DISCORSO XXVII.
PIETRO PAOLO VERGERIO VESCOVO DI CAPODISTRIA.

L'elettore palatino Federico il Saggio, appassionatissimo per le reliquie, ne faceva incetta in ogni parte del mondo, e le riponeva in capse e teche di legno, di vetro, d'ebano, ornate di pietre, d'argento, d'oro. Uno degli incaricati di tale ricerca fu il monaco Burcardo barone di Schenk, il quale poi dalle prediche di Lutero lasciossi indurre a mutar fede. Per quella raccolta stando a Venezia, il 19 settembre 1520, informava come varie opere di Lutero si fossero introdotte in quella città, e il patriarca e il papa n'avessero proibita la vendita; poi al 5 aprile seguente aggiunge che, per ordine del papa, il patriarca scomunicò per tutte le chiese Lutero e chi ne tenesse i libri.

Conobbe egli colà Pietro Paolo Vergerio o piuttosto Verzerio, giacchè la sua famiglia portava nello stemma un cavolo (verza). La qual nobile famiglia di Capodistria, un secolo prima, avea prodotto un famoso erudito, vissuto alla Corte dei Carrara di Padova, de' quali celebrò le glorie. Pietro Paolo ebbe fratelli Giacomo, Aurelio e Giovanni Battista, che tutti salirono in rinomanza. Egli studiava a Padova, quando lo Schenk l'indusse a recarsi nel Würtenberg a compire gli studj e portare reliquie a quell'elettore, e lo raccomandò allo Spalatino, cappellano di questo, «persuaso che sarebbe di grand'onore ed utile all'Università, perchè di nobilissimo ingegno e memoria, e reputasi il migliore in diritto e belle lettere fra i giovani dello studio di Padova». Col fratello Giacomo si mosse egli in effetto, ma l'elettore, dacchè Lutero predicava, erasi visto diminuire l'entrata che provenivagli dalle indulgenze, onde si moderò nello spendere, e massime in reliquie; e non potè anticipare denari al Vergerio pel viaggio. Questi pertanto rimase a Padova; ma ciò l'avea fatto conoscere in Germania, e doveva influire sul suo avvenire. Dottorato, fu in uffizj giuridici a Verona, a Padova, a Venezia, poi andò a Roma, dove facea da segretario di Clemente VII suo fratello Aurelio, che morì cavalier di Malta nel 1532.

Pietro Paolo si pose a servigio del cardinale Contarini, ed entrò nelle grazie del papa, che lo destinò a succedere al Rangoni vescovo di Reggio come legato a re Ferdinando di Germania. Scopo della legazione era d'ottenere che, essendo le dottrine luterane condannate già da Leone X, s'avesse ad applicare ogni mezzo per isvellerle; dar incoraggiamenti a Faber, Eck, Cochleo, Nausea, e agli altri amici della religione cattolica.

Il Vergerio in Germania ebbe buone accoglienze dall'imperatore, e ne fu investito di qualche benefizio. Del tempo ch'egli stava colà molte lettere conserva l'archivio Vaticano[88]. In una del 22 settembre 1533 a Jacobo Salviati mostra come, per attendere al meglio della Chiesa, importerebbe che la santa sede facesse almen tregua col Turco. E se mai il proporla si trovasse men decoroso, esibisce entrare egli stesso in Turchia, col pretesto di tornare per suoi affari in patria, donde, conoscendo la lingua e non avendo dignità, potrebbe facilmente passare a Costantinopoli, e colà trattare sottomano. E tanto più che aveva benevolo il balio Alvise Gritti, del cui padre doge avea steso l'elogio.

In altre a monsignor Carnesecchi mostra quanto il re di Germania stesse in apprensione pel congresso del papa col re di Francia a Marsiglia e per quelle nozze. Ripete più volte le proteste «dell'ardentia sua di servir con sincerissima fede, perchè ho lasciato la precedente mia vita et industria per farlo fin alla morte, se bene non havessi premio e favore mai, che lo haverò da Jesù Cristo, spero» (18 marzo 1534).

Più notevole è una sua lettera del 27 agosto 1534 al senato di Venezia, ove dipinge il danno fatto dalla setta luterana non solo alla religione, ma al quieto vivere della Germania, eccitando a sedizione e tumulto, e a prendere l'armi contro i signori. Questi effetti si produssero con libri scritti in latino, ma poi Martin Lutero si accorse quanto frutto potrebbe fare «nelle maledette sue vie, scrivendo più presto con la lingua comune della Germania». Non contenti, «hanno pensato diffondere questo tossico di heresia e di sedition nella Italia». Perciò da un frate veneziano che abita in Augusta fecero comporre in vulgare nostro un libretto di forse cento carte in ottavo, col titolo Correzion del stato cristiano, anno 1533, senza nome d'autore, nè luogo: «libro pieno in sè di tutte le ribalderie, heresie, distruzion della nostra fede che finora hanno saputo immaginar Luterani e tutta quell'altra feccia d'uomini barbari che sono nemici e d'Italia e di Cristo». È facile capire che è destinato all'Italia, e che vi recherà gran guasti fra i nostri, essendo tale che «non potria esser peggiore e più pericoloso». Pertanto avendo quel felicissimo dominio avuta sempre la gloria cogli uomini e il merito con Dio di difender col proprio sangue l'onore e la salute della santa fede, li supplica a guardarsi dai mali principj che quel libro potrebbe diffondere; e impedire che tra le mercanzie ne sieno portate delle balle.

Poi ai 30 dello stesso mese scrive al Carnesecchi avvertendolo che a Trieste «pullulava molto bene il luteranismo, preso per il commertio della Germania»; egli provvederà come può: e lo stesso re di Germania, se è costretto dissimulare nelle terre dell'impero di Boemia, è poi rigorosissimo nel suo patrimonio arciducale d'Austria, «e fa volentier severa demostration contra quei maledetti, e contra Tergestini la farà severissima». Soggiunge sapere come, «uscita da Trieste, questa peste è attaccata molto bene a un castello nominato Piran, dove pubblicamente alcuni ribaldi andavano contaminando gli animi delle semplici persone. Monsignor, io conosco la natura del paese, perchè ivi è la mia patria. Se tra quelle singolarità di intelletti penetra la setta luteristica; se quel canton dell'Italia si ammorba, vostra signoria vedrà presto (sed Deus omen avertat) tutte le circumvicine provincie e region infette e corrotte». E però l'esorta a informarne il pontefice perchè osti ai principj, e voglia infiammare i signori veneti a far provisione severissima: egli stesso ne scriverà alla signoria. «Io so bene che alcuni di quei scellerati di Pirano sono stati chiamati a Venezia per questa causa, ma so eziandio che più severità vi si dovria usare che non si usa. Monsignor, dico che nessuna cosa più importa ai nostri tempi che questa: e se coloro se ne vanno impuniti, actam est de tota Istria, actum cum summo totius Italiæ periculo».

Il Vergerio era tornato a Vienna d'ordine del nuovo papa onde lealmente e incondizionatamente insistere perchè fosse radunato il Concilio[89]; e al tempo stesso offerire a chi volesse la corona d'Inghilterra, demeritata da Enrico VIII col farsi eretico. Ivi ebbe con Lutero un colloquio, che frà Paolo Sarpi descrive con evidente retorica, facendo dal legato esporre mille offerte e promesse del papa, e da Lutero ricusarle con frasi da antico Romano. Ma il Seckendorf, infaticabile cercatore di quanto glorifica il luteranismo, riferisce quell'abboccamento senza veruna delle circostanze fantasticate da frà Paolo, nè la pomposa diceria che questo mette in bocca a Lutero; racconta solo che questo, la mattina, raccomandò al barbiere: «Radimi bene, perchè devo parlar col nunzio papale, e voglio parergli più giovane, e così crescergli la paura ch'io abbia a campare a lungo». Pure al Vergerio egli sembrò deforme di faccia, d'abito, di gesti; che parlasse latino sì male, da non creder di lui i libri col suo nome pubblicati; lo giudica l'arroganza stessa, la malignità, l'impudenza, e conchiude: «Gran fastidio, mi faceva l'udirlo, nè volli altro rispondere se non due parolette per non sembrare un tronco».

Or va e credi al frate veneziano! Anche il Pallavicino nega affatto le indecorose esibizioni; quel colloquio non esser più vero che i fatti dell'Iliade; e gli contrappone il ragguaglio che il Vergerio ne scrisse al segretario del papa, come d'un incontro accidentale, ove non si parlò di nulla di serio. Noi siamo fortunati di poter produrre la relazione originale che il Vergerio ne diresse al Recalcati da Dresda il 12 novembre 1535[90], e sebbene lunga, non ci parve bene accorciare:

Nelle ultime mie, che furono date in Hall a dì 4 del presente, scrissi che io era per andar allo Elettor Brandeburghese; vi sono stato, e ora la S. V. intenderà il successo di quella parte di viaggio nella quale ci sarà alcuna cosa da avvertire, intrandovi frà Martino Luthero, e quello che ho potuto operare con quel Principe.

Da Hall fino a Berlin, che è la residenza di quello Elettore, ci sono quindici leghe di cammino, il quale si ha a fare per la maggior parte su li dominj del duca di Sassonia Elettor, dove è tutto pieno di popoli eretici, e di peste (e mi mancava solo questa sorte di pericolo ad averli avuti tutti in questo viaggio); ma perchè era molto necessario alla impresa che nondimeno io vi passassi, presi per consiglio di andarmene appunto per Wittemberga, che è la sentina delle eresie, e m'avvedeva, che se io andava per li villaggi, mi dovea esser pericolo maggiore della peste e d'altro. Scrissi adunque al locotenente del prefato duca Elettor, chè S. E., come ho già scritto, non era in queste parti: che, se li piaceva, avrei voluto passar per la sua terra. Monsignore, udite in che reputazione questi principalissimi eretici hanno il nome di papa Paolo. Quel locotenente ricevute le mie lettere mandò alcuni de' suoi ad accompagnarmi, e comandamento alli osti dove io dovea alloggiare, che non prendessero miei danari, che esso li volea pagare in nome del signore. Poi quando fui per entrare in Wittemberga, egli medesimo uscì ad incontrarme con una bella compagnia, e smontò da cavallo con due altri gentilomini, e in somma con tutti quelli atti di riverenza che facciano ad un nunzio apostolico nei buoni tempi, e credo certo maggiori; mi ricevettero e condussero ad alloggiar nel castello e nelle stanze medesime del principe, dove vi stetti la notte: e la mattina seguente, accompagnato dallo stesso locotenente per quattro leghe continue, me n'andai a fare i fatti miei. In questo modo sono stato trattato dalli maggiori inimici che abbia mai avuto la sede apostolica; il che per molte cause dee esser di grandissima speranza e consolazione a nostro signore, e dico più che, essendo stati li ragionamenti di coloro spesse fiate di Sua Santità e delle sue azioni, tutti molto la commendavano, dicendo di aver speranza che questo è quello che vorrà fare il tanto desiderato concilio; il quale è stato fuggito, così diceano ogni tre parole, dalli altri pontefici, e levar le pericolosissime dissensioni che sono nella fede di Gesù Cristo. Questa è grande laude e felicità di sua beatitudine che eziamdio tra costoro abbia tanto gran fama e tanto grande espettazione d'opere sante. Ma monsignore, io ho da scrivere qualche altra notabil cosa che mi occorse in quella conversazione eretica.

Avendo io a partirmi da Wittemberga, mi era messo a tavola e faceva colazione, e ecco entrare il locotenente (che tra l'altre cortesie usava questa ch'egli medesimo mi serviva) con Martino Lutero e con Pomerano, dicendo che, in assenza della Corte del suo principe e d'altri dotti uomini che suoleno esser in quella Università, allora transferita in Turingia per conto della peste, egli non avea altri da farmi tener compagnia, la cui lingua io avessi potuto ben intendere, e che io volessi ascoltar quelli due, che essi aveano per savii uomini, tanto che io mangiava.

Io non potei mostrarmi che consenziente, essendo dove io era, e ascoltai frà Martino e quell'altro, tanto che durò la colazione e che li miei signori andassero a montar a cavallo. Comincio dalla etade, e di grazia prendete volentieri pazienza d'intender quello che scriverò di costui.

Egli è di cinquant'anni poco più, ma robusto e forte, che non pare di quaranta, di ciera assai grossa, ma la quale si forza di tener morbida e delicata quanto può. Pronunziazione mediocremente spedita e non molto aspra per tedesco, in lingua latina parla tanto male, che mi pare di esser chiaro, che alcuni libri che vanno attorno sotto il suo nome, e par che abbino qualche odor di latinità e di eloquenza, non sono suoi, e lo confessava egli medesimo che non suol scriver in latino, ma che fa professione di saper ben dire nel suo volgar; così dicea di se medesimo. Li occhi guerzi, li quali, monsignor, quanto più io mirava, tanto più mi pareva di vederli appunto simili a quelli che qualche volta io ho veduto di qualche uno indicato ispiritato, così affogati, inconstanti, e con certo come furor e rabbia che vi si vede per dentro. E veramente che quanto più penso a quel che ho veduto e sentito in quel monstro, e alla gran forza delle sue maladette operazioni, e conjungendo quello che io so dalla sua natività, e di tutta la passata vita, da persone che li erano intimi amici sino a quel tempo che si fece frate, tanto più mi lascio vincere a credere, che egli abbia qualche demonio adesso.

Usò questa sola civiltà, che, parlando in mia presenza, stava con la berretta in mano, e disse eziandio qualche parola in laude di nostro signore, di aver inteso che era savio e buono fin quando egli fu a Roma, nel qual tempo (aggiunse la bestia sorridendo) celebrai parecchie messe. E a dirne presto il mio judicio, tratto dalla faccia, dall'abito, dai gesti, e dalle parole, o sia ispiritato o non, egli è l'arroganza istessa, la malignità e l'imprudenzia, che è una vergogna infinita di questi scempi principi e altri che hanno governo di queste terre, che non vedono chi è costui il quale hanno tolto per maestro e per profeta. Vostra signoria giudichi anche essa dall'abito; quel cervello incomposito era vestito di festa, perchè era la domenica, con un giuppon che aveva il busto di ciambellotto trito, e le maniche che stavano in mostra ambiziosa di raso, veste di sargia fodrata di volpe, ma assai corta, parecchi anelli, e al collo un grosso pendente d'oro; la berretta poi in forma di prete. Diceva aver procreate con la sua venerabil monaca due figlie femine e tre maschi, de' quali uno è di dodici anni, e vanagloriava impudentemente di volerlo lasciar dopo di sè grande uomo nella dottrina evangelica. Vive, per quel che ho inteso e poteva io allora troppo ben comprendere, con nessuna gravità e nessuna esemplarità di buoni costumi, e non avendo altro al mondo che il stipendio del principe per la sua lettura e per le prediche, e essendo di animo incivile e villano, che suo padre fu vilissimo mercenario nelle miniere di Coslaria, e la madre servitrice ad alcuni bagni, che non si può dir cosa più infame, in una vita sordida e abjetta.

La prima cosa che disse, quando venne avanti dove io mangiava, vedendomi taciturno e volendo eccitar qualche ragionamento, fu se in Italia io aveva inteso alcuna cosa della sua fama di esser tedesco inbriaco; e notate un poco il senso di queste parole arroganti e impudenti, le quali per certo dimostrano che egli abbia fatto e faccia tutto ciò che fa per qualche suo sdegno e per mera invidia e come per vendetta; anzi affermo alla signoria vostra che tutto il suo parlar non spira altro che questo, e che in quell'animal irrazional non ci è altro che furor e insano appetito di poter confonder tutta la fede di Gesù Cristo e tutto il mondo se potesse.

Se avrò a venir alla presenza di nostro signore con la relazion delle operazioni mie, dirò di molte sue parole piene di qualche significazion importante, che sono quelle che precipuamente me lo hanno fatto parer tanto impudente; o non avendo a venir, le scriverò di Vienna; ma questa non è ora da differire. Disse che il re d'Inghilterra gli avea mandato novamente un suo dottore, e lo chiamava segretario di quella maestà, nè mi espresse altro, nè potei io interrogar più oltre, e avrei creduto che forse l'avesse detto per jattanza ad alcun suo effetto, ma lo intesi poi da altri ch'era vero. Io mi forzai di buttar alcune parole per farli dire il suo giudicio sopra l'operazion di quel re, ma egli in questa cosa sola stette sopra di sè in rispetto, nè si lasciava intendere, io pur urgea, e dissi: E come laudi ciò che egli ha fatto novamente contro quelli due santi uomini? Non so, rispose egli. Ma ritornando a quel che ho detto di quel dottor anglico, è molto da advertire che quel re, avendo risaputo l'animo di nostro signore e essendo tanto ricco di denari com'è, avrà mandato colui, e ne manderà delli altri ad instigar li principi e Stati di questa setta, li quali, avendo di cotesta sede odio tanto intestino, come hanno, e accedendo ora a concitargli compiutamente il stimolo di tanto oro, quanto in un tal caso è da creder che il re vorrà e potrà profunder, e essendo essi di natura assai corruttibili e cupidi di cose nove, e forse poco amici molti di loro all'imperator medesimo, potriano fare in un tratto qualche grande e pericoloso moto. Replico quella mia debole opinione, la qual già scrissi, che molto più opportunamente si potria metter in ordine nel futuro concilio una espedizion contro di lui, nel qual tempo saria da sperar, che usandosi buoni pratiche, una buona parte di costoro si potesse tirar ad esser con la sede apostolica, dove volendosi fare adesso, la maggior parte le saria contro ansiamente. E notate un poco che a me pare di comprendere, che questi intelletti fatti alla rovescia interpretino in questo modo ciò che fa ora sua santità. Questo papa, che ha in animo di voler estirpar l'eresie con viva forza e con arme, non vuol principiar dalla Germania, per qualche suo rispetto; ma cerca di concitar li principi cristiani a far la guerra contro il re d'Anglia, prendendo occasion dalla morte del cardinal Roffense. E per non aver in ciò disturbo dall'Alemagna, che ha cominciato prima a tener molte delle opinioni che tiene ora quel re, la va nutrendo in speranza e pratica di concilio, contro la quale faria poi ciò che potesse, quando per avventura avesse avuto felicità di debellar, ovvero riunirsi Inghilterra. E dicono che quel tristo di frà Martino m'ha detto delle parole che hanno tutto questo sentimento: per la qual cosa è da dubitare molto, che questi miei Tedeschi, fin che penseranno una tal cosa con li loro sospettosissimi ingegni, e che la festa di Anglia potria esser la loro vigilia, non faccino ora tutto quello che ponno, ch'è molto più ch'altri non crede, parte pubblicamente, parte con pratiche occulte per defension di colui. E se dalli conati loro non avrà poi a riuscir altro, almeno potranno interturbare che non si faccia adesso concilio, tale che abbia quieta esecuzion sopra di loro: la qual saria grande infelicità del pontificato di cotesto santissimo pastore. Del qual Concilio, che per certo abbia ad esser fruttuoso e con grandissimo onore di Dio e di papa Paolo III in sempiterno, io ne ho più speranza che mai io abbia avuto, e per l'inclinazione che io vedo in questi principi, e avendo conosciuto d'appresso chi è questo Martino Lutero, quanto senza nervo e senza giudicio quanto una bestia: e voglio vaticinar che con la sola indizione, la qual presto faccia nostro signore, e sarà quella che farà creder compiutamente li principi e li popoli che si fa daddovero, l'audacia di colui e la insania rimanerà fratta e debilitata, e di tutti li suoi seguaci insensati: così come all'incontro ella se corroborerà e crescerà in infinito se il Concilio per qual causa si voglia s'andasse differendo, per questa ragion sola che disseminariano che il papa non ha ardire di farlo: e questo è stato il loro Achille, da alcuni anni in qua, a commovere il volgo sapendo di non poter difender le cose sue.

Vi ho fatto menzione di Pomerano e non detto altro di lui. Egli è uno de' primi della sinagoga, parroco di Wittemberg, e quello che impone la mano e ordina sacerdoti in tutta quella setta, e me lo diceva egli medesimo di averne questa autorità, data da frà Martino e da quelli altri dell'accademia, e nelle ordinazioni servare il modo tradito da santo Paulo. Alle quali parole avendo veduto Lutero ch'io sorrideva, disse quasi con impeto. Nos cogimur ita facere; et ordinantur viri qui sunt communiter approbati. E io lo domandai quello che voleva inferire dicendo cogimur facere, se forse questo, che sanno ben di far cosa assurda, e che Pomerano non può aver quella autorità data da loro. Rispose che, essendo sprezzati dalli nostri santissimi (così diceva, episcopi) li quali non voleano nè ordinarli nè ascoltarli, erano costretti a proveder al fatto e alle anime loro, e col consenso di molti buoni dar la potestà ad uno di essi che supplisca in loco di episcopo. Veda vossignoria che prudenti uomini son questi, e avverta in questa risposta, prima alla gran loro pazzia di dire di dar tale autorità de imponendis manibus, e in un tratto confessar di non poterla dare; dappoi, che a voler saper che opinioni tengono adesso, non bisogna più attender a quel che hanno già detto e scritto in tanti loro libri, ma a quel che fanno ora in effetto. E ecco in quelle parole Martino ammetteva gli ordini e li vescovi, e nondimeno soleva improbar tutte due queste cose con quella inconstanza che fanno tutti coloro, li quali sono senza fondamento certo. Ma il bello è che hanno un altro perfugio. Quando si oppone loro tanta instabilità, fanno de' libri e presto stampar col nome loro: poi quando vogliono e par loro a proposito delle sue opinioni di mantenersi il favor della bestialità del popolo, denegano arditamente d'averli composti, siccome fanno di quelli articoli, che due volte mandai alla signoria vostra; quelli che pareano esser stati mandati al re di Francia, che ora mi hanno negato di averli scritti.

Ma udite meglio di questi valenti uomini. Io so per molte vie, che essi certo fecero li articoli predetti, ma perchè riseppero che i principi e le città eretiche l'aveano avuto per male, le quali vorriano veder che li loro maestri stessero ben costanti a diminuire l'autorità della sede apostolica, e non concederle cosa alcuna di quelle che concedeano li articoli, essi subito denegarono di averli scritti, e hanno ora divulgato un libro in lingua tedesca contro li stessi suoi articoli, e contro coloro che essi dicono, che vi hanno di sopra mentito il nome e finto eziandio le frasi loro. Sono dico uomini pieni d'imposture, e di falsità; e nondimeno, monsignor, questi son quelli che in Germania, nazione inclita, hanno faccia e ardimento di dire, e lo dicono, che sono molto ben ascoltati se piace a Dio, visum est spiritui sancto et nobis. O tempi, o miseria nostra!

Ma quanto vi stomacheria ad udire particolarmente le altre loro azioni. Tutto che bisogna dire simillime, voglio adesso lasciar star le cose maggiori del servo che chiamano arbitrio, delle opere non necessarie, e le altre loro pertinacie, fondate in torcere e espressamente corrompere le scritture; cantano i salmi, una parte in latino quei che son lor preti Pomeraniani, l'altra tutto il popolo in tedesco, secondo la traduzione violenta e falsa di Lutero, gli organini la terza; e l'ho veduto io medesimo quella mattina nella capella del signore che è nel castello, nel consacrar, oltre le pazze mutazioni in loco del canone (perchè non vogliono per cosa del mondo aver intercession di santi) cantano il pater noster, e poi con più alta voce in tedesco le parole della consecrazion; onde è nato che sono entrate nella bocca de' putti e pazzi e altri, e cantate per cantilene cotidiane nelle loro stufe e bagni; e tra le loro perpetue ebrietà, con indignità così grande come vedete, e vergogna non dirò d'altri che di tutto il mondo che gli ha sopportati tanto avanti. Parlo con amaritudine e con incredibil passione, massimamente che, avendoli io conosciuti per certo tali e peggiori di quel che saprei dire in mille anni. Ho poi veduto tutta questa nazion che gli corre dietro ad occhi serrati, e gli ha per profeti santissimi.

Voglio pur dirvene una o due altre: tra l'epistola e l'evangelio tutto il popolo con queste voci tedesche orrende grida quanto può nel suo vulgare alcune imprecazioni scellerate e contumelie disoneste, composte in rima da frà Martino, contro la Chiesa di Roma e coloro che la reggono, e contro quelli che perseverano nella sua obbedienza; e questa è la loro modestia e dottrina evangelica, della quale fanno professione: usar quelli modi pazzi e empi al tempo che sono per communicarsi e unirsi con Cristo; perchè solamente quando vi sono comunicanti, li quali prendono sempre sub utraque, precedente però la confessione auricolare, cantano quella loro che non vogliono chiamar nè messa nè sacrificio, per non star con li papisti, e nondimeno vi usano tutti i paramenti e quasi tutto l'ordine che hanno ordinati li pontefici e la Chiesa.

Del venere e sabbato (che vo saltando d'una materia in l'altre, siccome il sdegno me la porge) disse Martino che egli laudaria che fosse ordinato che due volte alla settimana non solo astenessimo di mangiar carne, ma digiunassimo compiutamente, ma che l'imperator avria esso a stabilire, e che in questo mezzo li Tedeschi disse nol fanno, perchè fu ordinazion di pontefice: nel che si può evidentemente veder la pravità che io dico del suo giudicio, e quella tanta rabbia che spira da ogni banda contro la Chiesa di Cristo. E buona cosa dice a farlo, ma lo immuta di fatto, essendo già statuito da tanti padri buoni e santi e comprovato da tante età, acciocchè un imperator a cui non aspetta di farlo, lo statuisca di novo: e dimostra di non veder che, volendo levare l'ordinazioni pontificie, leva pur eziandio quella della elezion dell'impero, della quale costoro tanto insuperbiscono, e fu pur ordinata da pontefici, benchè a questo dovria aprire gli occhi altri che Martino.

A molte di queste cose, le quali io udiva con gran tormento, non volli mai rispondere se non qualche volta due parolette, per non parere un tronco. Ma a questa che io dirò non mi potei contenere, quando egli avea benedetto e detto molte cose quasi per comprovarle tutte, disse: Oggi non abbiamo bisogno di Concilio per noi, che le nostre ordinazioni son fatte e stabilite, secondo le quali abbiamo a vivere con li nostri evangelici; ma la cristianità n'ha bisogno, acciocchè quella parte che non ha ancora potuto conoscer la verità e li errori, nelli quali è stata lungamente, la possino vedere e conoscere. — Per certo (dissi io) questa è pur troppo grande arroganza, Martino; perchè mi pare che tu abbi questa opinione, che, se la maggior parte delli uomini buoni, savj e dotti di tutto il mondo si congregherà a far concilio, sopra li quali in quell'atto discende senza dubbio lo Spirito Santo, essi non siano per concludere altro che quello che ora pare a te».

Egli con altrettanta temerità bestiale m'interruppe subito e disse: — Ben verrò al concilio, e voglio perder la testa se non difendo le mie opinioni contro tutto il mondo»; e in questo proposito e furor che era, per mia fe tutto cambiato in faccia, buttò fuori una parola tale: Hæc quæ exit ab ore meo, non est ira mei, sed ira Dei; e poco appresso un'altra che mi fu ben cara ad intendere: «Noi abbiamo ben inteso (disse) che sei stato a trattar col marchese Giorgio Brandeburgense, e che hai proposto in nome del papa, fra le altre, la città di Mantova per il Concilio, la quale, aggiunse, sarà bon luogo accomodato; e in quella o in Verona, od in tale verremo volontieri», e lo ripetè parecchie volte. E non dico che mi sia piacciuto intenderlo come opinion di quel furibondo; benchè mi maravigliai che subito non avesse detto, che il papa non avesse autorità di statuir loco e indicere il concilio: ma perchè esistimo che ella sarà opinion del suo principe, col qual solo mi resta negoziare, già consultato con lui con quelli altri accademici e consiliarj suoi in queste materie, e son certo che già hanno fatto consulto tra loro quel che mi dovranno rispondere. In summa summarum frà Martino a me è parso tale come l'ho dipinto, e molto più insensato e furioso, e se ad altro tempo altri l'hanno conosciuto forse grave e fondato, non si maravigli che egli sia pervenuto a questa perfezion che io ho scritta, di levità e d'insania, perciocchè è gran cosa il vedersi aver il consenso, il quale costui ha avuto infinito per colpa di pravi giudicj di coloro che gli credono, e da alcuni che nel principio non hanno rimediato: e poi credo io che sia volontà di Gesù Cristo, che la tragedia di colui finisca in un tal modo pazzo e infame.

Se questa mia lettera lunga paresse a vostra signoria un poco immodesta contro questi miei principi, non solamente contro Lutero, prendetelo in buona parte e attribuitelo a quello stesso fervore, che mi ha fatto fare volontieri tanto gran viaggio, in servizio della fede di Gesù Cristo benedetto. Domando bene di grazia che la non esca in mano d'altrui, che vi so dire che, per opera di alcuni mali Tedeschi che avete in Corte, ella sarà subito mandata per Germania, tradotta in tedesco, e ci concitaria, o per dire meglio cresceria a questi tempi qualche pericoloso odio. Mi raccomando alla signoria vostra.

Di Dresda, residenza del duca Giorgio di Sassonia alli XII di novembre MDXXXV».

Il Vergerio era ancor laico, ma in un giorno ricevette da suo fratello Giambattista, vescovo di Pola, tutti gli ordini e l'unzione come vescovo di Madrusc in Croazia, donde fu trasferito alla sede di Capodistria sua patria. Nella Ritrattazione descrive egli per filo e per segno la sua entrata a vescovo, la benedizione, la cresima, il battesimo di una campana, il vestir un chierico, la consacrazione della chiesa di Pirano: funzioni che allora lo commoveano a pietà, dappoi a scherno. Andò al colloquio di Worms (1540) come messo del re di Francia, ma infatti del papa[91]: e vi tenne una bellissima orazione De unitate et pace Ecclesiæ sopra il testo Labora sicut bonus servus Christi Jesu, stampata a Venezia il 1542. Ivi con buoni argomenti e molta unzione toglie a mostrare come bisognasse, non un Concilio particolare, ma uno generale. «Voi, o fratelli, (diceva tra altre cose) prendeste in mano la causa di Cristo e della Chiesa. In prima pensate che vi recaste in mano il corpo di Cristo e Cristo suo capo; onde, senza ch'io vel dica, comprendete quanta moderazione d'animo, quanta purezza vi bisogni avere, e quanto religiosamente e riverentemente trattarle. Ogni fiducia, ogni speranza riponete in Dio, e non badate a veruna cosa umana, ma solo alle celesti. Nulla potrete operare se con voi non sia l'autor della fede. Pensate che l'uomo non è altro che una creatura, nè può confidarsi nelle proprie forze, e ch'è dono del creatore la fede, che ci dà e la giustificazione e la salute. Certamente son numerosi gli abusi che si possono togliere, e confesso che molto meglio faremmo se in un'ora sola troncassimo tutto quanto impedisce la gloria di Cristo; e così n'avessimo la forza! ma pel nome e pel sangue di lui vi supplico, concedete alcuna cosa alla debolezza nostra; concedete che a poco a poco eliminiamo quel che s'introdusse poc'a poco di non degno dell'imitazione e della dottrina di Cristo. Non vedete già quanti s'applichino a migliorar la loro Chiesa? Non crediate che Dio l'abbia fatto invano, giacchè egli è fuoco che consuma, come disse san Paolo, e lui sperare che da queste faville gran fiamma divamperà, la quale cacci e distrugga le tenebre e la notte della Chiesa. Non entrerò qui a discutere coi teologi de' principj protestanti. Quanto al primo degli articoli proposti, nessun di essi ha intaccata l'essenza della divinità. Quanto al secondo sul peccato originale, e agli altri, tenete ben fisso nell'animo che nè il tempo, nè il luogo comportano lo spettacolo di alcuna logomachia, nè che vi produciate quasi sulla scena a sfoggiare l'acume dei vostri ingegni, la possa della vostra eloquenza, la dovizia della dottrina, la estesa memoria. Troppo grave e seria cosa s'ha da trattare: sicchè lasciamo via ogni puntiglio di parola, ogni ostentazione. Quegli antichi che sostennero tali punti furono uomini dotti e buoni, fors'anche migliori di noi. Se l'età seguente passo a passo e per occasione potè, fra le buone dottrine insinuare abusi e superstizioni, io credo che devano svellersi dalle radici, e mondar il frumento dal lollio; ma osservate diligentemente, e in tutta la loro forza e pietà quelle prime istituzioni, che certo ebbero buoni cominciamenti; e se altre furono introdotte da moderni, e se non le ricevettero dagli antecedenti, anzi dalle stesse mani degli apostoli. I teologi protestanti sogliono repudiare tutto ciò che non fu manifestamente insegnato da Cristo e da' suoi discepoli. Eppur delle dottrine e istituzioni nostre, che alcuni di voi rigettarono, non tutte sono della medesima qualità; altre più, altre meno pie: altre più, altre meno alimentano la fede e la pietà verso Dio; ve n'ha di nate di fresco, ve n'ha di antiche e solide. Il discutere de' singoli articoli è serbato a quando (e deh sia presto!) io pure, benchè minimo, e tutti quei delle altre nazioni saremo a ciò convocati. Intanto, come membri del corpo stesso, cerchiamo le vie d'intenderci, di conciliarci; e fissiamo la verità in modo, che nessuno pensi o insegni differentemente. Poichè quegli strani dogmi che alcuni recarono in mezzo, non da altro provennero che da esser divisa e lacerata la Chiesa, e dalla licenza dell'insegnare, che ogni sventato si piglia nella confusione de' tempi presenti. Se così faremo, il Signor nostro sarà con noi, e da lui come da perenne fonte di tutti i beni emaneranno abbondantemente, invece delle risse e del rancore, la riconciliazione e l'amore: invece dei pericoli la sicurezza; invece dell'eterna dannazione la salute e la vita perpetua».

Da questo discorso e da lettere a lui dirette appare come ancora i Protestanti credessero non istaccarsi dall'unità cattolica, nè i Cattolici pretendessero escluderli. Vero è che esso discorso parve ai Cattolici troppo condiscendente e ambiguo, nè il papa mostrò gradirlo; anzi presumono che in conseguenza lasciasse di dare al Vergerio la porpora che gli destinava. Il Vergerio mostrava, è vero, pietà e zelo; ma per quanto condiscendiamo ai tempi, ci fa meraviglia la sua amicizia coll'infame Pietro Aretino, fino a scrivergli, «Non v'è persona che v'abbia amato più di me», e deffinirlo un de' più grandi ingegni del secolo, e far gran capitale sull'amore e sulla protezione di esso. Le circostanze della sua vita e di questo viaggio in Germania le ricaviamo da lettere a questo ribaldo, al quale scriveva il 2 giugno 1539: «Ancora sono in quel mio humor, che vorrei che faceste un sonetto a Lutero in quel stile da Pasquino; che questo nome lo faria desiderabile».

E che già d'allora nascessero dubbj sulla fede del Vergerio me ne dà fumo una lettera di lui da Worms del 26 dicembre 1540, al cardinale di Brindisi, dove gli racconta le sue pratiche con Bucer, Melancton, Sturmio, e si duole si dubitasse della sua fede. «Se non volete credere che lo spirito di Dio e la coscienza mi muova a far ciò che ad un par mio si conviene, credetelo per le cose temporali, cioè per li pegni che ho in Italia, patria, fratello, vescovato.... Veramente mi fate torto a dubitare. Presupponete in me altra imperfezione che io non la difenderò, perchè io so di averne come gli altri e più: ma non questa di non aver l'anima netta ed ardente alla difensione della Chiesa; in quel poco che io posso io la difenderò e combatterò, e non ne parlo più perchè spero che Dio mi darà grazia di viver, di scriver e di operare, di maniera che chiarirò il mondo»[92].

Al 25 gennajo 1541 il vescovo d'Aquila da Spira scriveva al cardinale Farnese in una lettera mezzo latina mezzo italiana, come soleasi:

«È qui il vescovo di Vincestre, vir acris ingenii con gran pompa, et multum dubitatur ne venerit ad turbandum omnia, vel saltem impediendum. Est et ille episcopus Vergerius, in domo oratoris regis christianissimi, qui familiariter vixit cum Melancthone et sociis, et sub umbra pietatis multa miscet»[93].

Sicuramente v'era chi insussurava il papa avere il Vergerio nella Germania contratto sentimenti luterani, parlar con poca riverenza della santa sede, e minacciarla. Certo egli proclamava che i precedenti avessero mal combattuto Lutero: «Contra di lui scrissero già questa gente scioccamente, Silvestro, Catarino, Latomo, Nausea: dite dunque un poco che non so che altro ha da uscire a toccare l'intime viscere di colui dalla penna di un vescovetto discepolo del cardinale di Trento», alludendo, a sè, e forse ai tre libri vulgari, che sappiamo mandò al re di Francia.

E ben presto Pietro Paolo sentissi o stanco o scoraggiato della poca riuscita; e di Francia scrisse a Ottonello Vida, deplorando i progressi del luteranismo e la scarsa cura che s'avea della vigna del Signore; pensando alle parole del Vangelo Che giova all'uomo se guadagni l'intero mondo e perda l'anima? risolvea di voltare le spalle alle sperate fortune, e «Sarà meglio ch'io venga a coltivare quelle poche viti ch'io ho su quel confine tedesco (voleva dir l'Istria) e veder di circondarle con una buona siepe, e tenerle difese per poterne cogliere qualche frutto da offerire a Dio; che altri si risolvino a voler mettere in lavoro tutta la vigna insieme».

Il Vida lo confortava a questo partito[94], e in effetto il Vergerio si ritirò alla patria e al vescovado suo, e cominciò un opera Adversus apostatas Germaniæ. Ma, o nel leggere i libri da confutare ne restasse egli stesso cattivato, o il suo mal contento lo portasse a una critica iraconda, fatto è che cominciò ad introdurre novità; non solo allontanare monasteri di frati da quelli di monache, ma dalle chiese tor via certe immagini, principalmente di san Cristoforo e san Giorgio, e le tavolette di grazie ricevute, negando il patrocinio speciale dei santi su certe malattie; fece condur sopra un asino colla mitera in capo tre che asserivano un'apparizione della Madonna, ed altri spedienti che seppero d'empietà. Forse il parteggiare egli per una delle fazioni che allora divideano la sua città fece maggiormente diffondere le voci sinistre sulla fede di esso: ma non v'è dubbio che tenea relazione cogli eresiarchi di Germania e con Margherita regina di Navarra, calda promulgatrice delle novità: della quale al poeta Luigi Alamanni scriveva: «Nè la signora marchesa di Pescara, nè la signoria vostra, che sapete tanto bene tutti due in vive voci, e tanto bene nei scritti vostri dir ciò che volete, nè il cardinale nostro illustre Polo, nè tutta Roma, predicandomi l'altezza e la bellezza dell'animo e dell'ingegno e il fervor dello spirito acceso in Cristo, e la carità ardente della serenissima regina di Navarra me ne avete saputo dire tanto, quanto io nel vero ho trovato jeri, che sua maestà degnò di fare che io udissi un pezzo quelle sue rare voci: il qual giorno mi ha portato una letizia inenarrabile; e senza dubbio la maggiore che io abbi avuto già molto tempo».

E altra volta: «Benedetto Dio, padre del Signor Nostro Gesù Cristo, il qual, secondo la sua misericordia grande, ha suscitato in questa nostra età piena di errori e di tenebre, quando più se ne avea bisogno, uno spirito, un lume, una verità così chiara, che possono mostrare altrui, dove tra molte spine e molti impedimenti di questo secolo sia il cammino espedito e sicuro di pervenire alla immortal beatitudine, che egli ha preparato a chi lo ama: e che dagli ultimi termini d'Italia dove mi fece nascere, mi ha fatto venir, ora che ho il giudizio manco infermo, nel centro della Francia a trovare e conoscer questo fuoco che mi disghiacci e scaldi nel suo servizio: questo lume che mi tenghi fermo sul buon sentiero: questa forza di spirito e di carità che mi tiri con l'intelletto là su alla cognizione di quella eredità e gloria incorruttibile, incontaminata, immarcessibile»[95].

Esso Alamanni aveagli portato una lettera di quella regina, della quale accusandole ricevuta, esclamava: «Quanto è vera quella dottrina, che Dio gli suoi eletti giustifichi per grazia! Della qual dottrina ancor serbo memoria, e la serberò finchè io viva, di aver udito alcuna fiata parlare vostra maestà tanto bene, quanto io abbia ancora udita alcuna altra persona di molte che in diverse provincie ne ho udite».

Eguali sentimenti manifestava in due lettere a Vittoria Colonna. «Io non ho maggior bene nè maggior consolazione che questa regina, nata con quelle sue amorevolissime parole e con que' suoi modi meravigliosi a scaldar nel servigio di Dio i più freddi cuori del mondo. A me avviene questo, che io sto otto o dieci giorni che non comparisco alla Corte, e vivo in qualche bella solitudine, attendendo a coltivar l'animo mio e spargervi dentro la parola divina; e poi vado dove è l'ardor della carità di sua maestà, e sento ch'egli scalda quel seno e lo fortifica e lo fa crescere e produrre il frutto, che è la cognizione di Dio e di quel ch'io sono, e un desiderio fervente di mettermi a servir lui solo».

Un'altra al cardinale Contarino, tutta versa sulla similitudine fra il corpo umano e il corpo della Chiesa, per conchiudere che tutti i membri si dovrebbero amar fra loro, mentre poca carità vi è, e molta ipocrisia. «Credo che vostra signoria reverendissima, che è tutto il mio bene, e conosce tutti i miei pensieri, mi intenda di cui parlo, se ben parlo quasi in enigma per questa volta. Faccia Dio ch'io abbi tanta pazienza onde io taccia, e non mi ponghi a dolere con più chiare e più alte parole che queste non sono».

E scrivendo a Camilla Valenti di Mantova, la loda d'essersi messa a studiare il latino per leggere le sante scritture. Al tempo stesso loda Ottonello Vida d'essersela presa contro un di Lubiana che predicava il luteranismo, e soggiunge: «Vi dico con gran dolore che, dappertutto dove vado, vi è molta di quella merce sassonica, con tuttochè si abbi in molti luoghi usata gran severità di fuochi per consumarla; ed insomma le cose in ogni luogo vanno peggiorando». Donde possiam indurre una lunga lotta fra le inclinazioni e le convenienze; pure riuscì a trar nelle sue opinioni anche il fratello Giambattista vescovo di Pola.

Nunzio papale presso la signoria veneta era venuto nell'agosto 1544 il famoso monsignor Giovanni Della Casa, eletto quell'anno arcivescovo di Benevento, e che pure nel 1547 non aveva ancor ricevuto gli ordini minori. Particolarità caratteristica de' tempi, come l'aver egli scritto quell'osceno capitolo sul Forno, egli prelato, egli autor del Galateo[96]. Denunziatogli il Vergerio, esso il citò a Venezia, ma quegli protestò non dovere un vescovo esser giudicato da un vescovo, ed appellò al Concilio: seguitando intanto a predicare in modo, che il dotto Egnazio, il quale l'ospitava in Venezia, lo mandò via di casa.

Ai 17 dicembre 1545, il Casa scrive al suo padrone cardinale Farnese:

«Sentendo io che il vescovo di Capodistria non solo ardeva di stare in questo dominio, ma anco seguitava le sue pazzie, non mi è parso di tollerarglielo, ed ho mandato un notaro a Brescia che gli presenti il monitorio che vostra signoria reverendissima mi mandò già. Il qual notaro non è ancora tornato. Io non mancherò di seguitar nella difesa della giurisdizione e di ovviare alle eresie come ho fatto fin qui, se vostra signoria reverendissima non mi comanda altrimenti».

Ai 13 novembre 1546 al cardinale camerlingo Sforza:

«Quanto al memoriale che vostra signoria reverendissima mi ha mandato di messer Ambrosio Luscho di Capodistria contra del vescovo Vergerio, me ne ho voluto diligentemente informare dal mio auditore, e in somma trovo che tutte le imputazioni contenute in esso sono materie vecchie e specificate nella inquisizione e processo formato contro di lui, ed in gran parte ancora fondate sopra le attestazioni ben triplicate di questo buon dottore: il qual, per aver fatto di continuo in questa causa non manco l'uffizio dell'instigatore che di testimonio, per queste e altre cause, come nel processo si potrà vedere, consterà chiaramente quanta fede se gli debba prestare. E per tal rispetto, attenendomi alla avvertenza, che per la sua parte mi dà vostra signoria illustrissima, mi son ritenuto di ricercare la retenzion sua, e massime perchè in ogni caso saria oltremodo difficile d'ottenerla, e in ciò senza dubbio ne bisognerebbe appresso questi signori il caldo di sua santità. Imperò non avendo lui, da poi che s'è incominciato il processo, innovato altro, in questa parte senza nuova commessione non passerò più oltra. E perchè la possi ancor vedere in che stato si ritrovi il processo, e di ciò informarne sua santità, ne le mando con questa una breve informazione, non lasciando d'avvertirla che, se si ha da procedere secondo il tenor del Breve e commissione apostolica, per la quale n'è commesso qui il formar del processo usque ad sententiam enclusive, facilmente potria correr tempo assai prima che sia in essere di poterlo mandare costì, perchè il vescovo, tuttavolta che voglia domandare la pubblicazione degli esami fatti a offesa e difesa, con le sue convenienti dilazioni e altre osservanze quae sunt de processu, et praecedere debent sententiam, non se li potran denegare; onde che per tal modo questa espedizione anderia in longo, e forse con più satisfazion del vescovo che del papa. Però vostra signoria reverendissima, parendole, sarà contenta parlarne con sua santità, acciocchè possi deliberare, e darne modo di abbreviare questa espedizione, non obstante tenore commissionis prædictæ, come saria che per Breve o per lettere mi commettesse che io fra quindici o venti giorni dovessi mandar costì questo processo in quo statu reperitur, e inoltra fare un monitorio al vescovo, che infra certo termine perentorio, si dovesse personalmente presentare ai piedi di sua santità, ad effetto che si possi espedire la sua causa, mediante justizia sub pœnis confessi criminis hæreticæ pravitatis et privationis, ecc., avvertendo però vostra signoria reverendissima che io tengo per certo che il vescovo non sia per venire a nessuna via a Roma».

E in poscritta del 21 maggio al cardinale Farnese: «Io mi sforzerò di mandare il processo del vescovo di Capodistria con questo altro corriere: e a sua signoria ho detto che, per finire il suo travaglio, non è modo più breve che la venuta sua a Roma. Eccolo assicurato, dandogli la fede mia etiam nomine proprio, che delle maldicenze non si terrà conto, nè se ne farà menzione, e insieme gli ho offerto il viatico del mio, pigliando occasione da alcune raccomandazioni che mi son state fatte di questa causa. Egli si raccomanda molto efficacemente e con molta sommessione, e supplica che, avanti che sia costretto a venire, si faccia dare un'occhiata al processo, che spera che la sua innocenza apparirà così bene etiam primo aspectu, che esso potrà soprassedere di questo disagio di venire a Roma, e non è possibile che io lo levi di questo, ecc.».

Anche il papa insisteva per aver sottocchi il processo del Vergerio, ma il Casa esortava il cardinale Farnese ad impedirlo, «perchè in questo processo è una parte che contiene maldicenza, e specialmente un particolare di quella calunnia che fu data al duca di Castro sopra il vescovo di Fano: per la qual particolarità, quand'io mandai a vostra signoria reverendissima il detto processo ne levai la parte della maldicenza; acciocchè Nostro Signore non avesse a sentire questa calunnia, se forse non l'ha sentita fin qui».

A questo modo s'ingannano i grandi!

In altre lettere il Casa avvisa d'aver inviato il processo a Roma entro una cassa di panni, diretta al guardaroba.

E al monsignor eletto di Pola il 6 ottobre 1548: «Sopra il vescovo di Capodistria io avrei desiderio che quella causa si finisse, ed egli è ben risoluto di non venire a Roma, e vassi attaccando ora a uno e ora a un altro, com'io veggo per lettere di molti che me lo raccomandano».

E al cardinale Farnese il 17 novembre.

«Ragionando io in Collegio (cioè nel senato di Venezia) sopra la provincia d'Istria quanto alle eresie, fu molto ben caricato ed incolpato il vescovo, dicendo il principe che, per quanto si diceva, egli n'era principio e fomento..., e che mio offizio era di provvederci. Io narrai a sua sublimità le diligenze fatte ed il processo formato e mandato a Roma, e sua signoria nol voleva fare. A che sua serenità mi replicò che io procedessi con interdetti..., e che non mi mancheria modo di convertirlo e correggerlo. Veda ora vostra signoria illustrissima se la vuol farmi dar facoltà di farli comandamento in forma sub poenis et censuris che 'l venga a Roma in termino, e non venendo, procedere, ecc., ecc.».

Annibale Grisoni ne avea fatto il processo: istrioto, prete e commissario apostolico, dato dal Papadopoli per gran dotto, dal Vergerio, per «inettissimo bargello de' papi».

E al 5 gennajo 1549 il Casa scriveva:

«Al Grisonio stamattina fu mandato le lettere ducali che mandi in qua i processi fatti a lui; ed io gli ho fatto scrivere a parte che operi che quel rettore, col qual mi par che sua signoria convenga benissimo, scriva alla signoria, e faccia buona relazion come può e debbe far per verità; ed allora si avrà facilmente il braccio secolare per Pola e gli altri luoghi..... Non è possibile che io ritrovi questo benedetto vescovo Vergerio, il quale è qui, ma incognito. Ho nondimeno, ragionando coll'ambasciador di Francia che me lo suol raccomandare assai spesso, operato con destrezza che lo meni un giorno a casa mia. Il qual mi ha promesso di farlo, ma dice intendere che il vescovo è ammalato di podagra. Poichè io l'arò pregato ed esortato che se ne venga a Roma, io sarei di parere, non consentendo egli venire, operar con la signoria di ritenerlo; che io dubito, se io gli presento il monitorio, che esso si assenterà. Vero è che, etiam caso che la signoria me lo dia, io non ispero poi di ottener di mandarlo fuori del dominio». Il Grisoni nelle due diocesi di Capodistria e di Pola usato aveva estremo rigore, frugando le case per trovarvi libri proibiti[97], facendo rimuovere le persone sospette, minacciando di fuoco chi non si accusasse o non consegnasse le bibbie vulgari; e predicando a Capodistria, diceva: «Voi vedete le calamità che vi affliggono da alcuni anni; le messi, gli ulivi, le vigne perirono; gli armenti deteriorarono; non v'ha alcuno de' nostri beni che non abbia sofferto danno. E chi n'è la causa? Il vostro vescovo, gli eretici che si trovano fra voi. Perchè non li lapidate?»

Queste odiose parole concitarono il furor popolare; nè solo contro di Pietro Paolo, ma di molti, e alcuni vennero cacciati in bando: Sereno e Teofanio ridotti ad abjurare: «Con la tirannide pretesca e peggio che turchesca ben sai che fu posto terror agli altri»[98]. Il Vergerio si difese sufficientemente dalle imputazioni in una pastorale; l'avvocato fiscale Giovanni Maria Bucello asserì, che dalle indagini non era risultata colpa, anzi attestava che esso vescovo «è il più giusto, il più dabbene, il più cattolico pastore ch'io abbia conosciuto a' miei giorni, e ha governato per lo spazio di parecchi anni tanto bene e cattolicamente quella sua diocesi, che non si potria dir di più; io per me credo non sia diocesi in Italia governata con più diligenza e frutto, e che più brami e riverisca il suo pastore.... E veramente sono state baje e calunnie di alcune male persone tutte quelle che ad esso vescovo sono state apposte» (5 gennajo 1547).

Anche frà Marino inquisitore ne attestava l'innocenza ad Ercole Gonzaga cardinale di Mantova, e «Non solo non ha predicato nè insegnato eresia alcuna, ma ha governato la sua diocesi con tanta carità e tanto frutto, quanto è possibile che un pastore possa fare, e così consta per più di ottanta testimonj esaminati. E della sua vita dalli suoi medesimi avversarj (benchè sono in poco numero) è confessato che ella è simpliciter et omnino irreprehensibilis juxta illud Pauli, oportet episcopum irreprehensibilem esse:» e conchiudeva che, gran torto erasi fatto al povero vescovo, mentre egli, inquisitore e teologo, l'avrebbe voluto pubblicare in pulpito assolto e pastor bonissimo: e ripetere che non omnis sermo facit hominem hæreticum (18 novembre 1546).

Gli è sopra queste testimonianze ed altre congetture che, cent'anni or fa, Rinaldo Carli tolse a difendere la fama di questo suo compatrioto, quasi mai non avesse aberrato dalla Chiesa finchè non fu costretto dai rigori di Roma a fuggire. Le nuove carte che noi recammo e più l'esame delle opere del Vergerio ripudiano quella scusa.

Morì in quel tempo suo fratello Giambattista vescovo di Pola, e un innominato spedì al cardinale Farnese una lettera, con postille che notiamo in corsivo a' piedi.

Questa lettera è stata fatta per monsignor Pietro Paolo Vergerio vescovo di Capodistria, sebben pare da altri. Dalla quale si cara la dottrina ut in margine.

«Al conte Bisaro Vicentino.

«Signor conte. Se io potessi servir in altro alla vostra signoria, ella sa ben che io la servirei. Ma, non essendo io, con la grande mia impotenza, buono di altro che di scriver le nuove che occorrono tra noi, di questo la voglio servir volontieri, come ho cominciato a fare. Dopo che ella partì da me, è morto jeri di notte, e sepolto oggi in Capodistria, monsignor vescovo di Pola, fratello, come sa vostra signoria, del vescovo nostro. Il povero signor ha presa una infermità gravissima nell'aere di quella sua Pola, e si fece portar qui già da tre giorni, e si è fatto attorno di lui tutto ciò che si è mai potuto per tenerlo in questa vita qua giù, e infine è piaciuto al Signor di chiamarlo la su alla eterna. Tutta la città lo ha pianto[99]; perchè, avendo ella alcuni che sono morali e del mundo, questi, credendo che 'l vescovo di Pola fosse ancora morale e del mundo, lo amavano e lo avevano caro, come gentil signor che egli era. E avendo la città nostra alcuni che sono pii[100] e spirituali, questi anche l'amavano, perchè erano pervenuti in cognizione che sua signoria era fatta pia[101] e spirituale e intendeva benissimo la verità e l'avea con gran diligenzia nella sua diocesi insegnata[102] e fatta insegnare. E poi sua signoria ha benissimo confirmata questa opinione[103] con gran consolazione degli eletti, al tempo di questo passaggio che egli ha fatto, perchè egli è morto pien di fede viva[104] e viva speranza in solo Jesù Cristo. E voglio affermare che la più cristiana morte[105] e più senza alcuna superstizione e ipocrisia[106] non è stata fatta su questo nostro scoglio a memoria d'uomo. Così piaccia al Signor di svegliar cui dorme, e accenderli alla imitazione. Egli ha avuto sempre al letto fratelli cristiani[107] che saviamente a tempo facevano l'officio, e li ricordavano solamente quel che importava, resecando le superfluità[108], e le inezie e le empietà. E esso parecchie fiate fece confessioni bellissime: fra le altre, questa: egli, poco innanzi l'ora del morire chiamò il vescovo suo fratello e monsignor Francesco Grisoni suo genero e madonna Cecilia de' Vittori sua sorella e disse loro: «Poco tempo è che appunto tra noi, che siamo qui, conducessimo le nozze di mia figlioccia; e sia ringraziato Dio, che me ne contento assai. Ora, tra quei medesimi che siamo qui per volontà di Dio, abbiamo a concludere un par di nozze spirituali, e queste sono dell'anima mia con Cristo crocifisso, e prego quel caro sposo che se la pigli adesso, adesso». E aggiunse: «Questi saranno fatti; bisogna morir e dare quest'anima. Finora non ho fatto altro che parole per il mio signor». Così disse. Su la qual confessione, dove il Figliuol di Dio morto in croce si prende per sposo, difensor, salvator dell'anima nostra, io per me sicuramente credo che possiamo fondar la certezza della salute; e che in certe cose esterne[109] e simulate, che usano gli ipocriti, la non si possa fermare per niente. Basta. Egli era fedele e già molto infocato nell'amor di Gesù Cristo. Le sue esequie sono state tali, che hanno potuto piacere a quei che sono pii. Nelle cose indifferenti si è fatto quasi secondo usanza. Quelle altre, se in tutto non sono state lasciate, sono però state mitigate e resecate in grandissima parte. Volete altro? Chè, dove ogni piccolo cittadino suole aver nel suo funerale tutti i preti, tutte le fraterie e quasi tutte le confraternite, questo prelato e gentiluomo de' più onorati della città non ha avuto altri che solo i preti della chiesa cattedrale, dove è stato sepolto. Dirò come ho detto di sopra: Piaccia al Signor di operar col suo potente spirito onde gli altri si sveglino ad imitare»[110].

Sappiamo in fatto che Pietro Paolo cercò far credere che suo fratello fosse stato avvelenato perchè apostato, e così il fratello Aurelio[111], e d'esser insidiato egli stesso, e al Muzio scriveva: «Per grazia di Dio son de' perseguitati: non erubesco, anzi me ne glorio, non in me ma in Cristo che mi fa degno di patir per lui; questo è dono, come è dono la fede».

Il Vergerio si schermiva, senza professarsi nè disdirsi; e nell'archivio estense, erede delle carte farnesi, esistono, come le anzi dette, così altre lettere di lui, e prima questa al cardinale Farnese a Roma, da Mantova 30 agosto 1545:

«Illustrissimo e reverendissimo signor. Piacque alla bontà di vostra signoria illustrissima e reverendissima, quando la era in Mantova, di dirmi che la mi prometteva (e usò questa parola efficace) di far che il giudizio della causa mia sarebbe commesso al reverendissimo Legato di Bologna. Or, non essendosi ciò fatto ancora per le occupazion maggiori che l'hanno tenuta impedita, la supplico per la sua gran cortesia e per la intercession di reverendissimi signori cardinali Mantoa e Ferrara, che sia contenta di farlo far o a quel reverendissimo Legato di Bologna, o al reverendissimo cardinale Grimano, che, essendo patriarca di Aquileja, che è metropoli d'Istria, viene ad esser mio giudice ordinario, e ora si ha da trovar in partibus. Questo beneficio rileverò da vostra signoria reverendissima per tanto grande, quanto fu quello che mi fece nostro signore dandomi la chiesa; e essendo conservato da lei nello stato e nella dignità mia, sforzerommi alla giornata con gli studj e con le fatiche mie di mostrarmi grato servitore. Io son ben uomo di poca stima, pur supplico vostra signoria reverendissima che, tale quale io mi son, mi voglia conservar, e non lasciar distrugger da impj. Le bacio umilmente le mani, e in sua buona grazia mi raccomando». Di là recammo pure questo viglietto:

«Illustrissimo reverendissimo monsignor reverendissimo,

«Il presente lator è mio nipote, il quale io mando a Roma a posta per le cose mie, non vi potendo venir in persona, impedito da malattia e da povertà. Supplico vostra signoria illustrissima e reverendissima che lui e me abbia raccomandati, e che ci faccia dar espedizione. Così Dio a lei doni tutto ciò ch'ella desidera. Bacio la mano.

«Di Venezia alli VI di gennaro nel MDXLVII.

Umilissimo servitor Vergerio vescovo».


Avevagli sempre affettato di appellarsi ad altri giudici: e il 15 marzo 1546 da Venezia scriveva ai legati del Concilio[112].

«Desideroso di obbedire e di poter fare la passeggiata mia, son venuto in qua dove starò aspettando le signorie vostre reverendissime che mi son patrone operino per bontà loro che mi sia mandato il breve con la commission della causa al reverendissimo Legato e patriarca o veneto o aquilejese... Raccomando il negozio, e me alla bontà e carità di quello. Frattanto che il breve venga, io mi ritirerò anche fuor di Venezia, in alcun recesso a studiar e a pregar Dio che mi abbia in protezione, e mi liberi da queste persecuzioni».

Ma quando definitivamente gli fu intimato si presentasse al patriarca di Venezia; egli invece ritirossi a Riva di Trento, donde scriveva al Madruzzo il 25 febbrajo 1547:

«Illustrissimo e reverendissimo signore,

«Voglio ben dire che io da me con le forze mie non spererei di poter aver tanta potenza di star confinato a Riva, dove cominciano a soffiare dei mali venti meridionali, ma è la bontà di Dio mio, che in questa afflizion mi sostenta, e son sicuro che non mi mancherà anche nello avvenire, e mi reggerà e difenderà. Sono già ventotto giorni che io son qua, e comincio a man giunte supplicar che me ne caviate, e mandiate dove vi piace.

«Questa è una. La seconda è questa. Signor, di grazia scrivete ancora una fiata a Roma con quella vostra santa mano, e dite una cosa tale: Il Vergerio quanto a lui andrà al giudizio di Venezia e dove vorrete, ma credetemi, signore, che la riputazione del Concilio non è che a questo tempo si faccia un tal giudizio. Lasciatelo venir a Trento, e fate a me questo piacere, che vedrete che molto meglio ne riuscirà, che mandarlo adesso a farlo giudicar in una Venezia, che è come teatro del mondo. In questa forma, monsignor reverendissimo mio di Trento, scriva al signor cardinale Farnese, e stia a vedere ciò che riuscirà. Signor, dico che già la mormorazione è grande che io non sia con gli altri, e come io sia veduto in Venezia la crescerà in infinito, e mi duole nel core di non poter essere a servir Dio a canto la signoria vostra illustrissima in Concilio. Faccia lui, che nelle sue mani mi rimetto. Ho gran desiderio di parlar con quella, e se pur si verrà che io abbia d'andare a quella Venezia, domando licenza a vostra signoria reverendissima di aver a passar per Trento. Il podestà vostro di Riva mi fa tante amorevolezze, che è una cosa infinita, mi ha fino tolto ad alloggiar seco come un fratello; ma con tutto ch'io abbi questa dolce e lieta compagnia, pur mi vorrei spedir di qua, e ne supplico la illustrissima signoria vostra o ad una via, o all'altra. E li bacio le mani raccomandandomi in sua buona grazia. Cristo con lei».

Il Vergerio tentò presentarsi al Concilio in qualità di vescovo; e dopo quanto sponemmo non farà meraviglia se ne fu respinto[113]; il che, nelle diatribe posteriori egli attribuiva all'aver i Padri temuto che egli, informatissimo come era degli affari di Roma e di Germania, non divenisse accannito oppositore. Di procedere contro la sua persona non si osò, affinchè non paresse men libero il Concilio; ed egli si ricoverò presso il suo protettore Ercole cardinale Gonzaga di Mantova. Il quale, alle istanze del Casa per consegnarglielo mai non diede ascolto; anzi, tra per convinzione, tra per paura non fesse spinto all'eccesso, tenealo raccomandato al cardinal Farnese, e al Madruzzo cardinale di Trento, affinchè gli ottenessero favorevole ascolto dal Concilio di Trento: «Altramente facendosi, io dubito di qualche inconveniente, perchè vedendosi il buon vescovo levar tutte le vie della sua giustificazione, o si precipiterà come hanno fatto degli altri nostri; o tenendosi pur in piedi, anderà qua e là stridendo come disperato; e così volendogli proibire il parlare, lo faremo furiare e con fatti e con parole».

Molti teneano la stessa opinione: il celebre vescovo Vida già avea preparato una lettera al papa per ottenergli il salvocondotto: ma altri l'oppugnarono violentemente, massime il cardinale legato Cervino, apponendogli d'aver diffuse calunnie contro Pier Luigi Farnese, dichiarate false le leggende di san Giorgio e san Cristoforo[114]; vôlti in celia i Fioretti di san Francesco e i miracoli della Vergine del Liber rosarum. Il Casa seguitava a tenerlo d'occhio, e al 12 gennajo 1549 scriveva al cardinale Farnese:

«Il vescovo di Capodistria si è dichiarato per latitante, dicendo che gli offizj fatti dal Grisonio ed alcune scritture sue che sono state trovate tra le spoglie del vescovo di Pola, e le relazioni fatte di lui dal suffraganeo di Padova, lo hanno posto in tanta diffidenza, che non si vuole arrisicare».

Nel giorno stesso, Giampietro Celso, giustinopolitano, minor conventuale, scrivendo da Bologna al cardinale Farnese, tra altro diceva: «Monsignor Vergerio va per Venezia incognito, subvertendo ora questo ora quel gentiluomo acciò sforzino monsignor Legato e i nostri illustri signori a sepellire un nuovo processo formato contro di lui e contro di quegli altri Luterani che sono nell'Istria dal reverendissimo commissario apostolico monsignor padre Annibale Giasoni di Justinopoli, e cerca per via de' nostri illustri signori far levare tal commissione dalle mani del sopraddetto commissario». Il Vergerio stette alcun tempo a Padova, dove frequentava assai Francesco Spiera, famosissimo nelle cronache d'allora.

Era questi un giureconsulto di Cittadella presso Padova, vissuto nel vizio e nella spensieratezza fino a quarant'anni, quando (dicono i suoi panegeristi) primamente udì il vangelo, e si pose dì e notte a studiare la Bibbia, ogni altra cura gettando da lato; e cercava comunicarne le massime alla moglie, agli undici figliuoli, ed a quanti praticasse; esercitava gratuitamente la medicina a favor dei poveri; parlava della misericordia di Cristo, della certezza della fede, della speranza dell'immortalità che Dio concede a tutti per amor del suo Figliuolo. Accorreano a costui come a maestro persone rimaste fin allora intirizzite alla vera pietà, e diventavano tutt'altre. A Padova nella sua camera trovavasi circondato da uomini di qualità e da studenti, che ivi disputavano come in un'accademia. Monsignor Della Casa ed altri papisti da Venezia tolser a minacciarlo se non cangiasse tenore di credere e di parlare: ond'egli si trovò combattuto fra due sentimenti. «Vinse la carne e la suggestion del diavolo», ed abjurò i dogmi che avea professato, facendone ritrattazione in pubblica piazza a Cittadella. Ma che? Subito lo colse l'ira di Dio, nè più ebbe pace, non amore, non fede o speranza: cercò mettersi nel convento e sulla tomba di sant'Antonio; consultò i tre più valenti medici d'allora, ma non trovarono se non che il pensiero avea turbato tutti i sensi, e sommosso gli umori cattivi. Al che egli crollando il capo rispondea, che la sua malattia non era di quelle che essi guarissero; niuna medicina bastando a sanar un'anima che, per la conoscenza de' suoj peccati, sente aver meritato la collera del Signore. E operava stranissimo: or infuriava, or gridava; ardente sete struggevalo così, che avrebbe bevuto il Nilo e il Danubio; nè riposo mai, nè consolazione rinveniva.

Racconta egli stesso queste miserie, e ai nuovi arrivati diceva: «Sia lui il ben venuto ed io il mal trovato».

Alcuno prendea a confortarlo dicendo che la misericordia di Dio supera tutti i peccati del mondo? egli rispondeva: «Quant'è terribile cader nelle mani di Dio!»

Le scene rinnovavansi ogni giorno, e il Vergerio le divisa, e gli pare che gli studenti abbiano a prenderne spaventoso esempio. E riferisce il lungo colloquio avuto con esso, dove cercò rassicurarlo coi dogmi e con esempj sacri: tutto invano: onde inorridiva al mirare la disperazione di costui, che non vedevasi davanti se non la certezza dell'inferno.

Eppure in mezzo a ciò lo Spiera parlava con forza, gravità, unzione: provava con vigore, ribattea con risolutezza: talchè molti v'andavano per imparare: e ragionando non da pazzo, ma da uomo costante e grave, conchiudeva: «Volesse Dio che questa fosse una frenesia! ma io veramente son un nemico di Dio, un vaso del suo furore».

Dagli indagatori delle malattie mentali sono conosciute e classificate siffatte follie, più strane quando pigliano persone di talento, com'era in questo caso, ove il senno dello Spiera spiegavasi rettamente, fuorchè nel punto che i frenojatri qualificherebbero desperatio æternæ salutis. Per sottrarlo a tanti curiosi, lo portarono a Cittadella: e colà finì, non si sa come. Fu divulgatissimo il fatto, e assicurano che valse a tener molti nella fede nuova. Celio Curione attesta che la razza pretina fece ogni possibile onde mostrarlo falso; io penso l'avranno piuttosto offerto a specchio de' rimorsi d'un'anima, che abbandonò la paterna credenza. Calvino, che ne stampò la storia con una prefazione, vi vedeva il caso d'un'immensa superbia, che pretese «filosofar profanamente nella scuola di Cristo, mentre egli era allevato in paese tutto dato all'empietà, sicchè la maggior parte o non pensano a Dio creatore, o non conoscono Dio giudice. Il papa, colla sua coorte di ladroni, ha potuto aver sottocchio quell'esempio. Dal quale prendano lezione i nostri Francesi, che dalla leggerezza loro levati sopra le nubi, s'avvezzano più del giusto alle profanità della religione: i Tedeschi che tardi, ed ebeti nel riconoscer i giudizj di Dio, ora negli estremi mali pare abbian spogliato il senso umano: gli Inglesi ed altri vedano con quanta riverenza e premura bisogni ricever Cristo che splende»[115].

Il Vergerio ogni giorno più volte tornava dallo Spiera: e poichè di tal frequenza molti prendeano scandalo, egli stimò dovere pubblicare un'apologia nel 1548, diretta al Rota vescovo suffraganeo di Padova. Ivi narra l'accaduto, adduce tanti testimonj da escluder ogni dubbio d'illusione: assicura che i discorsi tenuti con esso lui sonavano tutti pietà, consentanei alla dottrina che da Cristo in perpetua serie la santa e cattolica e apostolica Chiesa serbò e serba: lo spettacolo offertogli dallo Spiera esser tale, da meritar che si venisse dalle terre più remote; non doversi pigliar paura di legati e d'inquisitori nell'indagare la verità; e «se per ciò (diceva) mi sovrasta pericolo, secondo odo susurrare, lo soffrirò volontieri come decreto di Dio, desideroso che pel sangue e pel cenere mio vengano irrigati e impinguati i semi che Dio continua a spargere per mezzo di tanti operaj in questa bellissima età». E confessa che si strugge dal desiderio di udirsi citato alla porta del vescovo o del Legato presso i Veneti, e prorompe: «Eccomi! dove sono le carceri, dove le fiamme vostre? Saziate la cupidigia dell'animo vostro; bruciatemi per Cristo; perchè son andato a consolar l'infelicissimo Spiera, e divulgai ciò che Dio stesso vuol si divulghi, cioè che la verità conosciuta non venga dissimulata, non negata, non offuscata».

Con ciò il Vergerio scoteva la polvere dai piedi, abbandonando affatto la Chiesa. Subito se ne levò rumore in Italia non solo, ma in Europa; tanto era allora insolito il disertare la propria bandiera; esclamavasi che caduta simile non si fosse mai vista, e paragonavanla a quella di Lucifero; non pochi incolpavano la Corte romana d'avere spinto agli estremi un uomo che possedea tanti secreti, tanta abilità di controversia, tanta eloquenza: il papa in concistoro del 3 luglio 1549 lo dichiarò contumace, e perciò scaduto dalla dignità vescovile e incorso nelle pene ecclesiastiche; più tardi venne scomunicato e bandito.

Già prima era stato privato del vescovado, e datogli successore il domenicano Tommaso Stella veneziano: e al 12 ottobre 1549 il Casa al cardinal Farnese scriveva: «Quanto prima si fa che il vescovo di Capodistria vadi alla diocesi, tanto fia meglio, perchè sua signoria è sollecitata e di qua con parole, e di là con lettere, e anco la cosa stessa sollecita per sè medesima».

E al 9 novembre:

«Il vescovo di Capodistria fu spedito, ed ha preso licenza dalla signoria per andarsene alla chiesa con molta laude e favore. E del Vergerio non so niente altro, se non che ha scritto e stampato un altro suo volume, dove, per quanto mi è scritto da Bergamo, dice molto male di Nostro Signore e di me. Che Dio gliel perdoni: che certo si è proceduto con esso lui, come vostra signoria sa, piuttosto pigramente e con ogni carità che con vigore alcuno».

Tommaso Stella, succeduto inquisitore al Grisoni, continuava intanto il processo del Vergerio[116], il quale «al serenissimo duce Donato» diresse una orazione e difensione da Vicosoprano il 10 aprile 1551, incitando a non permetter che l'Inquisizione e i legati operassero negli Stati della serenissima.

Il Vergerio atteggiavasi da martire, e a Dio diceva: «Altra cura, altro pensiero non ci stringe se non che tu ci perdoni le tante offese che ti abbiam recate, massimamente in aver opposta resistenza così grande al tuo spirito ed alla tua volontà quando ci cominciasti a manifestar Gesù Cristo»; e ringraziava inquisitori, fiscali, il papa d'averlo spinto a rompere colla menzogna.

Ma a Basilea disse a Martino Barrhans, professore d'ebraico: «Io non sarei qui se non avessi veduto lo Spiera. Il papa, tra con minacce, tra con lusinghe m'invitava andar a Roma, e quivi, celato il vangelo, vivere non disforme de' suoi decreti... Ma visto che ebbi e udito lo Spiera che lottava gravissimamente col giudizio di Dio, cioè col peccato, colla morte, coll'inferno, talmente fui percosso e pietrificato, che rimossi dall'animo ogni pensiero di andar al papa e venerarlo, e dissimular la verità...... Poco dopo averlo veduto, lasciato il vescovado, la patria, gli amici, gli averi, uscii d'Italia per poter più liberamente confessare Cristo, re dell'inferno, della terra, del cielo, che prima con falsa dottrina e non miglior vita avevo deturpato, prestando opera all'avversario di lui, che elevatosi al di sopra di Dio, una podestà pari a Cristo già da molti secoli si arrogò».