Da un secolo e mezzo le discordie originate dalla Riforma sovvertivano tutta l'Europa, dove più dove meno sanguinose, e peggio nel paese dove prima era stata annunziata. Perocchè la Germania, campo di battaglie e teatro di dissoluzioni fin dal primo momento, vide alfine prorompere la guerra che si chiamò dei Trent'anni, dove scopo ostentato era la libertà de' credenti; scopo vero, la libertà de' principi di introdurre qual religione volessero. Paesi intieri rimasero spopolati, molti castelli divennero tane di lupi e la civiltà di quel popolo che avea primeggiato nel medioevo, restò affogata nel sangue. Alle due parti spossate caddero alfine le armi di mano, e la pace di Westfalia, conchiusa nel 1648, fu la prima che si combinasse non più, secondo il patto religioso del medioevo, in nome del vangelo e della repubblica cristiana e secondo la prevalenza del papato o dell'impero, ma dietro ad un nuovo diritto politico e al concetto dell'equilibrio materiale fra le potenze. Trent'anni di strazj aveano convinto che ormai una religione non poteva abbattere l'altra, e perciò nella pace si stabiliva che la cattolica, la luterana, la calvinista fossero egualmente tollerate, però entro i confini territoriali che aveano allora. Non si metteano dunque d'accordo le parti, ma si obbligavano a cessare d'osteggiarsi. Costituendo legalmente come protestante tanta parte d'Europa, toglievasi ai papi la speranza di ricondurla all'unico ovile. La Chiesa non recede mai, per venerazione degli eventi, da ciò che legittimamente una volta possedette, per quanto le convenzioni internazionali anche più solenni violino il suo inalienabile diritto. Pertanto Innocenzo X riprovò il trattato di Westfalia[343], destituendolo d'ogni effetto, non perchè non desiderasse la pace, non l'avesse anche sollecitata con ogni studio, ma come pregiudicevole alla religione e alla salute delle anime, giacchè vi si professava un canone assolutamente immorale, cioè che padrone della religione fosse colui ch'era padrone del paese. Dal qual canone nacque il despotismo sulle coscienze, che portò una tirannia, qual mai, dopo caduto il paganesimo, non era pesata sul mondo civile, finchè, spente le vivaci credenze nell'indifferenza del dogma, i principi poterono decretare quello che vollero, senza che ai popoli importasse di resistere.
A questa pace finisce il rialzamento che la Chiesa cattolica avea ripigliato dopo il Concilio di Trento. Il principato temporale se ne compì e consolidò. Clemente VIII (1592-1605), che riaperse la Chiesa ad Enrico IV, e mediò la pace di Vervins, nel suo giubileo godette della conversione di molti Ebrei e Musulmani, e ricuperò Ferrara ch'era stata data in feudo; come Urbano VIII recuperò Urbino, Montefeltro, Gubbio, Pesaro, Sinigaglia; e fedele alla bolla Admonet vos di Pio V, che vietava di infeudar possessi ecclesiastici, li negò a' suoi Barberini, accontentandosi d'arricchirli di denari. Già Camerino era stato ripreso da Paolo III nel 1539; poi Innocenzo X nel 1649 riebbe Castro e Ronciglione; restando così compiuto lo Stato Pontifizio secondo la bolla di Pio V, con quanto territorio bastasse ad esercitare liberamente l'augusta sovranità papale.
Quasi ristoro alle tante perdite, ampiamente si diffuse la Propaganda, che pose nuove sedi al Brasile, nella California, ai due lembi dell'Africa e nelle sue isole; i Gesuiti si spinsero nel Tibet, fra i Birmani, a Siam, a Malacca, al Tonchin, alla Cocincina.
Ma cominciavano le riotte interne, e i principi anche cattolici non rispettavano più la supremazia religiosa, e negavano ai papi fin i riguardi di sovrani.
Nelle conferenze che precedettero la pace di Westfalia avea avuto gran mano il cardinale Fabio Chigi senese, che poi divenne papa col nome di Alessandro VII. Un M. Lebrun stampò a Ginevra, colla data dell'Aja 1686, un viaggio in Isvizzera, ove narra che, nelle lunghe trattative co' principi e ministri protestanti, esso cardinale avea concepito stima della loro religione; e mentre prima avea pubblicato, col pseudonimo di Ernesto Eusebio, il Giudizio d'un teologo ove bistratta i dissidenti, allora rimase convinto che nelle loro dottrine nulla vi ha d'ereticale. Non spingeasi però più avanti, sinchè il conte Pompeo, suo prossimo parente, finì d'aprirgli gli occhi. Viveva questi in una terra di Germania, venutagli per eredità materna; e il nunzio, colà andato a trovarlo, vi passò seco tutto un inverno. Dove entrati a parlare di religione e avutone molti colloquj, diedero mano alla Bibbia colle postille del Diodati, e dopo molto disputare caddero d'accordo che la religione protestante è la vera, ed il nunzio promise al suo parente di abbandonare l'errore dopo uscito di nunziatura, e di venir a raggiungerlo e abjurare la religione romana. Il conte Pompeo andò infatti a Orange, dove fece pubblica professione di protestante, del che si levò rumore in tutta Europa; ma presto a Lione morì avvelenato. Di ciò rimase atterrito il nunzio, che poi fatto cardinale e primo segretario della camera apostolica, mutò risoluzione, pure si conservò calvinista nell'anima, e molte stampe in Fiandra lo asserivano.
Tutte queste doveano essere baje de' giornalisti del tempo; e quand'era scarsa la stampa accadeva facilmente che notizie false durassero tanto da parer verità. Ma avvertiremo che Sorbière, rispondendo a un tale che aveagli scritto, se andasse a Roma, vi scorgerebbe cose che lo farebbero tornare nella chiesa riformata, afferma non avervi veduto nulla che non lo edificasse, e singolarmente ammira il santo padre, e la sua conversazione affatto famigliare. E che alcuni gentiluomini inglesi avendolo visitato, e inginocchiatisi secondo l'uso, egli, saputo ch'erano protestanti, disse: «Su: alzatevi: non voglio commettiate un'idolatria secondo l'opinione vostra. Non vi darò la mia benedizione, giacchè non credete quel ch'io sono, ma pregherò Dio che vi renda capaci di riceverla»[344].
Raccontasi pure che, quando fu eletto papa, non voleva essere posto in San Pietro per la solita adorazione de' cardinali, e durante quest'atto tenne un gran Crocifisso, perchè a quello si dirigesse l'adorazione. Spogliandolo per indossargli le vesti papali, scopersero sulla sua pelle un aspro cilicio: subito fe prepararsi il feretro, e lo teneva sotto il suo letto. Compì fabbriche suntuose, tra cui il colonnato di San Pietro, e meditava raccogliere in Roma un collegio de' maggiori dotti per valersene nelle controversie della fede, e a confutar le opere eterodosse. Dovevamo far conoscere questo pontefice, poichè tanto male ne fu detto dacchè nacquero acerbe quistioni colla Francia.
Se sul modo di coesistere la Chiesa collo Stato aveano sospeso di contendere i principi coi papi finchè entrambi minacciati da nemico comune, ora tornavasi a discutere se il papa sia superiore al Concilio, se abbia primazia sopra le corone onde proteggerne l'autorità e impedirne gli abusi. La Francia voleva restar cattolica, ma a patto che la Chiesa non s'ingerisse nello Stato; ed anche persone dotte e savie credeano, senza rompere l'unità, si potrebbe istituire una chiesa nazionale, avente a capo il re, a giudici le assemblee del clero; formando così una Chiesa gallicana, non segregata, ma distinta dalla Chiesa oltremontana.
Infinite scritture si pubblicarono in proposito, e minacciavasi uno scisma, non in nome della libertà umana, ma dell'assolutismo principesco. Il cardinale Richelieu, ministro di Francia, avea sperato che quelle novità gli procaccerebbe la dignità suprema; e attraversatone, diede alla Corte romana quegli smacchi e quelle noje, con cui i potenti sogliono punirla dell'aver ragione. Re Luigi XIV poi, che introduceva e faceva ammirare il despotismo amministrativo, non voleva aver meno autorità nelle cose sacre che n'avessero i protestanti.
L'uccisione di un domestico del cardinale di Estrée a Roma diede occasione al re di pretendere soddisfazioni chiassose, che ad Alessandro VII parvero tanto più indecenti, in quanto che esso Luigi sopportava i vilipendj recatigli dal gransultano, che al suo nunzio De la Haye fece dar la bastonatura in Costantinopoli.
Radunatosi poi nel 1682 il clero francese, pubblicò la famosa Dichiarazione, che si tenne come simbolo della Chiesa Gallicana, sebbene in fatto non sia che una consulta di diritto canonico; dove, sancendo la onnipotenza del re, stabilivasi come antica consuetudine di Francia che la decisione del papa in materia di fede non sia irreformabile se non quando v'intervenga il consenso della Chiesa: il re gode il frutto de' benefizj vacanti, sinchè gl'investiti non abbiano prestato il giuramento.
Luigi, che alla scenica sua magnificenza voleva accoppiare le campagne teologiche[345], forte nella decisione del parlamento, che avea decretato non dover nessuno esser superiore al re, decretò che questi articoli fossero legge dello Stato, vietando d'insegnar altrimenti; e volle estenderli anche ai paesi che novamente acquistava.
Era una nuova fase del conflitto fra Chiesa e Stato: e trentaquattro soli vescovi, ligi al re e radunati per comando del re, pretendevano insegnare alla Chiesa e al capo di essa quel che può o non può.
E il fatto e il modo spiacquero al nuovo papa Innocenzo XI, che ricusò confermare i nuovi vescovi di Francia; e quando Bossuet, al modo d'un nostro contemporaneo, gli scriveva a nome de' vescovi, esortandolo «a cedere alla volontà del più cattolico dei re, e mostrare la bontà in un frangente, dove non c'era luogo a mostrar coraggio», Innocenzo rispondeva: Adversus vos ipsos potius pugnatis dum nobis in ea causa resistitis, in qua vestrarum Ecclesiarum salus ac libertas agitur. Il re, oltre assalirlo con molte scritture, mossegli querela per le franchigie. Gli ambasciatori aveano ottenuto l'immunità in Roma, per modo che i loro palazzi e le vicinanze fossero esenti dalla giustizia del paese. Tale garanzia, opportuna in tempi di violenza, degenerò in modo, che que' palazzi co' giardini e le piazze circostanti divennero asili di furfanti o di delinquenti, che di là insultavano le leggi e i magistrati; al punto che Roma ormai tornava un ricovero di ribaldi, tanto più che i cardinali e principi paesani pretendeano altrettanto.
Innocenzo XI pensò ripararvi col non ricevere più nessun ambasciatore se non rinunziasse quella franchigia. E i più vi s'aquetarono, ma non Luigi; e col diritto del forte, ordinò al Lavardin nuovo suo ambasciatore, facesse la sua entrata con ottocento armati, coi quali vigilava i contorni del palazzo di Francia: e poichè il papa ricusava riceverlo, e se entrasse in chiesa i preti ne uscivano, Luigi occupa Avignone, e minaccia mandare un esercito a Roma.
Qui il solito urto fra una coscienza ferma e una forza prepotente; fra il vogliamo d'un armato, e il non possiamo d'un inerme. Ma le chiese di Francia restavano senza vescovi; l'idea d'uno scisma sbigottiva i timorati; tanto che il re dovette suggerire ai nuovi vescovi atto di sommessione, come fecero; poi si cessò d'applicare gli editti repugnanti alle libertà ecclesiastiche, e tutto fu rappacificato.
I Francesi, ligi sempre al re, non è ingiuria che non dicessero contro Innocenzo XI, e applausi a quelle fastose brutalità di Luigi XIV; i giornali riboccavano di contumelie al papa, fin a dire che, per isfavorire la Francia, avesse protetto i Protestanti, da Luigi perseguitati, e fosse protestante egli stesso[346]; e Voltaire lo chiamò «il solo pontefice di quel secolo che non sapesse acconciarsi ai tempi». Onorevole imputazione!
Innocenzo XI soppresse un Officio dell'Immacolata Concezione della SS. Vergine nostra signora, approvato dal sommo pontefice Paolo V, ecc. Milano, 1615. Subito i Gallicani fecero stampare questo decreto del 17 febbrajo 1678, con un altro ove abrogava varie indulgenze, e volevano da ciò dedurre la fallibilità del papa. Ora quell'Officio era già vecchio, e approvato e usato, ma nell'edizione milanese vi si erano aggiunte cose false o temerarie, e su queste cadeva la disapprovazione.
E pur troppo in questi principeschi garriti ebbe ad occuparsi la curia romana, più che nei grandi problemi morali e politici, che molto s'agitarono e fuori e in seno della Chiesa. Perocchè questa età fu caratterizzata dall'indipendenza con cui le nazioni straniere, e specialmente Francia e Inghilterra che dalle turbolenze interne erano state impedite di prender parte al movimento scientifico del secolo precedente, venivano ad empire il vuoto lasciato dal cadere della scolastica, mediante artifiziali combinazioni filosofiche, sempre disapprovando il passato, e aspirando a un rinnovamento, parte con fantasie proprie, parte con reminiscenze; tanto più dacchè il protestantesimo avea dalla teologia separato la filosofia, e questa tendeva a stabilire la ragione come giudice suprema ed assoluta finanche delle cose che spettano al mondo sopranaturale: e se non negavansi ancora i principj generalmente ammessi, e riveriti, si scassinavano però col dubbio.
Renato Cartesio (1596-1650) volle staccarsi affatto dal passato, ed emancipare la ragione umana da ogni idealità oggettiva intromettendo il dubbio scientifico a tutto, eliminando dalle scienze ogni autorità fuor della ragione pura, ogni criterio della verità fuori dell'evidenza: non si cerchi quel che pensarono altri o che supponiamo noi sopra l'oggetto de' nostri studj, ma ciò che possiamo vedere con chiarezza, dedurre con sicurezza.
Così rimetteva in dubbio ogni cosa; libri, uomini, se stesso, perfin la morale; costituendosene una provisoria, che consisteva in obbedire alle leggi e costumanze del paese pur conservando la religione propria; compiere con risolutezza ogni atto ben deliberato, quantunque in se dubbioso; moderare i proprj desideri, educare la propria ragione.
Già Galileo avea scritto al padre Castelli: «Il dubitare in filosofia è padre dell'invenzione, facendo strada allo scoprimento del vero»[347]. Ma se il dubbio logico è universale, non resta veruna certezza, e ne nasce quella discordia di sistemi, quella anarchia di pensamenti che formano il preciso opposto del metodo cattolico, il quale mette per fondamento ideale il verbo rivelato, per criterio irrevocabile di certezza la rivelazione, e per guida di dottrina la voce del sacerdote; col che porta a credere all'esistenza nostra e degli altri uomini e di Dio, e alla redenzione e alla Scrittura, e a molti fatti. È dunque forza o essere illogici, o cadere nel pretto scetticismo ripudiando l'evidenza naturale dell'intelletto. E per non cadere nello scetticismo stillò argomenti Cartesio. Provato che Dio esiste perchè noi ne abbiam l'idea, ne induce che esiste il mondo perchè altrimenti Dio c'ingannerebbe facendo c'ingannassero i nostri sensi, da lui creati. Non riconosce però un intimo nesso fra le cose e il loro concetto; v'è un dualismo dell'anima e del corpo, da cui deriveranno le cause occasionali di Malebranche. Cartesio non previde certo le conseguenze disastrose che ne trarrebbero i suoi successori, e come aprisse la via al sistema panteistico e al vezzo che ciascuno si crei una scienza, la quale porti in se stessa la ragione della propria certezza e la cognizione di Dio. Anzi egli era religioso, e mentre passionavasi attorno al suo Metodo di ricerche, fe voto di pellegrinare alla santa casa di Loreto, e v'andò a piedi da Venezia con tutta la devozione nel 1624, passando poi al giubileo a Roma.
Mentre il Fardella chiama analisi divina la cartesiana, il Gioberti non trova frasi sufficienti per riprovare l'inettitudine, l'ignoranza, la leggerezza di Cartesio, i continui suoi parologismi nell'attuare l'opera più assurda, qual è piantare il dogmatismo sopra lo scetticismo, considerare il niente come origine di tutte le cose: e l'imputa d'aver introdotto il psicologismo, che costituisce l'eterodossia moderna. I delirj della scolastica e la degenerazione de' monaci faceano (al dir di Gioberti) sentire il bisogno d'una riforma. Nella ricerca di questa si traviò, e i Tedeschi precipitaronsi alla negazione dell'idea, volendo risalire immediatamente all'espressione scritta del vero ideale, senza il sussidio della parola, cioè della Chiesa, e così interrompendo la continuità storica dell'idea. Con ciò si tolse anche ai futuri di più racquistare l'idea, per quanto i Tedeschi ne sieno invaghiti, poichè l'eresia è il psicologismo religioso, padre del filosofico e fonte d'ogni errore.
Pare al Gioberti che, in Italia, il terreno fosse più che in Germania disposto a ricevere il seme luterano, almeno fra le classi colte, mentre le altre se ne mostrarono sempre repugnanti; i Soccini adopravano il principio protestante, non più a sorvertire gli ordini e i riti cattolici, ma l'ontologia cristiana. Cartesio fe il terzo passo trasportando le dottrine protestanti nel campo filosofico, applicando, come Lutero, l'analisi senza sintesi anteriore, non solo alla fede ma alla ragione[348]. Anzi, mentre il protestantesimo accetta l'autenticità della Bibbia e le verità morali connaturate allo spirito dell'uomo, Cartesio dubita di tutti i veri, e così si toglie ogni sussidio a riedificare la scienza, mentre crede poterlo fare col solo studio di se stesso, e dedurre l'essere dal proprio pensiero. Di là derivò il vizio principale di tutta la filosofia moderna, il psicologismo, che conduce di necessità al sensismo e a tutte le miserabilità della scienza odierna. E Cartesio fu sensista ne' principj e nel metodo, e da lui derivano Locke, che alla psicologia tolse anche la base ontologica; Spinosa, che cerca una ontologia nuova, staccata dalla tradizione; Kant e Condillac, che rigettano l'ontologia, tutto lo scibile riducendo alla psicologia, e alla cognizione danno le qualità del senso; infine gli scettici assoluti, che negano la possibilità d'ogni psicologia o dogmatica e d'ogni ontologia, cioè tutto il reale e tutto lo scibile.
Non tralasceremo di dire come il nostro Bruno nella filosofia, il nostro Galileo nella fisica avessero precorso Cartesio: il nostro Ochino avesse già esposta la famosa sua formola Io penso, dunque esisto[349]; pure la influenza di lui fu immensa, ponendosi a capo de' pensatori moderni. Se, dal pensiero e dall'estensione ben separati fe produrre due serie di fatti perpetuamente distinti, onde il distacco delle scienze spirituali dalle fisiche, pure al sensismo di Bacone opponeva le idee innate, e sui fenomeni interni volgeva l'attenzione, dagli Inglesi tenuta unicamente sugli esterni: e se, affacciandosegli questioni religiose, rispondeva «Ciò non mi riguarda», è pur vero che, attenendosi alla filosofia platonica, rischiarò la via che conduce a Dio, esclamando: «Cosa imperfetta, incompleta, dipendente da altri sono io; che tende e aspira continuamente a qualcosa di migliore e più grande; ma le grandi cose a cui aspiro le possiede attualmente o infinitamente colui da cui io dipendo»[350].
Ma i discepoli, pretendendo applicar la sua dottrina, cadeano nel panteismo e nell'epicureismo. Gassendi provenzale (1592-1655), grand'avversario della scolastica, fe da Dio creare soltanto gli atomi, dal cui concorso si formò quanto vediamo; l'anima stessa non è che un'attenuazione della materia: sicchè riconoscendo solo il lavoro della natura, resta negato il soprasensibile. Nella morale esaltò Epicuro e Lucrezio, pure volendoli purificare da buon prete com'era.
Malebranche (1638-1715) distingue le idee dalle sensazioni e anche dai sentimenti; ma l'esistenza reale de' corpi esterni non trae certezza che dalla rivelazione; e tra essi e gli spiriti non sussiste altra correlazione se non quella che stabilisce Dio; ed essi sono mera causa occasionale delle sensazioni.
Baruch Spinosa ebreo (1632-77) definisce la sostanza ciò ch'è in sè, e che si concepisce per sè; per substantiam intelligo id quod in se est et per se concipitur. La sostanza è dunque necessaria e infinita, e perciò una e indivisibile; è Dio.
Una sostanza non può essere senza attributi; ed essendo infinita, non può aver che attributi infiniti. Adunque Dio ha un numero infinito d'attributi infiniti. Fra essi noi possiamo discernerne due soli: l'estensione infinita, il pensiero infinito.
L'aver estensione infinita non implica che Dio sia corporeo e in conseguenza divisibile: per l'estensione infinita si sottrae ad ogni divisione. Anche quanto al pensiero, Iddio non ne ha altro che l'essenza sua stessa: sicchè quando per metafora parlasi dell'intelletto divino, non s'ha a confondere coll'intelletto umano, come chi parla dell'ariete dello zodiaco nol confonde coll'ariete dell'armento. Stentiamo, è vero, a non riferire a Dio le nostre proprie facoltà; ma se il triangolo potesse pensare, direbbe che Dio è eminentemente triangolare.
Estensione infinita ma non divisibile, pensiero infinito senza intelletto, Iddio dev'essere considerato come libero, purchè non si sbagli su questa parola. Creder che Dio abbia a scegliere, attribuirgli una libertà d'indifferenza, supporre che a voglia acconci certi mezzi a certi fini, è grossolano errore. La libertà di Dio è quella virtù che fa che tutto proceda da Dio appunto come ne procede: gli svolgimenti di Dio gli sono inerenti, come al triangolo le sue proprietà: in conseguenza tutto e bene qual è: tutto è per lo meglio: tutto vien da Dio, tutto è per Dio, tutto è Dio: Dio è la causa efficiente, immanente di quanto esiste.
Dio è natura naturante. Che se questa, sostanza infinita con infiniti attributi, si rivela pei due attributi dell'infinita estensione e del pensiero infinito, questi attributi manifestansi con modi; donde la natura naturata, il mondo. Non già che v'abbia creazione. Immobile nella sua pienezza infinita, tutto essendo uno, fra i modi degli attributi e gli attributi non v'è procedenza, ma grado. I modi dell'attributo che è l'estensione infinita, sono i corpi: quei dell'altro attributo son le idee, gli spiriti, le anime.
Fra questi due modi si ravvisa un costante parallelismo: corpi ed anime non essendo altro che i modi di due attributi spettanti ad una sostanza unica. E però tale dualità di corpi ed anime trovasi dapertutto, fin anche nei minerali.
Considerato distintamente in mezzo all'universalità delle cose, l'uomo è un modo complesso dell'estensione e del pensiero divino; l'anima sua è una idea, una successione d'idee divine. E poichè ogni idea ha un ideato, cioè un oggetto, il corpo è appunto l'oggetto dell'idea, che è l'anima. L'anima è il corpo che pensa sè; il corpo è l'anima che sente sè. Il corpo non può determinare l'anima al pensiero, nè l'anima il corpo al movimento. Dio, sostanza e dell'anima e del corpo, fa l'armonia di quella con questo; non potendo avvenire nulla in Dio, estensione del nostro corpo, che non si rifletta in Dio, pensiero dell'anima nostra.
All'uomo così concepito spetta la conoscenza. La quale talora è adeguata, come quella che abbiam dallo spirito; talora inadeguata, come quella che abbiamo dal corpo. La conoscenza ha gradi, opinione, immaginazione, ragione, ma l'errore essendo solo una negazione, ogni conoscenza in noi è divina, ogni idea è idea di Dio.
Con una conoscenza tale è delirio parlare di libertà. La volontà non è che il giudizio, e tra il fare e il patire non corre altro divario che quello fra l'idea chiara e la confusa. Ogn'altra libertà fuor dell'idea distinta che abbiamo della causa della nostra azione, è chimera d'ubriaco. Dio determina tutto in noi; noi siamo argilla in man del vasajo; l'uomo è un automa spirituale. S'egli si lamentasse d'aver ricevuto da Dio un naturale malvagio, sarebbe come se il circolo si lagnasse di non aver le proprietà della sfera. Si dirà che dunque, se pecca, è scusabile? Se con ciò vuolsi dire che non ecciterà la collera di Dio, sta bene, giacchè Dio non può irritarsi; se dire che è degno della beatitudine, è un'insensatezza; chi fu morsicato da un cane rabbioso è certo scusabile, eppure a buon dritto viene soffogato: così colui che non può domare le proprie passioni è scusabile, ma pure bisogna sia privato della vision di Dio. Cadesi nell'antropomorfismo se si concepisce Dio come un giudice che premia e castiga. Dio va considerato assolutamente e puramente come Dio: la qualità dell'opera conviene apprezzare, non la potenza dell'operajo; giacchè l'opera porta le sue conseguenze necessariamente, come è naturale al triangolo che i suoi tre angoli formino due retti.
Voi vi avete ravvisato il panteismo materialista del nostro Bruno.
Lo Spinosa dichiara venerabile la teologia per l'obbedienza e la fede, ma le si metta accanto la filosofia, che dalla sola ragione chiede la verità e la certezza. Le pratiche religiose nascono da timore, e perciò son indipendenti ne' governi liberi. Lo Stato ha diritto di regolare e la filosofia e la religione. Le religioni son parto dello spirito umano, relative alle circostanze, e convengono a Dio purchè guidino gli uomini alla virtù. Non miracoli, non profezie; alla salute non è necessario credere a Cristo; la tranquillità dello spirito è la maggior aspirazione dell'uomo, che in questo ragionato egoismo evita le agitazioni recate dalla compassione, nè cerca l'amor di Dio o quel de' suoi simili.
Così lo Spinosa tirava francamente le conseguenze de' principj cartesiani, davanti alle quali erasi arrestato Malebranche. Mentre poi Cartesio portava l'esame sull'interno dell'uomo, sull'esterno lo fissò Locke, che popolarizzando, o piuttosto vulgarizzando la metafisica, fu vero padre dei sensisti; non riconoscendo altra rivelazione che la rivelazione dei sensi; la morale riducendo tutta a religione, e religione è il calcolo dell'interesse. Malebranche dunque, a forza di pensar al creatore, smarriva il senso della creazione, considerando Iddio come causa non solo efficiente ma immanente: Locke s'inorgogliva nella potenza del me, fino ad annichilar Dio.
Continuatore dell'empirismo politico del nostro Machiavello, che cerca la riuscita non badando alla giustizia, fu l'inglese Hobbes (1578-1679), che alle discordie rivoluzionarie del suo paese volle por rimedio la tirannia, asserendo perversa l'umana natura, e quindi necessaria la forza dello Stato, ch'e' personifica nel Leviatan, animale enorme, traente vita da congegni politici. Non vede dunque che sensazioni, interesse, macchinamenti, guerra di tutti contro tutti; il cristianesimo limita a credere che Gesù Cristo fu mandato a fondare il regno di suo Padre: ma la Chiesa dev'esser nazionale, e sotto la dittatura dello Stato, ch'è interprete supremo delle Scritture, acciocchè il senso non ne resti abbandonato al talento individuale. Che se il principe volesse cambiar religione, bisogna obbedirgli. Si vale dunque di Dio soltanto per togliere anche l'ultimo appello alla libertà dell'uomo.
Dal cartesianesimo prese le mosse anche il maggior pensatore di quell'età, Leibniz (1646-1716), ma per giungere a confutare il sensismo di Bacone e di Cartesio, e provare le verità cristiane mediante la scienza; all'idea di sostanza oppone quella di forza, di causa sostanziale; e mostra come la fede concilii in un mistero la coesistenza del finito e dell'infinito, della libertà e della necessità, della creatura e del creatore.
Più positivo Bacone (1561-1626) già prima avea voluto ai sistemi della filosofia razionale, dell'empirica, della superstiziosa, surrogare l'investigazione de' fatti, le classificazioni, il metodo: indica le fonti degli errori; vuole si colga la natura sul fatto, si combinino i fenomeni, si classifichino, e coll'induzione si arrivi alla reale loro intelligenza. Allora dispone l'universo sapere secondo un albero enciclopedico, riferendolo alle tre facoltà della memoria, della fantasia, della ragione. I razionalisti lo magnificarono come il primo che rompesse apertamente col medioevo; eppure tanti dei nostri l'aveano preceduto[351].
Perocchè il vero risorgimento fu opera degli Italiani, in quell'esuberanza di vita intellettuale e materiale, che traevano da tanti centri di civiltà e politica quant'erano le repubbliche e i principati nostri. Che se gl'ingegni del Bruno, del Telesio, del Campanella, del Cesalpino non piantarono sistemi dottrinali, molto contribuirono ad emancipare il pensiero dall'autorità. Ma ormai i nostri non sapevano che camminare sulle orme straniere, e non abbiamo nomi da pareggiare a quei sommi, per quanto mostrino ingegno e vigore; imitatori anzichè copisti, e vogliosi di trasformare anzichè riprodurre, e di infonder nuova vita alle cose morte, pure a queste attengonsi, anzichè a cercare il vero collo studio immediato delle cose conoscibili. Che se anche talvolta diedero lampi splendidissimi, facilmente scivolano nel paradosso; nè piantarono verun sistema che comprendesse verità bastanti a signoreggiare l'intelletto, il quale, se ammira un momento le bizzarrie, non riposa che nell'ordine.
Ad originalità vedemmo pretendere Tommaso Campanella, prima di Bacone tentando fondare una filosofia della natura sopra l'esperienza. Venera la rivelazione, fondamento della teologia, mentre della filosofia è fondamento la natura: ammira san Tommaso e Alberto Magno, ma la sua procellosa insofferenza lo porta alle temerità della logica; riprova i Gentili, non approva i Cristiani, i quali ex parte christianizant et ex parte gentilizant: disgustato dei Peripatetici, predilige il Telesio per la sua libertà del filosofare; scriveva al granduca Ferdinando II, lodando i padri suoi che, col rivocar la platonica, avessero sbandito la filosofia aristotelica, e sostituito ai detti degli uomini l'esperienza della natura. «Io con questo favore ho riformato tutte le scienze secondo la natura e la scrittura dei codici di Dio. Il secolo futuro giudicherà di noi, perchè il presente sempre crocifigge i suoi benefattori; ma poi resuscitano al terzo giorno del terzo secolo». E mandandogli da Parigi le sue opere, «Vedrà (dice) che in alcune cose io non mi accordo con l'ammirabile Galileo, suo filosofo e mio caro amico e padrone. Può stare la discordia degli intelletti con la concordia della volontà di amendue; e so che è uomo tanto sincero e perfetto, che avrà più a piacere le opposizioni mie: (del che tra me e lui c'è scambievole licenza) che non delle approvazioni di altri» (6 luglio 1638).
Secondo lui, tutto il creato consta di essere e non essere; l'essere è costituito di potenza, sapienza, amore, cui scopo sono l'essenza, la verità, il bene, mentre il nulla è impotenza, odio, ignoranza. L'Ente supremo, nel quale le tre qualità primordiali sono une, benchè distinte, nel trar le cose dal nulla trasferisce nella materia le inesauribili sue idee, sotto la condizione di tempo e di spazio; e vi comunica le tre qualità che divengono principj dell'universo sotto la triplice legge della necessità, della previdenza, dell'amore. Così procedendo per triadi, contro i machiavellici difende la libertà del sapere e i diritti della ragione; contro gli scettici stabilisce un dogmatismo filosofico sopra il bisogno che la ragione prova di raggiungere la verità.
Fu egli panteista? No nell'intenzione, giacchè professa aver Dio creato le cose finite dal nulla, da sè e non della sostanza di sè[352]: bensì è panteista di conseguenza, dicendo che Dio crea per una certa emanazione. Che se l'uomo possiede un'intelligenza immortale, quanto meglio il mondo che è più di tutti perfetto? Che tutto abbia vita e sentimento gli sono prova la calamita e il sesso delle piante, e con eloquenza dipinge le simpatie della natura e l'effondersi della luce in tutte le parti con un'infinità d'operazioni che non è possibile si compiano senza voluttà.
Cartesio, il quale pur era tutt'altro che avverso alle novità, scrive: «Quindici anni fa ho letto il libro De sensu rerum e altri trattati del Campanella, ma fin d'allora trovai sì poca solidità ne' suoi scritti, che non ritenni memoria di cosa alcuna. Non saprei ora dirne altro se non che, quelli che si smarriscono affettando battere strade straordinarie, mi pajono meno compatibili di quelli che si smarriscono in compagnia di molti altri». E in fatto il Campanella ricorreva perfino alle arti occulte.
Solo pel nome illustre nella letteratura e nella giurisprudenza citerò Gian Vincenzo Gravina (1644-1718) che, nella prima gioventù stando a Roma in casa di Paolo Coardo torinese, che fu poi cameriere di Clemente XI, conobbe molti insigni personaggi, coi quali disputava principalmente sulla morale lassa. Sulla quale stese poi il trattato De corrupta morali doctrina, mostrando che i fautori di questa recano alla Chiesa maggior male che gli eresiarchi. L'opera levò rumore, e il padre Concina la inserì quasi tutta nel suo trattato De incredulis.
E poichè siamo a poeti, non tacerò Tommaso Ceva milanese (1648-1736), tutto pietà nei suoi versi latini, il quale canta che le eresie di Lutero e Calvino nacquero dall'avere abbandonato Aristotele.
Fu nel combattere il cartesianesimo che acquistò forze Giambattista Vico napoletano (1668-1744) e confutando il genio, genio riuscì. Non s'occupò egli del primario problema della filosofia in sè, come da Pitagora a Malebranche erasi fatto; bensì delle applicazioni, mostrando le attinenze di essa colla filologia, la giurisprudenza, la storia, e come s'incorpori e manifesti nel corso delle nazioni; cercando risolvere il dubbio col vero positivo, creando una scienza nuova del diritto cristiano, la filosofia della storia.
Il Vico disapprova in Cartesio quel pretendere evidenza matematica in verità che non la comportano; il metodo suo poter produrre critici, ma nessuna grande scoperta; il disprezzo dell'erudizione portar disprezzo degli uomini. Per contrario egli adopera mito, etimologie, tradizione, linguaggio per riscontrare l'attuamento del diritto nella storia, e chiarire come questa cammina per certi corsi e ricorsi sotto la guida della provvidenza.
Il maggior filosofo italiano, e un dei maggiori d'Europa dopo la Riforma fu dunque gran cattolico, e profondamente istruito nella teologia, come furono gli altri pensatori di quel secolo, Leibniz, Malebranche, Pascal, Newton, Keplero, Cartesio, Fénélon, Bossuet; che tutti applicarono la potenza della ragione e dello spirito a scoprire e intendere la verità, perpetuando le grandi tradizioni filosofiche anche quando professavano d'emanciparsene; credendo alla potenza della ragione, ma anche all'anima e a Dio.
Quel però che il Naudé e il Languet apponevano alla filosofia italiana del XVI secolo, d'essere eccessiva (nimia), può dirsi anche della cartesiana del secolo seguente col Gravina, il Vico, il Fardella. Leibniz scriveva al presidente Des Brosses che Itali et Hispani, quorum excitata sunt ingenia, tam parum in philosophia præstant quia nimis arctantur[353]; e ultimamente Eckstein[354] credea ne' nostri filosofi trovar un occulto soccinianismo; mentre forse non era che predilezione per la fisica, e disprezzo per le scienze razionali, mal confondendole colle inezie scolastiche: ma poichè questo li traviò, nacque o paura o ribrezzo ne' pii e negli assennati per le scienze speculative, e quindi il freno impostovi.
Le verità religiose dovettero necessariamente risentire delle filosofiche, che alcuno introdusse, altri confutò anche in Italia. Nelle difficultés proposées à monsieur Steyaert, opera d'un teologo cartesiano, cioè Arnauld (IX parte, pag. 81) leggo «essersi trovate a Napoli persone, che la lettura di Gassendi gettò nell'errore d'Epicuro sulla mortalità dell'anima». E l'autore soggiunge che in fatto le Istanze di quel filosofo contro Cartesio possono ispirare tal errore a giovani mal fondati nella fede, perchè sostiene che colla sola ragione non si colgono prove solide che l'anima sia distinta dal corpo, più che come un corpo sottile da un grossolano.
Sappiamo infatti che a Napoli l'accademia degli Investiganti seguiva molto Gassendi, onde varj giovani s'impigliavano nelle teoriche d'Epicuro e Lucrezio, del che altamente si dolevano i frati, scontenti che le loro scuole restassero non solo abbandonate ma derise. I lamenti raddoppiarono quando il medico Tommaso Cornelio pose di moda Cartesio. L'Inquisizione di Roma tentò introdurre nel regno suoi commissarj; e Monsignor Gilberto vescovo della Cava rizzò tribunale e riceveva accuse e teneva proprio carcere, molti costringendo ad abjurare[355]; ma la città si oppose, e nel 1692 le furono confermati i privilegi, cioè tolta al Sant'Offizio l'indipendenza del processare nel regno.
Quel bizzarro ingegno di Trajano Boccalini, arguto critico degli errori e delle tirannie del suo tempo, si mostra non solo avverso ai Riformati, ma ad ogni tolleranza verso di essi, e fin alle dispute religiose.
Ma in generale è maraviglioso il silenzio che si faceva sopra le quistioni de' Protestanti; benchè fervessero fin al sangue in una parte d'Italia, e mezza Europa fosse volta sossopra dalla guerra di religione, non troviamo in quello scorcio di secolo nè grandi campioni nè grandi avversatori della Chiesa, nè le dottrine protestanti eccitavano più curiosità. I teologi nostri d'allora erano troppo lontani dal vigore che mostravano i francesi. Il cardinale Vincenzo Gotti bolognese dimostrò la verità del cristianesimo contro atei, idolatri, ebrei, maomettani. Il padre Domenico Gravina di Napoli combattè Marcantonio de Dominis, e dettò Catholicæ præscriptiones adversus omnes veteres et nostri temporis hæreticos. Il padre Francesco Brancati pure di Napoli trattò della predestinazione secondo sant'Agostino, e della giurisdizione del Sant'Uffizio. Filippo Guadagnolo, lettore di arabo e caldeo alla Sapienza, fu incaricato di tradurre in arabo la Bibbia, come fece. Morì del 1656, e aveva pubblicato in latino (1631) un'apologia della religione cristiana contro le objezioni di Ahmed-ben-Zin-Alabedin, che dicono il miglior libro contro il maomettismo.
Fra i libri allora proibiti compajono: Riccamati Giacobo, Dialogo nel quale si scoprono le astuzie con che i Luterani si sforzano d'ingannare le persone semplici e tirarle alla loro setta: La scienza della salute, ristretta in quelle due parole Pochi sono gli eletti, tradotta dal francese dall'abate Nicolao Burlamacchi; Buonaventura abate di Laurenzana, Croniche della riforma di Basilicata; Precipizj della Sede Apostolica, ovvero la corte di Roma perseguitata e perseguitante; Ragionamento in materia di religione accaduto fra due amici italiani; a cui aggiungiamo per la pertinenza: «Trois lettres touchant l'état présent de l'Italie, écrites en l'année 1687. La première regard l'affaire de Molinos et des Quietistes: la seconde l'Inquisition et l'état de la religion: la troisième regarde la politique et les intérêts de quelques Etats d'Italie».
È superfluo rinotare che l'esser all'Indice non implica eresia. Più direttamente riguardano ad eresie i libri di Giacomo Picenino, Apologia per i riformatori e per la religione riformatasi. — Vestimento per le nozze dell'agnello qui in terra. — Concordia del matrimonio e del ministero. — Trionfo della vera religione contro le invettive di Andrea Semery, che vennero proibiti nel 1707 e 1714.
Così conosciamo un Pissini Andrea, che, nella Naturalium doctrina, si mostra materialista; un padre Mazzarini che fu processato per opinioni eterodosse: un Antonio Pellegrini che nei Segni della natura dell'uomo impugna la Provvidenza: un Tommaso Leonardo, che provò esser eretico san Tommaso[356].
L'Inquisizione, più che all'irrompere delle eresie, ebbe a far processi di fatuchieria, come altrove mentovammo. Una donna che viveva a spese d'un mal prete, confessò a questo che donna Vittoria Mendoza, moglie dell'Ossuna, vicerè di Napoli, avea fatto una malia acciocchè questi non amasse altri che lei, suo figlio, suo genero; e ciò spiegava perchè costoro salissero in tanta grazia con esso. Denunciata la cosa, l'Ossuna corre alla Vittoria, e col pugnale alla gola la obbliga a confessare, ed essa il fa. Egli allora va da sua moglie, riferendole l'avvenuto, e attribuendolo alle preghiere di lei; la quale non rifiniva di ringraziar Iddio d'aver rotto quel fascino. Ma l'accusata era figlia del duca d'Alcala, moglie del duca d'Uzeda, imparentata con grandi di Spagna: talchè l'Ossuna, che le voleva bene, non pensò a punirla, benchè applicasse la legge ad altre streghe e loro mariti[357].
Del processo contro il Centini d'Ascoli parlammo nel vol. II, p. 389, ove pure d'altri di quest'età.
In più d'uno scritto verso il 1547 è riferita la storia dell'anima di Salvatore Caravagio, più minutamente in un lungo discorso di monsignor Bonifacio arcidiacono di Treviso, press'a poco in questi termini:
Nella via famosa dei Santi Quaranta, che nella città di Treviso è la più spaziosa e la più diritta, rincontro alla chiesa dei Cappuccini, una piccola casa era infestata da spiriti, e durò la molestia per lo spazio di oltre venti mesi. Vi abita Perina, vedova di ottima fama e di età senile, il cui marito, or fanno dieci anni, fu chiamato a vita migliore, e con essa lei, che ne è padrona, altri non vi abita che Genevra figliuola di Bernardino suo figliuolo che è morto, fanciulla di quattordici anni, non bella, non vana, e, come ho veduto nel formare il processo e nel ragionare con lei, molto semplice e schietta. Sono esse poverelle e vivono colla industria dei lavori donneschi, mediante l'ago, e il fuso, non avendo che un poderetto di piccolissima rendita, che dovrà bentosto dividersi in molte parti per aver la Genevra non solo alquante sorelle, ma fratelli ancora. Giorno e notte si vedevano volar sassi, e mattoni, rompere stoviglie, trasportar bagaglie ed arnesi, e allora mo' l'avola, mo' la nepote erano leggiermente percosse, senza lividori ma non senza doglie. Non v'essendo pane in casa, furono trovati alcune fiate i pani inzuppati. Fu svelto e rimosso il cocchiume e la cannella d'un vasseletto e d'un barillotto versandosi tutto il vino. Rimesse le spinole ed i turaccioli, di bel nuovo erano sterpati e dischiusi, ed evacuati gli arnesi, ed infine tutti furono nel mezzo d'una stanza in un fascio gettati.
Cotali stravaganze non solo dalle abitatrici si vedevano, ma da vicini, da parenti e da amici, che per vaghezza di veder maraviglie vi concorrevano, ma non fu poi giammai veduto mano o piede o altro agente naturale nè artificiale, che facesse quelle operazioni. Furono anco tagliate le gambe sul nodo del ginocchio a tutte le galline con sì leggiadra e sottil destrezza, che camminando elle alquanto, pareano sane, ma poi cadevano giù dalle proprie gambe come se fossero gruccie o piedistalli posticci. Fu di vantaggio veduto un lenzuolo nel mezzo della camera maggiore così gentilmente agrumato e con piegature artificiosissime, così bene ridotte in figura d'uomo, che pareva propriamente un cadavere, messili due candellieri l'uno da capo e l'altro da piedi, e una croce tra le mani composta di due arpioni di ferro, che facilmente si trovarono in quella casa per avere il possessore quivi esercitato la mercanzia di fare e vendere salciccie, lardi, prosciutti e altri cibi di carne porcina insalati. Fornito il lungo corso di cotali disturbi quando piacesse alla divina provvidenza, s'udì pure una voce inarticolata prima con fischi, e poscia con gemiti, che fiocamente tanto di giorno che di notte si lamentava, e pareva che chiamasse mo' la Perina, mo' la Genevra, ancorchè non si snodasse in parole perfette. Scongiurata finalmente nel gran nome di Dio, che dicesse chi era, professò d'essere Salvatore Caravagio marito dell'una e avolo dell'altra: chiestogli ciò che egli volesse: Ajuti (rispose) e suffragi per esser cavato di purgatorio. Ricercato se gli era in grado che si chiamassero i Cappuccini, rispose di sì. Vennero adunque quattro sacerdoti di quella santa religione, e fatti i dovuti esorcismi, scongiuri e benedizioni secondo il rito della santa Chiesa, ed aspersa la casa cogli abitanti con l'acqua benedetta; ed esposte con le sacre cere delli agnusdei le reliquie dei santi, invitarono l'anima a notificare la sua condizione. Rispose distintamente in varj congressi, replicati in diversi tempi, sè essere l'anima di Salvatore Caravagio che morì già da dieci anni, e fu sepolto nella parrocchia di Venegazzone, villaggio di questa diocesi: andassero alla cassa in cui giaceva, iscavassero, e tutto intiero il suo corpo vi troverebbono. Interrogato ciò che pretendesse, rispose che siano celebrate otto messe a san Gotardo, chiesa poco quinci distante in villaggio che da lei prende il nome. Dettoli che saria lungo e disagevole farle celebrare in quella chiesetta mal frequentata, rispose rimanere egualmente soddisfatto se saranno offerte sull'altare di san Gotardo nella chiesa di santa Margherita collegiata dei pp. Agostiniani in questa città. Addomandato se d'altro le facea mestieri, disse che di otto messe egli abbisognava all'altare del Crocifisso in santa Agnese sua parrocchiale in questa città. Vi aggiunse infine una messa nella chiesa della Certosa nel bosco del Montello, e pregò con replicate e caldissime istanze Giorgio dei Grossi suo nepote di sorella, che prestasse la carretta a Perina e a Laura sua nuora, e alle figlie di lei, che sono la Genevra con le sue sorelle acciò che andassero alla Certosa ad udire la messa, e scioglier il voto, che nè da lui, nè da Bernardino suo figliuolo padre delle donzelle era mai stato soddisfatto. Esortò finalmente gli astanti, che erano amici ed attenenti al ben vivere, alla frequentazione dei sacramenti e alla giustizia e lealtà nelle loro arti e mercanzie. Parlava lo spirito senza esser veduto, in voce distinta, benchè alquanto impedita, quale appunto egli l'ebbe nell'ultima infermità sua, che dai mortali il sottrasse. Nel medesimo tempo apparve lo spirito di Bernardino ad un zoppo sarto di quella contrada, nominato Domenico Minoto, e pregollo a far celebrare la messa votiva alla Certosa: il che avendo il sarto prontamente eseguito, lo spirito di Salvatore si dichiarò restargli obbligato per la carità ch'egli a Bernardino suo figliuolo aveva fatta, la quale era anco ridondata a suo pro siccome di colui che aveva parte nel voto. Volendo con tutto ciò quei venerabili religiosi meglio certificarsi s'egli era spirito buono, gli proposero la recita di molte pie preci, ed egli intieramente con voce ben franca, come che alquanto balbettante, disse più volte In manus tuas, Domine, commendo spiritum meum; vi aggiunse alcune fiate Peccavi, Domine, miserere mei, parole improfferibili a diavoli, che sono incapaci di confessare il proprio peccato, e di chiederne il perdono. Disse inoltre tutto il salmo Miserere mei Deus, l'antifona Salve Regina, il simbolo degli apostoli, e altre devozioni, e mentre i padri salmeggiavano, egli espressamente diceva di sentirne gran refrigerio, particolarmente nel vangelo di san Giovanni quando genuflessi pronunciavano Verbum caro factum est, perchè allora esclamando diceva: Siano per sempre benedette queste sante parole! oh quanto conforto, oh quanto alleviamento mi apportano!
Interrogato per qual cagione se era eletta alla gloria celeste e congiunta di sì stretto nodo con quelle donne, avesse loro cotanti danni inferiti, essendo certissimo che l'anime del purgatorio, siccome quelle che nella divina grazia si trovano confermate, non possono neanco leggiermente peccare, rispose: Non io, ma lo spirito maligno ha fatto quelle inconvenienze, e quelli spropositi. E ricercato chi fosse cotesto spirito maligno, disse che egli ne aveva sempre seco due degli spiriti, uno buono ed uno reo. Dimandato ciò che fosse dell'anime d'alcuni, che erano stati suoi congiunti o per sangue per vicinanza o per amistà, disse di due sacerdoti che erano in paradiso, di altri due secolari che erano in purgatorio, d'un solo ch'era nell'inferno per aver dimezzate le sue confessioni, e soppressa buona parte delle sue colpe.
Interrogato circa lo stato d'alcuni altri disse non aver conoscenza, ma che, se l'angelo assistente glielo scoprisse nol tacerebbe: e non guari dopo disse, che erano in purgatorio. Richiesto se quando fossero fatte le soddisfazioni e i sacrificj da lui addimandati, saria più tornato, rispose di no, come in effetto è successo, perchè, eseguito quanto egli desiderava, non s'è più sentito rumore nè movimento alcuno in quella casa, abitata con somma quiete e sicurezza da quelle donne: ma prima che l'anima partisse ricercata a manifestare qual sorta di pena ella maggiormente patisse, rispose, ghiaccio grande e freddo eccessivo. Per cotale risposta molto si maravigliarono i semplici, parendo loro essere impossibile che le anime tormentate dal fuoco possano esser anco dal freddo crucciate, e pur egli è vero che, contro l'ordine della natura, per affliggere gli spiriti o dannati o purganti concorrono due contrarie pene ed opposti supplicj di gelo e di arsura, perciocchè chiaramente lo dice per bocca di Giob lo Spirito Santo, Transibunt ab aquis nivium ad calorem nimium, e lo conferma il Salvatore dicendo, che staranno in camino ignis ubi erit fletus et stridor dentium.
Qui segue una dissertazione sulla quistione del freddo e caldo che provano i dannati.
Interrogato lo spirito perchè alla Genevra fosse prima che ad altri apparso, ed a lei più che ad altri avesse favellato e non a sacerdoti, senza ch'ella ci fosse presente, rispose, tale essere stata la volontà dello spirito suo custode perchè gli angeli amano la verginità.
Qui vengono altre citazioni su tale argomento. Molte altre interrogazioni gli furono fatte, ed egli se ne sgravò dicendo che oggimai riuscivano importune. Ricercato in fine da qual parte uscirebbe, disse che per la fessura d'una finestra, che era ivi dirimpetto; e richiesto a dare il segno della partenza, percosse con tanta forza il palco superiore, che cadde la polvere copiosamente sopra gli astanti.
Tutto queste cose rimangono giustificate per la concorde attestazione di quattro sacerdoti cappuccini che v'intervennero, delle due donne abitatrici della casa infestata, di Luigi Caravagio figliuolo dell'una e zio dell'altra, di Giorgio di Grossi, di Mario Zambelli fabbro, di Libera sua moglie, di Domenico Minoto, di Bernardino Carraro, e di altri testimonj, tutti da me con questo esaminati, e nelle loro deposizioni appajono ancora molte altre cose concernenti questo affare, che troppo lungo e nojoso fora l'andarle una per una particolarmente divisando. Io feci diligentissima inquisizione in tutti i luoghi, e in ciascun ripostiglio di quella casetta, e non vidi alcun vestigio di fraudi, nè poteva ella star celata per sì lungo spazio di tempo: nè si potevano ingannar tante persone viziose, scaltre ed accorte, nè sofferto avrebbe la luce di non appalesare una sì lunga e replicata impostura, poichè i rumori e le voci non meno il giorno che la notte s'udivano: e non già da pochi, ma ben da molti di variato genio, pensiero e fine, tra i quali non potea darsi concerto, e accordo[358].
Se chi non crede all'odierno spiritismo in ciò volesse vedere soltanto arte di prestigiatori, vi associeremmo il ricordo di Giuseppe Francesco Borri milanese. Nato il 1625 da un medico e senatore, allevato da' Gesuiti a Roma, s'insinuò nella corte papale come chimico e medico, ma accusato delle peggiori sregolatezze, rifuggì in una chiesa (1654), ed evitò il castigo col fingersi emendato. Cominciò allora a dirsi ispirato da frequenti visioni celesti a riformare il mondo, rimettere la purezza nella fede e ne' costumi; esser egli il pro-Cristo, cioè difensore di Cristo, che si presenterebbe in piazza del duomo di Milano, comincerebbe a predicar le gravezze del corpo e dell'anima, e fra venti anni stabilirebbe il regno dell'Altissimo, e ridurrebbe tutti in un solo ovile: chiunque ricusasse, foss'anche il papa, verrebbe sterminato per mezzo dell'esercito pontifizio, di cui egli si porrebbe a capo con una spada datagli da san Michele, e coi denari procacciategli dall'alchimia. A Roma sterminati i malvagi, nel Sancta Sanctorum si troverebbero scritture della Beata Vergine; il pontefice succedente a questo sarebbe amico suo: avrebbe triplice corona di spine in oro. E qui impastando una bizzarra religione, diceva che il Figliuolo di Dio ab æterno non fu contento della sua gloria e aspirava alla futura, onde stimolava il Padre a creare ab extra. La divinità della terza persona è ispirata: l'essenza del Verbo è generata e filiale; e questo e quello son inferiori al Padre. Maria vergine è dea, concepita per opera divina; figlia del Padre, eguale in tutto al Figlio e incarnazione dello Spirito Santo; nata da vergine, ond'è detta gratia plena; è presente anch'essa nella ss. Eucaristia; e la chiamava Vergine sacratissima Dea, e da' suoi sacerdoti faceva aggiungere all'ave e al canone della Messa Unispirata filia altissimi[359].
Iddio volle che Lucifero adorasse Gesù e la sua madre con-dea; e avendo ricusato, precipitollo nell'abisso, e con lui molti angeli, mentre quelli che v'aderirono solo col desiderio volteggiano per le regioni dell'aria; per mezzo di questi Iddio creò la materia e gli animali bruti, mentre gli uomini hanno anima divina e ispirata. La creazione non fu atto di libera volontà, ma Dio vi si trovò costretto. I figli concetti nel peccato non possono cancellarne la sozzurra, e rimangono infetti non solo dalla colpa originale, ma anche dell'attuale. Se l'uomo crede, Dio è obbligato concedergli la Grazia.
Dicendosi autorizzato da san Paolo a criticare san Pietro, molti errori dei libri santi emendava; correggeva e interpretava il pater: nel credo insegnava che Maria uscì dal grembo della divina essenza con anima deificata. Intitolava Ragionevoli od Evangelici i suoi discepoli, dai quali esigeva voti d'unione fraterna, di segreto inviolabile, d'obbedienza a Cristo e agli angeli, di fervente apostolato e di povertà, per la quale consegnavano a lui tutto il denaro; ed egli coll'imposizione delle mani impartiva ad essi la missione divina. Dio ha riservato a questi tempi l'unione de' fedeli cogl'infedeli acciocchè si manifestino le prerogative della divinissima Madre di Dio, eguale in tutto al Figlio.
Ottenuto il trionfo, la Chiesa godrebbe pace per mille anni, e i soldati vincitori sarebbero raccolti in un Ordine monastico, vestiti di pelle bianca, con un collare di ferro portante il motto «Pecora schiava dell'agnello pastore». Tutto ciò eragli ispirato dal suo angelo, e lo sosteneva con testi scritturali adulterati; copriva gl'insegnamenti di arcano e formole iniziatrici, e tentò attuare la sua chiesa alla morte di Innocenzo X, quando nei tre mesi di vacanza anche molti fra' cardinali ordivano d'assicurare l'indipendenza italiana, spossessando la Spagna. Ma succeduto Alessandro VII, il Borri stimò prudente ritirarsi a Milano (1655) continuando a far proseliti quivi e a Pavia. Pare strano che nè il Governo nè il Sant'Uffizio n'avessero sentore fino al marzo 1659: quando egli, sentendosi decretato d'arresto, stabilì un colpo risoluto; presentarsi sulla piazza di Milano fra' suoi settarj, trucidare l'arcivescovo e i curiali, scarcerare i detenuti, inveire contro gli abusi del governo secolare ed ecclesiastico; gridando Mora Cristo e Viva Calvino, eccitare alla libertà, ed occupato il Milanese e fattosene duca, di là spingere le sue conquiste. Scoperto, molti suoi settarj furono arrestati, sette dovettero in duomo far abjura solenne; indi furono rimessi a Roma, e condannati a portar «per contrasegno dei loro falli una mantelletta gialla sopra le spalle». Egli fuggì, e in contumacia il Sant'Uffizio lo processò e condannò, ordinando omnia illius scripta hæretica comburenda esse; omnia bona mobilia et immobilia confiscanda et applicanda, vetantes sub pœna latæ sententiæ ne quis cum illo tentet, recipiat, juvet; et mandantes omnibus patriarchis et primatibus ut ipsum Burrum arrestent, vel arrestandum curent, teneant, certiores nos faciant ut statuamus quid ipsi faciendum; relaxantes ut non solum magistratus secularis sed quilibet qui possit et velit in favorem fidei nostræ ipsum capiat et teneat.
Ai 3 gennajo 1661 «l'effigie del detto Giuseppe Francesco Borro, depinto al naturale in un quadro, fu portata per Roma sopra un carro accompagnato dalli ministri della giustizia, nella piazza di Campo di Fiore, dove dal carnefice fu appiccata sulle forche, e dopo abbruciata con i suoi scritti».
Egli era rifuggito in Isvizzera, ben accolto come vittima dell'Inquisizione, e a Strasburgo «è fama incitasse quegli eretici ad abbruciare pubblicamente la statua del pontefice, forse in vendetta d'esser egli stato abbruciato in effigie a Roma. In Olanda acquistò gran credito come insigne chimico e medico, e cavalieri e principi di Francia e di Germania veniano per le poste a consultarlo e conoscerlo»; onde arricchito sfoggiò; faceasi dare dell'eccellenza, fu dichiarato cittadino d'Amsterdam, e dicono avesse dodicimila doppie in denari e gemme quando, caduto di credito colla facilità ond'era salito, fuggì di colà lasciando pessima fama. Ad Amburgo incontrò Cristina regina di Svezia, che gli diede soccorsi per raggiungere la grand'opera, cioè la tramutazione de' metalli inferiori in oro. Fallitogli il tentativo, fu a Copenaghen, ove re Federico III gli somministrò ancora denari e comodità per fabbricar oro, anzi gli chiedeva consigli politici. Ma il succeduto Cristiano V gli diede cinquecento talleri, patto che se n'andasse subito. Difilossi allora verso la Turchia, ma in Moravia arrestato per sospetto, fu dall'imperatore consegnato al nunzio pontifizio, che lo spedì a Roma, con promessa gli sarebbe salva la vita. Al giudizio comparve ben in arnese, «con un vestito di moàro fiorato nero, con un'ongherina dell'istesso, ben fornita di guarnizione: la sua statura è alta, ben proporzionato di membra: capelli neri e ricci, viso tondo, carnagione bianca, sembiante maestoso». Fu tenuto per pazzo ed obbligato solo a solenne abjura l'ottobre 1672, condotto a Loreto a far amenda presso la Beata Vergine, poi condannato a recitar salmi e credo, e chiuso in prigione perpetua. Quivi restava sempre oggetto di curiosità, e il duca d'Estrée ambasciadore di Francia, gravissimamente malato, ne chiese un consulto; e guarito, impetrò fosse detenuto semplicemente in Castel Sant'Angelo; anzi potesse uscir qualche volta a visitare malati, e tenere corrispondenze. Morì il 20 agosto 1695.
Le dottrine sue sono deposte nella Chiave del gabinetto del cavaliere G. F. Borro, col favor della quale si vedono varie lettere scientifiche, chimiche e curiosissime, con varie istruzioni politiche, ed altre cose degne di curiosità, e molti segreti bellissimi (Colonia 1681); e sono dieci lettere che fingonsi scritte a persone qualificate intorno ai segreti della grand'opera. Per la quale Olao Barch non esita a chiamarlo phœnicem naturæ et gloriam non tantum Hesperiæ suæ sed Europæ[360]. Ma essa fu stampata da altri durante la sua prigionia, ed è strano come, mentre vi discorre degli spiriti elementari, della pietra filosofale, di cosmetici e panacee, mostri beffarsi delle scienze occulte, e «aver sempre sospettato fossero piene di vanità»: ma si giovò della credulità universale; «e così (dice) mi trovai ben tosto un grand'uomo; aveva per compagni principi e gran cavalieri, dame bellissime e delle brutte ancora, dottori, prelati, frati, monache, infine persone d'ogni serie. Alcuni inclinavano a' diavoli, altri agli angeli; alcuni al genio, altri agli incubi; alcuni a guarire d'ogni male, altri alle stelle; alcuni ai segreti della divinità, e quasi tutti alla pietra filosofale». Certo e' profittava dei creduli, come fanno i ciarlatani de' nostri giorni.
Altra cura dell'Inquisizione fu il vigilare sopra devozioni o improvide o eccessive, quali erano quelle degli schiavi della Madonna santissima; del voto sanguinario, che importava di sostener anche colle armi l'Immacolata Concezione di Maria; le indulgenze prodigate a chi portava l'abitino, e simili. Di ciò doveva peccare Giacomo Lombardi, la cui Semplicità spirituale, il Trattato dell'esteriorità, ecc., furono proibiti il 28 marzo 1675 con tutti i costui opuscoli. Le pratiche o arsenali del Sant'Uffizio contengono lunghi cataloghi di libri superstiziosi, preghiere, storielle devote, scapulari, come la Hebraica Medaglia detta Maghen David et Abraham, dichiarazione di Angelo Gabriello Anguisciola, che la sant'Inquisizione ordinò consegnasse al Sant'Uffizio chiunque ne possedesse alcun esemplare.
Neppur era dimenticato il concetto dell'Evangelio Eterno, cioè d'una nuova rivelazione che si surrogasse, e compisse quella di Cristo, conducendo ad una perfezione cenobitica più sublime[361]. Marc'Aurelio Scaglia del Monferrato vestiva da prete, possedeva le visioni del Beato Amedeo confessore di Sisto IV e quelle del Neri fiorentino; e diceva che, in tempo di Paolo V, seguirebbe gran riforma della Chiesa con grandissime tribolazioni; e che verrebbe un Francescano, uomo angelico di nome Pietro, indi altri Pietri; e ogni felicità succederebbe a Firenze[362].
Anche una suor Teresa in Sicilia da pretese illuminazioni si lasciò indurre a credere d'esser la quarta persona della Trinità e corredentrice, e trovò fede in molti. Nel 1693 si conobbe una setta di cavalieri dell'Apocalisse, che proponeasi di difender la Chiesa cattolica contro l'anticristo. L'aveva istituita Agostino Gabrino, nato da un mercante bresciano, e avea reclutati da ottanta seguaci, la più parte mercanti ed operaj, che anche durante il lavoro doveano tenersi a lato uno stocco; sul petto portavano una stella con sette raggi e una coda, circondata da un filo d'oro: questa dovea figurare il globo terracqueo; la coda, la spada veduta dal rapito di Patmo. Il Gabrino intitolavasi monarca della santa Trinità; e chi dicea mirasse a sovvertimenti politici, chi che volesse introdur la poligamia. La domenica delle palme del 1693, allorchè in San Pietro del Vaticano intonavasi Quis est iste rex gloriæ, cacciossi colla spada alla mano fra i celebranti, gridando: Ego sum rex gloriæ: altrettanto fece in altra chiesa; onde fu posto ne' pazzi. Ma uno de' suoi adepti, intagliatore di legno, lo denunziò all'Inquisizione, che processò gli accusati.
Antonio Oliva di Reggio (1624-89), venuto in tal fama a Roma, che a soli diciannove anni fu eletto teologo del cardinale Barberini, prese parte alla sollevazione di Masaniello: sbandito, ritirossi a Firenze, ove fu ascritto all'accademia del Cimento, e scrisse sui liquidi, sui sali, sulla generazione dei bacherozzoli, molto lodato dai contemporanei. Repente abbandonata la cattedra di Pisa, forse per nimicizie col Redi, portossi a Roma, careggiato dai prelati e dai pontefici. Ma sotto Alessandro VIII il Sant'Uffizio scoprì che, in casa di monsignor Gabrielli, tenevasi una conventicola, nominata Accademia de' Bianchi, perchè proponeasi dar di bianco non solo ad abusi del governo pontifizio, ma della religione, col fine di ricondurla alla primeva semplicità. V'apparteneva il nostro Oliva, con un Picchetelli detto Cecco Falegname, un Alfonsi, un Capra, i dottori Mazzutti, e un Pignatta segretario. Furono arrestati, e messi tutti alla tortura, eccetto il Gabrielli il quale passò per imbecille, e riversò ogni colpa sull'Oliva. Questi vedendo disperato il caso suo, si precipitò da una finestra del palazzo dell'Inquisizione, e si fracassò la testa.
Altrove indicammo come il misticismo invadesse anime pie e sante; nel qual senso anche il Bellarmino scrisse La scala per ascender a Dio dalle creature, tradotta dal latino in tutte le lingue, e il Gemito della Colomba ossia il ben delle lacrime. Più illustre fu santa Teresa, destinata dal papa e da Filippo II a riformare monasteri: la quale definiva il diavolo «quell'infelice che mai non amò»; e diceva «che l'intelletto umano dovrebbe giudicar delle cose come se al mondo non esistessero che Dio e lui»[363].
Ma altre volte i mistici pareano trasportar ancora al medioevo, quando l'ardimento e fin la temerità delle idee associavasi alla più fervente pietà, alla fede più ferma: e questa tendenza a ingolfarsi nella divinità di Cristo fin a dimenticarne l'umanità, portava a pensieri che davano alimento pericoloso alle passioni e a teorie superbe, le quali non valgono il minimo atto di bene pratico.
A un frate Egidio fu rivelato che una buona donna può amar Dio meglio d'un dottore di teologia: ed egli corse per le vie gridando: «Venite, buone donne; amate Dio Signor nostro, e potrete esser più grandi di san Bonaventura».
Michele Molinos prete di Saragozza (1627-96), stabilitosi a Roma nel 1662, e salito in fama di gran pietà, nel 1675 vi stampò una Guida spirituale che conduce l'anima per cammino interiore a conseguire la perfetta contemplazione e il ricco tesoro della pace interiore. Suo dogma fondamentale era che, chi coll'orazione della quiete congiunge l'anima a Dio, più non può peccare di volontà; e così induceva ad una specie di estasi; insomma ad annichilarsi pensando a Dio, e in tale stato non prendersi briga di checchè succedesse nel corpo; le fantasie più lubriche possono sorgere nell'anima sensitiva senza contaminarla, e senza giungere alla superiore dove risiedono l'intelligenza e la volontà. Iddio sottomette il credente al martirio spirituale di vive tentazioni per dargli a conoscere la propria abjettezza, ma non che sgomentarsene, convien mostrarne disprezzo, lasciando operar il demonio, e tenendosi tranquilli, nella certezza che Dio guida alla salute non solo colle virtù ma coi vizj. Parrebbe udir Lutero quando scriveva a Melantone: «Sii peccatore e pecca poderosamente, ma la tua fede sia più grande che il tuo peccato... Ci basta aver conosciuto l'agnello di Dio che toglie i peccati del mondo. Il peccato non può cancellare in noi il regno dell'agnello, quand'anche fornicassimo e uccidessimo mille volte al giorno»[364].
Per ventidue anni egli fu tenuto in concetto di santo direttore di spirito; e Paolo Segneri, che lo confutò nell'Accordo dell'azione e del riposo nell'orazione, passò per invido calunniatore, e per poco non ebbe a perdervi la vita; ma il vescovo Inigo Caracciolo di Napoli s'accorse de' guasti che ne venivano nella sua diocesi: e smascherati gli errori, papa Innocenzo XI ne ammonì la cristianità. Il Molinos avea così estesa corrispondenza, che, quando fu arrestato nel 1685, gli furono trovate dodicimila lettere e molto denaro affidatogli da' suoi devoti. Malgrado le potenti protezioni, sottoposto a processo dal Sant'Uffizio, furono condannati i suoi libri; ed egli, convinto di brutali eccessi, dovette ritrattarsi pubblicamente sulla piazza di Santa Maria sopra Minerva il 3 settembre 1687, vestito di giallo con croce rossa davanti e dietro. Erasi pubblicata indulgenza di quindici anni e quindici quarantene a chi assistesse a quell'atto, sicchè, oltre il sacro collegio v'accorsero gran popolo e nobili e dotti, pe' quali eransi eretti palchi. All'udir leggere quelle massime, non men mostruose che le colpe, la folla fischiava, e gridava Al fuoco, al fuoco. Terminato, abjurò gli errori, ricevette l'assoluzione e i colpi di verga sulle spalle e l'abito di penitenza, poi chiuso in una camera coll'obbligo di confessarsi quattro volte l'anno, e recitare ogni giorno il Credo e la terza parte del rosario, sopravvisse in pentimento fino al 28 dicembre 1696.
Con lui furono condannati all'abjura e alla prigionia i suoi proseliti Simone Leoni sacerdote e Antonmaria suo fratello laico, di Campione sul lago di Lugano. L'ultimo si ostinò per due mesi anche in false interpretazioni di certi passi della Scrittura, finchè pur esso abjurò. Sessantotto proposizioni di Molinos vennero formalmente condannate da Innocenzo XI colla bolla Cœlestis Pastor, 20 novembre 1688. Insieme condannossi come infetta di quietismo la Contemplazione mistica del cardinale Pietro Matteo Petrucci, natìo e vescovo di Jesi che avea difeso il Molinos, e che, pentito, rinunziò a tutte le dignità.
Così l'immoralità veniva eretta in teorica con un osceno quietismo.
I nostri paesi subalpini, e nominatamente Vercelli, udirono dal barnabita savojardo Francesco La Combe, e dalla famosa Guyon predicare le vie dell'interiore, l'orazione del silenzio, la fede nuda, l'amor di Dio puro e per se stesso, senza timori nè speranze: in modo che l'anima, perduta l'individualità, confonde la volontà propria con quella di Dio, al punto che non sa più qual cosa condannare in sè, di qual colpa confessarsi. È noto che lo stesso Fénélon andò preso alle esaltazioni mistiche della Guyon, e n'ebbe diverbi con Bossuet, poi condanna da Roma come d'opinioni erronee, alla quale egli si sottomise.
Nella Valcamonica, terra alpina bagnata dall'Oglio fra il Trentino e il Bresciano, il vescovo di Brescia Marco Morosini, per istruzione di quei montanari, aveva istituiti molti oratorj o congregazioni. Ricevettero queste eccitamento da Giacomo Filippo, laico milanese, il quale indusse il vescovo a sistemarli a somiglianza degli oratorj di Santa Pelagia in Milano, ma subito ne apparver tali disordini, che il vescovo sospese e proibì l'opera (1653). Pure il mal seme fruttò, diffondendosi una specie di quietismo, secondo il quale laici e sacerdoti predicavano pubblicamente; uomini e donne indistinti s'adunavano nottetempo a orare e flagellarsi, negando obbedienza ai parroci e ai vescovi, prolungando fin sette e otto ore la preghiera, credendo sè soli santi, e confessavansi pubblicamente. Pietro Ottoboni cardinale, divenuto vescovo di Brescia, accorse rigorosissimamente a reprimer questi Pelagiani; mentre stava alla finestra (raccontano) vide passar un fabbro, con chiavi e catenacci, che gridava la sua mercanzia; poi un altro, e un terzo e un quarto. Insospettito fe chiamar il seguente, e legò discorso con esso, poi frugando nella cassetta di que' chiavacci, ecco vi trova catechismi calvinici e libretti concernenti le credenze e le pratiche pelagiane: onde emanata una pastorale il 13 marzo 1656, mandò inquisitori nella valle, che molti ne scopersero: furono aboliti gli oratorj, relegati o carcerati i sacerdoti Marc'Antonio Ricaldini, Giambattista Maurizio, Benedetto Passanesio, e alquanti. Pretendeano anche far miracoli; e specialmente un Francesco Negri, detto il Fabianini, vantavasi di parlar faccia a faccia con Dio, e avea scritto un discreto volume di rivelazioni e profezie, con tanti errori, che l'inquisitore di Treviso il decretò al fuoco.
Giovanni Agostino Ricaldini, fratello del Marc'Antonio, fe la sua ritrattazione nella chiesa di Treviso, abjurando d'aver creduto che l'orazion mentale sia l'unica porta della salute; che il dono dell'orazion mentale è maggior che quello della redenzione e dell'istituzione del ss. Sacramento: che le asprezze e penitenze non son care a Dio in quanto domano la carne, poichè non è bene macerar questa, essendo noi creati per amare non per patire; che Dio vuol levare il ministero di spiegar le sacre scritture di mano dei ministri della Chiesa e darlo ai secolari; che i principi avranno giurisdizione sopra gli ecclesiastici, e ne faranno morire molti, altri spoglieranno delle dignità.
Come quietista fu dai savj sopra l'eresia di Venezia condannato un Giuseppe Beccarelli di Brescia.
Tale eresia aveva fatto guasto principalmente fra le donne e nei monasteri, e nominatamente quelli di Faenza, di Ravenna, di Ferrara[365]. Quell'Ottoboni che sopra nominammo, fatto inquisitore generale, operò assai a sradicar il quietismo, e più dopo che salì papa col nome d'Alessandro VIII. E il Bernino, ripetendo il grand'orrore che aveva per ogni eresia, aggiunge che fece arrestare anche un chierico della propria camera, protonotaro apostolico e sospetto di spinosismo, e processare dalla Congregazione del Sant'Uffizio, benchè in questo si trovassero quattro cardinali parenti del reo.
Dalla Inquisizione fu nel 1689 condannata suor Francesca pistojese, monaca in San Benedetto di Pisa, che si fingea santa. Morta senza ricredersi, fu condannata ad esser sepolta come i convinti d'eresia; cioè sul carro dei malfattori furono portate le ossa e il ritratto di essa, e per man del carnefice bruciati al luogo del supplizio, e le ceneri disperse.
La Ricasoli è una famiglia delle più illustri di Toscana, d'antica origine longobarda, avente il titolo di barone; e nel sepolcro d'uno di essa in Santa Maria Novella leggesi come sia per retaggio devota alla famiglia regnante.
Dal ramo di tal casa detto dei Baroni della Trappola, e precisamente da Francesco Maria e da Diamante Antinori, era nato ai 2 aprile 1581, Pandolfo, che dotto nelle lingue greca ed ebraica, valente teologo ed oratore, entrò gesuita, poi uscitone prima della professione, divenne canonico della metropolitana fiorentina. Scrisse senza pubblicarle molte opere di controversia e d'ascetica, fra cui le Istruzioni pei sacerdoti, dove si formano le spirituali medicine, mediante le quali devesi da quelli far la spirituale cura alle inferme anime dei fedeli, e darne lo spirituale soccorso a quelle che nell'agonia e fine di loro vita sono venute. Recitò pure le orazioni funebri pel principe Francesco de' Medici e per Cosimo II: stampò a Bologna nel 1613 l'Accademia Giaponica, dialogo in difesa delle verità cattoliche; e v'aggiunse un'Orazione in lode di Gesù Crocifisso, ch'egli avea recitata davanti ai magistrati di Ragusi; e nel 1621 a Napoli pubblicò Osservazioni di una molto eminente virtù cristiana ed una sacra istoria sopra la celeste vita e divini sacrifizj della beata Margherita da Cortona; poi nel 1623 a Venezia, Osservazioni sul modo facile dell'acquisto della perfezione cristiana contenute nella vita del padre Angiolo Maria Montorsi, con un'aggiunta che mostra la via d'adempiere gli obblighi del proprio stato. Restano molte sue cose inedite, di cui principale quella De unitate et trinitate Dei, et de primo et secundo adventu filii Dei, hebraice et latine, adversus nostræ ætatis atheistas, hæreticos et judæos.
Sono opere destituite d'ogni merito e dottrinale e letterario, pure vantatissime de' contemporanei, che lo lodano di grande assiduità al pulpito e al confessionale, e di zelo e costumatezza.
Faustina Mainardi vedova Petrucci, avea fondato un istituto di fanciulle sotto il titolo di Santa Dorotea, e non credette poter collocarlo meglio che sotto la direzione del canonico Ricasoli. Mal per lui; che già di cinquant'anni fu preso d'amore per la direttrice; e per giungere a' suoi fini si giovò della propensione di lei all'ascetismo; o forse egli stesso, per desiderio di tranquillar la coscienza, credette poter volgere i libri santi e le dottrine teologiche a significare che tutto potesse esser permesso al senso, purchè l'anima restasse indifferente: merito d'un cristiano l'accettare quel che Dio manda; i tocchi carnali, non che peccaminosi, esser meritorj purchè fatti nell'intenzione di rendersi sempre più perfetti nella vita spirituale, e di dar gloria a Dio. Appoggiava tali errori a rivelazioni che asseriva fattegli dall'angelo custode, il quale gli appariva spesso, e gli faceva prelibare le gioje del paradiso; anche con miracoli manifestandogli il volere e l'approvazione di Dio.
Non solo la maestra, ma le educande rimasero illuse da dottrine così conformi al senso; e che erano propagate e applicate da un padre Serafino Lupi servita, autore di opere di teologia mistica, da un giovane prete di casa Fantoni, da un cavaliere Andrea Biliotti, da un Girolamo Mainardi, e da un innominato.
Neppure di mezzo a questa corruttela il Ricasoli cessava gli studj e lo zelo; all'occasione della peste del 1630 tradusse e pubblicò la bella orazione di san Cipriano sulla morìa: finì il Typus optimi regiminis ecclesiastici, politici et œconomici, ove offre David come esempio ai regnanti; interpretò varj salmi per esercizio di ebraico[366], e la Perfectio pulchritudinis, seu Biblia ebraica.
Da otto anni durava l'oscena tresca quando l'Inquisizione n'ebbe sentore. Il Ricasoli non esitò ad andare accusarsene egli stesso, onde fu messo in carcere coi compagni. Giovanni Mazzarelli da Fanano inquisitore non potè procedere alla sicura, trattandosi di personaggi d'alta nobiltà e dottrina, e imparentato con primarie famiglie. Aggiungansi i segni di sincero pentimento ch'egli diede in prigione, sicchè la pena fu men severa che non meritasse il delitto.
Mentre la prudenza avrebbe imposto di tirare un velo sulle colpe e sulla pena, al contrario, il 23 novembre 1641 nel refettorio del convento di Santa Croce, con funebre apparato, alla presenza de' principi medicei e di gran quantità di teologi, signori, popolani, ai rei vestiti colle cappe infami e inginocchiati fu letto il processo, colle scandolezzanti particolarità. Il Ricasoli, il Fantoni e la Mainardi venner condannati a prigione perpetua. Il Ricasoli, fatto abjura e ammenda degli errori e de' peccati, fu chiuso in angusta cella di quel convento, ove durò sedici anni macerandosi con austere penitenze. Il 17 luglio 1657 moriva, e gli furono negati i funerali solenni[367].
Nella biblioteca nazionale di Napoli sta manuscritta la storia di suor Giulia di Marco e delle false dottrine insegnate da lei, dal padre Aniello Arciero e da Giuseppe de Vicariis. Nasceva costei a Sepino provincia di Molise da un contadino di Sarno, e fatta orfana, venne a Napoli a servizio d'una signora. Traviata da uno staffiere, confida il suo fallo alla padrona, che pietosamente l'assiste a celarne il frutto. Ridottasi a vita pia, si rende terziaria di san Francesco; ma il padre Aniello Arciero crocifero, confessore suo, le insinua le sozze dottrine del quietismo, e la induce perfino a raccoglier in casa sua donne, che le oscenità ammantano di parvenze religiose, e tra le quali praticavansi i riti, che trovammo imputati ai Patarini. Talmente era velata la cosa, che nobilissime dame vi aderivano e fin due mogli di vicerè; sinchè scoperto il vero, que' pervertiti furono portati a Roma, e là dovettero fare l'abjura nella chiesa della Minerva il 12 luglio 1615.
L'isola di Sicilia, che si vantò sempre immune da eresie, e che nel 1631 eresse, sulla piazza Bologni a Palermo, una statua di bronzo di Carlo V in atto di giurare la costituzione, coll'epigrafe Purgatori Europæ lernæarum hæreseon eversori extinctori Panormus piissima d. d., dopo un breve e non fausto dominio dei duchi di Savoja tornò ai prischi signori austriaci, che, colle solite esagerazioni, furono festeggiati con medaglie portanti Ab Austro prosperitas et felicitas. Governando il marchese d'Almenara, il 6 aprile 1704 fu fatto a Palermo un solenne auto da fè nella gran piazza al fianco meridionale del duomo, presenti forse ventimila persone e le autorità, e la nobiltà e il corpo diplomatico. Alcuni poteano ricordarsi d'averne veduto un altro nel 19 giugno 1690 contro suor Giovanna Rosselli francescana e Vincenza Morana. Pomposa processione accompagnò questo nuovo atto di fede. Sull'altare eretto nel mezzo ardeano molte candele di color giallo, e dalla mezzanotte in poi vi s'erano celebrate continuamente messe per la conversione de' condannati. Fra questi venivano primi i convertiti e penitenti, a testa scoperta e con un cero in mano; di poi i riconciliati, coperti del sanbenito, scapolare di rozza lana gialla, stretto al corpo e sparso di croci rosse, e in capo la mitera: ultimi i recidivi ed ostinati col sanbenito e la mitera a fiamme. Collocaronsi sui gradini dell'altare, e il padre Antonio Majorana fece un discorso allusivo: rimpetto al pulpito stava il segretario dell'Inquisizione, davanti al tavolino portante i processi: accanto i membri del Sant'Uffizio, aventi in petto la croce d'oro a brillanti e rubini, e più in alto il grande inquisitore don Giovanni Ferrer. Davanti a loro passarono i processati, a cui fu letta la sentenza, che rimandava molti con lievi penitenze, coll'abjura e l'assoluzione; alcuni furono messi su giumenti e frustati: ma suor Geltrude Maria di Gesù, terziaria di san Benedetto, che nel secolo era stata Filippa Córdova, e frà Romualdo laico degli Agostiniani scalzi, al secolo Ignazio Barberi, entrambi di Caltanisetta, furono condannati ad esser arsi vivi, donec in cinerem convertantur, cinis vero dispergatur.
Posti s'un carro tratto da bovi, furono condotti al rogo sulla piazza di Sant'Erasmo, e fatte ad essi nuove esortazioni a pentirsi, ond'essere strangolati prima che venissero gettati sul rogo ponendo in prima il fuoco ai capelli e alla sopravesta della donna; ostinandosi essi, furono avventati nelle fiamme. E il popolo stette a spettacolo[368].