Ben altrimenti si era comportato Nicolò Pusterla, ma con sei zelanti Cattolici rapito in prigione, colà vollero dire fosse avvelenato dal governatore.
Gli succedette Nicolò Rusca, nato in Bedano terra del luganese, da Giovanni Antonio e Daria Quadrio. Avea studiato a Pavia: indi nel collegio Elvetico di Milano, ove a san Carlo ne parve sì bene, che postagli sul capo la mano, «Figliuol mio (gli disse) combatti buona guerra, compi la tua carriera; per te è riposta una corona di giustizia, che ti renderà in quel giorno il giudice giusto». Fatto arciprete di Sondrio, mostrò lo zelo del buon pastore che offre l'anima per le pecorelle. Dotto di greco e d'ebraico, non che di latino; versato nella storia ecclesiastica e nella teologia, spesso agitava le correnti controversie sia in dispute coi dissidenti, sia nelle prediche dove, tutto lume della somma verità, in prima ribatteva l'errore, poi stabiliva la dottrina vera; ma nè usava egli, nè soffriva in altri le invettive e le ingiurie. Trovata la chiesa sproveduta di arredi, disusata di funzioni, muta di canti, egli rinnova tutto, introduce preghiere e processioni, ricupera i disusati beni, ripristina la disciplina delle monache; ottiene che i Cappuccini possano confessare. Si oppone alle pretendenze de' novatori, i quali, oltre esigere dal capitolo la provvigione di trenta zecchini pel ministro evangelico, volevano ch'egli cedesse porzione del suo giardino per farsene il cimitero: proibivano le processioni del Corpus Domini e del venerdì santo, e il suon delle campane come pubblico insulto ai magistrati dissidenti.
Simone Cabasso curato di Tirano predicava incessantemente contro Calvino, onde fu accusato e condannato. Egli si appella, e dal pretore vengono invitati Antonio Andreossi ministro di Tirano, Cesare Gaffori di Poschiavo, Antonio Mejo di Teglio, Scipione Calandrino di Sondrio, Nicola Cheselio di Montagna, perchè tengano un colloquio sopra la fede, e principalmente sopra Calvino. Da questo e da sè repulsarono la taccia di eretici, mostrando (e il Calandrino principalmente) che quel dottore non avea deviato mai dalla Chiesa quanto alla divinità di Cristo e alla sua eccellenza come mediatore, anzi l'aver egli perseguitato gli Unitarj e scritto contro Valentino Gentile. Non bastando il primo, si venne a un secondo colloquio il 1 marzo 1596; poi ad un terzo il 7 agosto; dopo il quale gli oratori grigioni sentenziarono che il Cabasso aveva calunniato, e perciò pagasse centrentadue coronati.
Fra' Cattolici primeggiavano, oltre questo di Tirano, il parroco di Mazzo e Nicolò Rusca, il quale del colloquio diede a stampa una relazione (1598 Como, pel Frova). Questa parendo aliena dal vero e calunniosa quanto alle persecuzioni che gli ecclesiastici soffrivano in Valtellina, i signori Grigioni permisero ai ministri di rispondervi, come fecero con uno scritto latino, il cui titolo suona, «Della disputa di Tirano fra i papisti e i ministri del verbo di Dio nella Rezia, tenuta gli anni 1595 e 96, quattro parti, dove accuratamente e solidamente si tratta della persona e dell'officio di Gesù Cristo mediatore secondo le due nature; e si vendicano le parole di Calvino sopra la natura divina di Cristo dalle calunnie dei papisti valtellinesi; risolvonsi i sofismi del Bellarmino, e scopronsi gli errori de' Monoteliti, de' Nestoriani, degli Ariani, e d'altri; oltre la storia esattissima di quella disputa: l'indice delle calunnie dei parroci di Valtellina; la risposta ai ripetuti costoro sofismi. Autori Cesare Gaffori, Ottaviano Mej, e gli altri ministri della parola di Dio nella Rezia, or primamente stampati, e non solo degni di lettura, ma giovevoli a chiunque ama la verità» (Basilea, per Waldkirch 1602 in-4º).
Nel 1596 Giovanni Marzio di Siena, pastore a Solio, avea stampato un libro italiano della Messa, che molto si divulgò. L'Apologia della Messa, che frà Giovanni Paolo Nazari cremonese domenicano vi oppose, fu giudicata vittoriosissima dai Cattolici, ridicola dagli altri. Si stabilì una disputa a Piuro, che fu fatta il gennajo e maggio 1597, presenti gli arcipreti di Chiavenna e di Sondrio, il Calandrino, il Marzio, il Mej, il quale fu trasferito allora dalla chiesa di Teglio a quella di Chiavenna per succedere al Lentulo.
Martello degli eretici, quale veniva chiamato si mostrò singolarmente il Rusca allorquando i Riformati ottennero di istituire a Sondrio un collegio, del quale il rettore e tre dei cinque professori fossero calvinisti. Fin dal 1563 erasene divisato, poi aperto nel 1584 accettandovi cattolici e no; ma nessun cattolico andandovi, cadde. Quando si volle rinnovarlo, il Rusca, senza guardare in faccia nè ai Salis che lo proponevano, nè al re d'Inghilterra che dicevasi somministrar il denaro[279], attraversò questa impresa, e riuscì a sventarla, ed unire anzi un'accademia che propagasse le cattoliche dottrine.
Nel 1614 l'Archinti vescovo di Como per seicento fiorini comprava la licenza di visitar la Valtellina, il che da venticinque anni era proibito, e ne mandò relazione a Paolo V. Dopo estreme lodi al paese, si consola che, in quell'esecranda libertà di vivere e dire quanto a ciascuno piace, appena tremila persone abbiano adottato la Riforma, e i popoli accorreano festosi e piangenti ad accompagnarlo. A Tirano trova da cencinquanta eretici, vil plebe. I cattolici di Poschiavo e Brusio tengonsi incontaminati, benchè mescolati ai Calvinisti. In Sondrio questi erano potenti per numero e ricchezza, sicchè a fatica egli vi ottenne accesso. Un terzo de' Chiavennaschi aveva abbracciato l'errore, fra cui i meglio stanti, e dalla Bregalia i Riformati minacciavano assalirlo in armi. Quando esso Archinti tenne un sinodo nel 1618, il podestà di Traona pubblicò per editto terribili pene contro qualunque ecclesiastico spedisse lettere o uscisse dalla valle: cento scudi di multa o tre tratti di corda a chi conoscendolo nol denunziasse.
Perpetuo e vivo contraddittore de' loro disegni com'era il Rusca, gli acattolici miravano a torselo d'in su gli occhi. Dapprima Giovanni Corno da Castromuro, capitano della valle, lo condannò in grave multa perchè avesse rimproverato un giovane suo popolano d'aver assistito a un sermone dei Calvinisti. I Sondriesi presero le armi, e si fu ad un pelo di far sangue: onde il capitano denunziò l'affare a Coira; dove il Rusca fu assolto, ed il capitano ammonito.
Vivo contraddittore gli era il molte volte nominato Calandrino, del quale nell'archivio di Zurigo conservasi un autografo, ove racconta «la lunga e costante persecuzione» dei Valtellinesi contro degli Evangelici e massime dei ministri, gli assassinj tentati, specialmente sopra di lui, imputandone chiaramente il Rusca, benchè non lo nomini. In fatto a questo apposero d'aver fatto trame con un Ciapino di Ponte per ammazzare o tradurre all'Inquisizione esso Calandrino. Il Ciapino fu messo a morte dopo orride torture, nelle quali disse aver avuto consiglio dal Rusca, cui perciò fu aperto processo. Egli ricoverò a Como; poi giustificatosi, tornò più glorioso, aggiungendosi alla virtù il lustro della persecuzione. Tanto più bramavano i nemici suoi di metterlo per la mala via, e la fortuna vi mandò tempo.
Tra le brighe di Potenze straniere, ne' Grigioni pigliavano il sopravento i predicanti, e intendendosela con Zurigo, Berna e Ginevra, non cessavano di gridare doversi far nello Stato una sola religione; essere violate le costituzioni pei bocconi stranieri; bisognare qualche efficace provedimento per rintegrare la libertà, riformare il governo, e simili frasi, che sempre titillano le orecchie della plebe. Fidati nel favore di questa, sotto Gaspare Alessi di Gamogaso, da Ginevra venuto predicante a Sondrio, e destinato rettore del seminario, accozzarono un loro concilio, prima a Chiavenna presso Ercole Salis, uomo per servigi ed ingegno in gran nome, poi a Berguns, paese romancio alle falde pittoresche dell'Albula. Ivi dichiararono la fazione spagnuola funesta alla Rezia ed alla religione, micidiale l'alleanza di Francia, buona quella sola di Venezia: gridarono contro gli Austriaci, e che v'erano maneggi per quelli, e che il governatore di Milano sparnazzava denari per la Valtellina, e che per reprimerli si doveva stabilire il tribunale inquisitorio, il quale correggesse la costituzione, venuta omai in gran punto. Il popolo gli ascolta: Ercole Salis se ne fa capo: l'Engaddina e la Bregalia levansi in arme: i castelli dei Planta fautori degli Ispani son diroccati: uomini malfattori entrano a forza in Coira, e dispersi o carcerati come ribelli i preti e persone di gran bontà, conduconsi a Tusis, paese romancio a piè del fertile Heinzenberg fra il Reno posteriore e la formidabile Nolla: ed ivi stanziando le venticinque bandiere con un migliajo e mezzo di soldati, proclamano tredici capitoli per conservare la libertà, e piantano lo Straffgericht, aggiungendovi un consiglio di predicanti (1618).
Accintisi a rintegrare la libertà politica col solito modo di togliere ogni libertà legale, una furia d'accusatori sbuca addosso a quanti erano sospetti. Le prime sette sentenze furono pubblicate da' giudici stessi con prefazione apologetica; e subito tradotte in italiano, francese, olandese, vennero dapertutto esecrate per atrocità. Giambattista Prevosti detto Zambra, di settantaquattro anni e podagroso, quasi avesse favorito l'erezione del forte di Fuentes fu decapitato: una taglia su Rodolfo e Pompeo Planta, Lucio da Monte, Giovanni Antonio Gioverio, il Castelberg abate di Dissentis, e se possano cogliersi vengano fatti in quarti: Daniele Planta, nipote dei predetti, Antonio Ruinello, Pietro Leone di Cernetz, Teodosio Prevosti della Bregalia, Giuseppe Stampa e suo figlio Antonio, Agostino Traversi e il padre Felice di Bivio, all'esiglio per tutta la vita; per quattro anni Andrea Jennio console di Coira, Antonio Molina e Gianpaolo interprete del re di Francia, Andrea Stoppani prete di Ardetz; tolti i beni e la mitra a Giovanni Flug vescovo di Coira, e ucciso se sia côlto: multata di ventimila fiorini la città di Coira, come ispanizzante; il pastore di essa Giorgio Salutz escluso dal sinodo; e tacendo varj multati, dannato a morte in contumacia il capitano Giovanni De' Giorgi; fra i Valtellinesi, Anton Maria e Giovanni Maria Parravicini e Giovanni Francesco Schenardi a morte; a quattro anni di esiglio Nicola Merlo di Sondrio e Giovanni Cilichino parroco di Lanzada, perchè avea sonato a martello quando fu arrestato il Rusca: al cavaliere Giacomo Robustello e ad Antonio Besta bando per un anno e mille zecchini: due anni e seimila zecchini a Francesco Venosta; minor pena a Giovanni Battista Schenardi e Francesco Paravicino d'Ardenno, che settagenario e infermiccio non potendo esser alzato sulla corda, ebbe serrati i pollici in un torchietto; ma stette saldo a negare. Il dottore Antonio Federici di Valcamonica, mutatosi per opinioni religiose in Valtellina, ove prese moglie a Teglio e si fe protestante, diede voce che Biagio Piatti, cattolico infervorato di questo paese, avesse subornato un fratello di lui ed altri della Valcamonica, perchè venissero e uccidessero i Protestanti di Boalzo mentre assistevano alla predica. Il Piatti fu arrestato con supposti complici; e messo alla tortura, confessò quanto si volle e fu decapitato: intanto che un fratello di esso uccideva Paolo Besta che aveva recato l'ordine dell'arresto: mandaronsi uffiziali che cacciassero di Valtellina gli oratori quaresimali, assistessero i pretori nell'applicare gli editti de' signori, istituissero processi di maestà.
Marc'Antonio Alba di Casal Monferrato, predicante di Malenco, a capo di quaranta satelliti, la notte del 22 giugno avea côlto il Rusca nella sua arcipretura, e per l'alpestre via di Malenco e dell'Engaddina lo strascinò a Tusis. Nel primo furore i Sondriesi per far rappresaglia si voltarono addosso a Gaspare Alessio predicante, ma s'era ridotto in salvo: diressero una deputazione a implorare per l'arciprete, e non fu ricevuta: i Cantoni cattolici e Lugano sua patria mandarono Gian Pietro Morosini a perorarne la causa; ma il tribunale gli rinnovò l'accusa dell'attentato contro il Calandrino; poi di avere subornato il popolo a non ubbidire alle Tre Leghe: cercato tornar al cattolicesimo i Riformati, tenuto carteggio col vescovo e con altri; esortato in confessione a non prender servizio contro il re cattolico; aver istituita la confraternita del Sacramento, che sotto le devote cappe portava micidiali armi.
Invano gli avvocati suoi lo scolpavano: aver operato bensì che si mitigassero i decreti pregiudizievoli alla cattolica religione, non però tramato mai contro il governo: col Calandrino non aggrezze, ma aver usato cortesie, visitandolo talora, e prestandogli anche libri. Qual pro delle difese quando già è prestabilita la condanna? Il ben vissuto vecchio, disfatto di forze e di carne, fu messo alla tortura due volte, e con tanta atrocità, che nel calarlo fu trovato morto. I furibondi, fra i dileggi plebei, fecero trascinare a coda di cavallo l'onorato cadavere a seppellir sotto le forche, mentre egli dal luogo, ove si eterna la mercede ai servi buoni e fedeli, pregava perdono ai nemici, pietà pe' suoi[280].
Ciò avveniva il 4 settembre 1618; e quel giorno fu segnalato da un gravissimo disastro naturale, la distruzione del bello e ricco borgo di Piuro, sepolto da una frana con tutti gli abitanti. Pensate se si mancò di vedervi un'immediata punizione del Cielo. Poco poi il tribunale a Coira cassò gli atti di quel di Tusis, ma i morti non tornano più.
Il popolo dal terrore alla pietà, poi allo sdegno passò; e prima parlottar segreto, poi aperte querele, e venire pel più leggero appicco a parole, a sassi e coltelli. Avendo voluto i Grigioni impiantare una chiesa evangelica in Boalzo e Bianzone, s'opposero di forza i Cattolici; e per vendetta di Biagio Piatti, ammazzarono un Riformato di Tirano, maltrattarono il predicante di Brusio, primizie de' martiri[281]. Anche al Calandrino, mentre predicava a Mello, una banda s'avventò, e lo ferì gravemente[282]. Anzi avendo i predicanti, dopo la pasqua, tenuto la solita loro accolta in Tirano, i terrieri in armi s'erano rimpiattati al ponte della Tresenda per trucidarli; ma essi ne sentirono a tempo per ripararsi. Così i signori vivevano timorosi e tremendi; nei sudditi covava un'irosa speranza, e fra il silenzio della paura udivasi quel sordo rumore dello sdegno di Dio che si appressa.
I colpiti dal tribunale di Tusis empirono di lamenti il mondo, e più la Svizzera e la Lombardia, e com'è stile de' profughi, trescavano per introdur armi straniere nella Valtellina non solo, ma nella Rezia. Dal duca di Feria, nuovo governatore del milanese, e dal Gueffier ambasciadore di Francia ricevevano subdoli incentivi: cercavano muover l'irresolutezza delle Corti d'Austria e di Spagna; al papa inviarono non una sola volta, ed esso li confortava ad una pazienza che pareva omai intempestiva ai fuorusciti, i quali, gridando giunta al colmo l'oppressione della patria, confortavano i Valtellinesi a levarsi una volta per la causa santa.
Che i Riformati si fossero giurati a trucidar i Cattolici, e ridurre alla nuova religione la valle, scrittori cattolici lo affermano; e che il governatore di Sondrio si fosse lasciato sfuggire di bocca, non andrebbe molto che sarebbero tutti d'una fede. Nelle suppliche sporte dal clero e dal popolo di Valtellina al re cattolico ed al cristianissimo si asserisce questa congiura; possibile ardissero mentire così sfrontatamente in faccia a quelle corone? Parrebbe anzi che alle suppliche ne unissero le prove[283]. Ma perchè, mentre si conservarono esse suppliche, perì il documento? come, fra tanti fasci di carte, che ad altri ed a me non parve fatica rovistare, questa non si rinvenne? Ben si ragiona di qualche lettera, ma vaga e d'incerto autore e scoperta miracolosamente, e che, piuttosto d'acquistar fede a questa congiura, la fa credere uno spediente, consueto anch'oggi, quello d'accusare la parte che soccombette, coprendo l'atrocità colla calunnia, e ammantando di difesa il misfatto. Era tempo di rivoluzioni; e se queste non misurano mai i mezzi, allora ancor meno, quando la discordia religiosa aveva abituato ai delitti: la Francia, dopo il macello della notte di san Bartolomeo, erasi agitata fra guerre terribili, che appena allora avevano posa: l'Olanda scotevasi sanguinosamente dal giogo della Spagna in nome della religione: in nome di questa la Boemia rompeva guerra all'imperatore: tutta Germania era sossopra per quella che poi si chiamò guerra dei trent'anni. Quanto l'esempio ecciti la passione della guerra, delle stragi, delle rivolte non fa mestieri ch'io 'l dica; nè dovette essere allora inefficace sui Valtellinesi.
Giacomo Robustelli di Grossotto, parente dei Planta perseguitati, perseguitato egli stesso, nobile, agiato, d'animo gagliardo, e di quell'ambizione che de' sagrifizj altrui sa fare vantaggio proprio, servendo nell'armi, era da Carlo Emanuele di Savoja stato fatto cavaliere dei santi Maurizio e Lazzaro e molt'aura si era acquistato tra' suoi coll'affabilità e la splendidezza, sicchè parve opportuno centro alle trame per liberare la patria.
Accozzati nella propria casa a Grossotto alcuni Valtellinesi di maggior recapito e di spiriti più vivi, ai quali pareva lodevole il far libera la patria, o utile il comandarla, o santo il purgarla dalla eresia, esclamavano essersi sofferto abbastanza: dai padri nostri ne fu lasciata una patria da amare, un patrimonio da difendere, leggi da conservare. E la patria e i beni e le leggi e, che più monta, la fede, ci hanno codesti stranieri tolto o contaminato. Chetare le speranze in Dio è lodevole quando cresca stimolo alle forze, non quando sia pretesto a cessar dalle opere. Centomila cattolici, quanti ne abitano dalle fonti del Liro a quelle dell'Adda, elevano un voto solo; ducento milioni di cattolici in tutto il mondo aspettano da noi esempio, e ci preparano applausi e soccorsi. Noi dunque concorde volere; noi sdegno generoso; noi magnanime speranze: noi armi giuste perchè necessarie, formidabili perchè impugnate per la patria e per gli altari. Il papa ci benedice: Spagna ci appoggia: la discordia de' Grigioni ci favorisce. Se l'occasione fugga, chi più la raggiungerà? Torna meglio morire una volta, che tremar sempre la morte. Cadremo colle armi alla mano? il mondo ci compassionerà, ci ammirerà come martiri, come eroi. Sopravviveremo alla ben condotta impresa? quanto sarà dolce nei tardi nostri anni dire ai figliuoli: Noi pugnammo per la patria e per la fede: se liberi, se cattolici voi siete, è merito nostro.
Così prevalendo i consigli esagerati, giurarono ridurre le vendette ad un colpo, e fare a pezzi quanti eretici natii o stranieri respirassero nella valle. Il capitano Giovanni Guicciardi di Ponte, spedito per amicare il cardinale Federico Borromeo, il duca di Feria[284] e gli altri magnati del governo milanese, ne ottenne tremila doppie[285] con cui assoldò esuli e gente d'ogni risma pel primo sforzo. Traverso alle penose incertezze che dividono una fiera risoluzione dal suo attuamento, ed a quei casi che sempre vi si interpongono, venne la terribile alba del 19 luglio 1620, quando a Tirano cominciossi a scannare e fucilare, e ben sessanta persone vennero in diversa foggia tolte dal mondo, fra cui tre donne; le altre ed i fanciulli perdonati se abbracciassero la cattolica fede. Il Robustelli, entrato a Brusio in val di Poschiavo, schioppettò da trenta riformati, poi mise fuoco al paese; falò, diceva egli, per la ricuperata libertà di religione[286].
Guai se il popolo comincia a gustare il sangue! I Venosta, i Quadri, i Besta, i Torelli, i Parravicini scannavano intorno a Teglio, a Ponte, in Val Malenco, a Sondrio; sopratutto infierivano coi predicanti e i rifuggiti. Bortolo Marlianici, Giovan Battista Mallery di Anversa, Marcantonio Alba predicante in Malenco perdettero la vita; l'Alessio campò con Giorgio Jenatz predicante di Berbenno ed altri. Francesco Carlini vicentino, da frate mutato in predicator calvinista, fu mandato all'Inquisizione ove abjurò: Paola Beretta, ottagenaria già monaca, inviata anch'essa a quel tribunale, resistette e fu arsa viva. Anna di Liba da Schio vicentino, fu trucidata con un bambino alla mammella: altre donne ancora e nella florida e nella cadente età, furono passate per le spade. Giovan Antonio Gallo di Gardone, fabbricatore di schioppi, per due giorni si difese, poi côlto nella fuga, venne attaccato a un albero e preso a fucilate. Andrea Parravicini da Caspano, preso dopo molti giorni, fu messo fra due cataste di legna e minacciato del fuoco se non abjurasse: durando costante, fu arso vivo: e si videro spiriti celesti aleggiargli intorno a raccoglierne lo spirito[287]. Nè fu questo il solo prodigio, onde le due parti pretesero che il Cielo ad evidenti segni mostrasse a ciascuna il suo favore.
Ignobili affetti presero il velo della religione; contadini e servi piombarono sui loro padroni, i debitori su cui dovevano, i drudi sui cauti mariti. Poi per molti giorni, come bracchi entrati sulla traccia, mettevansi fuori all'inchiesta i villani con forche e picche e moschetti e crocifissi tutt'insieme. Non moveali religione, bensì quel furore che accompagna le fazioni, iniquamente incitato da fanatici capi, che pretessevano a questi orrori il nome del Dio della pace, il sostener una religione, che deve essere propagata con armi incolpate, colla santità degli esempj, coll'efficacia della parola e della grazia, col morire non coll'uccidere. Fanatici frati e sacerdoti, l'arciprete Parravicini di Sondrio aizzavano la moltitudine. Battista Novaglia a Villa tre di sua mano ne scannò: frate Ignazio da Gandino venne a posta da Edolo: il Piatti curato di Teglio attaccò il dottor Federici di Valcamonica e fatto il segno della croce quale portava nella mano sinestra e una spada nella destra, ammazzò detto dottor calvino con altri seguaci[288]: il domenicano Alberto Pandolfi da Soncino, parroco delle Fusine, con uno spadone a due mani guidava il suo gregge a trucidare i fratelli di quel Cristo, che aveva detto non ucciderai.
Molti per forza si apersero il varco e fuggirono; alcuni giunsero a Zurigo, dove ebbero chiesa particolare, e rimane la nota delle persone che vi si salvarono, cioè una di Tirano, due di Teglio, sedici di Sondrio, fra cui padovani e vicentini, sei dai monti vicini, fra cui Marta vicentina, due di Berbenno; di Caspano e Traona novantatre, fra' quali un Sadoleto; una di Mello, quattro di Dubino. Vincenzo di Bartolomeo Paravicini di Caspano fu ministro di quella chiesa, alla quale si aggregarono i profughi di Val di Monastero; approvata dal senato, ottenne d'adoprar la lingua italiana finchè al senato paresse: nelle sole domeniche tenessero prediche in italiano, e in ore diverse dalle tedesche; i sacramenti e la benedizione del matrimonio non si facessero che nelle ordinarie congregazioni tedesche; le preci si formassero e recitassero secondo il rito zuricano. Poi nel decembre 1621 ottennero di ricever la Cena da ministri esuli di Valtellina e Chiavenna; di tenere due sermoni la settimana, ma non, come domandavano, di elegger due anziani valtellinesi e due chiavennaschi per assister i poveri, nè d'avere un custode proprio della chiesa: raccomandavasi di acquistar l'uso del tedesco, come pare facessero, giacchè dopo tre anni la chiesa italiana vi cessò.
Degli uccisi l'appunto non si può dire; essendo chi li scema e chi d'assai li cresce oltre i seicento: poche decine erano grigioni, gli altri indigeni o rifuggiti d'Italia, il che mostra come tanto meno fosse necessaria la strage. Ma di tempo in tempo gettasi tra' popoli un furore simile alle epidemie, durante il quale ogni riparo di ragione, ogni consiglio di prudenza esce indarno: quasi per una adamantina fatalità bisogna che si compia il reato, che si colmi la misura, che trovi chi l'ecciti prima, l'applauda poi, per lasciar in appresso il pentimento quando dalla colpa e dal delirio germogliano inevitabili la miseria, l'oppressione, il tristo disinganno e il tardivo pentire.
Ma sulle prime non si ebbe che l'esultanza del trionfo e le congratulazioni di popoli e principi, come poi di storici[289]. I Valtellinesi, scancellate le impronte della retica dominazione, si diedero un governo provvisorio, e cominciarono a far decreti: pigliare al fisco i beni de' Grigioni, restituire la patria agli sbanditi, i possessi alle chiese, i conventi alle monache, chiamare il vescovo a far la visita, e frati a predicare e confessare: accettare il calendario gregoriano, la bolla in Cœna Domini, il concilio di Trento, l'Inquisizione contro gli eretici; levare il seminario acattolico e le ossa di eretici dai cimiteri; e prometteano soffrir tutto, anzichè tornare alla scossa dominazione. Il contado di Bormio era stato immune dalla strage: ma per essere quella santa risoluzione a Dio dedicata[290], anch'esso venne a quel che chiamavasi il partito santo, il partito di Dio.
Quei di Poschiavo non aveano preso parte al macello, ma più tardi vedendo non potere altrimenti liberarsi dai Protestanti, meditarono scannarli: e Claudio Dabene, cameriere del Robustelli, fiero di lingua e di mano, entratovi uccise quanti potè sorprendere: del che domandato in giudizio, fu sostenuto a Tirano, ma ben presto dimesso. Leggo nello Sprecher e nel Quadrio che il curato fosse complice dell'assassinio; ma più volentieri credo al cronista Merlo, il quale racconta che esso curato Beccaria aprisse il presbitero per ricoverarvi gli eretici cercati a morte.
I Valtellinesi in generale ragunata sortirono al grado di capitano della valle e governatore Giacomo Robustelli, con ducento scudi il mese «per aver cominciato l'impresa di nostra libertà con sue gravi spese e danno»: suo luogotenente il Guicciardi; e sentendo imminente il pericolo, sfondarono i ponti, bastionarono borgate, steccarono accessi, fecer uomini, armi, denaro; mandarono ambasciadori ai Cantoni Svizzeri, al nunzio apostolico in Lucerna, al papa, all'arciduca Leopoldo d'Austria, e lettere a tutti i popoli cattolici, per loro mentosto giustificazione che vanto. Più tenevano raccomandati al duca di Feria i soccorsi che diceano promessi: ma mentre gli altri governi temeano da questo sangue la prevalenza di Spagna, il duca spagnuolo stava colle mani giunte o non volesse far manifesto d'aver intesa coi Valtellinesi in quel che la coscienza riconosceva per gran misfatto, o attendere finchè avessero dato segno di valore, prova di fermezza, speranza di esito prospero, e mostrato se dovesse il mondo chiamarli ribelli od eroi.
I Grigioni, che in Chiavenna stavano in grosso numero, come intesero la strage, ebbero tempo di pararsi in difesa, e farsi dai natii giurar fedeltà; onde quel contado rimase immacolato di sangue. Il governo grigione, si affrettò alla vendetta, e chiesto l'ajuto de' confederati, tremila uomini spedì per la Spluga a Chiavenna e per Chiavenna in Valtellina[291], e schivando o sperdendo le opposizioni, grossi ed impetuosi voltarono sopra Sondrio, dove altri giungevano da val Malenco. Fuggiti i natii, essi v'entrarono, uccisero due infermi trovati, e n'ebbero i mirallegro da alcune donne, le quali, salvatesi col fingersi cattoliche, ora gettavano a' loro piedi i rosarj e gli scapolari, di che s'erano fatto scudo.
Ho sempre creduto il più inutile uffizio della storia il divisare per minuto i casi delle guerre; tanto, mutati i nomi, è uniforme questa scienza de' figli di Caino: dapertutto invasioni e fughe, incendj di paesi, racquisti, vittorie, sconfitte alterne, furti, violamenti, sangue, lacrime, terrore, desolazioni dei vincitori non men che dei vinti; e la forsennata umanità applaudire a chi più versa sangue. Lasciando dunque le particolarità al vulgo degli storici, e cogliendo i sommi capi, diremo come il Feria, veduto che ai Grigioni davano soccorso e i Cantoni protestanti e la repubblica di Venezia, in modo che la guerra minacciava i confini della Lombardia, mandò giù la visiera, gravò il Milanese in novecenmila lire, ottenne che Madrid dichiarasse la valle sotto la protezione reale, e bandì guerra ai Riformati. Paolo papa offrì ottantamila scudi d'oro, bramoso di mettere una barriera all'eresia; i predicatori in Milano esortavano i fedeli all'impresa che denotavano col titolo così spesso e stranamente abusato di crociata.
Tutta Europa si mise in ragionamenti di politica per quell'angolo d'Italia, piccolo sì, ma che per la sua postura faceva gola a troppi potentati. Imperocchè la Valtellina, come dicemmo, dall'estremità occidentale tocca il Milanese, dall'opposta il Tirolo; gli altri due lati confinano il meridionale coi Veneziani, l'opposto coi Grigioni; ed è noto che allora un ramo austriaco imperava in Germania, un altro nella Spagna, nel Nuovo Mondo e in tanta parte d'Asia; possessi nella cui immensità andavano smarriti il Milanese e il Napoletano. Cadeva la Valtellina alla Spagna? ecco aperto e spedito un passo, onde tragittare qualunque esercito dalla Germania in Italia, assentissero o no gli Svizzeri ed i Grigioni. Che se in tal modo si fossero dato mano i dominj austriaci dalla Rezia fino alla Dalmazia, avrebbero tolto in mezzo la Venezia e gli altri Stati italiani, impedendo a questi i soccorsi esterni, e rendendosi arbitri della penisola. Il papa sperava in quel torbido pescare grandezza alla Chiesa od ai nipoti: la Francia, come sempre, agognava di surrogar la sua alla potenza austriaca. Dall'altra parte i Riformati della Rezia, di Svizzera, di Germania, d'Olanda, fin d'Inghilterra sostenevano gli antichi dominatori, loro correligionarj; i predicanti in ogni paese narravano con esagerazione l'assassinio, chiedendone vendetta, a nome non solo della fede, ma dell'umanità. Non è dunque meraviglia se per la Valtellina si travagliassero tanti Stati con tutto lo sforzo dell'imperio e dell'autorità.
I Grigioni, respinti sulle prime, calarono più grossi e accanniti sopra Bormio; ed unendo cupidigia e crudeltà al fanatismo religioso, piacevansi profanare quanto i Cattolici avevano in venerazione; nella marcia vestire piviali, tunicelle e cotte; sfregiare e bersagliare le immagini devote; illaidire i lavacri battesimali ed il sacro pane; coi crismi ungersi gli stivali; mutilare sacerdoti, menar danze nelle chiese al profanato suono degli organi, usare a desco i calici e le patene. Poi grossa e brava battaglia a Tirano l'11 settembre 1620, durò otto ore, finchè i Valtellinesi ebbero la migliore; più di duemila fra Grigioni ed ajuti si dissero periti chi di ferro, chi nell'Adda, e fra essi il colonnello Florio Sprecher e Nicola da Myler, capo degli ausiliarj bernesi, che in sul partire per la guerra, toccando i bicchieri co' suoi amici, avea promesso di riportar loro tante chierche di papisti, quante anella contava una sua lunga collana d'oro. Ucciso lui, quella collana fu mandata in trofeo al governatore Feria. La vittoria, anzichè al valor confidente di chi combatte per la patria e per la religione volle ascriversi a prodigio, asserendo che la statua dell'arcangelo Michele posta versatile sul pinacolo del santuario della Madonna, per quanto durò la pugna, contro ai Grigioni si tenesse rivolta, benchè contrario spirasse il vento, minacciosamente vibrando la spada. Il Feria fece stampare tal prodigio, e mandollo a Madrid insieme con un'immagine dei santi Gervaso e Protaso, che sulla facciata della chiesa di Bormio, fatta bersaglio delle fucilate, n'era rimasta illesa.
La vernata chiuse di nevi e ghiacci i passi: onde sostando il pericolo, si venne in quel secondo stadio delle insurrezioni, dove gl'intriganti sottentrano ai convinti. Agitavasi il destino della valle da politici, da giureconsulti, da teologi; e mentre tanti ponevano in campo ragioni sopra di essa, la Valtellina mandava al papa, ai re, alle repubbliche, affinchè la conservassero indipendente. Più che i soccorsi e la diplomazia a gran vantaggio di essa tornavano i lunghi odj civili delle Tre Leghe, ove Cattolici e Riformati, Salis e Planta si contrastavano fieramente, men per fede e patria che pei raggiri di Spagna e di Francia. A maneggi e ad armi soprastettero in fine i Cattolici, ed il Feria usò questa sbattuta a pro della sua corona, lasciando i fiacchi nelle peste, e conchiudendo in Milano una perpetua lega (1621 6 febbrajo), a condizione che la Valtellina tornasse ai Grigioni con buoni patti, e i Grigioni concedessero libero passo alle truppe spagnuole.
Veneziani e Francesi sbigottironsi di questo incremento della Spagna, onde s'accingeano a rialzare i Grigioni, e restituire loro la valle in piena signoria. I potentati e Gregorio XV, succeduto papa e subillato da persone gelose dell'austriaca potenza, scrissero al re di Spagna, quasi fosse turbatore della comune pace, e supplicandolo perchè rendesse le cose di Valtellina in punto di comune soddisfazione. E l'imbelle Filippo IV, per non aver aria d'invadere l'altrui, nè soperchiare la libertà italiana, stabilì in Madrid che la valle ritornasse ai Grigioni nell'antico assetto di cose, demoliti i forti, levati i presidj, perdonata la ribellione: il re di Francia, gli Svizzeri e i Vallesiani stessero mallevadori pei Grigioni. Ne fremettero gl'insorgenti, gridandosi traditi da chi gli aveva mossi, e l'accordo non ebbe luogo perchè gli Svizzeri ricusarono farsi garanti. Si fu dunque di nuovo sulle armi; dodicimila Grigioni irrompono nel Bormiese, saccheggiando da barbari e fanatici. Ma il governatore Feria erasi accontato coll'arciduca Leopoldo, e mentre questi invadeva i retici confini, egli veniva su per la Valtellina, accolto a stendardi sciorinati, a saluti di trombe, d'artiglierie, di campane, acclamato il protettore, il liberatore.
All'ancipite pericolo i Grigioni eransi ricoverati in casa, e gli Spagnuoli inseguendoli, aveano messo il fuoco a Bormio, di settecento case sol tredici lasciando illese; tanto e amici e nemici parevano in gara di far male. Anche da Chiavenna snidolli il Feria, e gli incalzò per la val del Reno e per la Bregalia. Il generale Baldiron con diecimila Austriaci occupa l'Engaddina e Coira stessa; d'ogni parte cacciati gli eretici, presa vendetta delle antiche ingiurie, respinti i Salis; e dopo scene compassionevoli di assassinj fraterni, le Dritture furono staccate dalla Rezia e poste a dominio austriaco. Tal frutto coglieano delle loro dissensioni.
I Grigioni ai cenni del vincitore stipularono in Milano una perpetua confederazione colla Spagna, concedendo passo libero alle truppe di questa; quanto alla Valtellina, godesse piena ed assoluta libertà civile e religiosa, pagando il tributo di venticinquemila scudi: acattolici non vi potessero dimorare, e dentro sei anni dovessero vendere quanto vi possedevano: l'arciduca manderebbe alla valle un commissario per rendere la giustizia. Chiavenna, sgombrata dagli Spagnuoli, fu ceduta ai Grigioni: ma poichè questi non mandavano ufficiali che tenessero ragione, si provide d'un governo suo proprio.
Così parevano rassettate le cose: ma gli emuli dell'Austria, che contavano come perdita ogni guadagno di essa, e quelli che sempre in lei videro la più pericolosa nemica dell'italiana libertà, mal soffrivano acquistasse alla cheta un passo così ambito all'Italia; mentre dalla Rezia poteva, per l'Alsazia e pel Palatinato del Reno, conquista sua recente, spedire qualunque esercito nelle Fiandre ove la guerra imperversava. I principi italiani ne tremavano per la propria indipendenza: al duca di Savoja rincresceva che più non fosse mestieri ricorrere a lui per ottenere un passaggio ch'e' sapea farsi pagare: ai Veneziani il vedersi rapito il frutto di un'alleanza comprata a peso di zecchini: tutti gridavano contro gli Spagnuoli quasi, col titolo di religione, insidiassero gli altrui possedimenti.
Col vezzo antico degli Italiani di ricorrere alla Francia ne' loro frangenti, e dei Francesi di professarsi tutori delle italiche libertà, questi con Savoja e Venezia, formarono una lega contro casa d'Austria per sostenere il trattato di Madrid, e rimettere i Grigioni in possesso della Valtellina. Il re di Spagna, per non crescersi altri nemici, calò ad un di mezzo, cioè di consegnare i forti della valle al papa, il quale dovesse custodirli con genti proprie, ma a spese della Spagna, finchè le due corone vi prendessero un partito decisivo. Orazio Lodovisi duca di Fiano, nipote di Gregorio XV, occupò i forti co' Papalini, cioè con una mano di banditi e di ribaldi, il 29 maggio 1623.
Ne seppe assai male al partito santo, che vedeva prepararsi lo sdrucciolo per restituire la Valtellina, salvo il decoro della Spagna; ma misero chi non ha dal canto suo che la ragione, e commise le proprie sorti a fede di re e a maneggi di diplomazia! Sapeva pur male ai Veneziani che ingrossassero o il re o il papa, il quale lasciava trapelare l'idea di costituirne un principato ai suoi parenti. Ma successo Urbano VIII, propenso alla Francia, in Avignone si combinò lega tra Francia, Inghilterra, Danimarca, Venezia, Olanda, Savoja ed i principi di Germania a danno della Spagna e dell'imperatore, singolarmente per costringerli a restituire il Palatinato del Reno e la Valtellina[292]. Una consulta di teologi aveva proferito che il papa non poteva in coscienza rimettere i Cattolici sotto eretici, con urgente pericolo delle anime; ma il re cristianissimo gli intimò che o demolisse i forti della valle, o li restituisse alla Spagna, affinchè egli potesse, senza offesa delle sante chiavi, entrare armatamano in quel paese, per richiamare a libertà i Grigioni, e sottrarli dal giogo austriaco.
I Grigioni si trovavano all'ultimo tuffo. Gli Austriaci vi avevano perseguitato i Riformati, singolarmente i ministri, rapite le armi; mandato colonie di Cappuccini tedeschi nel Pretigau, a Tavate, a Coira, di milanesi nella Pregalia, di bresciani in Val Santa Maria, sostenendone l'apostolato colla forza: molti rimasero martiri fra questi, molti martiri fra i Protestanti. Quando si volle a forza costringere quei del Pretigau ad usare alle chiese cappuccine, ruppero a schiamazzi: e «Questo è troppo; morremo senza patria, senza libertà, ma salviamo almeno le anime nostre». Fuggirono dunque nelle selve: donde con falci e coltella e sassi e mazze precipitaronsi addosso agli Austriaci il giorno delle palme 1622, esultando fin le donne allo sterminio dei tiranni della patria loro[293].
Le armi del Baldiron e del Feria ricomposero per allora la quiete: ma il Feria, alla Corte di Madrid era scaduto di credito come primo autore di questo moto della Valtellina, che alfine non partoriva che guai; ed il papa, i timori dicendo sottili invenzioni spagnuole, non volle ricevere in Valtellina guarnigione austriaca. Se così pensava da vero, il fatto lo disingannò, avvegnachè il Cœvres, che fu poi maresciallo d'Estrée, spiegata bandiera francese, entrò in Coira, così ordinato dal Richelieu ministro di Luigi XIII; restituì a libertà le Dritture, cacciò il vescovo, rimise il primiero stato, e difilossi sopra la Valtellina, donde i Papalini si ritirarono. Quivi conchiuse un accordo coi deputati della valle, promettendo gli alleati la proteggerebbero, i Grigioni non entrebbero nei forti, solo restandovi sinchè fosse stabilito un ragionevole governo: intanto si solleciterebbe una decisione finale. Il Robustelli, adoprato invano a difesa della patria, che avea tratta in così infelice ballo, si ridusse sul milanese; la valle tutta fu occupata dai Francesi, fra l'esultanza dei tanti che chiamano liberazione il cambiar di signori.
Grand'apprensione ebbe allora il Feria non volessero i Francesi, mentre l'aura era destra, calare sul Milanese, e ritogliere parte de' suoi a chi aveva voluto occupare i possessi altrui: onde difese i passi. Poi i maneggi diplomatici condussero una concordia, praticata in Monçon città dell'Aragona il 6 marzo 1626, dove, per quel che riguarda la Valtellina, si stabilì vi si conservasse la religione cattolica, ridotte le cose allo stato del 1617; i natii eleggessero i proprj magistrati e governatori, senza dipender dai Grigioni: toccasse però a questi il confermare gli eletti entro otto giorni, e ricevere un annuo censo di venticinquemila scudi d'oro: le fortezze fossero rimesse al papa da demolire: Grigioni più non entrassero armati nella valle, nè gli Spagnuoli tenessero forze oltre le ordinarie alla frontiera milanese.
Questo trattato salvava il decoro della Spagna, la quale pareva avere proveduto alla religione ed alla libertà di quei popoli. Ma non era ancor tempo. Imperocchè i Grigioni chiedevano si osservasse il trattato di Madrid, aizzati dai predicanti, da Venezia, dalla Francia; mentre in Valtellina il partito santo spingeva ad ordini rigorosi contro gli eretici, pubblicava i beni dei ricaduti; e molti coperti riformati o dall'Inquisizione o dagli zelanti erano fatti capitar male. E la natura delle cose portava che i Cattolici, trovandosi spalleggiati, soprusassero ai dissenzienti[294], se non altro in parole. Abbiam lettera di frà Giovanni da Martinengo predicatore in Ponte, che a Giovanni Bongetta e Filippo Battista detto Sfodego ed altri di Sondrio, il 18 marzo 1627 annunziava: «Ho inteso le orrende bestemmie che voi ed altri eretici uomini e donne che sono in Sondrio dite contro la santa fede cattolica nostra. Ero risoluto senz'altro di venir al debito castigo, ma voglio peccare con voi di soverchia misericordia. Pertanto questa mia servirà a voi ed altri eretici per dolce invito alla fede cattolica. Quando non vogliate, fate che subito tutti siate fuor della valle e confini; altrimenti guai a voi se m'aspettate là; che al sicuro il minimo castigo ha da essere il fuoco e fiamme. Se mi domandate con quale autorità scrivo e minaccio, dagli effetti v'accorgerete di quello posso e voglio fare per nettar affatto la valle di simil peste...».
Si stabilì anche il Sant'Uffizio, e nell'ottobre 1628 si decretò che tutti gli acattolici fra due anni dovessero vender quanti beni sodi possedessero in Valtellina, e andarsene, pena la vita. Il vescovo Caraffino, venuto in visita, dai Protestanti trasferì in altri i livelli della sua mensa, benchè n'avessero pagato il canone.
Nel 1631 essendo morto di peste il ministro di Poschiavo, esso Caraffino scriveva ai signori di colà il 16 gennajo: «Nel progresso ch'ha fatto il mal contagioso in cotesta terra e nel rimanente della mia diocesi, intendo che sua divina maestà abbi levato di vita il predicante di costà. Segno evidentissimo che abbiamo della sua misericordia verso di noi. E perchè corrispondiamo tutti dal canto nostro con soddisfare al debito, mi è parso scriver la presente alle signorie vostre, e di avvertirle di non permetter che entri più nel contado simil peste, opponendosi virilmente..... sicuri che, oltre l'assistenza che avremo da Dio benedetto, io dal canto mio non solo gli porgerò tutti gli ajuti immaginabili, anco col mandare quantità di gente ad opponersi insieme con loro alla resoluzione d'essi eretici, ma bisognando me ne verrò in persona, come prontamente farà anche il reverendo padre inquisitore con tutti li suoi familiari a prendere ed il ministro e li fautori e anche quelli che non avessero pienamente soddisfatto al debito loro in opponersi».
Era scoppiata intanto la guerra pel possesso del Mantovano, disputato fra i duchi di Nevers, eredi dei Gonzaga, sostenuti da Francia; i duchi di Savoja, sempre attenti ad ampliarsi; e gli Austriaci, sempre vogliosi d'impedirlo. Il duca di Nevers, profittando della recente convenzione di Francia coi Grigioni, per la Valtellina passò coll'esercito sul Veneto, e andò a toglier possesso del ducato. Da altre intanto delle valli Alpine sbucavano soldati francesi, spagnuoli, savojardi a disputarsi il tristo onore di spogliare ed avvilire questa povera Italia, premio ognora della vittoria. L'imperatore Ferdinando, per fare smacco alla Francia e sostener, egli austriaco, le austriache ambizioni, mandò trentaseimila fanti e ottomila cavalli, guidati da Rambaldo Collalto; truppe terribili sempre, allora viepeggio pel timore della peste che serpeggiava. Il grosso di costoro per Lindau era venuto nel Chiavennasco onde calarsi sul Milanese: e spargendosi per la Valtellina, oltre i latronecci, vi diffusero la peste, flagello aggravato dai lunghi patimenti della guerra e dalla recente carestia. Per libri altrui e miei, divenuti popolari, sono conosciutissime quelle miserie, nelle quali da una parte crescevano i pii legati ed i voti; dall'altra, non che farsi migliori alla terribile voce del castigo divino, peggioravansi i portamenti degli uomini, che, insultando al Dio che flagellava, godeano della vita che fuggiva, del disordine che regnava, degli averi che nei superstiti si accumulavano.
Noi ai gran savj del nostro secolo vorremmo raccomandare di non permettere mai queste orride sciagure naturali. In primo luogo, essi vantano l'onnipotenza dell'uomo fin a domare la natura, un avvenire di godimenti quando esso avrà tolte le cause di distruzione, incatenati gli elementi: ma ecco un torrente, una scossa di terre, un morbo che s'attacca all'uomo, alla vite, alle patate, un'avversità di stagione, dissipa le gioconde previsioni, e attesta una mano preponderante, e quanto precario sia il possesso dell'uomo su questa crosta che copre un incendio.
Secondariamente le gravi sventure sono il giorno del prete, del frate, della carità; cose tutte che i gran savj del nostro secolo denno ingegnarsi di screditare; e d'impedirne quell'ingerenza, che divien tanto efficace quanto benedetta in simili casi.
Ed anche allora, quando il vivere era un'eccezione, quand'era un eroe chi rimanesse al posto destinatogli dalla Provvidenza, se al male v'avea qualche rimedio lo porgeva la carità cristiana. Al clero si erano concesse amplissime facoltà; non pochi con ispontaneo sagrifizio esponeano nell'assister i malati la vita temporale per acquistare altrui l'eterna; i Cappuccini dì e notte erano ove li chiamasse il bisogno altrui: essi ad apprestare cibi e medicine, rassettare i letti, vegliare i moribondi, trasportarli, nettarli, profittare di quei terribili momenti, che sogliono far trovare la coscienza anche ai più perduti d'anima, e mandare i morenti confortati nella speranza del perdono. In Tirano singolarmente infierì la morìa, e gli infermi si fecero collocare in un palancato attorno al tempio della miracolosa Madonna, fidando d'averne conforto al corpo o all'anima; consolati almeno di morire ove bramavano. Si erano colà nel 1624 stabiliti i Cappuccini, e fin ad uno morirono a servigio degli appestati: altri sottentrarono volenterosi alle loro cure, a morire anch'essi. Dare la vita per fare del bene! a queste azioni ti riconosco, o religione, che sola crei i martiri dell'amore.
A prevenire ed a curare il malore si erano dati provvedimenti, quali buoni, quali superstiziosi, quali esecrabili. Sequestrare i malati, durare le quarantene, non comunicare con alcuno, portarsi in mano ruta, menta, rosmarino, aceto, un'ampolla di mercurio, che credevasi assorbisse gli effluvj contagiosi. E poichè ne' grandi flagelli, dove non si osa bestemmiar la Providenza, sentesi il bisogno di sfogar contro alcuno il brutale istinto dell'odio, e della superbia umiliata dall'impotenza, la pubblica opinione, mostro terribile nei tempi perversi o negli imbecilli, asseriva che uomini malvagi con malìe ed unzioni propagassero la peste: e molti paesi soffersero il miserabile spettacolo di untori, non solo trucidati a furia di popolo, ma processati, convinti e mandati ai peggiori strazj.
Bormio avea posto divieto che nessuno osasse passare nell'Engaddina, ove il contagio infieriva. Nelle guardie del cordone incappò un contadino che l'aveva trapassato; e che confessò come, trovandosi la donna sua inferma, e dubitandolo effetto di stregheria, si era condotto di là per consultare coll'astrologo di Camosasco; vulgar uomo che se l'intendeva col diavolo, e che di fatto aveagli dato a vedere in un'ampolla tre persone, che avevano fatto l'incantesimo alla sua donna[295]. Ignorante o maligno, il contadino nominò una povera vecchia, che catturata e domandatane alla corda, incolpò se stessa e denunziò molt'altri. Il giudice di Bormio istruì il processo, facendo, per sicurezza di coscienza, intervenire l'arciprete Simone Murchio; e col consenso del vescovo di Como furono decapitati ed inceneriti trentaquattro fra uomini e donne[296]. Così e folli guerre, e tremendi contagi, e pazzi pregiudizj concorrevano ad affliggere ed esterminare la miserabile umanità.
La peste cessò, non i mali della Valtellina, corsa da soldati che andavano alla tremenda guerra de' Trent'anni. Quest'agevolezza di inviar truppe facea più increscere la Francia del nuovo possesso della rivale: onde levossi alfine risoluta di liberare l'Italia, titolo solito (diceva il Ripamonti) onde i Francesi valicano le Alpi; i Francesi (soggiunge egli) ai quali punto credere non si dovrebbe, essendo gente inquieta, e che vuol gli altri inquietare[297].
Il duca Enrico di Rohan, il più compito gentiluomo del suo secolo, come capo de' Riformati aveva con forza e genio tenuto testa al Richelieu, il quale potè fargli perdere il favor della Corte, ma non la riputazione di capitano eccellente: colla quale e con dodicimila pedoni e millecinquecento cavalli passò per Basilea e Sangallo fin a Coira, ed entrato per Chiavenna, senza difficoltà occupò la Valtellina.
Tosto vengono Tedeschi da Bormio, Spagnuoli e Milanesi dal forte di Fuentes; da' cui rincalzi il Rohan è costretto ritirarsi nell'Engaddina. Quivi rinnovato di forze, rientra, agita terribili battaglie, vince, e mentre avea buono in mano, precipita sopra le Tre Pievi all'estremità settentrionale del lago di Como, e postele a sacco e fuoco, s'inoltra, finchè nei castelli di Musso e di Lecco trovò tale resistenza, da abbandonar l'impresa per impossibile.
Francia, smaniata di togliere all'Austria quel passaggio, sollecitava i Valtellinesi, promettendo sottrarli affatto dai Grigioni, redimerli fin dallo stabilito censo incaricandosene ella stessa, e concedere giustizia propria, unica religione. Ne venne sentore a' Grigioni, i quali altamente adontatisi che il re gli accarezzasse solo in quanto gli giovavano contro gli Austriaci, abbandonarono di tratto l'alleanza del cristianissimo, e si volsero a Spagna. E Spagna, non avendo maggior desiderio che questo, non istette ad assottigliare sulla coscienza, accettò, ebbe di nuovo in mano la fortuna della Valtellina, e non si fece scrupolo di sagrificarla per saldare l'alleanza coi Reti. Il marchese di Leganes, nuovo governatore del milanese, profondeva cortesie ai Grigioni ambasciadori, niuna ai Valtellinesi: chiese al vescovo di Como se colla religione cattolica fosse compatibile il dominio grigione, e questi rispose del sì, nè diversamente avea deciso una congrega di teologi in Ispagna.
Già nel castello di Sondrio s'era messo presidio grigione. Del che fremendo i Valtellinesi, erasi da certuni proposto di avventarsi di bel nuovo nell'armi, scannare i pochi nemici in paese, e far da sè, gettata ogni fiducia di soccorsi da Francia o da Spagna. Pareva ottimo quel che non era più a tempo. Perocchè non più vettovaglie, non denaro nè credito: la peste del 30, rinnovata cinque anni dipoi, aveva decimata la popolazione; in tutti era quella stanchezza che suole succedere alle forti commozioni, come al delirio furente il delirio tremante; e che fa guardare come minor male il chinar la testa, e pregare Dio che la mandi buona.
Il governatore Leganes coi deputati reti ultimò l'affare in Milano il 3 settembre 1639, restituendo ai Grigioni la Valtellina coi patti e salvi compresi in quaranta articoli, i cui termini principali erano questi: — Nessuno venisse riconosciuto pei fatti corsi dopo il 1620: cassate le procedure di Tusis; le finanze, le tratte e le consuetudini tornino come avanti l'insurrezione: gli uffiziali, dal vicario della valle in fuori, vengano eletti dai signori Grigioni, e la sindacatura se ne faccia in paese: degli statuti del 1549 sono derogati nominatamente quelli intrusi a danno della fede e delle immunità ecclesiastiche: unica religione la cattolica, operando in ciò come gli Svizzeri ne' baliaggi italiani: non Inquisizione: vescovo, preti, frati esercitino sicuri i loro ministeri: non vi fermi dimora alcun Protestante, se non sia magistrato. A ciascuna delle tre leghe dovea la Spagna pagare millecinquecento scudi l'anno, e mantener sei giovani a studio a Milano e a Pavia: libero a soldati austriaci il transito per la valle, e a niun altro.
Rato e stipulato, egli informò i Valtellinesi dell'accordo. Cadde il fiato a tutti in udirlo: gridarono contro il vescovo Caraffino; parodiavano il nome del Leganes in liga-nos; s'appellarono, protestarono, ultimo rifugio dei soccombenti: il grancancelliere alle loro lagnanze rispondeva, non essersi potuto ottenere di meglio; gli stranieri davano ad essi ragione, ma nulla più.
Questo capitolato formò la base del gius pubblico della Valtellina verso i suoi padroni, e la misura dei dritti e dei doveri reciproci. I Grigioni tornarono nell'intero possesso, e dicasi a loro lode, moderatamente. Il cavaliere Robustelli, benchè affidato di pace e di salute, non sofferse d'obbedire cogli altri ove agli altri avea comandato: e disse addio alla patria, cui più non poteva giovare. Non mancò chi gli affiggesse il titolo che gli Italiani serbano a chi non riesce, di traditore.
Le cose però non potevano passare di cheto dopo tanto astio e sangue: e sarebbe un non finir mai il ripetere le lagnanze de' Valtellinesi per le violate convenzioni. I Riformati, benchè avessero divieto dal paese, crescevano di giorno in giorno: la sola piccola Mese dopo un quindici anni ne contava cinquanta: quattro famiglie n'erano a Tirano, tre a Teglie, altrettante a Cajolo, il doppio a Traona, nove a Sondrio, due a Berbenno, dodici a Chiavenna, altre altrove di buona parentela, a non contare gli artigiani e i forestieri: e questi vivere alla libera, facendo gabbo dei divoti e de' riti: ed i magistrati ledere le immunità del clero, proibire il ricorrer a Roma, pretendere la rivelazione delle confessioni, tenere in palazzo a Sondrio conventicole di predicanti, e industriarsi d'introdurli. Anzi i Riformati aveano chiesto alla Dieta grigia di potervi avere tre chiese. Intanto i ricchi tenuti sempre in colpa, per ismungerne denaro; assolto chi pagava; processati due ragguardevoli sondriesi perchè avessero usato la parola eretico e lo stesso arciprete perchè congregò alcuni caporioni a prendere partito sopra questa cattura[298].
I Riformati però non ebbero più il vantaggio nella diocesi comense, e libertà di riti tennero solo a Poschiavo e Brusio, terre che anche oggi appartengono alle leghe grigie, benchè di lingua italiana e cisalpine[299]. Ivi i Riformati sono un terzo, ed in questa proporzione si distribuiscono gli impieghi: essendo il podestà due anni cattolico, uno riformato, e così delle altre cariche e delle beneficenze. Vivono in buona concordia e tolleranza, e noi vedemmo assai tra gli Evangelici assistere ai riti dei cattolici con modestia. I pastori delle due chiese riformate sono spediti dal capitolo dell'alta Engaddina. Nel concistoro, che tengono ogni anno i pastori della Rezia per turno, sopravveduto dal decano, approvansi i ministri, e si danno a vicenda consigli sulla fede e sui costumi. Seguono la confessione retica e l'elvetica, ma ne' loro catechismi variano assai anche in punti fondamentali; alcun che del luterano vi s'introdusse talvolta, fin a conservarsi il sacramento e portarlo agli infermi; s'era anche proposta la confessione auricolare, ma tutto dipende dai ministri; laonde questi da alcuni anni ebbero istruzione di non trattare mai di dogma, ed attenersi alle sole verità pratiche. E deh sia presta l'ora che rinverdiscano i rami, e il sacro sangue della redenzione unisca essi pure in un solo ovile sotto un solo pastore.