Giansenio porrebbe l'efficacia della Grazia anche nella dilettazione relativamente vincitrice; se la celeste supera la terrena, vince; no se al contrario. Ma il padre Berti sostiene che la dilettazione maggiore vince sempre, pure non necessita al consenso. Così pure il Noris.
Il Liguori mette bensì che, per operare il bene e adempiere i precetti, non basta la Grazia sufficiente, ma vi bisogna la efficace, la quale determina la volontà umana a operar il bene; e la determina le più volte per la dilettazione vincitrice, e talvolta per motivi diversi, speranza, timore ecc.; ma la Grazia sufficiente dà a ciascuno l'attività di pregare se vuole; e colla preghiera si ottiene la Grazia efficace.
409. Nel 1755 stampossi in Cairoan per Sidam Bouvé, un Dialogo fra san Domenico e sant'Ignazio sopra il probabilismo, versi di poco valore, ove san Domenico si duole dei Gesuiti per
Quella che mossero
Colaggiù in terra
Al più probabile
Ingiusta guerra;
e sant'Ignazio conviene che dal probabilismo deriva l'ateismo, che con esso si rende lecito ogni atto, giusto ogni contratto.
A donna nobile
Si porge un'esca
Che non concedesi
Alla fantesca.
Con quella zucchero
S'adopra e miele,
Con questa assenzio
E amaro fiele.
Teatri e veglie
E l'aer bruno
Nuocer non sogliono:
Nuoce il digiuno;
e recita le parole ch'e' disse morendo a' suoi, raccomandando
Dunque si solchino
Le vie più pure,
Le più probabili,
Le più sicure.
E per non perdere
Il ver cammino
Guidar lasciatevi
Dal Sol d'Aquino.
410. Grandi contese ebbe Roma, massime coi principi tedeschi, per la residenza e giurisdizione de' nunzj e legati, la libera loro comunicazione col papa, le cause territoriali, beneficiali, giudiziarie di loro competenza; ben vedendo i settarj che il rimuovere i rappresentanti della santa sede equivaleva a respingere il potere, la voce, l'azione di essa, relegandola in Vaticano. A tale scopo i cortigiani adulavano i principi ecclesiastici di Magonza, Treveri, Colonia, Salisburgo; i quali talvolta protestavansi a Roma fedeli, mentre esortavano Cesare ad abbatterla. Nel conciliabolo di Ems l'agosto 1786 stesero un progetto, nel quale formulavano le usurpazioni da far sopra Roma, sottraendo alle nunziature i giudizj, le dispense, le appellazioni, e costituendo il despotismo de' vescovi principi. Pochi anni dopo, la Rivoluzione soffiava via tutti questi ambizioselli.
La quistione è ben esposta in Audisio, Diplomazia ecclesiastica, pag. 35 e seg., ove pruova come le nunciature fossero un gran mezzo, 1º per fondar la società cristiana, 2º per conservarla, 3º per restaurarla.
411. Vedi qui sopra, a pag. 316. Alla assemblea del 1682 di Francia e alle quattro proposizioni fu opposto il Regale sacerdotium romano pontifici assertum, et quatuor propositionibus explicatum, auctore Eugenio Lombardo sacræ theologiæ et juris utriusque doctore, 1686. È opera di Celestino Sfondrato, e se non fosse il modo alquanto pretenzioso e l'essere scritto in latino, non iscapiterebbe punto a fronte della Difesa di Bossuet.
412. Il siciliano avvocato Brusoni stampava l'Epitome dei diritti dell'uomo, ove cerca che i principi usurpino tutta la podestà della Chiesa; quindi la podestà del principe sia usurpata dal popolo; finalmente nel torbido popolare noi soli ripescheremo l'uno e l'altro potere.
413. Vedasi ciò che dicemmo a proposito del De Dominis, nel Discorso XLVI, p. 191.
414. Sant'Agostino, in quello stesso sermone 295, soggiunge: Pene ubique solus Petrus totius Ecclesiæ personam meruit gestare. E nel sermone 13: Petrus Ecclesiæ figuram portans, apostolatus principatum tenens. E nel trattato 124: Petrus apostolus, propter apostolatus sui primatum, Ecclesiæ gerebat, figurata quadam generalitate, personam.
415. La dedica a Benedetto XIV era siffatta: «vostra santità vorrà perdonarmi la libertà che prende uno de' più umili, uno de' più grandi ammiratori della virtù, di consacrar al capo della vera religione uno scritto contro il fondatore d'una religione fallace, barbara. A chi potrei più convenevolmente dirigere la satira della crudeltà e degli errori d'un falso profeta che al vicario e all'imitatore del Dio della pace e della verità? vostra santità degni permettere ch'io metta a' suoi piedi il libro e l'autore. Oso domandarle la sua protezione per l'uno e per l'altro. Coi sentimenti della più profonda venerazione mi prostro e bacio i vostri sacri piedi».
416. Lettere 24 giugno 1761, 28 febbrajo 1764.
417. Lettere 23 giugno 1760, 18 luglio 1760, 20 aprile 1761, 4 marzo 1764, 1 giugno 1764.
418. Joly de Fleury, primo avvocato generale, nel 1759 domandando la proibizione dell'Enciclopedia, diceva: «Qual giudizio porteranno i secoli avvenire del nostro, guardando alle opere che produce! quanto non è penoso alla religione che dal suo grembo esca una setta di pretesi filosofi, i quali, abusando del talento più capace di degradare l'umanità, divisarono l'infame concetto di riformare, o a dir più giusto, svellere le prime verità scolpite ne' nostri cuori dalla mano del Creatore, distruggere i dogmi dal divin Riparatore insegnati, abolirne il culto, proscriverne i ministri, stabilire infine il deismo, il materialismo, lo scetticismo, il panteismo».
Un testimonio non dubbio, Eugenio Sue, riprova questa école dont Voltaire était le chef: école stupide ou menteuse, qui attaquait le Christ et sa religion au nom du peuple et de la liberté... le Christ dont l'œuvre tout entière se résumait par ces deux mots, Liberté, Charité... le Christ qui était mort pour le peuple... le Christ qui faisait tomber les chaînes des esclaves... le Christ enfin qui substituait l'avenir au néant, l'espérance au désespoir, l'amour à la haine, la communion à la personalité: e si meraviglia di coloro che fanno l'apothéose à Voltaire, à celui qui a insulté la France dans la gloire la plus pure et la plus chaste; à celui qui s'est roué, en écumant, sur Jeanne d'Arc comme ces libertins ignobles et impuissants, qui injurient ce qui ils n'ont pu deshonorer. Vigie de Koat-ven. L. III, c. 7, lib. VII, c. 7.
All'occasione della statua che si propose d'erigerli, fra altri scritti va distinto quello di C. F. Chevé.
L'Enciclopedia (Lausanne, 1779), che occupa trentadue colonne alla voce Hermafrodite e appena sei a Hérésie e Hérétiques, riflette bene che la voce Eresia, da ἅιρεω scelgo, equivale a classe, sètta, e non ebbe dapprincipio verun senso cattivo; san Paolo, per propria difesa, dice ch'egli apparteneva alla sètta farisea, la più stimata; eresia cristiana si disse dapprincipio la nostra; e le prime sètte che vi nacquero non teneansi offese dal nome d'eresia, ch'era cattivo solo in vista degli errori che proclamasse.
419. Voltaire, in lettera del 1768 al marchese di Villevieille dice: «L'Italiano che ha scritto La Riforma in Italia non prese cura d'andar a presentarla al papa, ma il suo libro ha fatto un effetto prodigioso».
420. Neppure il Melzi dà il nome di questo autore: solo reca un libro intitolato Aurora della libertà, commedia dedicata ai veri piemontesi democratici (Eridania, anno IX, cioè Torino 1802) che attribuisce al conte Caisotti di Chiusano.
421. Opere sue: Elogi filosofici di due celebri fiorentini Sallustio Antonio Bandini e dottor Redi.
Piano d'istruzione pubblica.
Trattato dell'imposta.
Ricerche sulla scienza del Governo (trad. in francese da Guilloton. Beaulieu 1795).
Mémoires sécrets et critiques des Cours, des Gouvernements et des mœurs des principaux Etats de l'Italie. Paris 1793.
In queste racconta che il cardinale Orsini parait persuadé que le pape pourrait, en se restreignant à la possession d'une partie de l'Italie, former avec les autres souverains qui la composent un pact fédératif, dont le resultat serait une république, infiniment supérieure à celles qui ont existé jusqu'ici, et surtout à l'Empire que l'on s'obstine à appeller romain... C'est dans le developpement de ce système qu'Orsini deploie son éloquence verbeuse.
Il Botta, che sceglie senza critica le autorità, ripete questo disegno di suprema importanza per l'Italia. Ognuno vi ravvisa il progetto che poi volle attuarsi nella pace di Zurigo, e che si perdette nell'unità.
422. In un famoso discorso recitato a Brema alla loggia del Ramo d'olivo nel 1849, Draeske ebbe a dire: «V'è qualche massone che non giugnerà mai a conoscere il nostro segreto, nemmen per mezzo delle logge, e qualunque siane il grado. Egli resta un profano, fosse anche assiso all'oriente del tempio, foss'anche decorato delle insegne di granmaestro».
Il Barruel, che nella Storia del Giacobinismo rivelò prima e meglio di tutti l'efficienza politica di questa società, si fa premura di scusar ogni tratto la buona fede di coloro che non vi vedeano se non un'associazione di beneficenza e di cortesia. Uno dei loro li qualificò «i babbei dell'ordine». Mirabeau, che vide in Germania il gran movimento delle società secrete, nel 1788 scriveva: «Vedete in Germania tanti principi, ebri della speranza e dell'aspettazione de' mezzi soprannaturali di potenza, evocare gli spiriti, esplorar l'avvenire, tentar di scoprire la medicina universale, e di fare la grand'opera e i suoi secreti, e per ispegnere la sete insaziabile di dominazione e di tesori, strisciare alla voce dei loro taumaturgi, diretti da uno scettro sconosciuto. Vedete i ministri protestanti, dimenticando i motivi che li separano dal cattolicismo, loro antagonista eterno, lodare, predicare, difondere libri di religione, imbevuti di tutta la misticità del XVI secolo; essi medesimi pubblicare scritti per proclamare i riti del cattolicismo, ricevere gli Ordini sacri, pur restando ministri protestanti, o almeno esserne accusati pubblicamente senza potersene difendere ricisamente e senza ambagi: vedete tutto ciò, e tremate sui pericoli delle associazioni secrete..... Forse, finchè le associazioni scerete dureranno con un'importanza pari a quella che hanno oggidì, le buone teste e i cuori generosi devono entrarvi, anzi cercare d'esercitarvi una parte attiva. È il mezzo più sicuro di sventarne le sotterranee macchinazioni, di mandarne a vuoto gl'infami complotti, e anche di distruggerle. — Io non saprei operare là dove non sono — disse un uom virtuoso, profondamente versato in questa materia». De la Monarchie Prussienne, v. 86.
423. Discorso sopra i misteri.
424. Vedi Bonneville, Les Jesuites chassés de la maçonnerie, et leur poignard brisé par les maçon. Londra 1788.
Un Essai sur la secte des Illuminés, 1789, senza data nè nome d'autore, avversissimo alle sètte ma non meno ai Gesuiti, dice che le même fanatisme qui les conservait (i Gesuiti) a ressuscité depuis trente ans l'ordre de francs maçons languissant et gardant sans peine un secret que personne ne s'empressait de savoir. Ha un capitolo intero Du jésuitisme comme source première du système théosophique. Egli stesso trova strano il ravvicinamento fra' Gesuiti che han per base lo studio, e gli Illuminati che fan professione d'ignoranza: quelli si estendono da un polo all'altro, questi s'appiattano: quelli difendono la fede, questi la combattono: quelli non faceano voti indissolubili che a trentatrè anni, s'educavano attentissimamente, aveano costumi severissimi, poche pratiche religiose, non cercavano dignità, non voleano abbattere i troni, ma divenirne i gerofanti, annunciavano la gloria de' loro protettori: mentre i Massoni sono il preciso contrario. Ma da' Gesuiti appresero l'obbedienza cieca a un capo, la perfetta eguaglianza di tutti sotto di lui, lo spirito di corpo, il soccorrersi a vicenda.
Dice che «l'Italie s'est sauvée de pareille illusion», cioè dalle sètte arcane, e solo «Naples conserve encore quelques adeptes nés du sang des martyrs; on n'aperçoit leur influence ni sur l'administration, ni sur les sciences». È curioso come Napoli fosse considerato per la terra maledetta dagli Illuminati, perocchè nella loro iniziazione diceasi: «Voi siete prosciolto da ogni giuramento fatto alla patria e alle leggi... Onorate l'acqua toffana come mezzo sicuro, pronto, necessario di purgare il mondo... Fuggite la Spagna e Napoli, fuggite ogni terra maledetta».
L'autore per combattere gli Illuminati propone di meglio sostenere la massoneria. Saint-René Taillandier nella Revue des Deux mondes del febbrajo 1866, crede ancora all'ingerenza de' Gesuiti nella massoneria.
425. «La Framassoneria è talmente diffusa ne' miei Stati, che non v'ha quasi città per piccola dove non abbia logge: ond'è necessario stabilirvi un certo ordine. Non conosco i loro misteri e non ebbi mai curiosità di penetrarvi: ma il sapere che fa qualche bene, sostiene i poveri, coltiva e protegge le lettere, mi basta per voler fare per essa qualcosa più che gli altri paesi. La ragion di Stato però ed il buon ordine domandano di non lasciar costoro affatto a se stessi, e senza particolare sorveglianza: onde penso prenderli sotto la mia protezione, e accordar loro la mia grazia speciale, se si conducono bene, sotto queste condizioni:
1. «Non vi sarà nella città capitale che una o due loggie, al più tre. Nelle città dove siede un governo si permetterà pure una o due o tre loggie. Son proibite nelle città di provincia: e chi permettesse assemblee in sua casa, sarà punito come chi tiene giuochi proibiti.
2. «Le liste di tutte le loggie coi loro membri saranno mandate al governo, e i giorni delle adunanze, e ogni tre mesi si manderà la distinta de' membri entrati o usciti, senza annunziare i titoli o gradi che hanno nella loggia.
3. «Ogni anno si notificherà il direttore delle loggie.
«In compenso il governo accorda ai Franchimuratori recezione, protezione, libertà: lascia affatto alla loro direzione l'interno delle loggie e la loro costituzione, e non farà mai indagini curiose. Così l'ordine della massoneria, composto di molte persone oneste a me conosciute, può divenir utile allo Stato. Giuseppe».
Nell'Archivio generale di Milano esiste parte del processo che Gabriele Verri, avvocato fiscale, avea fatto al conte Alari e ad altri per framassoneria.
Anche la letteratura s'insegnò contro questa invasione.
I Liberi Muratori, commedia di Fersing Isac Crens fratello operajo della loggia di Danzica, dedicata al celebre ed illustre Aldinoro Clog, autore comico prestantissimo. Libertinopoli, l'anno dell'era volgare 1754 e della restaurazione della loggia 152 (Intendi Francesco Grisellini, Carlo Goldoni, Roveredo).
I Liberi Muratori schiacciati. Origine, dottrina ed avanzamento della sètta. Assisi 1791. È traduzione da M.r Peton, fatta da Pietro Mogas ex-gesuita, e con note di Pietro Saverio Casseda.
426. L'autore dell'Essai sur la secte des Illuminés, di cui parlammo qui sopra, dice che a Parigi: «il existe une foule de petits partis antiphylosophiques, composés de femmes savantes, d'abbés théologiens, et de quelques pretendus sages. Chaque parti a sa croyance, ses prodiges, son hiérophante, ses missionaires, ses adeptes, ses détracteurs. Ainsi Paris, le centre de toutes les charlataneries comme des toutes les lumières, offre des visionnaires de tout genre: chacun tende à expliquer la Bible en faveur de son système, à fonder sa réligion, à remplir son temple, à multiplier ses cathécumenes. Ici Jesus Christ joue un grand ròle; là c'est le diable; ailleur c'est la nature; plus loin c'est la foi. Barbarin sonnambulise: Cagliostro guérit: Lavater console: Saint-Martin instruit... tous emploient l'erreur pour arriver à une réputation utile».
427. Di questa azione della volontà sopra altri abbiamo già cenno in Marsilio Ficino, il quale dice che «l'anima, affetta da desiderj passionati, può operar non solo sul proprio corpo, ma anche s'un altro vicino, massime se questo è più debole.» (De vita cœlitus comparanda, c. 20), e nel Pomponazio che scrive esservi uomini che hanno proprietà salutari e poderose, le quali si esaltano mercè la forza dell'immaginazione e del desiderio; sono spinte al di fuori per l'evaporazione, e producono effetti singolari sui corpi che le ricevono (De naturalium effectuum admirandorum causis, seu de incantationibus, pag. 44).
428. Tableau mouvant de Paris, tom. II, pag. 307.
429. Hist. du merveilleux. Vol. IV, c. XVIII.
430. Vedansi Barruel e Gyr, La Franc maçonnerie en elle méme. Liegi 1859, e Mém. autentiques pour servir à l'histoire de Cagliostro.
431. La cerimonia della consacrazione eragli descritta da' fratelli in lettera che fu unita al suo processo. «... Mai non vide Europa cerimonia più augusta e più santa... I nostri compagni hanno mostrato un fervore, una pietà nobile e sostenuta, che formò l'edificazione de' due fratelli che aveano avuto la gloria di rappresentarvi... Nel momento in cui domandammo all'Eterno ci facesse conoscere che i nostri voti gli erano accetti, e mentre il nostro maestro era in mezzo dell'aria, è comparso senz'esser evocato il primo filosofo del Nuovo Testamento, e ci ha benedetti dopo essersi prosternato avanti alla nuvola azzurra, della quale abbiam ottenuto l'apparizione; e sopra quella si è elevato. I due gran profeti e il legislatore di Israele ci han dato segni sensibili di loro bontà, e dell'obbedienza ai vostri ordini».
Pretendesi che Cagliostro avesse inventato la cifra L. P. D., adottata allora dai massoni, e significasse Lilia Pedibus Destrue, cioè la ruina dei re di Francia.
432. Ego claritatem quam dedisti mihi, dedi eis.
433. Chi assistette a sedute magnetiche o spiritiste non trova niente di strano in questa operazione «tenuta nella L=L sabato dodicesimo giorno del secondo mese dell'anno tremila cinquecencinquantotto, diretto dalla venerabile Saba II.
«Dopo le dimande consuete, li sette angeli con le loro cifre stanno davanti al pupillo:
D. Di loro che un amico del maestro N. essendo passato di qui, e dovendo rivenire domani, ha attestato al nostro compagno venerabile Alessandro II, il desiderio di vedere le nostre operazioni di loggia: che abbiamo ricevuto a quell'oggetto gli ordini del nostro maestro, li quali non essendo abbastanza chiari, noi gli domandiamo se esso possa chiarirceli, e se a quest'effetto dobbiamo pregare il G. C. (Gran Cofto) istesso di favorirci della sua presenza.
R. Io vedo venire la morte del G. C.; egli ne scende: viene accanto a me, io gli ho baciato la mano; ho ancora la sua cifra sul petto.
D. Che la maestra scenda dal trono e lo saluti in suo nome, e di tutta la L=L ringraziandolo della grazia che si compiace farci.
R. Saluta ancora colla sua spada, fa un circolo nell'aria, pronuncia la parola Eloim, e mette la punta della sua spada in terra.
D. Digli rispettosamente che il suo amico ecc. Lo preghiamo volerci prescrivere quello abbiamo da fare.
R. Potete farlo entrare nella L=L, tenergli un discorso, poi far lavorare Alessandro. Ecco tutto...
D. Se dobbiamo farlo operare nella caraffa o entrare nel tabernacolo...
R. Meglio farlo operare come sin ora; altrimenti potrebbe andar male...
D. Tutta la L=L desidera che tutto sia riuscito a sua intera soddisfazione.
R. Saluta con la spada...
D. Se vi sono ancora ordini o consigli da darci...
R. No.
D. Andiamo pregarlo di darci la sua benedizione.
R. Stende la mano e la dà di tutto cuore.
D. Ringraziatelo. E voi, fratelli e sorelle, ricevetela. Gli angeli sono ancora con te?
R. Sì.
D. Mettiti a ginocchio, e di' loro di far l'adorazione con noi, e raccomanda loro la L=L.
434. Vedansi Confessions du comte de Cagliostro, avec l'histoire de ses voyages. Parigi 1748.
Mémoires authentiques pour servir à l'histoire du comte de Cagliostro. Strasburgo 1786.
Compendio della vita e delle gesta di G. Balsamo denominato il conte Cagliostro, che si è estratto dal processo contro di lui formato in Roma l'anno 1790, e che può servire di scorta per conoscere l'indole della sètta de' Liberi Muratori. Roma 1791.
N'è quasi traduzione la Vie de J. Balsamo, extraite de la procédure instruite contre lui à Rome. Parigi 1791.
Saint-Felix, Aventures de Cagliostro. Parigi 1856.
Figuier, Histoire du merveilleux, tomo V. Parigi 1860.
L'abate Fiard nella Francia ingannata dai maghi e dai demonolatri fa del Cagliostro un vero spirito infernale, come Mesmer, Comus, Pinotti.
Il famoso Mirabeau ha una Lettre sur mm. Cagliostro et Lavater, ove li tratta da ciarlatani; mostra i pericoli a cui si espone la società coll'esaltare le immaginazioni: e poichè si ciancia di tolleranza, conchiude: «Tollerate Cagliostro, tollerate Lavater, ma tollerate pure quelli che li denunziano come insensati perchè ripugna il dichiararli birbi».
435. Vedi una sua lettera del 1761.
Vedrò, vedrò dalle malnate fonti
Che di solfo e d'impura
Fiamma, e di nebbia oscura
Scendon l'Italia ad infettar dai monti,
Vedrò la gioventude
I labbri torcer disdegnosi e schivi ecc.
437. Vedi il nostro Discorso XXXI, nota 8. Che conto si facesse del medioevo lo indica uno de' più ingegnosi e dotti francesi, il presidente De Brosses. Nelle lettere che scriveva durante il suo viaggio in Italia del 1740, narra aver veduto nella biblioteca di Modena il Muratori. «Trovammo questo buon vecchio, co' suoi quattro capelli bianchi e la testa calva, che lavorava, malgrado il rigido freddo, senza fuoco e a capo scoperto in quella galleria glaciale, in mezzo d'un cumulo di antichità, o piuttosto di vecchiaggini italiane; chè davvero io non so risolvermi a chiamare antichità ciò che riguarda que' villani secoli d'ignoranza. Non mi immagino che, fuor della teologia polemica, v'abbia cosa più stomachevole di questo studio. È fortuna che v'abbia alcuni che vi si buttano come Curzio nella voragine: ma io sarei poco voglioso d'imitarli».
438. Già il Summonte (Istoria della città e regno di Napoli, lib. I, c. XI) scrive che oltre le parrocchie... sono in Napoli più di cento cappelle, edificate da cittadini presso le loro case, servite da preti secolari, tra le quali, dodici ne sono sotto il governo di diverse comunità de' forestieri, come Spagnuoli, Catalani ecc.».
439. Dopo che Tommaso Campailla avea formato un poema sulle idee di Cartesio, Tommaso Natale ne fece un altro sulle idee di Leibniz, e che fu proibito dal Sant'Uffizio.
440. Anche ai giorni nostri Göschel, Weis, Bromis, Fichte juniore, Rust ed altri tedeschi cercano conciliare l'hegelianismo col cristianesimo, introducendovi la personalità di Dio e l'immortalità dell'anima.
441. Opere sue principali sono:
Ricerche sulle ricchezze del clero. Ferrara 1776.
Emilio disingannato. Siena 1783.
Del buon uso della logica in materia di religione. Foligno 1787. Son 3 volumi che contengono 37 dissertazioni.
G. G. Rousseau accusatore de' nuovi filosofi. Asisi 1798.
Dell'autorità del pontefice ne' Concilj generali. Gand 1815.
442. Storia degli Italiani, lib. XV.
443. Tal sarebbe quella contro il Vizia vescovo di Vercelli, accusato di voler tradire alcuni castelli al duca di Mantova, onde fu incarcerato. Il nunzio ne mosse querela, e dubitavasi che il duca l'avesse fatto arrestare per rivalità amorosa. Esso duca scriveva di proprio pugno all'ambasciatore come il vescovo avesse «tentato persone rinchiuse ne' monasteri..., usato cibi proibiti la quadragesima..., dato mal esempio con orrende bestemmie, oltre le passate familiari conversazioni con eretici ministri... Nè si è lontani di scoprire alcune simonie». In fatto Roma tolse il vescovado e la libertà a monsignor Vizia.
Vedasi Pier Carlo Boggio, La Chiesa e lo Stato in Piemonte, sposizione storico-critica dei rapporti fra la Santa Sede e la corte di Sardegna dal 1000 al 1851, compilata su documenti inediti. Torino 1854. È a vedervi come possa snaturarsi la storia quando si guardi solo a quella d'un paese: e paese di cui vuolsi ad ogni costo lodare il governo. Giuseppe La Farina, in un articolo critico, gli appone che «a forza di voler essere imparziale, divien parziale della Chiesa». Sarebbe la più bella lode: e soggiunge che «non ci furono principi al di qua o al di là dei monti, che più si lasciarono dominare e soggiogare dalla Corte romana de' principi di Savoja». Così italianamente scrivono e pensano questi italianissimi.
444. Dallo spirito medesimo è informato il decreto 4 dicembre 1808, con cui Napoleone dichiarava in Ispagna «il tribunale dell'Inquisizione è abolito, come attentatorio alla sovranità e all'autorità civile».
445. Carutti, Storia del regno di Carlo Emanuele III, tom. I, pag. 135.
446. Non credasi però che in Savoja vigessero le usurpazioni regie della Francia, come pretesero quelli che ne vollero toglier pretesto per introdurle in Piemonte, p. e. il godimento dei frutti de' benefizj vacanti. Il cardinale Billiet, arcivescovo di Ciamberì, interrogato in proposito, il 2 novembre 1866 rispondeva: «Il n'a jamais été question de l'usage de la regale en Savoie. J'ai parcorru moi mème les archives du sénat du 1542 à 1783: il n'en est pas fait mention: nous ne connaissons aucun concordat en Savoie que ceux qui ont été imprimés en Piémont. En parlant des fruits des bénéfices vacants, le président Favre dit que ceux qui ne sont pas nécessaires à l'entretien des bâtiments, appartiennent aux successeurs... Je crois pouvoir assurer qu'il n'a jamais été question en Savoie ni de le régale, ni de l'administration du revenu des bénéfices par l'autorité civile».
447. Storia civile, L. XXVII, 4.
448. Ibid. L. X.
449. È nell'Archivio di Corte a Torino la autobiografia del Giannone, ove racconta: «Il mio figliuolo tosto prese sonno, io era per prenderlo, quando non era ancora passata un'ora che intesi un rumore nella camera precedente, e poi urtar con forza la porta, e mezzo sonnacchioso gridando chi era, ecco la vidi aperta, ed entrare con una lanterna più uomini armati, che parevano tanti orsi, così erano ruvidamente vestiti, senza schioppi, ma con forche di ferro, lance e lunghi spiedi, i quali, dando certi urli dissoni o confusi, si avvicinarono al letto, e postoci la punta delle lancie alla gola, mostravano volerci scannare; io, credendoli ladri, gridava che si prendessero ogni cosa, e ci lasciassero nudi, purchè ci salvassero la vita. Il mio figliuolo che profondamente dormiva, svegliato a tanti strepiti, appena aprì gli occhi, vedendosi alla gola la punta delle forche e quelle orrende figure, cominciò dirottamente a piangere, cercando misericordia perchè non l'uccidessero. In questo tra la turba ch'io credeva ladri, raffigurai uno vestito di rosso che li guidava, onde pel dubbio lume non conoscendolo, indirizzai a lui le mie preghiere che li trattenesse, e si prendesse tutto con lasciarci la vita. Allora questi, dando di piglio ai miei abiti, fece che gli altri alzassero le forche e le lancie, e con voce orrida e contraffatta imponeva che si facesse ricerca di tutto, e sopra ogni altro delle scritture o lettere che forse io avessi sopra; nè fin qui lo conobbi, ma dappoi gridando egli che fossimo presi e legati perchè tale era l'ordine del re e del papa, mi accorsi che non erano ladri, ma sbirri, nè però che fosse il Guastaldi stesso che li guidava, ma altri, con sua intelligenza però e tradimento; ma presto mi tolsi di quest'altro errore, poichè facendo ricerca ne' miei abiti, e prendendosi quelle lettere che per caso io mi trovavo indosso, e minacciando con voce contraffatta per darmi maggior terrore, si avvicinò in maniera ch'io finalmente lo ravvisai. Allora con debile ed afflitta voce gli dissi: «Questi frutti adunque, signor Guastaldi, vuol dare la vostra ospitalità ed amicizia ai vostri ospiti ed amici?»
Quel ribaldo fece legar con funi il padre e il figlio, e la mattina seguente li condusse in calesse a Ciamberì. «Fu veramente cosa non men degna di compassione che di riso (prosegue il Giannone) il vedere il Guastaldi alla testa delle sue truppe a cavallo col mio ritratto in mano, secondo si entrava in un villaggio mostrandolo a quei contadini, i quali uomini e donne correvano a truppe allo spettacolo; e come se conducesse preso un re Marcone di Calabria o Rocco Guinart di Barzellona, l'uno famoso bandito del regno di Napoli, l'altro di Catalogna, vantava a quella rozza e credula gente sue prodezze; e mossi alcuni da curiosità dimandandogli ch'io fossi, e qual delitto avea commesso, egli non rispondea altro se non che avea preso un grand'uomo».
È vergognosissimo il carteggio, allora corso fra l'Ormea e il cardinale Albani. Quegli scriveva subito dopo l'arresto: «Alla notizia che con l'altra mia porsi a vostra eminenza circa il seguito arresto del famoso Giannone, aggiungo queste linee confidenziali per dirle che, sebbene io non posso credere che cotesta Corte sia mai per farle istanza perchè gli sia rimesso il suddetto prigioniero, tanto più dopo le sicurezze che se le danno che sarà perpetuamente custodito con cautela nel forte di Miolans in guisa di prigioniero di Stato; tuttavia, ove mai la sbagliassi, ed ella fosse nel caso di scriverne, la prego di non spiegarsi ch'io le abbia già da principio significato che, in caso del suddetto arresto, si sarebbe spedito una compagnia di dragoni a condurlo costì, poichè, a dirle il vero, io ciò le scrissi senza averne presentito le regie intenzioni, e fu un estro mio che ebbi anche in vista della facilità in cui allora si stava, di poter far passare le truppe di sua maestà senza alcun contrasto sino sulli confini dello Stato pontificio. Vostra eminenza ben sa che a nessuno mancano gli emuli, ed a me meno d'ogni altro; onde mi darebbe qualche fastidio una tale circostanza, e col tacerla la cosa sarà finita. Tutto mi comprometto della solita conosciuta generosità di vostra eminenza ecc.».
L'Albani di rimando: «Quando si è qui saputo pubblicamente l'arresto, non potrebbe credere vostra eccellenza quale strepito abbia fatto, vantaggioso alla gloria di sua maestà, e quali e quante lodi ed applausi abbiano tutti i buoni retribuito al zelo eroico della medesima. E per dirle anzi tutto su tale materia, ho qualche lume che qui si discorre di volermi richiedere di scrivere costà se s'inclinasse a far processare da cotesta Inquisizione il detto Giannone, restando però sempre il medesimo in potere di sua maestà, o di far anche modestamente una prova se si volesse consegnare a questa Corte, in quel modo e con quelle condizioni che fossero di maggior piacimento di sua maestà. Ciò solo sia detto a vostra eccellenza per notizia di quanto qui ho inteso vociferare su tal proposito, giacchè sinora non mi è stata fatta istanza di sorte alcuna, e so di certo che non me la faranno quando pensino che possa dispiacere alla sua maestà».
E l'Ormea: «Per quello che vostra eminenza dice del desiderio che ha scoperto costì che il Giannone fosse processato dall'Inquisizione, restando però sempre nelle mani di sua maestà, o eziandio che gli venisse rimesso con le condizioni che piacerebbe alla sua maestà, prendo intanto a far riflettere a vostra eminenza che se la mira di sua santità è di assicurarsi della persona del Giannone, in modo che non abbia più a temersi ch'egli possa nuocere, non ha sua maestà un minor impegno per il bene della religione, di non permettere che quest'uomo ricuperi mai più la libertà. Se poi desiderasse di averlo costà per farne giustizia, appunto non potrebbe a meno la maestà sua che desiderare per condizione che non sia castigato corporalmente. Se finalmente si vuole, per farlo ravvedere de' suoi errori, e procurare di farlo ritrattare, sua maestà già ha pensato anche a questo punto, e pensa di spedire appresso di esso un religioso di probità e dottrina, da cui s'impiegherà ogni diligenza per ottenere il suo ravvedimento, e, se sarà possibile, una ritrattazione de' suoi scritti».
450. Il Giannone domandò spontaneamente il Sant'Uffizio, stese egli stesso la disapprovazione delle singole opere sue, rifiutando e abjurando gli errori che contenessero, e supplicando perdono dalla santa Madre Chiesa e da tutti i fedeli dello scandalo dato, «pregando tutti a condonare i miei errori e umane debolezze, ed avermi nell'avvenire nel loro concetto per uomo diverso di quello che forse io aveva dato occasione per i miei scritti di farmi credere e riputare, protestandomi di vivere e morire vero figlio obbediente della santa Madre Chiesa».
La sua ritrattazione leggesi nella Storia letteraria dello Zaccaria, vol. VIII, e nella Vita di Pietro Giannone giureconsulto e avvocato napoletano, con la giunta di alcune opere postume finora inedite del medesimo autore. Napoli, Gravie 1770. Quest'ultima opera è un continuo elogio, prolisso e avvocatesco, appoggiato alle lettere scritte all'autore. Ne attribuisce tutte le disgrazie a persecuzione del clero, e principalmente l'impopolarità, per la quale in patria era fin per le strade vilipeso e minacciato. «La vista di lui non gli potea trattenere ed in privato ed in pubblico dallo accendersi d'ira e di mal talento. E fu più d'una volta in gran pericolo di provare i tristi effetti della rabbia popolare... Un dì che traversava in carrozza la piazza della Carità, la calca... sarebbegli corsa addosso per farne scempio, s'egli non si fosse sottratto ecc.».
Questo storico parla a lungo del Triregno, e ne dà l'analisi, e confessa che «il Giannone manifesta in questo libro una totale avversione ai dogmi della Chiesa cattolica romana, ed intorno a quelli specialmente dell'eucaristia, della penitenza, del purgatorio, del culto delle immagini ecc. Circa alla risurrezione dei morti si appiglia al sistema che il dottore Burnet pubblicò nel suo trattato De statu mortuorum et resurgentium... Intorno alla immaterialità dell'anima, all'eternità delle pene ecc. poco disconviene dagli Arminiani, de' quali pare che per tutto egli approvi l'indifferenza in fatto di dogmi e di disciplina».
Al Triregno avea lavorato ne' dodici anni che stette a Vienna, e al principe Trivulzi scrivea da Ginevra nel 1736: «Forse per divina previdenza sarà disposto che que' miei scritti, sopra i quali ho travagliato pei dodici anni che sono dimorato ozioso in Vienna... ne' quali sono dimostrate verità di gran momento ed importanti non meno a' principi cattolici perchè si accorgano delle tante usurpazioni e sorprese fattegli sopra i loro principati, togliendosi loro più della metà dell'impero che Dio sopra i medesimi ha loro conceduto; che a' loro sudditi prosciogliendosi da tante e sì dure catene... le quali mie fatiche aveva io già destinate a' tarli e alle tignuole, poichè sotto cielo ed in terreno italico non avrebbero potuto certamente allignare: forse (dico) avverrà che in altro clima potranno vedere la chiara luce del sole, nascere, farsi grandi e volare dapertutto...»
Ecco l'indice dei Capitoli del Regno Celeste:
Introduzione del Regno Celeste.
Parte I.
Della natura del luogo di questo regno celeste; che debba adoprarsi per farne acquisto e del tempo del suo avvento.
Capo 1. Qual si fosse, ed in qual parte fra gli orbi celesti fosse collocato questo regno.
Capo 2. Dell'errore nel quale furono i Gentili e gli Ebrei perchè ignoravano la natura di questo regno.
Capo 3. Che cosa debba farsi per meritare questo nuovo regno ed esser ammesso nella possessione di quello. I. Dei riti di questa nuova legge. II. Del battesimo. III. Dell'eucaristia.
Capo 4. Del tempo nel quale dovrà arrivare questo regno. I. Ricorso al regno millenario per prolungare il celeste.
Capo 5. De' segni che dovranno precedere all'arrivo di questo regno.
Parte II.
Della resurrezione de' morti.
Capo 1. La risurrezione de' morti fu predetta veramente reale e fisica. I. Cagioni onde cominciossi a dubitare della risurrezione fisica e reale.
Capo 2. Non vi è repugnanza alcuna in fisica di poter ripigliare i medesimi corpi che si lasciarono in morte. I. Intorno alla prima cagione dell'oscurità de' libri. II. Intorno alla seconda cagione del mescolamento della filosofia de' Gentili con la nostra religione. III. Non esservi alcuna ripugnanza in fisica di poter ripigliare i medesimi corpi.
Capo 3. La resurrezione della carne è assolutamente necessaria per poter essere introdotti nel regno celeste, ed essere partecipi della vita eterna. I. Qual sentimento avessero Cristo e gli Ebrei de' suoi tempi intorno alla natura ed immortalità delle anime umane e dello stato delle medesime fuori dei loro corpi. II. Di coloro che risuscitarono alla morte di Cristo s. n. III. Di ciò che si credea in tempo degli apostoli riguardo alla resurrezione. IV. Si risponde agli argomenti avuti dal nuovo Testamento, de' quali alcuni pretesero mostrare il contrario. V. Esservi fra lo stato degli Angeli e delle anime umane notabilissima differenza.
Capo 4. La resurrezione de' corpi è assolutamente necessaria per essere introdotti nel regno celeste, poichè le nude anime non sono capaci senza quelli di azione o passione alcuna.
Capo 5. San Paolo inculcava il punto della resurrezione de' morti, poichè senza risorgere non potevano gli uomini entrare nella possessione del regno celeste. I. Del battesimo a pro de' morti. II. Si risponde ad alcuni passi di san Paolo stesso che si allegano in contrario.
Capo 6. San Giovanni Battista e Simone vescovo di Gerusalemme, che scrissero alla fine del 1º secolo, tennero le medesime credenze.
Capo 7. I padri più insigni del 2º e 3º secolo tennero la stessa dottrina, e reputarono eretici i sostenitori della contraria.
Capo 8. I simboli, ovvero professioni di fede di tutte le chiese, la vita eterna non davano se non dopo la resurrezione della carne.
Par. III.
In cui si dimostrano le cagioni per le quali si anticipò il regno celeste, e variossi la dottrina del suo avvento.
Capo 1. Come e per quali cagioni presso i Cristiani cominciossi nel 4º secolo a contaminarsi la vera dottrina, e ad anticiparsi per le sole anime l'avvento del regno celeste, senza assumersi più la generale resurrezione de' corpi.
Capo 2. Qual parte in questa mutazione vi avesse avuto l'usanza introdotta di pregare per i morti: e come anticipandosi il regno celeste e l'infernale, si fosse poi inventata la distinzione di non doversi pregare per tutti, ma per quelli soltanto che si finsero essere nel purgatorio.
Capo 3. Come tratto tratto a lungo andare si variasse questo rito, onde si venne a maggiori disordini ed a fantasticare anche sopra l'anima stessa de' Pagani. I. Maniera che si tenne da savj teologi per toglier via dalla Chiesa tali e simili errori, che aveano in quella poste sì profonde radici. II. Qual parte in questo cangiamento avesse avuto l'onorare le tombe de' martiri.
Capo 4. Come il costume d'introdurre nelle chiese le immagini de' santi, e poi anche le statue, maggiormente stabilisse nelle menti de' Cristiani la credenza di avere le loro anime visione beatifica in cielo, sicchè promettendosene favori e grazie, l'invocassero ed adorassero.
Capo 5. Qual parte ad un sì strano cangiamento avesse avuto l'introduzione delle feste in onore de' martiri e degli altri santi. I. Feste istituite in onore della Vergine Maria. II. Delle feste istituite in onore degli altri santi che non soffrirono martirio.
Capo 6. Come finalmente, dopo essersi fra' Cristiani introdotti tanti riti, celebrità e feste, si venne nel Concilio di Fiorenza, nel XV secolo, a stabilir canoni intorno alla visione beatifica delle anime dei santi, senza aspettar resurrezione. I. Istoria del Concilio di Fiorenza.
Capo 7. Come si fosse introdotto in Roma il rito delle beatificazioni, canonizzazioni ed istituiti varj gradi di venerabili, beati, santi. I. Altra maniera di crear santi.
Capo 8. Delle capricciose gerarchie de' santi fintesi in cielo, e regolate anche da Roma in terra per mezzo della Congregazione de' Riti.
Capo 9. Per quali cagioni avvenisse che la nuova dottrina del purgatorio e delle indulgenze si fosse con tanto studio inculcata, sicchè agevolmente si facesse poi passare per punto di fede, e per tali vie si agevolasse alle anime l'entrata nel regno celeste. I. Donde il tesoro delle indulgenze, ristretto, in Roma si rendesse inesausto, sicchè dipoi fosse chiamato mare magnum.
Par. IV.
Dell'Inferno, e quanto fossevi sopra favoleggiato da' nostri teologi e casisti, i quali anche si arrogarono il potere di librar le colpe umane, e di qualificarle alcune mortali, altre veniali: sicchè, secondo che essi avran definito, si credono le anime o di esser discese quivi a penare, ovvero essere detenute nel purgatorio.
Capo 1. Quando vi sarà inferno per gli uomini, ed in qual luogo. Della sua natura e gradi. I. Del luogo di questo inferno. II. Della natura del fuoco infernale. III. De' varj gradi e generi di tormenti che si fingono in questo inferno.
Capo 2. Della durata di questo inferno, e se mai vi sia speranza alcuna di potersene i dannati liberare.
Capo 3. Della presunzione de' teologi e casisti in librar le colpe umane, qualificandole a loro talento ora mortali ora veniali; sicchè dalla loro decisione dovesse dipendere la quiete o il rimorso della coscienza degli uomini.
Capo 4. Come da tante e sì nuove dottrine e riti e costumi finalmente la religione cristiana si fosse trasformata in pagana. I. Apoteosi. II. Le dedicazioni e consacrazioni de' tempj ed altari. III. Amuleti, filatterj, ligature ed altre vane superstizioni. IV. I baccanali, i teatri, i lupanari, i bagni, le danze, e simili usi e rilasciatezze.
451. Uno de' primi scritti di Calvino fu Psicopannychia (1534) contro alcuni Anabattisti, che sostenevano le anime restar assopite fino al giudicio finale. Egli dice: J'ay repris la curiosité folle de ceux qui débattoyent ces questions, lesquelles de fait ne sont autres que torments d'esprit. Anche Lutero definiva noci vuote tali quistioni, trattate già da Melito nell'antica Chiesa.
452. A confutar la Storia del Giannone si accinse subito il padre San Felice gesuita, che nel 1728 pubblicò Riflessioni morali e teologiche su di essa, col nome di Eusebio Filopatro: opera pesante, e che poco giovò. Il Tria, col pseudonimo di Pietro di Paolo, confutò pure passo passo il Giannone, e meglio il padre Giannantonio Bianchi di Lucca Della potestà e della politica della Chiesa, trattati due contro le nuove opinioni di Pietro Giannone, dedicati al principe degli Apostoli. Roma 1745. Nel primo trattato, in due volumi di 600 pagine ciascuno, confuta la Difesa della dichiarazione di Bossuet. Nel secondo, compreso in 5 volumi in 4º, confuta più direttamente il Giannone. È lavoro dottissimo, dove insiste principalmente sull'indipendenza assoluta della Chiesa che il Giannone attribuisce ai principi; e vorrebbe mostrare che tutti quei teoremi derivano o da ignoranza supina o da perversa malizia.
453. Manuscritto nell'archivio segreto di Torino. Delle opere inedite del Giannone si era cominciata la stampa dagli editori di questi nostri Discorsi, ma restò interrotta, non per loro colpa. Fra le opere inedite è bizzarra questa. Giannone avea, nella storia (Lib. XIII, c. 1) ribattuto le pretensioni dei Veneziani sulla sovranità del mare Adriatico. Quando si ricoverò a Venezia, non mancò chi glielo rinfacciasse. Allora egli stese una memoria ove dice che, come suddito di Carlo VI imperatore, avea dovuto sostenere i Napoletani a scapito de' Veneziani: ma ora colle ragioni e colla storia dimostra che i Veneziani aveano veramente la sovranità del mare Adriatico, concessa loro da Alessandro III, quando venne per avervi un colloquio col Barbarossa. Su questo fatto egli si estende, e mostra che non sono favole, ma verità evidenti, prodotte e sostenute da frà Paolo e da altri giureconsulti. Su questo punto vedasi quel che noi dicemmo nel Discorso III, vol. I, pag. 74.
454. Ammalato gravemente nel castello di Ceva, si compose quest'epitafio: Conditorium corporis Petri Janmonis jc. et advocati neapolitani, qui, detectis patriis legum, magistratuum, ordinumque fontibus, totiusque civilis historiæ statut. varios perscrutatus, integra regni jura suo principi ac patriæ asseruit, variis inde jactatus procellis, si aliquid humani passus sincere pœnitens, peccata lacrymis, errores retractatione delevit. Obiit tamen captivus miseris Langarum locis, etc.
Il citato biografo dice che «il cotidiano assegnamento che gli fece il re di Sardegna fu sempre lo stesso. Per questo conto e per altri ancora egli fu liberamente trattato dalla munificenza di quel sovrano, il quale ebbe special cura a farlo restare ben servito e per lo suo vitto e per lo suo vestire in tutti i luoghi ove tenuto fu in arresto»!
Quel bizzarro uomo che fu il conte Ferdinando Del Pozzo, ebbe coraggio di scrivere che il Giannone, in carcere, godeva, per quanto i tempi permettevano, la protezione della Corte di Savoja. Forse intende la protezione che il governo e i prefetti d'oggi esercitano verso tanti vescovi e buoni cittadini, tenendoli in carcere o mandandoli in esiglio per salvarli dall'indignazione del popolo.
455. T. II, p. 143. E Voltaire, nel Dict. phylosophique, a Saint Pierre e Cour de Rome, dice: «La miglior risposta ai detrattori della santa sede è la mite potenza che i vescovi di Roma esercitano oggi con saviezza, nella diuturna possessione, nel sistema d'equilibrio generale, che è quello di tutte le Corti. Roma non è più sì potente che basti a far guerra, e dalla sua debolezza viene la sua felicità. È l'unico Stato che, dal sacco di Carlo V in poi, abbia goduto le dolcezze della pace».
456. Vedi il nostro vol. II, pag. 389; e Fatti attinenti all'Inquisizione e sua storia generale e particolare in Toscana. Firenze 1782 anonima, ma è del Crudeli.
Storia dell'Inquisizione, per Francesco Beccatini. Milano 1797.
Storia dell'Inquisizione di Toscana, di Antonio Francesco Pagani. Firenze 1783, e l'altra di F. Restelli.
457. Carta real de Barcellona, 27 agosto 1709. Gli storici parabolani dell'Inquisizione citano un Munter, il quale dice che questa nella Sicilia fece bruciare 220 individui in persona, 279 in effigie: e circa 3000 condannò ad altre penitenze. Ma per quali delitti? in quanto tempo?
458. Non so perchè i biografi comaschi lo fanno di Mercallo: la sentenza lo dice nativo del luogo di Minajo, vescovado di Como, ducato di Milano. A Menaggio in fatti fiorì sempre la famiglia Malacrida.
459. Nel 1863 V. Martin de Moussy pubblicò una descrizione geografica e statistica della Confederazione Argentina, dove crede far atto di coraggio col narrare i grandi vantaggi che a que' paesi aveano recato le colonie presedute da' Gesuiti, e la floridezza cui erano arrivate, e che perdettero non appena questi ne furono espulsi. «Ecco a che son ridotte oggi quelle comunità che furono giudicate così diversamente, e la cui antica celebrità non fu pareggiata che dall'obblio profondo ove oggi sono cadute. Viaggiando quelle contrade sì poco note, abbiam voluto dire senza esagerazione come senza paura che cosa erano state le missioni, e che cosa divennero dopo tolte violentemente ai loro fondatori... Qualunque siano gli eventi su cui ebber influenza i Gesuiti in Europa, qualunque giudizio siasene portato, possiamo asserire che essa fu in America sempre salutare e benefica».
460. Nell'Anticristo dice che il 29 novembre, anno passato, aveva udito queste parole: Hac nocte uno, idest brevi et inopinato interitu, de medio tollemus principem tam iniquæ criminationis cum adjutoribus et adulatoribus suis.
Confessò che, vedendo l'immenso danno che verrebbe dal togliersi ai Gesuiti le missioni, avea pregato caldamente Iddio, ed ebbe ispirazione d'avvertire il re d'un grave pericolo che gli sovrastava; pericolo ch'egli cercò sviare, facendo anche penitenze e orazioni, per le quali crede che nostro Signore moderasse il castigo. Aver invocato dal tribunale d'esser udito subito, perchè intendeva manifestare il pericolo del re, ch'egli sapeva per rivelazione. E di questa e d'altre sosteneva la verità, e come la Madonna lo avesse assolto dalla colpa e dalla pena; e si lagnava di ottener meno credenza che non tant'altri simili.
461. Fra le sue carte trovossi pure una tragedia, Amano, ch'egli avea scritto fin quando era maestro in Corsica, ma dove si vollero riconoscere allusioni al ministro Pombal. Dal Pombal diceasi stipendiato l'abate Vanelli, che a Lugano faceva la Gazzetta, allora tenuta per la più liberale. Questo infelice prete, allorchè gli Austriaci si ritiravano dalla Lombardia, fu trucidato dal partito avverso.
462. Lettera alla contessa Luzelburg.
463. Murr, Zeitung zur Kunstgeschichte. Questo protestante laboriosamente raccolse quanti documenti potè sopra i Gesuiti dopo la loro abolizione.
Pel processo io mi valsi d'una traduzione italiana, stampata colla falsa data di Lisbona 1761. Gli atti originali conservansi nel tribunale de Correiçao da Corte e casa. Non ho veduto nessun processo del sant'Uffizio, che fosse così brutalmente assurdo come codesto.
Frà Norberto avea scritto contro i Gesuiti, poi col nome di abate Platel servì Pombal, e inveì contro il Malacrida.
Tra le altre gofferie e crudeltà pubblicate all'occasione del supplizio di questo, ho veduto una relazione portoghese, che conchiude «credersi non abbia confessata, morendo, la sua colpa, e preferito morire del supplizio cui era stato condannato dall'Inquisizione, perchè con questo spediente volle togliere al re la soddisfazione di farlo morire come capo della cospirazione contro di lui».
Nella Deduzione cronologica e analitica... data in luce dal dottore Giuseppe de Teabra da Silva, procuratore della Corona di Portogallo, per servire d'istruzione sopra l'indispensabile necessità, ecc. al § 908 e seg., è detto che nel processo per l'assassinio del re vien denunziato che la marchesa de Tavora fondava i suoi progetti di regicidio «nella mistica e ne' consigli di Gabriele Malagrida; che altri della sua famiglia erano ispirati, o piuttosto pervertiti dalle dottrine e massime di lui; e che tutto era diretto dallo spirito e dai consigli del Malagrida». Anche il duca d'Aveiro assicura «del credito e reputazione di santità e di buoni consigli del Malagrida in casa Tavora».
In essa Deduzione si aggiunge che, avendo il re di Portogallo proscritti, snaturalizzati e cacciati dai suoi dominj i Gesuiti, la Provvidenza volle mostrar visibilmente di averli abbandonati. Poichè, mentre essi, fuor di Portogallo, spacciavano per santo il Malagrida, questo mostro per ismentirli scriveva i due abominevoli libri che lo fecero trasportare al Sant'Offizio dell'Inquisizione, che sopra sua confessione lo condannò, e rilasciò alla giustizia di sua maestà.
«Avendo il reo, col mezzo dell'ipocrisia e della più raffinata malizia, conseguìto di esser tenuto per santo e vero profeta da quella gente che, per divina permissione, non considerava i fondamenti sui quali sostentavasi la gran macchina di quella finta santità, si ridusse a divenire un mostro della maggiore iniquità. Mentre, non contento di aver ingannato i popoli ne' dominj di questi regni, da' quali aveva estorto un capitale ben grande con pretesto di devozioni e di opere pie, e con altre finzioni ed inganni, passò a spargere il più atro veleno che aveva in cuore col fomentare discordie e sedizioni, e col profetizzare funesti avvenimenti, ch'egli già sapeva che si stavano ideando e trattando in questa Corte».
464. Histoire de Gabriel Malagrida de la C. d. J. l'apôtre du Bresil au XVIII siècle, par le p. Paul Mury de la même Compagnie. Paris, Touniol 1865.
465. Kaunitz, ministro di Maria Teresa e suo, lo disapprovava apertamente, attesochè «i parrochi della Lombardia sono generalmente rispettabili per condotta, e in reputazione di prestare con particolar bontà e sollecitudine assistenza ai malati: sono mediatori nelle frequenti discordie fra cittadini: impediscono le risse, prevengono alterchi e liti colla loro autorità e cogli arbitramenti, vigilando quanto possono alla condotta morale de' loro parrocchiani. Questi reali vantaggi per la società meritavano che non si considerasse inutile il numero de' parrochi, s'anche ecceda il positivo bisogno». Lettera 9 marzo 1786.
Famoso fu nel milanese il prete Carlo Sala, che, credendosi leso da un suo tutore, lo derubò, fuggì in Isvizzera, si fe calvinista, prese moglie, servì a Voltaire da scrivano: poi tornato in Lombardia, girovagava vendendo libri proibiti; e buttatosi al ladro, attentava principalmente alla chiese, delle quali ben trentanove spogliò; presentossi alla sacra Penitenzieria a Roma, e ne ottenne assoluzione; pure continuò i furti, sinchè la giustizia lo colse e condannò alla morte, ch'egli subì con cinica fermezza nel 1775.
466. Cioè due a Milano, uno ad Arona, uno a Monza, uno a Poleggio, uno a Celana. Fu scelto a rettore Francesco Farina, che fu poi vescovo di Padova; vicerettore il Molo di Bellinzona; ripetitori Mussi, Sozzi, Vanalli, Castelnuovo che fu poi vescovo di Como. L'iscrizione pel seminario diceva: Sacr. ordinis alumnis — eadem studiorum ratione eadem disciplina — ad religionis ministerium in provinciis — reipub. bono instituendis — cæsaris pietas — conspirantibus pontificum insubriæ votis — contubernium constituit — a. s. MDCCLXXXV.
467. La quistione sulla monarchia di Sicilia fu dibattuta in moltissimi scritti, e il più ampio in contraddizione di essa si stampò a Roma nel 1715, col titolo «L'istoria della pretesa monarchia di Sicilia, divisa in due parti; Parte I dal pontificato di Urbano II sino a quello di Clemente XI; parte II, in cui si mostra l'origine e insussistenza di detta monarchia, con bolle, diplomi ed altre autentiche scritture fino al pontefice Innocenzo XII».
468. Sul sepolcro del Tannucci la riconoscenza popolare scrisse: Cum per annos quadraginta clavum regni moderasset, nullum vectigal imposuit.
469. Lettere teol. politiche.
470. È qualcosa più che ridicola il veder quest'atto riprodotto da Carlalberto nel 1831. A Ciamberì nel 1631 fu stampata «Apologia francese per la serenissima casa di Savoja contro le scandalose invettive intitolate Première et seconde Savoysienne». Questo libello gli accusava, 1º d'avere usurpato parecchi Stati ai re di Francia; 2º di averne usurpato altri agli imperatori; 3º d'avere recato grandi offese alla Chiesa. L'apologista, che è lo storiografo di Savoja, risponde trionfalmente a queste tre accuse, e divide la sua apologia in tre parti: l'Apologia francese, l'Apologia imperiale e l'Apologia romana, e stabilisce che la casa di Savoja «ben lungi dall'usurpare indebitamente gli Stati dell'Impero, vi ha riunito quelli che n'erano distratti, sottomettendo all'obbedienza coloro che si mostravano ribelli. E la santa sede e la Chiesa non hanno mai avuto figli più obbedienti dei reali di Savoja, che i sovrani pontefici in riconoscenza del loro zelo onorarono dei più grandi elogi».
471. Ap. Becan, T. V, opusc. 17, aph. 15, De modo propagandi calvinismi. Vedi Lucii Cornelii Europaei Monarchia solipsorum. Venezia 1645, più volte ristampato con operette satiriche di Gaspare Scioppio. Invece di Clemente Scotti, altri ne crede autore il gesuita Melchiorre Inchofer.
N'è una traduzione fatta a Lucca il 1760, e una del 75 fatta a Lugano.
472. Il Botta, acerrimo contro i Gesuiti, scrive: «In ciò tanto maggior lode meritano quanto non solamente si conservarono immuni da questa peste dell'inquisizione, ma s'ingegnarono anche coi loro consigli e credito di moderarne il furore ne' paesi in cui ella più crudelmente infieriva». Cont. del Guicc., L. IV.
Il più fiero nemico de' Gesuiti, frà Paolo Sarpi il 14 febbrajo 1612 scrive al Leschasserio, non veder come quel capo del Direttorio degli Inquisitori, dove si ordinano i processi secreti, e le condanne da secretamente eseguirsi dai crociati, possono imputarsi ai Gesuiti, cum illi, neque in Hispania, neque in Italia, inquisitioni se immisceant: rogo te perscribas quonam modo in eos accomodaveritis. Pare che il Leschasserio gli avesse detto che l'Inquisizione avea fatto un processo segreto contro esso frà Paolo, e demandata l'esecuzione ai Crociati. Ma il Sarpi dice che essi Crociati sono ben pochi in Italia, nel napoletano non essendovi inquisizione, e nel veneto non può far nulla senza intervento del magistrato secolare, nè aver famiglia armata, nè arrestare. Non ha mai letto la parabola del giuramento di questi Crociali, nè le preci che dicono prima d'andar in guerra, nè mai gli era venuto in mente che di tali formole o preci si facesse uso.
473. Vedasi l'opera di Navarrette De viris illustribus in Castella veteri soc. Jesu ingressis et in Italia extinctis. Bologna 1797.
474. Vedasi il Theiner, che pur loda Clemente XIV per coraggio, prudenza, grandezza.
475. In pochissimi anni noi vedemmo ucciso il duca di Berry, erede del trono di Francia; forse quindici volte attentato alla vita di Luigi Filippo: quattro alla regina d'Inghilterra; al re di Prussia nel 1850, poi nel 61: trafitto l'imperatore d'Austria nel febbrajo 1853; ucciso il duca di Parma nel 54: la regina di Spagna assalita nel 1852 e 1856: colpito il re di Napoli nel 1858: a Napoleone III attentato più volte, e ferocemente dall'Orsini: alla regina di Grecia nel 62: all'imperatore di Russia nel 66 ed ora a Parigi dove correggo questi fogli (giugno 1867): ucciso il presidente degli Stati-Uniti nel 65: a tacer gli attentati d'assassinj, confessati dai proprj autori, contro i re di Piemonte e contro ministri: e l'uccisione di tanti capi di partito, come Kotzehue, Giuseppe Lee, Pellegrino Rossi ecc.
Questo sostituire la ragione individuale alla sociale, accreditato sotto l'impero romano, e che non tolse vi fossero pessimi principi, rivisse al tempo della rivoluzione francese, e non parlavasi, non effigiavansi che pugnali: cento giovani giurarono spargersi per assassinar i sovrani che la convenzione lor designasse: lo stesso Chénier Andrea cantava: