; e colà soltanto si conservarono, mentre altrove si fusero colle sêtte fra cui viveano.
Da Siena vedemmo pure fuggiti Mino Celsi e frà Sisto, ebreo convertito. Francesco Pucci, d'illustre casata fiorentina da cui erano usciti tre cardinali, stando a Lione sul commercio, frequentando letterati, e piacendosi alle controversie, sorbì le opinioni protestanti, e lasciati i traffici, si applicò alla teologia, e sperando avervi più libertà in Inghilterra, v'andò, e nell'Università di Oxford fu dottorato il 1574. Nel trattato De fide in Deum quæ et qualis sit, combattè i Calvinisti che prevaleano su quell'Università; onde perseguitato, ricoverò a Basilea, e legato d'amicizia e di credenze con Fausto Soccino, pubblicò una tesi che «tutto il genere umano fin dall'utero materno è efficacemente partecipe dei benefizj di Cristo e della beata immortalità». Le opinioni ivi manifestate lo costrinsero andarsene anche da Basilea; nè maggior tolleranza trovò a Londra, ove anzi fu messo prigione; nè in Olanda, ove con molti ebbe dispute, e anche con Soccino a proposito del suo libro De immortalitate primi hominis ante peccatum[522]. Neppur potè intendersi co' religionarj. A Cracovia, due alchimisti inglesi, i quali prometteano una gran riforma che per lor mezzo Iddio farebbe della sua Chiesa, lo persuasero che poteano, mediante il commercio con certi spiriti, scoprir cose ignote al resto degli uomini; ed egli vi credette, e cercò per le stampe persuaderne altri. Disingannatone (1586), si ravvide anche de' suoi errori, in man del vescovo di Piacenza, nunzio pontificio a Praga, si ritrattò il 1595, e fatta la penitenza e ordinato prete, servì come secretario al cardinale Pompeo d'Aragona. Nel 1592 in Olanda aveva stampato un'opera, ove sosteneva che nè ignoranza, nè incredulità, nè mancanza di battesimo impediscono che uno si salvi, purchè viva onestamente; opinione confutatagli da Cattolici, da Luterani, da Calvinisti. Che fosse arrestato per ordine del vescovo di Salisburgo e mandato a Roma, dove fosse bruciato, viene asserito, ma non sappiamo con quale appoggio.
Il Theiner riferisce[523] che il nunzio papale voleva chiamar in Polonia il Bellarmino e Francesco Toledo onde reprimere gli eretici italiani, i quali erano Buccella[524], Michele Bruto veneziano, Simone da Lucca, Prospero Provana, Fausto Soccino, l'Alciato milanese, il Bovico bolognese, Fabrizio Pallavicini di Chiavenna, Rosmino Rosmini di Roveredo.
In parte già conosciamo costoro; ed abbiam pure nominato fra quei che predicarono in Polonia Francesco Stancario mantovano. Insegnando ebraico, in un'accademia eretta a Spilimbergo nel Friuli da Bernardino Partenio, avea manifestato idee eterodosse, onde dovette fuggire, e da Basilea diresse ai magistrati veneti un trattato della Riformazione[525]. Mentre Osiandro insegnava che l'uomo è giustificato dalla giustizia essenziale di Dio e che Gesù Cristo è la nostra giustizia secondo la sua natura divina, lo Stancario sosteneva che Gesù Cristo è il nostro mediatore soltanto secondo la sua natura umana. Il concilio di Ginevra preseduto da Calvino lo scomunicò per questo suo professare che Gesù Cristo fu mediatore presso l'eterno Padre come uomo, non come Dio; e dappertutto venne avversato per dottrine esorbitanti. A Cracovia, dove fu chiamato per insegnar l'ebraico, seppe dissimularle, ma quando il vescovo Maciejowski insospettito lo fece arrestare, i signori che l'aveano tolto a favorire, ne ottennero la liberazione; ond'egli incoraggiato propose si abbattessero le immagini e tutto l'antico culto; fece da maestro, e diede cinquanta regole di riforma per le nuove Chiese. La sua dottrina fu scomunicata dai sinodi polacchi, e ne restò turbata quella Chiesa finchè lo Stancario morì a Stobnitz.
Il Mainardi, da Chiavenna il 22 settembre 1548 scrivendo al Bullinger a Zurigo varie cose, e sparlandogli dello Stancario, gli manda tre lettere venutegli da Venezia. In una Baldassare Alterio, segretario dell'ambasciatore inglese, gli scrive: «Da un pezzo conosco il cervello dello Stancario, e so di che piede zoppicava. Fu sempre un poveretto, scandaloso e di strane opinioni; ed ha un'instabilità, per cui non sa quel che si peschi; molto più temerario che voi non scriviate: onde fuggitelo per amor di Dio, e levatevelo d'in sugli occhi più presto che potete: altrimenti non requierete mai, nè voi nè la chiesa vostra».
Domenico Manjoni gli diceva: «Di don Francesco Stancario vi dirò schiettamente e in verità quel che so e ne penso. In prima è chiaro e manifesto esser lui leggero, instabile, pieno d'amor proprio, precipitoso in ogni cosa sua; e il peggio è che vuole si sposino le sue opinioni, sebben repugnanti dal vero rito cristiano». Aggiunge che fu prete, che non crede sia ebreo quantunque n'abbia la faccia: che a Venezia sposò una povera che vivea sulla strada: «me lo tenni in casa lungo tempo a mie spese, ma a malincuore per la sua inquietudine».
Marco di Lilio, civis venetus vir pius et fidelis, lo paragona alla lumaca, che lascia il segno dovunque passa[526].
Lo Stancario però non può dirsi propriamente unitario: bensì un di quei litigiosi, che trascendono la meta, esagerando nel confutare. Dopo che a Königsberg, per ribatter Osiandro diede all'umanità di Cristo tutto ciò che quegli dava alla sua divinità, a Francoforte sull'Oder trova Andrea Musculo, che, per confutar lui, sostiene che Gesù Cristo, mediator nostro in quanto Dio e in quanto uomo, era morto come Dio. Difendendo la sua opinione in Polonia, imputa gli avversarj di arianesimo, e così obbliga a sciagurate transazioni. Nell'opera Contro i ministri di Ginevra e di Zurigo (Cracovia 1562) scrive che: «il solo Pietro Lombardo val meglio che cento Luteri, ducento Melantoni, trecento Bullinger, quattrocento Pietro Martiri e cinquecento Calvini; de' quali tutti, se si pestassero in un mortajo, non se ne strizzerebbe un'oncia di vera teologia».
Oltre una grammatica ebraica, pubblicò un'esposizione dell'epistola di san Giacomo; De trinitate et mediatore D. N. J. C. adversus Bullingerum, Petrum Martyrem, et Joannem Calvinum, et alios... ecclesiæ Dei perturbatores; e altri scritti polemici. Ostinato a dimostrare che le Chiese riformate son ariane ed eutichiane, lanciava ingiurie a tutti. Calvino qualificava il suo di non absurdum modo sed exitiale commentum, quo vir ille false turgidus et novitatis nimium cupidus, ortodoxæ fidei principia labefactare conatus est: e più che ragioni diresse contro di lui Orichovio nella Chimera, dove insiste perchè il re di Polonia stermini sì fatti novatori.
Da Candia, dominio di Venezia, era Cirillo Lucar, che in Italia e in Germania avuto contezza della Riforma, dissimulò, finchè gradi a gradi divenuto patriarca d'Alessandria, poi di Costantinopoli, cominciò a sparnazzare le novità. Se n'avvidero i vescovi e preti, e lo fecero relegare a Rodi; ma coll'appoggio dell'Inghilterra e dell'Olanda ristabilito, pubblicò un catechismo calvinico, col quale eccitò turbolenze, che la Porta sopì col farlo strangolare. Diversi sinodi anatemizzarono lui e le sue dottrine.
Fra i nostrali possiam contare Francesco Lismanin di Corfù francescano, confessore di Bona Sforza regina di Polonia e suo predicatore in italiano. Alla cheta diffuse a Cracovia le dottrine riformate, innavvertito finchè Lelio Soccino nol persuase d'andar in paesi dissidenti. Visto che il re Sigismondo Augusto inclinava alla Riforma, rimase per saldarlo in tal disposizione, e ricevette da lui l'incarico di viaggiare per informarsene. Vide Italia, Svizzera, Ginevra, Parigi col pretesto di comprar libri per la biblioteca di quel re; tenne corrispondenza coi caporioni, ma poichè prese moglie, il re di Polonia n'ebbe sdegnò, nè più volse udire di protestantismo. Questo però erasi diffuso in Polonia, e il primo sinodo ivi tenuto scrisse al Lismanin, allora in Isvizzera, pregandolo di tornare. In fatto nel 1556 egli v'andò, e vi stette nascoso come proscritto, sinchè gli fu ottenuta la grazia.
I credenti di colà stavan allora divisi fra lo Stancario che sosteneva Gesù Cristo non esser mediatore secondo la natura divina, e Paolo Gonesio che sosteneva la preminenza di Dio padre. Il Lismanin ebbe colloquj col Biandrata nel 1558, e d'allora cominciò a dubitar della Trinità, e come ariano fu denunziato al concistoro di Cracovia; scoppiati i dissensi, egli cercò metter concordia, consigliando attenersi ai quattro Padri della Chiesa, dei quali fe un centone, che potea però servire a qualunque partito.
Ritiratosi a Königsberg in Prussia, visse miserabile finchè gettossi in un pozzo il 1563.
Meglio registriamo fra i nostri Jacobo Paleologo, nato il 1520 in Scio dalla famiglia ch'era stata imperiale, educato in Italia, ove bevute le nuove opinioni passò a professarle in Germania. Ma come eterodosso non era accettato, sinchè fermossi in Transilvania, e nel 1569 successe a Giovanni Sommer qual rettore del ginnasio di Clausenburg. Fausto Soccino gli mosse guerra perchè seguace delle sovversive dottrine di Budneo; e perdurando in quelle, fu arrestato dai magistrati e consegnato all'Inquisizione di Roma, dove venne condannato al fuoco nel 22 marzo 1585. Se credessimo al Ciappi nella vita di Gregorio XIII, davanti al supplizio si sbigottì, e chiese tempo a pentirsi, onde ricondotto in prigione, compose opere pie e dotte. Il fatto non consta da altri. Fra' costui opuscoli ricorderemo quel de Magistratu politico, ove sostiene che Gesù Cristo non abrogò le magistrature civili, e un cristiano può esercitarle. Confutato da Gregorio Pauli in nome del sinodo di Racow, egli fece una risposta, alla quale Soccino oppose la Defensio veræ sententiæ de magistratu politico (Losc, 1580).