Meglio ne avvisarono la natura i pontefici, e come il fine reale ne fosse di togliere via le differenze che la religione pose fra gli uomini, e d'accogliere chiunque deserta da qualsiasi fede positiva. Laonde sin dal 28 aprile 1738 Clemente XII denunziava i pericoli di queste accolte di persone d'ogni fede; del segretume che ne proteggeva i riti e gl'intenti; dell'opposizione alle leggi e canoniche e civili. «Vario ne corre il grido (diceva il papa): ma se volgonsi a scopi onesti, perchè tanti arcani?» Laonde ammoniva i fedeli ad astenersene, e non favorirle in verun modo, sotto pena di scomunica, la quale non potesse sciogliersi che dal sommo pontefice, salvo che in articolo di morte. Inoltre agli inquisitori ingiungeva di procedere come contra gravemente sospetti di eresia, invocando, ov'uopo fosse, il braccio secolare.
Con ciò la Chiesa non faceva che mostrare il carattere solito di tutrice della libertà, non compatendo vi fossero persone che giuravano obbedire ciecamente ad un capo. A molti bastò quest'avviso per ritrarsene, ma essi (dice il Muratori negli Annali d'Italia) allora pubblicarono le regole loro, dalle quali risultava «terminare la massoneria in una invenzione di darsi bel tempo con riti ridicolosi, ma sostenuti con gran gravità; nè altra maggior deformità vi comparve se non quella del giuramento del segreto, preso sul Vangelo, per occultare siffatte inezie».
E molti in fatto non ci vedevano che un legame di benevolenza universale, una scuola di pensare spregiudicato; al più un'arte degli astuti per acquistare influenza, distinzioni, denari, in funzioni per le quali nessuno studio occorre. E poichè alle scomuniche attaccavasi ancora qualche importanza, quando morì il papa dissero che la condanna da lui proferita cessava con lui, non avendola il successore confermata. Benedetto XIV stimò dunque bene ripeterla, lodandola in tutto, ed esortando i principi a ricordarsi che furono eletti da Dio a difensori della fede e protettori della Chiesa.
Questa eresia galante dovette dar a fare alle Inquisizioni d'Italia, ed è ricantatissimo fra le vittime di essa il Cagliostro.
Dove è a premettere come, cadute le dottrine sane e pure, in Germania e in Francia grandeggiasse la superstizione, per quell'aspirare alle realtà ideali, così proprio alla natura dell'uomo, che, piuttosto di rinunziare alla speranza, ultima dea, buttasi nella tenebra delle scienze occulte. Nacquero dunque nuovi taumaturghi: e presa in beffa la metafisica, e tronchi gli slanci legittimi, non appagandosi d'una filosofia senza ideale, si prestò fede a ciarlatani, o si ricorse al meraviglioso per sottrarsi alle severe lezioni della verità. Alcuni di essi erano mistici, come Swedenburg, Lavater, Saint Martin; altri rivoluzionarj, come Weishaupt, Knigge, Bode; altri giocolieri e furbi, come Giangiorgio Schröpfer, garzone d'osteria, che arrivò ad affascinare ministri, diplomatici, principi con operazioni taumaturgiche, finchè scoperto di vere truffe, s'uccise. Pochi secoli furono così goffamente creduli e la gran città de' filosofi fu piena di diavoli, vampiri, silfi, come il XVIII, che s'intitola forte pensatore; convulsionarj, magnetici, cabalastici, Rosacroce, Massoni, evocatori, elisir di lunga vita[426]. Il marchese di San Germano, di tenace e vasta memoria, trattava i grandi, i dotti, la società colla massima confidenza, e spacciava bizzarri racconti, asserendosi testimonio oculare di eventi lontanissimi, aver conosciuto David, assistito alle nozze di Cana, cacciato con Carlo Magno, trincato con Lutero; e i Parigini gli credeano. Pare fosse figlio del principe Rakosky di Transilvania, e molto fu anche in Italia, prima dicendosi marchese di Monferrato, poi conte di Bellamare a Venezia, cavaliere Schöning a Pisa, cavaliere Weldone a Milano, conte Soltikof a Genova; spesso ricordava avventure sue in Italia e in Ispagna; e fu molto protetto dall'ultimo granduca di Toscana che lo avea fatto istruire.
Di costoro invidiò le glorie Giuseppe Balsamo, nato a Palermo l'8 giugno 1743 da Pietro Balsamo e Felicia Braconieri. Dapprima aggregato ai Fatebenefratelli di Caltagirone, dove imparò un poco di chimica e medicina, ne uscì per iscapestrarsi fra begli umori, tagliacantoni, attrici, duelli, bische, falsificazioni di cedole e di istromenti. Per una truffa costretto a spatriare, associossi al greco Altotas, che pretendeva essere l'ultimo depositario delle scienze occulte, e che morì poi per esalazioni di suoi preparati: con esso girò la Grecia, l'Egitto, Malta, dove rubò i secreti d'un famoso chimico Pinto: e valeasi della scienza di Kircher e Robertson, maneggiando gli specchi magici, usando la radomanzia, confezionando profumi inebbrianti, fabbricando drappi di lino che pareano seta, colorando stampe che spacciava per aquarelli, e indagando il grande segreto. Conosceva gli uomini costui, sicchè contava sulla loro dabbenaggine. Variò nome secondo l'opportunità, conte Harat, conte Fenice, marchese dei Pellegrini, Belmonte, Melissa, infine prevalse quello di conte di Cagliostro: a chi volesse contezza dell'esser suo, rispondea Sum qui sum; pure talvolta narrava d'aver conosciuto Abramo, assistito al supplizio di Cristo; oppure discendere da Carlo Martello; essere generato da un granmaestro di Malta in una principessa di Trebisonda, e altre baje ch'erano credute dal secolo, il quale non credeva più ai vangeli. Se si chiedeva la base del suo sapere diceva: In verbis, in herbis, in lapidibus. Sposata una romana, la pose sulla mala via, sicchè, oltre guadagnare del proprio corpo, essa lo secondava abilmente vendendo polveri panurgiche, vin d'Egitto per rinvigorire i nervi, pomate ringiovanenti; ed egli le diceva: «Io volto le teste a costoro, tu fa il resto».
Con ciò e col falsificare biglietti in complicità con un marchese Agliata suo compatriota che poi finì sulla forca, arricchì; a vicenda impoverì perchè imprigionato ed espulso, o derubato da suoi complici, o pel suntuoso vestire e il lauto banchettare e viaggiare per posta con molte carrozze e ricche livree. A chi stupisse di tanto denaro confidava che, a forza di calcoli, indovinava i numeri del lotto; noi sappiamo ch'era espertissimo nel plasmare gemme e nel falsare monete e cedole; che signori sfibrati e donne avvizzite pagano lautamente chi promette rinvigorirli e rinfiorirle, e che il mondo retribuisce largamente i ciarlatani. Così acquistò fama nella Spagna; poi in Inghilterra, ove processato più volte, seppe sgabellarsene: poi in Russia ove le famigliarità di sua moglie col Potemkin eccitarono la gelosia di Caterina II, che lo regalò riccamente perchè partisse.
Crebbe di celebrità col legarsi ai Franchimuratori; e avutone del buon denaro per andar a costituire nuove loggie, cessò d'essere un ciurmadore volgare, per darsi grand'aria, vuol genealogia, vuol miracoli, vuol mistero e ammirazione, e al pari della moglie aspira a successi straordinarj. Non contento della solita società massonica, istituì una riforma di essa, detta degli Egiziani, ammettendovi solo chi fosse già appartenuto ad altre loggie; e sotto emblemi e simboli e con lunghi digiuni e diete esaltanti vi s'insegnava che tutte le religioni sono buone egualmente purchè riconoscano Dio e l'immortalità dell'anima; egli intitolavasi gran cofto; ai fratelli assegnava i nomi dei profeti, alle sorelle quei delle sibille, e prometteva condurli alla perfezione mediante il rigeneramento fisico e il morale; cioè trovando la pietra filosofica e l'elisir dell'immortalità, e procacciando un pentagono con cifre scritte dagli angeli, per la cui interpretazione si arrivava alla originale innocenza.
A Strasburgo, dove aveva ottenuto onori il Borro che tanto a lui somiglia, lungamente indugiossi nel 1780, accolto da chi con ammirazione, da chi con sbigottimento, da chi con devozione; poichè, fra tanti altri programmi, dicea venire a convertire gl'increduli e rialzare il cattolicismo, e che a tal fine Iddio gli avea conferito il dono de' miracoli e la visione beatifica, e realmente fece moltissime guarigioni, e n'ebbe benedizioni infinite. Servivasi per intermedio di fanciulli e bambine, colombe sue, che comunicavano cogli spiriti per mezzo d'una tazza: e per tre anni vi fu festeggiato, riverito, benedetto. Raccomandato dai signori di Segur, di Miromesnil, di Vergennes visitò Bordeaux e Lione, finchè si credette famoso quanto bastasse per affrontare la pubblicità della gran Babilonia, e profittarvi della credulità de' celebri increduli.
Preconizzato da affissi apocaliptici e dai giornali, arrivò a Parigi, prese suntuoso alloggio con magnifica sala, nella quale ben presto affluì quanto v'avea di ricco, di bello, di dotto, di potente. Per un pezzo la gran città, dove ogni novità o stravaganza è certa d'avere un momento d'entusiasmo, non parlò che di lui. Era il tempo che la ragione, ribellatasi a Dio, strisciava dinanzi ai Rosacroce: che negavansi i miracoli, ma s'accettavano le evocazioni di spiriti di Gassner, gli scongiuri di Cazotte, le potenze invisibili di Lavater: che Giacomo Böhme e Martinez aveano discepoli non solo nelle reggie ma negli episcopj. Principalmente Mesmer agli animi annojati della fredda ragione e bisognosi di sensazioni variate avea preparato pascolo di fantasia e preoccupazione delle cose del mondo soprasensibile col magnetismo animale, colla bacchetta, colla vasca. Il secolo nostro non ha più ragione di riderne, come non arrivò a spiegarlo, giacchè l'ipotesi del fluido elettrico nè del fluido animale non corrispondono agli effetti, e a quest'azione della volontà sopra lo spirito altrui[427]. Cagliostro accingeasi all'opere stesse, e ne fece sperienza in Russia, in Polonia, in Germania, le quali se non riuscissero ne dava colpa alla mancanza di fede, o ai peccati de' soggetti. Egli non adoperava nè vasca nè bacchetta nè manipolazioni, bensì il solo tocco: e non cercava guadagno dalle guarigioni, anzi sollecitava i poveri a venire cercargliene, ed esibiva cinquantamila scudi per fondare un ospedale egiziano. Neppure esponeva la sua scienza all'esame degli accademici come Mesmer, ma imponeva coll'audacia, colla bella presenza, colla bizzarra magnificenza del vestire, colla pompa abbagliante. Nelle vetrine non solo, ma sui ventagli, negli anelli, in medaglioni ripeteasi la sua effigie, come ora quella di Garibaldi, e incisioni e busti e bronzi ornarono i palazzi coll'iscrizione Divo Cagliostro: gran personaggi facevangli visita: in Curlandia esibirongli il trono: Bordes nelle lettere sulla Svizzera non rifina d'ammirarlo: «Il suo aspetto rivela il genio: i suoi occhi di fuoco leggono in fondo alle anime. Sa quasi tutte le lingue d'Europa e d'Asia; la sua eloquenza stordisce; strascina anche in quelle che meno conosce». Eppur sappiamo che ebbe guardatura torva e spaventata e corpo deforme, carattere collerico, superbo, prepotente; senza civiltà di modi nè grazia o correzione di favella.
«Iniziato nell'arte cabalistica (dice un altro contemporaneo), in quella parte che fa comunicare coi popoli elementari, coi morti e gli assenti, è Rosacroce; possiede tutte le scienze umane; è esperto a trasmutare i metalli, e principalmente in oro; è un silfo benefico, che medica i poveri gratuitamente, vende per poco l'immortalità ai ricchi; con corse vagabonde racchiude immensi spazj nel giro di poche ore»[428].
E di fatto ci appare or ventriloquo, or alchimista come gli antichi, or elettricista come i magnetizzatori del suo tempo, or come quelli del nostro; muove le tavole, comunica coi medium, produce il sonnambolismo e l'ipnotismo; valeasi pure della necromanzia, tanto che Figuier lo considera come «una prodigiosa personificazione della taumaturgia moderna, nel quale splendeva congiunta la magia orientale colla occidentale»[429]. Certo egli interveniva a convegni nella via della Sourdrière, ove martinisti e swedenburgiani evocavano morti: tanto, allora come oggi, il sincretismo irreligioso accumula tutte le superstizioni onde combattere la fede. E quando, per conciliare allo stesso fine le varie sette dei rosacroce, dei necromanti, dei cabalisti, degli illuminati, degli umanitarj si raccolse il gran congresso a Wilhelmsbade, poi nelle loggie degli Amici riuniti, col Saint Martin, col Mesmer, col Saint Germain vi figurava Cagliostro[430].
Simili ciarlatanerie ci farebbero compassione, se altro sentimento non eccitasse il vederle riprodotte con pochi cambiamenti dalla nostra età, che alla precedente disputa il titolo d'illuminata. Anche sua moglie esercitavasi attorno al vassojo mesmeriano, e propose dare un corso di magia naturale se trovasse tre dozzine di discepole, che contribuissero cento luigi ciascuna: e prima di sera le ebbe; tutte gran dame, e doveano giurare fede e secreto. Crebbe Cagliostro di fama per avere guarito il duca di Soubise: e più per aver tenuto mano nella tanto famosa baratteria della collana. Per chi nol ricordasse basti accennare come al cardinale di Rohan, invaghito della regina Antonietta, fu fatto credere che essa gli accondiscenderebbe se le donasse una ricca collana di diamanti, che Luigi XVI avea ricusato comprarle. Una finta lettera e un notturno convegno con una donna che le somigliava alquanto, ingannarono il principe; la collana fu compra, ma sparve nelle mani di truffatori. Erettosi processo contro costoro, si sospettò complice Cagliostro, ma egli riuscì a camparne: e poichè quella società corrotta e gaudente applaudiva allo scandalo, l'accolse in trionfo quando uscì di prigione, per fare izza alla Corte.
Ebbe però lo sfratto; ma ecco la popolazione affollarsi alla sua casa ed a Passy, disposta fino ad un'insurrezione per difenderlo e trattenerlo: personaggi di Corte fecero alternata guardia alla sua porta sinchè partì: alla nave a Boulogne più di cinquemila persone l'accompagnarono, alle quali diede, come soleva, la sua benedizione.
Passato a Londra, gridò a voce e a stampa contro i soprusi usatigli alla Bastiglia, e le preziosità involategli: pubblicò un libello violento contro il re e il governo francese, esortando a scuoterne il giogo, e a valersi per ciò della massoneria (20 giugno 1786); stampò anche una memoria stesa da un abilissimo avvocato, ove ripulsa l'asserzione della La Motte, rivela alcun che delle sue avventure, invoca la testimonianza de' personaggi più illustri che dice aver praticati, e de' banchieri che gli somministrarono denari, non indicando però donde li traesse. Vi era anteposta la sua vita, preceduta da magnifico ritratto coll'epigrafe: «Ecco le fattezze dell'amico degli uomini. Tutti i suoi giorni son segnati da nuovi benefizj. Egli prolunga la vita, soccorre l'indigenza; unica ricompensa sua è l'esser utile».
Ma se vi era accolto in trionfo dalla ciurma, la buona società ne fu presto stomacata, viepiù dacchè, Morand, redattore della Gazzetta d'Europa tolse implacabilmente a smascherarlo e deriderlo, tanto che dovette andarsene. Neppure in Svizzera fece fortuna; la tentò a Torino, ma il re gli intimò di partire, come fece il vescovo principe di Trento, dove fu pubblicato un Liber Memorialis de Caleostro dum esset Roboreti ove con frasi scritturali Clementino Vannetti raccontava le costui ciurmerie. A Venezia ingannò un mercante promettendogli cambiare la canapa in seta e il mercurio in oro. Respinto ormai d'ogni parte, lusingossi trovare più gonzi a Roma, spintovi anche dalla moglie, desiderosa di rimpatriare e cambiare vita. Egli stesso si finse convertito, ma ivi trovò pochissima adesione, neppure fra quelli che già erano ascritti alla massoneria ordinaria, e per quanto moltiplicasse segni, tocchi, parole, gerghi, e brandire la spada, e battere tre volte la terra col piede, e applicare le dita al fronte, e alitare in faccia. Egli, che aveva sì bene illuso la giustizia di Parigi, qui, sebbene prevenuto, lasciossi cogliere dal Sant'Uffizio il 27 dicembre 1789 con tutte le carte e i simboli e i libri: e avendo giudici e carcerieri incorruttibili, si trovò isolato dall'immensa sua dipendenza: sicchè non credette restargli altro partito che svelare ogni cosa, mescolandovi certamente vanterie, degne di Benvenuto Cellini o di Pietro Aretino, e fingendo circostanze, che ad un tribunale ecclesiastico attenuassero le sue colpe. Nel lungo processo confessò che molte v'ha sette massoniche, ma le più frequenti sono quella della pretta osservanza a cui appartengono gl'Illuminati, e quella dell'alta osservanza: la prima col titolo di vendicare il granmaestro de' Templari, mira alla distruzione della religione cattolica e delle monarchie: l'altra cerca la pietra filosofale e gli arcani ermetici. A quest'ultima fu egli ascritto a Londra, passando pei gradi di alunno, compagno e maestro, e n'ebbe le insegne: e sua moglie un nastro, su cui era recamato Unione, Silenzio, Virtù, e quella notte dovea tenerlo cinto alla coscia. Avuti poi certi manuscritti, su quelli confezionò il nuovo rito della massoneria egiziana, eliminandone le superstizioni e la magia, dirigendola a ottenere la perfezione mediante la rigenerazione fisica e morale. I riti e le cerimonie sono i soliti; un giocoliere aveva suggerite a Cagliostro i sacri nomi di Helion, Melion, Tetragrammaton; ma il gran cofto, cioè il fondatore, pareggiavasi a Dio, gli si faceano adorazioni, gli si cantavano parodie del Te Deum, del Veni Creator, dei salmi, e credeasi comandasse agli angeli. Ogni religione v'è ammessa, e il grado supremo è per gli uomini quel di profeta, di sibille per le donne. Nelle massonerie ordinarie, all'iniziato si danno due paja di guanti, uno per sè, l'altro per la donna che più stima: qui vi s'univa una ciocca di capelli, che la donna dovea regalare all'uomo che predilige. Oltre la festa del Battista, comune a tutti, questo rito avea quella di san Giovanni evangelista, per la somiglianza che l'Apocalissi ha coi lavori d'esso rito. Fra questi citeremo come, nell'ammettere una alunna, la maestra le soffia dalla fronte al mento, proferendo: «Questo soffio farà germogliare nel vostro cuore le verità che noi possediamo: e fortificare in voi la parte spirituale, e confermare nella fede dei vostri fratelli. D'ora in poi voi siete per sempre femmina massona e libera».
Quando uno è elevato a maestro, prendesi una fanciulla, a cui dal venerabile è comunicato il potere che avrebbe avuto prima del peccato originale, e particolarmente quello di comandare ai puri spiriti. Pregasi Dio che permetta l'esercizio del potere che ha concesso al gran cofto, e alla pupilla o colomba di servire di medio fra lui e gli spiriti. Vestita di bianco con fascia turchina e rossa, vien chiusa in un tabernacolo, in cui stanno uno sgabello e una tavola con tre candele accese. Allora il venerabile evoca gli spiriti a comparire alla pupilla, dalla quale fa domandare a un di essi se il candidato sia degno. Più complicata è l'iniziazione delle maestre, con serti e vesti benedette dagli spiriti e da Mosè.
Per ottenere la perfezione morale e la fisica si prescrive un ritiro di quaranta giorni, e una cura corporea. Il primo si fa sopra un monte che s'intitola Sinai, con un padiglione a tre piani, e camere ritualmente formate e con nomi biblici, e sono prescritti indeclinabilmente i lavori di ciascun'ora. I primi sei giorni si occupano al riposo e alla riflessione; poi tre alla preghiera e all'offrire se stesso all'Eterno; nove alle sacre operazioni del preparare carta vergine e consacrare altri istromenti: gli ultimi alla conversazione e a restaurare le forze. Dopo il trentesimoterzo giorno, i rinchiusi cominciano a comunicare cogli angeli primitivi, e ne conoscono gli emblemi e la cifra, che da quelli vengono impressi su carta vergine. Compiti i quaranta giorni, ognuno ne gode il frutto col ricevere per sè il pentagono, cioè quella carta impressa, per cui il suo spirito è riempito di fuoco divino, il suo corpo diviene puro quanto quel d'un fanciullo, smisurata l'intelligenza e la potenza; nè ad altro aspirerà che al perfetto riposo per giungere all'immortalità e a dire Sum qui sum. Di sette altri pentagoni, ove è impresso il sigillo di un solo spirito, possono disporre a favore di chi vogliono; e chi li possiede comanda a un angelo solo, e in nome del maestro.
La perfezione fisica, per cui uno può o prolungare la sanità finchè a Dio piaccia trarlo a sè, o giungere alla spiritualità di cinquemila cinquecencinquantacinque anni, s'ottiene ritirandosi ogni cinquant'anni, nel plenilunio di maggio, in campagna con un amico, e per quaranta giorni serbare dieta rigorosa, cacciar sangue, prendere certe goccie bianche, e infine il grano di materia prima, che è quella che Dio creò per rendere immortale l'uomo, e di cui questi perdette la cognizione per lo peccato, nè può recuperarla che per grazia speciale e pe' lavori massonici. Resta allora in sopore e convulsione per tre ore, dopo di che viene ristorato con buon manzo; nei dì seguenti altri grani gli producono febbre e delirio, perdita della pelle, de' capelli, dei denti: poi mediante nuovi cibi, tutto rinasce e rigermoglia, e buoni bagni e balsami lo rendono ringiovanito alla società.
La visione beatificante la spiegava per un'assistenza spirituale, angelica, che Dio concede a chi gli piace, o facendosegli visibile come ai patriarchi; o coll'apparizione degli angeli, o con impulsi interni. Tale grazia si ottiene stando sempre unito a Dio, alla Chiesa, alla fede cattolica, e avendo la carità e la fede. Con queste premesse, basta domandarla a Dio con fervore; e se non oggi, vien giorno che la concede. Fu con tali operazioni che ottenne il maggior numero de' suoi adepti.
Cagliostro andò egli propagando queste pratiche nell'intento (dic'egli) di provare l'esistenza di Dio e l'immortalità dell'anima, e distruggere quanto han di superstizioso gli altri sistemi massonici. Dall'Olanda passò a Venezia, poi a Pietroburgo, traversando le varie città di Germania, accolto dapertutto dai Franchimuratori, e dapertutto predicando, profetizzando, guarendo, procurando visioni or di vivi or di morti, e istituendo loggie. A Francoforte sul Meno gli fu mostrato il codice gelosamente custodito, contenente i nomi di tutti i capi e il giuramento di distruggere il presente ordine sociale, prima in Francia, poi in Italia e particolarmente a Roma: e seppe esservi ventimila loggie: e che centottantamila massoni pagavano ogni anno cinque luigi l'uno; col qual denaro manteneansi i capi e gli emissarj, e soddisfaceasi ai bisogni e agli intenti della società.
A Lione istituì la loggia primaria, col titolo di Sapienza Trionfante, consacrandola con riti simili agli ecclesiastici e v'ammise anche personaggi d'alto stato[431], che stordì coi portentosi apparimenti e colle visioni del pupillo. Una volta però invece di angeli apparvero scimmie: un'altra fu veduto egli nelle nuvole fra Enoch ed Elia. Sperò fino, coll'ajuto della Corte, far approvare questo rito dal pontefice, come già il teutonico, ai soliti voti aggiungendo quello di convertire i Protestanti senza violenza.
Quanto ai principi, or suggeriva la subordinazione, or la rivolta, secondo il genio degli uditori; del pontefice e della gerarchia ecclesiastica sempre diceva il peggio; molti testimonj, e principalmente la moglie confermarono o smentirono le sue asserzioni, e che non riuscì mai se non convertire i cattolici in miscredenti, gli atei in deisti con quelle ridicole sue prediche sui dogmi, in un gergo fra siciliano e francese, senz'ordine nè scienza. Gl'inquisitori vollero averne qualche saggio, onde escussolo sopra una temeraria allocuzione di lui sulla redenzione, scrissero fedelmente la sua difesa che diceva: «Rispondo che tutto è falso, perchè nel mio sistema primitivo, in tutte le mie operazioni fo gran caso del serpe col pomo in bocca, che è la mia cifra, che denota la causa del peccato originale e di tutte le nostre disgrazie per cotesto: e che la redenzione di nostro signor Gesù Cristo è stata quella che l'ha traffitto, come noi dobbiamo sempre avere avanti agli occhi e nel cuore costui, come gli occhi ed il cuore sono lo specchio dell'anima; e che tutt'uomo deve essere sempre in guardia contro tutte le tentazioni diaboliche, ed in conseguenza credo tutto questo, e la redenzione di nostro signor Gesù Cristo ed avendo sempre fatto osservare questa, non è possibile che io abbia parlato come sopra, perchè sarei andato a disdire tutto quello che ho detto dapertutto».
Interrogato sul catechismo, se ne palesò affatto ignaro. Chiesto se l'uomo abbia potenza sugli spiriti celesti, rispose: «Io credo che, colla permissione di Dio, l'uomo può comandarli, perchè Dio benedetto avanti la sua morte ha lasciata a noi la visione beatificante e divina[432], e perchè l'uomo è stato creato a similitudine di Dio, e gli angeli non sono stati creati come l'uomo, ma divinamente».
Eppure molti andavano inebbriati de' suoi discorsi: li conservavano a mente, li ripetevano: lo considerarono come qualcosa più che umana: nelle lettere era chiamato coi titoli che si profondono oggi a Garibaldi; baciargli la mano, prostrarsegli chiedendo la benedizione. Mio maestro; dopo l'Eterno, mio tutto — Mi getto ai vostri piedi consegnandovi il mio cuore. — Qualunque possano essere li vostri ordini sovrani, o mio maestro, gli adempirò collo zelo che dovete aspettarvi da un suddito che vi ha giurato l'obbedienza più cieca. — Nessuna cosa uguaglia i vostri benefizj, se non la felicità che ci procurano, son frasi delle lettere trovategli, ed egli sapeva colla condiscendenza o col rigore coltivare quell'entusiasmo, asserendo gli atti suoi esser effetto d'ispirazione superna. Lasciamo via i suoi miracoli e le profezie; le rivelazioni delle pupille talvolta erano artificiosamente preparate; d'altre neppure la moglie dava altra ragione se non l'arte diabolica; e il gazzettiere Morand, suo implacabile nemico, non volle vedervi che maestria da giocoliere. Cagliostro protestava non aver mai operato coi diavoli, ma «non ne ho mai capito nè capisco il costrutto». E davvero que' dialoghi delle pupille ci pareano da pazzi quando le leggevamo in nostra gioventù, lontanissimi dal supporre che, come tant'altri errori e scelleraggini e ridicolezze, che credevamo cadute per sempre, dovessero rinascere a mortificazione della nostra vanità[433].
Roma che avea svelato le imposture del Gabrielli e dell'Oliva, di Cordano e di Gabrino di Pietro d'Abano, del Borri, dissipò le costui. Stretto da argomenti, rimandava di non capire più se stesso; non sapere più cosa dire: «compiango il mio stato infelice: domando solo soccorso per l'anima» e chiedeva di ritrattarsi «in faccia a un milione di suoi seguaci». Poi ricadeva negli errori, e ad inveire contro gli esaminatori, contro la corte di Francia che, dopo il processo della collana, per rovinarlo avea corrotto fin sua moglie.
Finita l'inquisizione, accettò per suo difensore il conte Bernardini avvocato de' rei al Sant'Uffizio, al quale volle aggiungersi monsignor Costantini avvocato de' poveri. Udito a che punto si trovasse, chiese ajuti e istruzioni spirituali, e mostrossi ravveduto e pentito. Atteso ciò, gli venne risparmiato d'essere consegnato al braccio secolare, che volea dire alla morte; e fu condannato a carcere perpetuo in fortezza: fatta abjura delle sue eresie, venga assolto dalle censure; resti solennemente riprovato il suo manuscritto Maçonnerie Egyptienne, e bruciato pubblicamente cogli arnesi della setta; si proibirà di nuovo la società de' Liberi Muratori, con particolare menzione del rito egiziano e di quella degli Illuminati, comminandovi le più gravi pene temporali (7 aprile 1791).
Chiuso nel forte di San Leo, posto in cima d'un monte isolato, entro una camera scarpellata nel sasso, dove si scende per una scala a piuoli, e illuminata solo poche ore da un pertugio, non potè più fare miracoli; chiese di confessarsi, e tentò strozzare il Cappuccino per ciò mandatogli, sperando uscire colla tonaca di questo: onde custodito a maggior rigore, più non se ne intese parlare. I Giacobini lo contarono fra i martiri dell'Inquisizione, e m'aspetto che da oggi a domani venga santificato tra le vittime della tirannide romana[434].
A tale irruzione d'errori e di superstizioni in nome della ragione e dei lumi, esclamavano gli spiriti retti. Il buon latinista Jacopo Facciolati dice che al tempo suo, delle cose religiose disputavasi fin nei caffè (viatica): molti preti professavano quel che non credevano: duolsi che gli studj teologici fosser poco coltivati in Italia, nessun orientalista in Venezia, e che i principi lascino migrare da noi ai Sarmati il sapere (Lettere). E per verità il secolo XVIII fu compassionevole anche perchè, fra tanti attacchi così funestamente frivoli, non comparivano difese abbastanza efficaci: alcuni non faceano che scomunicare, sempre in aria dell'angelo Michele che schiaccia il perverso; altri declamavano retoricamente, come il vescovo Adeodato Turchi; passioncelle da sacristia e l'abbaruffata giansenistica di cui parleremo, occupavano o distraevano il clero, per non dir nulla degli abati galanti, come il Frugoni, il Parini e purtroppo il Casti. Ma non v'è forse scrittore italiano di grido che non movesse querela di tal corruzione. A tacere il buon Metastasio[435], il Parini rinfacciava ai giovani signori suoi contemporanei, di trar a quella malsana bevanda[436]. Lo Zola cantava:
Zendrin, quanti del Nord empi e superbi
Dottor sorser ben vedi
Ch'han di vana scïenza un nome vano;
Vedi quanti il bell'italo terreno
Senza schermo o riparo
Di dolce metafisico veleno
Libri sparsi inondaro,
Che a poco a poco nelle menti inferme
Fan sì profonda piaga
Onde ancor muoja della fede il germe;
Nè si bella più in lor splenda e riluca,
Nè più di vita i bei frutti produca.
Ah, se non che, pur frema
Il superbo aquilon, l'urti e la scuote
Qual rupe in mar, fino agli estremi giorni
Fia di Cristo la fe salda ed immota.
Ahi quanto a lei sovrasta
Grave danno e periglio!
Non pare che le orrende
Tenebre ricondotte
Sien dell'antica notte,
E il nero antico caos non ancor torni?
Persin Vittorio Alfieri lanciava una satira all'antireligioneria:
Or di Cristo vediam se la severa
Dottrina, a lato all'indottrina tua
Debba, o Voltero, dirsi una chimera.
In poppa ha il vento, e spinta pur la prua
Non ha della tua frale nave al lido
Colui che più ne' dogmi tuoi s'intua.
Ci vuol altro a cacciar Cristo di nido,
Che dir che ella è una favola; fa duopo
Favola ordir di non minore grido.
Sani precetti ed a sublime scopo
Dà norma l'evangelica morale,
Nè meglio mai fu detto, nè anzi nè dopo.
Stanco il mondo d'un culto irrazionale
E stomacato da schifosi altari,
Su cui sempre scorrea sangue animale:
Di un sol Dio maestoso e appien dispari
Da' suoi fin là mal inventati Dei,
I non fetidi templi ebbe più cari.
Certo in un Dio fatt'uom creder vorrei
A salvar l'uman genere, piuttosto
Che in Giove fatt'un tauro a furti rei.
Non mancarono serj campioni della verità, ma poco letti. Francesco Manzoni pubblicò «Cinquanta motivi per indur gli eretici a venir alla Chiesa» ed ebbero l'onore d'essere bruciati a Londra. Era milanese, come Taddeo Caloschi, che fece un Esame del protestantismo, e Nicola Gavardi, che confutò la Concordia del sacerdozio e l'impero di Pier Della Marca, Giovanni Trombelli ( — 1784) bolognese scrisse sapientemente De Cultu sanctorum, e lo difese contro il Kiesling di Lipsia con tale urbanità, che questi il chiese amico. Contro lo Schœlhorn campeggiò il cardinale Quirini, valendosi di molti documenti, non accessibili ad altri, per difendere i cardinali Contarini e Morone, Paolo IV ed altri.
Costantino Roncaglia (1677-1737), oltre una teologia, descrisse le variazioni delle chiese protestanti e gli effetti delle riforme di Lutero e Calvino e del giansenismo. Vincenzo Lodovico Gotti bolognese domenicano (1674-1742), dappoi cardinale, nell'opera De vera Christi ecclesia confutò Jacobo Picenino ministro a Coira, che nell'Apologia della religione riformata e nel Trionfo della vera religione avea malmenato la Chiesa nostra; come confutò un trattatello di Le Clerc sulla religione cattolica.
Contro il Picenino stesso difese il culto delle immagini Luigi Andruzzi ciprioto, e l'infallibilità del papa nelle decisioni di fede. Cesare Amedeo Bonaventura calabrese diede una voluminosa confutazione di tutte le eresie. Monsignor Giovanni Marchetti da Empoli confutò il Fleury, e scrisse La Religione vittoriosa e Interesse della religione cattolica. Aggiungiamo i lavori del Mansi sui Concilj, dell'Orsi sulla storia ecclesiastica; Gaetano Travasa bassanese che diè la storia critica della vita degli eresiarchi; il Massini da Cesena che fece le Vite dei santi, Antonio Sandini vicentino quelle di varj papi; Vito Coco dei Siciliani: Mittarelli e Costadoni veneti gli Annali de' Camaldolesi; Benedetto Trombini quelli di Certosini, Mamachi le origini e antichità cristiane; Flaminio Corner la storia ecclesiastica di Venezia. Giuseppe Bianchini veronese diede molte edizioni de' santi padri, e nelle Vindiciæ canonicarum scripturarum vulgatæ latinæ editionis porge la storia de' codici più rari e delle versioni della Bibbia e l'evangelario nella traduzione italica.
Il pio prevosto Lodovico Muratori, nelle opere per le quali è detto padre della storia italiana, ebbe frequenti occasioni di difendere la Chiesa, ma non favorì le pretensioni temporali del papato, anzi sostenne l'imperatore e i principi d'Este nelle ragioni che allegavano sopra Cervia e il Ferrarese ed altri possessi, contro la santa sede. Varie delle opere sue sono specialmente religiose. Nella Liturgia romana antica, stampando tre sacramentarj di san Leone, Gelasio papa e l'antico Gregoriano, pose in chiaro i riti primitivi di Roma a confronto di quelli d'altre chiese. Nel libro De ingeniorum moderatione in religionis negotio porge buoni canoni di critica in fatto di controversie religiose e sul contegno de' censori. Contro Giovanni Le Clerc difese sant'Agostino; opera molto difusa e ristampata, ma in un'edizione parigina essendosi alterate alcune frasi, in modo da far parere che l'autore aderisse alle opinioni gallicane, egli se ne dolse, protestando ammettere assolutamente l'infallibilità del papa. L'immacolata concezione di Maria era già asserita dai più; anzi in Sicilia una compagnia professava il voto sanguinario, cioè di sostenere quell'opinione anche col sangue. Il Muratori disapprovò tale eccesso; del che gli si sollevarono incontro molti, e principalmente il siciliano gesuita Francesco Burgio, col nome di Candido Partenotimo. Il Muratori si difese nel libro De superstitione vitanda col pseudonimo di Antonio Lampridio, ma non che sopire, invelenì la quistione. Anche il libro Della regolata devozione gli suscitò molti oppositori, tra' quali il cardinale Quirini: fin dal pulpito si predicò contro di esso, e fu denunziato alla Congregazione dell'Indice: ma questa, dopo morto l'autore, lo dichiarò immune da censura, e la dottrina di esso pia e cattolica[437].
La morale cristiana (De actibus humanis) di Giovanni Antonio Ghio, professore a Torino, fu forse la sola che gl'Inglesi traducessero in loro lingua dopo separati da noi.
Alfonso De Liguori napoletano, da avvocato messosi prete, predicava semplice e chiaro; e austero a sè, mansueto ai peccatori, tutto opere di santificazione e carità, tornò in credito l'educazione popolare, che aveano cessato di dare gli Oratoriani, ed ajutato dal cardinale Sersale, arcivescovo, estese le cappelle serotine sicchè da cento n'avea la sola Napoli con forse trecento uditori ciascuna, ove, terminate le opere del giorno, ai giovinetti impartivasi istruzione morale da maestri laici, secondo un antichissima consuetudine napoletana[438], che il secolo nostro osteggia inesorabilmente. Il Liguori lasciò un corso di teologia morale, che divenne classico, procurando l'esatta osservanza de' precetti della Chiesa e di Dio, senz'aggiungere altri obblighi. Fu esaltata forse di là dal merito perchè venne opportunissima a contrapporsi al rigorismo dei Giansenisti, e perchè raccoglie e coordina tutte le leggi ecclesiastiche positive, riuscendo comodissima a quelli che non vogliano faticarsi nel trovare, contentandosi d'applicare. Realmente copia affatto il Busembaum, aggiungendovi qualche erudizione e molte nozioni pratiche per la guida delle coscienze. L'appuntano poi di mancare di chiarezza, di deduzione logica e di sistematica coerenza; nelle controversie non coglie il nodo della quistione, nè sempre mostrarsi esattissimo, p. e. intorno alle restrizioni mentali, all'intenzione morale, al giuramento. Ha pure una storia delle eresie, ma piuttosto a edificazione che ad istruzione; e meglio giova l'Opera dogmatica contro gli eretici pretesi riformati, dove espone ciò che, sovra i singoli punti, fu definito dal sinodo tridentino.
Giuseppe Guerrieri di Cremona, essendogli proibito di amministrare frequentissimo la comunione ad alcune devote durante la messa, ostinasi che questo fosse inviolabile diritto de' fedeli; il vescovo gli impone perpetuo silenzio, ed egli tergiversa, cerca adesioni, fa firmare ricorsi: in fine il papa lo trasferì canonico a Busseto, ma nella enciclica Certiores dichiarò che all'integrazione della messa non era necessario comunicar i fedeli, bensì lodevole lo facciano qualora non si sturbino altri atti di pietà. Altri ci verranno nominati parlando de' Giansenisti.
Tra i filosofi poco abbiamo a gloriarci, lo Scarella bresciano combattè e gli scolastici e gli scettici, conciliando i principj della contraddizione e della ragion sufficiente. Ermenegildo Pino milanese professò rivelata la parola. Antonio Genovesi napoletano (1712-69) aderì alle dottrine materiali, ma dagli eccessi lo rattenne l'esser abate; e la Corte vietò di recargli disturbi, benchè un consesso di teologi l'appuntasse di proposizioni eterodosse. Prevedeva che, «andando tanti beni a ingrassar le budella de' frati, ben tosto questi ingojerebbero tutti i possessi, e ridurrebbero i baroni a servi della gleba!»
Il padre somasco Francesco Soave di Lugano colle migliori intenzioni del mondo appestò le scuole di vulgare sensismo, parte traducendo, parte rimpastando le miserie di Locke e di Condillac.
Appiano Bonafede, non abbastanza ponderato autore della Storia ed indole d'ogni filosofia, batte sempre le dottrine machiavelliche e irreligiose, e i moralisti della materia organizzata, recalcitranti contro i missionarj del vero; e compassionando i «vagabondi smarriti per le selve del caso e per li deserti del nulla», proclama che «senza l'ordine del cielo non ci fu e non ci sarà mai ordine in terra».
Distinto ricordo merita Vincenzo Miceli (1733-81) di Monreale, che da Leibniz e Wolf cavò un nuovo sistema metafisico[439]. L'ente per lui è una forza viva interiormente ed esteriormente, che agisce in perpetua novità, e comprende la trinità di onnipotenza, sapienza, carità. In esso trovasi ogni cosa: la sua continua azione si termina sempre in nuovo esternamento dell'onnipotenza, quasi veste di cui Dio s'adorna. Le anime sono modi della cognizione sperimentale della sapienza. Tutto in sè è buono: il peccato si riferisce all'ordine che è fatto dai limiti dell'onnipotenza, onde non può redimerlo che l'onnipotenza stessa.
Vi riconoscete il fondo delle dottrine di Giordano Bruno. Ma a differenza di questo, nega che il mondo sia Dio, perchè non è onnipotenza, sapienza, carità; il suo Dio può star senza il mondo, che n'è solo il vestimento; e Dio è personale, libero, perfettissimo. In somma ripudia il panteismo, ma vi giunge per conseguenza: se non che il suo panteismo viene dal considerare come nulle le cose a petto a Dio, temendo che il darvi sostanza ne faccia tanti enti, sussistenti per sè. Non dilegua l'essere di Dio, bensì l'essere del mondo: sicchè sarebbe un tentativo di innestare lo spinosismo colle dottrine cattoliche, nelle quali esso professavasi irremovibile[440].
Vincenzo Tommaso Moneglia fiorentino (1680-1767) entrato ne' domenicani di San Marco, lasciossi indurre a fuggire a Londra, ma poi reduce e pentito, lavorò dai pulpiti e in biblioteche, sebben sempre cinico e stravagante; sostenne, contro i Bollandisti, che la devozione del rosario è dovuta a san Domenico; contro i fatalisti, difese l'opinione di san Tommaso sulla libertà umana; ribattè i materialisti, e principalmente l'Esprit di Elvezio.
Contro i filosofisti e il diritto acattolico, scrissero Marco Zaguri vescovo di Vicenza un Piano per dar regolato sistema al moderno spirito filosofico: il vescovo di Crema Antonio Gandini Le verità di teologia naturale e le verità cattoliche; Alessandro Tassoni di Collalto in Sabina (-1818) la Religione dimostrata e difesa: Antonio Valsecchi, il padre Roberti di Bassano, Troilo Malipiero in quattro Notti in verso, e il conte Giovanni de Cattaneo nella Uranide batterono atei e macchiavellisti. Il più ingegnoso, dotto e profondo avversario dei filosofisti del XVIII secolo, Sigismondo Gerdil (-1802), nato fra le alpi savojarde ora strappate all'Italia, ma educato italianamente, e che in italiano non inelegante scrisse le principali sue opere. Nell'Introduzione allo studio della religione toglie a provare che i maggiori ingegni fiorirono senza la vantata libertà del pensare: contro gli empirici difende la scuola di Pitagora; contro Locke l'immortalità dell'anima e delle idee; contro Raynal la religione; contro Hobbes la immaterialità dell'essere pensante; contro Rousseau le buone pratiche d'educazione; contro i pregiudizj aristocratici combatte il duello, contro i pregiudizj filosofici la libertà e l'eguaglianza.
Monsignor Alfonso Muzzarelli ferrarese (1749-1813), soppressi i Gesuiti a cui s'era aggregato, s'applicò tutto agli studj, prese la direzione del collegio de' nobili a Modena, poi Pio VII lo fece penitenziere, e l'ebbe seco nella prigionia. Confutò il Contratto sociale, fece l'Emilio disingannato: meriterebbe esser riprodotto il suo Buon uso della logica in materia di religione, ove mostra che il cristianesimo è tutt'altro che opposto al bene della società[441].
Che però mal si scegliessero i difensori appare dall'esser Nicolò Spedalieri di Bronte (1741-95) eletto a combattere i filosofi, come il rispondere sopra la nunciatura si era affidato al cardinale Campanelli, nulla più che formalista e legulejo. Lo Spedalieri, nel libro dei Diritti dell'uomo, per confutare i nemici ricorre alle loro armi, transigendo colle idee di moda; accetta modificandola la teorica di Rousseau d'un contratto sociale, patto non fatto, a pruova del quale strascina i passi biblici; mette scopo della società civile la felicità, sebbene conchiuda ch'essa non può trovarsi senza una religione, non solo naturale ma rivelata. Così accetta il diritto pubblico protestante, benchè ne impugni le conseguenze, e scalza l'idea d'autorità mentre vuol consolidarla. Ai Giansenisti avventa tutte le infande accuse che sogliono i partiti; essi framassoni, essi atei, o se v'ha di peggio.
Molte opinioni di lui ribattè Vincenzo Palmieri nell'Analisi ragionata de' sistemi e dei fondamenti dell'ateismo e dell'incredulità.
Dall'istesso concetto di cavare l'antidoto dalla vipera nacque il pensiero di tradurre a Lucca l'Enciclopedia, mettendovi delle note che tranquillassero gli scrupoli; e l'arcivescovo Mansi aveva assunto di correggere così gli articoli di scienze sacre; appunto come chi credesse neutralizzare l'arsenico con una presa di zuccaro.
Meglio l'abate Zorzi veneziano avea divisato un Enciclopedia italiana da opporre alla francese, e mandò fuori per programma un albero delle scienze, diverso dal baconiano, con due articoli di capitale importanza, sulla libertà e sul peccato originale; chiese a collaboratori i migliori ingegni d'allora, ma la sua morte mandò a vuoto un'impresa, ove l'Italia sarebbe potuta mostrarsi meglio che nel tenue assunto, cui troppo spesso si rassegna, di compendiare e tradurre.