Eterna ed una, dell'immenso tutto

Somma cagion, visibile, verace,

Alma natura, che qual sempre fosti

E sarai sempre, sei ciò ch'è, che fue,

Che in avvenir sarà: sta delle cose

In te il principio, la ragion, l'essenza,

Il moto, la virtù, la vita, il senso, ecc.

521. Qualora non potessero esimersene senza grave pericolo e danno, Pio VII permetteva agli antichi suoi sudditi di giurare «di non prender parte in qualsiasi congiura, complotto o sedizione contro il governo attuale; e d'essergli sottomessi e obbedienti in tutto ciò che non sia contro alle leggi di Dio e della Chiesa».

522. Di quella che chiamammo eresia politica fu il tipo Napoleone I. Il suo intento fu sempre di dominare la Chiesa; e come disse a Sant'Elena, «rispettar le cose spirituali, dominandole senza toccarle; volendo acconciarle ai suoi intenti politici, ma per l'influenza delle cose temporali». Ma per l'inseparabilità loro, anche delle spirituali si mescolò. Il diritto avuto pel concordato di nominar i vescovi, che un tempo la Chiesa avea potuto cedere a principi religiosi, diveniva terribile stromento in mano del rappresentante della rivoluzione francese; d'un libero pensatore. Il linguaggio verso il papa e i prelati ne fu dapprincipio rispettoso; conoscendo l'importanza di restaurare l'autorità, ripristinò la gerarchia, e nelle cerimonie i cardinali passavano avanti ai marescialli, i vescovi ai generali, ma purchè obbedissero a' suoi decreti, assecondassero le sue mire: il che per verità era men difficile, atteso il fascino della grandezza di lui, e dell'imperiosità che non supponeva mai la possibilità d'un'opposizione. La nomina de' primi 60 vescovi fu prudente, e diretta a conciliare i partiti, ma insieme a prepararsi vescovi favorevoli per quando domanderebbe la già meditata corona. Dappoi fu sempre più interessata, sebbene non mai scandalosa, cernendoli fra le persone avverse alla revoluzione, devote a lui e alle istituzioni imperiali, fedeli alle libertà della Chiesa gallicana e di famiglie aristocratiche, avendo potuto dire: «Non c'è che le persone di vecchia razza che sappiano ben servire». Al principe Eugenio scriveva: «Fatemi conoscere chi sostituir nelle sedi vacanti. Bisogna nominar de' preti che mi sian molto attaccati, non cercar vecchj cardinali che all'occasione non mi seconderebbero» (17 febbrajo 1806). E a Giuseppe re di Napoli: «Vi dirò schietto che non mi piace il proemio della soppressione dei conventi. In ciò che riguarda la religione il linguaggio dev'essere nello spirito della religione, e non in quello della filosofia. Qui sta la grand'arte di chi governa. Il preambolo doveva essere in istile da frate. Gli uomini sopportano meglio il male quando non vi si unisca l'insulto. Del resto sapete che non amo i frati, giacchè li distruggo da per tutto» (14 aprile 1807). E ad Elisa: «Non esigete giuramento dai preti. Non riesce che a far nascere delle difficoltà. Tirate dritto, e sopprimete i conventi» (17 maggio 1806). E poco dopo: «Il Breve del papa non importa un fico sinchè resta in man vostra. Non perdete un momento per incamerar tutti i beni de' conventi. Non badate ad alcun dogma. Pigliate i beni de' frati, e lasciate correr il resto» (24 maggio).

Frequenti nasceano le occasioni di Te Deum, accompagnati da pastorali dove i vescovi esaltavano il presente ordine, e, ispirati dal ministero, lanciavano qualche motto contro gli scismatici Russi, gli eretici Inglesi, le persecuzioni che i cattolici soffrivano in Irlanda: non doveano mai mancar le lodi al restaurator della Chiesa, e venivano rimproveri se fossero scarse. Introdusse di far leggere nelle chiese i bullettini dell'esercito, ma poi gli parve che con ciò si desse ai preti un'ingerenza nelle cose politiche, ch'ei non voleva. Da ciò il volere che i preti non potessero salire a gradi nel ministero dei culti senza aver laurea dall'università (30 luglio 1806), la quale potrebbe ricusarla «a chi fosse conosciuto per idee oltramontane, pericolose all'autorità». Che se anche semplici curati dessero segno d'indipendenza, faceali mettere prima in conventi, poi in prigioni; e quelle di Vincennes, di Santa Margherita, di Fenestrelle, d'Ivrea furono piene di sacerdoti, non processati, non condannati, che o morirono, o furono liberati alla caduta di lui, senza sapere il perchè fossero stati presi. Ciò in appresso, ma fin dal principio lagnavasi altamente delle sofisticherie di Pio VII, e assicurava che con ciò portava la ruina della religione. Minacciava che la Francia fosse per divenir protestante, e al nunzio Caprara rimproverando qualche opposizione, diceva: «Non è più il tempo che i preti faceano miracoli. Richiamate quel tempo, ed io vi lascio tutto. Nelle circostanze presenti, dovete lasciar fare ogni cosa a me, prestandomi appoggio fin dove la religione lo consente. Le differenze nostre han fatto nascere fra gl'increduli e gli atei l'idea di gettarsi nel protestantismo, che, dicono, non porta discussioni, e i cui capi fanno ogni opera per trarre il mondo in questa via».

Volle anche procacciarsi il monopolio della parola, e a Portalis, ministro de' culti, il quale avea messo il molto suo ingegno a tutto servizio di lui, scriveva di abolir tutti i giornali religiosi, e ridurli a un solo Giornale dei Curati: eppur si sbigottiva quando questo contenesse alcuna cosa avversa alle libertà gallicane. Non è da tacere che, fin dai primi tempi, ma viepiù in appresso, falsificava o alterava i documenti emanati dalla santa sede nel riprodurli sul Moniteur o nel tradurli, nè esitava di darvi interpretazioni e ispiegazioni fallaci.

Intanto egli s'intrigava di cose strettamente religiose, come la festa del 15 agosto, per la quale fe comparire un san Napoleone, fin allora ignoto al calendario francese, e che doveva escluder la memoria dell'Assunta. Era una nuova occasione ai vescovi di far elogi all'imperatore, e pur troppo vi strabbondarono in frasi, che ormai non sono che de' giornalisti.

Volle anche farsi definitore dogmatico nel famoso catechismo. Già negli articoli organici soggiunti al concordato, aveva imposto non vi sarebbe che una sola liturgia, un solo catechismo per tutte le chiese di Francia. Roma, che ama l'unità, non disgradì questa determinazione. Napoleone, non volendo allora cozzar subito col papa che l'avea coronato, incaricò di stenderlo un teologo italiano, addetto alla legazione del cardinale Caprara: ma avendolo fatto male, l'abate Emery suggeriva di prender il catechismo di Bossuet, prelato pel quale Napoleone mostrava la più gran venerazione non per altro se non perchè pareagli ligio a Luigi XIV. Nella spiegazione del quarto comandamento del decalogo si era sempre stati contenti d'impor l'obbedienza in generale; e il catechismo di Bossuet diceva: «Il quarto comandamento impone di rispettar tutti i superiori, pastori, re, magistrati e altri», nè di più avea preteso l'imperioso Luigi XIV. Qui bisognò far un intero capitolo sopra l'obbedienza dovuta ai principi, poi scendere in particolare a Napoleone I.

Quel catechismo fu tradotto, ad uso del regno d'Italia, e nella lezione VII si legge:

D. Quali sono i doveri dei Cristiani verso i principi che li governano, e in particolare i nostri verso Napoleone I, imperatore e re?

R. I Cristiani devono ai principi, o noi in particolare dobbiamo a Napoleone, nostro imperatore e re, l'onore, il rispetto, l'obbedienza, la fedeltà, il servizio militare, i tributi per la conservazione dell'impero o del suo trono. Inoltre gli dobbiamo fervide preghiere per la salute sua, e la prosperità spirituale e temporale dello Stato.

D. Perchè siam tenuti a questi doveri verso il nostro imperatore e re?

R. Primo, perchè Dio, che creò gl'imperi e li distribuisce a volontà, colmando l'Imperatore di doni in pace e in guerra, lo stabilì nostro sovrano, lo rese ministro della sua potenza, e sua immagine in terra. Onorare e servire il nostro imperatore e re è dunque onorare e servire Dio stesso. Secondo, perchè nostro signor Gesù Cristo colla dottrina e coll'esempio ci insegnò quel che dobbiamo al nostro sovrano: nacque obbedendo all'editto di Cesare Augusto: pagò l'imposta: e come ordinò di render a Dio quello che è di Dio, così ordinò di rendere a Cesare quel che è di Cesare.

D. Non vi sono doveri particolari che ci attacchino più fortemente a Napoleone I, nostro imperatore?

R. I doveri che ci legano all'Imperatore, ci legheranno anche ai successori suoi legittimi, nell'ordine stabilito dalla costituzione dell'Impero.

Il cardinale Caprara, allora legato pontifizio, non sapeva più contraddir nulla all'imperatore: e sebbene, allorchè primamente ne fe motto, il cardinale Consalvi avesse apertamente disapprovato il catechismo inviato a Roma, e detto che non si poteva imporlo a tutti i vescovi, e tanto meno conveniva all'autorità secolare arrogarsi una facoltà, da Gesù Cristo confidata solo alla Chiesa e al suo vicario, il Caprara tenne celata tale disapprovazione, e il catechismo apparve come autorizzato dal nunzio nell'agosto 1806, benchè alcuni vescovi trovassero esorbitante la parte che l'imperatore si assumeva nelle cose ecclesiastiche.

523. Lettera 23 aprile 1859 all'abate Perreyre, e del 12 aprile a M. Rendu nell'opuscolo l'Italie de 1847 à 1864, p. 102.

Ai dì nostri due preti in maniera opposta visitarono o giudicarono Roma: Lamenais e Lacordaire. L'uno come Lutero non seppe vedervi che ambizione, che intrighi, che sottofini, che coperte vie; e andatovi con orgoglio, le volgeva lo spalle per divenir apostolo del comunismo e della ribellione.

L'altro, ravveduto da un'eccessiva ammirazione della ragione, venerava la rivelazione e i suoi depositarj, pur non lasciando di proclamare l'associazione della libertà colla Chiesa. E diceva: «Il mondo cerca la pace e la libertà, ma sulle vie della turbolenza e della servitù. Sola la Chiesa ne fu la sorgente pel genere umano; sola, nel seno oltraggiato dai suoi figli ella serba il latte inesauribile. Quando le nazioni saranno stanche d'essere parricide, colà troveranno il bene ch'esse non posseggono più. Per ciò il prete non si mescolerà alle quistioni sanguinose e sterili del suo secolo; pregherà pel presente e per l'avvenire:... predirà senza stancarsi alle generazioni contemporanee, che non v'ha pace nè libertà possibile fuor della verità:... ringrazierà Dio di viver in un tempo, in cui l'ambizione non è più possibile: comprenderà che, più gli uomini sono agitati, più possente è la pace che regna sulla fronte e nell'anima del prete; più gli uomini sono nell'anarchia, più possente è l'unità della Chiesa; più il secolo profetizza la morte del cristianesimo, più il cristianesimo ne diverrà glorioso, quando il tempo, fedele all'eternità, avrà spazzato quell'orgogliosa polvere, la quale non dubita che, per esser qualcosa nell'avvenire bisogna esser qualcosa nel presente, e che il nulla mena al nulla. — In fine il prete sarà quel ch'è la Chiesa, inerme, pacifico, caritatevole, paziente, viaggiatore che passa beneficando, e che non si meraviglia d'essere mal conosciuto dal tempo, perchè egli non è del tempo.

«O Roma, siffatta io t'ho vista. Serena fra le tempeste dell'Europa, tu non avevi alcun dubbio di te stessa, alcuna stanchezza: il tuo sguardo, rivolto alle quattro plaghe del mondo, seguiva con sublime lucidezza lo svolgersi degli affari umani nel loro legame coi divini: solo la tempesta, che ti lasciava calma perchè lo spirito di Dio soffiava in te, mescolava agli occhi del semplice fedele, men avvezzo alle variazioni del secolo, qualche compassione alla sua ammirazione... Roma, lo sa Dio, io non ti sconobbi perchè non vedessi i re prosternati alle tue porte; ho baciato la tua polvere con una gioja e un rispetto indicibili: tu m'apparisti qual sei veramente, la benefattrice del genere umano nel passato, la speranza del suo avvenire, la sola cosa grande che oggi viva in Europa, la captiva d'una universal gelosia, la regina del mondo».

524. Quando il Piemonte annullò in Lombardia quel concordato, nella relazione presentata il 16 ottobre 1860, si diceva: «Quel concordato segna l'ultimo grado della precipitosa decadenza della casa degli Absburgo. Nel secolo scorso gl'imperatori di quella famiglia rifiutavano di riconoscere i diritti dei popoli, ma si mostravano religiosi osservatori dei doveri dei principi. Erano nemici della libertà, ma amici della giustizia (sic). Volevano avere sudditi fedeli ed obbedienti, ma li difendevano contro l'altrui prepotenza, contro le altrui usurpazioni. Col concordato il gabinetto di Vienna, ripudiando le tradizioni di Giuseppe II, pose la corona imperiale sotto la protezione della tiara. Piuttosto che dare la libertà al popolo, il principe si è fatto schiavo del prete. Si è detto molto contro questo concordato eppure non si è ancora messo in chiaro tutto ciò che esso contiene d'iniquo e d'assurdo». Relazione del Sineo.

525. Morale Cattolica, VII, 5. E altrove dice: «S'usa una strana ingiustizia con gli apologisti della religione cattolica. Si sarà prestato un orecchio favorevole a ciò che vien detto contro di essa; e quando questi si presentano per rispondere, si sentono dire che la loro causa non è abbastanza interessante, che il mondo ha altro a pensare, che il tempo delle discussioni teologiche è passato. La nostra causa non è interessante! Ah! noi abbiamo la prova del contrario nell'avidità con cui sono sempre state ricevute le objezioni che le sono state fatte. Non è interessante! e in tutte le quistioni che toccano ciò che l'uomo ha di più serio e di più intimo, essa si presenta così naturalmente, che è più facile respingerla che dimenticarla. Non è interessante! e non c'è secolo in cui essa non abbia monumenti d'una venerazione profonda, d'un amore prodigioso e d'un odio ardente e infaticabile. Non è interessante! e il vôto che lascerebbe nel mondo il levarnela è tanto immenso e orribile, che i più di quelli che non la vogliono per loro, dicono che conviene lasciarla al popolo, cioè ai nove decimi del genere umano. La nostra causa non è interessante! e si tratta di decidere se una morale professata da milioni d'uomini, e proposta a tutti gli uomini, deva essere abbandonata, o conosciuta meglio, e seguita più e più fedelmente...

«Parlare di dommi, di diritti, di sacramenti per combattere la fede, si chiama filosofia; parlarne per difenderla, si chiama entrare in teologia, voler fare l'ascetico, il predicatore; si pretende che la discussione prenda allora un carattere meschino e pedantesco. Eppure non si può difendere la religione, senza discutere le questioni poste da chi l'accusa, senza mostrare l'importanza e la ragionevolezza di ciò che forma la sua essenza. Volendo parlare di cristianesimo bisogna pur risolversi a non lasciar da parte i dommi, i riti, i sacramenti. Che dico? perchè ci vergogneremo di confessare quelle cose in cui è riposta la nostra speranza? perchè non renderemo testimonianza nel tempo d'una gioventù che passa, d'un vigore che ci abbandona, a ciò che invocheremo nel momento della separazione e del terrore?»

526. Nota 30 al vol. I.

527. Ho indelebile nella memoria il calore con cui mi lesse un articolo di giornale inglese, ove si narrava, e forse esagerava, il prosperare del cattolicismo in Inghilterra, e la speranza che, mercè de' Puseisti, quel gran paese tornasse alla nostra unità. Vero è bene che le più insigni conversioni e forse i più splendidi trionfi della verità cattolica in questi ultimi tempi intervennero in Inghilterra, nel paese cioè ove l'uomo opera e ragiona più liberamente. Vedi Capecelatro, Neuman e la religione cristiana in Inghilterra. Napoli 1839.

528. Il cardinale Bernetti, ministro di Stato di Gregorio XVI, che fu dei più calunniati perchè più aveva intelligenza e volontà, il 4 agosto 1845 scriveva a un amico: «Il papa e il governo cercano rimedio a questi mali, che crescono senza che si sappia arrestarli. Cose vaghe e misteriose s'agitano attorno a noi. Il clero è imbevuto d'idee liberali, prese nel senso peggiore. Gli studj severi sono abbandonati, per quanto s'incoraggino gli allievi, si ricompensino i professori, si promettano grazie che il santo padre è sempre disposto a largheggiare. I giovani s'addestrano alle future loro funzioni, ma non vi mettono gioja e ambizione, come ne' bei tempi di Roma: poco curano di diventare dotti teologi, gravi casisti, abili canonisti; son preti, ma aspirano a diventar uomo, e non credereste qual mescolanza di fede cattolica e di stravaganza italiana facciano in questa parola d'uomo, che preconizzano con enfasi buffa. La mano di Dio pesa su noi, umiliamci e preghiamo: eppure questa perversione umana della gioventù non è quel che più ci tormenta. Ben più affetta ne è la porzione di clero che, dopo noi, giunse agli affari, e che ci spinge alla tomba rimproverandoci di campar troppo. La gioventù è inesperta, sedotta come un novizio scappato al convento si dà due belle ore di aria e di sole, poi rientra. Cogli uomini fatti la cosa va ben peggio: la più parte non conoscono le cose nè l'indole del tempo, e s'abbandonano a suggestioni che produrranno gravi crisi per la Chiesa. Qualunque persona di cuore o di testa venga adoprata, è subito esposta alla pubblica maldicenza: mentre gl'ignoranti, i fiacchi, i codardi sono ipso facto cinti d'un'aureola di popolarità, che li fa ancor più ridicoli. In Piemonte, in Toscana, nelle Due Sicilie, nel Lombardo-Veneto lo stesso alito di discordia soffia sul clero. Di Francia notizie deplorabili; si conculca il passato per divenir uomini nuovi; lo spirito di sètta surrogasi all'amor del prossimo, e all'amor di Dio l'orgoglio individuale di talenti mal applicati. Giorno verrà che queste mine, caricate con polvere costituzionale e progressiva, scoppieranno; e Dio voglia che io, dopo viste tante rivoluzioni e tanti disastri, non assista a nuovi guai della Chiesa».

529. Il signor Nicomede Bianchi, nella Storia documentata della Diplomazia europea in Italia, vol. III, stampa molte relazioni al ministero sardo, che spesso sono o basso spionaggio fatto in istrettissima confidenza, o impudenti censure delle cose di Roma. Ve n'ha però taluna meno inetta, come quella del Santacroce 14 ottobre 1834, ove deplorati alcuni difetti del governo pontifizio, massime le soverchie imposte (!) e la poca economia, dice: «V'è chi pensa che questi mali derivino da perfidi consigli di nemici occulti, che aggirano i governanti, persuadendoli a smungere i popoli affinchè si levino su in odio e discordia peggiore... Ad una efficace rinnovazione si oppongono le opinioni dei vecchi, le gelosie di privilegi e l'autorità che esercita un personaggio degnissimo, il quale, dopo tanti avvenimenti, non apprese ancora esser cangiati i tempi: aver la Chiesa, che fu sempre immutabile ne' retti principj, usata una maravigliosa prudenza nello stringere e rallentare il freno del puro dominio secolare, e le istituzioni del governo ecclesiastico apparir nate di tempo in tempo, quando l'utilità e il bisogno lo richiedevano. Dal che si può giudicare, che i sapientissimi antichi non temettero di aggiungervi ad ora ad ora varie novità, e che nei tempi passati non tenevasi per eresia, come oggi si tiene, ogni cosa nuova, quantunque buona e di sani principj». pag. 401.

Il Broglia, al 28 marzo 1835, imputava Gregorio XVI di inesperienza e soverchia clemenza. «Sua Santità è dotta assai, e nelle cose ecclesiastiche versatissima, ma nelle governative dice essa stessa che punto non se n'intende... La vera dottrina religiosa in Roma si trova quasi solo presso gli Ordini religiosi, e ad essi nei casi difficili le sacre Congregazioni richiedono consiglio o, come dicesi, il voto. Dalla condizione dei tempi, tolta a Roma quella influenza, della quale si valeva a pro della Chiesa e dei popoli, ben pochi sono coloro che da paesi lontani, come anticamente, si recano in quella dominante per consacrarsi alla prelatura: quasi tutti i prelati ora sono italiani e con mezzi pecuniarj ristretti, di modo che a fatica sostengono certe idee di grandezza che rimangono dell'antica prelatura. Le imposizioni sono assai gravose, e non vi è mezzo d'alleggerirle... L'alta classe è molto malcontenta; conserva però uno spirito di rettitudine, che la rende aliena da ogni divisamento illegale o turbolento. Nelle province lo spirito pubblico è pessimo, affatto avverso al Governo... Altre volte quel governo passava per mano de' più accorti: ora la bonarietà è il suo pregio distintivo... Le Congregazioni che trattano di affari ecclesiastici e delle cose spirituali, sono presedute da uomini di pietà e dottrina. Sotto questo rapporto le cose camminano bene... Le potenze scismatiche nutrono disegni contrarj alla santa sede. Delle cattoliche, varie ancora rimangono colle antiche impressioni di gelosia. Il fu imperatore Francesco d'Austria da alcun tempo si era accostato alla santa sede; ma il suo governo continuò sempre ad avere le massime di Giuseppe II e di Leopoldo. L'eminentissimo Albani, che era a parte dei secreti austriaci, in un momento di fiducia mi disse chiaramente che l'Austria non era la migliore amica del papa... Il papa è sommamente venerabile per la santità de' principj e de' costumi suoi, ma non emerge sopra la comune degli uomini per sublimità di talenti politici», pag. 404.

E dopo narrato del poco conto che Roma potea fare sull'Austria, soggiunge: «Esulta la santa sede dello spirito di cattolicismo che vede rinascere ed infiammarsi ne' popoli di altre nazioni, e a queste sembra voglia appellarsi, in deficienza di altri mezzi. Il santo padre, tutto fidando per ciò che riguarda gl'interessi temporali nella divina providenza, stretto e vincolato nelle sue attribuzioni spirituali da varj sovrani cattolici non che dagli eterodossi, a ben pochi può rivolgere la sua fiducia, epperò oserei dire che sarà forzato a simpatizzare coi movimenti di quei popoli cattolici, che fossero per adoperarsi in favore della indipendenza della Chiesa». Pag. 423; 25 gennajo 1839.

530. Suole dirsi che al 27 aprile 1848 il papa disertò la causa della rivoluzione. Ma fin dal 4 ottobre 1847 annunziando la nomina del patriarca di Gerusalemme, «apertamente e chiaramente dichiarava» le cure e i pensieri suoi essere estranei ad ogni quistione politica, e solo intenti a diffondere la religione e dottrina di Cristo. «Se desideriamo che i principi, stornando da fraudolenti consigli, custodendo la giustizia, e tutelando la libertà della Chiesa, procurino la felicità de' loro popoli, ci duole che alcuni, abusando del nostro nome, osino rifiutar ai principi la sommessione dovuta, ed eccitare contro di essi colpevoli perturbazioni. Che un tal procedere sia contro le nostre intenzioni appare già dall'enciclica del 9 novembre anno passato, ove inculcammo l'obbedienza dovuta alle podestà, dalla quale non può alcuno discostarsi senza peccato, salvo il caso che comandasse cosa opposta alle leggi di Dio e della Chiesa».

531. Il Plezza, ministro dell'interno, in una circolare del 1 agosto 1848 rammentava che «se l'Austria prevalesse in Italia, il suo dominio nocerebbe non solo alle libertà nostre, ma la religione cattolica ne soffrirebbe non poco essendo noto che l'Austria fu sempre nemica delle prerogative della santa sede, e intende a diffondere ne' suoi Stati e in quelli su cui ha qualche influenza principj e massime o regole di disciplina e di culto poco ortodosse, e contrarie alla sovranità della Chiesa. Oltre che, se l'imperatore vincesse in Lombardia, egli non si contenterebbe più degli antichi dominj: torrebbe al papa le Legazioni; distruggerebbe la sua indipendenza politica con grave danno della libertà ecclesiastica».

Anche quando fu conquistata la Lombardia, il giugno 1859, il governatore Vigliani vi proclamava che «l'Austria esercitava sulla Chiesa un patrocinio che riusciva ad una vera servitù», mentre «valida guarentigia debbono essere pel clero le tradizioni della real casa di Savoja, la quale in ogni tempo si distinse per illuminata sollecitudine dei più preziosi interessi della religione e della morale». Poi vi facea tener dietro i comandi più dispotici per l'intrinseco e pel modo.

532. Giuseppe La Farina, in un articolo sopra l'opera del Boggio Sulla Chiesa e lo Stato, espone tutte quelle libertà ecclesiastiche fremendo, e conchiude: «Gli studj, la stampa, le magistrature, la legge, le relazioni esterne, i diritti de' cittadini, le ragioni del principato civile, tutto era sottoposto a' preti, ed essi sottoposti (!) alla sola Compagnia di Gesù: così in fondo era il generale de' Gesuiti il vero sovrano degli Stati Sardi. Non mai forse in Europa si era veduto un simile spettacolo d'abjezione... soli i preti liberi in un popolo di schiavi... Il Piemonte era uno Stato più teocratico che monarchico: un'anomalia: un anacronismo vivente...»

E poi costoro urlavano quando alcun forestiero sparlasse dell'Italia.

533. Più tardi professò che anche tutte le lodi sparnazzate ai principi d'Italia non erano che finzioni e spedienti. Nel 1848 aveva stampato che «Roma moderna può vantarsi del suo Ciciruacchio, come l'antica di Cicerone». Apologia, c. III, p. 354. Quegli Italiani cui aveva aggiudicato il primato del mondo, allora dichiarò «decrepiti, rimbambiti o fanciulli» (Rinnovamento civile, p. 381), e ch'egli faceva il possibile per esser uomo in un secolo di ragazzi (Monitore bibl., n. 28). E ne' suoi scritti trovansi lodate e biasimate le persone stesse, secondo l'occasione o la passione.

534. Prémier entretien d'Eudosse et de Cléandre.

535. Io lo trovai a Bruxelles quando finiva il suo Primato, e mi chiese schiarimenti e rettificazioni d'una indigesta nota d'illustri italiani viventi che avea ricevuta allora, e che pose nelle ultime pagine. Quando, ripagato egli pure colla solita moneta della popolarità, obblio e vituperj, ne versava sui vecchi suoi amici e su Pio IX, scriveva: «Parria che mi contraddica parlando in tal forma di un pontefice, del quale a principio celebrai il valore: ma io posso far una girata dello sbaglio ai miei onorandi compatrioti: perchè, essendo allora lontano, e non conoscendo altrimenti il nuovo papa, io fui semplice ripetitore in Parigi di quanto si diceva, si scriveva, si acclamava in Roma e per tutta Italia». Rinnovamento, pag. 418.

536. A tacere le definizioni precedenti, lo Scavini definisce quod concordata nihil aliud sunt quam conventiones, ac quædam veluti fœdera, contracta inter potestatem civilem et potestatem ecclesiasticam... et partes contrahentes ita obligant, ut eorum violatio sit contra ipsum jus naturale, præcipiens pacta legitime inita semper esse religiose servanda (Theol. mor. univ., tom. I, tract. 2, cap. VII). Il Tonello (Juris eccles. institut., lib. I, c. 13) insegnava pel Piemonte che i concordati tamquam totidem leges ab utraque potestate debent servari. Carlo Emanuele III scriveva a Clemente XI i concordati «essere per legge e per uso di tutte le genti, cosa sacra, e dalla pubblica fede sostenuta; onde violare non si possono». Lettera 14 ottobre 1742. Nei Traités publics de la royale maison de Savoie avec les puissances étrangères (Torino 1846) sono inseriti come vere convenzioni internazionali i concordati del 1741 e del 1750, e le lettere e istruzioni relative: il che tutto prova che son considerati come veri accordi pubblici e obbligatorj bilaterali, e non già provvedimenti di sola opportunità e convenienza. Fossero anche mere convenzioni, vi s'applicherebbe il § 1225 del codice civile: «Le convenzioni legalmente formate hanno forza di legge per coloro che le hanno fatte, e non possono essere rivocate che per un mutuo consenso, e per le cause autorizzate dalla legge: e devono essere eseguite di buona fede».

I Francesi tengono il concordato, non soltanto come contratto, ma come legge civile dello Stato. Ledru-Rollin, autorità non sospetta, dice che «pris dans son sens général, le mot concordat signifie une espèce de transaction. Conservant toujours cette idée fondamentale, il se divise en accord ou transaction entre beneficiers, et transactions entre le chef du pouvoir spirituel et le chef du pouvoir temporel d'un État, ayant pour bût de regler les rapports généraux, qui unissent les deux pouvoirs dans les divers pays de la Chrétienneté» (Répertoire général de la jurisprudence, ad vocem; e vedasi pure Dupin, Manuel du Droit publique ecclesiastique français, Parigi 1845, § 6, introduction). Dal 1802 al 1866 quanti governi non cambiò la Francia! Passò dall'impero al sistema parlamentare, alla repubblica, a un nuovo e diverso impero, e non credette mai annullato il concordato.

537. Il Nnytz era però lontano dal negar alla Chiesa e alle Chiese il diritto di possedere: anzi stabilisce che il dominio delle cose acquistate è proprietà peculiaris illius paroeciæ aut alterius Ecclesiæ, cui data est. Hinc hæres ad alias ecclesias transferri non possunt. Et revera Ecclesia eas non transfert nisi per derogationem, quum conditiones ad derogationem necessariæ se sistunt (Inst. j. eccl. 131, 132). Anche il codice al § 418 dichiara che «i beni sono o della Corona, o della Chiesa, o dei Comuni, o dei pubblici stabilimenti, o dei privati». Solo la sapienza del Parlamento doveva impugnare il diritto di possesso della Chiesa, e voler palliare l'usurpazione che se ne facea con cavilli repugnanti alla giustizia non meno che alla pratica delle genti civili. Tutte le costituzioni date nel 1814 sancivano l'integrità de' beni ecclesiastici, appunto perchè la Rivoluzione gli avea dapertutto intaccati.

538. L'11 luglio 1867 il deputato Mancini alla Camera vantavasi d'avere, come ministro, impedito anche un breve della penitenzieria, e «mi fu agevole dimostrare che finanche le bolle dogmatiche e le decisioni riguardanti la fede e il costume, quando in esse il dogma e la fede servissero di velo a pronunziare sopra quistioni pregiudicevoli alle prerogative della sovranità politica, eransi sempre riguardate soggette alla preventiva verificazione e all'Exequatur».

539. Ho udito varj miei colleghi vantarsi d'aver essi suggerita a Cavour questa formola; ma Cavour stesso non la pretendeva per sua, e disse che «un illustre scrittore in un lucido intervallo» avea con essa voluto mostrare all'Europa che la libertà avea giovato grandemente a ridestar lo spirito religioso (Atti uffic. del 1860, pag. 594). Infatti il conte di Montalembert si lagnava che questa formola gli era stata derobée et mise en circulation par un grand coupable (Correspondant, août 1863). Che giudizio portasse di questa formola l'Azeglio è noto: che conto ne facessero i deputati fu chiaro assai nelle loro parlate del luglio 1867. Uno che fu ministro dichiara: «Ho udito molti enunciare questa formola: vi ho anch'io per mia parte applicato un po' di studio, ma non ho mai capito che cosa volesse significare» (Atti ufficiali del 1862, pag. 4678).

540. Citano il cardinale arcivescovo di Napoli, due volte cacciato in esiglio: il cardinale arcivescovo di Pisa, arrestato poi esigliato; il cardinale Baluffi arcivescovo d'Imola processato, il cardinale De Angelis arcivescovo di Fermo condotto coi carabinieri a Torino, ove stette rinchiuso sei anni; il cardinale arcivescovo di Benevento, il cardinale vescovo di Camerino ed altri, processati. D'Avanzo vescovo di Castellaneta, Laspro di Gallipoli, Gallo d'Avellino, Frisciola di Foggia, i vescovi di Bovino, di Oria, di Muro Lucano, di Chieti, di Castellamare, di Nola, di Oppido, Apuzzo vescovo di Sorrento, Salomone di Salerno, Rotondo di Taranto, Ricciardi di Reggio, e si può dire tutti quelli del Napoletano, cacciati o dovuti esulare: a pericoli e insulti esposti quei che rimasero, come l'arcivescovo di Trani, il vescovo d'Ischia, quel di Sant'Agata, quel di Tropea.

Il vescovo di Faenza fu condannato a trentasei mesi di carcere e seimila lire di multa: quel di Piacenza a quattordici mesi di carcere e millecinquecento lire di multa: Arnaldi vescovo di Spoleto tenuto in carcere senza processo: processati quelli di Bergamo, di Fano, il vescovo vicario di Milano: a tre anni di carcere e lire duemila di multa il vicario capitolare di Bologna: tenuti in castello due vicarj generali di Napoli col canonico penitenziere: così quel di Piacenza, e innumerevoli altri.

541. Circolare del ministro Gioja del 13 maggio 1851. Quaranta circolari di tenore simile dal 1848 al 1863 sono raccolte nelle Memorie per la storia de' nostri tempi, vol. I, pag. 257. Una del 28 febbrajo 1863 prescrive di non badar allo indulto pontifizio, ma regolare il cibo quaresimale secondo il criterio della propria coscienza. Il 24 marzo 1863 ne uscì una intorno agli Oremus. Il 16 gennajo 1863 si ordinò al procuratore generale di procedere contro i vescovi che negassero la patente di confessore ai sacerdoti che aveano sottoscritto l'indirizzo Passaglia; mentre una del 4 gennajo persuadeva d'associarsi al giornale Il Mediatore, e assegnava pensioni ai preti contumaci.

542. Vigliani, governator di Milano, il 22 settembre 1859 mandava invito al vescovo vicario di Milano di illuminar il suo palazzo, la chiesa, gli edifizj sacri, e tutti quei che da lui direttamente o indirettamente dipendessero; altrimente verrebbero illuminati dall'autorità governativa, che non garantiva delle conseguenze cui si esporrebbe con sì funesta provocazione. Ciò nell'occasione che una deputazione di Romagnuoli era venuta ad offrire la loro patria al re.

Egli stesso, divenuto prefetto di Napoli, domandò al ministero la facoltà di proibire ogni funzione religiosa fuori delle chiese: e le proibì nel veneto il ministro Tecchio, il 20 luglio 1867.

543. Vedi Casoni, La libertà della Chiesa in Italia, Bologna 1863. «Per lo addietro dai liberali francesi si chiedeva libertà come in Belgio, ed ora si domanda libertà come in Austria. Dovrem noi cattolici italiani chiedere libertà religiosa come in Inghilterra, libertà di coscienza come in Turchia?... Non sarà nostra colpa se dovremo impetrare anche noi il bill di emancipazione di Guglielmo Pitt, o il battihayoum d'Abdul Megid».

544. Secondo gli ultimi distruttori, in Italia sono 87,000 preti, 30,000 frati, 42,000 monache; cioè meno religiosi che non vi sieno meretrici nella sola Parigi, dove ha sedicimila bastardi l'anno. Si valutarono 1800 milioni i beni sodi del clero secolare, e 330 quelli delle corporazioni religiose. V'è qualche frate a cui per vivere furono assegnate lire 58 all'anno, cioè 16 centesimi al giorno.

545. Nel 1867 avendo un deputato proposto che, come si spropriavano gli enti cattolici, così si facesse de' protestanti ed israelitici, altri s'oppose principalmente perchè i beni di questi poteano esser confiati da lasciti od offerte di forestieri. Ma e tutto l'asse cattolico da chi è fatto? e Roma? Più intrepidamente un giornale ministeriale rifletteva non doversi lasciare i possessi al parroco, perchè se i parrocchiani cambiassero religione, si troverebbero sprovisti per le spese di culto.

546. Blanqui (Hist. de l'Écon. polit., tom. II, pag. 297) incolpa il protestantismo di aver «spezzato il legame che univa le nazioni cristiane, e sostituito l'egoismo nazionale all'armonia universale a cui tendeva il Cattolicismo. Oggi non v'è più in Europa alcun pensiero comune, capace rannodare gli spiriti e le convinzioni; in industria, in politica, in filosofia, in religione le idee ondeggiano ad arbitrio delle rivoluzioni».

547. Vedi i discorsi di Despine e Girard del 24 febbrajo 1849.

548. Al Senato, nell'agosto 1867 fu detto che Carlomagno convoca i Concilj; che nella Chiesa greca gl'imperatori ordinavano, stabilivano le credenze. E un altro disse che, nel deliberare sulla sopressione delle corporazioni religiose, dovean lasciarsi da banda la questione religiosa. L'argomento più forte era che lo Stato dovea impadronirsi dell'asse ecclesiastico, perchè l'anno prima avea abolito gli enti religiosi. Infatti la punizione d'un'ingiustizia è la necessità di commetterne un'altra.

549. Rattazzi, presidente del gabinetto, alla Camera, il 22 luglio 1867, diceva: «Se noi arriveremo a consolidare le nostre istituzioni, ordinare il nostro paese, dare assetto alle nostre finanze, a diffondere l'istruzione, a soddisfare i voti delle nostre popolazioni, porteremo al potere temporale colpi più efficaci che non coi moti inconsulti».

550. Per ripiego, Mamiani proponeva che il re abitasse a Frascati (Della rinascenza cattolica). Uno de' più ostili, il Ferrari, diceva in parlamento: «Il papato che voi credete morto, io che non son sospetto di venerarlo, lo credo fortissimo: io veggo che quanti lo assaltano, cápitano male». Seduta del 27 maggio 1860.

551. In sensi diversi uscirono infiniti libri in Italia, dove sembra un accordo degli scrittori l'opporsi al sentimento della immensa maggioranza per abbattere questa ch'è la maggiore, e forse l'unica grandezza italiana. Per vedere come s'intenda la quistione romana basta un'occhiata ai discorsi proferiti alla Camera e gli articoli di gazzette. Alla ventura prendo uno dei cento giornali di Milano, e vi leggo: «Così è. La questione romana nacque soprattutto dal bisogno di distruggere il potere spirituale del papa, che è il vero nemico della nostra tranquillità nazionale, della nostra sicurezza interna, della nostra civiltà, delle nostre istituzioni, delle nostre aspirazioni. Quel potere spirituale del Papa, che non è la religione, come candidamente confondono molti, perchè la religione è una parola generica, che accoglie tutte le forme religiose, compresa quella degli adoratori di cipolle; che non è il cristianesimo, di cui il papa è il più indegno rappresentante; che non è neppure il cattolicismo nel suo significato puro e primitivo, ma è quella influenza semi-politica, semi-religiosa, la quale si esercitò sempre dal pontefice, specialmente nel nostro paese, coi tribunali ecclesiastici, colle scomuniche, coi concordati, colle indulgenze, colle prediche, colla confessione, collo scandalo, colla immoralità, cogli assurdi, col celibato dei preti, e con tutti i mezzi insomma che scaturiscono appunto e precisamente dal potere spirituale».

Fra i molti opuscoli e libri in senso diverso, discerniamo per la sua brevità ed ordine uno pubblicato in Olanda col titolo Le gouvernement pontifical jugé par l'histoire, le bon sens et le droit. Le sue conchiusioni sono: 1º non v'è incompatibilità fra la missione di capo della Chiesa e di principe italiano; 2º il papa non è nemico della libertà, della civiltà, del progresso; 3º il governo pontifizio non è peggiore degli altri; 4º non v'è malcontento generale negli Stati romani, nè nimicizia fra il papa re e i sudditi suoi; 5º allo Stato romano non mancano codici, nè la giustizia vi è male amministrata; 6º l'insegnamento in ogni grado non vi è negletto, nè le finanze in ruina, nè in decadenza l'agricoltura, l'industria, il commercio; 7º i preti non sono incapaci di presedere all'amministrazione laica di un paese.

552. Il cardinale Antonelli ministro di Stato, il 27 febbrajo 1866, rispondeva a Touvenel ministro di Francia: «Può il papa accettar consigli di riforme, ma non un'abdicazione parziale, e ciò per motivi ben superiori agli interessi terreni. Nol può perchè i suoi Stati appartengono alla Chiesa, per cui vantaggio furono costituiti: nol può perchè giurò trasmetterli interi ai successori: nol può perchè, rinunziato alle Romagne, dovrebbe rinunziare a tutti gli altri Stati e al patrimonio della Chiesa, dovendo a tutte le provincie dar gli stessi beni: nol può perchè ne vede conseguir la ruina spirituale di un milione di sudditi, esposti a un governo corruttore; nol può per lo scandalo che ne verrebbe a pregiudizio degli altri principi spodestati. Pio VI cedette a fronte d'un poter violento che sentivasi solo nella sua cerchia: Pio IX deve resistere a un principio, e i principj son universali e fecondi, e vogliono essere applicati a tutto. La forza vien fiaccata. Stabilendo un principio si autorizza ogni spogliazione fuor di ragione e giustizia».

553. Qualche cosa di simile aveano praticato i Fiorentini nella guerra con Gregorio XI. Avendo questi gettato l'interdetto sulla loro città, gli Otto della guerra, detti gli Otto Santi, ordinarono che col papa non si trattasse di pace se non rivocasse prima i processi fatti contro la città; inoltre che i chierici riaprissero le chiese e compissero gli uffizj divini, e i cittadini v'intervenissero: i vescovi che s'erano scostati dalle loro sedi, fra cui Angelo Ricasoli vescovo di Firenze, tra due mesi tornassero al loro ministero; ai disobbedienti imponendo da mille a diecimila fiorini di pena, secondo il loro grado; la qual somma si togliesse, non dal benefizio, ma dal patrimonio loro particolare. Non v'è storico o cronista che non disapprovi questi atti, e presto se ne ravvidero i Fiorentini stessi, che fecero la pace (1378).

554. Del Governo pontifizio noi ragionammo nel Vol. I, pag. 157.

555. L'autore di quest'opera li raccolse in un opuscolo intitolato Chiesa e Stato. Genova 1867.

556. Temendo che la convenzione 15 settembre 1864 fosse violata dal Governo italico appena partita la guarnigione francese, tutti i vescovi di Francia emanavano pastorali per asserire la necessità dell'autorità temporale del pontefice. Fra gli altri l'arcivescovo di Tolosa confutava la formola Roma è dei Romani. «Un pugno di faziosi tenta di prendersi ciò che è nostro; e un latrocinio sì fatto a nostro danno si vorrebbe da noi sanzionato? Roma è dominio sacro di tutta la cattolicità: con qual diritto sarebbe dunque essa usurpata dall'ambizione d'un solo popolo? — Quelle catacombe sono per noi tombe di famiglia; e su quel terreno, conquistato col sangue della Chiesa nascente, i secoli hanno scritto a favore dei figli dei martiri, Concessione perpetua. Chi vi ha dunque che abbia veste per rompere un contratto di tal sorta? Quelle reliquie sono ossa dei nostri padri. Perchè si vien dunque a turbare le sacre cripte ov'esse riposano? A spese nostre furono innalzate quelle basiliche cristiane; quelle rovine, a nostre spese furono sgombrate. Può dirsi di Roma, che essa è un fondo, del quale i suoi abitanti hanno l'usufrutto, ma la proprietà appartiene al mondo cattolico. Gli usufruttuarj possiedono, ma non hanno il diritto di alienare. Noi siamo ducento milioni, che tutti abbiamo diritto di cittadinanza e di suffragio nella nostra capitale spirituale. Qualora si volesse sul serio mettere ai voti i diritti di Pio IX come monarca, converrebbe intimare a tutti gli Stati, a tutti i popoli suoi figli quell'ora solenne, e dar tempo a tutti di venire dal settentrione o dal mezzogiorno d'Europa, dal fondo dell'Asia, dalle due Americhe, dai deserti dell'Africa, dalle cinque parti del mondo, per deporre il loro voto in questa urna elettorale; e per certo quei voti farebbero testimonianza della ingratitudine dei Romani di Roma, e della ferma volontà dei Romani dell'Universo».

557. Atti dell'arresto di Salvatore Cognetti a Napoli nel maggio 1866.

558. Per non parere parziali, e sottrarci alle impressioni di paese, lascieremo parlare un tedesco poco gradito da Roma, ma pur prete; il Döllinger (Papsthum und Kircher staat. Monaco 1851). «L'amministrazione di Pio IX è savia, benefica, dolce, economa, applicata ai miglioramenti e alle istituzioni utili. Ogni opera personale di lui è degna del capo della Chiesa, nobile, liberale, nel miglior senso della parola. Nessun principe potrebbe spendere meno di Pio IX per la Corte sua e i personali bisogni. Egli realizza quanto può attendersi da un monarca amoroso de' suoi sudditi, e può dirsi di lui come del Salvatore, Pertransit benefaciendo, e fa comprendere come al passato, in quanto sovranità temporale potrebb'essere la più perfetta istituzione umana. Un uomo ancora nel vigore dell'età, dopo una giovinezza irreprovevole, dopo esercitate coscienziosamente le funzioni episcopali, eccolo elevato alla maggior dignità, rivestito di podestà reale: non conosce fantasie dispendiose, non ha altra passione che di far bene, altra ambizione che d'essere amato; divide il giorno fra la preghiera e gli affari: la sua ricreazione consiste in una passeggiata nei giardini, una visita a una chiesa, a una prigione, a una istituzione di carità. Senza bisogni personali, senza legami terreni, senza nipoti o favoriti; dà libero accesso a tutti: a' diritti e poteri del suo ministero non dà altra estensione che quella de' suoi doveri. L'economia e la semplicità che regolano la sua Corte gli porgono facoltà di moltiplicare i suoi benefizj e lenir la miseria e i dolori. Fa alzare edifizj, come tutti i papi, ma non palazzi sontuosi, bensì opere di pubblica utilità. Mal conosciuto, maltrattato, offeso atrocemente, pagato sol d'ingratitudine, mai non bramò vendetta, mai non fece un atto di durezza; non seppe che perdonare e far grazie. Bevve il calice del nettare e quello del fiele sino alla feccia; udì l'osanna, poi il crucifige; l'uomo di sua confidenza cadde sotto il pugnale assassino; il suo segretario gli fu ucciso a' fianchi; pure verun sentimento di livore, verun soffio di collera turbò il puro specchio dell'anima sua; non la follia degli uomini, non la loro malvagità lo irrita: segue sua strada con passo fermo e sempre eguale, come gli astri. Il suo cammino non sarà forse sino alla fine che un lungo martirio; e sotto quello aspetto potrebbe alcuno paragonarlo a Luigi XVI; ma bisogna elevarsi a similitudine più eccelsa. Pio IX sa che il discepolo non dev'essere trattato meglio che il maestro; che il pastore d'una Chiesa, il cui fondatore morì sulla croce, non dee meravigliarsi nè mormorare se casca sotto il peso della croce».

559. «Combatto l'originalità di dar la libertà alla Chiesa, perchè tale originalità mi è sospetta». Atti della Camera, p. 1370 «Si rafforzarono con ordini del giorno quelli che diconsi privilegi del poter civile in materia ecclesiastica; nessuno osò affermare che la libertà sia una cattiva cosa: ma i più caldi e i più schietti fecero intendere che le buone cose è meglio tenerle per sè che concederle agli altri: la Chiesa ci è nemica, perchè darle la libertà di nuocerci? Con costoro sarebbe inutile ragionare di giustizia e di diritto. Ma si può loro opporre un argomento utilitario vecchissimo, quello del Machiavello a proposito de' nemici potenti che s'hanno a carezzare se non si possono spegnere». Scialoja.

560. Nel Veneto, anche prima di farvi il plebiscito si pubblicò abolito il Concordato, soppresse le corporazioni religiose, stabilito l'exequatur ecc. Il giorno che a Venezia s'inalberava la bandiera italiana fu insultato il patriarca, non perchè non volesse metterla, ma perchè l'avea messa.

561. Al Senato si asserì che il papa non mosse lamentanze intorno alle leggi di soppressione e di disamortizzazione; che non mette in dubbio il diritto che ha lo Stato a far ciò; nè potrebbe esprimere più chiaramente l'aquiescenza, se non un assenso. Atti del Senato 1867, pag. 241.

Aggiungasi il Paciaudi, teatino torinese, bibliotecario di Parma e istigatore o stromento del Dutillot nelle riforme religiose e nel perseguitare i Gesuiti, che chiamava mercanzia pestifera. Giovan Battista Riga, avvocato fiscale, scrisse sulle parole di Cristo Regnum meum non est de hoc mundo, e per sostenere il matrimonio de' preti.

562. Senza parlar di calci, un altro deputato diceva l'11 luglio: «Il delenda Cartago del partito veramente nazionale e liberale debb'essere rappresentato dallo scrivere sulla nostra bandiera Cessazione del potere temporale del papato». Atti, pag. 1292.

563. Datum est illi bellum facere cum sanctis et vincere eos. Apocalissi XII, 7.

564. Sui miracoli abbiamo discorso nel VOL. I, pag. 319. In somma la credenza nel soprannaturale consiste nella persuasione che, al disopra delle leggi che conosciamo, e che operano quotidianamente sotto ai nostri occhi, esiste la volontà creatrice, che essendo indipendente e padrona assoluta dell'opera propria, può sospendere l'azione delle leggi ordinarie per far intervenire leggi d'un ordine superiore che noi non conosciamo, e che fanno parte dell'armonia trascendente del mondo morale. Supremo passo della ragione è il riconoscere che v'è un'infinità di cose che la sorpassano. La ciarlataneria interessata o l'allucinazione possono addurre falsi miracoli: ma ciò non toglie la possibilità di veri: ed oltre quelli che sappiamo per fede, è illogico il repudiare tutti quelli che ci furono tramandati con una certezza non minore che gli altri avvenimenti storici. Rousseau, nelle Lettres de la montagne, scrive: «Dio può operar miracoli? Tale quistione, presa sul serio, sarebbe empia quando non fosse assurda; e a chi la risolvesse negativamente si farebbe troppo onore col punirlo: basterebbe metterlo nei pazzi. Chi ha mai negato che Dio possa far miracoli? solo un ebreo può domandare se Dio potea far delle tavole nel deserto».

565. «Il principio della scuola critica è che, in materia di fede, ciascuno ammette quel che ha bisogno di ammettere, e in certa maniera fa il letto delle sue credenze proporzionato alla sua misura». Renan, Les apôtres, introd., pag. LIV.

Ai membri del Concilio ecumenico protestante tenutosi il 1845 in Berlino, fu diretta questa circolare:

«Voi foste convocati per renderci l'unità delle dottrine, del culto e della costituzione ecclesiastica. A spiegarci con serena schiettezza, noi non crediamo verun di voi così profondamente sepolto nei secoli andati, che non vegga addirittura esser oggimai di pochissima importanza il secondo punto, considerato come principalissimo all'epoca dell'unione. In materia di unità di culto e liturgia, il cattolicismo produsse quanto v'ha di più grande e più perfetto: alla Chiesa nostra manca ciò che dà al culto il più bello e il più incantevole, l'antichità immemorabile e il carattere tradizionale, doti del solo cattolicismo. Ricevete pur dunque proposizioni e progetti; ma non isprecate un tempo prezioso nell'esaminare codesti mezzi con cui le immaginazioni poetiche vagheggiano un culto protestante omogeneo, e il figurarsi migliaja di templi protestanti, mentre assistono alla liturgia, echeggianti d'una stessa prece e di un canto stesso.

«In quanto alla confessione del domma, senza accordar piena libertà non può l'unità di confessione produrre altro che tirannia e servaggio, o scismi e sètte: sicchè ogni Comune confesserà ciò che gli talenta, il pastore predicherà ciò che a lui piace, e non s'addosserà altro dovere che di attestare, nel prender possesso dell'impiego, d'essere cristiano, e voler servire alla Chiesa. Nulla più può da lui esigere la Chiesa. Deve dunque il pastore in ogni occasione pronunciare la fede sua personale, ma esprimendola in termini biblici, per evitare scandalo. Così i fedeli, come sempre dee accadere, compiranno a modo loro e secondo la personale lor fede, ciò che egli lor dice: ma pure dovranno riguardar la parola di lui come parola di Dio. Che se voi riduceste la formola della fede alle idee di coloro che credono di più, è facile prevedere nascerebbero nuove sètte.

Vi si objetterà forse che in tal guisa voi distruggete la Chiesa e spezzate il vincolo dell'unità. A ciò gli uomini di libertà risponderanno che da lungo tempo la Chiesa venne meno, nè ha più valore alcuno. Già da due generazioni, anzi da tre secoli, l'arbitrario irruppe nella Chiesa, e governolla. La Chiesa secondo l'idea sua primitiva, appartiene al cattolicismo, e tutto ciò che nel sistema protestante tende a ritornarvi, non solo rinnega il protestantesimo, ma non giungerà mai ad esser altro che un pallido riverbero dell'unità, che è visibil gloria del cattolicismo. Noi vogliamo solo la Chiesa cristiana e niente più; non vogliamo unità di fede circoscritta ad una misura qualunque; giacchè nel cristianesimo la sola cosa essenziale è di essere cristiano. Cercherete di più? volete una confessione che includa anche solo il minimo dei dommi? Ecco tosto per l'unità divien necessario un potere papale, sia di un uomo o di una scrittura; anzi, se l'intento vi riuscisse occorrerebbero tribunali di fede ecc.».

Non so se più bella apologia potesse scriversi dell'autorità e dell'organamento cattolico.

566. Carte segrete della polizia austriaca, vol III, pag. 17.

567. Il signor Nicomede Bianchi, che narra questi fatti colla ispirazione del restante del suo libro, è però costretto confessare che il clero cattolico mostrò sempre la più cristiana tolleranza: che il vescovo Bigex e i suoi successori non adoprarono che la parola per ottenere conversioni, e così i missionarj mandativi da Carlalberto.

I duchi di Savoja non cessarono mai di ribramare Ginevra finchè nel 1754 vennero a trattative, secondo le quali il re di Sardegna, riconoscendone la indipendenza, concedeva per venticinque anni l'esercizio del culto riformato nel tempio di Bossey pei villaggi di Troinex, Bossey e Carouge: e per quattro anni per Chêne: cessava affatto a Valeiry e Neydans, ma gli abitanti aveano libertà di coscienza per quindici anni, entro i quali doveano o migrare o farsi cattolici. Molti allora migrarono: ma nel 1780 il senato, a nome del re, autorizzava i Protestanti a esercitare gli uffizj religiosi ne' villaggi vicini, e ai pastori di venir ad adempierli ne' villaggi appartenenti alla Savoja.

Ciascun de' villaggi poggianti sul Solève fu oggetto di discussione in tre congressi: e di quelli ceduti allora alla Savoja, che conteneano settemila persone, la più parte tornarono ginevrini ne' trattati del 1815, restando cattoliche le popolazioni.

D'una cospirazione per tirare non solo Ginevra ma tutta la Svizzera sotto la monarchia di Savoja, nel 1843 e ne' seguenti anni, è traccia nel Bianchi, Storia documentata della diplomazia europea, vol. IV, pag. 190.

È noto come Ginevra tremasse sempre di tornar cattolica; i giorni delle solennità si chiudeano a chiave le porte: era multato in dieci scudi chiunque incontrasse il vescovo d'Annecy nella visita pastorale. Ora mezza la città è cattolica: il consiglio di Stato dovette cedere ai Cattolici un terreno per 13,000 lire, ove fabbricar un'altra Chiesa cattolica. Nel 1864 celebrandosi il terzo centenario della morte di Calvino, non si riuscì a organizzare una dimostrazione antipapale. Appunto mentre scrivo si radunò a Ginevra un congresso della pace (settembre 1867), e le bestemmie che qualche italiano spettorò contro il papa eccitarono tale indignazione, come offesa alla libertà religiosa e alla creanza civile, che l'adunanza dovette sciogliersi.

568. Questo è l'assunto del Morel nella Lettre aux Vaudois.

569. De la libre nomination des pasteurs au sein des églises vaudoises. Turin 1863.

570. Tra i Valdesi di Torino nacquero frequenti dissidj; tanto più che quella parrocchia facea gola a molti della congregazione. Singolarmente nel 1861, Amedeo Bert, che n'era pastore, venne perfino escluso dal corpo; e il signor Léon Pylat, accusato che lo osteggiasse per soppiantarlo, disse non l'offendeva il supporre che egli ambisse quel tempio, quella cattedra, quell'uditorio; tanto più che il signor Bert, per poco che avesse il senso della decenza morale, non potrebbe rimanervi più a lungo.

Vedasi la «Protestazione giudiziale» sporta dal Bert da Torre Pellice, il 17 luglio 1861, ove si dice che nel colloquio «i discorsi furono improntati di tale violenza da recare spavento ad alcuni membri stessi del corpo ecclesiastico»; e il decano Monastier rimproverò il Pylat di «essere peggiore le mille volte di un eretico impostore».

Nel 1863-64 l'ospizio de' catecumeni in Pinerolo fu minacciato di soppressione. Accorse con tranquillità serena di anima e forza incontrastabile di argomenti a proteggerlo come doveva, e a rassicurarlo monsignor Renaldi, vescovo di quella città, e commise all'abate Bernardi, suo vicario, di redigere una storia della origine e della condizione di tale benefico istituto, «cui dà vita la carità insieme e la cattolica religione; che accoglie e istruisce, che sostenta il povero perseguitato e disconosciuto, e lo sorregge negli intimi convincimenti della coscienza, e nell'adempire agli impulsi e ai lumi che derivano dalla grazia di Dio: non fa nè mercato nè mistero delle altrui credenze e delle sue libere e benefiche prestazioni, e tiene le sue porte aperte così per coloro che, condottivi da legittimi motivi vi accorrono, come per quelli che bramano uscirne, non opponendo mai alla volontà degli accolti la minima resistenza».

571. Monsignore Rendu dice che da allora cominciò lo sgomento de' Cattolici, poichè «se non c'è vitalità nell'eresia, v'è però una forza ignorante e brutale, capace di rovesciar coscienze malferme; debole per far eretici, ma capace di far indifferenti, increduli, empj». E perciò egli scrisse Le commerce des consciences, ove dice:

«Cette grande entreprise a pour appui les gouvernements protestants, et ceux des gouvernements catholiques qui sont momentanément entre les mains des ennemis de l'Église. Elle a pour appui la Société Biblique, dont le revenu, qui s'élève, dit-on, à 80 milions, est emploié en grande partie à acheter des apostasies. Ainsi dans cette inombrable armée de pervertisseurs, il y a des princes, des ministres, des diplomates, des capitalistes, des magistrats de toutes les catégories. Aussi avez vous entendu les crìs qu'ils poussent quand on vient à toucher même légérement à quelques uns de leurs émissaires. On avait peine à comprendre ce que signifiait l'émeute diplomatique qui se fit en faveur des Madiaï. Aujourd'hui le mystère se laisse pénétrer. Quelques commis-voyageurs de la société étaient compromis, il fallait les sauveur, et pour cela l'Europe s'est mise en mouvement. Jamais l'agitation religieuse n'avait été aussi universelle. Jamais il n'y a eu tant d'acord pour combattre la vraie religion..... Ces tentations de démoralisation seraient sans danger si le ministère sard n'y donnait son appui... Ce ministère semble, en cela, obéir au mot d'ordre qui a été donné à tous les gouvernements, de faire la guerre à l'Église (pag. 9)... Le gouvernement anglais s'est mis au service de la Société Biblique. Personne n'a oublié toutes les sourdes attaques, toutes les menaces du gouvernement anglais contre Naples, contre Rome et contre l'Italie. Pour peu que l'on examine au-dessous de cette action britannique, on y trouve la haine du pape et du catholicisme» (pag. 290).

572. Leon Pylat ministro valdese, Protest. et Evangel. de l'Italie, p. 4 e 28.

573. Oltre quella curiosa biografia, vedasi Des efforts du protestantisme en Europe, et des moyens qu'il emploie pour pervertir les âmes catholiques, par M. Rendu, évéque d'Annecy. Parigi 1855.

Nel 1835 a Ginevra si radunarono 250 ministri protestanti pel terzo loro giubileo, e combinarono i modi di propagare la loro credenza, per mezzo di unioni protestanti; da quell'ora sinodi e ritrovi moltiplicaronsi. Egli scrive che «en 1853, vingt-un catéchistes, colporteurs, journalistes, écrivains de libelles diffamatoires on été lancé sur la Savoie pour y fonder des prédications et tenter des conquêtes à l'hérésie. En Piémont comme en Savoie, le voltairianisme aux prises avec l'Église, a cru devoir appeller l'hérésie à son secours. Après avoir réussi à mettre le pouvoir à sa disposition, il a ouvert des temples aux prédicants, et des routes aux colporteurs de mauvais livres. Il a fondé des journaux pour diffamer tout ce qui est honnête et combattre tout ce qui est vrai. L'Italie entière, la France, la Suisse catholique, les Provinces Rhénanes sont en tout sens parcourues par les émissaires de la grande conspiration religieuse, qui, dans son zèle de prosélytisme, embrasse le monde entier».

574. Torino 1856. È notevole che gli archivj del Vaticano stettero a Parigi dal 1804 al 1816, accessibili al pubblico. Ebbene, in tutto quel tempo, sole dieci domande si fecero di esaminarli.

575. Vedasi quel che ne dicemmo nel Discorso VII, tom. I, pag. 145.

576. Il Times, giornale professato nemico della Chiesa nostra, seguì attentamente quel processo, e i fatti dell'accusato, «a' cui passi teneva sempre dietro lo scandalo». Udito il verdetto, scriveva: «Siam di credere che grave ferita siasi inflitta all'amministrazione della giustizia nel nostro paese, e che da qui innanzi i Cattolici avranno ben dritto di dire non esservi giustizia per loro qualvolta siano in causa i sentimenti protestanti de' giurati e de' giudici».

Anche un giornale svizzero evangelico si doleva che «mentre la Chiesa cattolica continuamente accoglie protestanti i più illuminati, e distinti per moralità, la nostra è ridotta a non reclutare che frati lascivi e concubinarj».

577. Il Leo, professore nell'Università di Halle e autore d'una storia d'Italia, rispondendo ad una lettera del pastore Krummacher di Luisburg, 3 febbrajo 1853, nel giornale Volksblatt, così giudica della Società Biblica in Italia. «Mi andate dicendo che il papa ha chiamato la Società Biblica una peste. Sia pure. Ma prima di tutto voi mi permetterete di distinguere tra la scrittura santa e una società privata; e confesserete che in alcune circostanze, per buono che ne sia lo scopo, una società rendesi una vera peste quando i mezzi e il metodo non sieno convenienti. Abbiate la buona fede di esaminare quello che tanti emissarj della Società Biblica fanno nei paesi cattolici mancando affatto di riguardo e di pudore: come per essi tutti i mezzi sono buoni per distribuire la santa scrittura senza il menomo discernimento alle persone che son le meno atte a comprenderla, e le meno preparate per mancanza di soda pietà: come essi si danno ad insegnamenti, che giudicano forse innocentissimi, ma che ingenerano confusione negli spiriti, straziano la moralità, sconvolgono l'autorità sociale e l'ordine ecclesiastico, e non hanno in ultima analisi che un'influenza rivoluzionaria. Considerando il complesso degli intrighi inglesi nell'Italia settentrionale in questi ultimi dieci anni, non posso voler male al papa se, dal suo punto di vista, ha chiamato la Società Biblica una peste; tuttochè sia la meno colpevole nella cospirazione che rese cotanto infelice quel paese, ha però servito di strumento agli autori di quelle miserabili macchinazioni. Di tal moneta l'Inghilterra paga l'Italia per averle un tempo recato la religione cristiana: la paga d'un modo che la rende infinitamente responsabile dinanzi a Dio!... Questo zelo inconsiderato apre nell'Italia una strada al commercio e alla politica dell'Inghilterra, che vi si introduce colla Bibbia alla mano. La Bibbia è la pelle dell'agnello sotto la quale si cela il lupo, e il risultato sarà la selvatichezza religiosa, l'annichilamento di qualunque autorità, fin di quella della verità. Infelice paese, come era bello ne' suoi costumi e nei sentimenti! Quanto gentile era il suo popolo per poco che si scostasse dal punto ove lo straniero avea portato l'immoralità! Quanto dolce, ingenua ed incantevole era, or fa appena tre anni, l'indole di questi uomini! Quante ruine accumulate dappoi! Sì, caro amico, se fossi papa e italiano, io farei lo stesso; alzerei le grida contro questi aberramenti».

578. Professione di fede de' Cristiani evangelici d'Italia, dichiarata da Bonaventura Mazzarella e confutata da Giulio Nazari. Asti 1857.

579. Appunto nel riferire questi atti, il giornale governativo diceva: «Monsignor Limberti non doveva dimenticare che la gerarchia cattolica non ha autorità veruna nello Stato, per lo che non doveva assumere un linguaggio per ogni rispetto inconvenientissimo, allorchè si dirigeva all'autorità sovrana dello Stato, indipendente da qualunque altra autorità, specialmente da quella che pretende la Curia romana.

«La difesa imprudente del dominio temporale del papa nuoce al clero cattolico e per la parte spirituale e per la parte nazionale. Per la prima nuoce, perchè è repugnante alla religione, alla storia, alla necessità delle cose che il vicario di Cristo debba esser necessariamente principe della terra: nuoce per la seconda, perchè il dominio temporale del papa essendo ridotto una vera piaga d'Italia, un ostacolo alla ricostituzione della sua nazionalità, e diciamolo francamente un ostacolo alla quiete e alla sicurezza degli altri Stati cristiani, mette il chiericato in contraddizione coi suoi doveri verso la patria, e tutto ciò per il funesto spirito di fazione soffiato in questi ultimi anni dall'antica pretensione curialesca, e più ancora dalla rincrudita sètta gesuitica.

«... Il gran nipote del gran Napoleone compirà l'opera, per la quale il pontefice avrà regno senza aver sudditi, cioè vittime; l'Italia avrà la sua nazionalità senza aver una lotta clericale degna del medioevo, e non de' giorni nostri: la religione cattolica riprenderà tutto il suo divino splendore astersa dalle macchie di un regno tirannico e incivile; l'Europa, anzi il mondo tutto avrà pace, perchè dugento milioni di cattolici saranno confermati nella purità evangelica da un sacerdozio che direttamente o indirettamente non corromperà la morale, mischiando al vangelo le pretensioni mondane d'un potere proscritto da Dio e dalla coscienza umana».

580. Felix Morand, Sermons du père Gavazzi. Parigi 1861.

Su tutto ciò possono vedersi Revue Germanique, février 1863.

Neigebauer, Das Glaubens Bekenntniss der italianischen evangelischen Kirche, nebst einer kurzen Nachricht über die neusten religiösen Bewegungen in Italien. Magdeburg 1855.

C. Nitzsch, Die evangelische Bewegung in Italien nach einem mehrjährigen Aufenthalt in Italien geschildert. Berlino 1863.

Una memoria nel Magazin für die Literatur des Auslands 1863, n. 32, 33.

Das Evangelium in Italien, ein zeitgeschitlicher Versuch von Leopold Witte. Gota 1861.

581. L'autorità della Chiesa, dispute e polemiche con un ministro valdese, per Melchiorre Galeotti.

Turano, Il Cattolicismo esposto ai Valdesi. — Poi Risposta al signor Giorgio Appia valdese, in occasione del suo opuscolo Roma e la Scrittura. Inoltre il De Giovanni confutò il libro di P. Leorati Che cosa è la messa; Petronio Grima scrisse Sulla Confessione, monsignor Celesia vescovo di Patti una pastorale: Giuseppe De Castro, L'Apostasia in vendita e la fede in cattedra ecc.

582. «Vadano altrove, che qui nella terra dei Cattolici, nel santuario della Sicilia, ove aura nemica non è riuscita giammai ad avvelenare i semi e i fiori della fede apostolica, non fa presa qualunque reiterato impegno di pervertirla. Qui si provò di penetrare la seduzione pelagiana, e fu respinta; si provò la miscredenza ariana, e fu disdegnosamente rimossa; non trasandò Porfirio di rapirci dal cuore i misteri colle reti ingegnose e fantastiche della speculazione alessandrina, e non incontrò sorte migliore dei primi; si provarono gl'Iconoclasti di combattere e smorzare anche in noi quei fervori che fecero la prima gloria nazionale d'Italia, nelle memorande lotte sostenute con quei feroci sterminatori delle sacre immagini, che resero agevole ai Musulmani la preda di tante cristiane provincie: si provarono i Musulmani, per lunga stagione di servitù ed obbrobrio, a spegnere la nostra fede; ma invano. Voi sapete la gloria degli antenati; sapete i lieti rinnovamenti della virtù antica al venire dei prodi Normanni; e come per essi rialzata la fede, combattuta ma non vinta, si aperse un'epoca di nuovi prodigj, che sono eternati nelle memorie dell'isola, parlanti ancora col sacro linguaggio delle arti consacrate nello splendore delle nostre basiliche; e più che saperlo, sentite di essere la posterità di quella stirpe di generosi e magnanimi, che lasciarono i monumenti dei loro trionfi nel sacro recinto dei luoghi dedicati alla religiosa e civile pietà».