DISCORSO XXV.
GALEAZZO CARACCIOLO.

Colantonio marchese Caracciolo napoletano servì al principe d'Orange nell'assedio di Firenze, e sostenne varie missioni presso l'imperatore Carlo V, al quale avea reso pure segnalati servigi nell'occupazione francese del 1528, onde gli venne in gran favore, e ne fu creato uno de' sei consiglieri del vicerè di Napoli. Sposò una Carafa, e mortagli sovra il primo parto, egli concentrò tutto l'affetto sul rimastogli figlio Galeazzo, e gli cercò sposa Vittoria, erede del duca di Nocera; donde questi generò quattro figli e due fanciulle.

Galeazzo fu fatto ciambellano, cavaliere della chiave d'oro dell'impero: e colle cortesi maniere cattivavasi l'universale benevolenza. Frequentava le conferenze in casa del Valdes con Francesco Caserta, notando il divario fra l'insegnamento evangelico e le pratiche di Roma, viepiù da che intese Pietro Martire spiegare l'epistola ai Corintj. Il quale diceva: «Se alcuno vede in distanza una quantità di persone muoversi, e girarsi e rigirarsi in diverse direzioni, queste gli pajono una turba di disennati. Ma se accostandosi s'accorge della melodia che ispira e regola i loro movimenti, lo spettatore, non solo comincia a comprendere la loro azione, ma concepisce tal simpatia per questa scena, ch'egli stesso vuole unirsi ai danzanti. Altrettanto avviene se noi vediamo taluno cangiare tenor di vita, e operare diverso da tutta la restante società. Dapprima lo teniamo per disennato o stravagante: ma un più attento esame della condotta e de' principj suoi ci convince che armonizza colla parola di Dio e coi dettami dello Spirito Santo. Il movente delle sue azioni è rivelato, e gli spettatori ne rimangono talmente compresi, ch'essi medesimi rinunciano agli illusorj piaceri del mondo, volgonsi con sincero desiderio alla santificazione, e s'accordano colle persone che prima biasimavano».

Il Caracciolo ben presto entrò nella risoluzione di volgersi a vita di spirito: ma l'eseguirlo tornava difficile. Il suo grado, il posto alla Corte, la pubblicità della sua vita esponevanlo agli sguardi di tutti, e il suo cambiamento desterebbe meraviglia fra le persone, inabili a comprendere l'efficacia della parola di Dio[70]. Di ciò per altro davasi minor briga, che d'altri ostacoli. Suo padre Colantonio fondava su lui superbe speranze d'esaltamento alla sua famiglia: dedito alle pratiche cattoliche non men che alla Corte, abborriva coteste empie novità, e nessuna arte trascurò per distorne il figliuolo. La moglie non sapeva più riconoscere il suo brillante marito nel meditabondo Galeazzo, e l'accusava di sminuito affetto. La Corte stessa ben presto risolse di estirpare gli eretici, che colà pendeano al senso degli Ariani e degli Anabattisti, e coi quali confondeansi tutti i novatori; nè il Caracciolo era così fino teologante da sapere distinguere, o da poter confutare. L'Inquisizione in fatto cominciò a perseguitare i novatori e fra gli altri il Caserta, amico del Caracciolo, che finì sul patibolo.

Come ciambellano, il Caracciolo doveva condursi spesso in Germania, dove porgeasegli occasione di udire Protestanti, e particolarmente nella Dieta di Ratisbona (1542), dove si oppugnò la supremazia di san Pietro, e si sostennero

il matrimonio de' preti, la comunione sotto due specie, ed altri punti. Ne ritornava egli sempre meglio confermato nella dottrina della giustificazione, e ancor più dopo una visita che fece a Pietro Martire a Strasburgo. Reduce a Napoli, esortò gli amici a staccarsi dalla Chiesa di Roma: e poichè li vide tiepidi, soffocò in sè le affezioni domestiche, e raccomandandosi sovente a Dio (i suoi ci conservano la preghiera che suppongono facesse), se ne partì il marzo 1551, avendo trentacinque anni, e portando duemila ducati. Molti amici aveano promesso accompagnarlo; ma nol seguirono oltre i confini d'Italia. Stette alla Corte in Augusta fin quando Carlo V lo mise fuor della legge; allora passò a Ginevra, ove giunsero poco poi Lattanzio Ragnoni di Siena, da lui conosciuti a Napoli: e legossi con Calvino ed altri caporioni, che pensate se carezzavano questo insigne acquisto.

A Napoli tal fuga fu udita con sommo dolore: la famiglia se ne tenne disonorata; l'Inquisizione fece indagini su' suoi amici: il padre non tralasciò nulla per richiamarlo; supplicò l'imperatore lo lasciasse venire impunemente, e gli mandò un salvacondotto di Venezia, in nome dell'autorità paterna intimandogli tornasse. In fatto padre e figlio scontraronsi a Verona il 29 aprile 1553, ma per quanto valutasse e l'affetto e l'autorità paterna, Galeazzo non si lasciò smuovere.

Più tardi, allorchè divenne papa il Carafa suo prozio, Colantonio ne impetrò che Galeazzo potesse rimanere sul territorio veneto, senza cessare nessuna pratica religiosa; e gli mandò un passaporto perchè venisse a Mantova. Ci arrivò infatto il 15 giugno 1555, e subì un nuovo assalto della tenerezza paterna; non chiedersegli nulla di contrario alla sua religione; tornasse all'Italia sua; obbedisse al padre in un punto che nulla ledeva la coscienza; riabitasse colla moglie, coi figliuoli, nel modo che conveniva al suo grado. Ma egli calcolò che avrebbe dovuto vivere sotto al papa, presso l'Inquisizione, e preferì le cipolle d'Egitto alla manna del deserto. Il padre deluso tornossene a Napoli per la via di Roma: e Galeazzo l'accompagnò quanto il salvocondotto gli permetteva, per tutto il dominio veneto. In quell'occasione visitò la duchessa di Ferrara: poi per la Valtellina si restituì a Ginevra, ove i suoi amici ringraziarono Dio del suo ritorno.

La moglie Vittoria non sapeva rassegnarsi al distacco, e con lettere e messaggi incessanti lo sollecitava al rimpatrio. Alfine gli chiese d'almeno vederlo: esibendosi incontrarlo in qualche porto veneto, non troppo distante dal Regno. E si fissò Lésina, sulla costa di Dalmazia, sol dalla larghezza del mare Adriatico disgiunta da Vico, feudo suo paterno. Galeazzo vi comparve puntuale ad aspettarla, ma essa mancò, e scusandosi con buone ragioni, gli mandò solo i due figliuoli Colantonio e Carlo. Fosse amore per la donna, o speranza di convertirla e trarla seco, Galeazzo risolse andarla a raggiungere. Erasi egli fatto cittadino di Coira, concessione difficilissima a chi non v'abitasse[71]; onde sicuro tragittossi a Vico, e vi trovò tutta la famiglia.

Quanta fu la prima esultanza del ritrovo, altrettanto il dispiacere di lui nel non riuscire a trascinar nelle sue opinioni la donna sua, fida alla religione avita, e risoluta di non abitare paese ove quella fosse proscritta, e per sempre separarsi da esso se persisteva nell'eresia. Lasciamo all'immaginazione il distacco, ove mescolavansi gli affetti di parentela e di patria coi sentimenti religiosi opposti, e lottavano due convinzioni pertinaci. Col cuore lacerato e chi restava e chi partiva, si divisero per sempre.

Tragittatosi di nuovo a Lesina, passò rapidamente a Venezia, ove trovò una lettera di Calvino, che mostravasi sospettoso dell'indugio, e anelare al pronto suo ritorno, persuaso avrebbe alle affezioni del cuore preferito la volontà del Signore. «In grande angustia m'avea posto la vostra gita a Vico; e che cosa non avrei fatto per impedirla? Ma il Signore vi ha invigorito a resistere alle insinuazioni mondane. La vostra assenza riuscì penosissima ai vostri nuovi compatrioti». E segue narrando come avesse dovuto citare avanti al Concistoro Giorgio Biandrata, Silvestro e Gian Paolo; e quanti scandali nascessero dai dissensi di costoro e di Valentino Gentili, che disseminavano errori conformi a quelli di Serveto: che Gentili fu imprigionato; il giovane Nicolò Gallo di Sardegna rinegò le falsità di cui era accusato. Torni presto, che spera col suo ajuto ristabilire la pace (19 luglio 1558).

Fu dunque il Caracciolo accolto a Ginevra con grandi dimostrazioni. Poco dopo consultò Calvino, Pietro Martire, lo Zanchi, se, attesa l'ostinazione di sua moglie, potesse repudiarla; molto esitarono, discutendo sul passo della prima lettera ai Corintj, VII, 12; Se alcuno ha moglie infedele, ed ella consente abitare con lui, non lascila: e malgrado altri passi della Scrittura ove è detto, Ciò che Dio congiunse, l'uomo non separi, prevalse quel di san Matteo XIX, 29: Chiunque avrà abbandonato o casa, o fratelli, o padre, o moglie, o figliuoli pel mio nome, ne riceverà cento cotanti, ed erediterà la vita eterna. Dissero essere questo il caso di abbandonare la moglie; onde esso, a' 10 gennajo 1560, sposò Anna Fremery, da Rouen venuta a Ginevra per religione. Non fu unione d'amore, ma consonanza di sentimenti; vissero semplicemente e placidamente a Ginevra; essa andava a fare le compre, e portava a casa ella medesima le provviste; egli ricusava il titolo di marchese, contento al semplice nome. Eppure in ogni comparsa aveva il posto d'onore, ed era riverito non meno che se godesse i titoli e la fortuna paterna; ogni forestiero lo visitava o invitava, tra' quali Francesco ed Alfonso d'Este, il principe di Salerno, Ottavio Farnese duca di Parma. La conversazione rendeva egli dilettevole col narrare i casi suoi, i viaggi in Germania, e aneddoti sulla Corte di Carlo V. Meglio amava parlare delle cose divine. A Ginevra pensò stabilire una Chiesa pei rifuggiti italiani, e vi pose a capo Celso Martinengo da Brescia, collocandolo sotto la protezione del magistrato. Calvino dedicogli la seconda edizione de' suoi Commenti sulle epistole ai Corintj, dicendogli: «Ancorchè voi non cerchiate, alla maniera del mondo, l'applauso degli uomini, contento d'aver Dio spettatore della vostra probità, non è giusto che io lasci ignorar ai lettori chi voi siate, e li frustri della soddisfazione, che dee recar loro l'intender che un uomo come voi, nato di famiglia chiarissima, abbondantemente provveduta di cariche eminenti e di beni, avendo moglie nobilissima e castissima, e da essa una schiera di bellissimi figliuoli, e col godimento d'una perfetta concordia e pace domestica, in condizione affatto degna d'invidia, volle, per arrolarsi sotto la bandiera di Gesù Cristo, abbandonare un'amabile patria, un paese delizioso, un lauto patrimonio, una casa delle più comode e pompose, spogliarsi direi quasi dello splendore d'un'alta nascita, sceverarsi dalla dolce compagnia di padre, moglie, figliuoli, parenti, amici, e rinunziato a tutti i contenti e gli alettativi che offre il mondo, appagarsi d'arrampicar qui fra noi, e vivervi col comun popolo, come se nulla il distinguesse. Oh quanto bramerei che tutti prendessero esempio da voi del rinunziar a se stessi! locchè è il solido fondamento di tutte le virtù, e propriamente l'essenza del cristianesimo; nè voi ignorate che poco caso io fo di quelli che, avendo abbandonata la patria, danno a comprendere alla fin dei conti di non avervi lasciato le loro cattive affezioni» (20 gennajo 1556).

Ma morto Calvino, il Caracciolo ebbe disgusti e male intelligenze col consiglio della città, e pensava abbandonarla. Di ciò sarebbesi pregiudicata nell'opinione Ginevra, che aspirava a divenire la Roma degli Evangelici: onde si interposero ufficj, pei quali egli rimase[72]. Invecchiando decadde, e soffriva di asma. Considerava rotta ogni comunicazione colla famiglia, quando gli arrivò un nipote, chierico teatino, con lettere di Vittoria e di alcun de' figliuoli, cercando indurlo a tornare a Napoli, o almeno in alcuna parte d'Italia, offrendogli denaro, e annunziandogli che verrebbe suo figlio Carlo, il quale, essendosi messo nella carriera ecclesiastica, era per ottenervi dignità convenienti alla sua nascita. Commosso per affetto e indignato per ostentazione, alfine Galeazzo buttò le lettere nel fuoco, e dichiarò non aveva tanto sofferto tutta la vita per poi cambiarsi nella vecchiaja; nè cercava l'approvazione degli uomini, opposta diametralmente allo spirito del vangelo. Il Teatino insistette, dalle preghiere passò ai rimproveri, finchè il magistrato di Ginevra gl'impose d'andarsene.

Anche un famoso predicatore mosse per convertirlo, ma trovò che, fra le cure de' medici e le preci della sua Chiesa, era morto il 7 maggio 1556, di sessantanove anni. La seconda sua moglie sopravvisse di poco, e abbiamo la lettera che ai capi della Chiesa lucchese in Ginevra essa dirigeva, congratulandosi del modo rispettoso e risoluto con cui aveano rigettate le offerte del cardinale Spinola, che gl'invitava a restituirsi a Lucca e alla Chiesa cattolica[73].

Che il titolo di secondo Mosè fosse dato al Caracciolo dal Beza, ci è asserito da Nicola Balbani. Questo lucchese, venuto a Ginevra il luglio 1557, elettovi ministro della Chiesa italiana il 25 maggio 4561 e morto il 1587, tradusse il catechismo di Calvino nel 1566[74], e scrisse la vita del Caracciolo (Ginevra 1587) che fu tradotta in francese da Teissier de l'Estang (1681), ristampata a Ginevra il 1554 in inglese e in latino da Vincenzo Munitoli (1587-1596) poi nel Musæum Helveticum (1717). Il traduttore francese dice che l'originale ormai era rarissimo, e giovava rinnovarne la memoria alle chiese riformate. «Ginevra, nostra seconda madre, era tanto poco istrutta di un avvenimento sì raro e sì bello, benchè passato tutto in essa, ch'era tempo di farle sapere, non solo che una Chiesa italiana si era formata nella sua cerchia, ma anche di quali virtù sfavillarono i fedeli di diverse favelle e nazioni, che Dio qua condusse primi, e indurla a rimettersi a quel primitivo fervore di pietà, che tanto allettava le oneste persone qua rifuggite».