Epitaffio di sua moglie:
74. Conosciamo la Risposta a Pietro Vireto, a Nicolò Balbani et a due altri heretici, i quali hanno scritto contro il trattato della messa di Antonio Possevino. Avignone, Rosso, 1566, in-16º.
Il nostro Caracciolo non è tampoco nominato nella Biografia Universale.
75. Vedi M. Youngh, Aonio Paleario, vol. I, 48.
76. Nella Magliabechiana sono manoscritti (Classe VII, 346) dei versi latini sopra la regina Margherita quando tornava in Francia.
78. Summæ pars I, Tit. VIII, c. II.
79. Queste lodi deduciamo dal guascone Brantôme, poi dal Varillas, che di quello esagera le iperbole, come un gazzettiere moderno.
80. Peraltro Marot diceva:
I salmi di Marot furono stampati coll'approvazione della Sorbona e della facoltà teologica di Parigi, colla solita dichiarazione che non vi si conteneva nulla di contrario alla Chiesa cattolica.
Fra le sue poesie n'ha una intitolata A' suoi amici quando, lasciata la regina di Navarra, fu ricevuto nella casa e stato di madama Renata duchessa di Ferrara.
Nell'ep. XLIX dice quel che ha imparato in Italia:
81. Una colonna in Aosta porta: Hanc Calvini fuga erexit anno 1541: religionis constantia reparavit 1741.
82. Lettere di Calvino, Tom. I, p. 44, 34.
83. Nella Biblioteca imperiale di Parigi, Cod. 8645, carte 56.
84. Lettera del 10 maggio 1563. Nella biblioteca di Modena si conserva un bel codicetto di preghiere della Renata, ov'essa è rappresentata tutta vestita d'oro e con un velo pur d'oro in testa. Vedi Mem. della Deputaz. di Storia Patria di Modena, Vol. II, 1864. Nel castello si indica una cappella, fatta costruire da lei, con cornice e lastre di marmo in giro, per modo che non si potesse mettervi statue o immagini.
85. Lettere di Calvino raccolte da G. Bonnet. Parigi 1855, tom. II, p. 553.
86. Sul Calcagnino caddero i soliti dubbj, come accennammo; ma Erasmo gli facea congratulazioni pel suo lavoro sul libero arbitrio. Libellus tuus de libero arbitrio, mi Celi, usque adeo mihi placuit etc.: il qual libro però dal Barotti suo biografo è attribuito al domenicano Vincenzo Giaccari di Lugo, ad istanza del Calcagnini. Questi mostrossi sulle prime favorevole al divorzio di Enrico VIII che ne lo interrogava, ma consigliatosi con buoni cattolici, cangiò sentenza.
87. Olimpiæ Moratæ fœminæ doctissimæ ac plane divinæ opera omnia quæ hactenus inveniri potuerunt cum eruditorum testimoniis et laudibus. Quibus Cœlii Secundi selectæ epistolæ et orationes accesserunt.
Nell'epitafio della Morata, il Curione mescola Dei e Cristo.
88. Nuntiatura Germaniæ, vol. IV.
89. Varie lettere del Vergerio per promuovere il Concilio si trovano nella preziosa raccolta di documenti che, per tesser una nuova storia del Sinodo Tridentino, avea preparata il padre Alberto Mazzoleni, e che ora in cinquanta volumi sta nella Biblioteca di Trento, rimanendone ancora tre in quella di Bergamo.
90. Codice della Biblioteca Vaticana, 3914, fol. 263 e seg.
91. Rob. Vancopius Paulo III; Vormatiæ 17 novembre 1540.
Die V hujus mensis Vormatiam venit episcopus Justinopolitanus Catholicorum et Protestantium commercio ac colloquio (utrisque etiam ad commessationes sæpius invitatus) quamdiu hic fuit usus est. Putabatur a Germanis mandato christianissimi regis advenisse: ego ut id credam adduci non possum: fatebatur tamen se a majestate sua mille ducatis donatum, et ejusdem se servum esse. Nell'Archivio Vaticano, Nunciatura Germaniæ, VIII, 19.
92. Arch. Vat. Nunciat. Germaniæ XV, 306. Ivi stesso VIII, 281, Giovanni Poggio al 5 febbrajo 1541 scrive al cardinale Santa Croce: «Desidero saper da quella come mi ho da governar col Vergerio, esoso qua sopra modo»,
93. Nell'archivio di Firenze fra le carte Cervini, filza IV, fol. 118.
94. Ottonello Vida, che dal Caracciolo, nella vita di Paolo IV manoscritta, è detto «locotenente del Vergerio nella scola eretica», e che è noverato nell'Indice tridentino fra gli autori proibiti di prima classe, ad esso Vergerio scriveva confortandolo perchè tornasse alla sua diocesi, offrendosi disposto di andarlo a trovar in Germania, «non con intenzione di venire un'altra volta in peregrinaggio a cercare con infiniti incomodi e pericoli di quelle comodità e riposi, che poi ci tengono in continua soggezione e servitù: ma io mi era disposto, come geloso dell'onore, e della salute di vostra signoria e della nostra insieme, di venire a trovarla per rimoverla da quel fiero pensiero, il quale n'ha condotti tanti a perdizione, e col quale mi pareva ch'ella si fosse partita d'Italia; cioè di volere invecchiare nelle speranze delle Corti. Ma ora, che ella mi scrive di aver ben considerato il caso suo, e, poste sulle bilancie le ragioni dell'una e dell'altra parte, aver deliberato di al tutto chiuder l'orecchie a' canti delle Sirene delle Corti e del mondo, e di ridursi nel suo tranquillo porto, io mi trovo tanto di lei soddisfatto, quanto io mi trovai mesto e sconsolato al suo dipartire, quando ella mi lasciò in Ferrara. E perchè molte fiate avviene che l'uomo si dispone a voler fare qualche buona opera, e poi, da qualche nuovo accidente disturbato, cessa, e da quel buon proponimento si rimuove, però, quantunque non sia da temere che ciò nella costanza di vostra signoria abbia a cadere, pur non mi rimarrò di ancora ammonirla e ripregarla, che per l'amor di Gesù Cristo voglia con pronto effetto eseguire ciò, che per ispirazione divina è stato da lei saviamente deliberato; e voglia sopratutto considerare, che, avendola il signor Dio, dal quale procede ogni podestà e autorità, proposta alla cura di questo suo gregge, non si può addurre, nè immaginare ragione alcuna, per la quale ella debba o possa mancare da tal ufficio, e contravvenire alla volontà sua. Egli ci ha fatti nascere tutti in questo mondo negoziosi, e a ciascuno secondo il suo stato ha assegnato l'ufficio suo, e posta dinanzi agli occhi la via, alla qual abbiamo a camminare verso la salute nostra. Dobbiamo adunque ciascuno di noi esercitare nell'ufficio nostro, ed isforzarne di far bene la parte nostra, e persistere, come dice l'apostolo, nella vocazione, che Dio ci ha chiamati; e chi far vuole altramente, lasciar il suo, per occupar l'altrui ufficio, e uscir del suo proprio sentiero, questi perturba l'ordine di sua divina maestà, ed erra fuor di strada, come vagabondo e perduto; nè mai pervenirà a quel fine, al quale è stato da Dio creato.
«E per dir di vostra signoria (benchè ella meglio di me tutte queste cose intenda) ella è stata prima da Dio, che da alcun papa, eletta vescovo di Capodistria. L'ufficio del vescovo è essere vigilante sopra l'anime de' suoi diocesani, e guardarle, e ben custodirle dai pericoli del mondo, e dalle insidie del maligno spirito. Oltre che, anche egli deve prima custodire la sua, come ciascuno di noi la nostra, e perciò i vescovi dal Salvator nostro son chiamati pastori. Il buon pastore non lascia mai le sue pecore incustodite e senza guida, per andare in lontani paesi a guardare l'altrui. Egli si sta con loro giorno e notte, sollecito e vigilante, e mette la vita per loro ne' pericoli, e sempre provvede che elle non siano contagionate da morbi, depredate da ladri, divorate da lupi, e siano difese dal caldo e dal gelo, ed abbiano sempre buoni pascoli, e copia di buone erbe e buone acque, e tutto ciò che fa loro di bisogno. Il che come potrà quel pastore, che non le ama, non le vede nè mattina nè sera, e non le conosce? Come farà egli l'ufficio, al quale Dio l'ha chiamato? Bisogna adunque che, così il vescovo come ciascuno altro, anzi più esso che ciascun altro (perchè ha da regger anime redente col sangue del Figliuol di Dio) attenda al suo proprio ufficio, e si sforzi con ogni studio di farlo bene, e di adempire la volontà del sommo fattore, nè si metta a seguire il maluso de' nostri tempi, e di que' vescovi, i quali, vinti dall'avarizia e dall'ambizione, di niuna cosa manco si pensano che di stare alle residenze, e cercare la salute dell'anime a loro commesse, e poi non potendosi altramente difendere, in escusazione allegano la mala consuetudine, come faceva quel buon prelato, amico di vostra signoria, il quale, molto in vero accortamente, da questa imputazione si difendeva dicendo, che egli non intendeva d'essere obbligato di stare al suo vescovato, perciocchè, quando egli fu creato vescovo, non era questa usanza che i vescovi facessero residenza alle diocesi, anzi tutti solevano stare a Roma (come si fa oggidì da molti) a procurare altri onori e beneficj; e che, essendo eletto a quei tempi e sotto quella fede, non gli pareva onesto che questa (siccome egli diceva) nuova legge dovesse far pregiudicio alla libertà sua: e aggiungeva aver udito, che con questa ragione alcune buone monache avevano similmente ottenuto di poter vivere a lor modo, senza pericolo d'essere riformate: perciocchè anche esse dicevano d'essere entrate ne' monasteri, a' tempi che si viveva in più libertà; e che non era tanto gran miracolo se alcuna di loro aveva qualche volta pratica con un uomo. Vane sono e troppo apertamente sciocche (acciò che io non dica empie) queste escusazioni: conciossiachè non si possa chiamar consuetudine la depravata usanza, per la quale si contravviene all'ordine del sommo opifice; onde cessano similmente quelle altre ragioni, che scrivete, di quei nostri cardinali, che pajono nella prima vista un poco vere e urgenti: cioè, che sia meglio vostra signoria attenda alla riformazione di tutta la Chiesa, la quale ora ne ha bisogno, che alla conservazione della sola sua diocesi. Ognuno sa che tutte le patrie e diocesi di cristianità hanno i lor vescovi, i quali sono tenuti aver cura ciascheduno della sua: hanno poi i vescovi i suoi metropolitani, l'officio de' quali è procurare tra le altre cose, che i vescovi a loro soggetti se ne stiano alle residenze loro, e custodiscano diligentemente i loro greggi. I metropolitani anch'essi hanno sopra di loro il sommo pontefice, l'officio e cura del quale è universale sopra tutta la Chiesa di Dio; la quale poi egli come supremo e sempiterno capo, col suo santo spirito regge e governa. Questi officj, siccome sono tutti distinti e separati l'uno dall'altro, così deve ciascuno conoscere il suo, e a quello intendere gli spiriti, e indirizzare tutte le operazioni sue: che così l'ordine richiede, da Dio instituito, nè deve alcuno contravvenir a questo ordine, nè lasciar il suo per ingerirsi nell'altrui officio, che ciò sarebbe, come ho detto di sopra, guastar l'ordine, e riprendere Dio, e mostrar di saper ordinar le cose meglio di lui; il che è non solo inconveniente ma abbominevole, che, come dice l'apostolo, se il piede dicesse al capo, Io voglio esser capo, e la mano all'occhio, Io voglio esser occhio, così similmente discordassero gli altri membri; non potrebbe l'uomo sostentarsi, nè durare in vita.
«Il governo della Chiesa universale appartiene al sommo pontefice: il quale, perciocchè è gravissima impresa, è stato ben istituito (benchè se ne dica da' Tedeschi in contrario) ch'egli abbia tanti cardinali al lato; col consiglio e ajuto de' quali possa provvedere a tutti i bisogni di quella, e adempiere l'officio suo. Ma saria ben necessario che questi cardinali e assistenti del sommo pastore, e consiglieri suoi nel governo universale della santa Chiesa, fossero anche essi assidui e diligenti a quell'officio; e nelle consultazioni quotidiane si sforzassero di preporre sempre le cose utili alla conservazione e augumento della santa sede, e di investigare de' rimedj contra l'armi d'infideli, contra le eresie, e contra le discordie de' principi cristiani: e perciò bisognerebbe che tutti fossero uomini di santa vita e di singolar dottrina, e non avessero nè vescovadi, nè particolar carico d'alcuna diocesi, perciocchè avendolo, bisognerebbe che anche essi stessero alle loro residenze, e attendessero a quella cura. Ma posto che il sommo pastore nè per sè, nè con l'altrui consiglio potesse o sapesse fare tutto ciò che si converrebbe, e che per tal difetto le cose della fede e della Chiesa di Cristo patissero delle scisme e degli incomodi: in tal caso sarebbe ben il dovere, che, se per fare una generale provvisione gli arcivescovi e i vescovi e gli altri prelati fossero chiamati come ad un consiglio, dovessero allora lasciare le loro diocesi, al meglio che potessero custodite, e prontamente tutti convenire al luogo destinato; dove, secondo che fossero dallo Spirito Santo ajutati, avessero a provvedere a quell'urgente bisogno. Ma altramente non dovriano mai da se stessi, e senza esser chiamati e con comandamenti costretti, abbandonar la cura de' loro popoli.
«Il Salvator nostro, il quale ha il governo sempiterno della santa Chiesa, ci ha promesso di sua bocca di mai non l'abbandonare, anzi di starsene con lei fino alla consumazione de' secoli, e s'egli mantiene la fede e l'obbligo, nè cessa dal suo officio, meno devono i terreni pontefici mancar dal loro, per supplir agli altrui difetti. Che se, mancando il sommo pontefice dal suo officio, volessero i metropolitani assumer essi il carico del governo universale, e lasciare la cura de' vescovi e delle diocesi a loro soggette, e i vescovi similmente lasciassero il governo de' loro popoli; e i privati mancassero delle buone opere; e così cessasse ciascheduno dal suo officio, chi non vede che ciò sarebbe deformare, non reformare lo stato della Chiesa universale? Siccome all'incontro, se tutti i particolari stessero nel loro officio, l'universale stato sarebbe perfetto, e non avrebbe bisogno d'altra riformazione.
«Facciamo adunque noi tutto ciò che possiamo per adempire quell'officio, al qual Dio ci ha deputati, e preghiamo nelle orazioni nostre sua divina maestà (siccome egli ci ha insegnato) che similmente dagli altri si faccia sempre la volontà sua: perciocchè non avrà alcuno da rendere ragione nel supremo giorno, se non del suo officio e della sua negoziazione; non avrò io, nè alcun altro da render conto del vescovato di vostra signoria, nè essa avrà da render ragione delle operazioni del papa, nè de' re, nè de' cardinali, ma ben delle sue e di quelle dei suoi diocesani, se per colpa, o negligenza di lei saranno pericolati, o infettati di qualche morbo, e usciti dalla via diritta. Sicchè, per fare omai fine, mandate, monsignor mio, ad effetto la santa deliberazione vostra, e non vogliate, per far l'officio altrui, lasciare il vostro; per giovar a persone strane, offendere la patria vostra; per seguir i signori e i re del mondo, abbandonare il signor del cielo e il re delle anime nostre.
«La patria nostra, molte volte ne' tempi passati si è doluta di essere stata abbandonata, e per lunghi intervalli di tempo destituta dalla presenza de' suoi vescovi, i quali, perciocchè erano forestieri e di lontani paesi, potevano pretendere qualche adombrata scusa, ma non vera. Ma voi, al quale Domenedio ha dato in governo quella città, che è medesimamente patria vostra, nella quale siete da tutti i buoni tanto amato e stimato; non avete ragione nè escusazione alcuna di dover stare da lei lontano; anzi dovete, tutto acceso di doppia carità, stare assiduamente alla residenza vostra; e con la presenza e con la vostra buona dottrina e col buono esempio, consolare, ammaestrare e confermare nella via di Dio e nelle buone operazioni i nostri compatrioti, a noi e di sangue, e di benivolenza tanto congiunti, siccome cominciaste a fare negli anni passati, che molte fiate con le prediche e buone ammonizioni vostre ci empieste tutti d'una gran consolazione e speranza. E ora perchè mancare, o monsignore, di quel santo vostro principio? Ma spero nel signore Iddio, che non mancherete più lungamente, e che eseguirete senza dimora alcuna la deliberazione vostra: e io per nome di tutta la città nostra supplichevolmente prego vostra signoria che così voglia fare, e che voglia eziandio prendere in buona parte tutto ciò, che io ho qui troppo presuntuosamente scritto..... »
95. Lettera piissima di Flaminio a suo cugino Cesare. Roma 15 febbrajo 1544.
96. Nec enim puduit eum, scelus omnium turpissimum, sed per Italiam nimis notum atque Græciam, celebrare laudibus. Sleidan, De statu religionis et reipublicæ, all'anno 1548.
97. «Pare a me che grande ingiuria mi sia stata fatta quando il legato Della Casa mandò in Capodistria con molto scandalo di tutto quel popolo i pubblici sbirri cercando per tutta la casa mia. Io aveva di que' libri, e mandò a far questo rumore appunto in tempo ch'io era al Concilio di Trento». Le otto difensioni del Vergerio.
98. Vergerio, Ritrattazione.
99. E 'l contrario, tutti lo maledicevano per non haver tolto li Santi Sacramenti, salvo i Luterani.
100. Pii, qui s'intendono questi nuovi cristiani.
101. Idest lutherana.
102. Cioè la dottrina luterana; e così non fosse! Hic labor, monsignor reverendissimo.
103. Idest opinione luterana.
104. Oh bella fede viva sopra i sacramenti della Chiesa.
105. Da animale.
106. Per superstizione ed ipocrisia s'intendono le cose della Chiesa.
107. Cioè seculari luterani.
108. S'intendono le raccomandazioni dell'anima, che fanno li sacerdoti.
109. Cose esterne s'intendono i sacramenti e cerimonie sante de' Cristiani.
110. Lasso un'altra parte della littera, dove lo autore descrive come il vescovo Vergerio si è deportato in tollerar la morte del fratello. È cosa goffa, e non al proposito.
111. Lo Zilioli, in vite di letterati contemporanei, manuscritte nella Marciana, racconta che la madre di G. B. Sanga poeta, volendo dar morte a una fanciulla amata da questo, preparò un'insalata velenosa: e avendone mangiato anche il Sanga e Aurelio Vergerio, morirono.
112. È nelle suddette carte Cervini, filza IV, foglio 120.
113. Nel carteggio mediceo dell'archivio di Firenze son lettere da Trento del Serristori 1549 e del Buonanni e del Pandolfini da Venezia del 45 e 46, che parlano del vescovo di Capodistria, della sua venuta a Trento, della proposizione di torgli il vescovado.
«L'episcopo di Capodistria è venuto al Concilio, rimettendosi in tutto e per tutto al giudizio del Concilio. Li legati non l'hanno voluto accettare, ma gli hanno detto che stia absente di Trento finchè avessino sentita il papa. Il che hanno fatto, ma non è venuto risposta. Non sappiamo se lui è partito, ovvero stia segreto in qualche casa. Questo fatto ha dispiaciuto a molti, massime al cardinale di Trento, quale vi so dire che ha gran fervore.»
114. «Pare a me che sia onore e reputazione della Chiesa e della fede nostra santissima e piena di grazia e di maestà il repudiar queste baje, e dire arditamente ch'elle non son vere».
115. Francisci Spieræ qui, quod susceptam semel evangelicæ veritatis professionem abnegasset damnassetque, in horrendam incidit desperationem, historia: a quatuor summis viris summa cum fide conscripta: cum cl. vir. prefationibus Cœli Secundi C. et Jo. Calvini et P. P. Vergerii apologia: in quibus multa hoc tempore scitu digna gravissime tractantur (senza data ed anno). Franc. Spiera's Lebensende von C. L. Roth., Nurimberga 1829.
116. Il Xist non conobbe il processo del Vergerio, vedi pag. 123. Il dottor Kandler di Trieste mi assicura che si trovi nell'archivio generale di Venezia, venutovi dall'archivio dell'Inquisizione della fede. Io non potetti rinvenirlo.
117. Al duca Alberto, il 6 febbrajo 1563, scrive: Mitto libellum Savonarolæ itali, qui ante LX annos obiit, in psalmos tres: accepi a meo principe. Delectabit et juvabit libellus; utinam istic spargeretur. Esset enim operæ pretium ut in Poloniam quoque et Lituaniam istinc penetraret.
118. Luigi Lippomano veneto, dopo molte nunziature, era stato mandato a quella di Polonia, ove i settarj dicono si mostrasse crudelissimo con loro, e che, per cominciare, facesse perseguitar gli Ebrei, col pretesto avessero da un'ostia consacrata cavato una fiala di sangue per servirsene a sanar la ferita della circoncisione; col che ravvivò nei credenti il dogma della transustanziazione.
Del Vergerio parla più volte il cardinale Truchses nelle lettere a Stanislao Osio, che sono fra quelle di Giulio Pogiano. Per esempio, al 9 gennajo 1563, scrive: Me quoque Vergerii, illius desertoris ac perditissimi hominis, nefariæ in te declamationes valde delectant. Nam, etsi nullum tibi ab optimis et summis viris virtutis, prudentiæ, religionis præconium deest, tamen non est leve egregiæ laudis testimonium vituperano illius immanis belluæ: quæ aliquando delapsa in foveam obruetur. Ac tibi quidem jucundum esse debet eundem illum in te perbacchatum esse, qui magnum illum sanctissimumque pontificem Gregorium concidere ausus sit toto volumine.
119. A Brunswich, nel 1855, fu stampato P. P. Vergerius papstlicher nuntius, katolischer Bischof, und Vorkämfer des Evangeliums, eine reformations geschichtliche Monographie von Christian Heinrich Xist, evangelichem Pfarrer der Zeit Nürnberg. Egli protesta non voler offrire materia di guerra, ma un saggio sulla Riforma, e la storia d'un uomo conosciuto da pochi, da molti mal conosciuto. Ma è passionato. Aggiunse XLIV lettere tolte dall'archivio di Königsberg. Ma altre furono indicate nella Biblioteca di Zurigo da M. Young nella Vita di Aonio Paleario (Londra 1860). Vedasi anche Apologia pro P. P. Vergerio adversus J. Casam. Ulma 1754. Dal catalogo delle opere del Vergerio, noi scegliamo quelle sole che fanno alla materia nostra.
Discorsi sopra i Fioretti di frà Francesco, senza luogo nè anno.
Don Giovanni da Cremona, parafrasi sopra i sette salmi.
Instruzione come si ha da consolar e ammaestrar uno, che sta in pericolo di morte.
Il Catalogo de' libri, li quali, novamente nel mese di maggio dell'anno 1549, sono stati condannati et scomunicati per heretici da monsignor Giovanni della Casa, legato di Venetia, e da alcuni frati. E aggiunto sopra il medesimo Catalogo un judicio e discorso del Vergerio, 1549.
Dodici trattatelli, fatti poco avanti il suo partire d'Italia. Basilea 1549-50.
Le otto difensioni del Vergerio, ovvero trattato delle superstizioni d'Italia e della ignoranza de' sacerdoti etc., pubblicato da Celio Secundo Curione. Basilea 1550.
Al serenissimo re d'Inghilterra Eduardo VI.
Della creazione del nuovo papa Julio III, e ciò che di lui sperare si possa, 1550. De creatione Julii III etc., 1550.
La sontuosissima festa fatta in Roma per la coronatione di papa Giulio III, con la solennità et ceremonia usata nello aprire la porta santa del Jubileo, con commento, 1550. Qua pompa et magnificentia Julius III, P. R. coronatus est, etc., anno 1550.
La forma delle pubbliche orazioni e della confessione ed assoluzione, la quale si usa nella chiesa de' forestieri, che è nuovamente stata instituita in Londra.
A' Principi d'Italia, 1550.
A quelli venerabili Padri Domenicani, che difendono il Rosario per cosa buona, 1550.
Bolla della Inditione e Convocatione del Concilio che si ha da incominciare in Trento al primo di maggio dell'anno 1551. Bulla Julii III Rom. Episc. etc. Cum Commentariolo de Vidae (pseudonimo), verso ex ital. Lingua. Basilea 1551. Tubinga 1553.
Al serenissimo duce Donato, et alla Eccellentissima Repubblica di Venezia, Orazione e Defensione del Vergerio. Da Vico Suprano, a X aprile 1551.
Missæ ac Missalis anatomia, h. e. Missalis enucleatio. Nunc primum (ut ea res purioris fidei cultoribus scitu necessaria ad alias quoque nationes deveniret) e gallica lingua latine versa a. 1551.
Concilium Tridentinum fugiendum esse omnibus piis, 1551, e altre volte.
Il Vergerio a papa Giulio III, che ha approvato un libro del Mutio, intitolato le Vergeriane. 1551.
Operetta nuova del Vergerio, nella quale si dimostrano le vere ragioni che hanno mosso i Romani Pontefici ad instituir le belle cerimonie della settimana santa. Zurigo 1552.
Risposta del vescovo Vergerio ad un libro del Nausea, vescovo di Vienna, scritto in lode del Concilio Tridentino. Poschiavo 1552.
Fondamento della Religione Christiana, per uso della Valtellina, 1553.
Consilium quorundam episcoporum Bononiæ congregatorum, quod de ratione stabiliendæ Romanæ Ecclesiæ Julio III pontifici maximo datum est, 1553 e più altre volte, e tradotto in altre lingue.
Ludovico Rasoro alla abbadessa dello monastero di Santa Giustina di Venetia, sopra un libro intitolato: Luce di Fede, stampato nuovamente in Milano per Giovanni Antonio da Borgo in laude della Messa, 1553.
Stanze del Berna con tre sonetti del Petrarca, dove si parla dell'Evangelio e della Corte Romana, 1554.
Delle commissioni e facultà che papa Giulio III ha dato a monsignor Paolo Odescalco, comasco, suo nuncio et inquisitore in tutto il paese de' magnifici signori Grisoni, 1554.
Catalogo dell'Arcimboldo, arcivescovo di Milano, ove egli condanna e diffama per heretici la maggior parte de' figliuoli di Dio, e membri di Christo, i quali ne' loro scritti cercano la riformatione della Chiesa Christiana. Con una risposta fattagli in nome d'una parte di quei valenti uomini, 1554.
Frà Aleandro Bolognese, in un suo libro stampato in Bologna nell'anno 1550, ha tolto a celebrare per cose verissime, catholice e sante, il concorso de' popoli alla statua et ai muri di Loreto, il sangue uscito fuor dell'hostia di Bolsena, gli altari fatti e consacrati per mano di san Michaele Arcangelo sul monte Gargano, et altre simili facende. Et papa Julio III ha tutto ciò approvato e confermato, onde ogni huom potrà far giudicio lui e la sua Chiesa Romana esser risoluta di volersi mantenere in tutte le consuete sue superstizioni, bugie, idolatrie et errori, in disprezzo deli huomini e di Dio, 1554.
Heus! Germani, cognoscite ex hac Epistola, quid de vobis sentiat et predicet Beatissimus Papa; tum etiam videte quale concilium cum suis creaturis celebraturus sit. Illustrissimo atque optimæ spei Puero D. Eberhardo, illustrissimi Princ. Christophori, D. W. filio primogenito, Munusculum Vergerii exulis Jesu Christi. A. 1554.
Lac spirituale, pro alendis ac educandis Christianorum pueris ad gloriam Dei. Regiomontani, s. a. Nel 1550 fu stampato in italiano a Pavia dalla stamperia Moscheno.
Della Camera et Statua della Madonna, chiamata di Loreto, la quale è stata nuovamente difesa da frà Leandro Alberti, bolognese, e da papa Giulio III con un solenne privilegio approbata. Nell'anno 1554.
De Idolo Lauretano. Quod Julium III, Rom. episcopum non puduit, in tanta luce Evangelii undique erumpente, veluti in contemptum Dei atque hominum approbare. Vergerius italice scripsit, Ludovicus ejus nepos vertit. Anno 1556, e altre volte.
Giudicio sopra le lettere di XIII huomini illustri, pubblicato da M. Dionigi Atanagi et stampate in Venetia, 1554-1555.
Consilium quod olim Paulus IV P. R. adhuc cardinalis S. Pet. Carapha dictus, Pont. Paulo III de emendanda Ecclesia dedit. Argyropolo 1555.
Precedentie alla Apologia della Confessione dello illustrissimo signor duca di Wirtemberga, del Brentio, ove si tratta dell'ufficio de' principi nella chiesa del Figliuol di Dio, dell'autorità della sacra scrittura, delle traditioni della Chiesa Cattolica. Tubinga 1556.
Historia di papa Giovanni VIII, che fu femmina, 1556. — De Papa fœmina, 1560.
Vide quid papatus sentiat de illustrissimis Germaniæ principibus, ac de liberis civitatibus, quæ Evangelio nomen dederunt; in primis quid de tota nostra doctrina, et de ministris ecclesiarum, 1556.
Ordo eligendi pontificis et ratio. De ordinatione et consecratione ejusdem. De processione ad ecclesiam Lateranensem. De solemni convivio, quo cardinales, episcopos atque alios excipit. Tum de pallio de corpore beati Petri sumpto, in quo est plenitudo pontificalis officii. Omnia excerpta verbum verbo ex libro, cui titulus: S. R. Ecclesiæ cerimoniarum libri VI, qui in vaticana secretiore Bibliotheca magna religione et reverentia conservatur. Reliqua etiam, quæ illic in hoc genere latebant, brevi evulgabuntur. Tubinga 1556, 4.
De Gregorio P. ejus nominis I. quem cognomento Magnum appellant, et inter præcipuos Ecclesiæ Romanæ doctores numerant. Invenies hic, candide lector, primum miracula circiter L. verbum verbo ex dialogis, quos ille in ipso adeo pontificatu scripsit excerpta: deinde nonnullos veluti flosculos ex ejus a Jac. a Varagine descriptam. Regiomontani 1556.
Alcuni importanti luoghi tratti fuor dell'epistole di Francesco Petrarca, con tre suoi sonetti, 1557.
Articuli contra cardinalem Moronum, de Lutheranismo accusatum et in carcerem conjectum, a procuratore Fisci et Cameræ apostolicæ, et nomine officii sanctæ inquisitionis instituti. Cum Scholiis, 1558.
Agl'inquisitori che sono per l'Italia. Del catalogo di libri eretici, stampato in Roma nell'anno presente, 1559.
Copia d'una lettera d'Atanasio, dello stato in che è la religione nel principio dell'anno 1559.
Postremus catalogus hæreticorum Romæ conflatus 1559. Continens alios quatuor catalogos, qui post decennium in Italia, nec non eos omnes, qui in Gallia et Flandria post renatum Evangelium fuerunt editi. Cum annotationibus. Pforzheim 1560, e altrove.
In che modo si portino nel tempo del morire quei che ritengono l'obedientia della sedia romana. E in che modo quei che Luterani, ovvero Eretici si chiamano. Con la confession della fede d'un servo di Gesù Cristo, 1560. All'Illustrissimo ed Eccellentissimo Principe e signor, il signor Ercole Gonzaga, chiamato il cardinal di Mantoa, Legato al Concilio di Trento. Che papa Pio IV non fa da dovero, 1561.
Comparation tra 'l Concilio Basiliense e il Tridentino, 1561.
Lettera al signor Francesco Betti, delle insidie che il papa m'ha posto attorno, 1562.
Della declinazione che ha fatto il papato solamente da undici anni in qua. Ai fratelli d'Italia. Ristampato la terza volta l'anno LXII, con qualche aggiunta, specialmente delle cose di Franza.
Ai miei carissimi in Cristo e onorati fratelli della Valtellina, Chiavenna e Piur. Che concilio desiderino gli amatori della renascente dottrina del Vangelo; e che concilio si celebri tuttavia in Trento.
Ai fratelli d'Italia. Di un libro di frà Ippolito Chizzuola da Brescia, 1563.
Risposta ad un'invettiva di frà Ippolito Chizzuola da Brescia, 1565.
Responsio ad librum Antichristi Rom. Regiomontani 1563.
Quod Pius Papa IV, licet concilium indixerit, nihil tamen minus in animo habet, quam profligatam ex Ecclesiis, quæ illum adhuc agnoscunt. Jesu Christi doctrinam restituere, sed pristinos abusus atque idolomanias retinere et confirmare auctoritate concilii (De concilio papæ Pii IV). Tubinga 1563.
Vergerii opera adversus papatum. Era la collezione da lui cominciata, ma dei tre volumi uscì uno solo di 800 pagine, a Tubinga 1573.
120. Catalogo.
Tubinga 12 marzo 61.
«Ho mandato all'altezza vostra la bolla d'intimazione del Concilio con alcune mie annotazioni, affinchè, come alquanto tempo, mentr'era del tutto cieco, fui versato in queste cose papistiche, manifestassi alcuni luoghi che non facilmente s'intendono. Alcune giova qui ripeterne. Pio IV, con certo quale apparato viene all'intimazione del Concilio, premettendo due bolle: una in marzo passato col titolo «Per conservar la pace, estirpar le eresie e proseguir il Concilio»; l'altra del novembre col titolo «Per l'indulgenza del felice Concilio generale, che s'ha da indire e continuare in Trento» e in questa chiama la dottrina nostra pestifera e perniciosa setta, esiziosa zizzania, falsa e perversa dottrina degli eretici, prava opinione nella fede: e ripete e inculca che noi siamo empj eretici, sprezzatori della religione; ci paragona fino ai Turchi; che gravi ferite recammo alla Chiesa cattolica, e minaccia voler abbattere le nostre riforme. Con tali complimenti il padre santo accoglie le nostre chiese, strappate dalle fauci di lui per grazia di Dio.
«Premesse queste due bolle, promulgò l'intimazione, nella quale ci carica quasi delle stesse contumelie per grazia sua, e spaccia molte cose inonestissime e intollerabili. Fra l'altre, dice di voler celebrare il Concilio generale, quasi tutti i regni e le provincie che dal papato si separarono, debban volarvi; ma non s'aperse di voler continuare il vecchio, come disse in due bolle. Volle certamente ingannare, ma loda i predecessori suoi Paolo III e Giulio III, ciascun de' quali aveva adunato un ingiustissimo Concilio; anzi Paolo III coll'armi avea tentato il compimento dell'appena cominciato Concilio: questi egli loda, di questi vuol continuare i Concilj. E ciò ch'è principale, convoca i suoi stessi, che a Trento non fanno altro, nulla pronunzian di suo, ma soltanto le cose che il papa giorno per giorno manda per la posta (per dispositos equos); attentissimo esclude tutti i nostri, ai quali tolse fin il salvocondotto, dato dal Concilio tridentino. Insomma trae a sè tutta la cognizione della causa religiosa. E non solo queste enormissime cose comprende nella sua indizione, ma molt'altre che qui non è luogo e occasione di riferire.
«Eppure queste, sebben assurdissime, nulla sono se badiamo a quel che seguì.
«V'è gran separazione e quasi divorzio irreconciliabile fra le nostre chiese e il papa. Son quasi venti anni che nessun legato papale venne più agli illustri principi nostri: nè, dopochè io da Clemente VII e da Paolo III fui mandato, credo che altri ci venisse. Ed è da avvertir bene che, quando fui mandato io, nessuna intimazione erasi ancora pubblicata, ma trattavasi solo del luogo, della forma, del modo di celebrarlo; onde la legazione aveva una certa qual moderazione, non era affatto ingrata, eppur nulla ottennero; gli illustri principi rispondeano press'a poco quel che rispondono ora, non aver affare col papa; non verrebbero alla sua intimazione, di far la quale e' non aveva autorità; Cesare avea dato speranza di celebrar il Concilio in Germania; di questo seguirebber essi l'autorità, non del papa. Le quali cose avrebbe dovuto aver presenti Pio IV se voleva mostrar senno. Ma che? Nè volle trarsi in memoria le cose già fatte, benchè da pochi anni, come fanno i savj: nè pare vi fosse tra' suoi consiglieri, cancellieri, segretarj, nè fra i trenta cardinali che sottoscrissero alla bolla, chi lo avvertisse delle cose passate; giacchè, trascurate o dimentiche queste, dopo sparse per tutto il mondo le ingiurie acerbissime che disse contro noi e la nostra dottrina, delegò due suoi prelati che invitassero gli illustri principi al Concilio. Deh quanta arroganza, quanta impudenza ed imprudenza, perocchè la sua indizione, la più iniqua dopo che c'è uomini, la più bestemmiatrice contro Dio e gli uomini, avea divulgata, avea recato la ferita. Paolo III non poteva, da quelli che non avea vituperato, impetrar che andassero a Trento per trattar della forma e del modo di celebrarlo; e costui, dopo aver tutto stabilito da sè, e massime ciò ch'è più importante, di volerlo celebrar solo fra' suoi, attentamente rimossi e respinti i nostri, pure osò mandar una legazione, colla quale gli illustri principi di somma sapienza e pietà e gravità invitasse ed esortasse a questa così enorme indizione, e si sottomettessero al papa nel Concilio tridentino, negata la genuina dottrina di Cristo, alla cui norma riformarono le loro chiese. Perchè a dirittura non gl'invocava al bacio dei piedi a Roma? Gesù, quanta insolenza! Pur dovea ricordarsi d'aver testè offese le loro altezze serenissime con somma ingiuria, affiggendo turpi obbrobrj alla dottrina di cui si professano nutriti e propagatori, e d'averli chiamati eretici: che cosa potea dir di peggio?
«Mi meraviglio assai dell'imprudentissimo consiglio del papa; mi meraviglio non vi fosse fra i trenta cardinali e gli altri ministri chi non gli abbia detto di non mandare questa sconsigliatissima legazione. Che direbbe mai questa civilissima nostra età quando sapesse il fatto? Che direbbe la posterità? Gli è come se i legati avessero detto, Clemente VII e Paolo III domandarono che le vostre altezze venissero al Concilio prima di pubblicarne l'intimazione, e vi fu risposto non aver il papa podestà d'intimar il Concilio: ne nacquer offese incomparabili e guerre gravissime, perocchè foste trattati a ferro e fuoco: or successe un altro papa, che già pubblicò l'intimazione fatta a suo modo, ed avvisa che andiate a Trento, non come giudici e definitori della causa, ma come assistenti e spettatori; mentre il papa per la gola e la lingua de' suoi mitrati pronunzierà condanna come legittimo giudice contro voi e la vostra dottrina, e confermerà tutte le cose sue: ciò conviene a voi fare, cioè sottoporvi all'obbedienza della Santa Sede, non già abbracciar e difendere una religione varia ed incerta.
«Chi ben faccia mente si chiarirà che tale è il senso delle parole che i legati del papa spacciarono nella dieta de' grandi principi, e non vergognaronsi di toccare che sotto gl'illustri nostri principi v'abbia tanti evangeli quanti capi; calunnia e bugia, che appresero dagli Stafili e dagli Osii. Ma fortunatamente le vostre altezze risposero virilmente e cristianamente, eppur con somma modestia, per quanto imprudentemente provocate.
«Dirò quel che penso. Questa medesima risposta, come costernerà gli avversarj, massime il papa, così ecciterà e infiammerà gli animi di tutti i pii, e solleverà somma speranza di ben condurre le cose. È da ringraziar il padre celeste per Gesù Cristo, che col Santo suo Spirito sì ben governa le nostre chiese.
«Aggiungerò che or più che mai sospetto di quel che sempre dubitai, che il papa abbia tutt'altro in animo che il Concilio. Paolo III quando celebrava il suo conciliabolo, e vedeva venir nessuno de' nostri principi del sacro impero, il 3 luglio 1546 scrisse agli Svizzeri, che in Germania non pochi anche fra' principi disprezzavano il Concilio, e diceano non obbedirebbero ai decreti di esso, onde si doleva che tale ostinazione lo obbligasse alle armi. Dappoi, quando coll'intercessione e l'opera di Cesare diede il Concilio, parvegli che chi lo ricusava e sprezzava, sprezzasse pure l'autorità di questo, e mosse armi dall'Italia, che congiunte coll'esercito di Carlo V, fecer quella gravissima guerra che tutti sanno. Or pure sospetto che Pio IV non voglia imitar Paolo III, vedendo spregiata la sua autorità. Ma non si dee però cader di cuore; vive Dio; e la sposa del diletto Figliuol suo Gesù Cristo Signor Nostro che dalle tenebre liberò, non abbandonerà».
122. Lett. 11 luglio 1561.
123. Lettera 20 novembre 1560 da Tubinga.
124. Così il Minturno scrive al Gesualdo nel 1534.
125. Non tam exemplis rationibusque actum est, quam conviciis ac maledictis: nec christiana pietate sed canina facundia.... Nec jurgiis modum sed, quod dictu nefas est, jocis et scommatis libros referserunt. Quin vero qui veritatis indagandæ studio scribunt, mites modestosque semetipsos exibeant, Christi exemplo, qui cum esset veritas, in se ipso quoque mansuetudinem prædicavit, tantumque abfuit ut ultro maledixerit, ut etiam, quod Petrus ait, maledicenti non minaretur.
126. Ulrico Valenio, che primo impugnò la venuta di san Pietro a Roma, fu confutato anche da eterodossi: Guglielmo Cave, l'Ammondo, il Grozio, il Pearson, il Blondel, Chamier, Patricio Giunio, Baldassare Babelio, Tommaso Ittigio, Giovanni Clerc, Samuele Basnage, Newton, Giuseppe Scaligero, Giovanni Pappio, ecc.
Le opere del Cortese furono raccolte dal marchese G. B. Cortese, e stampate dal Comino a Padova il 1774, in due tomi, col titolo Gregorii Cortesii monachi casinatis S. R. E. cardinalis omnia quæ huc usque colligi potuerunt, sive ab eo scriptæ, sive ad illum spectantia. Oltre i versi e una elegante descrizione del sacco di Genova nel 1522, vi sono le sue lettere italiane, scritte la più parte al Contarini, le latine, dove fin il Bembo trovava che non si direbbero d'un frate, «nella qual cosa egli merita in tanto maggior lode, che delet maculam jam per tot sæcula inustam illi hominum generi di non sapere scrivere elegantemente»: un'edizione del Testamento Nuovo, confrontato agli esemplari greci.
127. Ep. del 1537, vol. I, 749, 758.
128. Ep. 9 del l. XV.
129. Scrive a Giovanni Francesco Bini il 20 agosto 1535:
.... «Mi par che voi pensiate e stimiate ch'io mi sia sdegnato per conto delle censure. Io non sarei cristiano se così fosse, e sarei molto insolente se volessi tôrre la libertà a chiunque sia di dire e scrivere come gli venisse voglia. Le censure non mi son dispiaciute, e chiunque scriverà contra di me per dimostrarmi la mia ignoranza, non mi offenderà..... Ma quella proibizione de' libri mi è doluta fin a morte, fatta così nominatim et in specie e incivilmente...... Ne è stato tanto che dire a Lione, in Avignone, ed in tutte le parti circonvicine, che in vita mia non mi trovai sì mal contento giammai, e quasi non potevo alzar il viso.... A me è stato forza, per ovviare a tanta infamia, mandare le censure e le risposte a Lione, non perchè si stampino, ma perchè si vedano..... Voi dite che le risposte pungono. Non si può, credo io, rispondere se non si redarguiscono le ragioni dell'avversario, e le allegazioni non si mostrano non bene allegate..... Ma come si sia, lo scrivere ed opponere è libero a ciascuno, ed io non fuggo d'esser ripreso: anzi quel che voi dite esser chi dica molti altri luoghi meritar riprensione, mi sarà forte grato che mi sieno mostrati, che sempre imparerò qualche cosa, e l'avvedermi della mia ignoranza mi sarà buona dottrina. La quale ignoranza io non la disdico in me: sol dico che, se quelli che vanno a Parigi a studiare in teologia, in sei anni si addottorano, io, che l'ho studiata otto anni continui in Carpentras, non dovrei esser dalla natura sì mal dotato, che io non ne avessi preso qualche parte; e se ben non ho studiato Durandi, Capreolo, Ochan, ho studiato la Bibbia, san Paolo, Agostino, Ambrogio, Crisostomo, e quei degnissimi dottori che sono le colonne della vera scienza».
130. Girolamo Negro, al 6 dicembre 1535 da Roma scriveva a Marc'Antonio Micheli: «Sua signoria reverendissima (il cardinale Farnese?) sta ben del corpo e meglio dell'animo, sì per le doti della natura sua ben composta, come eziandio per le acquistato virtù; onde nella morte del carissimo fratello, nè la morte, nè la povertà in la qual si trova in questo grado, gli dà punto di noja, nè lo disvia da' suoi studj. Ora la sera legge il Fedone di Platone greco e la Logica d'Aristotele a certi nostri; la mattina fa esercizio col papa a Belvedere, dal quale è ben veduto, e così da tutta la Corte. Dopo pranzo, con belli tempi cavalca per queste anticaglie...... Tiene circa venti cavalli, perchè le facoltà sue non gli bastano per di più, e bocche quaranta. Vivesi mediocremente a guisa de' religiosi senza pompe. Il papa gli ha assegnato scudi duecento al mese per il suo vivere, la qual provisione con gli emolumenti del cappello basta per l'ordinario della spesa, e scorrerassi così finchè Iddio mandi altro.
«È venuto qui da Carpentrasso M. Paolo Sadoleto nipote del vescovo: giovine dotto e gentile, al quale ha rinunciato l'episcopato. E perchè credo vostra eccellenza intendesse già il travaglio gli fu dato dal maestro del Sacro Palazzo sopra li commentarj suoi sopra l'epistola di san Paolo alli Romani, accusandolo di eresia e vietando li libri non fossero venduti, il vescovo mandò qui al papa una bella apologia, ed era attaccata una grossa scaramuzza con questo frate suo conterraneo (il Bacia), sopravvenuto il reverendissimo nostro, si ha interposto e fatta la pace, con grande onore del vescovo; li libri sono stati approvati e rilassati. Il detto M. Paolo ha portato qui il libro di suo zio tanto desiderato, che è l'Ortensio, lo quale è in man nostre; e ci dice che 'l scrive ora De Gloria, per rifar del tutto li danni nostri di tanta perdita» (cioè la perdita del libro De Gloria di Cicerone).
131. Ep. 4, l. XI.
132. Ne' manuscritti vaticani, nº 3918.
133. Ep. del lib. III.
134. Vedi Tiraboschi, St. della letteratura ital., Tom. VII, p. 1. La vita del Sadoleto fu scritta da Fiordibello, di cui parliamo nel testo. Il libro del Sadoleto sull'educazione e la vita comparvero tradotti in francese dal Charpanne, nel 1865.
Nipote del Sadoleto fu Paolo Sacrato canonico di Ferrara, di cui sono a stampa (1579) molte lettere a personaggi d'allora; un libro sulla Genesi, uno sui Salmi, uno sull'epistola canonica di san Giacomo. Al fine delle sue lettere ha due discorsi a difesa di due prelati, i quali le loro pastorali aveano scritte in italiano perchè la più parte de' preti della loro diocesi non capivano il latino.
135. Spondano, Ann. Eccl. ad annum.
136. Dal processo del Morone appare che quei dell'accademia aveano pubblicato un libro «In che maniera doveriano esser istrutti in fine della pueritia li figliuoli de' Cristiani nelle cose della religione».
137. Era un tristo arnese questo Bendinelli. Carlo Sigonio, dappoi così famoso come storico, era stato eletto successore al Da Porto in Modena, e preparò una vita di Scipione Africano per dedicarla a Cosimo de' Medici, sperando così esser chiamato lettore a Pisa. Il Bendinelli, che già avea divulgato censure contro alcune traduzioni del Sigonio, fece secretamente stampare essa vita, e così scornò il Sigonio.
138. Il Morone nel suo processo narra che, quando cresimava, «fu posta fuori una pittura in suo obbrobrio, che era un asino con la mitra in testa e col piviale».
139. Sadoleti ep. famil., vol. III, p. 317, 319.
140. Autor di varie operette e traduzioni, molto lodato dal Castelvetro. Non trovasi sottoscritto al formolario: ma sul fine di sua vita fu sospettato di nuovo d'eresia, onde fe segreta abjura davanti al cardinale Morone. Ma parendo che questa segreta abjura non bastasse, e' ne prese tal afflizione che morì, di circa cinquantasei anni, il 1568.
141. Ochino, non ancora apostata e condannato.
142. Lettere levate da un cartolario appartenente al cardinale Morone, deposte nell'archivio secreto vaticano.
143. «In compenso del vescovado di Tortona, quale il N. S. indignamente avea levato al conte Giovanni mio figliuolo, S. S. gli ha conferito quello di Modena, etiam che per me non si ricercasse altro che digno compenso.»
Lettera del cancelliere Morone, marzo 1529, nel vol. III della Miscellanea di cose italiane.
144. Son parole del processo di lui, del quale già largamente ci valemmo e più ci varremo in questo discorso. La copia che noi usammo, d'oltre seicento carte, e che dobbiamo al signor duca Scotti, servì certamente ad uno de' giudici, come mostrano i segni ed appunti ch'esso vi fece. Pur troppo, secondo il consueto, son taciuti i nomi, che ci avrebbero dati molto maggiori indizj.
145. Le lettere del Morone, che son nell'archivio vaticano, attestano le premure continue perchè il Concilio si facesse ed accelerasse. Nell'adunanza di Hagenau però riferisce come i Luterani avessero risposto al re de' Romani in modo da toglier ogni speranza di concordia, dicendo apertamente che non conoscono nè vogliono riconoscer il papa per capo. «E se pure l'imperatore e il re vogliono che li ministri di sua santità intervengano al convento proposto, non intendono che sua santità abbia più di una voce, come ogni altro vescovo. Quanto alla restituzione delli beni ecclesiastici, dicono non esser tenuti, perchè li dispensano meglio che non faceano li primi possessori, di che s'offeriscono render conto» (23 luglio 1540, Arch. vaticano).
Il cardinale Farnese rispondendo, fra altre cose, dice trovarsi strano che voglia trattarsi di dogmi per opera di principi, non di teologi; e che il duca Lodovico di Baviera non abbia menato seco Echio, se non per disputare, almen per consiglio: il qual Echio è certo molto dotto e peritissimo in questa materia s'altri mai in Germania; nè tanto duro quanto lo fanno gli avversarii, che ne traggono pretesto di ricusarlo per timor che hanno di esso. «Ed è gran cosa che detti avversarii mandano chi e come vogliono, e danno la legge alli Cattolici di non poter introdurre, se non quei che piaciono agli eretici» Roma, 24 luglio 1540.
146. Oltre la dolcezza, il Morone palesa già nella legazione, come poi nel processo la poca fiducia in sè, il desiderio d'abbandonar gli affari, il bisogno d'aver l'appoggio di un Legato. Il vescovo d'Aquila scriveva al cardinale Farnese da Worms l'8 gennaio 1541: Mutinensis est satis turbato animo, excusat se a negociis, credo prudenti consilio quia prudens est et perspicacis ingenii; nunquam tamen potuit induci ut semel tantum una cum Feltrensi voluerit tractare causam; imo dicit se velle ad Urbem proficisci, vel ad regem Romanorum. Excito ejus animum, quantum possum omni studio foveo, confirmo; dignus enim est ut ametur, sed video animi obstinationem: hodie enim confirmavit se omnino deliberasse de recessu, et nolle futuris comitiis interesse.
147. «Mentre ho servito Paolo III come nuncio in Germania, ho sempre voluto tenere il luogo che si deve a un nuncio apostolico, sopra tutti gli altri ambasciadori di imperatore e re, e sopra tutti li principi dello impero, etiam gli elettori ed ecclesiastici. Il qual luogo non avria potuto tenere mordicus se avessi avuto a ritenerlo per un principe secolare. Oltre di questo, avevo le facoltà molto ampie, le quali dispensavo per tutta Germania secondo il bisogno; quali istantemente avevo richiesto, e fatto diverse volte ampliare. La qual facoltà, se il papa fosse solo principe temporale, anzi se non fosse papa universale, non potria darle da dispensare in provincie esterne». Processo.
148. Lettera 22 giugno 1542. Il formulario colle firme trovasi nel I volume delle opere del cardinale Cortese.
149. Nell'archivio vaticano, Nunziatura di Germania, VIII, 64, è una nota anonima del settembre 1540, di persone opportune a mandarsi col cardinale Contarini in Germania. Son essi il generale de' conventuali, Gregorio Cortese che conosciamo, il maestro di sacro palazzo, Pietro Ortiz, Pietro Martire, canonico regolare, il Flaminio. Di questi ultimi dice: «L'uffizio di scriver ben potria far anche il Flaminio, bon poeta e bon orator, ben dotto in greco, e per molti anni datosi alla scrittura sacra e dottori antiqui; ben stimato per il commento sopra alcuni psalmi.... Non cognosco don Pietro Martire. Il reverendo Contureno, per relazion del Flaminio, ne dice miracolo della dottrina teologica ed altre, ed eziandio della lingua greca e latina, e credo anche in qualche parte della ebraica. Il che è molto a considerar tra quelli che si mandano, perchè li Luterani maggior profession fanno e più si valgono delle lingue che di ogni altra cosa. Se si avesse potuto aver teologi secolari d'Italia, sarebbe stato meglio; ma di questo ben manca l'Italia, e bisogna servirsi di religiosi....».
150. Jacopino Lancellotti, in una cronaca inedita che ora si va stampando, all'anno 1543, dice venuti da Roma al vescovo 40 articoli di fede, sui quali esaminare gli accademici che espongono false dottrine. Il cronista le dice sparse da Francesco Greco (di nazione) che legge greco in comunità per venticinque lire al mese, ad istanza degli accademici. Vi sono molti, e de' migliori della città, che sono tutti immersi nel greco. Si dice che il vescovo (Morone) voglia far sottoscrivere gli accademici....... Si dice che Francesco Greco era per non sottoscrivere gli articoli. Nicolò Machella andò per la stessa ragione a Venezia. Gli altri trenta accademici sono spaventati. Viene per questi articoli il modenese Bertani, vescovo di Fano. Gli accademici insinuano non mangiar magro, non confessarsi che a Dio, non venerare i santi, e non celebrare che poche feste, non esservi purgatorio. Il canonico Valentino diceva voler vendere tutti i libri, i galantuomini non potendo più studiare le scritture senza incorrer pericoli.
Si sospende la sottoscrizione dei quarantuno (sopra disse quaranta) articoli per non mettere in voce di luterana la città, essendosi solo disputato per istruzione. Ciò saputo, il Machella ritornò a Modena.
Settembre. Il vescovo invita varii accademici a sottoscrivere i quarantun articoli: risposero lo faranno se prima li sottoscrivano i conservatori del Comune; interrogati, questi risposero voler sentire su di ciò gli aggiunti. Tre soli furono poi i conservatori che sottoscrissero. Allora il cardinale Sadoleto modificò gli articoli. Si fece tornare Francesco Greco, ma perchè era stato processato fuori, pare che il vescovo non volesse la sua sottoscrizione, del che lagnaronsi gli accademici, che lo condussero in comunità, ove dichiarossi pronto a sottoscrivere, e che voleva gli fosse mantenuta la cattedra di greco. Tutta la città è sottosopra.
L'inquisizione presenta al governatore lettere ducali perchè dia il braccio secolare contro le eresie che sono in Modena.
Nota che alle prediche del francescano Dalla Pergola andava sempre il governatore — e gran gente: ebbe rimproveri dal suo provinciale: il Morone lo protegge: l'Inquisizione gli dà da giustificare quarantasei articoli e riesce vincitore. Dice non predicava che l'Evangelo, non nominava santi, nè penitenze quaresimali: asseriva aver Cristo pagato per noi. Gli accademici alle sue prediche sono più di venticinque, tra quali Andrea librajo il primo a introdur libri eretici in Modena, che furon poi bruciati a Roma. Il cronista dice il Pergola mandato a Modena dal Morone, e che tornato a Venezia, i suoi superiori lo carcerarono.
Un canonico regolare prende ad esame cogli inquisitori un libro senza data, da lui trovato in camera di Lucrezia Rangoni, e accusa l'ignoto autore di esso al vicario vescovile: dal pulpito invita chi ha libri proibiti a portarglieli.
A Bologna è bruciato, come a Modena, per eresia quel libro che gli accademici lodano.
Dall'archivio di Stato, già archivio segreto estense, copiamo questo brano di relazione, che Francesco Villa governatore di Modena manda a Ferrara al duca per mezzo del suo cancelliere M. Gentile Albino, il 12 agosto 1542.
«Prima, che instando il reverendissimo cardinale Morone (in vertù d'un breve di nostro signore) perchè alcune persone di Modena si sottoscrivano ad una modula di capitoli che saranno con queste instruzioni, loro si rendono difficili e renitenti a volerlo fare, dicendo non stare a loro a dare sentenza di queste cose, ma accetteranno quel che sarà determinato dal Concilio. E pure alcuni capitoli vi sono, alli quali loro si sottoscriveriano, ma volendo detto reverendissimo si sottoscrivano a tutto e non ad una parte sola, la cosa sta così imperfetta. Detto reverendissimo veramente è proceduto con tutta quella destrezza che sia possibile. Aggiuntavi ancho l'opera di esso signor governatore, quale non è mancato ricordarli che, per le asprezze che usò il cardinale Gajetano legato d'Alemagna con li Luterani, nacque di piccola favilla quel grande incendio che anchor oggi arde, e che sua reverenza si guardi che Dio non voglia e permetta talora e per li peccati del mondo mettendo a disperazione costoro, persone di molto ingegno e spirito e d'un sottil cervello, sorgesse un qualch'altro simil fuoco in Italia, onde per il lento procedere d'esso reverendissimo e per quel che le dette persone hanno scritto a Roma sia nostro signore entrato in sospizione de sua reverendissima, e ha eletto sei cardinali legati alla requisizione de' Modenesi: delli quali si pensa che ne manderà uno ad essa città a procedere e inquirere sopra le cose della fede, di che esso reverendissimo è rimasto con tanta mala sodisfazione de dette persone, che non voleva intromettersene: pur pregato da esso signor governatore, se ne lascia parlare, et quando queste persone volessero sottoscriversi, accetterà le sottoscrizioni: in che esso governatore non manca, siccome ha fatto buon ufitio col cardinale, di farlo ancho con loro, et esortarli a sottoscriversi per accomodare questa differentia la quale conosce quanto è di mala natura e quanto male ne potria seguire, e perchè troppo gli dispiaceria per l'honore dell'illustrissimo signor duca che nel suo Stato pervenisse da Roma a Modena un cardinale a far processi e inquisizioni di cose della fede, massime stendendo lui gli capitoli, nè essendo sua sicurtà, ha voluto che io li porti a sua eccellenza (il duca) acciò, vedutili e mostrati come gli parerà, possa deliberare e pigliare qualche espediente opportuno sopra questa pratica, la quale per molti rispetti è di gravissima importanza, e ricerca gran considerazione».
151. Balzac scriveva a Chapelain:
«Je suis bien avant dans la querelle d'Annibal Caro, mais je ne change point de passion, et l'estime toujours plus honnête homme que son adversaire, quoique peut-être son adversaire soit plus grand docteur que lui. Je n'ai gueres vu de grammairien de la force de ce modenois, soit-ici, soit dans les commentaires sur la Poëtique d'Aristote. Il faut avouer pourtant qu'il pèche quelque fois par trop de subtilité, et qu'au reste c'étoit un ennemi public qui ne pouvoit souffrir le mérite ni la reputation de personne». Lettera 5 del libro V del 1640. Nelle opere di Chevreau, pag. 330, ediz. del 1697 dell'Aja, leggesi una lettera di questo, a M. de la Menarderie, ove dice: «Je viens d'achever de lire votre poëtique, où vous traitez Castelvetro d'une étrange sort. Et peut-être qu'autre fois vous n'eussiez pas trouvé votre compte, s'il est vrai ce que Pasquin lui a reproché en quelque endroit, qu'il passoit de la langue aux mains, de la plume au fer, de l'encre au sang: et qu'il avait fait assassiner un fort galant homme qu'avoit pris la liberté de lui contredire».