Per le montagne bergamasche il Vergerio era fuggito nella Valtellina, soggetta allora ai Grigioni e perciò libera di fede: e si fermò a Poschiavo, dove Giulio da Milano avea raccolto una Chiesa italiana. Di là al Delfino vescovo di Lésina scriveva: «Siamo d'intorno a duecento uomini, dall'Italia fuorusciti per Cristo; e quale abita nel paese dei signori Grigioni, qual tra signori Svizzeri, qual in Ginevra, qual nell'Inghilterra, qual in Germania e qual in Polonia. Or di questi duecento o là intorno, manco che la quarta o quinta parte sono uomini di lettere, e ve n'ha di eccellentissimi. Dica chi vuole, e' se n'accorge bene il papato sentendone i colpi, e alla giornata ne sentirà di maggiori».

Pensate qual trionfo menarono i Protestanti dell'acquisto d'un tal uomo, ammirato per la facondia nell'insegnare e confutare e convincere; inoltre di bella presenza, ma principalmente di grande autorità come vescovo e che in tale qualità continuava la tradizione apostolica nelle chiese riformate. Blasius scriveva al Bullinger nel 1550: Est, quantum judicare ego possum, testantibus ejus moribus, vir magnae eruditionis et pietatis verae, ac dignus ut in suo proposito ab omnibus piis promoveatur. Rhaetia nostra merito eum observat atque colit, non tam propter ejus pietatem, verum propter linguae ejusdem miram facundiam, qua solet non tantum docere, verum et contradicentes convincere ac confutare. L'A Porta occupa un intero capitolo della sua storia retica attorno al Vergerio; e dice che supra cæterorum exulum ejus æstimabatur oratio, quod externo quopiam corporis habitu niteret, parrhesia et eloquio emineret.

Tanto maggior noja recava la sua presenza in Valtellina ai Cattolici, che cercarono anche qualche mezzo straordinario per farlo partire; ai comizj retici si presentarono ventitrè deputati dei Comuni della Valtellina, chiedendo fosse licenziato dal territorio di Sondrio e da tutta la valle il Vergerio, che teneva residenza a Rogoledo, e predicava dottrine repugnanti alla fede dei più, e protestavano contro qualunque scandalo ne potesse seguire. Non ottennero nulla: pur egli dalla Valtellina passò nell'Engadina, valle retica, e capitò a Ponteresína quando appunto n'era morto il pastore. Fermatosi in un'osteria, tenuta dal magistrato del paese, entrò in discorso cogli avventori, e si esibì di predicar egli, invece del defunto. Sì, no; finalmente gli fu concesso, ed egli tenne un discorso sopra la giustificazione pei soli meriti di Cristo. I vecchi non approvarono nè disapprovarono, ma dissero, «Ascoltiamolo un'altra volta». Ed egli predicò sull'eucaristia, e presto vi ottenne gran lode, consolidò quella Chiesa, e poichè i paesani vendevano ai Valtellinesi le reliquie cui più non credevano, egli disse: «Ciò che reputiam male per noi non possiamo secondar gli altri a farlo», e li persuase a recarle tutte sul ponte Ota, e di là buttarle nell'Inn.

Lasciato ivi pastore il bergamasco Pietro Parisotto, si pose nella val Pregalia a Vicosoprano; di là propagando l'insegnamento ai paesi vicini. A Casaccia, discosta appena un miglio, una notte si trovarono atterrate tutte le immagini, e disperso il corpo di san Gaudenzio; del che il Vergerio si compiaceva come di evidenti progressi.

Egli però, non dimenticando d'essere stato vescovo, arrogavasi una certa superiorità sui religionarj, e valevasene per metter accordo fra i dissensi che vi pullulavano, siccome altrove dovremo ampiamente divisare: e a Roberto Gualter a Zurigo, da Vicosoprano il 21 gennajo 1551 scriveva: «Ho conciliato Camillo col ministro della Chiesa di Chiavenna, e l'ho costretto accettar una confessione a mio modo. Mi è bisognato andar in Valtellina e patire molti incomodi da certi Anabattisti. Infine ne ho riconciliati alcuni, ed alcuni ho fatto partir dal paese. Un'altra grave contesa ho avuto con papisti, che ci facevano molte novità e molti insulti e anche questi ho vinto con l'ajuto del Signore». E al Bullinger l'11 ottobre 1552: «Se prontamente non accorrevasi, cadeva pericolo che la Valtellina non divenisse una tana d'uomini corrotti», cioè dissidenti.

Ma egli stesso seminava zizzania, appunto perchè, rotto il freno d'una autorità, nessuna voleasene. Mal potè dirsela con Lutero. Questi il sacerdozio considerava come una soperchieria, buona solo a far degl'istrioni, de' ciarlatani, de' preti di Satana, e voleva fossero rejetti coloro che avevano ricevuto l'Ordine della gran bestia, mentre ogni fedele è sacerdote per annunziar la parola, assolvere le colpe, amministrare i sacramenti. Per contrario il Vergerio, come vescovo, si occupava assai della sistemazione che sarebbe a dare in Italia alle comunità religiose; semplificando il culto al più possibile, conservando l'episcopato, risparmiando le spese, monasteri e canoniche convertendo in iscuole o vendendo. Aveva anche procurato di essere deputato a visitar le chiese per tutto il paese de' Grigioni, e organarle: col Mainardi e col Negri, che poi conosceremo, litigò sopra la confessione e la presenza reale; e mentre gli altri chinavansi a Zuinglio, credendo che i sacramenti, istituiti da Dio, si abbiano meramente per segni esterni, non per le cose stesse, egli compose un catechismo per la Valtellina, nel senso di Calvino.

Il Gallicio, imputato di aver accolto meno favorevolmente il Vergerio, se ne scagiona col Bullinger, esponendogli come costui sovvertisse le Chiese della Rezia e della Valtellina colle sue pretensioni e con dogmi non conformi ai sanciti; e non soffrendo la superiorità del concistoro di Coira, volesse concistori proprj pe' suoi Italiani; accusasse il terzo e il quarto or di anabattista, or di papista; cercasse i nodi nel giunco, e credesse che il cielo cadrebbe s'egli, come Atlante, nol sorreggesse colle sue spalle. Democraticamente essere costituita la Chiesa retica; sicchè non v'è bisogno di visitatore, quale il Vergerio pretendeva essere. «Se gliene avessimo data la podestà, saremmo stati uomini egregi. Noi ricevemmo sempre con onoranza il Vergerio, benchè il suo fasto non possa garbare. Di me non so come si dolga, se non d'avergli detto in faccia che altro appariva, altro era; fuori, sembrava tenace della pura dottrina di Cristo e amator della pace, ma all'esame nol si trovava tale. La frase non è cortese, ma sostengo che è vera». Qui gli racconta come il Vergerio tenesse per amico Camillo Renato anabattista, e trattasse da papista uno che predicò doversi le parole dell'istituzione divina non solo annunziare in pulpito, ma proferirsi pure alla mensa del pane e del vino. «Anch'io lo lodo, ma troppo spesso l'ho trovato uomo; e non credo ci vorrà mai bene se noi prendiamo per signor nostro».

Più risolutamente l'attaccò Celio Secondo Curione, che già gli era stato amico; e l'accusava di mascherar le sue credenze, e mostrarsi altro agli Svizzeri, altro ai Grigioni. «Quanto tu mi scrivi (diceva in lettera da Basilea 1 agosto 1550) del progresso del vangelo in Italia, non mi riesce nuovo; ma non è vero che gli opuscoli del Vergerio vi contribuiscano gran fatto. Di ben migliori ne possiede l'Italia, dai quali attinse lo spirito di salute. Que' del Vergerio non li dirò cattivi, ma leggeri; e se d'alcuni non si parlasse, si farebbe tutt'altro che danno alla cosa cristiana. Mi dici ch'egli chiese d'abitare a Losanna, se pericolasse nella Rezia. Non so che pericoli egli immagini, giacchè Agostino Mainardo, uom sapientissimo, in tutt'Italia celebrato, che nell'Italia stessa tante volte lottò predicando e disputando acerrimamente co' nemici, e spesso dal pontefice fu cerco con insidie, con arti, colla forza, già da dieci anni insegna a Chiavenna, fondò quella Chiesa, nè mai da alcuno sofferse violenze, nè ebbe male se non da falsi fratelli; dai papisti non mai. Il Vergerio non ha ancor deposta affatto la mitra, cioè adopra arti cortigianesche, e sa magnificar le cose sue.... Perchè va a zonzo? Perchè non assiste alla sua Chiesa? Preghiamo il Signore che gli dia spirito e mente di pastor evangelico».

Il qual Mainardo, al Bullinger scriveva da Chiavenna, il 3 settembre 1553: «Abbiamo inteso che il Vergerio stampa un catechismo a Zurigo, e lo dedica alla Chiesa della Valtellina, senza che i ministri di quella n'abbiano contezza. Tal catechismo ebbe dal Brenzio. Tu per le viscere di Cristo, e per quanto ami la pace delle Chiese nostre, non voler consentire che, col nome di queste, egli stampi nulla che non concordi con esse. S'egli non vuol esser dei nostri, perchè pubblica un catechismo col nome delle nostre chiese?» (Qui ne mostra alcuni errori intorno all'eucaristia), poi segue: «Ripreso da noi, perchè con quel catechismo e altri tali libri divulgati, turbasse le chiese che stanno in pace, e credono rettamente intorno alla Cena, e spargesse dottrine contrarie a quelle dei predicanti nel nostro paese, rispose esser interprete, non assertore. Gli replicammo che si faceva assertore nel catechismo, che voleva fosse ricevuto dalle Chiese.... Stampi quanto vuole, purchè non faccia menzione delle nostre Chiese, nè mostri che noi consentiamo con esso. Abbiamo i nostri catechismi conformi al vostro; non ne vogliamo d'iscritti con altro nome...».

Sia questo un altro saggio dei dissensi, a cui rompevano coloro ch'eransi staccati dalla cattolica unità. Pertanto il Mainardi esultò quando il Vergerio partì dalla Valtellina, e «Se ne vada nel nome di Dio, e non ci sia più a lungo di carico».

Il Vergerio si condusse predicatore e consigliere al principe Cristoforo di Würtenberg (1553), dal quale fu tutta la vita protetto e sostenuto. Nel 1554 lo troviamo a Strasburgo, donde si dipartì per paura della peste; sempre irrequieto, sempre credendo o vantando essere minacciato da' sicarj del papa.

In Polonia cercò promuover la Riforma, sostenuto dai Radziwil, e difondere i libri protestanti. Al re Sigismondo Augusto, che parlava perfetto l'italiano, raccontava come, stando nunzio in Germania, avesse levata al battesimo quella che allora era moglie di lui; sicchè credeasi in dovere di venirla a diriger nella fede[117].

Papa Paolo IV subito scrisse per impedirne i guasti in Polonia, e il Vergerio commentava e derideva quei brevi, augurando che il papa slanciasse anche alla Polonia sanctam et summis votis expetendam excomunicationem, affinchè fruttasse come quella contro Lutero.

Partitone alla fine del 1557, vi tornò, nè cogli scritti desistette mai dall'esortare il re alla riforma, e d'oppugnare il Lippomane e Stanislao Osio[118], vescovo, poi cardinale e caldissimo avversario dell'eresia, e ne qualifica i libri come la peggior ignoranza e cattiveria ch'abbia veduto, e ne dice tutte le sconciezze e vituperj, che per verità gli son ricambiati.

Si estese di fatto in Polonia l'eresia, tantochè, quando Sigismondo morì nel 1572 assaissimi vi aderivano: anche in Austria procurò diffonderla il Vergerio, e con lettere e colla presenza.

Nel 1562 volle rivedere i Grigioni, ed esortarli rinnovassero la lega con Francia, utile assai «perchè il papa, nè Cesare, nè Filippo II possano aver questo passo dell'Alpi, nè soldati.... Venendovi, corsi gran pericolo, giacchè il papa in tre luoghi mi aveva disposto agguati, di che fui avvertito dai fratelli; ma pensando non convenisse dar indietro, mi esposi al rischio, vestito da mercante, e così campai per grazia di Dio» (5 aprile 1562). Invitato a una disputa in Coira, ricusò; impetrò dal re di Boemia denaro onde erigervi uno spedale pei profughi italiani, ma non si sa che lo effettuasse: voleva piantarvi una stamperia; ma sempre era contrariato da Fabricius, che ne scrive cose da fuoco; ed era malvisto non tam propter religionem, quam propter arrogantiam fastumque ejus.

Gli appongono che cambiasse professione, stando ora coi Piccardi, ora coi Luterani, ora cogli Zuingliani; e il Da Porta lo colloca decisamente fra quelli che cambiano credenza secondo il colore del paese e di chi gli dà pane; e per difenderlo, Xist, suo biografo o panegirista, fa avvertire quanto influisca l'atmosfera in cui versa ciascuno.

Realmente non formulò verun dogma; eppure ciò saria parso conveniente alla dignità sua di vescovo, della quale valevasi tanto nello stabilire formalità. De' suoi scritti l'indole può compendiarsi con sue parole. «Per venti anni, o papato, vissi a te legatissimo e amantissimo, perchè ero cieco..... Ora tu, celeste padre, mi hai mostrato Gesù Cristo; volesti fossi tuo legato; adoprami, ti prego, comunque vorrai. Tu reggimi, e stermina le reliquie della mia carne e dell'umana prudenza.... Io, qualunque mi sia, sempiterna guerra avrò col papa.... sempre mi sforzai a tutta possa di persuadere a chi nol sapesse che il papato è mera impostura; onde bisogna che l'uomo se ne strighi, se desidera esser salvo, e raggiunger la pura e genuina dottrina che il Figliuol di Dio recò dal seno del Padre».

Ogni tratto palesa dunque rincrescimento di esser vissuto fariseo, incredulo, idolatra; chiama empietà giudaica e idolatrica la sua entrata al vescovado, e deplora i proprj peccati. Ma la taccia d'eretico, datagli da altri Protestanti, non sapeva tollerarla. «Eretico è colui che per vantaggi temporali, e massime per vanagloria e per primeggiare, inventa o segue opinioni false o nuove. Chi con cauta sollecitudine cerca la verità, pronto a correggersi qualora la trovi, non va noverato fra gli eretici».

Stese qualche libro esegetico; la parafrasi de' sette salmi penitenziali; sermoni e catechismi per Vicosoprano e la Valtellina; un Latte spirituale; tradusse varj libri di Melantone, di Flacio, e le Precedentiae del Brenzio. Olimpia Morata, lodandolo come buon traduttore, l'esortava a italianizzare il catechismo di Lutero e «Di quanto vantaggio fia ai nostri Italiani e massime alla gioventù, te ne accorgerai se svolgi quel libro»; e v'insiste, quantunque non ignori la controversia nata intorno al sacramento. Con Jacobo Andrea e Primo Truber procurò la traduzione e stampa della Bibbia in slavo e di altri libri, che a migliaja di copie si disseminarono, tra cui quello del Beneficio di Cristo; e si rallegrava che in pochi anni si fosse l'evangelo tradotto in cinque lingue; siriaca, ungherese, slava per la Carintia e la Carniola, croata e romancia. E scriveva al suo principe il 10 settembre 1562, che avendo stampate tante cose in latino, in italiano, e tradotte dal tedesco, desidera riunirle acciocchè i posteri capiscano che cos'è il papa: e gliene domanda ducento fiorini. Infatto si cominciò la raccolta, ma non comparve che il primo volume di ottocento pagine. E rarissimi or si trovano gli opuscoli suoi, perchè allora moltissimo i Cattolici adoperavano in abbruciarli[119].

Del resto il Vergerio, oltre che instancabile nella corrispondenza, fu uno di quelli che più intesero quanto male potesse farsi colle stampe creando un'opinione falsa e imponendola alle moltitudini, onde si gittò operosissimo a fare opuscoli, giacchè allora non s'erano ancora introdotte le gazzette; libretti popolari e mordaci «non cessava mai di spargere giù nell'Italia, come tarme e tinee, le quali rodano l'Anticristo» e venivano cerchi con avidità; e molte delle menzogne, accettate poi dal vulgo degli scrittori, sono dovute alla costui penna, sia che le inventasse, sia che le diffondesse. Tali la papessa Giovanna, il turpe attentato di Pier Luigi Farnese, le colpe di Paolo III, le taccie d'eresia a persone o semplicemente imprudenti o calorosamente pie; lo sprezzo di molti miracoli, le beffe contro il Concilio tridentino e i prelati ivi raccolti, e contro il clero e i riti della Chiesa, ch'egli conosceva meglio come vescovo. Bersaglia la messa «regina delle idolatrie»; denigra i pellegrinaggi, il culto della Madonna, massime lauretana; le stigmate di san Francesco, e tutta l'idolatria romana; esagera i disordini de' monasteri; e il suo biografo dice: «Più arditamente di lui solo Lutero parlò di Roma, più ironicamente nessuno». Ai papi non diede mai tregua; stampò un ordo eligendi pontificis et ratio (Tubinga 1556) per cuculiare le cerimonie della consacrazione de' vescovi, eppure vi riporta quest'orazione che in esse recitavasi: «Abbondi nel vescovo la costanza della fede, la purezza dell'affezione, la sincerità della pace; sieno, per tuo dono, splendidi i passi suoi nell'evangelizzar la pace e i tuoi beni. Dagli, o Signor, il ministerio della riconciliazione nella parola e ne' fatti; sia il parlar suo come la predica, non in parole persuasive di umana sapienza, ma in mostra dello spirito e della virtù. Dagli, o Signore, le chiavi del regno de' cieli, perchè ne usi, non perchè si glorii della potestà che gli attribuisci, per edificare non per distruggere..... Sia il servo fedele e prudente che tu, o Signore, costituisci sopra la tua famiglia affinchè la cibi a tempo opportuno; sia di zelo non pigro, sia fervente di spirito, odii la superbia, ami l'umiltà e la verità, nè mai la abbandoni per lusinghe o per timore; non ponga la luce per tenebre, e le tenebre per luce; non dica bene il male, e male il bene; tengasi debitore ai savj e agl'ignoranti».

Queste parole erano state proferite sopra di lui quando gli fu impresso un carattere, che invano cercava cancellare: quest'erano le parole applicate a quella gerarchia, per condannar la quale gli basta dire che sono papi, che chi uno ne conosce li conosce tutti; solo alquanto condiscende ad Adriano VI perchè mostrava la necessità della riforma; si diverte alle spalle di Gregorio I, della papessa Giovanna, di Benedetto XII, del quale racconta che amoreggiò una sorella del Petrarca! Più si svelenisce contro i moderni Paolo III, Giulio III, Paolo IV, assassino, inebbriato del sangue de' giusti, de' martiri di Gesù: Pio IV, il peggiore de' cardinali. «Finchè c'è papi (e spero che saran ben pochi) non è a sperar bene della Chiesa. O cielo, o terra, o inferno, che più t'indugi con questo bugiardissimo papato, per trattarlo secondo è dignità, con tutte le tue ragie e i tuoi unti? Udite cos'è il papato, udite: il papato è la congregazione e cospirazione di alcuni, sotto un capo dato dal diavolo. Non v'è dubbio che il diavolo sia stato inventore del papato».

Con eguale stregua tratta i vescovi e i cardinali, «pezzo di carne con una mitra in capo»; dove non può i fatti, calunnia le intenzioni: inveisce contro il famoso Reginaldo Polo, quasi abbia scritto soltanto per isfuggir all'accusa di luterano, o per ambizione di diventar papa, e conchiude: «Guai a te, cardinal Polo: guai a te! la pagherai». Più accannisce contro monsignor Della Casa, il quale, indarno pentendosi del turpissimo capitolo rinfacciatogli ogni tratto, diresse alla Germania dei versi per iscagionarsi. E nella Magliabecchiana (classe XXXIV de' manoscritti) troviamo autografa la risposta di monsignor Della Casa al Vergerio, forse la stessa che fu poi stampata nel 1688.

«Tu ti lamenti (dice) che a Roma si abbia dolore della parlanza e malevolenza tua. No: o non vi sei conosciuto; o sprezzato così, che nessuno ti cura». E qui gli mostra la follia delle tante accuse date a Paolo III; cose ch'egli solo dice, il qual pure non poteva saperle essendo lontano, e sospetto perchè conosciuto nemico. Invano lui negare che la vita di questo sia scritta da esso, poichè egli la propaga, la vende. E qui comincia a legger le colpe del Vergerio contro gli amici, il fratello, la moglie, la patria, la religione, la taccia di bugiardo, d'aver finto lettere e commissioni; negant tibi quicquam credi oportere a quoquam: vanitatis, levitatis, mendacii te convictum defendunt. Profer igitur eas literas: manum, signum proba». E racconta che il cardinale Tournon, passando in Francia per la Svizzera, scese una sera a un'osteria affatto ignobile, e poichè l'ostiere lacero e in canna il salutò come persona nota, gli chiese chi fosse, e seppe ch'era il Vergerio. Il cardinale prese a rimproverarlo, e il Vergerio commosso il pregò a trarlo seco in Francia, pronto a dir quel ch'egli volesse sulla religione della Germania e della Svizzera; ma il cardinale non gli credette.

Difende da lui il cardinale Polo. Nega assolutamente il fatto di Pier Luigi Farnese, e cerca scusarsi dei versi. Si qui sunt paulo minus casti libelli, per jocum aliquibus in adolescentia scripti, eos tu cui tibi comodum fuerit adscribito: quæ dubia erunt in pessimam partem rapito, multa de tuo addito; quos de versiculis illis, qui de furni laudibus inscripti jam olim sunt, fecisse te video: quamquam illos, annis ab hinc quinque et viginti editos, alterius ejusdem nomine inscriptos legisse me memini, tu Jo. Casæ attribuis, quem tunc et affirmare soles ornate politique scribere et versibus posse et soluta oratione.... E del Vergerio ricorre la vita, da nemico, imputandolo di denari frodati, di delitti d'ogni sorta. Non credansi: ma neppur si credano quelli ch'egli appone a noi; si esamini; singolarmente non gli si presti fede ove dice che gli Italiani sprezzano e ingiuriano i Tedeschi, de' quali amplia le lodi; ma nega quel ch'essi dicono degli Italiani, confondendoli con coloro che van fuori a sparger errori, pregiudizj, empietà. E appunta il Vergerio, che gli Italiani aveano respinto da sè come il mare vomita un cadavere, spacciò che non poteva tollerare, egli così santo, i vizi e le scelleraggini degli Italiani, e per questo abbandonò le prospere sue fortune, e venne in Germania onde aver libertà di credenza. Il che avviene di molti Romani, che stimando sè e il proprio ingegno molto sopra del vero, lagnansi di non esser chiamati a Roma e ai sommi onori: e quando non si vedono onorati quanto vorrebbero, mettonsi a declamar contro il papa e i primati, e vengono a vantarsi in Germania dove sono sconosciuti, magnificando i comodi e gli onori che lasciarono per la religione. Ma almeno facessero qualche eccezione pei buoni, che pur si trovano in Italia.

Il Casa, vecchio e caduto dalla speranza di «mutare il cappello verde in rosso», si ritirò a Narvesa componendovi sonetti pieni di disinganno e diceva di sè: «Peccai da giovane, m'accusano da vecchio».

All'ira del Vergerio divengono sovente bersaglio i moderati, i neutrali, i tepidi, che mentre disapprovano le idolatrie papistiche, pur non osano abbracciare il vangelo; vogliono riforme, ma solo ove ad essi pare. «La Italia (diceva) è più avanti che qualcheduno non pensa. Ella ha per dentro e anche di fuori de' bravi spiriti, li quali, colla lingua e con la penna, non fanno altro che mostrar Gesù Cristo morto in croce per gli suoi eletti, e questa è la luce, la quale può meglio mostrare quali sono gli abusi e quali le superstizioni e quale la porta di uscirne fuori, che non possono quelle XII carte dove sono dipinte le querele dei Tedeschi»[120]. Pure giudicava che per l'Italia non fosse ancor venuto il momento della Riforma: dolevasi che i tanti dotti nostri non sapessero staccarsi dagli autori mondani e gentileschi, per istudiar solo lo spirito di Dio; minaccia che la collera del Signore e la disgrazia peseranno sui suoi compatrioti finchè stiano servili al papato; e crede potrebbe qui pure immegliarsi e correggersi la Chiesa qualora si cambiassero i costumi. «Non un anno passerebbe che voi, o miei compatrioti, sareste divenuti ottimi; migliorati di corpo, e di spirito; fondati nel bene, deposte le nimicizie, i rancori, le malizie, la lussuria, il giuoco, la bestemmia, l'usura e tutti i vizj. Qual è la cagione per cui l'Italia è piena di scissure, partiti, bordelli, bische, garzoni scandalosi, ladri, assassini? Perchè vi risiede la falsa religione e l'idolatria che tutti i vizj seco strascina; mentre il vero insegnamento cristiano reprime tali vizj e li svelle, o almeno gl'indebolisce e diminuisce? Non si alleghino i supplizj e le galere che l'Anticristo vi oppone, non il sovvertimento che ne verrebbe; la grazia di Dio basta a tutto. Quanti siamo cacciati di patria per la verità! ebbene, che ci manca? La Dio grazia viviamo come fossimo in patria». Linguaggio ripetuto tante volte, e fin ad oggi, malgrado la contraria esperienza.

Sopratutto egli osteggiò il Concilio di Trento. L'opuscolo Cur et quomodo christianorum concilium debeat esse liberum et de conjuratione papistarum, che credesi opera di Lutero, stampata il 1537, fu riprodotta il 1557 con prelazione del Vergerio; che confessa essere stato lui che, come legato pontifizio, avea predicato quel Concilio, e di quell'opuscolo bruciate quante copie potè, avrebbe bruciato anche l'autore se avesse potuto. Nel Concilium non modo tridentinum sed omne papisticum perpetuo fugiendum esse omnibus piis (1553) già avea raccolte tutte le ben note objezioni; nega sia libero, attesochè egli ne fu scacciato, e cacciato pure Giacomo Nachiante vescovo di Chioggia, e Girolamo Villeno domenicano, perchè aveano avversato quel passo del Decreto che dicea doversi le tradizioni accettare colla stessa venerazione come il vangelo; fa temere si manchi alla promessa franchigia, e ne coglie occasione di mostrar tutti gli abusi introdottisi nella Chiesa. E quanto spacciavasi pei trivj contro il Concilio, egli raccolse in molti opuscoli, ai quali poi attinse largamente frà Paolo Sarpi. Contro a quel sinodo ed ai papi incita l'imperatore e i principi, solleticandone le gelosie e le passioni; si erigano superiori ai pontefici; prescrivano ciò che giova a correggere i costumi e gli errori, e facciansi obbedire.

In alcuni scritti usò d'un'ironia così ben sostenuta, d'aver illuso molti. Tali sono le «Due lettere d'un cortigiano, nelle quali si dimostra che la fede e l'opinione di Roma è molto più bella e più comoda che non quella dei Luterani. — Terza lettera d'un cortigiano, il quale afferma che a suo parere la messa del papa è più bella che la comunione che si fa in alcun loco della Germania. — Quarta... nella quale gli dice che si comincia ad accorgere che la dottrina, ch'ei chiama luterana, sia la buona e la vera, e che quella del papa sia la corrotta e la falsa». Van sul tono istesso le Tre azioni del secretario pontificio, che suppone pubblicate intorno al Concilio, tutte spirito, ma senza atticismo di lingua nè di pensieri; canzonando vescovi e sinodo, e voltando in riso la paura di guerra, sia col Turco, sia co' Protestanti, quasi fossero invenzioni papistiche.

Al duca Alberto di Prussia, che lo chiamava amice singulariter dilecte, da Tubinga il 18 gennajo 1565 scrive: «Poichè il papa intimò il Concilio, i nostri principi non v'andranno, nè manderanno, ed è ben fatto. Ma io stabilii d'andarvi, e chiesi un salvocondotto. Che se lo spirito di Dio mi comandi altrimenti, e mi tolga quest'occasione di manifestar per me la gloria di Dio, stabilii darmi tutto a Cristo e alla quiete, e detto addio agli affari, prepararmi alla morte, che spero m'aprirà la vita eterna. Vostra altezza si meraviglierà udendo in quali luoghi io desideri dispormi a dar l'anima a Dio. Le chiese dei Valdesi piacciono al mio spirito; onde vi andrò, m'innesterò in quelle appresso la Posnania, o nel vostro ducato. Vedo quelle Chiese pacifiche e non sconvolte dalle dissensioni come le altre; onde ve le raccomando». Altre volte gli mandava una lettera in cui dissuadeva i Veneziani d'aderire al Concilio; lettera la migliore (dic'egli) che avesse scritta. Una più ampia del marzo seguente mettiamo in nota[121].

Eppure i nostri non aveano disperato di ricuperarlo, e il nunzio Delfino cercò indurlo a venire al Concilio, e con lui s'affiatò nel Würtenberg, ma il Vergerio proruppe in escandescenze contro il Casa e gli altri suoi persecutori. Anche al cardinal Gonzaga espresse una volta il desiderio di tornar a casa, di cooperare alla pacificazione della Chiesa, ma senza cenno di ritrattarsi: onde il cardinale nè tampoco gli rispose. Infatti egli scrive che il papa quaerit cum Germania aliquam concordiam, quam ob causam præcipue agitur ut Tridentum accedam. Sed ridicula est papæ cogitatio nam concordia in hac causa sanciri nulla potest, quod est certissimum: sed nihilominus audiendi sunt adversarii[122].

Ippolito Chizzuola di Brescia fece una Risposta alle bestemmie contenute in tre scritti di Paolo Vergerio contro l'indizione del Concilio (Venezia 1562). Costui avea predicato in senso ereticale a Venezia, onde gl'inquisitori lo obbligarono a ritrattarsi; tanto asserisce il Vergerio, che diresse «ai fratelli d'Italia» uno ripicchio fierissimo contro di esso: altri contro il Muzio giustinopolitano, suo compatrioto e condiscepolo; altri contro altri; perocchè e la sua apostasia e le polemiche gli procacciarono una folla di avversarj.

Per quanto lo vanti il suo biografo, sappiamo che, fino in quel bollore di passioni, pareva eccessivo declamatore, e di modi sconvenevoli alla sua dignità. Cercavano porgli qualche freno i suoi partigiani, ma chi bada ai consigli della moderazione nel vivo delle risse? Fiero, implacabile a chi lo toccasse; non si fa scrupolo di mentire; fomenta gl'istinti più abjetti; asserisce che il cardinale Alessandro Farnese promettea sparger tanto sangue tedesco, che il suo cavallo vi potesse andar a guazzo; che il papa avea dato commissione al Lippomani di persuadere l'imperatore a uccidere l'elettore di Sassonia e il landgravio d'Assia cadutigli prigionieri, e reca fin la lettera originale. Or viene a narrare che, una donna a Glarona avendo insudiciato di feci l'altare, i cantoni papisti muovon guerra agli Evangelici, e certamente l'Anticristo v'accorrerà colle sue armi. Tutta Germania prorompe a guerra? Sono i Papisti che la incitano; son gli Evangelici che trovansi costretti a difendersi; e il papa somiglia a quei che mettono il fuoco per saccheggiare; onde gavazzare nel lusso, suscita guerra dapertutto, evoca i Barbari a invader la Germania, e la sua satanicità chiamerà perfino i Moscoviti a depredar tutto il Settentrione e l'Inghilterra[123]. Eppure e' non vuol che si intitolino libelli infamatorj i suoi, perchè l'infamia di Roma era già nota a tutto il mondo!

Spirito strettamente pratico, e sproveduto di generalizzazione, trattava la religione come un affare giuridico, citando la Bibbia come un codice, sottilizzando senza veruna elevazione.

Uomo di negazioni e nulla più; violento nell'abbattere, era inetto a costruire, affettando odio contro l'errore più che amore per la verità; molti lo sprezzavano come un garbuglione che usasse frode sin nelle lettere; Erasmo ne dice male; Celio Curione trattavalo da plagiario, quasi avesse come sue offerto opere altrui al principe di Würtenberg per entrargli in Corte: gli apostati italiani sempre lo guatarono con diffidenza, e pensavano aspirasse tornare al papismo; e in fatto vacillava talmente nelle credenze, che l'apologista suo Gian Rinaldo Carli potè sostenere non si scostasse mai fondamentalmente dalla Chiesa nostra; e un suo ritratto girava coll'iscrizione Nunzio del papa, legato di Cristo.

Per giunta intrigava nella politica; lo vedemmo sollecitare i Grigioni a far lega coi Francesi contro la Spagna; eppure stando in Valtellina mestò con don Ferrante Gonzaga governatore di Milano per ricuperar questa valle alla Spagna; e allo stesso scriveva il 21 aprile 1550: «Oltre di quest'impresa, io potrò esser buono alle cose appartenenti alla religione, per l'amicizia che tengo con que' dotti di Lamagna; e quando, o per via di un Concilio o per altra, si trattasse qualche accordo ed assestamento, vostra eccellenza vedrebbe ciò che saprei fare». Molti principi di Germania lo protessero: Eduardo VI d'Inghilterra gli mandava «qualche ajuto onde possa continuar a far la guerra al diavolo»; e sempre lo assistette il nipote Lodovico, consigliere del duca Alberto.

A cinquantanove anni pensò prender moglie: tutto era stabilito: farebbe da madrina la contessa Maurica, profuga d'Italia; il duca aumentava di qualcosa il suo trattamento; ma non consta che il matrimonio si effettuasse. Già nel 1558 lagnavasi di cattiva salute, peggiorata poi dagli strapazzi dell'ultimo viaggio in Polonia. Ricorse alle acque e ad altre cure; da un lato desiderava intervenire al famoso colloquio di Passy nel 1561, dall'altro vagheggiava ritirarsi fra i Valdesi o Piccardi della Boemia, ma questi voti di quiete presto dissipava per lanciarsi di nuovo nella mischia. Infine morì il 4 ottobre 1565 a Tubinga, e gli amici narrarono che conservò fino all'estremo mirabil costanza; che agonizzasse fra orribili spasimi e muggiti e rimorsi, scrisse il famoso Glaber, che lo assistette, e che poi si convertì al cattolicismo. Il duca Cristoforo nella chiesa di San Giorgio gli fe porre un monumento con un epitafio, che mostra come le sottigliezze secentistiche si usassero prima o fuori d'Italia; monumento che, sovvertito nel 1635 durante le guerre di religione, fu poi ripristinato nel 1672.

Qualche moderno presenta il Vergerio qual «esempio unico dell'aver mutato lo splendido posto di prelato romano, l'onore di nunzio papale, la mitra di vescovo, l'aspettazione della porpora contro le incertezze d'un esule». A chi ci lesse noi procurammo dar argomenti che bastino a valutare quanto meriti questa lode; e se le opere sue valgan meglio che quelle di certi martiri odierni, che tutto dì contaminano il buon senso e il viver civile.