DISCORSO LI. PIEMONTE. I VALDESI SUBALPINI.

Fra le Alpi occidentali formavasi una potenza, che annettendosi gli avanzi del regno di Borgogna, poi ottenendo dalla badia di San Maurizio la lancia e l'anello di questo, poco poco dilatava dalla Saona alla Sesia e dal lago di Neuchatel al Mediterraneo, dalla vetta alpina fiutando di qual parte spirasse il vento, per ispiegar a quello le vele, non ben determinata se di là di qua de' monti giovasse meglio ampliarsi, e favorendo ora l'impero di cui era vassalla, or Francia di cui era insidiosa vicina, finchè si volse risolutamente all'Italia, ove doveva non solo sopravvivere, ma surrogarsi a tutte le dinastie. È perciò che alla storia italiana riferiamo quella pure de' paesi da cui i duchi di Savoja trassero e la cuna e il titolo, e che repudiarono appena testè per aspirazione maggiore. Carlo III il Buono era nipote di Francesco I; ma temendolo appunto per la vicinanza e perchè possedeva le chiavi del suo Stato, cioè Saluzzo, inchinò a Carlo V, di cui sposò la cognata, e a cui diede grand'appoggio contro l'emulo in Italia. In conseguenza il re di Francia ne occupò tutti gli Stati da Moncalieri alle Alpi, mentre l'imperatore tenevasi gli altri, e muniva Asti, Fossano, Vercelli; sicchè esso duca diceva al Muzio: «Due mastri di casa ho io; l'imperatore e il re, che governano il fatto mio senza rendermene conto».

Come dovesse starne il povero paese Dio vel dica; ma il duca sperava, sempre, col bordeggiare, di giunger alla sua meta. E per riuscirvi meglio fu chi lo esortava a valersi della Riforma, ed abbracciarla palesemente; col che raccorrebbe il favore di tutti quelli che avversavano il papato e l'Austria.

Anemondo di Coct, cavaliere del Delfinato infervoratissimo del nuovo simbolo, stimolava Lutero a indurvi il duca: «Questi è grandemente propenso alla pietà e alla religione vera[369]; ama discorrere della Riforma con persone della sua Corte; adottò la divisa Nihil deest timentibus Deum, la quale è pure la vostra. Mortificato dall'Impero e dalla Francia, avrebbe modo d'acquistare suprema ingerenza sulla Savoja, la Svizzera, la Francia».

Lutero in fatto gli scrisse, ma senza effetto. Anzi il duca passava intere mattinate a visitar chiese e udire messe: i tre stati di Savoja nel 1528 richiedevanlo di tener in pronto milizia che bastasse a reprimere i tentativi dei Riformati, e impedire si estendessero nel paese; egli pure, vagheggiando il concetto, allora nascente, dell'unificare lo Stato, non bramava di meglio che svellerne l'eresia. Ma in cinquant'anni di signoria, per la passione di tutto acquistare, quest'ambizioso non fece che perdere; vedemmo (pag. 92) come la sua smania di insignorirsi di Ginevra fece che questa gli si rivoltasse, e appoggiandosi ai cantoni Svizzeri riformati, abbracciasse la Riforma di cui dovea diventar la Roma, e come il duca serbasse eterna ribrama di quel dominio; e più volte tentasse recuperarlo, ma sempre con sua onta. [Nella lista de' pastori, inviati a chiese straniere dalla compagnia de' pastori di Ginevra dal 1555 al 1566, trovo nel 1555 mandato a Aunis e Saintonge Filippo Parnasso piemontese: e mandati in Piemonte Giovanni Vineannes il 22 giugno 1556: Giovanni Lanvergeat l'ottobre 1556: Alberto d'Albigeois il 27 settembre 1556: Giovanni Chambeli il gennajo 1557: Gioffredo Varaglia di Cuneo nel 1557: Bacuot Pasquier il 14 settembre 1557: a Pragelato, Martino Tachart il 3 giugno 1558: a Torino, Cristoforo figlio del medico di Vevey nel dicembre 1558.]

In una storia della Val d'Aosta, che trovasi nella biblioteca del re a Torino, vi sono lettere da cui appare che, sebbene non si volessero inquisitori, pure, avendo Calvino diffusa l'eresia in quella valle, alcuni furono processati dal vicario del vescovo Gazzino, e i convinti furono rimessi ai signori pari e non pari, per metter ad esame la sentenza, senza che alcun inquisitore vi avesse parte.

Il 12 luglio 1529, Pietro Gazzini vescovo d'Aosta, ambasciadore a Roma, scriveva al duca di Savoja d'aver esposto al papa che a Chambery s'era tenuto un sinodo generale di prelati e abati sopra gli affari della religione, e che lo pregavano di soccorrerli, attese le esorbitanze commesse dai Luterani nelle valli di Savoja. Aggiunge che la Borgogna superiore e il contado di Neuchâtel sono invasi da questa setta; che a Ginevra il vescovo non osa più dimorare, nè vi si fece il quaresimale, e mangiasi carne i giorni di magro, e leggonsi libri proibiti. Aosta e la Savoja sarebbero assolutamente pervertite se il duca non v'avesse fatto decapitare dodici gentiluomini, principali apostoli di queste dottrine. Malgrado ciò, non manca chi diffonda quel veleno nei dominj del duca, benchè questi abbia, sotto pena di ribellione e di morte, vietato parlarne. Costoro esclamano che il duca non è re loro, e atteso i gravi tempi e le grosse spese della guerra, domandano a gran voci si vendano i pochi beni che gli ecclesiastici ancor possedono, e con tali maledette promesse fanno molti aderenti. Il vescovo conchiude aver detto al Santo Padre quanto grandi servigi renda esso duca al Santo Padre col perseguitare questa sètta, ed impedir che penetri in Italia. Il papa gli rispose ringraziandolo; non poter mandare denaro, attesa la ruina del suo tesoro, ma supplicava specialmente il duca di tener d'occhio Ginevra, la cui perversione bisogna impedire a ogni costo.

Una lettera del dicembre 1535 riferisce gravi quistioni degli Aostani col vescovo Gazzini che gli avea scomunicati. L'anno stesso troviamo quei contorni agitati dalla guerra e dall'eresia di Calvino, e Ami Porral, deputato di Ginevra e Basilea, scriveva: «Il duca ci dice d'aver molto a che fare di là dai monti, in parte a cagione del vangelo, che si diffonde per tutte le città. La cosa conviene che proceda, poichè essa viene da Dio, a dispetto de' principi».

La medesima storia racconta come, uscente febbrajo 1536, Calvino penetrasse nella valle, e si accostasse alla città, tenendosi nascosto nella cascina di Bibiano, presso l'avvocato nobile Francesco Leonardo Vaudan. Riuscì a pervertire alcuni, e sparse biglietti per esortare gli abitanti a mettersi in libertà, e allearsi ai Cantoni svizzeri protestanti. Il pericolo fu scongiurato con prediche e con processioni, alle quali assistevano col popolo il vescovo Gazzini, il clero, il conte Renato d'Echalland, e le persone più distinte, a piè nudi, coperti di sacco e di cenere: e fecero trattato coi signori delle sette decurie nel Vallese di sostenersi a vicenda contro ogni innovamento in fatto di religione o di fedeltà. Poi in assemblea generale si fece divieto, a nome di sua altezza, sotto pena della vita di lanciar qualsiasi proposizione contraria al sovrano o alla religione.

Gli aderenti a Calvino fuggirono, passando a guado il torrente Buttier sotto Cluselino, donde recaronsi nel Vallay per le montagne di Valpelina. I tre Stati raccolti in assemblea, a mani alzate fecero una pubblica professione di fede, e solenne giuramento di vivere e morire nella religione cattolica, e stabilirono una processione il giorno della Circoncisione e la terza festa di Pasqua e di Pentecoste, cui assisteva tutta la città, oltre erigere in mezzo alla città una grossa croce di pietra: tutti gli abitanti mettessero sulla loro porta il nome di Gesù.

Nella relazione di Gregorio Barbarigo ambasciadore veneto a Carlo Emanuele I nel 1611, è narrato quanto la perdita di Gex e degli altri cantoni e di Ginevra pesasse al duca di Savoja, «desideroso piuttosto d'allargare gli antichi confini dello Stato suo, che facile a soffrire di esser privo di quello che già è stato de' suoi antenati». Sperò riaverli alla morte d'Enrico IV, e col matrimonio del principe suo figlio, e perchè restava tolto l'appoggio de' Francesi a Ginevra, dove allora aveasi meno affluenza di Protestanti, dopo che erano tollerati in Francia, meno industria dopo che a Lione si favorirono le manifatture nazionali meno lavoro di stampa dopo che ai libri colà pubblicati, che spesso erano anche pontifizj e buoni, non si permetteva di mettere la marca de' libraj lionesi, colla quale circolavano liberamente.

E prosegue come esso duca sempre si valesse delle cose di religione per ampliar i suoi Stati: mediante intelligenze colla Lega sperò estendersi in Provenza: col pretesto di tor via gli Ugonotti, agognava ottenere Ginevra; ma poichè videsi non abbastanza soccorso, si amicò coi Protestanti di Germania, e non esitò disgustare il pontefice, massime col tirare la guerra in Italia. Il pontefice però comprende come bisogni usar riguardi a paese, che trovandosi in contatto con Ginevra, potrebbe declinare dal rispetto dovutogli. E qui ragiona delle valli Valdesi, e della loro tenacità nelle antiche e nuove credenze. Aggiunge che nello Stato, mentre fu posseduto dai Francesi, molto si propagò la dottrina degli Ugonotti, e v'ebbe pubblici predicatori in Torino[370] e altrove, «i quali, rimesso il duca in istato, furono fatti partire, talchè ora si vive cattolicamente dappertutto; comprendendo i duchi che, quanto scemava lo zelo per la religion cattolica, cresceva l'inclinazione pei Francesi».

Il clero vive dipendentissimo dal duca, lo che toglie ogni possibilità al papa di contrariarlo: perocchè i benefizj ecclesiastici son quasi tutti conferiti liberamente dal duca, compreso i due arcivescovadi di Torino e Tarantasia e i nove vescovadi, godenti da due fin a cinquemila scudi d'entrata; il duca propone alla conferma del papa un nome solo; lascia lungamente vacanti i posti, valendosi degli intercalari a gratificare persone e famiglie sue devote, e non permette che ne godano forestieri, nè che questi moderino le coscienze de' suoi sudditi: molti ne convertì in commende dei ss. Maurizio e Lazaro. Nelle materie giurisdizionali di là dai monti ha piena autorità anche sopra le persone ecclesiastiche: in Piemonte sopravvive qualche privilegio a queste. Nei feudi procura escludere l'ingerenza clericale. Ha gelosia de' Cappuccini, che dipendendo dalla provincia di Genova, non hanno spiriti abbastanza principeschi, onde diè loro lo sfratto, principalmente dal convento che hanno sulla collina di Torino.

Ciò pel Piemonte proprio: quanto ai paesi di quel regno già appartenuti a Genova, trovo a Ventimiglia nel 1573 esser dal vescovo ribenedetto un Antonio Planca di Tenda, il quale in Genova (o Ginevra?) aveva abbracciato la religione luterana. In Sospello poi si indicano ancora le case ove abitavano alcuni calvinisti, colà solo tollerati.

Al 17 aprile 1582, Ugolino Martelli vescovo di Glandève, scriveva al duca di Savoja d'un caso d'eresia avveratosi a Pogetto, e come v'avesse trovato un tal Morin medico, che dieci o dodici anni prima n'era partito con suo padre a causa di eresia, poi ripatriato, fece atto d'obbedienza alla Chiesa davanti al governatore. Quanto agli uomini ei dice che tutto va bene, ma in fondo alla coscienza dubita della sincerità di lui, onde lo circondò di precauzioni affinchè non vendesse i beni paterni, di cui era stato rimesso in possessione dopo l'abjura: e consiglia al duca di far in modo che non possa ridurli a denaro, per poi andarsene e tornar al vomito.

Assicura che l'eresia, manifestatasi a Pogetto dodici anni fa, non vi ricomparve. Bensì a Cigala i preti si lagnano che molti si confessano per ottenere licenza di viaggiare, ma come l'ottennero, si scoprono eretici, e se ne portano il denaro dei beni che in secreto vendettero. Egli suggerisce che tali vendite siano annullate.

Ad Aghidone, alcuni fanno insolentemente professione d'eresia, ma essendo povera gente, basterà farvi paura e darvi buone censure. Se però persistessero, bisognerebbe toglier loro i figliuoli, e metterli in luogo sicuro.

Anche a Sero il male si diffuse tra le montagne, non per difetto delle popolazioni, ma per volontà de' signori (Archivj del regno. Corrispondenza dei duchi di Savoja).

Il vescovo di Ventimiglia al 28 agosto 1572 annunziava al duca dolergli che Maladorno fosse stato sciolto di prigione, mentre è complice delle abominevoli cose operatesi poc'anzi: è sospetto d'aver abbattuto l'immagine di santa Maddalena, e insudiciato i gradini dell'altare (Ibid.).

Chi da Torino procede a libeccio verso le Alpi Cozie, che fan confine alla Francia, dopo Pinerolo fra monti più o meno selvaggi a cui sovrastano il Monviso e il Moncenisio, vede aprirsi una successione di valli: a settentrione quella di Perosa, solcata dalla Germanesca e più oltre quella di Pragelato; a mezzodì di esse quella di Rorà, più piccola ed elevata; a occidente la valle di Luserna, bagnata dal Pellice, da cui diramasi quella d'Angrogna o San Martino, che da un lato chinasi al Piemonte, dall'altro pel colle della Croce dà adito al Delfinato, importante passaggio d'eserciti e di merci per Francia. Lungo i torrenti Angrogna e Pellice, che scendendo di balza in balza, le irrigano di troppo fredde acque e non di rado le devastano, si stendono pingui pascione, da cui a scaglioni si elevano piani, studiosissimamente coltivati dagli abitanti, che nella pastorizia, nella caccia, nella pesca, nell'educare i cereali, i gelsi, la vigna, i boschi, e nel cavar pietre lavagne esercitano la forte vita. Alle scene campestri più in su e più in dentro ne succedono di austere, con nevi quasi perpetue e terror di valanghe. Il dialetto piemontese che vi si parla ha mistura ancor maggiore di francese.

La val di Luserna è ora popolata in quantità di ventimila anime, e n'è capo Torre con tremiladucento, amenissimamente posta alle falde del Vandalino, ed eretta appunto a schermire la valle da forestiere escursioni.

Colà fra la pianura subalpina e le gigantesche Alpi che la proteggono si erano ritirati gli avanzi di que' Valdesi, che nel secolo XIII vedemmo turbare l'Italia e dare origine all'Inquisizione. I Valdesi cercano persuadere che la religione loro derivi direttamente dagli apostoli e da' primi loro discepoli, che si conservasse senza adulterazione fra questi Israeliti delle Alpi, che perciò sarebber i cristiani più antichi; predestinati da Dio a mantener la vera fede e la purezza del Vangelo: che i Riformatori d'ogni tempo attinser da loro le dottrine che predicarono. Eppure queste variarono a seconda de' ministri e de' tempi. Parlandone nel discorso V indicammo come vogliansi discernere dagli Albigesi e dalle altre sette manichee. Bossuet asserisce che, quando si separarono da noi, in pochissimi dogmi deviavano, e forse in nessuno[371]: Ranerio Saccone, che, essendo stato dei loro, dovea conoscerli, dice credevano dirittamente in tutto, se non che bestemmiavano la Chiesa e gli ecclesiastici[372]; e Lucio III papa li pose fra gli eretici per alcuni dogmi e osservanze superstiziose, il che indicherebbe non avessero errori fondamentali, e massimamente di quelli che dappoi levarono rumore. Anche dopo la condanna del papa, tennero una conferenza a Narbona, dinanzi ad arbitri: e il ragguaglio che ne dà Bernardo abate di Fontecaldo, ci ajuta a determinare che le loro colpe consisteano principalmente nel negare obbedienza a preti e vescovi, credendosi autorizzati a predicare, uomini e donne; in opposizione ai Cattolici, i quali sosteneano bisogna obbedire ai sacerdoti e non sparlarne, le donne non dover predicare, e neppur i laici senza licenza de' pastori; non doversi ripudiare la preghiera per i morti, nè abbandonare le chiese per far orazione in case private. Anche Alano dell'Isola, che scrisse un libro per confutarli, insiste sull'obbligo che corre di non predicare senza missione, e di obbedir ai prelati sebbene cattivi; che l'ordine sacro, non già il merito personale, conferisce l'autorità di consacrare, di legare e sciogliere; che bisogna confessarsi a preti, non a laici; che è permesso in certi casi giurare e punir di morte i malfattori, il che essi negavano[373].

Condannati da Bolesmanis arcivescovo di Lione, chiesero protezione da papa Lucio III, che invece esaminatili, condannò i nuovi eretici nel 1184[374]: non obbedirono, ma tornarono a cercar il voto di Innocenzo III, che di nuovo condannò ogni loro riunione e insegnamento, nel 1199.

Giacomo vescovo di Torino, andato nel 1209 alla corte di Ottone IV imperatore, gli palesò questa infezione della sua diocesi: e n'ottenne un rescritto, ove quegli protesta che «il giusto vive di fede, e chi non crede è giudicato»; laonde nel suo impero vuol che ogni eretico sia punito coll'imperiale severità; gli conferisce autorità speciale di cacciar dalla diocesi i Valdesi, e chiunque semina la zizzania della falsità[375]. Pure poco a poco crebbero d'audacia, e al modo dei Fraticelli, sostenevano che, per amministrare i sacramenti, bisogna esser poveri, e in conseguenza i preti cattolici non erano veri successori degli apostoli. Nel 1212 tornarono a Roma per ottener dalla santa sede licenza di predicare; e Corrado abate Uspergense, che ve li vide col loro maestro Bernardo, dice affettavano la povertà apostolica con certi zoccoli e tuniche come i monaci, ma capelli lunghi, a differenza di questi, e che nelle assemblee secrete e nelle prediche contrafaceano i riti della Chiesa. E soggiunge come fu per dare alla Chiesa de' veri poveri, che il papa approvò i Francescani[376].

Allora viveano rinserrati nelle valli subalpine, donde nel 1308 respinsero armata mano gli inquisitori, e uccisero Guglielmo prevosto cattolico della valle, sospettando gli avesse egli denunziati. Giovanni XXII, in un breve dell'8 luglio 1332 all'inquisitore Alberto di Castellaro marsigliese, movea lamenti del crescere dei Valdesi in Piemonte, e massime di Pietro Martino pastore, e designava provvedimenti. Nel 1354 Giacomo, principe di Acaja residente a Pinerolo, ordinava a Balangero Rorenco ed Ueto suo nipote, signori della Torre, d'imprigionar quanti Valdesi cogliessero nella valle di Luserna[377]. Nel 1365 il giorno della Purificazione: fu da essi ucciso nel convento de' Francescani di Susa Pietro Cambiano de' Predicatori, che aveva acquistato il feudo di Ruffia. Antonio Pavoni domenicano, inquisitore in Savigliano, mentre quivi predicava la domenica in Albis del 1374, fu da essi ucciso e straziato. Scoperti gli uccisori, il conte di Savoja ordinò ne fosse diroccata la casa con divieto di riedificarla, nè di coltivarne i campi: se essi fossero côlti, venissero menati per tutto il Piemonte con abito ignominioso e le mani al tergo, e posti sulle porte d'ogni chiesa in tempo delle festive funzioni, poi chiusi in carcere finchè avesser la pena meritata[378]. Nel 1370 essendo aumentati tanto da non bastarvi le produzioni del paese, molti Valdesi migrarono, e forse fu allora che stabilirono colonie nelle Calabrie e nella Puglia.

Regolavansi essi sotto la direzione di anziani, detti barba, cioè zii, carezzevole nome di famiglia, donde trassero il titolo di Barbetti. Avversi a Roma e ai riti che qualificavano d'idolatrici, pretendeano aver conservata la integrità dell'evangelica predicazione; ma non intricandosi in sottigliezze dogmatiche, stavano paghi di poter credere e adorare come la coscienza lor dettava; e così poco dissentivano dalle credenze cattoliche, che, quavolta non avessero barbi, o troppo rozzi nelle cose dell'anima, chiedeano sacerdoti nostri.

Andavano alcuni frati ad apostolarli, e san Vincenzo Ferreri nel 1403 scriveva al suo generale qualmente avesse predicato in Piemonte e in Lombardia: «Tre mesi occupai a scorrere il Delfinato, annunziando la parola di Dio; ma più mi badai nelle tre famose valli di Luserna, Argentiera e Valputa. Vi tornai due o tre fiate, e sebbene il paese sia zeppo d'eretici, il popolo ascoltava la parola di Dio con tal devozione e rispetto, che dopo avervi piantato la fede, Dio soccorrente, credetti dover ricomparirvi per confermar i fedeli. Scesi poi in Lombardia a preghiere di molti, e per tredici mesi non cessai d'annunziarvi il Vangelo. Penetrai nel Monferrato e in paesi subalpini, dove ho trovato molti Valdesi ed altri eretici, principalmente nella diocesi di Torino; e Dio sorreggeva visibilmente il mio ministero. Queste eresie derivano principalmente da profonda ignoranza e difetto d'istruzione: molti m'assicurarono che da trent'anni non aveano inteso predicare se non qualche ministro valdese, che solea venirvi di Puglia due volte l'anno. Di ciò io arrossii e tremai, considerando qual terribile conto avranno a rendere al supremo pastore i superiori ecclesiastici, che alcuni riposano tranquillamente nei ricchi palazzi, altri vogliono esercitare il ministero soltanto nelle grandi città, lasciando perir le anime, che sprovedute di chi spezzi loro il pane della parola, vivono nell'errore, muojono nel peccato... In val di Luserna trovai un vescovo d'eretici, che avendo accettato una conferenza con me, aperse le luci al vero, e abbracciò la fede della Chiesa. Non dirò delle scuole de' Valdesi e di quanto feci per distruggerle, nè delle abominazioni d'un'altra setta in una valle detta Pontia. Benedetto il Signore della docilità con cui questi settarj rinunziarono ai falsi dogmi, e alle usanze criminali insieme e superstiziose! Altri vi dirà come fui ricevuto in un paese, ove già tempo si erano rifuggiti gli assassini di san Pietro Martire. Della riconciliazione de' Guelfi e Ghibellini e della generale pacificazione dei partiti, meglio è tacere, a Dio solo rendendo tutta la gloria»[379].

Con così cristiana carità operavano i missionarj, nè però credasi che supplizj mancassero, e ventidue Valdesi furono arsi in Cuneo il 1442[380]. Il sabato 5 settembre 1388 in Torino frate Antonio di Settimo da Savigliano, inquisitore nell'alta Lombardia, proferì condanna contro Catari, Patarini, Speronisti, Leonisti, Arnaldisti, Circoncisi, Passaggini, Gioseffini, Franceschi, Bagnoresi, Comisti, Berrucaroli, Curamelli, Varini, Ortolani, Sacatensi, Albanesi, Valdesi e d'ogni altro nome. Già nel VOL. I, pag. 86 riferimmo questo processo, il quale fu fatto senza tortura, e i castighi consistevano nell'obbligar a portare sulla veste due croci gialle lunghe un palmo e larghe tre dita, e con queste assister alla messa grande e alla predica, e pagar alquanto. Ai relapsi confiscavansi i beni, ed erano rimessi al castellano di Asti e di Pinerolo per punizione severa. Molt'altre volte bestemmiatori e relapsi troviamo puniti di multe pecuniarie: nel 1272 Pasqueta di Villafranca fu condannata in quaranta soldi perchè faciebat sortilegia in visione stellarum: in quaranta fiorini Antonio Carlavario nel 1363, accusato d'aver fatto scendere la gragnuola in Pinerolo leggendo libri di necromanzia; e nel 1386 in cenventi fiorini d'oro trentadue uomini della valle di San Saturnino, che credeano per incanto far sanare le loro bestie in un'epidemia[381].

Verso il 1440 eransi introdotti altri eretici, causando gran perturbazione; e pigliato ardire, inveivano contro i parroci cattolici, dicendoli ignoranti e che traevano le anime e i corpi in perdizione; due ne malmenarono; uccisero il curato di Angrogna che ne ribatteva i sofismi; batterono quel di Fenile; assalirono quel di Campilione ed altri. Non volle soffrirli impuniti il vescovo di Torino, che nel 1446 inviò frà Giacomo Buronzio inquisitore con una scorta di soldati, et si non fuissent milites qui eum custodiebant, dice un cronista, una cum multis aliis bonis catholicis non redisset vivus. Trovò quasi tutti i valligiani dati all'eresia, e molti relapsi. Tenne anche colloquj, e avendo invitati in Luserna quanti voleano seco disputare, con trecento e più Valdesi ci venne il vecchio barba dottissimo Claudio Pastre, che nè convinse nè resto convinto. Costui altre eresie predicava contro l'incarnazione del Figliuol di Dio e la presenza reale, e teneva adunanze fin di cinquecento eretici, i quali gl'inquisitori o respingevano o assediavano o beffavano. L'inquisitore non volendo usare altre armi che le ecclesiastiche, nè potendo procedere singolarmente contro tanti, pronunziò interdetta la valle, che durò così dal 48 al 53, quando tornatovi frà Buronzio e convertitine alcuni, questi supplicarono perdono da Nicolò V, che in fatti ordinò ai vescovi di Torino e Nizza riconciliasse tutti quelli che abjurassero. E ne fu più di tremila, e il vescovo gli accolse e regalò, ma impose che quelli che ricadessero perderebbero i beni. Ciò non impedì che molti e presto ritornassero al Vomito[382].

Fu sotto questo vescovo Ludovico da Romagnano, che, avendo alcuni ladri rubato un ostensorio colle sacrosante specie, il giumento che le portava, passando per Torino, si buttò a terra, e l'ostia elevossi luminosa (6 giugno 1453): miracolo sin ad oggi festeggiato.

Questi ed altri prodigi di quel tempo non tolsero che i Valdesi persistessero nell'errore; onde nel 1475 si decretò che nessun contratto con essi avesse valore e frà Giovanni d'Aquapendente curava che i magistrati a ciò s'attenessero.

Il 23 gennajo dell'anno seguente, Jolanda, sorella di Luigi XI, vedova del beato Amedeo di Savoja e tutrice di Carlo, d'accordo coi vescovi ordinava ai castellani di Pinerolo e Cavour e al podestà di Luserna facessero osservare gli ordini dell'Inquisizione, e adoprassero tutte le vie per ricondurre i Valdesi alla Chiesa cattolica. V'andò poi inquisitore Alberto de' Capitanei, arcidiacono cremonese, i cui rigori eccitarono a resistere; da Pietro Revel d'Angrogna nel 1487 fu ucciso il Negro di Mondovì, e malmenate le truppe venute per opprimerli. Violentemente li perseguitò il beato Aimone Tapparelli d'Azeglio inquisitore nel 1495. Margherita di Foix, vedova del marchese di Saluzzo, si accontò col vescovo di questa città per escluderli dal marchesato nel 1499; onde i Valdesi si restrinsero nelle valli. Per quanto vi si tenessero tranquilli gli alpestri silenzj non sempre li sottraevano a sospetti e animadversioni de' governi, massime per parte della Francia, ombrosa della loro vicinanza. Re Carlo VIII avea tolto a perseguitarli, e papa Innocenzo VIII eccitato i credenti contro questi aspidi velenosi; e il legato condusse un esercito nelle placide valli d'Angrogna e Pragelato. Al suo rincalzare alcuni abjurarono, altri si ridussero fra monti più inaccessi: ma re Luigi XII, dopo presane informazione, ebbe ad esclamare: «Son migliori cristiani di noi».

Giudice incompetente! Ma nel 1517, Claudio Seyssel arcivescovo di Torino, venerato per sapienza, e per incarichi affidatigli da Luigi XII e Francesco I, avendoli conosciuti nella visita pastorale, s'adoprò a ricercare fin nella radice gli errori, e convertire i Valdesi, che giudica una genia abjetta e bestiale, avente appena tanta ragione che basti a distinguere se bestie o uomini sieno, se vivi o morti: e quindi non occorre con essi alcuna disputa formale. Pure ne divisa le dottrine, e non sono quelle che poi professarono i Riformati. La principale consisteva nel far dipendere l'autorità del ministero ecclesiastico dal merito delle persone, nè poter consacrare e assolvere chi non osserva la legge di Cristo; in conseguenza non doversi obbedir al papa e ai prelati, perchè si sono distolti dalla via degli apostoli; e Roma, carica d'ogni mal mendo, è la meretrice dell'Apocalisse. Ben soggiunge che «alcuni fra essi, dotti d'alta ignoranza, ciarlano più che non ragionino intorno alla sostanza e alla verità dell'eucaristia; ma quel che ne dicono come un segreto è talmente alto, che appena i più esperti teologi arrivano a comprenderlo».

Non trattavasi dunque della assenza reale, massima la meno alta, e la più conforme ai sensi. Anzi esso arcivescovo fa dire a un Valdese: «Come mai il vescovo e il prete, ch'è in ira a Dio, potrebbe propiziarlo agli altri? Colui ch'è sbandito dal regno di Dio, come potrebbe averne le chiavi? Se la preghiera e le azioni di lui non hanno utilità veruna, come mai Gesù Cristo, alle parole di esso, potrebbe trasformarsi sotto la specie del pane e del vino, e lasciarsi maneggiar da uomo, ch'egli ha interamente rejetto?»[383].

Bossuet che, nella Storia delle Variazioni, esibì pur quelle de' Valdesi, assicura esistere in una biblioteca i processi fatti il 1495 nelle costoro valli, raccolti in due grossi volumi, dove, tra altri, è l'interrogatorio d'un tal Quoti di Pragelato. Alla domanda su qual cosa i barbi insegnassero del sacramento dell'altare, risponde com'essi «predicano e insegnano che, quando un cappellano che abbia gli Ordini proferisce le parole della consacrazione, sull'altare egli consacra il corpo di Cristo, e il pane si cangia nel vero corpo»; ch'egli ricevea tutti gli anni a pasqua «il corpo di Cristo»: e i barbi dicevano che per ben riceverlo bisogna esser confessati, e meglio dai barbi che dai cappellani, cioè dai preti, perchè questi scapestravansi a vita libera, mentre quelli la menavano giusta e santa. Sempre riferivansi dunque alla teorica del merito personale, dogma loro principale; e lo ripetono anche gli altri, e che confessavansi ai barbi, i quali hanno facoltà di assolvere; confessavansi a ginocchio; e per ogni confessione davano una moneta; riceveano penitenze, le quali per lo più consisteano in un Pater, un Credo, non mai l'Ave Maria; proibito il giurare; non doversi invocare i santi nè pregar per i morti.

Così seguitarono a vivere e credere fin quando, mal per loro, ebbero contezza della Riforma predicata da Lutero. Ad abbracciarla non erano spinti per riazione, come gli Svizzeri e i Tedeschi. Invitati però da questi, nel 1530 deputarono Pietro Masson, Giorgio Morel e Martino Gonin loro barbi, a conferirne in Basilea con Ecolampadio, a Strasburgo con Bucer, a Berna con Bertoletto Haller ed altri campioni. Ai quali esposero come essi praticassero la confessione auriculare; i loro ministri vivessero celibi; alcune vergini facessero voto di perpetua castità.

A chi le negazioni protestanti appoggiava sugli usi del primitivo cristianesimo, spiacque il riconoscere che questi pretesi contemporanei degli apostoli discordassero in punti così controversi, e che prendessero scandalo delle asserzioni di Lutero contro il libero arbitrio. Pietro Gilles loro storico nota che que' maestri gli ammonirono di tre cose; 1º di alcuni punti dottrinali, ch'e' riferisce, sui quali voleano si riformassero; 2º di meglio disciplinare le assemblee; 3º di non permettere più che membri della loro chiesa assistessero alla messa, nè aderissero in verun modo alle superstizioni papali e ai sacerdoti cattolici[384].

Del resto da nessun autore trapela che avessero una confessione canonica di fede; sicchè quelle che si producono è presumibile venissero compilate dopo la riforma loro, per la quale cessarono d'essere quel che prima, e si misero sull'orme de' Protestanti, mentre volentieri si spacciano per loro precursori. Lo stesso Beza confessa che i Valdesi aveano «imbastardita la purezza della dottrina», e declinato dalla pietà e dalla dottrina[385]; e il protestante Scultet, nel riferire la loro conferenza con Ecolampadio[386], fa da uno dei deputati confessare che fin allora aveano riconosciuto sette sacramenti; ma ripudiavano la messa, il purgatorio, l'invocazione dei santi; i ministri erano in supremo grado ignoranti, siccome persone costrette a vivere di lavoro onde di limosine, e non da essi, ma da preti romani riceveansi i sacramenti, del che domandavano perdono a Dio, perchè non poteano di meno; ch'essi ministri non menavano moglie, ma spesso fornicavano, e allora restavano esclusi dalla società dei barbi e dal predicare. E per loro istruzione domandavano non solo «se al magistrato sia lecito punire i criminali di morte», ma anche se sia permesso uccider il falso fratello che li denunziava, attesochè, non avendo giurisdizione fra loro, quest'unica via trovavano a reprimerli; se gli ecclesiastici potessero ricever doni, e tenere cosa alcuna in proprio; se accogliere la distinzione del peccato in originale, veniale, mortale; se i bambini di qualunque nazione sono salvati pei meriti di Cristo; se gli adulti che manchino di fede possono giunger a salute in qualunque religione. Sopratutto mostravansi colpiti da ciò che in Lutero aveano letto sulla predestinazione e il libero arbitrio, «mentre credeano che gli uomini avessero naturalmente alcuna forza e virtù, la quale, eccitata da Dio, avesse qualche valore, conforme alla parola Battete e vi sarà aperto. Che se i predestinati non posson divenire riprovati e viceversa, a che tante prediche e scritture? a che, se tutto arriva per necessità?»

Maggiore conformità si pretese trovarvi colle dottrine di Calvino, il quale, penetrato nella val d'Aosta allorchè abbandonò la duchessa di Ferrara, diede calda opera perchè que' valligiani abbracciasser la sua credenza, e sottraendosi a Savoja, si fondessero coi Cantoni protestanti svizzeri. Gli stati però di quella valle, adunatisi nel febbrajo 1536, presero severi provvedimenti per la conservazione della fede cattolica. Meglio riuscì coi Barbetti il celebre ginevrino Farel, e gl'indusse a pubblicare la loro professione di fede, e chiarirsi o divenire calvinisti, abolendo i suffragi pei defunti, i digiuni, il sagrifizio della messa, tutti i sacramenti eccetto il battesimo e la cena, e credere alla predestinazione e alla salvezza per mezzo della sola fede, nè altri che Cristo esser mediatore fra Dio e gli uomini.

Era questo veramente il simbolo antico? o è vero quel che sopra vedemmo asserito, che da prima ammettessero l'efficacia delle opere?

Quando ai novatori rinfacciavasi d'esser nati jeri, importantissimo riusciva l'accertar questi punti, e quindi se ne discusse con quell'accannimento, che sempre offusca la verità. I più recenti negano che i Valdesi derivassero da Claudio di Torino, nè che la confessio fidei sia del 1120, bensì posteriore al colloquio con Ecolampadio[387], e che poc'a poco eransi allontanati dalla Chiesa cattolica.

Nell'assemblea che i Valdesi tennero per sei giorni in Angrogna a mezzo settembre 1532 fu proposta un'unificazione, i cui punti erano:

1. Che servire a Dio non si può se non in ispirito e verità;

2. che quei che furono o saranno salvati, sono eletti da Dio prima della creazione;

3. che riconoscer il libero arbitrio è negar la predestinazione e la grazia di Dio;

4. che si può giurare, purchè chi lo fa non pigli il nome di Dio invano;

5. che la confessione auricolare ripugna alla Scrittura; bensì è lodevole la confessione reciproca e la riprensione secreta;

6. non v'è giorni prefissi al digiuno cristiano;

7. la Bibbia non proibisce di lavorar la domenica;

8. nel pregare non occorre articolar le parole, nè inginocchiarsi o battersi il petto;

9. gli apostoli e i padri della Chiesa usarono l'imposizione delle mani, ma come atto esterno e arbitrario;

10. i voti di celibato sono anticristiani;

11. i ministri della parola di Dio non devono andar vagando e mutare dimora, se pure nol richieda il ben della Chiesa;

12. per provvedere alle famiglie, essi possono godere altre rendite, oltre i frutti dell'apostolica comunione;

13. soli segni sacramentali sono il battesimo e l'eucaristia.

Non tutti però convennero in tali articoli; e nominatamente li ricusarono i barbi Daniele di Valenza e Giovanni di Molines, che ritiratisi dal sinodo, passarono in Boemia; primo scisma fra' Valdesi, dedotto principalmente da ciò, che «alcuni pensarono, coll'accettare tali conclusioni, si degradasse la memoria di quelli che fin allora aveano condotto la loro chiesa».

Un'altra professione di fede sporsero al luogotenente del re di Francia dopo l'editto del 1555, portante che la religione loro e de' loro padri era rivelata da Dio nel vecchio e nuovo Testamento, e sommariamente espressa nei dodici articoli del Credo; confessavano i sacramenti, ma non il loro numero; accettavano i quattro Concilj ecumenici Niceno, Efesino, Costantinopolitano e Calcedonese, il simbolo di sant'Atanasio, i comandamenti di Dio; riconoscevano i principi della terra, ma non intendevano obbedir alla Chiesa cattolica e ai decreti di essa.

Pare dunque che gl'insegnamenti ingenuamente scritturali de' barbi non tenessero di quel dogmatismo assoluto e sistematico, di cui i Riformati si armarono per combattere la Chiesa romana: poco aveano letto, poco discusso, difendendosi piuttosto col soffrire e credere; e comportavano alla Chiesa romana tutto ciò che non urtava il lor senso morale. Ma a ripudiar ogni accordo con questa gl'indussero Farel e i seguaci di Calvino, riuscendo a mutarne le credenze più che non avessero ottenuto tante predicazioni e persecuzioni. E nel 1842 il pastore Paolo Appia gemeva delle novità introdotte. «Chi voglia ben conoscere la Chiesa Valdese bisogna la osservi avanti la Riforma, quando non ancor deformata dalle professioni calviniche. Non fu un bel giorno per essa quello, in cui il genio colossale ma dialettico di Calvino le impresse il suo suggello, vigoroso sì, ma duro. Amo meglio i nostri barba, che nelle caverne o a cielo aperto recitano i passi della Bibbia. Deh perchè gli Israeliti delle valli non prefersero di rimaner nella loro oscurità, quali erano prima di quel profluvio di controversie, cioè uomini della Bibbia, della preghiera, dell'abnegazione, poveri di spirito come quelli cui appartiene il regno de' cieli?»

Furono i Valdesi che diedero alla Francia la prima traduzione della Bibbia. Perocchè, avendo veduto come le poche che correvano fossero di senso e di copia fallaci, indussero Roberto Olivetano, pratico di greco e d'ebraico, a voltarla in francese. Ed egli l'eseguì in un anno: e «ho fatto il meglio che potetti, ho lavorato e approfondito il più che seppi nella viva miniera della pura verità per trarne l'offerta che vi reco, a decorazione del santo tempio di Dio. Non mi vergogno, come la vedova del Vangelo, d'aver portato innanzi a voi due soli quattrini, che son tutta la mia sostanza. Altri verranno appresso, che potran meglio riparare il cammino, e far più piana la via».

Una colletta per farla stampare fruttò millecinquecento scudi d'oro, e nella prefazione all'edizione del 1535 diceasi alla nascente chiesa di Francia: «A te, povera chiesuola, è diretto questo tesoro da un povero popolo, tuo amico e fratello in Gesù Cristo, e che, da quando ne fu dotato e arricchito dagli apostoli di Cristo, sempre ne ebbe il godimento: ed ora volendo regalarti di ciò che desideri, m'ha dato commissione di cavar questo tesoro dagli armadj greci ed ebraici, e dopo averlo involto in sacchetti francesi il più convenevolmente che potessi giusta il dono di Dio, ne facessi presente a te, povera Chiesa, a cui nulla vien presentato. Oh la graziosa derrata di carità, di cui si fa mercato sì utile e profittevole! Oh benigna professione della grazia, che rende al donatore e all'accettante una medesima gioja e dilettazione!»[388].

Dacchè il contatto de' Riformati li strappò dalla quieta loro oscurità, i Valdesi fortuneggiarono nelle procelle d'un tempo sospettosissimo. Subito il parlamento d'Aix e quel di Torino (stando allora il Piemonte in servitù di Francia) applicarono ad essi le leggi capitali comminate agli eretici, e il rogo e il marchio; poi, perchè maltrattavano i frati spediti a convertirli, si bandì il loro sterminio, e che perdessero figli, beni, libertà. Forte s'oppose a tali rigori il Sadoleto vescovo di Carpentras; e re Francesco I, vedutili mansueti e che pagavano, ordinò al parlamento di cessar le procedure, e diè loro tre mesi di tempo per riconciliarsi: ma scorsi questi, Giovanni Mainier barone D'Oppède, preside al parlamento, lo indusse a dar esecuzione all'editto. Ecco allora una fanatica soldatesca cominciarvi il macello: quattromila sono uccisi, ottocento alle galere, Cabrières, Merindol e altri venti villaggi sterminati (1549). Il racconto sente delle esagerazioni consuete a tempi di partito; fatto è che, per quanto universale e sanguinaria fosse l'intolleranza, ne fremette la generosa nazione francese, e il re morendo raccomandava a suo figliuolo castigasse gli autori di quell'eccesso. Ma quando al parlamento di Parigi fu recata l'accusa, D'Oppède vi si presentò impassibile come chi ha adempiuto a un dovere; cominciò la difesa dalle parole «Sorgi, o Signore, sostieni i nostri diritti contro la gente iniqua», e fu assolto; gli altri pure uscirono impuniti, di che grave dispetto presero i Protestanti.

Poco a poco rallentatasi la persecuzione, i Valdesi esercitarono anche pubblicamente il loro culto: nel 1555 fabbricarono il primo tempio in Angrogna, e sebbene Giovanni Caracciolo, principe di Melfi e duca d'Ascoli, luogotenente del re di Francia, smantellasse i forti di Torre, Bobbio, Bricherasio, Luserna, pure sotto la dominazione francese dilataronsi anche nel marchesato di Saluzzo e ne' contorni di Castel Delfino, e ricettavano profughi d'Italia, tra cui Domenico Baronio prete fiorentino, che volle comporre una messa, la quale conciliasse il rito cattolico con quello de' Valdesi; ma fu ricusata come di mera fantasia[389]. Costui scrisse pure diverse operette latine e italiane contro la Chiesa cattolica, in una delle quali sosteneva, in tempo di persecuzione esser dovere di manifestare senza reticenze le proprie opinioni religiose; nel che venne contraddetto da Celso Martinengo.

Non cessavasi di procurare la conversione de' Valdesi colle prediche e con altri mezzi acconci al tempo, e i decurioni di Torino vigilarono non poco affinchè non si estendessero in questa città. Al quale intento scrissero a Pio IV di voler fermamente sino alla morte mantenere la fede dei loro maggiori: e mandarono supplicando Carlo IX, lor re, non tollerasse gli scandali che davano i Luterani, e nel 1561 ottennero un decreto che colà non predicassero ministri eretici, nè tenessero adunanze pubbliche nè private. Già dal 1532 la città aveva eletto un maestro che leggesse le epistole di san Paolo, tema delle più consuete controversie, e nel 1542 ponea che nessuno conseguisse pubblico uffizio se non fatta professione di cattolica fede. Sette pie persone, quali furono l'avvocato Albosco, il capitano Della Rossa, il canonico Gambera, il causidico Ursio, Valle mercante, Bossi sarto, Nasi librajo, istituirono la Compagnia della Fede, detta poi di san Paolo, che subito estesa, abbondò in opere di carità, le quali voleva fossero predicazione viva contro l'eresia. Dell'erezione di questa confraternita ebbe principal merito frà Paolo da Quinzano bresciano, che avea combattuto i Luterani fra gli Svizzeri: la storia di essa fu scritta dal famoso Emanuele Tesauro, e le sante opere ne sono continuate sino ad oggi tra gli scherni plebei e le difficoltà governative.

Gli annali de' Cappuccini raccontano come Torino, allorchè a Carlo di Savoja l'aveano tolto i Francesi, molti eretici fra questi custodendo le porte, insultavano ai Cattolici e massime ai frati, qualora vi scendevano dalla vicina Madonna del Campo. Un coloro capitano svillaneggiò un famoso predicatore, il quale mal sopportandolo, cominciò a dirgli ragioni, e infine gli propose: «Leghiamo insieme le nostre braccia ignude, e mettiamole sul fuoco. Di quello il cui braccio resterà illeso, terremo per vera la fede». Ricusò la proposta l'eretico, ma ne prese tal rancore contro tutti i Cappuccini, che cospirò co' suoi di assalirne il convento, e trucidarli una tal notte. Lo seppero essi; ma nè fuggirono, nè si misero in parata di difese; il guardiano li raccolse in chiesa a pregare pei persecutori, e raccomandare le proprie anime a Dio. All'avvicinarsi della banda assassina, il guardiano comanda si tiri il catenaccio e si spalanchi la porta: ma gli aggressori, côlti da sgomento, quasi da uno stuolo d'armati fossero assaliti, gettansi a fuggire, e i Cappuccini hanno la palma del martirio senza sangue[390].

Quando Torino fu restituita al duca, questi vi trovò molti Ugonotti; laonde istituì nell'Università una cattedra di teologia per ispiegarvi le epistole di san Paolo, nel che ebbe grand'ajuto dal gesuita Achille Gagliardi, dal teologo Lodovico Codretto e dal padre Giovanni Martini, che scorsero predicando le valli valdesi.

Narrano pure che a Vercelli un cortigiano calvinista, perdendo al giuoco, entrò furioso nella cattedrale, e percosse di schiaffo un'effigie marmorea della Madonna. Vi restò l'impronta della mano e del sangue che ne sprizzò, e il duca Carlo volle che il reo, benchè appartenente alla Corte, fosse impiccato.

È parimenti narrato che nel castello di Ciamberì, il 4 dicembre 1532, la sacra sindone, lenzuolo entro cui si crede fosse avvolto Cristo morto, restasse preservata da un incendio sì forte, che fuse il metallo della cassa in cui era contenuta: a verificare il qual miracolo, Clemente VII spedì il cardinal Gorrovedo. Più tardi, cioè nel 1578, quel sacro lenzuolo fu tolto da Ciamberì perchè correa pericolo d'esser violato dagli eretici, e portato a Torino dove ottiene costante venerazione[391].

I Valdesi aveano preso baldanza dai subbugli del paese e dagli incrementi de' loro religionarj di Svizzera e di Francia, onde il duca da Nizza pubblicò un editto per frenarne il proselitismo. Furonvi poi spediti l'inquisitore Tommaso Giacomelli e missionarj, fra cui il Possevino.

Il Possevino era nato a Mantova nel 1534 da gente nobile ma povera, ed entrato educatore in casa del cardinale Ercole Gonzaga, vi conobbe quanto di meglio fioriva in Italia, e ne ottenne la stima. Posto abbate di Fossano, vedevasi aperta innanzi una splendida carriera, ma vi preferì la faticosa di gesuita, e fu de' più operosi in quella operosissima società. Non abbiamo qui a raccontare le sue legazioni in Isvezia, in Polonia, in Ungheria, a Mosca, paesi de' quali diede si può dire i primi ragguagli; fondò collegi in Piemonte, in Savoja, in Francia.

E in mezzo a terre di Francia giaceva il contado d'Avignone, che atteneasi all'Italia come dominio dei papi, i quali lunga dimora vi aveano fatto durante quella che si disse schiavitù babilonese: e da poi vi mantenevano un legato pel governo civile, il quale presto ebbe ad occuparsi d'escluderne l'eresia. Perocchè gli Ugonotti vi eccitavano tumulti, onde averne pretesto per sottrarre il paese alla signoria del pontefice, di cui distrussero fin i palazzi. Pio IV vi mandò suo cugino Fabrizio Serbelloni, fratello del famoso Gabriele, il quale, col titolo di generale poi di governatore e con poteri straordinarj, sostenne i Cattolici, onde i Protestanti gli diedero taccia di enormi crudeltà; fatto è che riuscì a domarli, ne sbandì duemila, e ripristinò la messa.

Scoppiate poi le guerre civili di Francia, quel contado ebbe molto a soffrirne, e la stessa città fu nottetempo assalita, ma una fiaccola miracolosa fece il giro delle mura svegliando le scolte; sicchè la sorpresa fallì. Dappoi fu confortata dalle armi di Torquato Conti e dalle prediche di Feliciano Capitoni di Narni.

Colà era stato mandato il Possevino come prefetto del collegio gesuitico: ma nel 1569 essendo venuto a Roma, quando tornò bucinossi ch'egli vi fosse andato a denunciare molti eretici al papa; e che questi volesse introdurvi l'Inquisizione alla spagnuola, e abolire le confraternite dei Disciplini. In tempi sommossi nulla sì facile come il far credere anche le men probabili baje. Gl'inveleniti inveleniscono; la città si solleva contro il Possevino; il magistrato è costretto calmar quelle furie con colpire di severo editto i Gesuiti: ma il papa scrive smentendo i fatti; le ire sbollono; tutto ritorna alla quiete.

Del Possevino conserviamo un curioso racconto della sua missione tra i Valdesi[392], nella quale adunò un'assemblea generale in Chivasso, ma senza frutto. Insieme con gravi comminatorie di galera e di forca si vietarono l'esercizio pubblico del culto, e le prediche dei barbi; sicchè Scipione Lentulo, napoletano di molta dottrina[393], e Simone Fiorillo, che v'erano rifuggiti, trasferironsi a predicare in Valtellina, dove gli abbiamo trovati. Altri pure abbandonarono quel ricovero: poi crescendo i rigori, i Valdesi posero in disputa se fosse lecito resistere colle armi. Alcuni barbi sosteneano, «Non si deve al principe opporsi, neppure a difesa della vita, massime qui dove coi nostri averi possiamo ritirarci in monti più reconditi»; altri: «Sì; avete autorità d'usar le armi, non essendo contra il principe ma contra il papa». Quali seguono il primo parere; quali avventansi ad aperta ribellione. Per chetarli il duca propose un colloquio; ma al papa spiaceva che, nell'Italia stessa e sotto i suoi occhi, si mettesse in controversia la indisputabile sua autorità: se a quei popoli facea bisogno d'istruzione, manderebbe teologi e un legato con plenaria autorità di assolverli: sebbene di poca speranza si lusingasse, conscio della pertinacia degli eretici, che ogni passo a persuaderli interpretano per impotenza a costringerli.

I duchi di Savoja pubblicarono molti editti per sistemare o per comprimer i Valdesi; v'andavano spesso inquisitori e missionarj, e vi si adoperarono le arti della persuasione e della preghiera. Le sventure del paese, cui l'ambizione irrequieta di Carlo III avea tirata addosso la dominazione francese, davano impulso anche a movimenti antireligiosi, finchè Emanuele Filiberto (1553-1580), a servizio dell'imperatore acquistata rinomanza guerresca colle vittorie di Gravelina e San Quintino, in compenso ricuperò gli aviti dominj nella pace di Castel Cambrese. Cercò rendersi indipendente da Francia e robusto col fare armi, col togliere le rappresentanze paesane e gravare i sudditi d'imposte, mentre li scioglieva dai vincoli di servigi personali e di manomorta. Capì esso come gl'interessi di sua casa dovessero trasportarsi in Italia, e qui stabilì la sua capitale; ma non per questo abbandonava le idee avite, e fantasticava un regno allobrogo, confinato dalla Provenza e dal Delfinato, dal Lionese e dalla Bresse, dalla Svizzera francese e dalle provincie subalpine. A ciò l'infervorava il senatore Joly d'Allery nel 1561 in uno scritto, che, come gli opuscoli di Napoleone III, diffuso a migliaja di copie, doveva o creare o ingannare o scandagliare l'opinione pubblica. Ma per aver fautori a tal pensiero, suggerivagli di conciliarsi gli Ugonotti di Francia e i principi e Cantoni protestanti coll'abbracciarne la dottrina, come avea fatto egli stesso, il senatore Joly, che avea stabilito una Chiesa evangelica a Ciamberì.

La proposizione dovea far orrore, e venne processato; ed egli confessò che l'ingrandimento della Savoja era ambito da tutti i sudditi; quanto alla religione non desiderava di meglio che di veder pubblicato, non le dottrine di Calvino o di Farel, ma il vangelo. Condannato a lievissima pena, presto fu rintegrato dal duca, di cui avea carezzato le ambizioni.

Certamente coll'apostasia Emanuele Filiberto avrebbe rimosso l'opposizione che ai suoi incrementi facevano il Lesdiguières, Ginevra, Berna, e attirato a sè gli Ugonotti di Francia, i quali, badando più alla religione che alla nazionalità, come tendeano la mano all'Inghilterra e all'Olanda, così sarebbonsi messi col capo de' Valdesi.

Ma fra il bisogno che avea di Spagna e del papa, tra la particolare pietà[394] e il desiderio d'aver ne' sudditi l'unità di credenza, preferì le armi, mestier suo, e tanto più che accorreano molti Francesi in quelle valli per ajutare i loro religionarj, ond'egli temeva non rimettessero in pericolo la nazionale indipendenza. Spedì dunque truppe, che nella difficile guerra di montagna recarono e soffersero gravi strazj. Vedendo la difficoltà dell'esito e l'inopportunità dei mezzi, avendo anche settemila uomini di Savoja toccato una grave sconfitta a San Germano, con grande rincoramento degli insorti, il duca calò ad accordi; concesse a' Valdesi perdono, e di tener congreghe e prediche in determinati luoghi; negli altri soltanto consolar gl'infermi, e far certi riti; i profughi rientrassero; potesse il duca escluder i predicanti che non gli aggradivano, ma essi eleggerne altri: però non trapassassero i loro confini, e non escludessero i riti dei Cattolici (5 giugno 1560). Il borgo di Torre, smantellato dal Caracciolo, venne munito di nuovo, e diventò sede del governator della valle.

Con ciò Emanuele Filiberto gratificossi la Corte di Roma[395], che s'interpose onde fargli cedere dalla Francia le fortezze che teneva di qua dell'Alpi. Ma il duca, che pure ajutò la Francia contro gli Ugonotti[396], restò in mala fama presso i novatori, sì per questi provvedimenti, sì pei processi contro eretici. Il 20 giugno 1556, in piazza Castello a Torino era stato ucciso Bartolomeo Actor, côlto mentre da Ginevra portava lettere e libri eterodossi nella val San Martino; altre condanne negli anni seguenti; e il Mainardi scriveva da Chiavenna il 7 maggio 1563 a Fabrizio Montano: «Da coloro che vengono qui dal Piemonte ci è riferito che il duca di Savoja fu fatto dal papa capitano della Chiesa, o confaloniere; e riceve ogni anno sessantamila scudi di paga». E il Vergerio al duca Alberto il 5 aprile 1562: Cum natus fuerit filius ill. Sabaudiæ duci, ille non modo antichristum, sed quinque pagos Helveticos acerbissimos purioris evangelii hostes ascivit sibi in susceptores, seu compatres, quod non obscuram dat significationem quod adversum nos aliquid moliatur.

Fabrizio Ferrari, residente a Milano pel granduca di Toscana, ai 5 febbrajo 1566 scriveva: «Di Piemonte s'intende che ogni dì si scoprano diversi umori di Ugonotti, e che il duca ha molta difficoltà di provedere, temendosi massime che la moglie e quasi tutti i ministri di sua eccellenza siano del medesimo umore. Piaccia al Signore Dio di porvi la mano, perchè, ogni poco di fomento che venisse dato a que' popoli, che restano in generale malissimo soddisfatti, dico gli Ugonotti e gli altri del duca, si teme che darebbe occasione di accender un'altra volta il fuoco in queste parti»[397].

Di rimpatto il padre Laderchi, al 1568, insinua che Margherita di Valois, figlia di Francesco I e sorella d'Enrico II, avesse bevuto gli errori dalla famosa Margherita di Navarra, protetto il Carnesecchi che le raccomandò il Flaminio; e venendo moglie a Filiberto di Savoja, seco menasse letterati ed eruditi infetti di calvinismo, e per se stessa e coll'ajuto di quelli abbia subillato il marito a reluttare contro l'autorità pontifizia, alla quale esso, come i suoi avi, era stato docilissimo. Agli abitanti di Verna e d'altri luoghi spettanti alla chiesa d'Asti, aveano i ministri del duca imposto di pagar una parte di tributo, e dare soldati, e comprar del proprio certe armi. Questa diminuzione di franchigie parve ingiusta al papa; rimostrò al duca come ne patisse il suo nome, e l'esortava a ritirar gli ordini, o se credesse avervi ragioni, gliele facesse conoscere. Gravi rimproveri indirizzò il papa al vescovo d'Asti Gaspare Caprio, che aveva assentito a tali insolite imposizioni, ond'egli andava a portarne richiamo al duca, quando cascò da una scala e morì. Essendo costui stato pigro nel perseguitar gli eretici, che in occasione della guerra erano venuti numerosi in quella diocesi, molto lasciò da faticare al successor suo frà Domenico Della Rovere, già inquisitore. Il quale colla fermezza seppe indurre il duca a desistere da varie usurpazioni, che avea cominciate contro le immunità ecclesiastiche.

A Onorato di Savoja conte di Tenda, omnium hæreticorum hostem acerrimum, Pio V scriveva il 30 dicembre 1569 perchè arrestasse quell'Antonio Planca, segator di legna, che su mentovammo, e che era ricaduto nell'eresia dopo ritrattato: Innocenzo Guino detto Umeta, ed altri di cui gli trasmetteva i nomi: con gran diligenza e secretezza li consegnasse al vescovo di Ventimiglia. Anche ad Emanuele Filiberto esso papa domandava il 21 aprile 1570, consegnasse al Sant'Uffizio Giovanni Toma, eretico e apostata, che giaceva nelle carceri di Torino; e da cui sperava trar notizie de' complici. In quegli anni ricordansi editti, condanne, riazioni, sì in queste valli sì nel Delfinato, e distruzione di chiese e uccisioni di parroci, attribuiti dagli uni ai Valdesi, da altri agli Ugonotti, raccoltisi in val di Pragelato. Frà Tommaso Giacomello da Pinerolo, morto il 1569, inquisitor generale a Torino poi vescovo di Tolone e autore di due trattati De auctoritate papæ, e Contra Valdenses, preso il capo de' Barbetti, lo diede al braccio secolare.

Insignemente procurò per la conversione de' Valdesi san Francesco di Sales (1567-1622). Era egli stato scolaro del Panciroli all'Università di Padova, ove fu dottorato il 5 settembre 1591; e durante gli studj aveva conosciuto il pio e dolce gesuita Possevino: e presolo direttore della sua coscienza, forse ne trasse quella dolcezza, che divenne suo carattere. Special devozione professava alla Beata Vergine, e la spiegò principalmente nella visita alla santa casa di Loreto. A Roma non trovò che santità dove Lutero non avea visto che abominazione: e fattosi prete, si pose tutto a convertire eretici, e divenne vescovo di Annecy, poi di Ginevra. Recandosi a Milano a venerare il corpo di san Carlo, e nel viaggio avuto contezza della congregazione de' Barnabiti, da poco istituita, alloggiò presso di essi nelle camere già usate da quel santo quando andava a farvi gli esercizj spirituali, e li pregò a venir a reggere il collegio di Annecy, istituito da Eustachio Chappuy, ch'era stato ai servigi di Carlo V. Col consenso di Federico Borromeo vi andò infatti il padre Giusto Guerin, che poi succedette al santo nel vescovado di Ginevra, e che vi istituì i preti della missione.

Era sottentrato duca di Savoja Carlo Emanuele (1580-1630), detto il grande perchè irreposato nel mestare in tutte le brighe d'allora, e perchè cercò ingrandir il Piemonte col pretesto di unificare l'Italia e di sbrattarla da' forestieri, mentre vi adoprava mezzi che ve li attiravano. Egli mandò a pregar san Francesco venisse a Torino, per divisare i modi di tornar alla via retta il Sciablese; e il santo, persuaso che del traviamento fosse stata causa principale il non conoscer la vera religione, propose vi si spedissero missionarj zelanti, capaci di dissipare le prevenzioni e confutare le calunnie; si escludessero dalla Savoja i ministri calvinisti; ai libri ereticali se ne surrogassero di buoni; s'introducessero i Gesuiti per educare i giovani e sostenere le controversie. Però fra i ministri stessi di Carlo non pochi inclinavano alle novità; e san Francesco ebbe troppo ad esercitare la modesta sua maestà e la dolce persuasione per rinnovare i riti cattolici nella Savoja, donde alfine i Calvinisti rimasero esclusi.

Il duca cooperava col santo nel convertire i Savojardi; li traeva al suo castello di Thonon, e accoltili con cortesia, esponeva loro gli argomenti più efficaci a dimostrare l'unità della fede e della Chiesa. Molti risposero alle sue premure, e quand'egli usciva, la gente faceasegli attorno gridando: «Viva sua altezza reale! Viva la Chiesa romana! Viva il papa!»[398].

Cristina di Francia, venuta sposa al principe di Piemonte, volle avere Francesco per limosiniere, ed egli sol dopo lunghe istanze accettò, a patto di non dovere staccarsi dalla sua residenza. Essa gli regalò un bel diamante, e presto il santo lo vendè; gliene diede allora un altro, ma poichè egli facevale intendere non gli era possibile conservare preziosità finchè poveri ci fossero, essa lo pregò di nol vendere, ma impegnarlo, ed ella medesima lo riscatterebbe. Ecco il comunismo dei santi.

Carlo Emanuele, nell'irrequieta ambizione d'ingrandirsi, sperò profittare, come di tutto, così delle guerre religiose di Francia, ed alleatosi con Filippo II, col suo appoggio tolse Saluzzo ai Francesi, assicurando lo faceva per sottrar quel paese al pericolo di cascare in mano degli Ugonotti (1588). E atteggiandosi campione del cattolicismo, chiama tutta l'Europa a soccorrerlo, assale la Provenza, tenta aver Marsiglia, adopra a vicenda maneggi e violenze, finchè stancato, Enrico IV gli dichiarò guerra.

Il Lesdiguières prese la capitananza dei Protestanti del Delfinato, che allora si diffusero nel marchesato di Saluzzo, in San Germano, a Pramollo; e con essi nel 1592 espugnò i castelli di Perosa, Cavour, Bricherasio ed altri, onde fu soprannomato Schiumatore delle Alpi. Il forte di Santa Caterina che dai confini della Savoja sempre minacciava Ginevra, fu dato a questa città, togliendolo al duca, il quale nella pace cedette i paesi attorno al lago Lemano, ma si assicurò Saluzzo.

Carlo Emanuele, disposto a voltar casacca qualunque volta gli giovasse, si accostò ai Protestanti tedeschi, per mezzo del conte Ernesto di Mansfeld e di Cristiano d'Anhalt, offrendo soccorrerli nella guerra dei Trent'anni: col che sperò perfino ottener l'impero; ma l'intento non gli successe[399]. Legò intelligenze anche col connestabile di Lesdiguières, al quale avea sempre fatto guerra come a capo degli Ugonotti, e concertava seco di conquistar il Milanese, il Monferrato, la Corsica e il Genovesato, del quale cederebbe la città e la riviera di levante a Francia, affinchè avesse libero passo all'Italia. Scontento del mal esito qui e della vergognosa sua spedizione contro Ginevra, e rovinato il paese suo per acquistar l'altrui, morì di crepacuore.

In un memoriale che al duca sporsero nel 1585, i Valdesi diceano che il loro culto da alcune centinaja d'anni professavasi secretamente, e da trent'anni palesemente; vantavano diritti a tolleranza; voleano patteggiar coi proprj sovrani, e mandavano ambasciatori ai sovrani esteri. Nel 1593, quando Enrico IV stava per abjurare, gli scrissero: «Sire, Dio vi ha reso padrone della Gallia transalpina; la cisalpina pure sarà vostra, appena lo vogliate. Il marchesato di Saluzzo tornerà a voi, e Milano anche. Le valli di Luserna, Perosa, San Martino son già vostre, e al Delfinato vostro serviranno di bastioni, costruiti dal supremo Fattore, ed elevati fin al cielo. Ciò è molto, ma non tutto, perchè con queste muraglie altissime e merlate voi avrete mura e fortezze vive. Son i popoli vostri, o sire, che abitano le viscere di queste valli, combattenti per natura insuperabili, e rinomati per antichità, consacrati ora e sempre al servizio di vostra maestà. Ad essa fecer oblazione de' loro beni, sagrificarono sull'altare di essa i corpi e le vite; essi e i figli loro vissero per vivere e morire sotto la vostra corona. Insomma essi son vostri»[400].

Non è dunque vero quel che tanto si ripetè or ora, che Enrico IV volesse ingrandire la casa di Savoja in Italia: anzi è notevole che, nel famoso suo Piano di repubblica cristiana, metteva capo della federazione italiana il pontefice, e non tollerava in Italia che la religione cattolica[401].

In quelle sue tresche col Lesdiguières, lasciossi da questo indurre a concedere ai Valdesi un editto di grazia nel 1617. Per questo i fedelissimi ed umilissimi sudditi e servitori di sua altezza, che fanno professione della religione riformata secondo l'evangelo di Gesù Cristo nelle valli di Luserna, Perosa, San Martino, Roccapiatta, San Bartolomeo, Taluco, Meana, Matti e marchesato di Saluzzo», ebbero lunga pace. Della quale giovandosi, ripassarono il Pellice, confine prescritto, si diffusero nelle valli di Susa e di Saluzzo, fabbricarono tempj, celebrarono solenni pasque con sì grande affluenza, che il vescovo di Saluzzo vi si portò nella medesima settimana affine di rimettere in qualche splendore la sua chiesa abbandonata[402]. Commisero anche profanazioni di chiese e cimiteri, e delitti che la storia riceve con gran precauzione, conscia delle calunnie che i partiti sogliono rimbalzarsi.

Carlo Emanuele al 24 gennajo 1624 ordinava si demolissero sei nuovi tempj, si mandasse via un maestro; e mandava ai Valdesi editti, somiglianti a pastorali; vietava trattassero in chiesa d'altre cose che del culto; ne frenava i bizzarri umori con castelli; spediva Cappuccini e Gesuiti, che teneano anche pubbliche dispute. Una ne fu il 1598 a San Germano fra il cappuccino Filippo Ribotti di Pancalieri e il ministro Davide Rostagno, dietro alla quale abbracciarono il cattolicismo varj capitani; nel 1602 l'arcivescovo di Torino dava un salvocondotto a' barbi perchè venissero a discutere seco in Perosa.

Nel 1596 l'arcivescovo Broglia visitava le valli Valdesi, a capo di missionarj cappuccini e gesuiti, e grandi frutti di conversioni raccolse, cominciando da minacce, poi ricevendo con tutta carità i ravveduti. Solo a Festeona, presso Demonte, gli eretici durarono insolenti e contumaci, sinchè vennero anche quivi all'obbedienza, eccetto tre che furono esigliati. Vi tornò poi nel 1601, e potè purgare Luserna: quei di Bibiana vollero che il loro barba Agostino, frate italiano, ivi rifuggito e ammogliato, potesse disputare sulla verità della Messa; ma sì questo, sì altri, quand'erano serrati dalle argomentazioni, volgeano la cosa in riso. Tenea poi sempre colà missioni, principalmente di Cappuccini, e largheggiava in limosine. E nel 1620 il padre Girolamo da Mondovì ristorò la chiesa a Perrero e la casa parrocchiale; il padre Ambrogio da Moncalieri alla domenica radunava i fedeli per ispiegar la dottrina; e negli anni seguenti il padre Stefano da Torino rialzava le distrutte cappelle, istruiva, soccorreva. Il padre Giantommaso di Brà fondava in Perosa un ginnasio: il padre Girolamo da Pamparato nel 1648 vi tornò più volte per impedire che il fisco carpisse i beni destinati a quelle missioni. Nel 1623 l'arcivescovo Chiglietti facendo la visita alla valle di Pragelato, suddita a Francia, non vi trovava più vestigio di cattoliche consuetudini.

Marcaurelio Rorenco, consignore della valle di Luserna e gran priore di San Rocco a Torino, adoprò assai a convertire i Valdesi, secondato da sua madre, e fu considerato, a detta del Léger, come il più diligente, sottile ed efficace stromento contro di essi. Nel 1632 stampò una «Narrazione dell'introduzione delle eresie nelle valli di Piemonte», e nel 1649 «Memorie storiche dell'introduzione delle eresie, dedicate al duca di Savoja» esprimendo nel proemio: «Voi fate e dite, e vivono persone che si ricordano che i vostri padri facevano e dicevano altrimenti».

Quando, pel trattato di Cherasco del 1633 il duca di Savoja Vittorio Amedeo recuperava gli aviti possedimenti, si ripeterono gli editti antichi, allontanando i Valdesi da Pinerolo, pena di morte l'abitar fuori de' confini assegnati.

Ma rottesi nuove guerre, Carlo Emanuele II nella pace dovè ceder ancora ai Francesi Pinerolo e la val di Perosa; dove Luigi XIV, il 4 agosto 1654, vietava l'esercizio del culto valdese, e richiamava in vigore gli editti dei duchi. Cambiata allora la pazienza in furore, i Valdesi, radunatisi in forza tra le valli della Dora di Pragelato, sotto la presidenza di Giovanni Léger, consacrato ministro di Prali, San Germano e Rodoreto nel 1639, s'avventano nella val del Po saccheggiando; di incendj a monasteri e chiese sono imputati i ministri e le loro mogli; e d'assassinj, come quel del parroco di Fenile, il cui uccisore Berru confessò averne commissione da Antonio Léger e da altri barbi.

Anche il duca, usciti vani i ripetuti editti, e nuove concessioni e rigori per restringere i Barbetti fra i designati confini, manda il marchese di Pianezza ad accamparsi in mezzo a loro, e occuparne i castelli e gli abituri. Corsero allora fiere battaglie, e in una dell'11 marzo 1655 a Bobbio perirono censessanta Valdesi e altrettanti Cattolici, cencinquanta per parte a Villar; e dicesi duemila in tutto. Nell'aprile l'intera valle di Luserna era devastata d'incendj e morti. Condotti da Léger, Gianavello e Jayer, che uccidevano quanti Cattolici cogliessero, i Valdesi si raccolsero sulle rive dell'Angrogna, verso le cime più erte; e alla Vaccheria e al Prato del Forno si munirono insuperabilmente, mentre invocavano l'ajuto de' correligionarj di tutta Europa.

Ribaditi nelle loro credenze dal trovarle perseguitate, tennero nota giornale d'ogni lor avvenimento; e le fughe, le vittorie, l'esiglio narrarono con quella passione, che, se scema fede, cresce interesse. E se oggi pure ha tanta attrattiva per noi lontani, noi dissenzienti, che doveva essere allora, e tra religionarj? Giovanni Léger, che gli aveva inveleniti contro i Piemontesi, poi al sinodo di Boissel determinati all'insurrezione, descrivendo e (speriamo) esagerando le persecuzioni da loro sofferte, massime nella Storia delle chiese evangeliche nelle valli del Piemonte (Leida, 1669) eccitava l'indignazione de' Riformati di tutta Europa, narrando di vergini stuprate, di madri impalate, di fanciulli sfracellati contro le roccie, d'uomini attaccati agli alberi col petto aperto e strappatone il cuore e i polmoni, d'altri scorticati vivi, di sangue scorrente a rigagni, del paese sparso d'incendj dal Pianezza, infellonito da' frati; v'aggiunse l'allettativo de' disegni di que' martirj. Da questo Tacito della sètta i successivi ritrassero i fatti e l'ira, onde non solo fra i coetanei Carlo Emanuele II passò per un Nerone, e rimasero esecrate le pasque piemontesi. Rimostranze fioccarono dall'Olanda e dalla Svizzera; Cromwell, protettore in Inghilterra, mandava lamentarsene, e Carlo Emanuele rispondeva, sentirgli di strano il qualificar di barbarie castighi paterni inflitti a sudditi ribelli, cui nessun sovrano avrebbe potuto tollerare; pure egli esser disposto a perdonare per deferenza al serenissimo protettore. Da tutte parti vennero collette per soccorso de' Valdesi; due milioni di lire dall'Inghilterra; secenquaranta mila fiorini dall'Olanda; Cromwell assegnò dodicimila sterline l'anno a soccorso delle chiese de' Valdesi, ai quali offrì asilo e terre in Irlanda.

Avendo Alessandro VII disapprovate le piemontesi crudeltà, molto il lodarono le gazzette olandesi di quel tempo[403]. Alfine interpostasi la Francia, a Torino il 31 luglio 1655 fu ristabilita la pace con perdonanza generale e colle concessioni di prima; le terre che i Valdesi possedeano fuor de' confini eran loro compensate con altre fra il Pellice e il Chisone.

Non è vinto un nemico che si lascia intatto di forze; e ben presto nuovi tumulti attirarono nuove armi e guerre su quella «terra maledetta, senza monaci nè madonne». Attizzavano le ire i molti che, sdegnando il perdono, s'erano fissati in Isvizzera, e che, come tutti i fuorusciti, sommoveano la patria più per vendetta che per desiderio di recuperarla; il Léger, ch'era stato condannato a morte in contumacia, non cessava d'accannire imbrunendo ogni atto del governo, portando lamenti ai principi protestanti, accumulando calunnie, armi, denari con soscrizioni; non placabile mai finchè non morì ministro a Leyda. Ne seguivano sevizie d'ambe le parti[404]; a Torino faceansi processi e condanne, nelle valli insurrezioni, massime nel 1663 con molte uccisioni; poi l'anno appresso, per interposto delle potenze cattoliche, si rifà la pace, e Carlo Emanuele concede perdono «malgrado le qualità e le circostanze delle offese, i danni ricevuti da fedeli sudditi, da noi e dalla giustizia, e l'esser ritornati a delitti sempre maggiori».

Poco dopo (1685), Luigi XIV rivocava l'editto di Nantes, pel quale Enrico IV avea concesso libero culto in Francia ai Calvinisti. A questo re papa, a questo re Dio, che non avea più sudditi ma adoratori: che da Bossuet n'era felicitato colle parole indirizzate dai vescovi in concilio all'imperatore Costantino; che era riuscito (come vantavano i suoi adulatori) a far cambiar religione a un milione di sudditi, e ridurre tutto il regno ad unità di credenza, fu dato a intendere che i religionarj profughi di Francia trovasser ricovero nelle valli subalpine per sottrarsi al carcere e alle dragonate. Per mezzo del suo ambasciadore marchese d'Arcy chiese dunque, il 12 ottobre 1685, che, volendo egli convertire le valli soggette al suo dominio, anche il duca di Savoja spegnesse quel focolajo d'eresia e di ribellione sulle sue frontiere, e spedì truppe per indurlo ed ajutarlo a cacciarli. Vittorio Amedeo II, allora giovinetto, sebbene mostrasse quanto il fatto era difficile, dopo sì lunga consuetudine, e averlo tentato invano i suoi predecessori, ch'erano nel pieno loro diritto, non credette poter contraddirgli, e intimò che fra due mesi tutti i Protestanti del marchesato di Saluzzo si rendessero cattolici, se no morte e confisca. Pertanto di quelli sparsi nei Comuni di Paesana, Brondello, Crissolo, non uno rimase: anche nelle valli privilegiate ne interdisse il culto fino in case private; fossero demoliti i tempj, espulsi i barbi; i bambini si allevassero cattolici; se no, cinque anni di galera ai padri e sferzate alle madri: gli eretici stranieri uscissero, vendendo i loro beni, che altrimenti sarebbero compri dal fisco.

Per eseguire l'intollerante decreto bisognò un esercito, e lo comandò Vittorio Amedeo in persona, forse per farlo men sanguinario; Louvois, ministro della guerra del gran re, unì ai Savojardi quattromila soldati: grosso esercito contro montanari inermi, comandato dal francese Catinat e dal savojardo Gabriel. Gli uomini presi e legati mandavansi a Torino: restavano donne, fanciulli, vecchi, esposti alla brutalità de' soldati, che li straziavano per farli abjurare.

Gli Svizzeri impetrarono da Vittorio Amedeo che i Valdesi potessero migrare: e «Voi potete ancora (diceano a questi) uscir da paese sì caro e sì funesto; potete condur con voi le vostre famiglie, conservare la religione vostra, evitare nuovo sangue: in nome del cielo non ostinatevi a inutile resistenza». Pure nell'assemblea di Roccapiatta l'aprile 1686 decisero di resistere fin alla morte; scannarono e salarono il bestiame, e rifuggirono fra le Alpi meno accessibili, mentre i robusti s'accingeano a respingere risolutamente le truppe.

Chi, conoscendo la potenza del gran re e il valore del maresciallo Catinat, mal sapesse persuadersi che un pugno di Valdesi resistesse con effetto, mostrerebbe non conoscere la possa di gente che difende la patria e le credenze; nè l'insuperabile natura delle posizioni di Balsilla, di Serra il Crudele e d'altre, ove due possono respingerne mille, e i sassi sepellire cavalleria e cannoni. Ma la disciplina del nemico e più la fame peggioravano la situazione de' Barbetti, che, quando fossero côlti, come rei di lesa maestà venivano uccisi, o mandati alle carceri, alle galere. Ridotti a piccol numero, ricoverarono sul suolo elvetico: ma di là ribramavano la patria; e alcuni per forza vollero ricuperarla, e una colonna di novecento, sollecitata e condotta dal vecchio Gianavello, imbarcatisi sul lago di Ginevra, per la Moriana valicarono il Moncenisio, e sceser dalla val della Dora in Pragelato, e dalla Balsilla respinsero dodicimila Francesi e diecimila Piemontesi; ma il Catinat molti ne colse ed appiccò.

Fra tali eventi, il duca di Savoja trovò che gli tornava conto guastarsi colla Francia ed unirsi all'Austria. Allora, per ingrazianir l'Inghilterra, amica di questa, ripristinò ne' loro diritti i Valdesi, rilasciò quei che tenea prigionieri a Torino, e giunse fin a permettere tornassero al culto paterno quei che l'aveano abbandonato per paura o fini umani. L'Inquisizione romana cassò queste disposizioni come enormi, empie, detestabili, e il duca proibì si pubblicasse il decreto di essa, e chiese ne' suoi Stati l'abolizione del Sant'Uffizio; e papa Innocenzo riconobbe che si era ecceduto.

I Valdesi ricambiarono la tolleranza del duca col fortemente ajutarlo nella guerra alla Francia, servendo d'antiguardo al principe Eugenio di Savoja; e unitisi in reggimenti colla divisa La pazienza stancata divien furore, gravemente danneggiarono il Delfinato e le truppe di Luigi XIV. Poco andava, e Vittorio Amedeo trovava utile di ricomporsi in pace col gran re, ricuperando Pinerolo e la val di Perosa, da sessantasei anni obbedienti alla Francia. Per patto con questa si obbligò ad espellerne i Valdesi; i quali in numero di duemila cinquecento uscirono allora dal Piemonte per ricoverarsi in Isvizzera, nella Prussia, nell'Assia, nella contea d'Isemberg, nel Baden-Durlach: da Eberardo Ludovico duca di Würtenberg, con diploma del 1699 ottennero terre fra Maulbronn e Knittlingen, dove eressero casali che, rinnovando i nomi alpini, chiamarono Villar, Pinasca, Luserna, Mentoulles.

I rimasti abitarono poi sempre con più o men pace in quegli antichi ricoveri della libertà e delle credenze loro, silenziosi obbedendo, ed anche amando il loro principe e oppressore. Non mancarono mai zelanti che procurarono convertirli, e il beato Valfrè, di Verduno diocesi d'Alba, molto adoperossi nel 1686 per istabilir fra loro parroci cattolici. Questo pio frate oratoriano rincresceasi grandemente che Vittorio Amedeo II fosse venuto a cozzo colla santa sede; e allorchè il re andò a visitarlo moribondo, gli raccomandò di risparmiare i mali della guerra ai sudditi, e di tenersi sempre unito col vicario di Gesù Cristo, se vuole che Dio feliciti lui e la reale famiglia e il suo Stato. Nel 1637 la duchessa Maria Giovanna Battista, reggente, fondò in Torino un ricovero pei catecumeni, affidandone la direzione ai cavalieri dei ss. Maurizio e Lazaro, e doveano avervi vitto e vestito, come usavasi nell'Albergo di Virtù; i giovani fosser istruiti nella fede e in qualche arte: i vecchi vi trovassero riposo; una dote le nubende. Così continuò fino al 1740, ma le guerre e i dissidj aveano mandato a male l'istituzione e cumulato debiti, sicchè bisognò riformarlo. Carlo Emanuele III nel 1754 ergeva in Pinerolo un magnifico ospizio pei catecumeni: ma questo nel 1800 fu dato ai Protestanti dalla Commissione esecutiva che governava il Piemonte dopo l'occupazione de' Francesi. I quali gli accarezzavano, e Napoleone imperatore riconobbe l'organamento che si erano dato in chiese concistoriali a Torre, Prarostino e Villa Secca, considerando i loro tempj come edifizj pubblici a carico dello Stato: e ai ministri assegnando mille franchi in terre e ducento di supplemento. Più tardi quell'ospizio fu riaperto dallo zelante vescovo Charvaz[405], che fu il primo cattolico che, dopo Bossuet, scrivesse sui Valdesi.

Restituito nel 1814 il Piemonte agli antichi regnanti, nel farnetico di rintegrar il passato si richiamarono gli antichi decreti, e si diede qualche inquietudine ai Valdesi: ma i governi di Prussia e d'Inghilterra s'interposero a loro favore, e vi ottennero il permesso d'esercitar molte professioni civili, di conservar i beni che avessero comprato fuor de' limiti prescritti, e si provide al sostentamento de' loro pastori. Il parlar che se ne fece mosse molti, massime inglesi, a visitarli e soccorrerli, e scriverne la storia e le difese[406], e nel 1825, massime per opera del Gilly, s'istituì a Londra un comitato per proteggerne gl'interessi. Contavano essi allora quindici chiese, ciascuna con un ministro che dev'essere suddito sardo, stipendiato dagli abitanti, ai quali per tal uopo accordasi una diminuzione sull'imposta. Dirige queste chiese un sinodo, in cui ogni cinque anni si raccolgono tutti i pastori e deputati laici. La Tavola, magistratura di tre ecclesiastici e due laici, governa negl'intervalli fra un sinodo e l'altro, è rieletta ad ogni sinodo, risolve le controversie, ripartisce le limosine. Ogni chiesa ha un concistoro proprio, composto del pastore, degli anziani, dell'economo, del procuratore, che cura l'amministrazione spirituale e temporale, i buoni costumi, i poveri, le scuole, nelle quali, come nel culto, s'adottò la lingua italiana. A tempi determinati il ministro va a cercare le popolazioni isolate fra le Alpi, per recarvi il ristoro della religione. Allora da tutte le praterie, da tutti i vertici accorrono i mandriani sui passi di esso; e l'eco delle vallate ripete le lodi del Signore e i salmi della fede e della consolazione. Il ministro dispensa consigli, conforti, rimproveri, compone dissidj, concilia matrimonj, sradica scandali; poi a tutti insieme infrange dalla cattedra il pane della parola, e raccomanda loro di vigilare, pregare, star in fede.

Nel 1603 aveano pubblicata la loro professione di fede, consentanea alle Chiese riformate; la ripeterono nel manifesto del 1655, e conserva forza legale. Metodisti vi furono da Ginevra introdotti dopo il 1821, e benchè combattuti, fecero proseliti; osservano rigorosi la domenica, astenendosi da feste o danze, e tengono adunate vespertine, obbedendo solo alla ispirazione dello Spirito Santo.

In Torre, capo del mandamento, nel 1844 fu consacrata la Chiesa e inaugurato il convito per circa novecento cattolici che v'abitano; pei duemilatrecento Valdesi serve il tempio, aperto solennemente nel 1852, con architettura semigotica e l'iscrizione: La vera vita consiste nel creder in Dio e in Gesù Cristo suo figliuolo. È vicina la casa del pastore e de' ministri, che attendono al culto e all'istruzione; e in essa si tengono adunanze e si custodiscono gli atti della loro scuola, alla quale, composta di laici e ministri, spetta l'amministrazione suprema degli interessi de' religionarj. Nel 1825 la propaganda inglese contribuiva venti mila sterline per fondare il collegio, assegnava dieci borse, da cento franchi l'una, a favore degli allievi, oltre mantenere tre giovani in Inghilterra che potessero poi venire a farvi da maestri; altri sussidj per scuole femminili. Instancabile ad ottenere soccorsi, il Gilly da un solo anonimo ebbe cinque mila sterline: e con simili collette un ospedale vi fu fondato nel 1827. Una biblioteca di opere altrove assai rare fu promossa principalmente dal colonello Beckwith, che spese da ducenmila franchi per difondere l'istruzione fra i Valdesi, e quando nel 1842 i maestri delle valli si raccolsero a festa in cima d'un monte, nello scendere portava ciascuno un ramoscello di rododendri, e giunti a Torre ne staccarono ciascuno un fiore, e lo presentarono al Beckwith.

Poteano i Valdesi possedere ed anche fare da notaj, architetti, chirurghi, procuratori, speziali, amministratori del Comune; ma solo entro i loro confini. Tali restrizioni cessarono al 17 febbrajo 1848, quando, ridotto costituzionale il regno sardo, furono pareggiati a tutti gli altri cittadini. Nel luglio 1849 i Protestanti di Torino chiesero di congiungersi con la chiesa Valdese, laonde quella congregazione fu proclamata parrocchia Valdese: nel 1853 si aperse in questa città un tempio nuovo; e favoriti da circostanze e da rancori politici, anche altrove erigono chiese, stampano giornali[407], fanno proseliti ed ispirano paure e speranze. Dopo il 1856 cominciarono alcuni a migrare in America, e nella Repubblica Orientale dell'Uraguai fondarono una colonia, detta del Rosario, che finora prospera per laboriosità e morale.