Onde i vescovi napoletani, protestando contro la legge che incatena ogni lor atto alla placitazione, esclamavano: «Niun governo è possibile quando un potere estraneo ed intruso il soprafaccia per modo, da voler esser arbitro d'ogni più vitale suo interesse, attraversargli il conferimento delle cariche, la destinazione de' pubblici magistrati, e metterne ad esame ogni provvedimento, ogni legge con piena balìa d'invalidarli a talento, staggirne il patrimonio e dispensare o negare a suo grado l'uso e il conseguimento dei beni, pei quali la cosa pubblica si amministra e sostenta»[543]. Perfino i tribunali risentirono delle antipatie religiose e della paura de' giornali, sottoponendo il giuridico al politico; e, per dire un sol caso fra cento, il supremo consiglio amministrativo di Napoli, il 3 giugno 1862, condannava i canonici di quella metropolitana per astensione e contegno ostile; reati ignoti al codice.

Può forse credersi che non sieno comandati dal Governo que' giornali, non pagati da lui que' monelli, non inviata da lui la tirannia in veste di prefetto: ma lascia fare e applaudire, punisce e disgrada chi vi contrasta; ha i prediletti suoi fra i persecutori; non protegge dagli insulti le sacre funzioni, ma le vieta perchè non eccitino disprezzi: sorregge abusi de' magistrati, abjetti co' superiori per prepotere sugl'inferiori, e cattivarsi l'applauso de' gaudenti e l'assenso d'una plebe che non sa quel che vuole, e vuole sempre quel che non ha; e che guarda a queste persecuzioni con indifferenza o anche con gusto perchè gli si ripete che menano a quella felicità, alla quale aspira sempre e sempre invano.

Gli sforzi principali dirigeansi a togliere l'educazione di mano al clero, non coll'impedire ch'esso ne avesse il privilegio, da gran tempo dimenticato, ma volgendo le istituzioni a escluderlo: nè solo le istituzioni governative, ma fin talune camuffate di carità, e dove si adula la gioventù o la moltitudine per pervertirla.

Principalmente si combattevano gli Ordini monastici, i quali, oltre esser legittimi come forma di libertà, rispondono a bisogni particolari di certi tempi e di certe classi di persone, dotate di grazie particolari, ma riescono incomprensibili alla vulgarità che conosce soltanto i piaceri e gli affari. Cacciati in nome della fraternità, erano tornati in nome della carità cristiana; ma si riuscì a farli detestati dalla classe gaudente quanto nel medioevo gli Ebrei; ed ogni riforma di governo venne seguita dalla loro distruzione[544]. Cacciati dalle case dove avevano composti tutti i loro desiderj, non poteano più vivere che mendicando: questa era colpa per cui erano arrestati, e così nudriti; onde una circolare autorizzò a non imprigionare quelli che non avessero ricevuta la pensione.

Così levate al clero le prerogative del vecchio diritto, ad onta del nuovo si manteneano contro di esso le leggi paurose e le ordinanze eccezionali delle tirannidi antiche; nella loro persecuzione i governanti alleavansi i partiti più opposti che si rassegnavano anche alla servitù di tutti, purchè della libertà non potesse vantaggiare il clero, non accorgendosi come ogni argomento che si accampa contro l'indipendenza delle comunità religiose, vale contro le politiche. Intolleranza tanto più notevole ove si tutelano le istituzioni più avverse al cristianesimo; si esaltano i culti di Budda, di Fo, di Maometto; si proteggono le associazioni protestanti e massoniche[545]. Nè a torto gli ecclesiastici rifletteano che anche Roma pagana, nella peggior sua decadenza, mentre adottava tutti i vizj e le superstizioni, repudiava le virtù cristiane; mentre era minacciata dai Barbari, sbigottivasi di pochi missionarj; mentre lasciava ostentar i vizj di Messalina, e Caracalla, riduceva i Cristiani a celar le loro penitenze nelle catacombe. Voi (diceano) intendete libera Chiesa al modo con cui libero Stato intendono i socialisti; poichè la portereste a piena rivoluzione, colla scena de' plebisciti per eleggere i curati e i vescovi; col rinfacciare ai prelati la carrozza e gli argenti e il palazzo; col repudiare la suprema giurisdizione che è indispensabile per l'unità; i papi sarebbero fatti per diploma dei re, non per ispirazione dello Spirito Santo nè dai prelati di tutta la cristianità; insomma senza culto senza morale, senza stabilità, la Chiesa rimarrebbe in balìa dello Stato che le porrebbe continui impacci: sarebbe il chiodo battuto continuamente dal martello della pretesa libertà. La spiegata ostilità non lasciò ignorare nessuno degli abusi che al clero potrebbero apporsi, ma voi volete far la politica col mezzo della miscredenza; confondete l'idea di società con quella di Stato; chiamate libertà il toglierla ad altri, ad una classe intera; pretendete alla concordia per mezzo dell'irritazione, e col dividere la nazione in vincitori e vinti. Riponendo ogni progresso nel livellare (continuano) a questi atti pretessete il titolo di eguaglianza, quasi la Chiesa pretendesse dare l'exequatur alla nomina del re o del ministro o del senatore, e stabilire qual bandiera, che divise, quanti soldati aver deva lo Stato, e come regolare i collegi militari o di marina, o impedirvi d'opprimere di tributi i cittadini. La società non tollererebbe più un clero privilegiato e dominante, ma forse la Chiesa aspira a questo titolo? Non chiede privilegi, vuol l'eguaglianza, vuole poter seguitare i proprj statuti che sono i canoni e le disposizioni conciliari, in quanto non repugnano al diritto comune; vuol garantiti i diritti che spettano a' ministri e membri suoi secondo quegli statuti.

Viepiù il raziocinio e le azioni scompigliò la aspirazione di conquistare Roma, sempre coll'ombra di quistioni accessorie offuscando le verità fondamentali. Nella meschinità de' concetti moderni si suppose che i contrasti della società secolare contro l'ecclesiastica nel medioevo mirassero a togliere a questa gli Stati Pontifizj, e si arrivò persino a fare di Dante l'apostolo, anzi il profeta d'un'unità italiana, di cui fosse capo un imperadore sedente a Roma; nel veltro allegorico di lui s'adombrò un re moderno, al quale un prete in pubblica solennità gridò, Vieni a veder la tua Roma che chiama. Chi serbava ombra di senno non potea dimenticare che quelle parole erano dirette ad Alberto d'Austria, cui il poeta minacciava il giusto giudizio di Dio se non venisse qua ad inforcare gli arcioni di questa Italia, fatta indomita e selvaggia.

Se la fede di Cristo fosse stata applicata nella sua pienezza, la pace avrebbe regnato nel mondo come in una famiglia; cor unum et anima una; con un solo simbolo per conoscere il suo Padre, una sola morale per servirlo, un culto per adorarlo, un cuore per amarlo, un pastore per condurci, eliminando dalla fraternità universale quelle irose ambizioni, che sopra migliaja di vittime erigono la gloria degli eroi.

Il medioevo sperò effettuare la pace riducendo il mondo a questa grande unità sotto un solo capo, che potesse imporre agli altri la giustizia, sia colla forza, o sia coll'autorità. Questo capo era o l'imperatore o il papa: e quello i Ghibellini, questo i Guelfi miravano a render più libero e assoluto che si potesse. Nello sfasciamento della società antica, quando non era sopravvissa altra podestà, altro organamento che l'ecclesiastico, altra legge che la canonica, altre regolari procedure che le sacerdotali, prevalsero i pontefici, che della civiltà antica aveano raccolto le parti migliori, e depurandole se n'erano valsi a ricostituire la società universale: i principi stessi invocarono l'alto dominio di essi, fosse per assicurare il proprio, fosse per attingerne norme d'amministrazione e di giustizia: il popolo ne li benedisse d'un aumento di potenza, che riusciva tutto a favor suo, perchè surrogava il diritto alle sciabole, la discussione al decreto, la carità alla tirannia.

Come le genti si furono sedute ne' paesi che doveano divenir patria loro, i dominanti particolari che, munitisi d'eserciti e d'erario, più non sentivano bisogno del patronato dei papi, studiarono ritrarsene, e recuperare al governo civile le prerogative che quelli aveano non usurpate, giacchè a nessuno le tolsero, ma esercitate quando altro organamento non sussisteva.

Forse, col rinnovarsi della civiltà, sarebbonsi potute conciliare le pretensioni dei due poteri, ma ne tolse speranza la riforma religiosa, che fu una vera riazione contro la preponderenza italiana e pontifizia. Sottrattogli mezzo il mondo, il papato non potè più influire efficacemente sulla civiltà e sulla politica: ristretto a un piccolo principato, scemata tanto l'efficacia della sua parola; per tutelarne l'esistenza e i diritti dovette cercare le alleanze dei forti, stringendosi ora colla Spagna, ora colla Germania, ora colla Francia, che colla loro protezione, coi loro concordati ne mozzavano spesso la podestà spirituale; e colla scienza e col moto civile cospiravano, talora senza accorgersi, a sottometterla al laicato[546].

D'allora il principato di Roma non diversificò dagli altri principati fra cui sminuzzavansi i regni tutti, ma specialmente l'Italia nostra e la Germania. La indipendenza più o meno intera di questi piccoli ovviava l'oltrapotenza dei grossi, che perciò miravano ad ingojarli. Ma di farlo non trovarono la opportunità se non quando la Rivoluzione, sotto il titolo di dar a tutti la libertà, abolì le libertà de' singoli a favore d'un ente astratto che chiamava lo Stato; poi ridottile a una fittizia unità, li gettava in braccio d'un re.

Questa genesi della libertà moderna ci è data dalla storia che non imiti un bullettino d'armata; vuolsi aggiungere che, per frenare i possibili abusi dei re, non più bilanciati dalle piccole aggregazioni e dalla Chiesa, dovette ricorrersi alle costituzioni, cioè metter limiti fittizj e irrispettati a principi su cui si era accumulata la piena assolutezza; e se non vi si attenessero, minacciarli non più della scomunica, ma della rivolta.

Mercè della Rivoluzione, la Germania che avea da quattrocento Stati, alcuni repubblicani, tutti con sovranità limitata da privilegi, fu ristretta in pochi regni, principalmente spodestando i principi ecclesiastici.

Dall'Italia scomparvero tutte le repubbliche, e gli Stati si ridussero a pochi, sinchè vennero assorti tutti in uno. Prima del 96 il papa pesava sulla bilancia europea come un'altra potenza, giacchè come queste poteva comprare soldati. Introdotta la coscrizione, e perciò misurata l'importanza dal numero de' sudditi, egli si trovò impotente a petto degli ambiziosi. Buonaparte nelle prime sue corse tolse ai papi le Legazioni, garantendo il resto: ma ingrandito, non sofferse che un prete osasse dirgli no quando gli altri re non sapeano che dirgli sì: che negasse concorrere a soffogar l'Inghilterra col blocco continentale, o ricusasse di maledire i suoi nemici, o di dargli soldati contro di questi, di scioglier il suo matrimonio, acciocchè potesse sposare una austriaca: sicchè dichiarò finito il dominio temporale del papa, ne fece dipartimenti francesi, e conferì il titolo di re di Roma al presunto suo successore.

L'Europa s'indignò alla prepotenza, ma ancora Abele fu il vincitore; e i popoli, appena ebbero rovesciato Napoleone, non ebbero premura migliore che di veder restituito al papa il suo dominio. Ma più che da quel misto di protestantismo e di misticismo che fu la Santa Alleanza, lo Stato pontifizio restava garantito dal confinare con principati non superiori di forze; e quando la sommossa del 1830 minacciò l'indipendenza del regnante di Roma, le grandi potenze d'Europa s'accordarono a restituirgliela piena.

Poi Pio IX credette maturo il paese agli ordini civili che il secolo nostro proclama; e con timidezza ma con sincerità, inesperto, scrupoloso, incoerente, ma tutto equità e benevolenza procedendo, si fece ammirare da tutto il mondo come nessun suo predecessore, e benedire dall'Italia, della quale egli fu che cominciò il rinnovamento, e sulla quale attirò l'attenzione di tutta Europa come negli splendidi giorni del papato.

Presto si trascese; non si seppe cacciar lo straniero, bensì il papa: Pio IX dovette fuggire dal suo paese che cadde in preda all'anarchia; e le aspirazioni de' Neoguelfi cedettero alle ambizioni dinastiche e alle astuzie dottrinarie. Il regno sardo pensò allora rifarsi delle sofferte sconfitte, e acquistare predominio in Italia coll'andar a ristabilire in trono il papa. I deputati savojardi, imperterriti sostenitori del partito conservatore e religioso, mal soffrivano una spedizione che poteva tornar utile alla repubblica romana, o minacciare gli altri principi per ingrandire il regno sardo, col che sarebbesi dovuta cangiar la capitale, e con ciò dare il crollo al regno[547]. Più l'avversavano i liberali, e gli atti del Parlamento del 1849 meritano esser letti per vedere sino a qual punto possa trascender la retorica, e come vi si producessero già que' sofismi, che tratto tratto ripullulano sulla sovranità popolare o sull'autorità pontifizia. Ma mentre colà si disputava, i potentati aveano di nuovo pronunziato legittimo il dominio del papa quanto gli altri, e necessaria all'indipendenza di ducento milioni di Cattolici la indipendenza del pontefice: e incaricarono di repristinarlo la Francia repubblicana, così governabile appena non ha più governo.

Così fu fatto: ma ciò portava l'ingrata necessità di una permanente occupazione straniera, per reprimere la rivoluzione che aveva concentrato i suoi fuochi contro di Roma. Il pontefice, in occasione che si trovavano i vescovi congregati per una sacra solennità, propose loro di decidere se il potere temporale fosse necessario qui e adesso. Risposero unanimi del sì, e diceano: «Come i prelati della Chiesa avrebbero potuto da tutte le parti del mondo arrivar sicuramente per conferire con vostra santità sui più gravi interessi, qualora avessero trovato su queste rive un principe geloso de' loro principi, o sospetto o nemico ad essi? V'è doveri di cristiano e doveri di cittadino, che non sono contrarj ma differenti. E come i vescovi avrebbero potuto compirli se non vi fosse a Roma una sovranità temporale, come è la pontifizia, assolutamente indipendente, e centro della concordia universale, senza ambizione umana, senza aspirazione a dominio terrestre? Noi liberi siam venuti a un papa-re libero: pastori noi ci occupiamo degli interessi della Chiesa: cittadini, degli interessi della patria: equamente congiungiamo gli uni cogli altri, e non negligendo i doveri nè di pastori nè di cittadini. Chi dunque oserebbe impugnare un principato così antico, fondato sopra tale autorità e necessità? Se anche si badi al diritto umano sul quale riposano la sicurezza de' principi e la libertà dei popoli, qual altra potenza potrebbe a questa paragonarsi? qual altra è così venerabile e santa? Se questi diritti si calpestino riguardo alla santa sede, qual principe sarebbe sicuro di conservar il suo regno, qual repubblica il suo territorio? È dunque per la religione, ma anche per la giustizia e pel diritto, fondamenti delle cose umane, se voi lottate e combattete».

Seicento mandarono indirizzi nell'egual senso, e milioni di firme accompagnate ciascuna da un'offerta, espressero l'omaggio verso il pontefice: ora legate in diciotto grossi volumi nella Biblioteca Vaticana, s'aggiunsero ai tanti documenti del principato romano. Qual lingua v'ha in cui esso non siasi affermato?

In realtà il potere temporale non è consacrato nè nella necessità nè nel principio, nè fuori nè dentro da verun dogma, cioè qual verità rivelata, proposta dalla Chiesa a credersi. È opportunità contingente; eppure scindere la quistione non è possibile, ed è necessario scegliere fra lo spirito della Chiesa e lo spirito della Rivoluzione. Quando tutto era forza, la Chiesa potè, mediante il suo potere, salvar la società e la civiltà: oggi pure, che al diritto si surrogano gli eserciti, i fatti compiuti: oggi che la forza proclama, gli oppositori balbettano, e pare assai ottenere una transazione; quanto le giova l'indipendenza materiale! vorrebbero il mondo senza papa, cioè come era in man di Nerone, ai piedi di Poppea, fra le braccia dell'insaziabile Messalina. Il papa ha per missione il governo della Chiesa, non dello Stato. La fede non dice che il temporale sia inseparabile appendice della divina missione, e indispensabile all'esercizio del potere spirituale, ma determina questo in modo, che non può venir esercitato se non da un capo indipendente. Tolte le varie gradazioni di sovranità, oggi non si riconoscono che re o sudditi: il papa, dal momento che cessasse di esser principe, rimarrebbe suddito d'un re, cioè all'arbitrio d'un ministero, che ben potrebbe usargli tutti i riguardi, tutte le deferenze, ma non lascerebbe d'esserne il padrone, anche quando camminasse d'accordo; in un conflitto poi potrebbe impedire ogni esercizio d'autorità a quello che ducento milioni di Cattolici han bisogno di saper indipendente.

Queste cose poteano esser comprese da Carlomagno[548] o Napoleone il Grande: non dalla trivialità de' giornali, non dalla rivoluzione che, elevato uno sul pinacolo del tempio, gli mostra la penisola, e gli dice: «Sarà tutta tua se prostrato mi adorerai». In fatto si fece credere che il ben dell'Italia richiedesse, non l'unità delle anime come vuol la Chiesa, ma l'unità geografica; si gridò in tutti i toni la frase di aspirazione nazionale, e fattosene organo il Piemonte, questo cacciò gli Austriaci dalla Lombardia cogli ajuti di Francia; poi contro il voto della Francia s'annettè i varj Stati d'Italia, facendo qui ciò che casa d'Austria fece un tempo colla Spagna. Possano esserne diverse le conseguenze!

Allora il pontifizio si trovò serrato entro un unico dominio, il quale gli aveva anche tolto le provincie sue migliori; le Legazioni per sollevazione, per conquista le Marche e l'Umbria, restringendolo a settecenmila abitanti, con una delle più insigni città del mondo; enorme testa di meschinissimo corpo.

Ridotta la politica a un calcolo di forze e ad una teoria geografica, si asserì che anche quel brano dovesse appartenere al regno, e capitale di questo fosse Roma; si tentò averla per forza; e poichè le altre potenze, e più dichiarata la Francia, lo impediscono, vi si mira con quelli che, un'altra frase del tempo, intitola mezzi morali. Il migliore certamente sarebbe il concedere la massima libertà religiosa, e il governar in modo da rendere desiderabili le leggi, i tributi, la giustizia, l'amministrazione nostra[549]. Invece si volge ogni studio a dimostrare che il pontifizio è il pessimo de' governi; e per farlo creder tale basta lo echeggino le trenta voci di quella che altra frase del tempo intitola opinione pubblica. Ma diversa cosa è la sovranità temporale dei papi e il loro governo. Ogni Governo conserva, ed è un modo di conservare il migliorar gradatamente. Ma perchè le idee, non avendo ostacoli di realità e d'attualità, procedono più rapide, sempre si trova che i Governi sono in ritardo. Perciò in ogni paese v'è una porzione, malcontenta del presente e desiderosa del nuovo, da cui spera ogni meglio: il grido di rivolta è sempre considerato come voce del popolo, dacchè, smarrito il senso dell'autorità, i teorici della sovversione guardano come segno di superiorità lo springar calci, e d'imbecillità il conservare. Come contro tutti i governi si declama perfin dai loro amici senza per questo volerli abbattere, così potrebbe esser pessima l'amministrazione del papa, che è infallibile nelle decisioni dogmatiche, non in quelle di Stato, nè perciò andarne invalidato il principio: questo è immanente, quella continuamente mutabile.

Allorchè si discute delle inenarrabili miserie dell'Irlanda, l'orgoglioso Inglese dice: «La causa n'è il papismo». Così qui si ripete che da Roma derivano immense jatture all'Italia; là si ricovera un re spossessato; là si fomenta il brigantaggio; là si desidera la restaurazione de' principi spossessati e si prepara; là s'insinua ai preti, e per essi alle popolazioni, che non è bene l'introdurre anche colà il giansenismo, la sofistica, le idee del 89, il codice francese: che i fatti compiuti non costituiscono un diritto: che al dominio della forza prevarrà il regno della giustizia. Se il papa è un capo dei briganti; se le sue speranze fonda sull'Austria; se i fautori di esso sono nemici della patria, chi non troverebbe giusto l'odiarli, e consono il perseguitarli, e il cercar in ogni modo la ruina d'un potere così micidiale? E chi nol crederebbe quando ogni giorno lo ripetono i giornali e l'effigiano le caricature?

Di rimpatto i Cattolici credonsi in dovere di obbedir al pontefice in quanto riguarda il dogma e la morale, e per venerazione filiale accettano la sua decisione anche quando pronunzia opportuna la conservazione della podestà temporale. Ai conservatori fa urto che Roma dovesse cessare d'esser la città delle arti; e colle vie dritte coi palazzi nuovi, colle caserme, cogli arsenali sostituire le trivialità odierne alla poesia di tante memorie, e i nomi di fatti e di eroi da scena a quelli che il mondo venera da secoli. I forestieri ricordano che Roma è di tutto il mondo, perocchè tutto il mondo contribuì a fabbricarla e arricchirla. I lepidi pongono in baja questo parlamento che starebbe al Quirinale mentre il papa al Vaticano; e quello pubblicherebbe leggi che questo maledice, ordinerebbe atti che questo proibisce[550]. I serj prevedono che a Roma non regnerebbero i Tarquinj, che sotto quell'aspirazione scavasi l'abisso alla dinastia. Altri poi non dissimulavano che, dietro la questione principesca, mascheravasi l'eresia, che vuole conservar la religione, tagliandole solo il capo; e lamentavano che la Chiesa è invecchiata, offuscate le sue verità, che bisogna ringiovanirla associandola alla progrediente civiltà. È la conseguenza della democrazia che, posto il governo nel popolo, vuol porre anche la Chiesa nel corpo de' fedeli; è un'applicazione della teoria protestante del senso privato, e vedemmo gli attacchi contro il dogma cominciar sempre da questo tema, troppo facile a chi guardi i disordini soltanto, non le mirabili istituzioni, non tanta esemplarità di vita e generosità di sacrifizj e d'abnegazione; non la faticosa propagazione del vangelo, non la perpetuazione dell'organamento gerarchico.

A questi concetti diè gran peso il libro Pro causa italica ad episcopos catholicos, auctore presbitero catholico (1861). Era opera del dottissimo Carlo Passaglia, che dopo avere insignemente combattuto fra' teologi e massime per l'immacolata concezione, erasi staccato dalla Compagnia di Gesù, e venuto professore a Torino. A detta sua, non può annoverarsi fra gli Stati uno che non basta a conservarsi e difendersi con forze proprie, ma è costretto puntellarsi d'armi straniere contro i sudditi, attenti ad ogni occasione di ribellarsegli, e che hanno diritto ad effettuare l'unità d'Italia, e perciò disfarsi di quel governo. Al papa dunque suggeriva di ovviare i disastri imminenti alla Chiesa col rinunziare al dominio terreno. Aggiungeva che il vescovo di Roma non può abbandonar la sua sede: asserzione contraria ai fatti di tanti pontefici e dei tanti vescovi in partibus, i quali niuno vorrebbe obbligar a rimanere là dove sono spogliati, avviliti, percossi.

In tal senso sporgeva una supplica, dove, confessatane la supremazia sui vescovi, pregava il papa a far pace coll'Italia, e lasciare che Roma divenisse capitale del nuovo regno. La petizione girò, e fu firmata da centinaja di preti, alcuni per verità in buona fede e per desiderio di concordia, ma pure presumendosi più teologi del papa, più politici dei consiglieri di esso.

Poco andò, e l'ispiratore vedea diminuirsi la sua autorità, e grandissimo numero degli aderenti far solenne ritrattazione: ma ciò che fu notevole, e che discerne l'età nostra dal Cinquecento, si è che neppure un vescovo sottoscrisse all'indirizzo passagliano. Molti vi diedero risposta, esagerando come si fa nelle politiche effervescenze: e domandavano: «Siete voi cattolico? — Sì. — Dunque dovete seguire la Chiesa e il papa. — Ma Chiesa e papa ingannano i fedeli e insegnano il falso — Dunque separatevi dalla Chiesa e dal papa; siate francamente protestante, e dateci il simbolo vostro come vera religione»[551].

Alle minaccie de' forti, come ai suggerimenti de' sofisti, Pio IX rispondeva una sublime e indomabile parola, Non è lecito. La Chiesa fu solita riconoscere i Governi di fatto, e ampiamente l'avea spiegato Gregorio XVI nella bolla Sollicitudo Ecclesiarum del 7 agosto 1831. Disputandosi la corona di Portogallo don Michele e donna Maria da Gloria, il primo mandò a Roma per provedere i vescovadi vacanti; e Gregorio, sull'esempio de' suoi predecessori, dichiarava che «se per necessità ecclesiastiche attribuisse ad alcuno un titolo di dignità anche regia, o gli spedisse legati, o trattasse o stipulasse con esso, non dovea tenersi cresciuto il suo o scemato il diritto di altri; avvegnachè si mirava solo a condurre i popoli alla felicità spirituale ed eterna». Chiedeasi dunque che anche Pio IX riconoscesse il fatto del regno d'Italia: ma i difensori della Chiesa rifletteano che oggi non trattavasi d'altri principi spodestati, sibbene del capo stesso della Chiesa. S'egli è legittimo per consenso di tutta la pubblica ragione, non si dà diritto contro il diritto, nè egli potea consentirne alcuna violazione: non potea rinunziare ad un'indipendenza che protegge l'indipendenza di tutti i Cattolici del mondo; rinunziare a possessi che avea ricevuti unicamente in deposito, da trasmettere a' suoi successori; nè colla propria rinunzia infirmare le ragioni di tutti i principi spossessati. Egli riformatore, diverrebbe rivoluzionario rinunziando[552].

Esposto alla doppia prova dell'ovazione e degli insulti, più che non de' possessi temporali Pio IX affliggeasi per le persecuzioni insistenti e per la vedovanza di tante chiese, i cui vescovi od erano morti nè più surrogati, o giacevano in esiglio o in carcere. Pertanto, essendo rotte le comunicazioni legali fra il padre di tutti e i suoi figliuoli, in modo privato dirizzò una lettera a Vittorio Emanuele, invitandolo a combinar modo di provvedere alle settantadue sedi vacanti. I ministri ne gioirono, quasi con ciò avesse egli riconosciuto il re d'Italia; e come una grazia mandarono persona che trattasse, ma senza veste pubblica. L'avvocato Vegezzi, tanto savio quanto pratico, portò ben innanzi gli accordi, ma mentre era prestabilito non si toccasse alla questione politica, ecco sopraggiungergli istruzioni che la implicavano. La Corte romana le ricusò; e i ministri, asserendo che n'era compromessa la dignità della corona[553], richiamarono il messo; e aprendosi allora il parlamento nel novembre 1865, vi fecero pronunziare dal re, che dovrebbe provedersi a segregar lo Stato dalla Chiesa.

Era una nuova frase d'un tempo che le frasi accetta per pensieri. I conservatori rispondevano che tale separazione suppone due podestà di fronte, mentre i governativi non ne ammettono che una; ma quest'una abbraccia l'intero individuo, o lascia qualche elemento del cittadino sottrarsi allo Stato? Il progresso civile del cristianesimo sopra la gentilità consistette appunto nel riconoscere che l'uomo, anche legato in civile società, resta padrone di sè, delle credenze sue, della sua fede, delle facoltà per le quali si inalza a Dio. In quell'ordine egli è sovrano; e può od isolarsi, od unirsi a un gruppo di persone, libere come lui d'adorare e credere. Lo Stato non ha nulla a immischiarsene; e trattisi d'un uomo, o d'un sodalizio, o d'un Concilio, la sovranità, che è d'origine puramente naturale, si arresta davanti al santuario della coscienza. Come ente morale distinto, la Chiesa dee aver facoltà d'amministrare, far leggi, osservarle, senza che il Governo possa impacciarla in quanto concerne i dogmi, la disciplina, la gerarchia.

E la Chiesa e lo Stato (argomentavano i conservatori) sono distinti per origine e per mezzi; ma entrambi operano sopra un individuo inseparabile, che come cristiano appartiene alla Chiesa, come cittadino appartiene alla società civile, sicchè necessariamente dipende e dalla Chiesa e dal Governo. Voler che quella restringa la sua autorità a sole le anime, implicherebbe che il corpo possa operare indipendentemente dallo spirito, o viceversa. Entrambi agiscono sull'ente duplice; e qualora propongansi lo stesso fine, non v'è titolo perchè operino separatamente; qualora siano in conflitto, l'uno soprafarà l'altro; saranno due potenze a cozzo; uno Stato nello Stato; una guerra inevitabile. Già Dante rimproverava l'antica Roma di confondere in sè due reggimenti, mentre lo Stato e la Chiesa devono restare non separati, ma distinti; non una Chiesa nazionale, servile alle esigenze politiche; non lo Stato impedito dalla Chiesa. Lontana dal tempo quando prevaleva allo Stato, essa a questo non domanda che la libertà; la quale val ben meglio d'una protezione comprata a spesa di diritti. Che importa alla Chiesa delle condizioni politiche? essa non ha per suo ideale verun Governo umano; basta nol trovi in opposizione colla sua dottrina. Suo uffizio è proclamare la verità, attuare la morale, comandando in nome di Dio al fôro interno. Tale uffizio non potrebbe assumersi il Governo senza ledere la libertà di coscienza. Il Governo deve possibilmente conformare i suoi atti politici ai beni spirituali e morali. Come conoscerli, come determinarli, quando cozzino coi temporali? Questo cozzo non deriva dall'esser uniti Stato e Chiesa, bensì dalla natura viziata dell'uomo, che ravvisa due sorta di beni, e non sa via di conciliarli.

Come all'umana natura sono insiti l'autorità della fede e la libertà del ragionamento, e perciò essendo indistruttibili, bisogna conciliarli, così è dello Stato e della Chiesa; e poichè tutti i poteri hanno il dovere di cooperare alla destinazione umana, lo Stato nel cercar il bene temporale non può prescindere dallo spirituale che n'è tanta parte, procedendo per la via della giustizia, santificata dalla religione.

La Chiesa ha bisogno d'aver la libera parola, perchè tutti ricevettero da Cristo il diritto di ascoltarla; ha bisogno d'aver libere le elezioni, onde conservare alla società cristiana il diritto alla successione apostolica; ha bisogno d'adunarsi e discutere, perchè i comuni interessi dei fedeli vengano in comune ponderati dai loro pastori; ha bisogno di diriger l'educazione e i matrimonj, perchè la famiglia ha diritto di far risalire a Dio la grazia della paternità, e di produrre cittadini degni della patria terrena e della celeste. Donde appare che i diritti della Chiesa sono infine diritti dei fedeli e lor patrimonio comune. Se, quale podestà spirituale, la Chiesa deve avere la libertà della parola, della grazia, della virtù, per insegnar agli uomini, convertirli, renderli perfetti, bisogna abbia la facoltà di difendere anche contro la forza i diritti della coscienza e la libertà delle anime. Suo destino è di vivere nel tempo e nello spazio, mescolata agli affari del mondo, e mal la conosce chi dalla segregazione spera pace e prosperità. Appunto perchè mista alle cose mondane ha il diritto di proprietà e sovranità, fondato sulla natura e sulla storia. Uno può possedere come proprietario o come sovrano. La Chiesa volle sempre il primo modo: non fe che accettare il secondo, perchè lo crede necessario in certe contingenze.

Non dunque Chiesa nello Stato o Stato nella Chiesa, nè Stato senza Chiesa, ma armonia dello Stato colla Chiesa, liberi nel loro campo d'azione, nell'amichevole esercizio dei loro poteri, e nel fine comune di prosperar l'umana convivenza; non secolarizzare la religione, bensì consacrare la politica, accordandosi in un potere discrezionale, di limiti indefinibili e di mutua compensazione. Lo Stato cura gli atti giuridici, la Chiesa i morali; quello è razionale, questa bada al sovranaturale, alla Grazia; per quello la libertà civile, obbediente alle prescrizioni umane, per questa la libertà morale, obbediente alla legge divina. Grave errore il lasciare cancellar dallo spirito, foss'anche pel barbaglio della gloria, la distinzione del giusto e dell'ingiusto, e fidarsi alla forza sin al giorno inevitabile ch'essa soccomba ad una maggiore! I due ordini coesistenti diansi la mano per la felicità del genere umano; è delitto di lesa società il confonderli quanto il disgregarli; e la difficoltà non consiste nello stabilire accordi, ma nella diffidenza che sieno osservati.

Non trattasi dunque se un principe abbia ad occupare un altro piccolo territorio, se un re governi bene o male[554], bensì dell'armonia universale: non vuolsi libera Chiesa in libero Stato, ma in popolo libero: non condannare ciò che l'immensa maggioranza venera ed ama; non sottomettere le magnifiche speranze dei giusti e le salutari paure de' peccatori a decreti di ministri e prefetti, bensì introdurre l'amore e la giustizia, senza cui non v'è pace; far concorrere al bene universale le due podestà, che concordi possono tutto, discordi nulla valgono contro il male.

Questi e ben più solidi argomenti produceano coloro che ancor credono all'efficacia delle ragioni e dei sentimenti virtuosi, cercando elevar la quistione di sopra all'atmosfera venefica delle passioni e al polverio della mischia, e lontano dagli irritanti ricordi[555]. Di fronte alle difficoltà complicantisi fra un popolo tormentato a vicenda dalla servitù o dalla libertà, che da un ordine senza dignità passa a un disordine senza grandezza, i timorati credono e i baldanzosi vantano che il cattolicismo, privato del piedestallo d'un dominio temporale, va a perire. Certo s'ingannano. Altri affermano che potrebbe il capo della Chiesa conservar la sua indipendenza sotto la tutela dello Stato. Crediamo che costoro lascinsi ingannare. Quelli poi che dicono il potere temporale dovere abbattersi acciochè meglio sia venerato lo spirituale, son gente che vuol ingannare. Del resto nessun più che il clero porta oggi le stigmate dell'ingiustizie del mondo: ma sa che la Chiesa ebbe per destino il soffrire, per gloria l'aver tutto affrontato, e per avvenire il soffrire tutto, tutto affrontare ancora, e resistere incessantemente all'ingiustizia e all'immoralità.

Non vedemmo agitarsi questo conflitto dello Stato e della Chiesa colle armi, poi colle dottrine, poi col sofisma, poi colle bestemmie? Se non vi riuscirono Diocleziano, Giuliano, Voltaire, il Terrore, mal pretenderebbesi ora scioglierlo colle frasi: ma chi dimenticò quel ch'è giusto è condannato a non conoscere più quel ch'è possibile. In fatto la Francia stipulò di nuovo col Governo d'Italia che il dominio papale verrebbe rispettato, e che la capitale sarebbe Firenze: a tali condizioni ritirerebbe le truppe che proteggevano non un principe straniero, ma il padre comune a Roma. Al pontefice, quando, per la convenzione del 15 settembre 1864[556], si trovò abbandonato anche dal Governo francese che in faccia a tutta l'Europa aveva assunto l'impegno di difenderlo, non restava che protestare. I Cattolici, trovandosi più sempre conculcati, pensarono premunirsi costituendo una «Associazione cattolica per la difesa della religione» che, secondo i suoi statuti, doveva aver un capo a Bologna, rappresentanti nelle varie città, ma tutti notificati al Governo, e tenersi estranea a qualunque azione politica, perfino alle elezioni. Subito dalle mille voci fu denunziata come una grande cospirazione austro-borbonico-clericale, «una vasta rete di congiurati per vituperare e combattere le disposizioni del Governo sulle faccende ecclesiastiche, procacciare nemici con la stampa, conturbare le coscienze, eccitare il fanatismo e l'intolleranza delle plebi sotto il pretesto di scuotere l'indifferentismo religioso in Italia; stabilire insomma una sètta ordinata, numerosa e compatta per mettere in rovina il potere, e rovesciarlo alla prima occasione propizia»[557].

A queste ombre dà corpo il partito che s'intitola liberale, e che dice al potere, «Ajutami ad abbattere i clericali»: poi dirà al popolo, «Ajutami ad abbattere il Governo»: infine dirà alla ciurma, «Ajutami ad abbattere Governo e popolo». Di applicare quel che, nel diritto nuovo, chiamasi libertà, cioè l'arbitrio del Governo, opportunissima occasione trovò allorquando il regno d'Italia, approfittando della nimicizia rotta dalla Prussia all'Austria, dichiarò guerra a questa per toglierle il Veneto. Mentre si ostentava baldanza per un esercito formidabile e una decantata marina, si finse temere che i Cattolici volessero cogliere il momento per tentare di sconnettere un regno, dove l'unione è decretata e legale, ma non ancor penetrata negli spiriti. Allora dunque i liberali fecero passare una legge de' sospetti (17 maggio 1866), che infaustamente serba il nome di Crispi, per la quale lasciava autorità al Governo di mandare a domicilio coatto le persone che dessero ombra. Subito in ogni città, in ogni borgata furono istituiti comitati che origliassero e denunziassero; v'ebbe spie che apersero le lettere, delatori fin tra parenti, fin tra deputati; sfoghi di vendette, prepotenze di magistrati. Universale fu la costernazione, e la servilità de' prefetti e de' sindaci, i rancori degli individui, le passioni de' partiti, la brutalità delle gazzette si accordarono per denunziare i vescovi e i sacerdoti che avevano mostrato o zelo della religione, o dottrina non comune, o fermezza a respingere gli abusi; e quelle persone che si possono calunniare ma non disprezzare, e che non è così facile far obbedire all'iniquità. Principalmente fu colpa, o almeno indizio l'esser appartenuto alla Associazione Cattolica. Secondo le statistiche presentate, seimila ottocenventicinque persone furono proposte per la relegazione, di cui quattromila censettantuno vi vennero sottoposte, anche senza processo; e benchè la legge non parlasse che di domicilio coatto, furono chiusi nelle prigioni dei ladri; appajati agli assassini nel trattamento. I giornali in quel terrore universale risero sardonicamente, esclamando: «Ecco applicata la libertà della Chiesa».

L'inverecondo strazio lentossi, poi cessò quando ci fu imposta la pace, e il ministero, sotto l'ispirazione migliore parve entrare in concetti più civili e meno illiberali rispetto alla credenza della maggioranza, come diceano, e togliere le inique parzialità. Allora dagli ergastoli, dalle isole, dalle caserme, dai lontani esigli ritornò quella folla di sospetti clericali, contro nessun de' quali erasi potuto procedere legalmente. Allora ancora si permise potessero restituirsi alle sedi i tanti vescovi che n'erano tenuti lontani per paura della loro virtù, e sotto la maschera di salvarli dall'oltraggio del popolo. E per verità quel pugno di persone che in ogni paese usurpa il titolo di pubblico, que' giornali che han tossico nel cuore e fango nel pensiero tentò dapertutto eccitare ire, dimostrazioni, fischi; per lo più prevalse il buon senso: e lasciò sfogo al sentimento devoto e riconoscente dalle plebi, tantochè potette applicarsi a tante diocesi d'Italia quella descrizione che Gregorio Nazianzeno fa dell'esultanza de' Cristiani dopo la morte di Giuliano.

Allora si consentirono alcune libertà alla Chiesa, come di scegliere i proprj vescovi senza bisogno di presentazione regia, di giuramento, di placitazioni: si propose una legge che, pure spogliando la Chiesa, promettevale le sue libertà. Nol sofferse il parlamento; abbattè il ministero e quella legge, nè tampoco volle discutere; rinnegò ogni libertà[558], e dopochè l'Austria ebbe abbandonato il Veneto, all'aspirata unità italiana dichiarava non mancare che l'acquisto di Roma. Tanto s'è iti lontani dai motori della rigenerazione italiana! tanto con mezzi sovvertitori si turbò la causa santa promossa da persone che per la patria aveano fatto più che scrivere una gazzetta!

Pio IX, se come principe adopra ogni guisa al miglioramento del suo Stato[559], come papa ha l'intima persuasione d'una particolare assistenza di Dio, il quale certamente lo caverà da questi mali passi, ripristinerà intera la sua autorità anche temporale, purchè egli non rendasi indegno delle grazie superne; ed anzichè cercare armi ed appoggi mondani, aspetta il miracolo. Intanto espone i torti e protesta, e il fece di nuovo nell'allocuzione del 29 ottobre 1865, dicendo:

«Più volte e con lettere e con allocuzioni abbiamo deplorato le cose di nostra religione, afflitte da molti anni in Italia, e le gravissime ingiurie fatte dal Governo del Piemonte a noi e all'apostolica sede. Cresce il dolor nostro, vedendolo incessantemente e con sempre maggiore violenza aggredire la cattolica Chiesa, le salutari leggi e i sacri ministri di essa, vescovi, integerrimi uomini d'ambo i cleri, onestissimi cittadini cattolici, senza umanità, con quotidiano eccesso cacciare in esiglio, in carcere, o vessar in modi indegni; le diocesi con gravissimo detrimento delle anime lasciar prive de' pastori; le vergini sacre a Dio espulse da' lor monasteri e ridotte a mendicità; i templi di Dio violati; i seminarj episcopali chiusi; la istruzione della gioventù tolta alla disciplina cristiana, e commessa a maestri di errore e d'iniquità: il patrimonio della Chiesa usurpato e distratto. Messi in non cale le censure ecclesiastiche e i reclami giustissimi da noi fatti e dai vescovi, sancì leggi avversissime alla Chiesa e alle dottrine e ai diritti di essa, fin la legge del matrimonio civile, sommamente contraria non solo alla dottrina cattolica, ma eziandio al bene della civile società, poichè rompe la dignità e santità del matrimonio, e promuove un turpissimo concubinato, stantechè tra fedeli non può esserci matrimonio che non sia sacramento. Violando la pubblica professione de' consigli evangelici, spregiando i grandissimi beneficj recati dagli Ordini regolari in tutte le cose religiose, civili e letterarie, non esitò a sopprimere le corporazioni religiose, e usurparne le possessioni cogli altri beni ecclesiastici. Fin prima di ottener il possesso della Venezia, estese a quelle regioni le medesime leggi e decreti, e abolì il Concordato da noi statuito coll'imperatore d'Austria[560].

«Epperò, come richiede il gravissimo ufficio del nostro apostolico ministero, di nuovo alziamo la voce pontificale per la religione, per la Chiesa, pe' sacri dritti di lei, pei diritti e per l'autorità di questa cattedra di Pietro, fortissimamente detestando e riprovando nel complesso e in ogni particolare tutto ciò che contro la Chiesa è stato decretato e operato dal subalpino governo e da' suoi magistrati di qualunque specie, e quei decreti e i loro effetti colla nostra apostolica autorità abroghiamo e dichiariamo di niuna forza e valore. Coloro che ne sono stati autori, e han nome di cristiano, seriamente vogliano pensare d'essere miserabilmente caduti nelle censure e pene spirituali che le costituzioni apostoliche, e i decreti de' Concilj infliggono ipso facto agli invasori de' diritti della Chiesa...

«Uomini astuti interpretano a lor modo e arbitrio quella benedizione che noi demmo all'Italia allorchè, per ispontaneo amore verso i popoli dello Stato Pontifizio, parlammo perdono e pace. Femmo umili e fervorose preghiere a Dio che dagli imminenti mali liberasse, l'Italia e qui maggiormente splendesse il dono preziosissimo della fede; coll'onestà de' costumi, la giustizia, la carità, le altre virtù cristiane. Nè abbiam mai cessato di pregare Iddio, affinchè la salvi da tante calamità di ogni genere; e più che altro chiediamo al clementissimo Iddio che questi popoli italiani col suo celeste ajuto soccorra e avvalori a star saldi nella sua divina fede e religione, e a sopportare con cristiana fermezza tante avversità.

«È però follia trarre da ciò argomento onde chiedere che noi rinunziassimo al principato civile. Per singolare consiglio della divina provvidenza avvenne che il romano pontefice avesse il suo civile principato, onde nell'assoluta indipendenza da qualunque potere politico, liberamente esercitasse la sua suprema autorità e giurisdizione su tutta la Chiesa universale, e tutti i fedeli ai decreti, e mandati suoi avesser fiducioso ossequio senza sospetto, che gli atti suoi provenissero da volontà o impulso di verun potere politico.

«Lo perchè il civile principato non solo non possiamo rinunciare, ma dobbiamo strenuamente tutelare in tutti i suoi diritti. È noto con quanta sollecitudine i vescovi di tutto l'orbe cattolico l'abbiano propugnato a voce e in iscritto, e dichiarato, nella presente condizione delle cose mondane, essere di tutta necessità al romano pontefice, per esercitare la sua libertà di pascere il cattolico gregge di tutto il mondo; colla qual libertà è connessa quella di tutta la Chiesa universale.

«Vociferano pure che noi dobbiamo pacificarci coll'Italia, intendo dire coi nemici della religione che intitolano se stessi Italia. Noi che, assertori e vindici della salutare dottrina della virtù e della giustizia, dobbiam procurare la salute di tutti, come potremmo accordarci con quelli, i quali, sordi alla verità, da noi fuggono, e neppur han voluto aderire ai desiderj nostri, unicamente diretti a provvedere di vescovi tante diocesi italiane deserte?

«Volesse Dio che costoro, i quali oppugnano sì fieramente noi e questa sede apostolica, alzando gli occhi e l'animo alla verità e alla giustizia, ne avessero lume e ravvedimento; e venissero a noi, guidati da salutare affetto di penitenza! Allora vedrebbero come l'augusta nostra religione conduca a privata e a pubblica felicità individui e popoli; dove essa impera, ivi di necessità si ritrovano la vita onesta, l'integrità, la pace, la giustizia, la carità e ogni altra virtù; nè i popoli vi sono percossi dai mali che gli opprimono ovunque essa è conculcata e invisa....

«Furiosi nemici non cessano di gridare che questa Roma dev'essere partecipe del sovvertimento italico; anzi esserne la capitale. Sperda Iddio gli empj consigli; e non permetta che quest'alma città, dove Egli collocò la cattedra di Pietro, abbia a tornare in quel tristissimo stato, quando la prima volta v'entrò il beatissimo principe degli apostoli. Noi, da ogni umano ajuto quasi deserti, fidenti nel solo ajuto di Dio, siamo apparecchiati a difendere anche col pericolo della vita la causa della Chiesa, a noi da Cristo divinamente commessa; e se fia bisogno, andarcene in qualunque altro paese ove nel miglior modo esercitare il nostro apostolico ministero...

«Purtroppo non è certo se questa o quell'altra nazione abbia da conservar sempre il tesoro preziosissimo della divina fede e religione. Popoli che un tempo custodivano fedelmente il deposito della fede e la disciplina dei costumi, al presente sono scissi da quella pietra, su cui è fondato l'edificio della Chiesa. Miseri i principi i quali, dimentichi d'esser ministri di Dio pel bene, han trascurato di fare quanto è in loro potere e dovere per impedire che si distrugga il preziosissimo tesoro della fede cattolica, fuor della quale è impossibile piacere a Dio...»

Questi gemiti ripetemmo perchè rivelano i dissensi della Chiesa dallo Stato, del popolo vero dai suoi rappresentanti, della nazione da' suoi padroni: perchè si ebbe cuore di dire solennemente che il papa non si duole delle ingiustizie contro la Chiesa[561]; e perchè si veda come i fabbricatori di distruzione allontanino più sempre quella conciliazione, senza della quale non potrà dirsi fatta l'Italia. E mentre scrivo vien ratificata (15 agosto 1867) una legge di passione e di guerra per dilapidare la Chiesa, lasciando senza risposta le lezioni del passato e le interrogazioni dell'avvenire, a cui legheremo tanti inganni, tanti errori, tanti rimpianti: suonano i gemiti di migliaja di anacoreti e monache, cacciati dagli asili dove s'erano formati all'amor del prossimo e all'energica sommessione al voler di Dio, e che esposti a vera fame, ispirano compassione fin ai loro nemici, che crederebbero viltà l'ostinarsi a ingiuriarli; suonano gridi dal parlamento che, «ritirati i Francesi da Roma, omai i preti possono prendersi a calci»[562]: suonano i proclami de' comitati, che spinti dal gran rivoluzionario, preparano armi, prestiti, mine contro Roma, non dissimulando che con ciò si dee scassinare l'ordinamento cattolico.

Se i potentati sostengono il pontefice, s'egli è una forza con cui le forze devono contare, gli è perchè il popolo è ben lontano dall'averlo abbandonato. Altrove le dinastie spariscono alle trame d'un ministro o d'un cospiratore; al comparir dell'oro o delle camicie rosse sfasciansi gli eserciti, spergiurano gl'impiegati. Qui non avvenne. Ma se Dio vorrà non esista più un popolo, a governar il quale basti un prete senza spada, che annunzia la pace e non vuol mai la guerra; dove non si cambiò dinastia da XVIII secoli; dove ogni lingua ha collegi e rappresentanti e tribunali; dov'è l'asilo comune de' perseguitati, la scuola degli artisti e degli eruditi; dove stanno gli archivj della civiltà che di qui fu inviata e protetta in tutto il mondo; dov'è una quiete che ripugna, un silenzio che mortifica il convulsivo rumore dell'altre genti; se s'avvererà la profezia che il demonio prevalga ai santi[563], il pericolo sarà de' Cattolici, non del cattolicismo, e ai paurosi suonerà la parola, «Di poca fede, che dubiti?».