Così, vuoti di carità perchè vuoti di fede, esercitano un'abilità senza principj sopra una sincerità senza lumi, in un tempo dove il leggere è divenuto un'infingardaggine mascherata. Ma troppo dell'indole loro fuggevole e di circostanza tengono anche i tanti opuscoli venuti ad appoggio dell'eresia; e dove la mancanza di calma attesta la mancanza di fiducia. Lungo sarebbe l'annoverarli, e scegliendo fra' capi, ci troviamo costretti registrarne uno, che altrove ponemmo fra i campioni della verità, Vincenzo Gioberti. Per un tempo diede la parola all'Italia cattolica, sicchè fu detto che i politici pareano seminaristi, guidati al passeggio da un teologo. Ma già avvezzo a piegarsi secondo le circostanze, dacchè, ubbriacato al vino della disobbedienza, smarrì il lume della verità che era sua passione, s'implebejò in tempestose discussioni e in pagine violente, ove diede sfoghi crudeli alla polemica personale, nel tempo stesso che dall'arsenale teologico traeva projettili contro la Chiesa. Peggio comparve quando un'amicizia più ammiratrice che prudente mandò in luce postumi lavori che aveva appena abbozzati, oppure scritti, come sempre soleva, sotto all'impressione del momento e all'ira degli acerbissimi disinganni che colpirono la sua vasta superbia; scritti che probabilmente avrebbe o distrutti o corretti nei giorni della riflessione; o dove, riferite objezioni di pretto razionalismo, si riservava forse di rispondere, mentre ora parrebbero dottrine da lui concepite e adottate. Più dunque che l'autore, son le opere stampate col nome di lui che meritano riprovazione. Massimamente nella Filosofia della Rivelazione, come credere che, tra splendide verità e un'insigne difesa del sopranaturale e del miracolo, uscisse affatto dall'unità cattolica, professando che molti precetti del Vangelo fossero meramente adatti al tempo: che i dogmi della predestinazione, del piccol numero degli eletti, dell'eternità delle pene, del perfezionamento e della espiazione nell'altra vita sono assurdi (p. 342); che la propaganda moderna dee essere principalmente laicale: che l'epoca nostra si può definire la secolarizzazione intera dell'Evangelo? Il dire vi siano tanti cattolicismi quanti gli spiriti umani è conseguenza di quell'altro teorema che l'atto libero concretivo dell'individuo fonda con un fiat la sua fede, e con essa fede il suo oggetto; crea a sè stesso la sua chiesa, il suo Dio, il suo culto, il suo dogma (pag. 189); teoria troppo conosciuta di Hegel, ch'egli forse intendeva confutare. In opposizione diametrale a' suoi primi libri, insiste sulla decrepitezza del cattolicismo, in cui la mancanza di vita è cento volte peggiore dell'eresia e dello scisma; tronco morto che si sostiene pel suo proprio peso e per l'inerzia. Nella Riforma Cattolica della Chiesa mette che il cattolicismo è ridotto immobile da Roma, dalla disciplina ecclesiastica, dalla teologia, onde a volerlo svecchiare bisogna riformar Roma, la disciplina, la teologia. È errore puerile il volere che tal riforma venga da fuor della Chiesa, come con Montano e Lutero; bensì è legittima quando venga da Gregorio VII o dal Concilio di Trento. Pure, qualvolta non possa ottenersi dalla gerarchia, la procurino sopragerarchicamente, non contragerarchicamente gl'ingegni cattolici, rivestiti della dittatura ideale.
Questo surrogare l'autorità dell'individuo o dell'opinione a quella della Chiesa, mena dritto allo scisma e alla protesta. E di fatto egli vede in Roma mancare l'armonia dialettica; il temporale nuocere allo spirituale: ne critica il governo civile, senza suggerire come renderlo perfetto; nè certo diverrebbe tale coll'imitar qualsiasi degli odierni. Quanto all'ecclesiastico, vorrebbe entrasse in una fase di larghezza teologica, di civiltà, di tolleranza, e molte riforme suggerisce alcune buone, altre insensate come gli eroi di Hugo: dividere i preti in sapienti e operanti, in celibi e no: abolire una quantità di pratiche che fanno perdere il tempo; erigere atenei ecclesiastici, dove e il vescovo e lo Stato istruissero; scegliere alle alte dignità scrittori di opere insigni; disapprova le devozioni e le astinenze, dimenticando che questa vita è preparazione ad una eterna. Così Kant, per paura del misticismo, restringeasi a freddo stoicismo.
Se l'esempio suo mostra come il ricalcitrare contro il centro vivente dell'unità cristiana basta per far discendere successivamente tutta la scala della protesta, le varie proposizioni sue convincono quanto, anche astrattamente, sia difficile e complesso il problema del principato temporale. Dopo averlo ne' primi libri esaltato come necessario, benefico, insigne, in questo della Riforma, ch'è de' più ostili, nel § II scrive che quel governo «ha difetti ma è capace di miglioramento»: poi nel § XX che «nuoce all'Italia, alla religione, alla indipendenza del papa» e quindi deve levarsi: nel § LXXV pone che «l'odio e la mala contentezza de' popoli muove meno dal governo superiore del papa che dalla amministrazione de' prelati: laonde, essendo il male non nel principio ma nella oligarchia pretesca, vi rimedierebbe un sommo sacerdozio, governato per mezzo del laicato»: e nel LXXVIII, che il diritto temporale di Roma è tanto oggi superfluo e dannoso, quanto dianzi opportuno; tiara e scettro sono contrari e incompatibili. Se nel Rinnovamento propone la spogliazione totale, nella Riforma vuol «lasciargli solo Roma e le sue pendici», oppure al § XC limitavasi alla «secolarizzazione del governo con istatuto rappresentativo».
Bisogna non avere mai scritto per non sapere come all'ultima ripulitura si serbi il dare simetria e accordo; sicchè tali palmari contraddizioni noi attribuiamo all'esser quelle carte nulla più che materiali da costruzione.
Anche quel poco che rimaneva di credenza e riti positivi sembrò soperchio al genio negativo, che vuol unificare col ridurre la convivenza civile e domestica a meri termini di natura, ponendo da banda ogni religione rivelata; e s'annunziò a Milano una società de' Liberi Pensatori, imitazione (già s'intende) d'una simile formatasi nel Belgio, secondo la quale la religione sarà qual piacerà a ciascuno di farla: ognuno carezzerà le ipotesi che gli convengano. E le ipotesi ch'essi vogliono imporre sono: — La forza non può comprendersi fuor della materia; non può esserci stata una forza creatrice, onde Dio non fu nè è creatore; non è forza regolatrice, onde non è potente; e non può esser nè buono, nè giusto. Non avendo dunque alcun attributo, non esiste, come non esisterebbe una pietra la quale non avesse nè volume, nè forma, nè peso, nè altra proprietà.
Sono le note teorie di Bruno Baur, di Feuerbach, di Steiner, che diceano: «Non solo non credo all'esistenza del soggetto divino, ma neppure delle qualità divine, alla giustizia, all'amore, alla saviezza che altri immaginano veder nell'uomo: una sola essenza reale vive: l'individuo nel godimento o nel patimento suo egoistico».
Come programma d'azione i Liberi Pensatori adottano: «Non più prete alla nostra morte, al nostro matrimonio, alla nascita de' nostri figliuoli». In conseguenza fin povere giovinette morenti si videro dai genitori negata la consolazione di spirare con Cristo sulle labbra; i padri non presentano i loro neonati al parroco; ai fanciulli non istillano veruna idea superiore alla materia.
Vollero esplicare maggiormente il loro teorema quelli di Siena, il cui manifesto, in ciò che concerne la costituzione civile, porta:
«La società democratica dei Liberi Pensatori procurerà diffondere nelle menti di tutti, ed in ispecial modo della gioventù, i veri principj della sana morale, scevre da ogni misticismo religioso, libera da ogni legge di qualsiasi setta religiosa, e regolata solo dalla ragione e dalla coscienza.
«Dimostrerà che al trionfo della sana morale è indispensabile la più estesa educazione delle masse, che deve necessariamente affidarsi ai Liberi Pensatori.
«Farà conoscere essere unico inciampo al trionfo della sana morale il dominio che tuttora si esercita sulle coscienze dalle sette religiose, e perciò aversi a distruggere questa preponderanza spirituale, dovendo ogni cittadino rimaner libero nel santuario della propria coscienza.
«Informerà tutti dei diritti che ciascun cittadino può e deve avere, quali sono: libertà di coscienza e di culto, inviolabilità di persona e di domicilio, libero diritto d'associazione, istruzione gratuita ed obbligatoria, suffragio universale, stampa libera, armamento nazionale.
«La società, forte dei diritti naturali civili, politici, sociali, riconosciuti e garantiti pur dalle leggi, intende operare energicamente, e disporre di tutti quei mezzi che troverà convenienti e sicuri a raggiungere l'alto suo fine, che è il ristabilimento del progresso morale, politico, sociale; mezzo unico a pervenire all'umana rigenerazione».
Non si tratta dunque più di rivestire l'incredulità con formole mistiche, siccome in Fourier o Saint-Simon, o di relegar Dio di là dalle latitudini accessibili alla conoscenza; ma gli si intima «Vattene dal tuo regno»: si nega la coscienza: riguardansi come quistioni oziose l'anima o l'immortalità, come ipotesi per lo meno superflua la creazione; è l'ironia succeduta all'oltraggio; è la comodità del non credere senza tampoco esaminare, eppure straziar di sarcasmi chi pensa altrimenti; a un popolo soffrente non parlar più d'un padre e d'un giudice, e alla sociabilità, alla simpatia, alla solidarietà affidar l'incarico d'asciugare tutte le lacrime; e far sottoscrivere di non tornare neppure in morte alla religione di nostra madre, della nostra famiglia.
Noi cattolici siam fortunati di essere costretti a difendere ciò che v'ha di grande, di sacro, di nobile: ma il fatto spiacque anche agli Evangelici, e da Milano scriveasi all'Eco di Firenze: «Alcuni corrispondenti di giornali religiosi avevano fatto credere in Inghilterra che la società dei Liberi Pensatori avesse posto salde radici in Italia, e Milano ne fosse il centro, dove contasse sessanta mila adepti. I nostri fratelli d'Inghilterra nol credano. È vero che s'invitò il pubblico alle adunanze, si cominciò a discutere lo statuto; ma quando si giunse all'articolo, che obbliga i socj a rifiutare in qualunque circostanza l'opera di qualsiasi ministro di religione, i pochi intervenuti compresero che si volevano Liberi Pensatori schiavi dello statuto, e lo combatterono, e lasciarono l'adunanza dicendo che ognuno è libero pensatore in casa propria, si cesserebbe di esserlo divenendo membri di una società, e giurando osservarne lo statuto».
Per verità il Caraibo è libero pensatore quanto cotesti; nè noi crediamo miglior pensatore un di costoro che Vico e Galileo, che Dante e Manzoni, che Gerdil e Rosmini. Perchè libero, io credo ai dogmi: ho studiato almen quanto voi; e il mio libero pensiero mi portò a repudiare un materialismo che non vuol solo corrompere, ma sedurre; un despotismo che dice alla coscienza «Taci»: un'idolatria della forza che fa esecrare la debolezza e la carità; mi portò ad aderire al cattolicismo che non ammette una verità se non dopo accertato ch'essa viene da Dio; quel Dio che, secondo una bella espressione della Scrittura, confidò a ciascuno la cura del suo prossimo.
Fuor d'Italia, gli stessi Protestanti adoprarono le armi loro per combattere il materialismo e il razionalismo, al quale già Bossuet avea previsto che doveva riuscire inevitabilmente la Riforma. Guizot considera il cristianesimo siccome concezione di filosofia divina, che la ragion pura ha diritto di svolgere dalle credenze definite, le quali sono imposte alla coscienza dei fedeli, e particolarmente dalla autorità pastorale che le insegna, le trasmette e le perpetua. Ma i nostri riformati o discutono ancora della giustificazione con Lutero, o col Vergerio rinfacciano alla Chiesa i suoi traviamenti, o con Voltaire ghignano di ciò che ha di più serio l'umanità. Dai giornali non solo, ma dalle cattedre stipendiate si intima a gran voce che le religioni son buone pel vulgo, acciocchè non veda nulla e soffra tutto: pei pensatori sono anticaglie da museo; doversi dare ascolto alla ragion sola, alla ragion pura. Che importa qual idea uno si formi dell'essenza e attività di Dio, del come il mondo esiste? È l'uomo, che, pensando, fece Iddio, questo nome che designa un'ipotesi: l'umanità è uno spettacolo, di cui lo spettatore compone il dramma. La spontaneità creò i miti, poi le legende; ora la riflessione le riconduce all'arte, e piacesi decomporre queste affettuose illusioni. Che è mai la Bibbia se non una bella poesia orientale?
I nostri, incapaci di creare, van dietro ai Tedeschi, nei quali le condizioni d'ogni ricerca feconda, cioè ostinazione al lavoro e passione della verità, son guaste da due difetti, cioè presunzione di sè e sprezzo degli altri; onde riescono stitici nell'ammettere le prove di ciò che è, e temerarj nel ricostruire ciò che dovrebb'essere. Per loro la critica, non più ristretta nell'antico senso di esame e valutazione d'opere d'arte, è il titolo d'una classe di filosofi, i quali, sotto il nome di Kant e di Hegel, rinnovano la formola dell'antico nostro Protagora, l'uomo esser la misura del tutto: tutto da lui comincia e in lui finisce: colle sue idee crea il mondo e Dio: colla sua potenza modifica gli esseri, inventa la società e il diritto e la giustizia: le modifica col continuo e indefettibile progresso; non muore mai, ma la materia di cui è composto si organizza in altre forme: non s'investighino le cause: non si dà assoluto: noi non conosciamo che il fenomeno: ogni verità è relativa; non v'è massime ma solo opinioni, le quali si completano mediante le loro antitesi: bando alla metafisica, all'ideale: solo storia e fisica e meri fatti, sui quali dobbiamo non ragionare ma osservare, non aver ammirazione ma curiosità. Non tenere per vero se non ciò ch'è dimostrato dalla tua ragione: di tutto cerca il perchè e il come, e vedrai che nulla vi è sopra della materia, della forma inintelligente.
Con questo grido di emancipazione, d'indipendenza, s'accordano le scuole filosofiche nel toglier la distinzione fra il sensibile e il soprasensibile, confondendoli nell'unità della sostanza che tutto fa da sè; nello spiegar l'uomo senza il governo della providenza. V'è chi crede che nessuno mai abusasse tanto della parola quanto Hegel, e la travolgesse al suo senso, avendo dottrine ardite e linguaggio ritenuto, sopprimendo le cose e ritenendo i nomi, pensando altrimenti da noi, e affettando parlar come noi. Egli insegna l'identità del no col sì[587], per atto del pensiero crearsi il me ed il non me, e fin la morale e la religione, sicchè l'uomo è Dio a sè, è la legge stessa: società, patria, mondo, devono servire a lui; diritto e dovere più non sono che un calcolo di tornaconto. Di queste dottrine erasi fatto campione il professore Vera, e perciò venne chiamato dal Governo a impiantarle nelle scuole di Milano e di Napoli.
Non crediamo noi a chi ha gran scienza e forte telescopio esistere stelle invisibili? Disapprovando le oziose disquisizioni, il Vico avea detto la filosofia esser data «per intendere il vero e il degno di quel che dee l'uomo in vita operare»; e, a differenza dei tanti, rivolti solo ad esagerare la degradazione, sostenne che «la filosofia, per giovare al genere umano, dee sollevare e reggere l'uomo caduto e debole, non convellergli la natura, nè abbandonarlo nella sua corruzione»[588].
E appunto i Tedeschi applicarono man mano i sistemi delle loro scuole alle origini del cristianesimo, ossia al valore storico de' libri sacri. Il protestantismo per abbattere l'autorità della Chiesa avea cresciuto l'autorità della Scrittura, ma la disarmava isolandola dall'interprete vero: oltre che il canone e l'ispirazione de' libri santi riposano sulla garanzia dell'insegnamento tradizionale. Samler, poi dietro a lui Eichhorn dissero che Cristo e gli apostoli dovettero acconciarsi alle opinioni correnti, e interpretare al modo che dagli Ebrei usavasi allora, il proprio pensiero mascherando per non urtare i pregiudizj. Or come distinguere il pensier vero di Cristo da quel miscuglio? Samler suggerisce a tal uopo il Talmud, gli scritti di Filone, gli apocrifi del Vecchio Testamento: Eichhorn trova più giusto il chiedere tal discernimento dalla sola ragione; ciò che non può ridursi alle leggi immutabili dello spirito umano è concessione ai pregiudizj giudaici. Con questa interpretazione morale uniformavasi a Kant, pel quale la religione non è che il complesso delle regole universali della morale. Da qui partendo, gli elementi storici poco importano; non si badi a critica o esegesi; la morale è indipendente dai fatti, siano miracolosi o no, reali o immaginati.
A tale teorica s'adatta Paulus, francamente mettendo Cristo e gli Apostoli sotto l'influsso delle idee popolari: pure annette qualche importanza agli avvenimenti, spiegandoli al suo modo, e i miracoli riducendo a fatti naturali, mal compresi dall'ignoranza o dall'entusiasmo. Di tali interpretazioni arbitrarie non contento, Strauss risolve il racconto evangelico in una leggenda, Cristo in un mito. Da tutti risultava che gli scritti evangelici non appartengono nè agli autori nè ai tempi a cui sono attribuiti, ma vennero successivamente alterati in guisa, che a fatica vi si discerne qualche traccia della primitiva redazione.
Ecco aperto campo vastissimo alla critica, e Baur e la scuola di Tubinga v'applicarono l'ingegno, l'erudizione, la fantasia, formando cento sistemi diversi, e tutti provati egualmente. I primi apostoli non sarebbero stati che una setta giudaica fin quando Paolo (personaggio più grande di Cristo) proclamò l'universalità della redenzione e l'emancipazione della coscienza dalla legge cerimoniale. I tre Evangeli sinoptici e gli Atti degli apostoli sarebbero scritture o fatte o rimpastate all'occasione del conflitto che nacque fra i primi cristiani ebraizzanti e Paolo, dalla cui tarda conciliazione venne la Chiesa cattolica, che conservò il doppio carattere dei due partiti. Lo spiritualismo rivalse al tempo della Riforma: oggi si compie l'emancipazione del pensiero religioso, spezzando le forme antiquate per ridestare il cristianesimo in ispirito e verità.
Nella primitiva Chiesa, Cristo passava per un uomo potente in parole e in opere, eletto da Dio, colmo dei doni dello Spirito Santo. Solo a mezzo del II secolo si desunse dai Neoplatonici l'idea del Verbo, associandola a quella del Messia, e all'unione morale surrogando la ipostatica; allora si scrissero l'evangelo di san Giovanni[589], le epistole agli Efesi, ai Colossensi, agli Ebrei.
Seguendo questi dotti, si vedrebbe donde attinse a poca fatica Renan, che col lenocinio retorico rese interessante il suo romanzo, quasi come la Capanna dello zio Tom, e per altrettanto tempo. Di confutarlo non han bisogno i Cattolici, perocchè essi non credono che sulla sola Scrittura sia fondata la verità storica e morale del Cristo. Un libro di frammenti sconnessi, fatti in diversi tempi, da persone diverse e senza concerto, sotto circostanze speciali, che offre principj ma non isviluppati, non sempre chiari, non coordinati, alcune cose tacendo, altre appena indicando o con simboli e parabole e allusioni, basterebbe egli qual codice della più estesa e incivilita società? potrebbe darsi alla plebe cristiana come norma delle credenze e della condotta?
Ma Cristo nella coscienza della sua Chiesa ne scrisse il compimento senza ambagi, senza lacune, collo sviluppo delle teoriche e delle applicazioni, col pieno accordo dell'insieme e delle parti. Or che critica è cotesta che, nell'interpretare quel libro, rifiuta un sì valido ajuto? perchè vuol ricostituire tutta la dottrina del cristianesimo senza tener conto dell'ulteriore svolgimento del pensiero cristiano? Come chiamasi indipendente, se muove da un pregiudizio, dalla negazione del sopranaturale? Così, non argomentando ma fantasticando, il Dio personale, creatore, redentore è fotografato in una camera oscura, sotto le varie pose dategli dall'artista; ed ora è il fatale assoluto di Spinosa, ora il me di Fichte, ora l'identità di Schelling, or l'idea di Hegel, or il mito di Strauss, ora il galileo di Renan, ora l'umanità di Littré, ora la giustizia di Proudhon.
Dovevamo toccare di ciò perchè qui pure, se non si inventano, si spacciano simili dottrine ai giovani, che ostentano poi un'incredulità, non derivata da forti ricerche, ma cominciata a vent'anni, nelle passioni e nell'ignoranza, e che rinega le verità della fede o della metafisica perchè non hanno l'evidenza di quelle della chimica e della geometria. Ma se vogliono accettare ciò solo che s'intende, non comprendono che novanta su cento uomini non si capacitano come l'uomo possa star sulla terra mentre gira?
Siccome alla ragione antica, la quale poneva come primo assioma che una cosa non può essere e non essere contemporaneamente, si sostituì la nuova che asserisce l'identità del sì e del no, così al diritto antico ed eterno, fondato sulla ragione, sulla giustizia, sui patti, surrogossene un nuovo, che ebbe acoliti e predicatori, ma non ancora una teoria nè una sanzione, se non quella dei fatti compiuti, vale a dire che ciò che riuscì è bene.
Così negli atti non meno che nella scienza viene a impiantarsi lo scetticismo, che proviene dall'osservar le cose da un punto sconnesso, veder le sole particolarità, percorrere una quantità di oggetti senza approfondirne nessuno, senza ordine e serietà, senza l'energia che raccoglie, avvicina, riassume, conchiude. Un tale scetticismo non può esercitar la critica, poichè cerca le objezioni e le difficoltà, non mai la soluzione, manca di quell'elevazione ingenua che indaga la verità per se stessa, e vi trova l'appagamento. Alcuni affettano d'investigare nell'avvenire le verità che da XVIII secoli son divenute patrimonio della civiltà cristiana, mentre non si avrebbe che a difenderle, chiarirne l'intelligenza, assodarne le fondamenta. Ma caduti in un'incredulità che diventa il loro castigo dopo essere stata la loro colpa, mostrano più sempre l'impossibilità di separar il problema filosofico dal religioso, dovendo per sincerità confessare l'insufficienza delle soluzioni scientifiche, e per superbia ricusare di rimontar il corso del razionalismo. Resta dunque solo l'idolatria di se stesso: egoismo dell'intelletto che genera il razionalismo; egoismo della memoria che ripudia gli elementi tradizionali; egoismo della fantasia che affoga nel realismo le arti belle; egoismo della volontà che traducesi nella morale indipendente; egoismo della civiltà che vuol separare lo Stato dalla Chiesa, e proclama il non intervento, cioè l'indifferenza all'ingiustizia, l'opposto alla solidarietà di tutte le nazioni civili nel difendere l'ordine, la proprietà, le tradizioni.
Il dubbio universale, lo scetticismo scientifico, la negazione di quanto non si vede e si tocca, sono l'insegnamento di Giuseppe Ferrari milanese. Non ammettendo stabilità di fede o di dinastie, neppur di grammatica o retorica, predica la legge agraria; fuor del mondo fenomenale la scienza umana non riconoscere che il nulla: essere è parere; pregiudizio l'idea della causalità; vanno abbattuti il Dio personale e il Cristo; «L'uomo è il solo Dio dell'uomo, e questo Dio risiede nella nostra vita — L'errore è sempre immanente nel nostro pensiero — La fede in Dio è l'errore più primitivo, più naturale del genere umano — La logica rende impossibili, come la natura, così il dovere e gl'interessi: se la logica esiste tutto deve perire — La critica ci lega alla terra, e ci vieta d'uscirne — La ragione non ha nulla a cercare, nulla ad apprendere di là dell'apparenza — L'interesse misura la morale — La ragione sta serva all'istinto, e il suo vantato regno si riduce ad una chimera della metafisica — Ardirete negar la ragione alle bestie? esse hanno tutte le nozioni che i razionalisti credono riservate all'uomo — Non abbisogna alcuna voce soprannaturale per insegnarci che i frutti della terra debbono nutrirci, e che la donna ci chiama all'opera dell'amore».
Per lui «la santa irreligione» è l'unico mezzo di liberar l'Italia; «non dimenticando un solo momento che il nostro capital nemico è il papa, che il papa è nemico eterno del genere umano, e la rivoluzione deve balzar dal trono il Cristo, congedare i santi, rinnovare il calendario»; senza ipocrisie annunzia che «emancipare l'Italia è distruggere la cristianità; è un abbattere i due poteri imperiale e papale in tutta quanta Europa»; vorrebbe imitati gli Stati Uniti, dove ogni uomo è a se stesso pontefice e imperatore, e dove i Mormoni si propagano come i Buddisti[590].
«La rivoluzione non è che la guerra contro Cristo e contro Cesare... Non equivoci, non incertezze o confuse dottrine semi-cattoliche, semi-cristiane, semi-pontificali. Adori pure ciascuno in casa propria i suoi idoli, i suoi penati: la religione della rivoluzione è quella che divinizza l'uomo, la sua ragione, i suoi diritti, disconosciuti, insultati dalla Chiesa... L'Europa ha intimato a Roma una guerra di religione, nè potremo avanzare d'un passo senza rovesciare la croce». La stessa guerra egli vuole intentata ai principi, perocchè «chi lavora pel re lavora per la ristaurazione della Chiesa: Cristo, Cesare, il papa, l'imperatore, ecco le quattro pietre sepolcrali della libertà italiana... Ultimo termine del progresso la legge agraria e l'irreligione, cioè la progressiva propagazione della scienza che si sostituisca alle favole del culto e alle contraddizioni fatali della metafisica» (Della Federazione Italiana).
A queste idee, manifestate esplicitamente nella Federazione repubblicana e nella Filosofia della Rivoluzione, come d'uomo che «con rara profondità annienta i sistemi vani ed assurdi della metafisica teologica, e stabilisce i veri principj del naturalismo razionale» applaude il curato Cristoforo Bonavino da Pegli[591], del quale, come già femmo dell'Ochino, del Vergerio, di altri, riferiremo la conversione colle parole sue stesse nella Filosofia delle scuole italiane:
«Le opinioni che oggi professo non sono quelle a cui venni educato: nè però si possono attribuire alla forza delle abitudini, o all'effetto di pregiudizj. Ho passato l'adolescenza e la gioventù sotto la disciplina del collegio, o del seminario, la quale trovò sempre in me un allievo non solo docile, ma affezionato e devoto fino allo scrupolo ed alla passione. I miei poveri studj di letteratura, di filosofia, e di teologia non uscirono mai dal cerchio della più pura e gelosa ortodossia romana; i miei prediletti maestri furono i santi, e in capo a tutti Tommaso d'Aquino e Alfonso de' Liguori. Due soli affetti governarono quel periodo della mia vita; lo studio e la pietà: e fino all'età di ventitrè anni, in cui venni ordinato sacerdote, io non ebbi altra occupazione, non gustai altro piacere che la lettura e la preghiera. Dirò tutto in una parola; se non era la prudente fermezza di un padre amatissimo, io sarei entrato, come avea già meco stesso risoluto, nella Compagnia di Gesù, unico instituto dove mi parea più facile di poter saziare la mia brama di sapere con lo studio, e il mio zelo di faticare per Dio colle missioni. Così la primavera della mia vita non conobbe altre gioje che quelle del sacrifizio e del terrore, e non assaggiò altre delizie che quelle dell'orazione e della penitenza. La mia fede avea serbato tutta la semplicità, il candore e l'abbandono dell'infanzia; e sol chi ne ha fatto in sè medesimo l'esperienza può intendere quella misteriosa condizione di un cuore, che a forza di virtù smarrisce la coscienza, per fervore di pietà rinega la ragione, e per amor di Dio volontariamente delira! Ma il sacerdozio fu per me l'alba di una nuova esistenza; e il primo raggio di luce mi balenò alla mente dal confessionale.»
«Al primo contatto dell'anima mia con la realtà della vita umana; a quella storia di miserie e di dolori, che l'uomo e la donna del popolo venivano a deporre piangendo, tremando, nel mio seno, io cominciai a sentire una repugnanza fra la dottrina morale delle scuole, e la voce intima delle coscienze. Indi i primi assalti del dubbio. A tranquillare l'animo mio ripresi adunque lo studio e l'esame de' principi teologici che io avea tenuto sempre in conto di verità eterne ed assolute. Allora per la prima volta io m'avvidi che i miei studi erano stati diretti, non dallo spirito della verità ma da quello di setta; e quando io credeva di averli compiti, m'accôrsi ch'era tempo e faceva mestieri ricominciarli. Non esitai un istante. Un nuovo mondo, ancora in confuso, mi s'apriva allo sguardo; ed un segreto presentimento m'avvertiva, che dietro alle quistioni sulla morale gesuitica sorgevano altre quistioni ben più gravi ed importanti, e sotto i casi di coscienza celavasi tutto il sistema della religione, della scienza, della società e della vita. E non esitai un istante. Quasi per istinto giudicai che la via, per cui mi incamminava, non poteva essere di quelle che guidano agli impieghi, agli onori; ed io incontanente di buon grado rinunciai a quelli che m'erano stati già conferiti; fermai tra me stesso di tenermi in una condizione affatto privata e indipendente...»
«Ripigliai pertanto il corso de' miei studj; e dalla morale dovetti bentosto passare alla dogmatica; indi alla storia, e di mano mano alla letteratura, alla pedagogia, alla filosofia, alla politica. Questo lavoro, che produsse una rivoluzione profonda e incancellabile in tutto l'essere mio, fu da prima una lotta tremenda contro me stesso, contro le credenze succhiate dal materno seno e attinte da venerato labbro, contro gl'insegnamenti della scuola, contro gli anatemi della Chiesa, contro i solismi dell'amor proprio, contro le seduzioni della paura, lotta che costò lagrime di sangue al mio cuore, il quale la intraprese, la sostenne, la vinse da se solo, nel segreto della coscienza, senz'altro testimonio, consigliere o giudice che Dio; lotta, che ogni giorno ad una ad una mi strappava dall'anima quelle convinzioni, ch'io avea sinora professato con tutto l'entusiasmo d'una fede pura ed illibata, a cui per voto avea consacrato il fiore della mia giovinezza, in cui avea riposto le delizie più care, le illusioni più nobili, le speranze più dolci della mia vita.
«Ma dopo aver esaminato le dottrine delle varie scuole cattoliche, mi son rivolto ai principj dei Giansenisti; poi ho consultato i sistemi dei Protestanti, interrogato la filosofia del secolo scorso, ponderato i lavori della critica moderna intorno ai simboli religiosi; e la prima conclusione certa, inconcussa, irrepugnabile, in cui la mente mia trovò il suo punto d'appoggio, fu questa, che il criterio supremo d'ogni verità risiede nella ragione. Stabilito questo principio, la mia emancipazione intellettuale e morale fu compiuta. Con esso pervenni immediatamente alla negazione di ogni ordine sovranaturale, d'ogni teologia positiva, d'ogni autorità teocratica, d'ogni rivelazione divina; esso mi scoprì la legge universale di progresso perpetuo e di transformazione successiva, che dirige la vita del mondo fisico e morale, degli esseri e delle idee, della natura, e della scienza, della civiltà e della religione; e in esso rinvenni quell'armonia dell'intelletto col cuore, che indarno io avea cercato in qualunque altro sistema. Quindi riebbi la pace dell'anima, pace profonda e imperturbabile, che deriva dalla libera contemplazione del vero, dal sentimento della dignità umana dalla conoscenza comechè imperfetta delle leggi dell'universo e dell'umanità, dall'amore disinteressato del bene, dal rispetto spontaneo degli altrui diritti, dall'osservanza volonterosa de' proprj doveri. Così ho sperimentato in me stesso e la vantata felicità del credente, e la pretesa disperazione dell'incredulo; ho provato le consolazioni, e le dolcezze, che ne procura il misticismo, e la filosofia, la Chiesa e l'umanità; E se per giungere a questa meta ho dovuto soffrire, di chi è la colpa? Non è tutta di coloro che pervertono l'intelletto co' pregiudizj, e la coscienza colle superstizioni? Di coloro che sconvolgono la fantasia con lo spettro del demonio e dell'inferno? Di coloro che presentano il dubbio come un delitto, e l'uso della ragione come un sacrilegio? Di coloro che hanno gettato la nostra società in tale abisso di fanatismo e d'ipocrisia, che altri non possa esprimere le sue opinioni, comunicarle a' suoi amici, discuterle, professarle, senza porre a repentaglio l'onore, il credito, l'officio, la sicurezza, la sussistenza di sè e de' suoi cari?[592]»
Parole simili avevamo udite dal Geoffroy quando diceva non poter sopportare l'incertezza sull'enigma della destinazione umana, e mancandogli la fede per risolverlo, aver cercato la luce della ragione per declinarlo. Come meglio potrebbesi rivelare il desiderio sterile di trovar la certezza, partendo dall'incredulità? E a tal punto si trovano gl'increduli intelligenti, che per ciò desiderano la disputa coi Cattolici, locchè non avviene a chi tiene una fede solida e assoluta, nè al pio che s'allieta quando gli è detto, Riposiamo nella casa del Signore[593].
Il Bonavino, adottato il pseudonimo di Ausonio Franchi e irato alla Chiesa che abbandonò, combatte «la filosofia che educa ancora al sofisma e all'assurdo la gioventù delle scuole italiane, e la religione che ancor mantiene in servaggio i popoli del secolo XIX»; confuta la teologia positiva; dissuade dall'indietreggiare fino a Lutero, e dall'accettare la Bibbia e l'assurdo dei misteri e il culto d'un Dio incarnato: la teorica d'un Dio personale e creatore esser infetta d'antropomorfismo e contraddizioni, nè potersi di Dio avere alcun concetto razionale; donde resta provato che la religione nostra è falsa, e il cattolicismo è contrario ad ogni libertà, ed ormai non è tenuto che da pochissimi[594]: poli delle nazioni moderne sono la scienza e la libertà, le quali non può l'Italia acquistare se non rinunziando alle idee filosofiche e religiose del medioevo: ond'egli, come l'antico Lucrezio, s'accinge a «svincolar gli animi dal giogo d'una fede cieca, immobile, misteriosa», per trarli alla «ragione, unico criterio del vero».
Negato ogni ordine sopranaturale, ogni autorità teocratica, mette come legge universale il continuo progresso e la successiva trasformazione. Il Dio d'un'epoca è sempre falso per rispetto ad un'altra più colta. — Dio del secolo nostro è la scienza. — Dio non lo pensiamo in quanto esiste, ma esiste in quanto lo pensiamo. — Il Dio di ciascuno è la personificazione del proprio ideale: onde tutte le variazioni che succedono in questo avvengono in quello. — Dio, providenza, natura è tutt'uno. — Nelle credenze occorre un'affermazione, ma è affermazione di una possibilità, non d'una realtà. — Sarebbe tempo di finirla con tante pie favole circa la natura di Dio, le sue persone, le sue idee, i suoi amori, i suoi voleri, i suoi atti. Il criticismo ha dimostrato che le essenze e le sostanze ci sono affatto sconosciute e inconoscibili. Gli uomini civili del secolo XIX non sono disposti a credere se non quello che intendono. — De' suoi futuri destini l'uomo non ha, e non può avere alcuna conoscenza certa e positiva: la vita avvenire, agli occhi della ragione, è un vago presentimento, un'aspirazione ideale, una certezza istintiva, ma non una teoria[595]. «Quel desiderio che per se stesso vi pare disordine e tormento, è insomma il carattere più nobile e sublime dell'uomo: giacchè, se gli togliete l'aspirazione all'infinito, voi lo disgradate, distruggete l'uomo per farne un bruto. Lo stimolo incessante di un bisogno che non sarà mai appagato ed estinto, è ciò che costituisce la vera grandezza e dignità dell'uomo ciò che lo rende educabile, perfettibile e progressivo senza fine».
E poichè può far senza della religione chi riesca a contenere la propria ragione dentro i limiti precisi della conoscenza scientifica, e interdica a se stesso ogni ricerca, ogni aspirazione ulteriore, vuole che gli Italiani siano «onesti senza temer inferno o sperare paradiso, generosi senza essere nè cattolici, nè cristiani, nè ebrei».
Calcando le orme di Ausonio Franchi, «suo generoso amico ed insigne maestro... inesorabile ed irresistibile critico», il Lazzarini trova strano che l'anima, conservando le sue condizioni di ente finito e personale dopo la morte, possa godere o soffrire in Dio ch'è infinito. Riconoscendo che «il razionalismo teorico si argomenta di abbattere ogni tempio, di estirpare ogni culto, predica la religione della natura e la scienza dell'umanità; esorta la fede a non ispirare nei petti umani che virtù cittadine del mondo: perchè sdegna conservare e correggere, e tende implacato a sconvolgere e distruggere», egli si astiene «da ogni discussione circa la convenienza di un tal programma». Pur confessa che si lascia indietro mille miglia la teorica della ragion pura, la filosofia gallo-eccletica, la teologia dogmatico-razionale, il sistema dell'umana infallibilità. Secondo lui, non è vero che il fatalismo induca gli animi all'apatia ed all'inazione. L'idea del libero arbitrio è l'idea d'un potere che non ha nè può aver limiti: ove pertanto esistesse nell'uomo questa esecrabile strapotenza, egli rimarrebbe sempre tal quale sarebbe nato, impassibile, inalterabile. Costui confida nel progresso civile, e ha «salda speranza che due religioni debbano costituirsi amiche, l'una terrestre e l'altra celeste». Io nol giudico perchè non lo capisco.
Nè sono a tacere i fisiologi e naturalisti. Cabanis, trasformando anche la politica in fisiologia, introdusse la parola razza, così poco precisa, e che divide i popoli nell'egoismo, invece di unirli nella giustizia e nell'incivilimento. Da noi il Gioja, il Lallebasque, Pasquale Borelli, e pochi altri teorizzarono la filosofia della materia con dottrine che si scusano sol perchè furono seguìte da ben peggiori. Perocchè dappoi affinato l'ingegno ad escludere Dio dalla creazione, si suppose una primitiva molecola o cellula che per un'«agglutinazione continuata migliaja di migliaja di secoli», diventa natura, poi uomo, poi Dio: è la scimmia che progredì in uomo, come l'uomo progredirà in animale più perfetto: oggi medesimo la materia organica può animalizzarsi. Anima è un nome che anatomicamente esprime il complesso delle facoltà del cervello e del midollo spinale; fisiologicamente, il complesso delle funzioni della sensibilità encefalica, cioè la percezione degli oggetti sì esterni che interni; la somma de' bisogni e delle tendenze che servono a conservar l'individuo e la specie, e a metterlo in relazione cogli altri esseri; e le facoltà che compongono l'intelletto e la volontà; il potere di muover il sistema muscolare, e d'operar per esso sul mondo esteriore. Nelle nostre Università Moleschott insegna «il pensiero, la volontà, le azioni dell'uomo essere nell'animale un prodotto della naturale necessità»[596]. Così il materialismo s'insinua anche nella scienza che più s'accosta ai dolori dell'umanità, e procede fino alle conseguenze che l'ignoranza vorrebbe trarre dall'uomo fossile e dalle abitazioni lacustri.
Queste dottrine dicono i dotti esser rattacconature di antiche o plagio di straniere; dicono i savj che, mentre mirano a far una rivoluzione, non arrivano che a fare uno scandalo; dicono gli artisti ch'è prodigiosa fatuità l'emettere con pretenziosa serietà idee assurde e stantie. Certo è orgoglio, cioè la meno filosofica delle passioni, il dire «Non è possibile la tal cosa perchè io non la intendo». O forse non s'appoggia a un atto di fede anche la vita intellettuale? e nello stesso ordine naturale si può dimostrare la veracità dell'intelligenza altrimenti che per l'intelligenza? Bensì è comodo quanto facile il sottomettersi solo al proprio talento, credere unico Dio l'uomo, unica potenza il numero, unica legge l'istinto, unico intento il godere finchè si può, e nell'accidia e nella voluttà stordirsi finchè il corpo si dissolva ne' chimici componenti.
Questi scrittori noi vorremmo poter combattere senza ferirli; tanto ci cale della concordia e di dar l'esempio d'un rispetto di cui non attendiamo il ricambio. Ma potremmo non indicarli ai nostri lettori? Soffogarli nella cospirazione del silenzio, come essi fanno di noi, non è possibile, giacchè quel ch'è mostruoso, che esce dalle leggi normali, dal senso comune eccita naturalmente l'attenzione e attira gli animi; nè di loro può dirsi, «Perdona perchè non san quel che fanno». Ma qualvolta alcuno toglie a combatterli, ecco gridarsi alle ingiurie ortodosse, al fiele teologico, alle intolleranze bigotte. La carità non deve giungere sino alla pusillanimità; può unire i simili, non i contrarj. Il filare ragionamenti, accumulare autorità e testi come ci rinfacciano, non è pieno nostro diritto? È possibile rimaner indifferenti quando si ode bestemmiar Cristo e Maria, e ciò che più venerarono i secoli e nostra madre, dichiarar assurdo ciò che credettero tanti sommi ingegni prima del regno d'Italia? E noi, per quanto ignoranti, abbiamo lume di ragione: e mentre essi pel disprezzo trascendentale[597] affettano di non guardar i libri nostri, noi studiamo i loro: e noi che apparteniamo ai 40 anni dacchè la storia fu creata[598], come gli Spartani sull'Ilota facciamo esercizj sulla critica, allo studio e alla pratica della quale, cioè al veder co' proprj occhi e pensar col proprio capo, richiamiamo incessantemente coloro, il cui ebetismo non ci pare ancora divenuto cronico, gl'invitiamo a ricuperare quel pane quotidiano dell'anima che è la verità. D'altra parte se, giusta le loro teoriche, un'asserzione non è più falsa che la sua opposta, perchè vengono sì da lontano a insegnarcele? se è indifferente l'adorar nel sacramento Iddio o un pezzo di pane, tollerino che noi crediamo e affermiamo le nostre dottrine, e che veneriamo la ragione come una forza, la quale cerca l'unità, sia quella che consiste nei fenomeni della sostanza, sia quella che sta nell'armonia, cioè la gerarchia.
Si dice, «Son pochi questi dottori». Sì: pochi, ma rumorosi, sostenuti, echeggiati in modo da soffogar i buoni. E se si troverebbe da deplorare un Governo che non si sente bastante autorità per reprimer le teoriche immorali, altro sentimento eccita quando vi appone il suggello dello Stato, quando paga perchè si insegnino nelle Università; cioè costringe la gioventù, se voglia conseguire i gradi accademici, ad abbeverarsi a tali fonti. Basti un'occhiata alle prolusioni de' professori, chiamati a dettare le tante filosofie introdotte dal Mamiani: onde deriva maggior lode a quei pochi che hanno il coraggio d'affrontare la cospirazione degli applausi e de' fischi.
Nel che rivelasi di nuovo il carattere del regno d'Italia, la ostentata nimicizia alla cattolica religione, con quell'ira che, quando non è forte, quando serve ai dominatori del giorno e ad una popolarità di bassa lega, diviene accattabrighe, e non attira che sprezzo. Dichiarata guerra alle istituzioni della Chiesa, e professato volerla affogare nel fango, non bastando l'opprimere si volle anche corrompere, spingendo alla licenza e alla deprevazione; poeti e romanzieri insultarono a Dio, al pudore, alla famiglia, e ottennero denari e decorazioni, applausi e posti, quasi non dissi gloria. Non occorre dire che si volgarizzano subito le produzioni più irreligiose degli stranieri, talvolta aggravandole con note e declamazioni; e non solo il romanzo delle libere pensatrici, ch'è il Renan, all'ipocrito suo sentimentalismo soggiungendo grossolanità irritanti; ma fin la Strega di Michelet, «gran parto dell'umano ingegno», ove si dà colpa alla Chiesa d'aver creato le fatucchiere.
Deplorabile sintomo di debolezza ne' nostri! Perocchè fra tante scritture lanciate dal Moretti di Bergamo, dal siciliano Castiglia, dal veneto De Boni, dal napoletano Petrucelli, dal cremonese Bissolato,... nessuna forse passò i monti; imitatori o plagiarj di Tedeschi, d'Inglesi, massime di Francesi, non capeggiamo fra gli eresiarchi, non possiamo annicchiarci tra le ammirate allucinazioni di Fourrier e Saint-Simon, nè con Neander, Lachman, Schleiermacher, Credner, Weisse, Schotten, Köstlin, Strauss, Wieseler, Reuss, Meyer, Holtzmann, nè tampoco con Pelletan e Quinet; siamo panteisti dietro a Vacherot, critici dietro a Renan, che ci appunta di far predominare l'idea politica[599]; positivisti dietro a Taine, Comte e Littrè; razionalisti dietro Ewald e Baur; socialisti dietro alle sublimi assurdità di Proudhon. E anche non volendo ripetere coll'iroso Niccolini «Italia vile, non ha di suo neppur i vizj», dobbiam confessare che non risplendiamo che di luce crepuscolare, neppur raggiungendo quella robusta brutalità che soggioga l'intelletto; paghiamo chi vada a fischiar un predicatore, a rompere i vetri d'un vescovado, a gettar un petardo in una cappella, non osiamo farlo noi stessi: per servilità ai Francesi indussero fin gli scolari a sottoscrivere per un monumento a Voltaire, non si osò erigerne uno al suo predecessore, Pietro Aretino. Sembra anzi fatale che questi oltraggi alla fede e alla morale non possano farsi senza oltraggiare e la lingua e l'arte. Scomparsa la serenità da tutti gli animi, si cerca l'orrido, lo straordinario: in piani di generale mediocrità, non si trova che trivialità d'idee, di stile, di distribuzione, che adulazioni alla incurabile snervatezza del tempo: per quanto i romanzi si condiscano di calunnia, di lubricità, di scandalo, nessuno ottenne la diffusione dei Promessi Sposi o delle Mie prigioni: non sorgono da costoro quelli che, allorquando la patria soccombe, sanno ancora amarla e piangerla.
La stupida demolizione è potentemente ajutata dalle società segrete. Indicammo come sin dal 28 aprile 1738 Clemente XII rivelasse le tendenze sovversive della massoneria, la condannasse in nome della libertà e della moralità, e i membri di essa considerasse come «gravemente sospetti d'eresia». Benedetto XIV, il 16 marzo 1751 ripeteva la condanna. Ciò non impedì i trionfi della sètta e della rivoluzione, giacchè è più facile deridere che smentire il Barruel, il quale suprema parte attribuisce alla massoneria nell'origine e nel procedimento della rivoluzione. Con questa scese ella trionfante in Italia a gavazzare nelle repubbliche Cisalpina, Romana, Partenopea. Trasformatesi poi questi in regni, Napoleone, invece di sopprimerla, pensò farsela ancella. In Milano già nel 1805 v'avea cinque loggie, adulanti fin nel nome di Reale Napoleone, Real Giuseppe, Eugenio, La Concordia, l'Heureuse rencontre; a Bergamo l'Unione, a Verona l'Oriente dell'Arena, a Taranto l'Amica dell'uomo...; oltre quelle dell'esercito, delle quali era granmaestro Giuseppe Lechi. Dal supremo consiglio di Parigi mandato qui come apostolo, Vidal divenne oratore della loggia madre di Milano, e blandendo alle passioni e all'opinione, raccoglieva i più distinti personaggi, e costituì un supremo consiglio di ispettori generali del 33 grado. Abbiamo a stampe l'Estratto de' primi travagli del Grande Oriente in Italia, in cui viene costituita la società, e si andò fastosi allorchè Napoleone concesse come gran commendatore il vicerè: suo luogotenente il Calepio, grandi ispettori il Felici ministro dell'interno, Costabili, Alessandri, Lechi, Degrasse, Tilly, Renier, Pyron; gran dignitarj Luosi, Fenaroli, Pignatelli, Jourdan, Jacob; il pittore Appiani facea da guardasigilli nel capitolo generale, e v'apparteneano Gioja, Romagnosi, Salfi. Furono poi stampati nel 1808 e 9 il Catechismo dei tre gradi e la Costituzione generale del Grande Oriente in Italia, francese colla traduzione italiana lurida di francesismi e di adulazioni al dio d'allora. Le adunanze aprivansi e chiudevansi al grido «Viva l'imperatore», e nel 1812 ben 1089 loggie dipendeano dal Grande Oriente di Parigi, coll'entrata di due milioni pel granmaestro di Francia, ch'era Giuseppe Napoleone, e centomila lire per Cambacérès suo vicario. Stromento di sorveglianza pel Governo, per gli ascritti erano mezzi ad acquistare impieghi o legare relazioni, oltre il sommuovere gli altri Stati, e preparare le vittorie dell'esercito. Allorchè questo s'avviò verso l'infausta Russia, fu dato per parola d'ordine Vittoria e ritorno a quella nostra eletta gioventù, che doveva impinguar delle sue ossa le rive della Beresina e del Reno.
Restaurati gli antichi principi, le loggie si ridussero secretissime, e appena qualche vestigio ne trapela ai momenti di politici sussulti. Ma il fatto loro capitale fu il trasformarsi nella carboneria. Questa nacque, o piuttosto da paesi forestieri fu trapiantata fra i boschi della Calabria, per opporsi alla smisurata ambizione dei Napoleonidi; e Murat, spintovi dal ministro Maghella, seppe valersene al concetto che gli spumeggiava in capo di farsi re indipendente di tutta Italia.
Egli ne rimase vittima; i Carbonari sopravvissero, e si restrinsero in cospirazione politica, dissimulata sotto le formole di vendita, di barracca, di carbone, di ceppo, di fornace, di minestra. Sono abbastanza conosciute le iniziazioni, il catechismo, la coccarda di azzurro, rosso e nero, e le sceniche apparenze sotto cui celavansi gl'intenti sovvertitori; perocchè tutta la nostra generazione ne fu partecipe o martire.
Ancona e Bologna erano centro di quelli degli Stati Pontifizj, che raccomandavansi per mezzo di carte da giuoco con segni convenzionali; e che presto cominciarono il terribile giuoco del pugnale. Nel 1817, credendosi imminente la morte del pontefice, si strinsero i nodi, moltiplicaronsi scritture contro il governo papale, e accolte e giuramenti. Il cardinale Consalvi ministro di Stato avvertiva Metternich della trasformazione: il carbonarismo esser ancora sparpagliato, ma l'evenienza più vulgare potea riunirlo: nol credesse un vano sbigottimento da prete: la rivoluzione aver cambiato tattica; e non assale più a mano armata i troni e gli altari, ma li scalza con calunnie incessanti; semina odj e diffidenze fra governati e governanti; rende odiosi gli uni compassionando gli altri: sicchè un giorno le monarchie più antiche, abbandonate dai loro difensori, si troveranno all'arbitrio d'alcuni bassi intriganti, ai quali oggi nessuno degna badare. «Il bisogno di cospirare (soggiungeva) è insito agli Italiani: non bisogna lasciare naturarsi questa mala inclinazione: se no, fra pochi anni i principi saranno costretti a rigori; le prigioni o il sangue porranno un muro fra loro e i sudditi; e si camminerà ad un abisso, che con un poco di prudenza sarebbe facile evitare».
Prevedeva egli giusto?
Non era però ancora stagione da poter altamente proclamare la nimicizia alle religioni; anzi la Carboneria assunse una tinta mistica, proponendosi di vendicar la morte di Cristo; nel simbolo libertà, eguaglianza, fratellanza del triangolo d'acciajo surrogò all'ultima parola quella di umanità: pure i suoi intenti arcani ci sono rivelati da questa istruzione data nel 1819.
«Dall'emancipazione dell'Italia deve uscir l'emancipazione del mondo intero, la repubblica fraterna e l'armonia dell'umanità. I nostri fratellii d'oltralpe credono che l'Italia non possa cospirare che nell'ombra, distribuire qualche pugnalata a spie o traditori, e subir tranquillamente gli avvenimenti che di là dai monti si compiono per l'Italia, ma senza l'Italia. Errore funesto, che non convien combattere a frasi, ma svellere coi fatti. E però, tra le cure che agitano gl'intelletti più vigorosi, una sovrattutto non dobbiamo dimenticare.
«Il papato ebbe in ogni tempo azione decisiva sugli affari d'Italia. Pel braccio, la voce, la penna, il cuore de' suoi innumerevoli vescovi, preti, frati, monache, fedeli d'ogni grado, il papato trovò persone sempre disposte al martirio e all'entusiasmo: dovunque piacciagli, ha amici che muojono o s'impoveriscono per esso. Leva immensa, di cui alcuni papi apprezzarono la potenza, ma se ne valsero con una certa misura. Oggi non si tratta più per noi di ricostituir questo potere, di prestigio affievolito: nostro intento finale è quello di Voltaire e della rivoluzione francese, annichilare il cattolicismo e l'idea cristiana, che, rimasta in piedi sulle ruine di Roma, lo perpetuerebbe. Per giungervi senza rovesci che ritardino per secoli la riuscita della buona causa, non bisogna badare ai nebulosi Tedeschi, ai vanitosi Francesi, ai tristi Inglesi che s'immaginano uccidere il cattolicismo chi con una canzone oscena, chi con una deduzione illogica, chi con un grossolano sarcasmo. Il cattolicismo ha vita ben più tenace: ha veduto nemici più terribili e implacabili; ed ebbe spesso il piacere di asperger d'acqua santa le loro tombe. Lasciamo dunque che i nostri fratelli di colà s'abbandonino alle sterili intemperanze del loro zelo anticattolico; lasciamoli beffarsi delle nostre Madonne e della nostra esterna devozione: la quale ci sarà di passaporto per cospirare al nostro intento.
«Il papato è da sedici secoli inerente alla storia d'Italia: l'Italia non può respirare, non muoversi senza beneplacito del sommo pastore: con lui essa ha le cento braccia di Briareo; senza lui, ridotta a impotenza deplorabile, non ha che divisioni da fomentare, rancori rinascenti, ostilità dall'Alpi all'estremo Apennino. Ciò non possiamo voler noi; bisogna cercarvi un rimedio, e l'abbiamo. Il papa non verrà mai alle società segrete: le società segrete facciano il primo passo verso la Chiesa. Non vi basta un giorno nè un mese o un anno: può volersene molti, fors'anche un secolo: ma nelle nostre fila il soldato muore, il combattimento prosegue.
«Guadagnar i papi alla nostra causa, farne proseliti de' nostri principj, apostoli delle nostre idee sarebbe sogno ridicolo; e comunque volgano i casi, se anche cardinali e prelati siano entrati ne' nostri arcani, non è una ragione per desiderarli elevati alla sede di Pietro: quest'elevazione ci rovinerebbe, poichè sola ambizione gli avrebbe condotti all'apostasia; il bisogno del potere li forzerebbe ad immolarci. Quel che dobbiamo domandare e aspettare è un papa secondo i bisogni nostri. Alessandro VI co' suoi delitti privati non ci converrebbe, perchè mai non errò in materia religiosa: bensì un Clemente XIV sarebbe il caso nostro, perchè a mani e piedi legati si consegnò ai ministri de' Borboni di cui avea paura, agli increduli che vantavano la sua tolleranza, e l'hanno esaltato come un gran papa. Se un siffatto capitasse, cammineremmo più arditi all'assalto della Chiesa che non cogli opuscoli dei nostri fratelli di Francia o d'Inghilterra.
«A questo termine arriveremo di certo: ma quando? e come? Tutto è incognito, ma poichè nulla dee sviarci dalla traccia, vogliam qui darvi consigli da inculcar ai fratelli, senza che appaja essere ordini della Vendita.
«Poco è a fare coi vecchi cardinali e coi prelati di carattere deciso, della scuola del Consalvi: dalle nostre officine di popolarità ed impopolarità caviamo armi per render utile o beffardo il potere nelle loro mani. Una parola inventata abilmente, e diffusa in certe famiglie oneste, donde discenda nei caffè, e da questi nelle strade, può annichilare un uomo. Se un prelato giunge da Roma nelle provincie con pubbliche funzioni, sappiatene subito il carattere, gli antecedenti, le qualità, i difetti. È un nemico dichiarato, un Albani, un Pallotta, un Bernetti, un Della Genga, un Rivarola? avviluppatelo di lacci, creategli una reputazione spaventosa di crudele e sanguinario. I giornali forestieri raccorranno questi racconti abbellendoli: e voi mostrateli a qualche spettabile imbecille: con un giornale di cui non capisca la lingua, ma dove vedrà il nome del suo legato o del suo giudice, il popolo crede senz'altre prove. Schiacciate il nemico, qualunque e' sia; schiacciatelo colla maldicenza e le calunnie; e principalmente schiacciatelo nell'uovo. La gioventù bisogna sedurre, strascinare nelle società segrete.
«Per procedere a passi misurati ma sicuri, due cose son di suprema necessità: aver l'aria di colombe ed esser cauti come serpenti; non comunicar mai il segreto ai padri, ai figliuoli, alle donne, e tanto meno al confessore: chi lo facesse, firma il suo decreto di morte.
«Al papa che desideriamo bisogna preparare una generazione degna del regno che fantastichiamo. Ai giovani non dite mai parole empie o impure: per insinuarvi nel tetto domestico, dovete porgervi gravi e morali. Stabilita la vostra reputazione ne' collegi, ne' ginnasj, nelle Università, fate che i giovani desiderino i vostri colloquj; favellate dell'antico splendore di Roma papale. In fondo al cuor dell'Italiano v'è sempre una ribrama della Roma repubblicana. Confondete abilmente questi due ricordi; riscaldate queste nature, gonfie di boria patriotica; offrite loro in segreto libri inoffensivi, poesie scintillanti di nazionalità; e poco a poco elevateli al bollore necessario.
«Gli avvenimenti che s'accelerano troppo pel nostro desiderio, meneranno fra poco un'intervenzione armata dell'Austria. V'è de' pazzi che alla spensierata avventano gli altri ne' pericoli, eppure i cosiffatti trascinano anche i savj. La rivoluzione che si medita non riuscirà che a disastri e proscrizioni; nè gli uomini nè le cose son maturi, nè lo saranno per un pezzo: ma potremo trarne una nuova corda da far vibrare nel cuore del giovane clero; l'odio allo straniero. Rendete ridicolo e odioso il Tedesco; all'idea della supremazia papale mescete sempre i ricordi della guerra del sacerdozio coll'impero; resuscitate le fazioni de' Guelfi e Ghibellini, e procacciatevi così la reputazione di buon cattolico e puro patrioto, colla quale penetrerete fra il giovane clero e ne' conventi. Quel giovane clero fra pochi anni occuperà i posti; governerà, amministrerà, giudicherà, dovrà eleggere il pontefice; e questo, come gli altri contemporanei, sarà imbevuto di principj italiani e umanitarj. Se volete rivoluzionar l'Italia, cercate un papa siffatto. Se volete stabilire il regno degli eletti sul trono della meretrice di Babilonia, il clero cammini sotto la bandiera vostra, credendo camminar sotto le sante chiavi. Se volete disperdere le ultime vestigia de' tiranni e degli oppressori, tendete le reti come Simone Bariona, non nel mare, ma al fondo delle sacristie, de' seminarj, de' conventi: e qualora non precipitiate, avrete una pesca più miracolosa della sua; colla tiara e la cappa pescherete una rivoluzione, che vada colla croce e il gonfalone; e che basterà a metter fuoco ai quattro angoli del mondo».
Potremmo dubitare che questa istruzione fosse inventata dopo gli eventi, se non ne conoscessimo la data, se non avessimo veduto quelle del Weisihaupt[600]. E poichè la rivoluzione d'allora fallì, un'altra circolare del 20 ottobre 1821 diceva:
«Nell'odierno conflitto tra il despotismo sacerdotale o monarchico e il principio di libertà, v'ha conseguenze che bisogna subire, principj che innanzi tutto bisogna far trionfare. Potevamo prevedere una sconfitta, non dobbiamo dolercene fuor di modo; e qualora non iscoraggi, dovrà, in un certo tempo, agevolarci i mezzi di combattere più profittevolmente il fanatismo. Basta esaltar sempre gli spiriti, e mettere a profitto tutte le evenienze. L'intervenzione straniera in quistioni di politica interna è un'arma effettiva e potente, che bisogna maneggiare con destrezza. In Francia si abbatterà la dinastia, rinfacciandole continuamente l'esser tornata sui cavalli de' Cosacchi; in Italia bisogna render impopolare lo straniero, in modo che, quando Roma sarà assediata dalla rivoluzione, un soccorso estero sia un affronto anche per i sinceri nazionali. Non possiamo affrontar il nemico coll'audacia de' nostri padri del 1793, impacciati come siamo dalle leggi e più dai costumi; ma col tempo ci verrà fatto di raggiungere la meta ch'essi fallirono, e frenando le temerità, giungeremo a rinvalidare le fiacchezze. Da sconfitta in isconfitta s'arriva alla vittoria. Occhio però sempre su quanto accade a Roma. Screditate il pretume con tutti i mezzi; fate al centro della cattolicità quel che alle ale noi tutti facciamo, individualmente o in corpo. Agitate; agitate la piazza con motivo o senza, ma agitate; qui sta la riuscita. La cospirazione meglio ordita è quella che più si muove, e che compromette più persone. Abbiate martiri: abbiate vittime; troveremo sempre chi sappia darvi i colori necessarj».
Vedasi se avessero ragione i pontefici di sgomentarsi a tali preparativi, e vigilare meglio dei re, i quali non aveano nè il coraggio di distruggere, nè la franchezza d'accettare le società segrete. Pio VII, il 13 settembre 1821 ripetè contro la Carboneria le condanne de' suoi predecessori, rivelandone gli errori e le trame, disapprovando altamente il giuramento di segreto assoluto, che proferivasi a modo degli antichi Priscillianisti; ma principalmente la licenza di formarsi ciascuno una religione a suo grado, il profanare nelle cerimonie la passione di Gesù Cristo e i ministeri e i sacramenti, e il proposito di rovesciar la cattedra apostolica. In fatto il giurar di obbedire ciecamente a un archimandrita può mai farsi non dico da un cristiano, ma da un leale amatore di libertà? Chi è legato a un giuramento diverso, come potrà adempiere lealmente i doveri d'impiegato, di maestro, di giudice, di giurato, di deputato?
Leone XII di nuovo sentenziò le società secrete; poi Pio VIII il 24 maggio 1829, quando erano all'apogeo, tornò a battere «quei baluardi dietro cui si afforzano l'empietà e la corruzione». Sopra l'altre indicava «quella formatasi testè per corrompere la gioventù ne' ginnasj e ne' licei. Sapendo i precetti de' maestri esser efficacissimi a formar il cuore e lo spirito, adoprasi ogni astuzia per dare alla gioventù maestri depravati, che la conducano nei sentieri di Baal; onde i giovani sono portati a tal licenza, che, scosso ogni timore della religione, bandita la regola de' costumi, sprezzate le sane dottrine, calpesti i diritti d'entrambe le podestà, non arrossano più d'alcun disordine, d'alcun errore, d'alcun attentato».
La lunga mina scoppiò dietro alla nuova rivoluzione francese del 1831: l'Italia media si sollevò, ma gli eserciti ripristinarono i principi e l'obbedienza. Giuseppe Mazzini genovese, non voluto ricevere nella gran Vendita carbonaria, diretta a sovvertire troni e Chiesa senza usare il pugnale, bensì con mezzi morali sul sacerdozio e la gioventù, costituì la Giovane Italia, che tolse a quella il primato. Colle sue idee cosmopolitiche, col tono d'illuminato, colla parola immaginosa che sente del biblico e fa subodorare un profeta, egli affascina i giovani; contenta il popolo col disinteresse, in tempo di sì sfacciati ladronecci; amica i settarj coll'abbracciarli tutti, mentre gli uni esecravano gli altri, e tutti adoprarli nella sua unica associazione educatrice; non minacciavasi morte ai disertori; non v'erano capi invisibili, non inanità di simboli; più che a vantar diritti badavasi a professare doveri; meta il progresso; modo d'attuarlo la repubblica una e indivisibile; tutto pel popolo e per mezzo del popolo.
Ma nel suo programma, oltre l'unità repubblicana della penisola, stava che il popolo italiano è chiamato a distruggere il cattolicesimo a nome della rivelazione continua»[601]. Dio è Dio, e l'umanità è il suo profeta. Dio s'incarna successivamente nell'umanità. L'umanità è la religione. Noi crediamo nell'umanità, sola interprete della legge di Dio sulla terra[602]: Cristo è un santo, la cui voce fu accolta come divina[603]. Il cattolicesimo è spento; forma logora, serbata ancora alcun tempo alla venerazione dei dilettanti d'antichità[604]. L'Europa oggi è in cerca dell'unità religiosa, nuovo vincolo che annoderà in concordia di religione le credenze, i presentimenti, l'energia degli individui, oggi isolati dal dubbio, senza cielo, e quindi senza potenza per trasformare la terra[605].
S'accorge il lettore che, di quanto ci cade nel presente discorso, non cogliamo se non ciò che concerne lo scopo del presente libro. E appunto qui consideriamo Mazzini come quello che la rivoluzione italiana vuole sia religiosa. Egli non è razionalista, poichè a volte ammette il sopranaturale; non è cattolico, ma neppur protestante, giacchè vede che il cattolicesimo si è perduto nel governo dispotico, il protestantesimo si perde nell'anarchia[606]: ha frasi e non bada a concordarle fra loro. Il Lesseps, dando ragguaglio della sua missione a Roma nel 1849, attribuiva a Mazzini di favorire lo scisma religioso non solo per gli scritti, ma per frequenti conferenze con missionarj inglesi e d'altre lingue. Noto è come fosse trattato il clero nel breve dominio de' rivoluzionarj a Roma, ove debaccavano alcuni preti apostati, cortigiani de' triumviri, i quali giunsero perfino a dar la benedizione urbi et orbi, come suole il papa dalla loggia di San Giovanni Laterano; e Mazzini esclamava: «Dalle fiamme delle carrozze cardinalizie, arse sulla piazza del Popolo, è uscita una luce che rischiarerà la via sulla quale i popoli s'affratelleranno, un giorno o l'altro, in uno sviluppo religioso, in una fede di opere redentrici e d'amore[607]. Il nuovo governo proclamerà non esservi più chiesa ma popolo di credenti; il papa dell'avvenire chiamerassi Concilio; assemblea costituita d'uomini virtuosi, che sentono il bisogno d'una fede viva, interrogherà il progresso, scandaglierà i mali, decreterà i rimedj, e porrà la prima pietra della Chiesa universale dell'umanità[608]. Noi fonderemo un governo unico in Europa, che distruggerà l'assurdo divorzio tra il potere spirituale, e il temporale»[609].
Poi quando la capitale del regno d'Italia fu tramutata a Firenze, Mazzini proclamava: «Roma non è una città, Roma rappresenta un'idea: Roma è il sepolcro di due grandi religioni, che altre volte diedero vita al mondo: Roma è il santuario di una terza religione futura destinata a dar la vita al mondo dell'avvenire. Roma rappresenta la missione dell'Italia in mezzo alle nazioni, il verbo del nostro popolo, l'evangelo eterno dell'unione fraterna. No, Roma non può annettersi a Firenze, ed è nostro dovere di annetterci tutti a Roma».
[Avendo Buchez, nell'Européen, ottobre 1836, detto che Mazzini avea tolta da lui l'idea della sua Giovane Italia, Mazzini negollo perchè Buchez ammetteva il dogma cristiano e professava riverenza pel papato, mentre «la scuola ch'io cercava promuovere respingeva fin dalle prime linee ogni dottrina di rivelazione esterna, e sopprimeva deliberatamente fra gli uomini e Dio ogni sorgente intermedia di vero, che non fosse il genio affratellalo colla virtù, ogni potere esistente in virtù d'un preteso diritto divino, monarca o papa».
Più esplicitamente Mazzini spiegò gl'intenti della rivoluzione nell'ottobre 1867, quando Garibaldi assaltava Roma. «Quando noi ripiglieremo Roma, sarà per dissolvere il papato, e a vantaggio dell'umanità intera proclamare l'inviolabilità della coscienza, che la Riforma del XV secolo acquistò solo per mezza Europa, e anche là ne' limiti della Bibbia... Fa più di trent'anni, io scrissi che il papato e il cattolicesimo erano due lampade estinte per mancanza d'olio, cioè del dogma di cui viveano. Il tempo confermò il mio giudizio. A quest'ora il papato è un cadavere, che nulla può galvanizzare. È la maschera inanimata d'una religione... Destituita da ogni sentimento del dovere, d'ogni potenza di sagrifizio, d'ogni fede nel proprio destino, il papato perdette ogni fondamento morale, e il suo fine, la sua sanzione, la sua fonte d'azione. Perciò spira. Ed è un dovere di proclamarlo senza reticenze ipocrite, senza ambagi, senza fingere di riverir ancora ciò che s'attacca, senza dividere il problema, invece di scioglierlo. Per noi tutti, cui sta a cuore d'edificar la città dell'avvenire e concorrere al trionfo della verità, è un dovere di guerreggiar il papato, non solo nel poter temporale, giacchè questo non vi sarebbe modo di ricusarlo al rappresentante riconosciuto di Dio sulla terra... Quei che osteggiano il principe di Roma, professando venerare il papa, ed esser cattolici sinceri, sono convinti di contraddizione flagrante o d'ipocrisia. Quei che pretendono ridur il problema a Chiesa libera in Stato libero, sono o stretti da sciagurata timidità, o spogli d'ogni convinzione morale... Estinta che sia ogni credenza nella vecchia sintesi, e stabilita la credenza in una sintesi nuova, lo Stato diverrà la Chiesa... Lo Stato incarnerà in sè un principio religioso, e sarà il rappresentante della legge morale nelle diverse manifestazioni della vita». Cioè lo Stato unirà in sè il potere spirituale e il temporale, come quel papato, che ebbe «una missione sì grande e sì santa, che che ne dicano oggi i fanatici della ribellione, falsando la storia, e calunniando nel passato il cuore e lo spirito dell'umanità».]
L'Ausonia, formatasi a Parigi verso il 1845, avea pubblicato una specie di costituzione per l'Italia, riducendola a federazione sotto due re elettivi e temporarj. Quanto alla religione, essa accettava la cristiana, richiamata ai suoi principj dal Concilio generale de' vescovi della penisola che nominerebbe i patriarchi: tollerato ogni culto; stipendiati dallo Stato i ministri: il collegio de' cardinali rimarrà finchè viva il papa; morto lui, è abolito (Articoli 34, 35). Gli Ordini monastici sono conservati, con libertà ai membri di essi d'uscirne; nessuno vi potrà entrare prima di aver adempito i doveri militari, nè legarsi a voti prima de' 40 anni se donna, de' 45 se uomo (Art. 53). Alla pagina 12, § 6 del gran Processo di Ancona, fatto dalla sacra consulta di Roma nel 1862, è detto che, nel 1849, in una tal casa, fra altri riti massonici, si pose un crocifisso sopra un tavolino, con quattro moccoli agli angoli, poi incrociate le pistole, si spararono, e con uno stilo ciascuno colpirono l'immagine; indi bucatosi il polso della mano e la gamba ove si stringe il legaccio, col sangue scrissero i proprj nomi e il giuramento in un registro[610]. Nel 1850 formossi una nuova società a Londra, di formole più semplici, e cui unico simbolo, «Giuro di cooperare con tutte le forze per la liberazione e unione d'Italia».
Che se non furono coronate dalla riuscita, le trame mazziniane aveano però esaltato gli spiriti, avezzo alle aspirazioni rivoluzionarie, dato il gusto di ciò che sente di criminale, e così reso possibili gli atti tutti del governo ammodernato nel Piemonte. Ivi subito si apersero molte loggie massoniche, le quali cercarono influenza col fondarne di filiali ne' paesi ancora quieti, mezzi morali per quella che taluno chiamò onesta cospirazione. Dopo falliti i sanguinarj tentativi del 1853, lo sbigottimento delle sette assassine ajutò anche nelle Romagne il costituirsi del partito piemontese, dal quale derivarono molte insurrezioni parziali. Mentre fin allora le loggie nostrali dipendevano dal grand'oriente francese, allora se ne formò a Torino una indipendente, l'Ausonia, di cui primo venerabile fu l'ottagenario Filippo del Pino. Molte altre se ne eressero, poichè, vulgarizzatesi anch'esse al par d'ogn'altra cosa, non sono più, come nell'età precedente, un'eccezione, il divertimento di pochi gaudenti; e la tendenza del nostro secolo a ripristinare le associazioni che i principj dell'89 aveano distrutte, fe dilatare la massoneria. La sua azione manifestossi non solo nelle elezioni, nelle nomine ad impieghi, nella scelta de' ministri, ma nelle congiure e nelle battaglie; di qui i premj o l'infamia, di qui le notizie ai giornali, e l'efficacia del Cavour che n'era granmaestro, e il diroccamento di patria, famiglia, troni per la sola ragione che bisogna esser più forti. Nè si appone al falso chi crede che delle cose politiche l'indirizzo resti in mano della sètta[611]; e al ministro d'una grande potenza che «in nome delle esigenze della società moderna» chiedeagli fosse restituito a' suoi parenti ebrei il giovinetto Mortara, il quale spontaneamente avea domandato di venire alla nostra Chiesa, Pio IX rispose: «Quella che voi chiamate società moderna è la framassoneria». Allorquando fu chiamato in Italia l'esercito francese, le sètte intesero che una gran parte del loro programma religioso e politico andava a compirsi; e i varj gruppi si strinsero nella massoneria.
A mezzo del superbo viaggio la man di Dio abbatteva Cavour. Trattossi allora di eleggere il granmaestro: e poichè non accettò il Nigra ambasciador sardo a Parigi, dal Govean che n'era capo provisorio furono radunati i rappresentanti di ben ventinove loggie, che formarono uno statuto, nel quale riconoscesi il G. A. D. U.; liberi tutti i culti; obbedienza assoluta e secreto: lega colle loggie straniere. Fu decretato il titolo di primo massone d'Italia al generale Garibaldi; ma nella nomina di grand'oriente prevalse il siciliano Córdova, allora ministro di grazia e giustizia. E poichè Garibaldi già presedeva alle loggie italiane di rito scozzese, il cui supremo consiglio risiede a Palermo, ne nacque scisma. Sebbene Garibaldi, dopo un clamoroso viaggio a Londra dove fu accolto con tanto entusiasmo quanto il re Teodoro nel secolo passato, Blücher nel 1814 e il sultano nel 67, convocasse le logge scozzesi a Palermo, nessun vi rispose; e invece al 21 maggio 1864 si tenne una grande adunanza a Firenze, dove apparve che la massoneria italiana contava settantasei loggie, oltre dieci fuori d'Italia e le eterodosse del rito scozzese e dell'egiziano; industriavansi nel sistemare società operaje, banche nazionali, scuole popolari, prosperar l'agricoltura e l'industria, e collegare le nazioni in una sola aspirazione e nella tolleranza di qualunque credenza, ponendo da banda le forme esterne. Colà fu concertata la fusione di tutte le loggie, qualunque ne fosse il rito, per maggiormente operare sui destini dell'intera nazione, sotto un unico grand'oriente, composto di venti membri del rito italiano, venti dello scozzese, che sederebbero a Torino finchè Roma non sia capitale del regno. Granmaestro fu proclamato il Garibaldi; ma non tutti aderirono a quella fusione; onde Garibaldi s'abdicò; e restò solo granmaestro del rito scozzese. Gli fu surrogato provvisoriamente Francesco De Luca, che professò non volersi affratellare colla rivoluzione violenta, nè servirsene ad intrighi egoistici: per le quali ragioni ne fu poi cancellato.