583. Dicemmo molto anteriori quelle di Torino e Genova. Testè ne fu fabbricata una ne' quartieri nuovi di Milano.
584. Eglise évangélique vaudoise. Synode de 1867, publié par ordre du Synode. Pignerol 1867. Secondo il regolamento allora stabilito, un evangelista dee avere L. 3500, o 2500 se è in luogo poco importante: un aggiunto L. 150 al mese: L. 125 un ajutante o un istitutore; L. 80 un colportore.
585. Nessun atto d'accusa potrebb'essere più forte che l'apologetica narrazione fattane nell'Eco della verità di Firenze, 31 marzo.
586. Il Pylat, ministro a Nizza, dice che «gli Italiani sono o increduli, o scettici, o indifferenti, o superstiziosi: son quel che volete, fuorchè cristiani secondo il vangelo. Non conoscono nè possedono la parola di Dio: ignorano le grandi verità del vangelo.» Prot. et Evang. de l'Italie, § 2 e 9.
E del Gavazzi scrive che «non sa se non divertire un branco di scimuniti, ostentando la camicia rossa e gesticolando come un istrione», p. 14.
Un giornale mazziniano di Genova scriveva: «Noi non crediamo di aver molto a consolarci del fatto del proselitismo protestante per le sue conseguenze politiche, stante le dottrine che sono inculcate; molto meno per gli effetti religiosi. L'Italia nostra non è destinata a rifare il cammino che da tre secoli percorrono la Svizzera, la Germania e l'Olanda... Il volgersi delle opinioni alle dottrine de' Protestanti sarebbe in Italia una sventura e un regresso». Italia e Popolo, febbrajo 1854.
587. Chi ha pratica con Hegel sa che dimostra come -8 + 3 = 11; che +y - y = y; che -a × a = +a². Vedi la Grande Logica, tom. IV, p. 52. Egli stesso dagli infinitesimi induce l'identità dell'essere col non essere. L'infinitesimo (argomenta) è la quantità presa nell'istante in cui, cessando d'esser niente, non è ancora qualcosa. Se cessa d'esser niente, è dunque qualcosa: non essendo ancora qualcosa è niente: dunque è al tempo medesimo qualcosa e niente: sicchè sono identici qualcosa e niente.
588. Gli uffizj della filosofia sono ben designati da Pio IX nella bolla dell'11 dicembre 1862 all'arcivescovo di Monaco.
«Se i cultori della filosofia si limitassero a difendere i veri principj e i veri diritti della ragione e della loro scienza, non meriterebbero che elogi. La vera e sana filosofia ha un posto elevatissimo. Spetta ad essa il far una ricerca diligente della verità, coltivare con cura e certezza e rischiarar la ragione umana, la quale, sebbene offuscata dalla colpa originale, non fu però distrutta; concepire, ben comprendere, metter in luce quel ch'è oggetto della conoscenza di essa ragione, e una folla di verità; dimostrar quelle molte che anche la fede propone alla nostra credenza, come l'esistenza di Dio, la sua natura, gli attributi suoi, e far tale dimostrazione con argomenti dedotti dai proprj suoi principj; giustificar tali verità, difenderle, e così preparar la via ad un'adesione più dritta nella fede a questi dogmi, e anche a quelli più reconditi, che sola la fede potè comprendere; di modo che siano in certo modo compresi dalla ragione. Questo dee fare la bellissima ed austera scienza della vera filosofia».
589. L'evangelo di san Giovanni è quello ove la divinità di Cristo è più chiaramente affermata: perciò i critici s'affissero maggiormente a impugnarlo come differente dai tre sinoptici. Fin dal principio del II secolo lo troviamo impugnato dagli Alogoi, oscuri eretici dell'Asia minore, accennati da Epifanio. Nelle controversie fra i Gnostici e i Cristiani giudaizzanti lo troviamo citato. Eracleone, alquanto dopo, ne faceva un commento, del quale un frammento è addotto da Origene. Taziano, discepolo di san Giustino, lo comprendeva nell'Armonia de' quattro Evangeli. Sant'Ireneo, Clemente alessandrino, Eusebio di Cesarea vi alludono spesso. Era dunque conosciuto fin dai primi tempi: e soltanto dopo dodici secoli un certo Evanson inglese, nella Discordanza dei Vangeli, prese a dubitarne. Nata la critica audace de' Tedeschi, Herder e più Bretschneider nel 1822 suscitarono dubbj, estesi poi da De Wette e Schwegler, e più da Ferdinando Cristiano Baur (1844), che coll'Esame critico de' Vangeli canonici iniziò tutte le temerità della scuola di Tubinga. Ma Tholuck, Neander, Lücke, Hengstenberg, Bleek, Maurice, Ewald, Döllinger ed altri hanno ristabilito la perfetta integrità del quarto evangelo e la sua conformità coi sinoptici.
590. Atti della Camera del 1867, p. 1348. Anche nel luglio 1867 eccitava a «cominciare la guerra interna contro il pontefice... distruggendo per sempre la teocrazia italiana». Atti della Camera, pag. 1346. Son notevoli le sue parole nella tornata del 29 novembre 1862 sul «bisticcio, sull'epigramma di libera Chiesa in libero Stato, appena degno d'alimentare il giornalismo. Qual diritto avete voi (chiede) con un essere da voi stessi riconosciuto sovrumano, di dirgli che deve abbandonarvi città da lui occupate sin dai tempi di Carlomagno?... Se gli date la libertà gli date il regno. Per la Chiesa la libertà consiste nel rimanersi in casa propria senza censure, senza darvi alcun conto di sè». E in fatto nel 1867 si oppose allo scioglier la Chiesa dalle servilità del placet, dell'exequatur ecc., e volle mantenere le barriere regie fra il popolo e i ministri del suo culto.
591. Studj filosofici e religiosi sul sentimento.
592. La filosofia delle scuole italiane.
593. Lætatus sum in his quæ dicta sunt mihi, in domo Domini ibimus. Ps.
594. La religione del secolo XIX, 1853.
595. Il Saggiatore del 24 novembre 1865, e Studj filosofici e religiosi.
Nella sua Religione del secolo XIX, vol. II, p. 266, così giudica i preti che s'intitolano liberali: «La bontà del prete in che consiste? Nell'ossequio e nell'adempimento delle leggi della sua Chiesa e nello zelo ardente e costante che mette, conforme al proprio grado, a propagare la sua fede, inculcare i suoi precetti, mantenere i suoi diritti, il suo culto, la sua gerarchia, la sua disciplina.... Un sacerdote non può essere liberale se non a patto di essere un cattivo prete... Uno strano abuso di parole commettono i patrioti a chiamare preti buoni i ribelli alla Chiesa, e preti cattivi i fedeli alla loro professione. Il linguaggio di quasi tutta la stampa liberale pecca di una simile immoralità. Contro di chi sono rivolte le sue quotidiane invettive? Contro quei vescovi, parrochi, preti e frati, che, consapevoli del giuramento prestato alla Chiesa nella loro ordinazione, spendono la vita ad osservare e far osservare in tutto il suo vigore quella legge ch'essi tengono dettata dalla bocca stessa di Dio. Ed all'opposto a chi sono profusi i loro elogi cotidianamente? A quegli altri ecclesiastici, che, fastiditi del loro stato e degli obblighi con esso contratti, rinnegano con le parole e con le azioni il loro abito, disdegnano il loro ministero, e si ribellano dai loro superiori. Non vi ha qui un giudizio sommamente ingiusto? Come ecclesiastici non sono anzi i primi che meriterebbero lode e biasimo i secondi? Il clero è una milizia che ha necessariamente la sua disciplina particolare: chiunque fa parte di quella, si assoggetta volontariamente a questa. Rimaner sotto le bandiere e calpestare i regolamenti è un procedere che, chi rispetta, non dico la legge morale ma il senso comune, non approverà giammai per riguardo a nessun corpo regolare. Quando poi, non pago dello scandalo e del disordine della sua insubordinazione, un soldato se l'intenda col nemico e parteggi per lui, in tutte le lingue del mondo il fatto suo si chiama un tradimento. E nella milizia ecclesiastica non deve forse valere lo stesso principio e lo stesso criterio? Ma i panegiristi dei preti liberali e i vituperatori dei preti reazionarj rovesciano di pianta e l'uno e l'altro, imputando agli uni l'indisciplina a merito e il tradimento a gloria, ed agli altri la subordinazione a colpa e la fedeltà a delitto...».
596. Evolution des fonctions cérébrales, p. 44. Aprendo come rettore l'Università di Vienna quest'anno, il più celebro medico di colà, il signor Hyrtl proferiva un discorso che ebbe gran diffusione in tutta la Germania, come avviene di ciò ch'è appropriato al tempo, o manifesta sentimenti, che vivono nella maggior parte, ma che non osano palesarsi per paura di quei venti o trenta gridatori, i quali da sè s'intitolano opinion pubblica. Tolse egli dunque a combattere la predicata scuola dei filosofi e fisiologi che non riconoscono nulla in fuor della materia, che non ricevono se non ciò ch'è dato dai sensi, che nell'uomo non vedono se non una scimmia alquanto migliorata. La presente condizione della scienza, egli asserisce, non dà verun fondamento a tali teoriche; non le giustifica quanto or si sa della struttura del cervello, delle fibre nervose, de' gangli. «L'ente supremo che in luminosi caratteri scrisse da per tutto la sua volontà, avrebbe egli potuto deporre ne' nostri cuori questo anelito all'infinito, se non dovesse mai venir soddisfatto? La scienza qui cessa dalle sue investigazioni, e l'indagatore più ardito rimane assiderato; riprende i suoi diritti la fede; quella fede che la scienza non può nè repudiare nè provare, ma può dimostrare che il contrario non ha verun fondamento nella natura delle cose. Ove questo lume divino si estingua in noi, il suicidio dell'anima nostra non lascia più di quest'orgoglioso signore del mondo se non un po' di concime saturo di azoto pel campo ove la sua spoglia sarà sotterrata... Ma tutto ci pruova che un pensiero ultimo, un pensiero astratto sorvola ai sensi; e questo pensiero conduce all'idea di Dio e all'anima divina che ne emana. La verità, la necessità sua stanno nella lunga catena di conclusioni, in cui il materialista ravvolge i suoi principj. Nè l'osservazione, nè l'esperienza ci insegnarono, sopra la natura delle cose, nulla di più di quel che sapesse l'antichità; e quel metodo esatto delle scienze naturali, che giustamente si loda, non portò il minimo appoggio alla tesi materialista; essa rimane nè più nè meno di quel che era, un'opinione fondata su principj arbitrarj, e non una conoscenza derivata da principj certi, come il grande oratore romano definiva la scienza. Le deduzioni sue non posano sulla chiarezza e sulla forza inespugnabile delle argomentazioni, bensì sull'audacia di coloro che la propagano, e sulla pendenza universale dell'età nostra che favorisce quella propaganda. Il materialismo non riportò mai una vittoria durevole; non la riporterà neppure nel secol nostro».
597. «Il disdegno è delicata e religiosa voluttà... è una elevazione d'anima che s'ottiene mediante l'abito del disprezzo». Renan, Essais, p. 188.
598. «La storia non conta ancor quarant'anni di vita». Renan, Essais, p. 106.
599. Narvay, francamente ateo, accusa Renan di cappuccineria. Tanto avea ragione quel che dicea che si è sempre gesuiti per qualcuno.
600. Qui sopra a PAG. 394. Io autore ebbi altre volte a pubblicare come non appartenessi mai a queste società, ma avessi occasione di conoscerle; un giorno forse si vedrà in ciò la spiegazione di fatti, che neppur la universale disattenzione odierna potè trascurare. Maneggiandosi caldamente nel 1833 una sollevazione della Lombardia, e quei cospiratori, meglio avvisati che non altri di poi, pensando predisporre un organamento da surrogare a quel che distruggevasi, ne vollero consigli dall'illustre giureconsulto Romagnosi. Egli, che già aveva subito un processo e carcere nel 1821, temette di vedervisi esposto in quella sua tarda età, e dichiarò non avrebbe trattato colla società se non per mezzo del Cantù. Questi dunque dovette esser informato di quel solo che importava all'ordinamento; poi quando i cospiratori si volsero in fuga, lasciarono a lui la scarsissima cassa: gli imprigionati non tacquero, e ne venne al Cantù processo e prigionia.
601. Iniziativa rivoluzionaria de' popoli.
602. Proclama agli Italiani, 1853.
603. Prose politiche, pag, 221.
604. Prefazione a uno scritto di Didier.
605. Prose politiche, pag. 32.
606. Prose politiche, pag. 39.
607. Italia del popolo, 1849.
608. Manifesto del comitato nazionale. Londra 1851.
609. Prose politiche, pag. 43.
610. Che i Framassoni a Roma nelle loro adunanze celebrassero una messa s'un altare illuminato da sei candele nere, e dove ciascun membro dovea portare una particola consacrata, e quivi depostele in una pisside, erano colpite dai pugnali de' fratelli, potè credersi una delle baje consuete contro chi vuolsi infamare: ma pur testè fu asserito che altrettanto pratichino alcune loggie di Parigi, di Lione, di Aix, d'Avignone, di Châlons, di Marsiglia. Vedi monsignor di Segur, I Framassoni, cosa sono, e cosa fanno, cosa vogliono essere. Parigi 1867.
611. Un giornale che deve intendersene, le Temps, nell'agosto 1866 scriveva: Quelqu'un qui voit de haut, me disait: En Italie, le vieux lévier maçonnique mène plus de choses qu'ailleurs. Il a fait et imposè des ministres; il en fera et en imposera d'autres. E Massimo d'Azeglio scriveva al signor Rendu: «In Italia tutte le posizioni sono prese sotto l'influenza delle sètte».
612. Proudhon, che è il rivoluzionario più ardito dell'età nostra, il più accannito demolitore della Chiesa cattolica, la crede tutt'altro che vicina a perire. «Le minacce di scisma e di protestantismo, che di tempo in tempo si fanno contro il papato, sono sogni stravaganti che dimostrano solo il disordine degli spiriti. Lo scisma, ove pure si volesse attuare sul serio, vale a dire ove avesse per reale movente il sentimento religioso, l'idea cristiana, sarebbe il trionfo del papato, mostrando com'è salda ancora la pietra, su cui è stata edificata la Chiesa. Il protestantismo poi è morto; e oggi sol Tedeschi paraboloni osano ancora dirsi cristiani mentre negano l'autorità della Chiesa e la divinità di Gesù Cristo. Si va strombazzando che coloro i quali riveriscono il papa nello spirituale, voglionsi considerare quali ipocriti; che l'idea che rappresenta il papa è cosa vecchia, e da sacrificare col resto. A maraviglia; ma è giocoforza che a sì fatta idea ne venga surrogata un'altra; e per tale scopo si richiede altro che la professione di fede del Vicario Savojardo. Quale compenso hanno dato i trentatrè anni di guerra contro i Gesuiti? Quale vantaggio si può attendere oggi dagli attacchi avventati ed insignificanti della stampa libera contro il papato? Nessuno; il cattolicismo, per confessione degli avversarj stessi del papato, starà sempre come l'unico rifugio della morale, il faro unico delle coscienze. Per l'immensa maggioranza de' fedeli la religione è ancora il propugnacolo delle coscienze, il fondamento della morale... Quando io affermo, che qualora il deismo e il dottrinarismo, arrivassero a scuotere la santa sede, non farebbero altro che dare maggior vigore alla Chiesa o al cattolicismo, non ragiono come partigiano del papato, sì bene come libero pensatore. In queste materie innanzi tratto voglionsi considerare i fatti. Ora i fatti dimostrano che la religione ha profonde e vaste radici nell'anime de' popoli: che dove, sotto un'influenza qualunque, essa viene a rallentarsi, sottentrano le superstizioni e le sètte mistiche d'ogni forma; che la trasformazione di questo stato religioso delle anime in uno stato puramente giuridico, morale, estetico e filosofico, che dia piena soddisfazione alle coscienze e alle aspirazioni dell'ideale, non è compiuta in nessun luogo; che in tal guisa i popoli sono costretti di vivere in presenza di religioni autorizzate come in mezzo a sètte indipendenti antagoniste; che in questo stato di cose, ogni attacco alle religioni e specialmente alla cattolica, avrebbe il carattere di persecuzione: che in fine, sebbene si giugnesse a spodestare il papato, non si potrà mai distruggerlo; anzi, più si moltiplicheranno gli attacchi, più trionferà. Tali fatti sono spiacenti al razionalismo, anche irritanti, ma pure sono incontrastabili, ned è possibile attenuarli. No, una religione, una Chiesa, un sacerdozio non si può distruggere con persecuzioni e con diatribe. Nel 1793 noi ci provammo ad abolire il cattolicismo colla persecuzione e colla ghigliottina. Il turbine rivoluzionario, che volea purgare il clero, non riuscì che a dare alla Chiesa maggior forza, nè mai si vide tanto fiorente quanto sotto il consolato. Trent'anni prima, Voltaire aveva intrapreso di renderla infame: ma Voltaire istesso e la sua scuola furon dichiarati libertini. Atteso il costoro libertinaggio, la Chiesa afferrò lo stendardo della morale, e da quell'ora niuno potè ritorglierlo. Nel 1848 tutti le rendevano omaggio e le stendevano la mano». L'unité et la fédération en Italie.
613. Auteur, œuvre et action en même temps, le G. A. D. U. englobe tout: rien n'a été, rien n'est, rien ne peut étre déhors de lui... Ce tout qui nous renferme, et que nous appellons la nature, l'univers, c'est l'infini: l'être infini complexe et un, que l'ordre maçonnique, adaptant son langage à la fiction simbolique, vénère sous le nom de G. A. D. U. — Frapolli, La framaçonnerie reformée, Turin 1864. Oltre i già citati a pag. 418, vedasi Storia e dottrina della framassoneria scritte da un framassone che non lo è più, Vienna 1862, 3ª edizione italiana. Reghellini di Schio, oltre un Esame del mosaismo e del cristianesimo, ha la Maçonnerie considerée comme resultat des religions egyptienne, juive et chrétienne; e L'esprit du dogme de la Franche maçonnerie, recherches sur son origine et celle de ses differents rites, compris celui du carbonarisme, 1836 e 39. Gyr, La maçonnerie en elle même. Liegi 1859. Il sacerdote Luigi Parascandalo pubblica ora a Napoli La framassoneria figlia ed erede dell'antico manicheismo. Ciò darebbe nuova ragione a noi di ragionarne fra le eresie.
In alcune storie moderne della framassoneria trovo data molta importanza a Lelio Soccino, come se nel 1546 a Vicenza avesse formato una cospirazione contro il cattolicismo coll'Ochino. La società fu dispersa per le persecuzioni, e si venne al nucleo degli Illuminati. L'Ochino vi giovò assai, talchè l'illuminismo sarebbe nato in Italia.
614. De Castro, Il mondo secreto. Son tutte frasi della breve prefazione (pag. 31, 33, 42, 24), ov'egli abilmente condensò le teoriche di molti lavori in proposito. Cristo per lui non è che un programma massonico, adottato dalla massoneria italiana, e dalla madre loggia Dante Alighieri.
615. Annali dello Spiritismo in Italia, pag. 471, e vedi Galeotti, La fede cattolica e lo spiritismo: L'odierno spiritismo smascherato.
616. Vedi il giornale La Salute, 30 luglio 1867.
617. Annali 1864, pag. 308.
618. Spesso le gazzette annunziano le acclamazioni fattegli come a vero Messia, a Cristo, a Dio. Si stampò una Dottrina Garibaldina, catechismo da farsi ai giovinetti dai 15 ai 25 anni, che parodia il nostro.
«Fatevi il segno della croce. — In nome del padre della patria, del figlio del popolo, dello spirito di libertà, così sia.
«Chi vi ha creato soldato? — Garibaldi.
«A qual fine? — Per onorar l'Italia, amarla e servirla.
«Come compensa Garibaldi quei che amano e servono l'Italia? — Colla vittoria».
Fin qui non è che scherzo: dopo comincia l'empietà sulle tre persone che sono in Garibaldi, sulla seconda che si fece uomo per salvar l'Italia ecc. Poi vengono i comandamenti: Non ammazzare se non quei che s'armano contro l'Italia: Non fornicare che a detrimento dei nemici d'Italia: Non rubare che l'obolo di san Pietro ecc.».
619. Più volte un giornale de' più devoti alla nostra rivoluzione, quello dei Débats, dovè dire: Que penser d'une ville, où un journal ose imprimer de pareilles lignes?
620. Tra le persecuzioni fanciullesche è questa. Accorreasi, nel giugno 1867, da ogni parte del mondo a Roma, a celebrare il XVIII centenario del martirio di san Pietro. Tutta Italia era invasa dal cholera: Roma quasi immune. Un deputato denunziò in parlamento la sanità pubblica esser minacciata da questo concorso a Roma: e si stabilì che quei che ne tornavano venissero sottoposti a suffumigi e disinfettazioni. Si faceano quasi solo a preti: e un sindaco del Veneto tenne in quarantena il vescovo reduce. Aggiungete l'asserir continuamente che il papa è moribondo: che arresta e condanna ecc. Ire che si manifestano con tali mezzi, come qualificarle?
621. Il ministro del culto nel 1861 disse che «il tempio del Signore fu convertito in conventicola di macchinamenti contro l'ordine pubblico». Scoppiata la rivoluzione di Palermo del 1866, fu imputato di essa l'arcivescovo, pio ottagenario, e non si pubblicò nella gazzetta ufficiale la sua nobilissima protesta. Di quel fatto si preso occasione per disperdere tutte le corporazioni religiose di Sicilia, e proibire che si porti l'abito monastico. Così avendo l'incendio distrutto preziosi capi d'arte in San Giovanni e Paolo a Venezia, dell'accidente s'accusarono i Protestanti, che hanno una cappella attigua; mentre d'altra parte se ne imputava la negligenza de' Cattolici, e si propose di levar tutti i quadri dalle chiese per unirli in una galleria.
622. È un fatto abbastanza notevole che, nel 1867, bucinandosi che la famosa casa Rothschild faceva un grosso prestito al regno d'Italia, ipotecandolo sui beni ecclesiastici che allora appunto si confiscavano, l'altro ebreo e rinomatissimo banchiere Mirés scrisse una lettera pubblica per dissuaderne il barone, capo di quella casa. Oltre accennare ai modi generosi con cui i papi hanno sempre trattato gli Ebrei, proteggendoli nel medioevo quando erano dapertutto respinti e perseguitati, poi aprendo con Pio IX le porte del ghetto in Roma, mostrava come, col metter la mano sui beni ecclesiastici senza consenso del pontefice, attirerebbe alla sua nazione l'odio di tutti i Cattolici, e ridesterebbe così quelle antipatie, che hanno causato sì lunghe molestie alla nazione ebrea.
Di rimpatto in quell'occasione avendo un deputato riflesso che, come rapivansi alla congregazione cattolica le sue proprietà, avesse a farsi lo stesso colle israelitiche e le valdesi, parve indegno l'accomunare ad altri un'intolleranza, che si dee gravar solo sulla religione di tutta la nazione. Perocchè nel tempo stesso domandavasi che «le concessioni fatte alla Chiesa cattolica si estendessero contemporaneamente non solo a tutti i culti e a tutte le credenze, ma a tutti i privati cittadini» (Atti, pag. 1287). Anche il protestante Guizot vedeva che «la libertà religiosa è in Italia nel più grande scompiglio; poichè, mentre è accordata al protestantesimo, è negata ai Cattolici. Il nuovo Governo d'Italia violentemente attacca la libertà della Chiesa cattolica non solo ne' suoi rapporti con lo Stato, ma anche nel suo organismo proprio e interno: le nuove sètte divengono libere, e la libertà della Chiesa vi è conculcata». L'Eglise et la société chrétienne, ch. 18.
623. «Il vero Dio è molto diverso dal Dio teologico. È un Dio, il quale non fa dipendere la salvezza delle anime umane dall'affermazione di certi dogmi, ma dal puro amore della verità, congiunta alla pratica della giustizia e della beneficenza. È un Dio, del quale non tanto importa accertare l'esistenza, quanto avere un giusto concetto della sua natura, conciossiachè egli si compiaccia tanto in chi afferma, quanto in chi nega la sua esistenza, quando l'uno e l'altro sia convinto di rendere con ciò omaggio alla verità». Lettera al padre Passaglia, nel Mediatore 31 gennajo 1863.
624. A Parigi un tal Leballeur-Villiers, leggendo un cartello dove il Berezowski, che tentò uccidere il czar nel 1867, era qualificato d'assassino, disse: «No, è piuttosto un giustiziere». Tanto bastò perchè il tribunale lo condannasse.
625. Le monde, sans revenir à la crédulité, et tout en persistant dans sa voie de philosophie positive, retrouvera-t-il la joie, l'ardeur, l'espérance, les longues pensées? Renan.
626. In tal senso il tentativo più insigne fu l'Eirenicon del Pusey; bell'anima che fra gli Anglicani ridestò il sentimento religioso, rinnovò i riti del battesimo, conseguì che anche l'Inghilterra tollerasse i frati (e primi ad assumervi l'abito furono i Rosminiani); dissipò molte prevenzioni contro la Chiesa cattolica, e v'incamminò molti eletti spiriti, sebben egli non siavi per anco arrivato: onde Pio IX paragona quella scuola alle campane, che chiamano gli altri alla chiesa, esse non v'entrano. Pusey vorrebbe considerar la Chiesa greca, la latina, l'anglicana come tre rami d'uno stesso tronco, tre figlie d'una stessa madre, separate per dissensi non fondamentali, e che per iscambievole vantaggio dovrebbero riunirsi. È memorabile la risposta che vi fece il cardinal Patrizj nel 1865, di cui parlammo nel vol. I pag. 426. Vedi pure qui sopra, a pag. 448 e 489.
Fra i molti libri intorno all'Eirenicon è a raccomandare La pace nella verità del Harper.
Il 25 novembre 1865 fu tenuto un sinodo degli Unionisti inglesi con rappresentanti della Chiesa russa, per divisare come togliere lo scisma colla Chiesa romana. Gli Unionisti vorrebbero si mettesse da banda il dogma, e tutti si accordassero nella preghiera. Ma vi si risponde con sant'Agostino, Lex orandi, lex credendi: poter noi pregare pei, non coi fratelli separati; e l'unità non poter essere generata che dalla verità.
È qui luogo a citare l'opera d'un italiano, che compare adesso a Parigi col titolo La Primauté de Saint-Pierre prouvée par les titres que lui donne l'Église russe dans la liturgie, par le P. C. Tondini barnabite. Egli mostra ne' libri liturgici, che la Chiesa russa ricevette dalla bisantina, contenersi evidenti prove della supremazia di san Pietro e de' suoi successori; e non solo supremazia d'onore, ma anche di giurisdizione, e allega ben quarantasei passi, che crede potrebbero di molto aumentarsi.
627. Nel 1860 la Società Piana a Lucerna tenne un'adunanza generale, a cui convennero da cinquecento rappresentanti delle varie sezioni, e vi fu letta la risposta che Pio IX faceva all'indirizzo che cencinquantamila Svizzeri gli aveano spedito per consolarlo delle sue tribolazioni. I Bulgari venivano all'obbedienza, con migliaja di Greci scismatici.
Testè, nel Morning Herald giornale protestante, leggevo: «Il romanismo s'introduce sotto mille sembianze ne' nostri templi, ed è accettato benevolmente da gran parte dell'aristocrazia inglese. I nobili dell'Westend e di Belgrav vanno a confessarsi, e vi mandano i loro figliuoli. Questa perversione allaga la maggior parte della nostra città». E Finch soggiungeva: «Davvero io temo non v'abbia fra l'aristocrazia una sola famiglia esente dall'infezione del papismo».
Si sa quanto ivi proceda il ritualismo anche nella Chiesa legale, talchè si fanno altari stabili e non più solo di legno, si ardono ceri e incensi, si pongono crocifissi ecc. Di rimpatto in questi ultimi tempi la corte des Arches ebbe grandissima importanza per la grave quistione portatavi nel 1851 contro Gotham, ministro della Chiesa officiale, che sosteneva non esser necessario il battesimo: poi testè contro gli autori degli Essays and Reviews, che negavano l'autenticità e divina ispirazione de' libri santi, quindi l'unità della specie umana, la colpa originale, la redenzione, e perciò la personalità di Cristo e dello Spirito Santo ecc. Wilson e Williams furono condannati sopra alcuni punti speciali, ma sull'insieme furono rimandati. Appellaronsi al Consiglio Privato, e questo gli assolse. Tanto quella Chiesa legale è radicalmente impossibilitata a respingere l'eresia.
628. N. Bianchi, Storia Documentata ecc.
629. Pascha Domini et fidelium.
I. Pascha, quod transitum sonat, theologice est transitus Dei ad hominem lapsum, hominisque lapsi ad Deum suum: unde vicissim reconjunctio fit post divisionem inter eos allatam a peccato originali.
Hujusmodi antem reconjunctio unius ad alterum stat et exurgit de mysterio corporis et sanguinis Jesu Christi, mediatoris inter Deum et hominem, qui propterea vinculum est hujus reciprocæ reconjunctionis hinc-inde-et-in se.
Per ipsum enim, et cum ipso et in ipso Creator redit ad creaturam suam, et vicissim creatura ad suum Creatorem; ac restauratur completurque hujusmodi regnum Dei, quod destructum fuit ab origine mundi. Christus est regnum Dei, et vita æterna; per ipsum enim regnat perpetuo Deus in hominem ob assumptam sibi humanitatem, ac perpetuo vivit in homine. Ultro oblatus est in cruce sacrificatus Christus pro peccatis mundi, ut iterum viveret vita æterna; abluit peccatores in sanguine suo, sibique eos adnectit tamquam palmites ad vitem, quod fit per sacramentum baptismatis. Sed sicut palmes diu nequit vivere in vite, neque crescere, nisi ipsa vites eidem tribuat de semetipsa in ejus alimoniam, et palmes sedulo accipiat, ita homo Christo insitus nequit diu vivere Christo, nisi Christus eidem se tradat in alimoniam, et christianus sedulo accipiat et manducet.
Quare Christus fecit ad hoc semetipsum panem ac potum, porrigitque carissimis germinibus, ut edant et inebrientur et crescant in regnum Dei, et vitæ æternæ fructus faciant uberrimos. Ita sane fuit Pascha Domini et fidelium, et hoc stat in mysterio corporis et sanguinis salutaris Dei.
II. Verumtamen Pascha, seu transitus Dei ad regnum in hominem lapsum, et vicissim hominis lapsi ad regnum in Deum, nondum impletum est. Necesse est enim ut ipsa natura humana lapsa assumatur in Christum, Christo unificetur, ac sic regnet in Deum, et Deus in eam. Tunc tantum plene restitutum erit regnum hoc, plenumque fiet Pascha inter Deum et hominem lapsum. Hæc est beata spes quam expectamus, et unde solummodo consummabitur homo in Deum.
Principio nonnisi caro hominis lapsi a verbo assumpta est in semetipsum, qui erat vita æterna. Caro autem hominis lapsi non est humana natura lapsa; et hæc uti talis nondum regnat in Deo. Modo humana lapsa natura non participat et communicat Deo, nisi prout communicat et participat Christo, mediatori inter Deum et homines; participat autem et communicat Christo, prout Christus participat et communicat cum homine lapso. Sed cum non assumpserit Verbum in semetipsum humanam naturam lapsam, bene vero carnem tantum hominis lapsi, patet quod Christus non participat et communicat humanæ lapsæ naturæ, nisi solummodo in ejus similitudine quatenus lapsa est. Licet enim Christus sit verus et realis homo, nullimode tamen de lapsis est, cum sit quidem in similitudinem lapsi hominis factus, sed absque peccato.
Quæ cum ita sint, omnino liquet huc usque hominem lapsum non participare et communicare Deo per Christum nisi per similitudinem, in quam lapsus est. Nondum enim Christus in naturam propriam accepit lapsam naturam humanam ipsam. Quare Pascha hoc Dei impletur in mysterio corporis et sanguinis Christi, quod est ipsum Pascha ac regnum nostrum ac Dei: implebitur autem mysterium corporis et sanguinis Christi cum implebitur ipse Christus: implebitur autem ipse Christus cum in ipso natura humana lapsa recepta fuerit; recipietur autem in Christo humana lapsa natura, cum electum de plebe a Patre ac de semine David Christus susceperit in semetipsum, et quocum unum fiet consummatum.
III. Pascha hoc in corpore et sanguine Christi, unde fiet tantopere desideratum a Deo regnum et expectatum ab hominibus, inceptum per Verbi incarnationem progressive pergit usque ad suum complementum.
Hinc, posito opere primo tamquam fundamento, manducaturus Christus Pascha suum cum discipulis suis, in ultima cœna, sic Lucæ 22 testatus est: «Dico vobis quia ex hoc (puncto temporis) non manducabo illud (Pascha) donec impleatur regnum Dei». Immediate enim ac statim a principio non potuit a Verbo in semetipsum suscipi lapsa humana natura, quæ maculata erat, maledicta et sub servitute peccati. Oportuit ergo ut a Verbo prius susciperetur humana caro simpliciter, et in ea homo factus pateretur, sicque in sanguinis sui pretio hominem lapsum redimeret, ablueret a peccatis et sanctificaret, ac, uno verbo, renovaret in ipso opus Dei. Quod cum perfectum sit, lapsa natura humana ejus qui Christo vivit, susceptibilis facta est in Christi naturam; et cum ipse eam susceperit implebitur Pascha et mysterium regni Dei, seu adveniet regnum Dei plenum.
Ex hisce sequitur quod hoc opus sit complementum Redemptionis a Redemptione exurgens; fit enim in virtute pretii sanguinis Christi, per quem passum et crucifixum, factus est homo lapsus denuo filius Dei, ac proinde susceptibilis in naturam ipsius Dei primogeniti ut fiat unum cum ipso, sicque regnum Dei appareat. Ipse Christus est qui meruit ut humana lapsa natura per semetipsum, cum semetipso, in semetipso uniretur Deo in perpetuum, unum facta in natura cum Christo ipso. Quare opus hoc, quod credimus et testamur perfectum esse his diebus, appellandum est Pascha de Paschate, redemptio de redemptione, crux de cruce.
Pascha quidem de Paschate, quia per transitum primum in Christo Dei in hominem, et hominis in Deum, quo posteriori Paschate hinc semper perfruuntur qui Christo vivunt, ac illud perficiunt in semetipsis magis magisque quo sæpius ac dignius sacramento corporis et sanguinis, ubi stat Pascha hoc, Christi impinguantur: tunc enim fit et completur Christus in multis, ac multi in Christo.
Redemptio de redemptione; quia per redemptionem primam qua Christus redemit hominem a servitute peccati, ac transtulit ad libertatem filiorum Dei, fit hæc secunda redemptio, primæ complementum, unde homo lapsus, ac in sanguine Christi regeneratus, in Christo modo assumitur de maledictione terræ ad regnum in Deum. Homo totus tunc est in Deo per Christum, ac per eumdem gloria et honore coronatur, paulo minus ab angelis imminutus accipit regnum Dei, in universa terra omnia subjiciens sub pedibus suis, dominans in medio inimicorum suorum, confringens reges, et conquassans capita, judicans in nationibus. Deus a dextris suis; propterea cum regnum acceperit in universa terra, de torrente omnipotentiæ ejus in via hac bibet, et exaltabit caput. Ita sane per redemptionem primam, qua homo lapsus in sanguine Christi ereptus est a servitute peccati ad libertatem filiorum Dei, a statu maledictionis ad illum benedictionis, dignus factus fuit qui etiam eriperetur ab exterioribus peccati et maledictionis consequentiis, quæ miseriæ sunt scilicet vitæ hujusmodi labores, dolores, humilatio humanæ dignitatis, mors etc. Quæ cum omnia in Christo victa sint dum homo lapsus in Christi naturam recipitur, ea sic vincit humana natura lapsa in Christo; accipitque in eo jura omnia restituta. Hæc est altera redemptionis victoria, ab illa exurgens et complens regnum Dei expectatum, et in terra revelandum in sua potestate, gloria et majestate. Revelabitur autem regnum hoc sic completum in Christo, cum revelabitur Christus ipse completus in gloria sua, et lætabuntur in rege suo et una cum eo regnum accipient in universa terra, a mari usque ad mare et a termino usque ad terminum orbis terrarum, donec omnia renovaverit et subjecerit sub pedibus suis, et evacuaverit omnem principatum et potestatem, et regnum tandem plenum et perfectum eorum qui scripti sunt in libro vitæ attulerit ad Patrem, reddita unicuique mercede sua.
Crux de cruce, quia, dum per hoc Pascha homo lapsus in Christum et vicissim transit, homo iste consequenter subit ipsam crucifixionem Christi in natura sua. Christi sacrificium in cruce consummatum manet naturaliter semper in hoc mundo, nec præterit; oportet enim illud continuo offerri Deo pro peccatis actualibus post baptismum commissis; ergo manet hic quotidie Christus crucifixus. Crucis hoc sacrificium non deficiet, nisi cum advenerit ævum sanctum, quando erit deleta iniquitas, et finem acceperit peccatum in populo Dei, et cum Christus etiam manebit in hunc mundum solummodo in gloria, in majestate sua, penitus devicta morte. Subiens iste ergo homo Christum in hac vita, ut fiat unum ac idem naturaliter cum eo, necessario subit crucifixum; in illo crucifigitur crucifixione ejus, seu ipsam crucifixionem ejus portat vere et naturaliter. Insuper fit ille qui positus est hic in signum, cui contradicetur: sicque denuo apparet contradictionis signum cui tenebrarum filii necessario contradicunt, et contra illud fremunt. Hinc reapse crux de cruce, unde renovabitur ac perficietur Jerusalem; cum vero hoc Paschatis mysterium revelabitur, videbitur Christus crucifixus se se offerens in sanguine suo citra mortem, cum sit ipse Christus mortuus resurrectus.
IV. Hisce de paschate lapsi hominis in Christum persolutis, modo nobis est inquirendum quomodo hoc mysterium fieri possit quin Christus immutetur, aut homo assumptus destituatur nullomodo. Quare hoc dicimus factum esse per consecrationem, et eodem ferme modo, quo sub speciebus panis et vini constituitur Christus in Missæ sacrificio, licet cum aliqua differentia. Quemadmodum enim, dum verba consecrationis proferuntur, panis et vinum, ut ita dicam, moriuntur et sub illorum speciebus Christus statuitur; ita etiam, proferente Deo eadem verba in homine, ille homo moritur, et ejus loco divina victima statuitur sub ejusdem figura. Non moritur ille homo uti homo, sed moritur uti homo ille, seu cessat esse homo ille qui erat, et reapse amplius non est ille homo qui erat, sed est homo Deus Christus. Caro, sanguis et anima ejus conversa sunt in carnem, sanguinem et animam Christi. In sacramento Eucharistiæ facta est destructio panis et vini substantiæ quæ pertransiit; in hoc autem nulla facta est detractio hominis; sed tantum immutata est per Dei omnipotentiam; adeo ut quæ fuit substantia simplicis hominis ea hominis-Dei facta sit. Nulla ergo hic fit detractio hominis substantiæ, sed natura ejus sic conversa et immutata in Christum adest, et adest meliori modo quam antea, seu eo melius existit quo meliorem eum fecit immutatio. Fecit igitur illum Deus corpus, sanguinem et animam Christi sui in terra viventium; et si ita fecit eum, ita est absque ulla contradictione, et est Jesus Mariæ filius, qui de ea natus est, passus est, atque mortuus resurrectus.
Sed dices: Si in hoc mysterio substantia hominis non destruitur assumpti, tunc esset in Christo duplex anima, et in ipso immixta essent caro et sanguis, quæ de virgine nata non sunt. Hinc immutaretur Christus, quod est absurdum. Anima hominis producta et inspirata fuit ab anima Verbi initio, quod autem e substantia Verbi emissum est non potest denuo ab illo absorbi?... Et hoc est quod evenit quoad animam hominis illius: absorpta est, et non destructa, et subsistit subsistentia Verbi, facta Verbum ipsum. Caro autem et sanguis Christi in ultima ejus ætate num ea fuere precise identice ipsa quæ de Virgine nata sunt? Non sane: quia in tempore substituta fuere ab alia carne et sanguine, quod per cibum efformatum fuit. Nihil ergo efficit quod caro et sanguis alius accedat ad Christum, dummodo substantialiter et in natura ei uniatur. Nam tunc illud carnis et sanguinis, in ejus naturam transactum, est reapse caro et sanguis Christi qui de Virgine natus est.
Assumpsit ergo Christus sibi naturam hominis illius, illamque sibi adjunxit perpetuo in naturam: et ille homo non est amplius homo ille, sed est homo-Deus Christus Jesus. Deo Gratias.
APPENDIX.
Et post hebdomadas sexaginta duas occidetur Christus.
Daniel. cap. 9.
Christus veluti hostia pro peccatis quotidianis populi sui in terra singulis diebus offerenda manens sub eucharisticis speciebus, si nullum esset omnino aliquando peccatum in populo suo, nihil omnino tormentorum ipse passionis suæ sentiret, quibus patiendis in hoc statu victimæ semper subjectus est, eorum renovata causa, idest peccato. Palmites huic divinæ viti insiti per baptisma, ac propterea unum cum ea facti, ejus crucifixionem suscitant quotidie quoties per peccatum moriuntur in ipsa. Hæc mortis plaga in membris Christi Christum dilaniat, rursum adapertis vulneribus crucifixionis ejus, iterum idcirco crucifigentes sibimetipsis filium Dei. Et nisi victima hæc ea simul esset quæ et resurrexit, adeo ut, resumpta perpetuo anima sua post mortem, impossibile sit quod eam denuo deponat, plusquam sane millies in die iterum pateretur Christus, quo cœpit peccatum renasci, ac inundare in populo sanctificato. Sustinet tamen agones omnes, et omnia tormenta mortis, licet non possit anima ejus a corpore separari, quod propterea imo est mors continuata absque termino, quæque toties multiplicatur, quoties a singulis membris post susceptum baptisma, et rursum post acceptam pœnitentiam semper peccata multiplicantur.
Quare in sacramento corporis et sanguinis Christi, ubi positum redemptionis opus continuatur, mortem Domini annuntiamus donec veniat; donec scilicet veniat et in hunc mundum ea gloria corporis sui, qua gaudet in cælis ad dexteram Patris. Tunc enim necessario deficiet hæc hostia et sacrificium, cum appareat in passibilitate sua. Hisce præmissis tamquam fundamento, demonstramus quomodo Christus in hominem lapsum transitus per Pascha, de quo sumus locuti, iterum et directe ab hominibus crucifigatur revera prout de eo prædictum est.
Aggredientes igitur demonstrationem hanc, dicimus per hoc Pascha Christi in naturam hominis lapsi, in comperto est quod Christus novam subierit incarnationem, ac propterea humanitate informatus sit, quæ crucifixionem ejus passa non est; et, cum ea humanitas sit ipse Christus, patet quod ille per Pascha hoc refectus, restauratus, ac quodam modo renatus evaserit. Sic mulier circumdedit virum (de quo mysterio docebit vos Spiritus, quia modo non potestis portare) sic terra germinavit salvatorem, et ipse tamquam virgultus ascendet coram Deo de terra sitienti. Attamen certum est quod nihilominus resideat in intimo, ut ita dicam, Christi virus crucifixionis ejus, idcirco supressum et curatum quod ibidem veluti sepultum ac suffocatum, reviviscere nequit, nec inde irrumpere in humanitatem ejus ad eam dilaniandam atque ad eam crucifigendam. Ad hoc enim necessarium est ut virus illud ab hominibus directe suscitetur in personam Christi apparentis, quemadmodum a principio crucifixionem ipsam in eum intulerunt, directione saltem operis, si non intentionis. Directe autem ab hominibus, directione saltem operis, virus illud contra Christum excitatur, dum Christi personam sic in nova carne apparentem negant, blasphemant, contumeliis afficiunt, opprobriis saturant, in carcerem detrudunt, inter sceleratos eum reputantes.
Tunc enim saltem directe peccatur in Christi personam, cum prosternendo unius peccati effectus ac gravatus apparet, dum excitat in ipsum crucifixionis virus sepultum ac curatum, quod propterea crudeliter irrumpit in novam ejus humanitatem, in qua sic denuo crucifigitur, et quidem crucifixione prima in toto suo effectu a populo suo. Nec populus excusationem a crimine deicidii habere potest ne hac quidem vice secunda, cum Pater sufficienter clarificaverit Filium suum, ut saltem deterrererentur a necessario opere, et edocti ipsa Filii gratia sumptibus ostinationis, perfidiæ judaicæ antea scrupolose viderent, consulerentque scripturas.
Ast nihil horum. Istum dicunt esse Christum? Ergo prosternamus eum, ergo crucifigatur. En sane argumentum et hodierna die pontificum sacerdotum, qui propterea concitaverunt plebem contra Christum Domini, ut Pilatus in eum conjiceret manus, et de eo faceret juxta voluntatem eorum. Cum autem compleverit Christus et hoc secundum sacrificium, per quod accipit regnum a Patre, revelabitur in hac sua crucifixione, et videbunt quid fecerunt et in quem pupugerunt. Completum erit hoc alterum Christi sacrificium de primo exurgens quum pervenerit hora ad hoc a Patre designata ut compleatur. Sane lux magna, ad confusionem ac terrorem Pharisæorum, fulgebit super caput ejus a Patre, et Angeli eripient eum de Cruce ac sepulchro suo.
Ex quibus videtur quomodo intelligenda sint verba Christi de Joanne apostolo tunc quum dixit: «Sic eum volo manere donec veniam»; Joannes enim erat figura humanitatis illius quæ in filium Mariæ Virginis evadenda erat, ac crucifigenda prout diximus.
Illa ergo humanitas crucifigenda erat reapse in Christo, sicque crucifixa hic remanere debet pro peccatis quotidianis, dum ipse Christus veniat in gloria sua.
630. Diceva: «L'art. 1 dello Statuto dispone: — La religione cattolica, apostolica e romana è la sola religione dello Stato. Gli altri culti ora esistenti sono tollerati conformemente alle leggi —.
«Questo articolo dice che la religione cattolica è la sola religione dello Stato, per denotare essere volontà di tutta la nazione che nel regno non si professino, e non siano riconosciute fuori di quella altre religioni, quand'anche avessero un'esistenza di lunga durata, o fossero penetrate in altre società: e ciò perchè considero la religione cattolica la sola vera, l'unico e solo elemento sociale, che imperando sui cuori colla santità delle dottrine, con la dolcezza de' precetti, mantiene potentemente la moralità nei cittadini.
«Si limita poi quell'articolo a dichiarare che tollera gli altri culti, non già perchè voglia approvarli, o gli abbia in affezione, ma perchè vide esser forza di sopportare quegli abusi, quelle credenze non ortodosse, abbracciate da una parte di popolo che sarebbe stato, non che impolitico, crudele di privare della patria. Facendo bene attenzione che non si estese la tolleranza a tutti i culti che esistono nel mondo, o possono esservi introdotti; lo Statuto restrinse la tolleranza a quelli che ora, al presente, vale a dire all'epoca di sua promulgazione, avevano un'esistenza riconosciuta, cioè erano stati approvati dalle leggi e dai regolamenti in questi regj Stati. In una parola non havvi che la religione cattolica e romana che goda in tutta la sua pienezza del diritto di città, mentre gli altri culti sono considerati come stranieri, ammessi soltanto nell'esercizio ed al godimento di determinati diritti, sotto speciali condizioni dalla legge imposte.
«Se è vero, che ciascun cittadino può quella religione accogliere, che più a lui piace, egli non può in questi Stati professarla, a meno che non sia la cattolica romana, od uno de' culti tollerati: ben inteso che io prendo le parole professare una religione, nel significato di confessare pubblicamente, di riconoscere palesemente i principj di essa; e come corollario riconosco che un cittadino, il quale abbracciasse una tutt'altra religione, un tutt'altro culto, e non la professasse mai, sotto l'impero dello Statuto non incorrerebbe in veruna sanzione penale».
631. Il Marrone, con aria e contegno da ispirato, tenne al tribunale un lungo discorso; fra il resto narrava il modo con cui succedono le conversioni. «Si sentivano i peccatori improvvisamente ispirati a credere che don Grignaschi era Gesù Cristo in un modo irresistibile. Ciò accadeva per lo più allorchè lo sentivano predicare, o quando udivano la di lui messa, ed anche talvolta quando si trovavano alle loro case od anche in campagna. Rimasti sull'istante grandemente commossi, e contriti de' loro peccati, andavano subito a confessarsene con intensissimo dolore e con un diluvio di lagrime, assoggettandosi a qualsiasi penitenza in espiazione della colpa, disposti a farne confessione pubblica, come infatti accadde di alcuni peccatori; tanto era l'odio delle offese fatte a Dio e l'amore della propria umiliazione. Nè queste erano conversioni di sole parole o di pochi giorni. I più inveterati nel vizio abbandonarono sul momento le loro bestemmie, i giuochi smodati, le oscenità, le pratiche scandalose ecc., e perseverarono mesi e mesi nel bene incominciato, a fronte dei non credenti, che continuamente gli insultavano, dei sacerdoti che lor negavano i sacramenti, dei vescovi che li tacciavano d'eretici e scomunicati, in fine a fronte delle minaccie della prigionia.
«Ciò posto, io argomento: Iddio non può concedere ad un falso profeta la podestà di autenticare con veri miracoli la sua missione, non potendo Dio cooperare alla seduzione e all'inganno. Ora Iddio ha concesso a don Grignaschi la potestà di autenticare con veri miracoli la sua missione, perchè è cosa pubblica che convertì innumerevoli peccatori, e istantaneamente, dove sta il massimo dei miracoli; e li convertì per autenticare la missione di don Grignaschi, col convertirli confermava altresì nella credenza, che don Grignaschi era Gesù Cristo, poichè la conversione accresceva la loro convinzione, e i più perfettamente convertiti erano anche i più fermi nel credere. Dunque don Grignaschi non è un falso profeta. Ma questi concede di essere Gesù Cristo quando da alcuno viene sinceramente riconosciuto per tale. Dunque lo è veramente, perchè altrimenti sarebbe un falso profeta. Il che non può essere come abbiam detto, perchè Dio avrebbe cooperato alla seduzione ed all'inganno».
632. Requisitorie dell'ufficio fiscale generale, sentenza e atto d'accusa contro ecc.
Dibattimento nella causa criminale vertita davanti il magistrato d'appello di Casale contro il sacerdote F. A. Grignaschi già parroco di Cimamulera e complici, adorno del ritratto del sacerdote Grignaschi. Casale 1850; sono 288 pagine.
Oltre l'opuscolo Crux de Cruce, ci fu dalla cortesia di monsignor Bernardi procurato, con altre curiosità, un manuscritto dove si spiegano le dottrine del Grignaschi. Quel titolo deduceva egli dal motto delle profezie di Malachia, secondo le quali Pio IX è appunto intitolato Crux de Cruce. E asserisce che dai primi tempi della Chiesa fino al secolo X il mistero della doppia croce era conosciuto; la qual seconda croce, più grande per esprimere una crocifissione più dolorosa, porta un sacerdote avente sul petto il monogramma C. H. S., e dalla bocca gli escono le profezie, che gli angeli raccolgono, ecc.
Nelle lettere che accompagnano l'opuscolo è detto che i sovvertimenti della Toscana e della Romagna avverrebbero anche in Piemonte: che Pio IX non vedrebbe la fine del 1849: che Roma cesserà d'essere la regina del Tebro; e la sede della cristianità sarà in una città del Piemonte, e piemontese il suo capo: non vi saranno più sètte, e la cristianità fiorirà come ne' primi tempi: l'Italia sarà una, prospererà, diverrà una nuova Palestina, ma dopo gravissimi disastri, pei quali il mondo sarà decimato, non rimanendo che gli eletti. Tutto ciò fu comunicato a Carlalberto.
633. Da Vitale Albera milanese e dall'ingegnere Tentolini cremonese, avvolti con noi ne' processi politici del 1834, noi avemmo larghe informazioni e caldissime esortazioni per le dottrine adamitiche del Mickiewic, che come poeta noi eravamo stati i primi a far conoscere in Italia. È notevole che il Mickiewic, in una Storia popolare della Polonia, sostiene che «tutte le libertà politiche de' paesi Slavi del Nord derivano dalla Chiesa d'Occidente».
634. Fra molti altri scritti vedasi Dunski, sacerdote zelante e zelante servitore dell'opera di Dio. Torino 1857.
635. Un'idea passata nella sfera dei fatti si sviluppa e ingrandisce, o scema e si corrompe, a segno da cangiar perfino i proprj elementi. Il deismo non è corruzione, ma svolgimento del calvinismo, come ben riflette Newmann nel Saggio sulla evoluzione della dottrina cristiana. Gli Ebrei stettero aggavignati al passato, e si corruppero. Il cristianesimo progredì. Caratteri dello sviluppo sono 1º la conservazione dell'idea primitiva: 2º la continuità de' principj: 3º la potenza d'assimilazione: 4º i presentimenti di futura grandezza; 5º la deduzione logica, 6º la facoltà di conservarsi, 7º la durata.
Il cristianesimo è un fatto che si svolse in relazione diretta coll'idea che lo creò. La Scrittura, come non ebbe la missione speciale di far nascere la grande idea, così non la racchiude in sè; bensì è nello spirito del lettore. Ma gli è essa comunicata già perfetta al primo presentarsi alla sua intelligenza, o svolgesi per gradi nel cuore e nell'intelligenza di lui? Sarebbe assurdo sostenere che la lettera morta del vangelo racchiudesse tutte le modificazioni possibili che questo potesse subire attraversando il mondo. Il cristianesimo differisce dalle altre filosofie e religioni non per la sua specie, ma per la sua origine; non per la natura sua, ma pel carattere fondamentale, che è l'esser vivificata continuamente non dall'intelletto solo, ma dall'alito divino. Può dunque crescer di sapienza e d'altezza come religione del genere umano, ma l'autorità che esercita e le parole che pronunzia ne attestano l'origine miracolosa.
Come religione universale e perpetua, modificherà necessariamente i suoi rapporti e il modo suo d'azione, giusta il mezzo sociale tra cui s'attua. I principj, mentre son fermi, domandano sempre applicazioni nuove: queste sono sviluppi, e talvolta i falsi sviluppi ne provocano di nuovi. Lutero, attenendosi alla Bibbia, ne traeva un nuovo modo di spiegare la giustificazione. Il Concilio di Trento, confutandolo, dicea qualche cosa nuova; nuova di deduzione e di forme, qual non erasi usata prima che occorresse d'opporla alla falsa.
E Protestanti e Cattolici hanno un'autorità identica a priori, la Scrittura. Ma i Protestanti rinfacciano a noi d'aggiungervi opinioni discutibili come verità fondamentali. Pure la Scrittura non può essere base solida; non ha in sè la pruova della sua canonicità; non dà assoluta risoluzione di un'infinità di quistioni supreme, quali il rito o il modo della remissione de' peccati dopo il battesimo, lo stato delle anime nell'altra vita e dopo la risurrezione; eppure come si darebbe un reale sviluppo nel cristianesimo, se si togliesse la disciplina della penitenza?
Una seria riflessione conduce a credere che le profezie antiche e le rivelazioni nuove e tutta la storia sacra presuppongono un graduale svolgimento della dottrina cristiana; e così doveva essere, giacchè, se l'uomo precipita ne' suoi atti, Iddio che è eterno manifesta lentamente i suoi disegni. È pertanto necessaria nel cristianesimo un'autorità che determini e ajuti questo svolgimento e pesi la diversa importanza di ciascun punto dogmatico; è viepiù necessaria, perchè il cristianesimo si presentò al mondo non come un'istituzione, ma come un'idea. Quest'autorità è la Chiesa.
Si dirà che dell'infallibilità di questa non si ha certezza assoluta: ma degli apostoli e della Scrittura abbiam forse altro che una certezza morale? Se il cristianesimo, come fatto dogmatico e sociale deve empire i secoli, bisogna possieda un'autorità infallibile; altrimenti saremmo esposti a perdere l'unità di dottrina conservando l'unità di forma, o viceversa dovremmo scegliere tra un agglomeramento d'opinioni e uno sbricciolamento di partiti, tra l'indifferenza dei più e il fanatismo d'alcuni. Qualunque controversista o storico per trattare la gran quistione del cristianesimo bisogna adotti una ipotesi, e la più semplice, naturale, soddisfacente è quella d'un'autorità infallibile, anzichè quelle del caso, dell'anticristo, dell'evoluzione, della filosofia orientale, di non so quali altre.
Se la rivelazione dovette svilupparsi, e a tal fine le era necessaria un'autorità infallibile, giusti sono e legittimi gli svolgimenti odierni, sono manifestazioni dell'ordine divino, come appare dalla loro continuità e dall'armonico loro ampliarsi. Se sorgessero sant'Atanasio o sant'Ambrogio, ritroverebbero la loro comunione, la loro dottrina nel cattolicesimo, che sviluppò il cristianesimo sotto l'autorità del papa e de' Concilj nelle sue forme e nelle sue istituzioni, man mano che la corruzione dei tempi e gli attacchi degli eretici faceano sentirne il bisogno.
Ciò valga di giudizio intorno al libro della principessa Cristina di Belgiojoso Formazione del dogma cattolico. Pio IX scriveva ai vescovi dell'impero austriaco il 17 marzo 1856: «È falso che non v'abbia progresso di religione nella Chiesa di Cristo. Progresso v'è, e grandissimo: ma è il vero progresso della fede, non il cambiamento: bisogna che l'intelletto, la scienza, la saviezza di tutti, come di ciascuno in particolare, delle età, dei secoli, di tutte le Chiese, come degli individui, cresca e faccia grandissimi progressi, affinchè più chiaramente si comprenda ciò che prima credevasi oscuramente; affinchè la posterità abbia il vantaggio d'intendere ciò che l'antichità venerava senza intenderlo; affinchè le pietre preziose del dogma divino siano lavorate, adattate esattamente, artisticamente ornate, e arricchiscansi di grazia, di splendore, di bellezza, nel medesimo senso, nella sostanza medesima; di modo che, servendosi di parole nuove, non però si dicano cose nuove».
636. Hæc locutus sum vobis apud vos manens. Paraclitus autem, quem mittet Pater in nomine meo, ille vos docebit omnia quæcumque dixero vobis... Ego rogabo Patrem, et alium Paracletum dabit vobis, ut maneat vobiscum in æternum, Spiritum veritatis, quem mundus non potest accipere... vos autem cognoscetis eum, quia apud vos manebit, et in vobis erit... Docebit vos omnem veritatem... Testimonium perhibebit de me. Non enim loquetur a semetipso, sed quæcumque audiet loquetur... Ille me glorificabit, quia de meo accipiet, et annuntiabit vobis. Omnia quæcumque habet Pater, mea sunt: propterea dixi: quia de meo accipiet et annuntiabit vobis. San Giovanni XIV e XVI.
637. Mentes nostras, quæsumus Domine, Paraclitus qui a te procedit illuminet, et inducat in omnem, sicut tuus promisit Filius, veritatem. Orazione nella feria 4 dell'ottava di Pentecoste.
638. In questo momento l'instancabile vescovo di Mondovì, G. T. Ghilardi, pubblica L'episcopato e la rivoluzione in Italia, ossia Atti collettivi dei vescovi italiani in difesa dei diritti della Chiesa intaccati dal cesarismo.
639. Fra gli esegeti levò qualche rumore per le originali interpretazioni l'abate Michelangelo Lanci, i cui Paralipomeni alla illustrazione della Sacra Scrittura per monumenti fenico-assiri ed egiziani (Parigi 1846) vennero proibiti. Erano un seguito alla Sacra Scrittura illustrata coi monumenti fenico-assiri ed egiziani, che, a dir suo, fu compra e soffocata dal governo papale. Si difonde principalmente sul libro di Giobbe, e tratta dell'origine della parola e della scrittura. Sul libro di Giobbe pubblicò un saggio l'abate Maglia, cappellano all'ospedale di Ginevra. Il papa gli facea scrivere: Cristo disse, scrutate le scritture, e il papa vede con gioja che voi fate uno studio serio e continuo di questo libro. Egli pensa che studiar le profezie, ricercar il secreto de' proverbj, e compiacersi nel senso misterioso delle parabole è occupazione da ecclesiastico. Non gli fa meraviglia che negli oracoli sacri voi notiate cose nuove, o non abbastanza rischiarate, perocchè contengono una tale profondità di sentenze, una tale sublimità d'insegnamento, una tale multiplicità di misteri, che si può trarne ricchezze sempre nuove, come da una miniera inesauribile.
640. È noto che il Condillac fu dal duca di Parma chiamato a educare il principe Ferdinando. Barruel scrive fosse mandato apposta dagli Enciclopedisti per qui innestare le loro idee. Voltaire diceva: «Se il duca non è convertito dall'abate Condillac, nessuno vi riesce». Il Corso di studj da lui pubblicato, oltre insinuare una filosofia affatto sensista, mostravasi sempre ostile al potere ecclesiastico, massime nella storia; e il vescovo di Parma non volle mai dargli l'approvazione.
641. Decreto 10 agosto 1834. E vedi nota 8 del nostro discorso XXXI. Il Gioberti (Della riforma cattolica) disapprova la congregazione dell'Indice come di nessun effetto: e vorrebbe sostituirgliene una di opposizione alle false dottrine; una specie di congregazione polemica. Eccola.
642. Ventura, Liberatore, De Giovanni, Pestalozza, Mancino, Mazzini, D'Acquisto, Melillo, Toscano, Romano, Sciolla, Corte, Buscarini, Milone, Maugeri, Fornari, Prisco, Salvoni....
643. A chi lo rimproverava d'avere, nelle Speranze d'Italia, blandito al papa, perchè era allora venuto di moda, rispondeva che «un Manzoni, un Pellico, un Rosmini, un Cantù, un Gioberti, gli scritti de' quali palesano almeno un lungo e indigeno studio delle cose patrie, han fatta italiana la moda nostra da un vent'anni, cioè prima che fosse straniera». Nota al capo IV.
644. Allocuzione 20 aprile 1849. Se non ci fosse stata la libertà, il Governo avrebbe potuto proibire le tante scritture che ora propugnano il principato pontifizio.
645. Breve 12 febbrajo 1866.
646. Christi Ecclesia, sedula depositorum apud se dogmatum custos et vindex, nihil in his unquam permutat, nihil minuit, nihil addit; sed omni industria vetera fideliter sapienterque tractando, si qua antiquitus informata sunt et Patrum fides sevit, ita limare, expolire studet, ut prisca illa cœlestis doctrinæ dogmata accipiant evidentiam, lucem, distinctionem, sed retineant plenitudinem, integritatem, proprietatem, ac in suo tantam genere crescant, in eodem scilicet dogmate, eodem sensu, eademque sententia.
E quanto alla condanna di eresie che sembra nuova, San Tommaso riflette: Multa nunc reputantur hæretica, quæ prius non reputabantur, propter hoc quod nunc est magis manifestum quod ex eis sequatur. Summa, pars I, quæs. 33, art. 4.
647. San Luca, VIII, 10.
648. Dopo varie commissioni, una specialissima fu deputata per estendere la bolla: e ne formavano parte i prelati Pacifico, Cannella, Barnabò, e i gesuiti Perrone e Passaglia.
Giacchè abbiamo recato le pasquinate, rechiamo pure un anagramma, che certo è uno de' più meravigliosi.
Ave Maria gratia plena Dominus tecum
si converte perfettamente in
Inventa sum deipara ergo immaculata.
È pur bello quest'altro:
Sixtus quintus de Monte alto
in
Mons tutus in quo stat lex Dei.
649. Nella diocesi di Pavia alcuni preti protestarono contro la dichiarazione di quel dogma. Francesco Lavarino di Vercelli dopo quella dichiarazione pubblicò La mia opinione intorno alla teandria di Maria Vergine e della Chiesa cattolica, 1856. Col metodo di Kant vuol provare che l'opera della redenzione è comune a tutta la Trinità, ma personale al Verbo ch'è il solo redentore. Maria e la Chiesa fanno parte integrante dell'opera della redenzione; quella come casa immacolata che contiene il Redentore per generazione e per anticipazione de' suoi meriti infiniti; questa come casa immacolata che racchiude il Salvatore per rappresentazione e per partecipazione conseguente de' suoi meriti: onde sono teandriche non per sè, ma pei meriti infiniti del Redentore: e Maria, Cristo, Chiesa formano una trinità nell'unità.
650. Sarà un caso, ma qualunque volta a chi esecrava il sillabo io domandai se l'avesse letto, mi fu confessato di no. Alla tornata del parlamento dell'11 luglio 1867 il deputato Mancini, enunziate varie proposizioni del sillabo, proruppe: «Io domando se parole più dissennate di queste siansi mai scritte da penna umana». Atti, pag. 1298.
651. Sull'enciclica possiamo notare l'opera del vescovo Dupanloup, le Conférences sur les droits de l'Église, de l'État, de la famille, et de l'individu dell'abate Roques: dell'abate Maupied l'Église et les lois éternelles des sociétés humaines; dell'abate Peltier la Doctrine de l'encyclique 8 décembre, conforme à l'enseignement de l'Église; del Matignon La liberté de l'ésprit humain dans la foi catholique ecc. In Italia ne scrissero moltissimi.
652. San Paolo agli Efesi IV, 13.
653. Oltre il vescovo d'Orleans, vedansi i gesuiti Cahour e Daniel Des études classiques, e la lettera del cardinale Patrizi al vescovo di Quebec.
654. Non ratiocinatio talia vera facit, sed invenit. Antequam inveniatur veritas, in se manet, et cum invenitur nos innovat. De vera religione C. 72.
655. Di questa norma si vale principalmente, per ispiegare l'enciclica e il sillabo, il vescovo Ketteler nel capo XII della recente sua opera Deutschland nach dem Kriege von 1866.
656. San Tommaso riprova i governi assoluti perchè in servilem degenerant animum, et pusillanimes fiunt ad omne virile opus et strenuum. De regimine principis, L. I, 3.
Voltaire nel 1768 al conte Schwaloff ambasciatore di Russia diceva; «Non c'è che la vostra illustre sovrana che abbia ragione: essa paga i preti: essa apre o chiude loro la bocca: essi stanno a' suoi ordini e tutto è tranquillo».
Pio VI, nelle lettere apostoliche del 10 marzo e 13 aprile 1791, diceva: «Noi riconosciamo appieno, anzi vogliamo che le leggi del governo politico spettanti alla potestà civile restino affatto distinte dalle leggi della Chiesa. Ma quando affermiamo che bisogna obbedire alle prime, vogliam pure che quelle appartenenti alla nostra autorità non siano violate dal potere laico. La maggior parte de' vescovi previdero questo nostro sentimento a tal riguardo, dichiarandosi disposti a prestare il giuramento civico per tutto ciò che spetta alla giurisdizione secolare. Ma si proclama una libertà senza limiti, e non si lascia neppure al cittadino francese la libertà di coscienza».
Qual dei due è più liberale?
657. Quando nel 1863 l'imperatore de' Francesi, sgomentato dall'orrido scompiglio sociale, «donde doveri senza regole, diritti senza titolo, pretensioni senza freno», proponeva un congresso europeo, il pontefice gli suggeriva esser duopo che «i principj della giustizia siano ripristinati; rivendicati i diritti lesi; stabilita, principalmente nei paesi cattolici, la preminenza reale della religione cattolica».