DISCORSO LVIII. CONCHIUSIONE.

Ammirasi in questo momento all'Esposizione universale di Parigi il quadro, ove Kaulbach rappresentò il tempo della Riforma (Das Zeitalter der Reformation). Vi grandeggia nel mezzo Lutero, che nelle braccia elevate mostra aperta la Bibbia, volendo dar a intendere che da lui derivassero o rilevassero tutti i grandi che attorno gli stanno aggruppati. Poco badando all'unità di tempo, son fra questi Abelardo, Dante, Petrarca, non meno che Shakspeare, Cervantes, Galileo, Gustavo Adolfo; a tacere i novatori de' varj paesi, vi compajono Erasmo, Reuclino, Pico, il Machiavello, Nicola di Cusa; fra gli artisti non solo Durer, ma Rafaello, Leonardo, Michelangelo; e Guttenberg inventore della stampa, e Colombo scopritore del nuovo mondo, e Bacone autore del Nuovo Organo, e Harvey e Vesalio innovatori dell'anatomia, e Copernico e Keplero legislatori dei moti celesti, e i più insigni re e i maggiori capitani e statisti.

Il quadro presenta ad una sola occhiata quello a che molti s'industriarono, il confondere l'insigne movimento della rinascenza colla protesta anticattolica; e chi vi guarda coll'irriflessiva curiosità odierna si persuade che tanti eletti ingegni nascessero dalla Riforma o per essa o con essa, talchè ella segni l'apogeo dell'intelligenza umana.

Noi in tutta quest'opera c'ingegnammo di discernere questi due fatti, i quali, se sono ben distinti negli altri paesi, possono dirsi opposti nel nostro, dove splendidissima rifulgeva la civiltà allorchè il cammino vigoroso e unanime ne fu o riciso o sviato dallo scindersi la cristianità in due campi ostili, e dal cessare Roma d'essere la capitale di tutto il mondo civile, e l'unica educatrice dell'incivile.

Nè minore ingiustizia appare in coloro, che delle sventure piombate sulla patria nostra accagionano l'essersi ella conservata coi papi; e al paragone di lei esaltano le nazioni, fra cui rimasero appena conoscibili vestigia della grande unità cristiana, che formava un giorno la gloria dell'Europa[660].

L'Italia, malgrado qualche traviamento, rimase nell'unità della fede e della carità, sia nei tempi ove la ragione tiensi sbigottita lasciando predominare la superstizione, sia in quelli ove essa baldanzeggia producendo l'incredulità. E vi rimarrà, confidiamo, traverso alle nuove e diverse e ben meglio sistemate e risolute minaccie.

Le eresie antiche, le quali spesso erano una ricerca della verità, e le eresie nuove, che sono un contraddire alla verità ritrovata, provocano confutazioni e discussioni. In un secolo che osa investigare tutto, tutto dire, se v'è errore non può essere che volontario.

Dopo che la Chiesa disputò a lungo per sceverare la menzogna pronunziando «Questo è falso. Chi dice così sia anatema», oggi conviene dare l'affermazione de' veri, e dire «Il cattolicismo è questo e questo». Allora apparrà come non è vero che esso sia esclusivo: comprende anzi e riunisce tutte le verità, mentre gli eterodossi ne pigliano solo alcune, disseminate e tronche, e ripudiando qualche punto, rimettono tutto in problema, negando, escludendo, restringendo ciò che è fisso ed universale.

Se in questo campo abbia l'Italia fatto quanto e come era da aspettarsi nel centro della cattolicità, lo dicano gli spassionati; lo dica il veder come pochi de' nostri libri arrivano ai forestieri, mentre noi traduciamo da loro anche i più deboli, e le effemeridi pascoliamo di articoli stranieri.

Ed io non meno degli altri ebbi a cercar di fuori i sussidj al presente lavoro: di fuori mi vennero i più cari, direi i soli eccitamenti e conforti, allorchè, come altri coll'argomentazione e colla polemica, credetti prestare servigio alla verità col raccontare. I fatti fragorosi di cui si diverte quella mima che hanno travestita da storia, scarsi ci si presentavano: scarso quel che dovrebb'essere lo scopo principale delle scienze e delle arti, e che in Italia viepiù è trascurato, lo studio delle anime. All'esame di queste e delle opinioni divergenti noi portammo scarso ingegno, ma pazienti studj, costante sincerità, e rispetto al nostro tema e ai nostri lettori. Ci proponemmo d'evitare ogni asprezza, a costo d'esser tacciati d'indifferentismo, e non lasciammo che l'amore o la collera, l'entusiasmo o l'indignazione, l'espansione o l'ironia alterassero l'imparzialità, ben diversa dall'indifferenza. Veterani della libertà, non crediamo aver detto parola che rinnegasse la vera o blandisse la falsa, o sminuisse i diritti della ragione nel pensiero o negli atti. Non in caccia di novità e di paradossi, non con audacia e abilità, ma con intento sincero e chiara esposizione rivendicammo la verità, e non abbiam fatto a fidanza colla leggerezza di un'età insofferente d'ogni ricerca laboriosa e d'ogni seria conclusione, e appagantesi al rumore di frasi, facili a spacciare perchè non richiedono nè criterio, nè fatica, nè pudore.

Lo spirito d'oggi negativo, spoglio di critica, che ai cultori della sapienza coscienziosa affigge il titolo di cappuccini; e a chi professa le dottrine di Agostino, Anselmo, Tommaso santi, di Cartesio e Leibniz, di Vico e Gerdil e Rosmini, le dottrine che ci diedero Dante e Michelangelo, il Tasso e Bramante, Palestrina e Volta, la potenza delle nostre repubbliche e la magnificenza delle nostre città, avventa la taccia d'austriacanti e di reazionarj, ci avrà derisi di occuparci in lavori da canonici, in disquisizioni di età tramontate; ma noi chiederemo perchè ne giudicherebbe altrimenti se il lavoro fosse fatto da un acattolico e contro alla Chiesa. E cattolici sono i più degli Italiani: che se il numero non accresce diritto, non deve però scemarlo.

Noi abbiamo delineato la teologia de' primi tempi, solo in quanto toccava il nostro assunto; ne vedemmo lo splendore e i traviamenti nel medioevo, poi la trasformazione col rinascimento. Allora sorge una filosofia che presume bastar a se stessa, e considera supremo vanto l'emanciparsi dalla teologia, prendendo le mosse unicamente dall'uomo, dai sensi, dalla ragione, in conseguenza ritentando tutti i sistemi che già erano stati sperimentati prima della rivelazione.

Il secolo XVIII, sprovisto di coscienza, di sentimento storico, di passione per la verità, di rispetto per l'autorità e la tradizione, confidando senza limiti nella ragione umana, col dogmatismo negativo preparò il nostro, che doveva riuscire a uno scetticismo, assoluto eppure irrequieto. Allora proclamavasi la religione degli onesti uomini, in contrasto da una parte col Vangelo, dall'altra coll'epicureismo. Oggi si affetta l'indipendenza della vita civile, e alla religione si surroga qualche concetto di sociale egoismo. Allora con Voltaire si volgeva in burla tutto quanto ha diritto al rispetto; al miracolo davansi vulgari spiegazioni; la stella di Betlem era una delle solite comete, il passaggio dell'Eritreo una marea bassa, la morte di Lazzaro una sincope, l'acqua cangiata in vino un regalo improvisato agli sposi; Cristo non era morto, ma erasi appiattato, e Paolo l'incontrò alquanti anni dopo sulla via di Damasco; tutte le religioni erano scaltre combinazioni de' sacerdoti, propagate mediante prestigi.

Tutto ciò era predicato da scrittori che vantavansi spiriti forti, cioè eccezionali, e che ogni objezione rigettavano col beffarla di pregiudizio. Nel XIX invece l'empietà è consentita da' savj, è attuata con sembianza d'autorità dai Governi: questi s'impiantano senza Dio, mentre gl'individui operano come Dio non fosse, e non più per lepida schermaglia degli scriventi, ma per sistema dei governanti; non per negare la tripersonalità e deridere il Vangelo, ma per iscuotersi da ogni autorità; non per sostituire al verbo divino il verbo umano, e alzare una credenza contro l'altra, ma per negarle tutte, eliminare ogni dato tradizionale, i faticosi acquisti di tanti secoli di studio sagrificando alla fatuità de' giornali o di libri che n'hanno la forma e il peso; molestare, distruggere non solo le credenze avite, ma tutte.

Altri più serj, mediante teorie storiche e psicologiche, posate con serietà, dedotte con rigore, pretendono impugnare fin la creazione; e supposta una cellula prima, (che ad ogni modo bisognerebbe chiedere donde provenga) la vedono per milioni di secoli trasformarsi in corpi inorganici, poi negli organici, e via via perfezionarsi fin alla scimmia, poi all'uomo che ne deriva. E quest'uomo, in cui il ventre fu precursore del cervello, non è altro che materia e forza, poichè i risentimenti della coscienza sono irritazioni dei visceri, rimandate al cervello; il pensar nostro è fosforico lampo. Ma mentre si dice all'uomo, «Tu sei figlio di scimmia», gli si dà la superbia della prima tentazione: «Tu sei simile a Dio». Lo spinosismo pone il mondo, identificato con Dio, come fondamento a diritti e doveri, a speranze e certezze, all'esistenza della società e degli individui, sicchè il sopranaturale è dichiarato assurdo, nè si ha cura che a studj materiali, applicati e immediatamente profittevoli. Eppure negar il miracolo è negar Dio, poichè Dio è il miracolo in potenza: il miracolo è Dio in atto.

Nella farraginosa varietà d'opinioni, irreconciliabili fra loro, nè d'accordo che nell'osteggiare il cattolicismo, al tirar dei conti non rimane che lo scetticismo; negata l'irremovibilità del vero e la sua necessità, credesi supremo perfezionamento il dubbio. Trovammo scettici leggeri nel XV secolo; trovammo nel XVIII gli enciclopedici, che propagarono al resto d'Europa e all'Italia nostra la negazione frivola e beffarda; ma dettavano in mezzo a generazioni credenti; parlavano da cristiani anche nello scassinare le credenze. Divenuto predominante l'industrialismo, fatto cura unica il denaro come fonte di godimenti, di distinzioni, di felicità, la teorica si ridusse a meri fatti, le dottrine a consuetudini. Se pareva debolezza il capitolar con Dio e col diavolo, fu poi regolarità dacchè l'uno non si distinse dall'altro, attesa l'identità dei contrari; dall'educazione si eliminò ogni idea superiore ai sensi, e così si tolse la suprema efficacia delle prime ispirazioni. N'è conseguenza il ridersi della rivelazione, presentare il cristianesimo come qualcosa di melanconico, di cupo, di nemico alle gioje dell'arte, e resuscitare il paganesimo: sicchè udimmo Feuerbach, più risoluto di Giuliano e di Porfirio, non iscorgere nel cristianesimo che bruttura e ridicolaggine, a fronte alla bellezza e poesia gentilesca; e Göthe tener al capoletto l'Apollo, acciocchè elidesse le ascetiche immagini de' santi, ed esclamare che quattro cose detestava: il tabacco, le cimici, le campane, il cristianesimo.

Questa inurbanità gittava egli a pascolo del secolo inurbano, eppure avea confessato che mai non seppe valutar le cose al giusto come a Roma, che quel soggiorno avrebbe sulla sua vita un'influenza benedetta; l'arte stessa lo forzò a mostrarsi religioso ne' rimorsi di Margherita, a far che i canti della Pasqua commovessero fin quel suo tipo del pensiero umano abbandonato alle forze proprie maravigliose e impotenti.

Essi pochi, essi beati, essi con pace, essi con senno, non badano ai dolori profondi che chiedono pace e obblio; che per sostentar le lunghe speranze e la penosa rassegnazione hanno bisogno esempj di disinteresse e d'abnegazione: essi gaudenti ripetono quel che, censettantasette anni dopo Cristo, il giudice che condannava a morte sant'Epipodo: «Noi onoriamo gli Dei coll'allegria, con feste, musica, giuochi, divertimenti. Voi adorate un uom crocifisso, che ripudia la gioja, ama i digiuni e la sterile castità, condanna il piacere. Che ben può farvi costui, che non seppe salvar sè dalle persecuzioni di gente miserabile? Te lo dico affinchè tu abbandoni le austerità per godere le gioje del mondo, colla serenità, che s'addice alla tua età».

Che sperare da dottrine siffatte? Il cristianesimo mette la dignità e il valore dell'uomo nella coscienza intima; il paganesimo nell'esterna legalità. Pel Cristiano la perfezione consiste nel riconoscere l'ordine stabilito da Dio e sottomettervisi; pel Pagano basta l'adempiere alla legge civile. Il perfetto Cristiano è quello che meglio osserva la legge di Dio, e se quelle dello Stato vi ripugnano, osa disobbedirle: pel Pagano è cittadino perfetto quel che non offende le leggi, benchè lo faccia senza coscienza. Abbiasi dunque la forza per farsi obbedire esternamente, e la società sarà beata[661]. Lo vediamo!

Oltre la vita animale, ne abbiamo una intellettuale, una spirituale; cioè, oltre il corpo, esistono spirito e Dio. Le verità morali e religiose che hanno per fine il perfezionamento, per oggetto il bene, bisogna procedano da altra sorgente che le fisiologiche: e quella sorgente è la fede. C'è fede umana e fede divina. Oggetto di questa è il principio superiore e divino della natura umana; è Dio stesso. La fede umana porta che non si è uomini se non si ammettono certe verità sulla esistenza propria, sull'essenza della natura umana. E col coraggio della fede e la saviezza della speranza, ben meglio che colla presunzione individuale, si cresce la sapienza de' padri, e si trasmette migliorata ai figliuoli, abbattendo il nemico comune, lo scetticismo; separando le cognizioni sperimentali da quei disegni che Dio realizza nel mondo, e di cui vuol nasconderci il mistero.

Nè solo al fatalismo orientale noi opporremo la proclamazione della libertà umana, al panteismo buddistico la personalità di Dio, all'assorbimento nel gran tutto l'immortale retribuzione delle anime: ma aspiriamo all'unità di credenze, persuasi che la prima condizione di difender bene la verità è l'accettarla tutta intera.

Il protestantesimo, appoggiandosi solo all'individuo, accentrando ogni potere objettivo nell'io umano, reputando se stesso autorità suprema ed assoluta, cioè principio, legge, fine d'ogni istituzione, porta la morale autonoma nella volontà, l'autonomo pensiero nell'intelligenza, nell'arte, nel raziocinio, nell'economia, nella politica. Gli è perciò che gli apologisti cattolici combatterono sempre più quel sofisma fondamentale della Riforma, che è la negazione assoluta e universale dell'autorità, sia nell'ordine ideale, sia nel reale.

Nell'immenso scompiglio cagionato da una rivoluzione che presuntuosamente posò infiniti problemi, e forse neppur uno ne sciolse; quando un esecrabile jeri fa tremare d'uno spaventoso domani, il cattolicismo rimane grandioso rappresentante dell'autorità, in cui si conciliano la ragione e la fede, la stabilità e il progresso. E viepiù sentesi il bisogno di tornarvi, perchè l'obbedienza, quando non è figlia dell'affezione, è madre del rancore, e perchè al fine si trova che, anche agli occhi della logica, la sola autorità avea ragione. Perocchè chi dico cattolico sa che cosa esprime; mentre chi dice «Io son protestante» fa una negazione, come chi dicesse «Io non sono cinese». Il Cattolico non crede una cosa se non quando s'accertò che è rivelata da Dio, e mentre alcuni dicono «Il tal maestro insegna», ed altri «Maestro mio son io», egli ripete col Vangelo: Magister vester unus est Christus[662]. Così tiene un complesso di verità, una traccia sicura di condotta; in tempo che interessi e passioni rendono difficile il pensar giusto quanto l'operar giusto, s'appoggia ad un'autorità infallibile: non foss'altro, colla sommessione alla Chiesa si sottrae al mostruoso procedere di tanti che abusano della ragione per isragionare, alle follie che s'annicchiano in quel vuoto che il disparir della religione lasciò all'ostentazione d'un interesse pubblico, tutto a danno delle classi più amorevoli.

Fidato in questa, il credente, alla persecuzione sapiente o legale oppone la pazienza, e la fiducia che un giorno, se pur non si riconcilieranno Gerusalemme e Roma, verranno alla Chiesa stessa tutti quelli che credono al Vangelo. Ora un tal fatto sarebbe possibile se ognuno lo interpretasse a suo senno? È dunque necessario il cattolicismo, e questo non può rinunziare a nessun dogma, nè alla comunicazione della Grazia per mezzo de' sacramenti, di cui è dispensiero il sacerdote; onde sta la promessa divina che dalla persecuzione usciranno salvi il sacerdozio, i sacramenti, l'infallibilità della Chiesa.

Nella qual persecuzione gli arretrati e i servili continuano nel calunniare preti, nel sopprimere frati, nel canzonar monache, nel cuculiare psicologi, nel vilipendere la coscienza e la rivelazione come ostacoli al progresso; e s'affollano intorno al pretorio gridando ai moderni Pilati «Crocifiggilo, se no ti denunzieremo a Cesare come clericale». A questo grido, qualche apostolo rinnega, gli altri si nascondono, e la ciurma incalzando urla come al tempo di Tertulliano, Christianos ad leonem, tantum quod christianos.

Unico divario è che la persecuzione non si fa violenta, bensì ipocrita, fin a chiamarsi libertà; libertà il non poter prendere in mano un giornale, un opuscolo, senza dovervi leggere un attacco o violento o profondamente perfido contro la religione; libertà l'impedire che un padre o un marito possa condurre in giro la figliuola o la moglie senza che l'occhio e l'orecchio ne sieno contaminati da nefandità; libertà il contrafare ai sentimenti e alle abitudini d'un intero popolo per lasciar imbaldanzire gli Ebrei e i Vandali, in cui balìa fu consegnata la società; libertà il vietare atti innocenti e pii, anzichè reprimere coloro che gli oltraggiano, e che ridono vedendo sanguinare i cuori, cui sono strappate le più care abitudini; libertà l'impugnare la verità, e il farsi lecito qualunque atto, quasi sia libero il matematico di negare che tre e due fanno cinque; quasi sia libero Iddio di peccare; quasi abbia a considerarsi più libero l'Americano perchè può trafficare di Negri, e il Cinese perchè non gli è proibito trucidare i proprj bambini.

Eppure la crisi maggiore, l'eresia più funesta non sono le persecuzioni, il parlamento, i ministri: a questi flagelli la Chiesa è avvezza da Nerone a Napoleone, da Simon Mago a Renan, da Eutropio a Cavour. Chi piantò la forca per san Pietro pose le fondamenta del Vaticano. Gli attacchi stimolano a nuova energia; la persecuzione infervora lo zelo, obbliga allo studio, al riserbo, alla moralità. Pericolo maggiore che l'ostilità organizzata sono il silenzio, la noncuranza, il «Che cos'importa?» L'uomo di moda non contesta la nostra fede; ci perdona, ci compatisce d'averla, ma non badasi a dissuadercene, a confutare, neppur ad ascoltare le nostre ragioni; nè noi possiamo convincerlo, perocchè non discute, non ammette, non nega; ossia, negando tutto, si dà aria di nulla negare; ha ben altro di che occuparsi! Questi gran savj non odiano, non bestemmiano: si crogiolano nell'indifferenza; Cristo può esserci o no; è facoltativo; dei sacramenti e del papa che ci cale? Giovincelli che non hanno mai pensato, ripetono quel che intesero dire, la scienza aver distrutto la religione; e questo disprezzo, sofisma del cuore, dispensa dalla riflessione, dallo studio.

A siffatti s'aggreggiano anche buoni cattolici, che credonsi chiamati, non curano d'essere eletti: che cresciuti nella religione de' loro padri, non la repudiarono mai, professano il credo, ammettono dalla divinità di Cristo fino ai capelli di santa Filomena, ma non se ne brigano, ma operano come se nulla ne fosse: fede morta: ortodossia venuta da pigrizia, contro della quale già tonava Dante:

Considerate la vostra semenza:

Fatti non foste a viver come bruti,

Ma per seguir virtude e conoscenza[663].

A questa atonia, a questa diatesi astenica bisogna opporre l'azione, il fervore, la dottrina; poichè è poco onore subir il male che si sente e non fare ogni sforzo per guarirne; è duopo esaminar il pericolo ed armarsi alla difesa, invece di crogiolarsi a maledire il secolo come ministro d'opera infame e satanica.

Una delle prime cause del male è il poco studiare e praticare la disciplina ecclesiastica, onde ben predicava Vincenzo Di Paolo, che «è colpa de' preti se le eresie prevalsero, e se l'ignoranza troneggia fra i poveri popoli». Per verità pessimi nemici della Chiesa sono i sacerdoti che non intendendo la propria vocazione, nè sapendo di che spirito siano[664], amano se stessi anzichè le anime; confidano negli uomini anzichè nella virtù; e la storia mostra sempre alla decadenza del sacerdozio tenere appresso gravi crisi della società cristiana.

Se il clero del secolo passato, ossequioso alla podestà che lo vilipendeva, transigendo coi filosofi che lo flagellavano, per omaggio all'ora presente vilipese l'ora passata, oggi invece rimbalzò sotto i colpi, e chiarì che si può essere nobilmente liberale, eppure irremovibilmente cattolico; inseparati dal pontefice, eppure obbedienti al magistrato; soffrir tutto senza mancare al proprio dovere, nè smentire o palliare le proprie convinzioni.

Per far accettare da un'età tutta indipendenza, un'autorità che parla e deve esser creduta, che ordina e vuol essere obbedita; per serbare la dignità del sacerdote che non la deve se non al suo carattere; che davanti a tutti si batte il petto confessando d'aver peccato assai, eppure giovane e povero vede il vecchio, il magistrato, il sapiente, piegarsegli davanti per accusarsi e chiedere d'essere riconciliato, il miglior mezzo, l'argomento più decisivo è il praticar le virtù del proprio stato. Così la dottrina si traduce in azione, come l'errore si confonde col vizio.

Il progresso d'oggi non è più quel della rivoluzione della quale affetta osservare i principj: è rivoluzione non più religiosa che sociale, e aspira alla totale emancipazione da ogni potere costituito, sia politico sia religioso; a sopprimere ogni senso di venerazione.

In mezzo di una società smidollata dalla sensualità, barcollante nel vuoto delle credenze, impregnata di dubbj e di beffa, dai giornali inebbriata di declamazioni e di sofismi, quando l'assolutismo amministrativo sfibra gli animi; nè lascia muoversi che sotto l'impulso del Governo; quando l'insaziabile aspirazione a felicità superne si soffoga nella sazietà di piaceri e ricchezze e nell'organizzazione dei cinque sensi; quando l'arte si raffina nel render popolare l'irreligione; quando ogni tradizione è negata dal capriccio dell'idea personale o affogata nella vertigine di novità; quando la filosofia dichiara inimicizia alla religione, le leggi alla proprietà, la letteratura alla famiglia, è impossibile impedire al dubbio di nascere, alla ragione di esercitarsi sulla fede. È impossibile arrestare il pensiero nel suo precipizio quando la fede religiosa è estinta nel dubbio o nello scherno, quando gli scettici abbattono fin ciò che costituisce il fondo della nostra ragione; quando da tutte parti si acclama che questa ubbriachezza è trionfo della libertà sull'assolutismo, dello spirito sulla materia, del bene sul male. Or che, come la società civile, così la religiosa subisce un gran mutamento, ed è minacciata sì nell'attuazione esterna, sì nelle credenze, si parlerà di fare come nel buon tempo antico? Ma se le verità sono eterne, varia secondo i tempi l'amministrazione loro e il modo di distribuirle. La fede del carbonaro è buona e invidiabile nel semplice credente, ma per coloro che sono stati posti sentinella d'Israele, apresi un'arena, ove combattere ogni giorno e con tutte le armi l'ignoranza e il sofisma.

La Chiesa ponendo come fine dell'uomo il conoscere Iddio per amarlo e servirlo, ci obbligò a coltivare l'intelligenza. Nè la religione può essere solo una poesia, un affetto; vuol conoscere ciò che crede, vuol essere principio d'azione, sforzo di virtù personale e sociale, fondata sopra la verità che rischiara l'uomo pel suo dovere, additandogli la sua destinazione. Onde prestare un ossequio razionale è obbligo conoscere i nemici, e alla propria convinzione dar l'appoggio di sostanziale dottrina, trasformare (secondo la frase d'Origene) l'evangelo sensibile in evangelo intelligibile. Già san Paolo c'intimava: «Non siam più fanciulli che ondeggiano ad ogni vento di dottrina, ma procuriamo arrivar nella fede alla statura d'uomo perfetto». Bisogna armarsi tutti, come nell'altra invasione della barbarie: proclamar regole sane, mostrare e dare abitudini regolari e robuste di critica, per ripararsi dalla menzogna stampata e insistente; mantener salda la ragione a fronte dell'assurdo, echeggiato dai masnadieri letterarj a una gente che, perduta l'attenzione nell'intelletto come il rispetto nella volontà, applaude qual vincitore chi continua a gridare.

Una delle più abili perfidie del cesarismo fu l'insignorirsi dell'educazione, sia coll'escludere ogni insegnamento religioso dalle scuole comuni, e dopo scatolizzatele costringer i figliuoli a frequentarle; sia coll'abolire i seminarj, o restringerli, come volea Giuliano, a non insegnar che teologia. I genitori reclamino e adoprino la libertà di allevare i figliuoli ad altre scuole che quelle ove è messa in pericolo la loro fede, e dietro ad essa il resto.

Ricordiamoci che i maggiori effetti la Riforma gli ottenne sempre fra persone sprovvedute di dottrina, e che perciò lasciavansi lusingare dalla promessa d'istruzione. Ed anche nella deplorabile storia della ragione contemporanea, gli spiritisti e altri mistici, non meno che i pretesi Evangelici si consolano d'aver insinuato qualche nozione e qualche credenza a chi nessuna ne aveva.

All'intelligenza bisogna dare il maggiore sviluppo, estendendo la conoscenza delle verità, scrivendo pel popolo senza affettate sentimentalità, nè esagerazioni iraconde e minacciose, ma col linguaggio che arriva all'intelletto e al cuore; persuadendosi che, in tempo di rivoluzione, è più difficile conoscere qual sia il proprio dovere che non l'adempirlo. Bisogna coltivare il popolo il quale non è buono se non per l'elemento religioso: e il prete ha per esso parole tanto semplici quanto evidenti e credute, et docet et ducit.

Nello stemperato dominio che alla menzogna assicurano i giornali, dalle insistenti declamazioni la folla lasciossi persuadere che la Chiesa sia complice di tutti gli abusi, ostacolo a tutte le novità, e perciò la tolse in odio e in disprezzo, e volle il progresso senza di essa, anzi contro di essa. È dunque necessario mostrare che le scoperte naturali crescono l'aureola della rivelazione sopranaturale, ch'essa contiene il germe di tutte le libertà, come i limiti alle loro trascendenze. Ben perciò i moderni apologisti non si ristettero a dissipare le taccie apposte alla Chiesa, ma tolsero a mostrare la bellezza suprema di quel compiuto sistema di verità che la Chiesa presenta, con ciò attestando che essa non è soltanto un concetto speculativo, ma il fatto più decisivo della storia, e destinato a governare la società e utilizzarne tutti gli elementi; non presumendo di possedere essa sola la scienza, la filosofia, la politica, ma tutte abbracciando le forme dello scibile e degli istituti civili, tutti gl'incrementi del diritto pubblico e della critica.

Non bisogna addormentarsi un sol momento, non fidarsi al miracolo, non a protezione di braccio secolare o d'ordigni governativi, è necessario a tutti studiare a fondo la religione, se non si vuol perdere la fede; e combattere da sè il materialismo politico e sociale in ogni ramo dell'attività umana, in ogni fase dell'esistenza pubblica e privata.

Il prete, ajuto di Dio[665], in questa lotta contro la triplice concupiscenza, deve mostrarsi non inferiore in dottrina ai laici, perchè difficilmente si onora uno che si reputa meno colto e meno savio: e tra il gelo del razionalismo e la grossolanità del materialismo deve non arrestarsi alla mezza scienza, ma cercare la vera. Or che gli esegeti tedeschi vogliono ricondur la storia originaria del cristianesimo alle leggi pure dello spirito umano, abolendo la distinzione di naturale e sopranaturale; or che i filosofi politici a gara ventilano i problemi religiosi, e massime quelli che concernono la natura ed il valore del cristianesimo; or che tutti cercano l'uomo volgendo le spalle a Cristo, il prete deve mostrare Ecco l'uomo: e quei problemi affrontare senza gli scrupoli e le paure che un tempo ispirava l'indagine scientifica: ripudiare i pregiudizj; non confondere la legenda colla storia; non credere tutti i miracoli colla leggerezza con cui il bel mondo crede ai novellisti; non riconoscer mai utile la pia frode. Per tal modo gli uomini che nascono curiosi e creduli, poi divengono curiosi e investigatori, si condurranno ad essere curiosi e credenti. E s'anche non possa ottenersi che gli erranti ritornino alla verità, almeno se ne cerchi la buona fede e la carità, che possono avvicinarli alla riva della salvezza.

S'incolpano molte volte di poca carità i nostri perchè guardano con iracondia una società ebbra d'interessi e di godimenti, che, preoccupata nelle funzioni più umili dell'attività; giudica vergogna il ricusarsi a una scelleratezza ammantata di pubblico bene; loda il tradimento calcolato e l'ipocrisia a freddo; colloca la prudenza nel fluttuare tra obbrobriose contradizioni e sfacciate palinodie; dove l'egoismo del pensiero, passato nell'azione, produce una guerra universale di aspirazioni, di concorrenze, di accuse o d'epigrammi che fan l'uffizio del pugnale; dov'è implacata la congiura della mediocrità contro il talento, del servilismo contro la libertà, dell'ignoranza contro il sapere, del vizio contro l'onestà; dove anche gli spiriti eletti vanno falsati dalle consuetudini rivoluzionarie, fin a tollerare non solo, ma applaudire ciò che sulle prime faceva ribrezzo e nausea.

Chi veda in qual modo siano trattati i buoni da scrittori ingordi d'abjezione, che armano cittadini contro cittadini, tanto più sfacciati perchè i Cattolici non vi oppongono la bocca d'una pistola; chi oda tutto ciò ch'è cattivo chiamarsi cattolico; chiamarsi ragione e gloria tutto ciò che vi contraddice, e strapparsi l'aureola alla Chiesa, al papa, a tutto quanto è grande, inculcando così il disprezzo d'ogni autorità, e preparando lo sterminio della società, dovrà giudicar severamente i nostri se talvolta s'irritano? Ma tanto più domandiamo la moderazione da quei pochi che, nell'età infausta, continuano ad osservare, riflettere, preparare; che cercano la verità indipendentemente dall'utile che ne deriva; che sanno resistere alle minaccie, alle seduzioni e fin alla più lusinghiera di tutte, la popolarità.

Tutte le filosofie che montano se non conducono al bene? e il bene come trovarlo fuor della sua fonte? Le verità morali pajono così comuni, che sia pedantesco il ripeterle: ma pur troppo son dimenticate, sicchè giova l'insistere su di esse fino alla noja. Un tempo il pensier primo era Dio, poi l'anima, infine il corpo. Ora tutto si dà ai soli interessi materiali; se prima faceasi l'esame di coscienza, ora si fa il bilancio: se qualche volta si pensa alla religione, non la si vuole più universale o nazionale, ma domestica; un'ipotesi qual compie ad ognuno di formarsela: e il dileguarsi del gusto delle cose superne si cerca mascherare col dare finezza e solidità maggiore al senso morale, quasi questo possa sussistere anche toltogli l'appoggio delle credenze morali. «Basta esser onesto: che bisogno di Dio?» ripetono, dando per novità idee vecchissime; e così, separano la ragione speculativa dalla ragion pratica, l'idea del bene da Dio che n'è la sorgente: e cavando la morale fuori della teodicea, la vogliono fuori anche della metafisica, e la chiamano indipendente! Facile è prender un nome: il difficile sta nel farselo confermare dagli altri.

Ma primo dovere dell'onest'uomo sarebbe appunto riconoscere Dio, e rispettare la società che lo accetta, nè tale potrà dirsi chi manca d'una virtù così importante com'è la religione. La coscienza! ma che è essa senza Dio? L'ha il ribaldo che assassina; l'ha il selvaggio che mangia suo padre; e solo alla luce del bene noi riconosciamo il male. L'onest'uomo trova scuse nel tempo, nel carattere proprio, nel suo temperamento; rimane fido ad un principio, ad una causa fino a quando gli anni non l'avvertano che val meglio acconciarsi colla opposta; si compiace d'essere men ribaldo del tal ladro, men turpe della tal meretrice; ma costantemente morale non riesce che il pensiero cristiano: solo il Vangelo dà sempre precetti, a cui basta la coscienza, e consigli a cui vuolsi l'eroismo.

L'odierno funesto divorzio fra la Chiesa e il secolo piantò un falso concetto d'indipendenza, per cui l'uomo non sopporta se non ciò che rileva da lui stesso, l'egoismo spegne la carità, l'abnegazione, l'umiltà, la santità; e mentre la giustizia di Dio ridusse la ragione indipendente a divenire micidiale di se stessa, innumerevoli mali fisici, intellettuali, morali intuonano quanto danno derivi dal mancare delle virtù cristiane, e quanto sia bisogno di ritornarvi.

Una delle principali è il coraggio di professar le proprie credenze senza rispetti umani; il coraggio di dirsi figli della Chiesa, conoscerla, amarla, partecipare ai suoi dolori, viver delle sue speranze; il coraggio di sventare un'accusa conosciuta falsa, o di sbugiardare un'asserzione sfacciata. Ma la paura de' giornali paralizza la penna che vorrebbe scrivere la verità per chi è degno d'ascoltarla; e vestendo di tolleranza la pusillanimità, fa tacere per non sentirsi chiamare satirico e malevolo; e a troppi va applicato quel del Decreto, che fa traditori non solo coloro che mentono, ma anche coloro che dissimulano la verità[666].

E ben importa che tutti i Cattolici, ma più i sacerdoti operino il bene; oppongano la carità che unisce, all'egoismo che segrega, e che pensando a se solo riesce ingiusto, insolente, inesorabile, avido, incapace a ravvisar le proprie ignominie, e perciò intollerante del patimento e dei sagrifizj; cogli atti manifestino la permanenza di Cristo nella sua Chiesa e nella società, ricordando che Iddio, secondo una bella espressione della Scrittura, confidò a ciascuno la cura del suo prossimo.

La Chiesa predicò sempre il progresso degli individui, poco il progresso delle nazioni e delle loro forme sociali. Eppure Cristo rigenerò e l'individuo e la società, nè noi dobbiamo lasciare che soli i nemici del Cristianesimo usufruttino quest'idea cristiana, ma far palese il lavoro latente dell'individuale miglioramento.

A smentire poi l'accusa di pusillanimità intellettuale e di malvolere verso la scienza, i credenti non devono lasciarsi sorpassar dagli altri nello studio e nell'applicazione delle dottrine sociali; devono svolger i problemi che sì potentemente commuovono ora gli spiriti; dovrebbero essere a capo di tutte le società di miglioramento sociale, non esitando a impiegarvi tempo, denaro, sforzi, ardore; ricordandosi che le quistioni di libertà, d'eguaglianza, di fratellanza, di asili, di governi rappresentativi, di suffragio popolare, di famiglia, di pauperismo, di ospedali, di limosine, di soccorsi alla povertà vergognosa, di cura per le madri, per gli esposti, del lavoro di donne e di fanciulli, furono introdotte dal Vangelo.

Quando alcuni socialisti scompaginano la società, altri pretendono rifarla, e tra la scienza e la fantasia inventano varj sistemi; quando sovrastano grandi mutamenti sociali, importa conoscere le mutue relazioni fra la Chiesa e l'impero civile per trarne canoni ai progressi nel diritto pubblico, e convincere di follia il voler segregare la Chiesa dallo Stato, mentre fra essi non può darsi che un accordo, indefinibile è vero e discrezionale perchè di opportunità, ma con mutue compensazioni.

Ecco venti anni che l'Italia è avvoltolata nel turbine della rivoluzione, dove, come fu detto alla tribuna francese il 15 aprile 1865, si considerò progresso soltanto l'insurrezione o spontanea o spinta, e dietro ad essa rovesciar un Governo e chiamarne un nuovo; dove si generò dapertutto sorda resistenza, acrimonia diffidente, indefinita scontentezza: dove offuscate le nozioni di giustizia e diritto, posti in pericolo tutti i miglioramenti; dove l'incertezza del domani, e il diffidare di tutte le cose e di tutte le persone turbano ogni godimento. Il gran problema non è l'unità o la federazione, la monarchia o la repubblica, la tirannide principesca o la popolare, nè tampoco l'indipendenza o la servitù: bensì se l'uomo e la società devano esser regolati dall'autorità o dalla forza, dalla Chiesa o dalla rivoluzione, dal capriccio umano o dalla provvidenza divina; se norma degli atti, criterio delle risoluzioni devano essere i principj del 89, le dicerie parlamentari, i minacciosi vaniloquj de' giornali, oppure le eterne norme del decalogo, i precetti della Chiesa, le verità interpretate da chi ha la certezza di non errare.

Lo scherno scalza le credenze, ma non distrugge il bisogno di credere; e il sentimento religioso è talmente insito nella natura umana, che durerebbe anche quando sparissero i simboli e le istituzioni che gli servono d'espressione e d'appoggio. Nè il senso comune non si spegne mai in tutti, ma può indebolirsi in una società particolare; e ciò è peggio che non l'errore metafisico. Pure non convien disperare, giacchè è difficile trarre un'intera generazione sotto l'impero della falsità; e quando infuria la procella il navigante domanda la sua direzione agli astri, non ai marosi.

Che se pure le minaccie odierne si compiranno, e v'avrà interruzione nel regno visibile di Dio, per provare che l'unità non deriva da possessi terreni da grandezza nel mondo[667], noi sappiamo che la redenzione è mistero d'amore e di misericordia, e Dio, come sul Calvario, permette l'ingiustizia affinchè i frutti di essa facciano ravvedere l'uomo. Confidiamo dunque non tarderà a sorgere il giorno, che, visto non poter vivere il mondo senza autorità, verrassi a cercarla alla sua sorgente; che la civiltà umana sarà il corpo del cattolicismo; che la Chiesa costituirà l'unità vera, cioè l'unità degli spiriti, e accorderà alle idee politiche moderne tutto quel che non ripugna ai dogmi fondamentali; farà sparire tra essa e la società rivoluzionaria il dissenso e le male intelligenze, di cui tanto giovansi i suoi nemici. Allora si compiranno le grandi conquiste della Chiesa cattolica, e l'indipendenza del sacerdozio nell'applicare lo verità superne alle opere della carità, della redenzione, del progresso.

E qui prendiamo congedo, forse per l'ultima volta, da questa che un tempo diceasi «Bella Italia ov'è la sede del valor vero e della vera fede»: quest'Italia che fu il sogno della nostra giovinezza, la cura della nostra virilità, l'affanno della nostra vecchiaja. Gli storici futuri dovran narrare che vi fu tempo ove, gli abjetti errori dell'arianesimo e dello scetticismo, e i sottili della sofistica, abbattuti al rinascere della critica, dopo tanti secoli disepellironsi, muniti non solo dalle grida del parlamento, della taverna, della stampa, ma dalla pubblica autorità; diranno quanti anni durò questo regresso, finchè di nuovo la critica ridestò la coscienza e il senso comune. Noi dobbiam finire nelle circostanze più gravi e nelle prospettive più vertiginose, senza nulla conchiudere, nè tampoco prevedere, se non che il restauramento generale deve cominciare da quello di ciascun individuo. Limitandoci a voti, noi, come il pontefice, auguriamo l'indipendenza ai popoli, la libertà alla Chiesa; e deh possano i tuoi vigneti, o Italia, e le campagne tue non cessar di produrre vino e grani pei sacrosanti misteri, nè sugli altari arricchiti da' tuoi marmi e dall'arti tue cessare l'illuminazione de' tuoi oliveti: l'aure, che carezzano i laghi e i colli tuoi e il duplice mare, possano al pellegrino, che da tutto il mondo viene a visitare la metropoli del mondo, recar sempre la melodia de' cantici che risuonano concordi dall'umile cenobio fino a quelle basiliche, la cui incomparabile magnificenza è un'altra dimostrazione del cattolicismo. Consacrati i tuoi progressi, sanate le piaghe dalla benedizione del Padre, possa tu esser veramente una nell'unità delle credenze e dell'amore, veramente libera nella libera Chiesa, degna di produrre ancora menti che sappiano ammirare, cuori che sappiano amare.