DISCORSO XLIV. CONFLITTI GIURISDIZIONALI. POLITICA CATTOLICA. IL BELLARMINO. ERESIA SOCIALE.

Oltre i canoni fondamentali, quali la trasmissione del carattere sacerdotale mediante una cerimonia sacra in cui è l'azione divina; la subordinazione a un capo infallibile; l'indissolubilità del matrimonio, e tutto quanto concerne la vita eterna, dove la Chiesa non bada a tempi o a luoghi, sempre identica nell'evangelizzare Cristo e il regno de' Cieli, essa ha una legislazione in ordine alla ragione civile, che tempera all'indole dei popoli e alla loro età morale.

Fra tanta divergenza d'accidenti e di dogmi, unico proposito conforme dei dissidenti era l'abolire le centralità pontifizia, opponendo le nazionalità alla cattolicità, le opinioni individuali alla unità della fede, subordinando la potestà ecclesiastica alla civile, cioè la coscienza al decreto, il diritto al fatto, la libertà alla permissione, il fòro interno all'esteriore.

Aveano tutto il torto?

Che l'autorità deva governare le opere, non già possedere i popoli, di modo che rimangano indipendenti i due poteri nell'ordine della propria competenza, l'aveva mal compreso il medioevo quando il potere, che unico sopravvisse della società, e che unico potea frenare la prepotenza de' Barbari e proteggere il popolo era l'ecclesiastico: onde ne nacque un diritto, assentito anche da quelli cui ponea limiti, e che difendeva i deboli o per podestà immediata e diretta, o per derivata dal pontefice[130]. Questo elevarsi de' pontefici sopra i sovrani anche pel temporale parve trascendesse il precetto del «Rendete a Cesare quel ch'è di Cesare»; i cesaristi non negavano il diritto canonico, bensì discutevano se dovesse essergli subordinato il diritto pubblico: e Dante, un de' monarchici più assoluti, prescriveva che illa reverentia Cæsar utatur ad Petrum, qua primogenitus filius debet uti ad patrem.

Via via però che i governi ripigliarono ordine e vigore, andavasi ritogliendo alla Chiesa quel che la necessità dei tempi v'aveva aggiunto di là dalla sua competenza essenziale divina: ma l'atto effettivo della Riforma consistette nel fare l'opposto, sovrapponendo il temporale allo spirituale fin a dimenticare di render a Dio quel che è di Dio. Le nazioni, cioè quei pochi che arrogansi di parlar in nome d'esse, non volevano più l'unità teocratica; volevano costruire lo Stato indipendentemente dalla Chiesa; e la protesta sembrò un legittimo sforzo per isvolgere l'inviolabilità della coscienza dal diritto ancora oscuro dalla società moderna. L'errore consistette non nell'emanciparsi dai vincoli curiali, bensì nell'istituire Chiese distinte, nazionali, foggiate secondo il bisogno civile. Era un frantendere la gran lite fra la Chiesa e lo Stato; tanto più che non trattavasi d'affrancar l'anima del cittadino, bensì di ridurlo più servo, retrocedendo fin al paganesimo.

Di primo acchito i principi s'accorsero qual partito potessero trarre dalla Riforma, concentrando in sè i poteri della Chiesa, e incamerandone i beni; fra i Luterani restò convenuto dover un paese avere la religione che volesse il principe; Grozio assegna come primario diritto maestatico l'imporla: in arbitrio est summi imperii quænam religio publice exerceatur; idque præcipuum inter majestatis jura ponunt omnes qui politica scripserunt. Ciò importa, secondo il Böhmer, il diritto di costituire i dottori, di prescrivere i riti, di riformar le cose sacre e la disciplina, di dirigere l'insegnamento e la predicazione, di usar nelle cose sacre la giurisdizione criminale e civile e penale, di decider le controversie religiose, di convocare i concilj, di designar le diocesi e le parrocchie. Tirannide la più completa se mai fosse stata applicata nella pienezza delle sue conclusioni e non ristretta dalle costituzioni scritte, alle quali fu duopo ricoverarsi dopo tolto quel supremo custode della verità, della giustizia, del diritto. Così alla monarchia cattolica del medioevo sostituivasi la monarchia politica moderna, coll'unità e universalità del pubblico potere.

Quel che i Protestanti avevano conseguito di colpo coll'aperta ribellione, i Cattolici s'ingegnarono ottenere con mezzi termini, accordando la coscienza coll'ambita onnipotenza. Principi che avevano declamato contro gli abusi non sapeano acconciarsi ai rimedj, e contro le decisioni tridentine accampavano le ragioni del principato: onde nuovi dissensi vennero a turbare il seno della Chiesa romana.

Quanto ai dogmi, nessun Cattolico poteva impugnare l'autorità irrefragabile del Concilio; ma v'aveva articoli che toccavano la società secolare. Perocchè i prelati tridentini poco si curarono della parte legittima spettante alla politica, e presero per ribellione a Dio ciò ch'era una riscossa contro l'arbitrio dei poteri umani. Sbigottiti dall'attacco recato all'attribuzione loro più sublime, i papi non pensarono più che a difendersi, tantochè, invece di continuare a capo del progresso come erano stati fin allora, parve si atteggiassero in opposizione o almeno in sospetto di esso, dacchè vedevanlo staccarsi da loro; severità affatto precarie, e volute dalle circostanze, presero l'aria d'una missione sacra e durevole: e l'Italia, nel punto che cessava di essere il centro dell'unità religiosa, scadde da maestra delle civili dottrine.

Ma al primo momento, tratti a sè tutti gli elementi della vita morale e intellettuale, e rifattasi vigorosa col precisare il dogma ed emendare la pratica, e posar come assolute le sue verità, e negando che fuori di queste si dia salute[131], Roma non solo represse nelle genti latine la propensione alla Riforma, ma volle ricondurre alla sua obbedienza i traviati; e ripigliata l'offensiva, parve resuscitare i tempi della sua prevalenza. Anche in questo punto correggendo il paganizzamento della società, avrebbe voluto togliere ogni diversità interna di chiese distinte, di riti nazionali, credendo prova di forza l'esigere di bel nuovo quell'unità assoluta, che dapprincipio aveva salvato la civiltà.

Come le reliquie d'un esercito scompigliato si rannodano allo stato maggiore, così i Cattolici sentirono la necessità di stringersi al papa: e principalmente i Gesuiti, animati dall'alito del ringiovanito cattolicismo, si applicarono a sostenere il solo pastore, attorno a cui dovea formarsi un solo ovile.

La stampa avea mostrato un'inaspettata potenza facendosi aggressiva e dissolvente sotto la bandiera della Riforma per iscassinare i poteri stabiliti, le sovranità riconosciute, e ridurre all'intelligenza comune, le objezioni accumulate da quindici secoli contro il cattolicismo; e mentre prima o morivano coll'uomo che aveale inventate, o restavano fra teologi ed eruditi, allora ottenne che la religione non fosse più sovrana dell'opinione, ma le contraddizioni e gli attacchi, giusti o ingiusti, venissero accreditati ed estesi. I Cattolici vollero da un lato porre un argine a' suoi eccessi, dall'altro adoprarla ad assodare e ricostruire; e stupendi scrittori comparvero anche nel campo nostro, non solo profondi di dottrina, ma anche abili a spiegarla e diffonderla, e nuovo grandioso campo s'aperse alla letteratura teologica e storica nel propugnare l'autorità e le ragioni di Roma. Ma poichè il protestantismo aveva implacabilmente osteggiato la santa sede, gli apologisti si volgevano di preferenza a difenderla. Melchior Cano che pel primo fece un trattato De' luoghi teologici, sostenendo i diritti del sopranaturale e della rivelazione, appoggia la fede sulle profezie e i miracoli: pure anche in esso e nei seguaci suoi trattasi della Chiesa e del papato, più che delle prove e de' caratteri della rivelazione.

Le Decretali si diceano il codice della tirannia papale, a scapito dell'autorità dei vescovi[132]. La severa critica dell'età nostra fe ragione delle tante baje spacciate in proposito delle false, riconoscendo che in fondo esse non istabilirono verun punto il quale già non fosse convenuto; e che dirigevansi a sostenere l'indipendenza de' vescovi, a fronte de' metropoliti; e ciò, non coll'inventare documenti, bensì col raccogliere brani di costituzioni, e di lettere, o regie, o pontificie, che già aveano vigore, e darvi forma di legge.

Pio IV elesse una congregazione che le coreggesse, rintegrando ciò ch'era mutilato, sceverando lo spurio dal sincero, e riassettando la cronologia. Dissipate le false Decretali, l'autorità pontifizia si trovò più solida perchè più misurata, e venne rigenerato il diritto ecclesiastico, il cui corpo si potè pubblicare sotto Gregorio XIII.

La baldanza d'un recente trionfo, o lo sforzo di chi dissimula la sconfitta apparve nel ridestare, in un secolo di dubbio e di negazione, le pretensioni che, in una età organica, aveano accampate Gregorio VII e Innocenzo III, e asserire di nuovo il predominio illimitato della Chiesa sopra lo Stato; il papa superiore a qualunque giudizio, e decaduto il re che uscisse dal grembo cattolico. L'atto formale di queste pretensioni fu la bolla, detta in Cœna Domini perchè doveasi leggere solennemente ogni giovedì santo. Antica e più volte aumentata, ebbe l'ultima mano da Paolo V, e suole citarsi come il massimo dell'arroganza papale. Tralasciando i punti di minor rilievo, e spogliandola delle frasi adatte al tempo e alla curia, essa in ventiquattro paragrafi scomunica gli eretici di qualsia nome, e chi li difende, o legge libri loro, o ne tiene, ne stampa, ne diffonde;

chi appella dal papa al Concilio, o dalle ordinanze del papa o de' commissarj suoi a' tribunali laici;

i pirati e corsari nel Mediterraneo, e chi depreda navi di Cristiani naufragate in qualunque siasi mare;

chi impone nuovi o rincarisce antichi balzelli o tasse o pedaggi a' suoi popoli;

chi somministra ai Turchi cavalli, arme, metalli, o altre munizioni da guerra, o vi dà consigli;

chi offende nella persona i cardinali, patriarchi, vescovi, nunzj, o li caccia dalle proprie terre; o giudici e procuratori deputati sopra cause ecclesiastiche, o vieta di pubblicar le lettere apostoliche o i monitorj;

chi le cause o le persone ecclesiastiche trae al fôro secolare, e fa leggi contro la libertà ecclesiastica, o turba i vescovi nell'esercizio di loro giurisdizione, o mette la mano sopra le entrate della Chiesa e i benefizj, o impone tasse al clero;

chi turba i pellegrini diretti a Roma, o che ivi dimorano o ne tornano;

chi occupa o molesta il territorio della Chiesa, compresevi Sicilia, Corsica, Sardegna; e così le Marche, l'Umbria, il principato di Benevento, Avignone, il contado Venesino, e insomma quanto alla Chiesa spetta di fatto. Estendesi la scomunica ai vasi d'oro e d'argento, vesti, suppellettili, scritture, beni del palazzo apostolico; e non se ne darà l'assoluzione se prima non siasi desistito dal fatto, o cassati gli atti contrarj alla libertà ecclesiastica, distruggendoli dagli archivj e dai libri; nè qualsivoglia privilegio o grazia valga perchè possa uno venirne assolto che in articolo di morte, e anche allora deve dar garanzia di pentimento e soddisfazione. La condanna colpisce pure chi impedisse di pubblicare o attuare la bolla.

Le riazioni trascendono sempre, e in guerra armata o inerme il miglior difendersi è l'attaccare. Se non che a condiscendere trovavansi poco disposti i principi, i quali reluttarono contro il sinodo tridentino, e accettandolo fecero riserva per le consuetudini e le leggi de' loro Stati; e il frangere le barriere, al potere assoluto opposte dall'immunità clericale, e cincischiare la giurisdizione ecclesiastica, divenne l'intento di ciascuno Stato, parendo ai re che, per trovarsi davvero indipendenti, non dovessero lasciar veruna ingerenza ad altri nel proprio paese, nè consentirvi autorità che non fosse accentrata nel Governo. Sino i più cattolici, impuntatisi in tali pretensioni, talvolta sbigottirono i papi col minacciare d'abbandonare la messa per la Cena e pel sermone; e con questi spauracchi li ridussero alla loro volontà. Altri, senza spingersi tanto oltre e rinnegando la logica, procuravano dipendere il meno possibile da Roma, solleticavano le ambizioni nazionali, e a titolo d'indipendenza tendevano ad isolare i sacerdoti dei loro Stati dagli altri, impedire le comunicazioni dirette col capo spirituale, formando speciali Chiese, necessariamente docili al potere locale per cui concessione esistevano, e che un moderno chiamò aborti del protestantismo[133].

La superiorità dei Concilj al papa, pretesa in quelli di Costanza e Basilea, fu ritenuta dai Tedeschi; i Francesi ne fecero il cardine delle libertà gallicane, riconoscendo infallibile il papa sol quando sia unito al consesso della Chiesa[134]. Ma anche nella Chiesa gallicana non disputavasi della libertà individuale, bensì della distinzione delle due potestà e della loro indipendenza; non facendosi cenno della libertà di coscienza. Ora, l'ammettere un'opposizione non è un rinnegare i contendenti; se anche non si riesca ad accordarli, la Chiesa e lo Stato esistono, giacchè si contrastano.

Perchè mancassero appigli alle declamazioni contro l'avidità de' prelati, era stabilito che delle ricchezze loro non ereditassero i parenti, bensì la Chiesa romana; onde il papa mandava collettori per tutto il mondo. Ed ecco derivarne controversie e dispute inestricabili cogli eredi e colle chiese stesse, turbarsi i possessi, e viepiù sotto papi rigorosi come Pio V. Dall'invigilare all'adempimento dei legati pii, i vescovi traevano ragione di voler vedere i testamenti, ma con ciò scoprivansi i secreti di famiglia, e fisicavasi sulle frodi supposte, come poi fecero i governi moderni. La proibizione del concubinato portava a ricorrere alla forza per isciogliere temporarie unioni, e le curie volevano all'uopo valersi di birri e carceri proprie. Tutto ciò parve usurpazione ai Governi, e l'andarono impedendo fin al punto che, quasi il pontefice fosse uno straniero, il quale pretendesse invadere colla sua universale la giurisdizione particolare del principe, si sottoposero gli atti suoi e i suoi decreti a esame, a ordini di esecuzione e di placitazione[135], dopo esaminato se ne rimanessero «salvi i diritti dello Stato».

La bolla poi in Cœna Domini fu ripudiata da alcuni, da altri accettata col proposito di modificarla nell'applicazione; Venezia la ricusò, per quanto il nunzio insistesse; l'Albuquerque governatore di Milano vi negò l'exequatur; a Lucca non si teneano obbligatorj i decreti dei funzionarj papali senza approvazione del magistrato; i duchi di Savoja conferivano benefizj riservati al papa: i vescovi di Toscana lasciavano ammollire nell'applicazione que' tremendi decreti. Ma i frati la zelavano a rigore; guai a parlare di tasse sui beni ecclesiastici! negando l'assoluzione a magistrati, cagionarono tumulti ad Arezzo, a Massa marittima, a Montepulciano, a Cortona. E sparnazzavasi il nome d'eretici, tale considerando chi disobbediva a un ordine papale.

A Genova era proibito tener assemblee presso i Gesuiti, pretestando vi si facessero brogli per le elezioni; l'Inquisizione vi fu sempre tenuta in freno, e dopo il 1669 sottoposta alla giunta di giurisdizione ecclesiastica. Stefano Durazzo arcivescovo, martire della peste del 1556, interminabili dispute sostenne col doge sul posto che gli competesse nel presbitero, e sul titolo d'eminenza; non soddisfatto, negò coronare il doge, e la lotta si prolungò anche dopo che l'arcivescovo ebbe abdicato.

I governatori di Milano alle riforme di Carlo Borromeo opponevano i diritti regj, e quel senato i privilegi della Chiesa milanese; e Pio V scrivendogli gli rammentava che nulla re magis sæcularis potestas stabilitur et augetur, quam amplificatione et autoritate ecclesiasticæ ditionis; quidquid ad spirituale patrimonium firmamenti et virium accedit, eo temporalis status maxime communitur; nam observantia et pietas principum et magistratuum in ecclesiarum antistites, populos ipsis adeo praebet obedientes, ut fatendum sit regnorum ac statuum incolumitatem uno illo ecclesiastici juris præsidio tanquam fundamento contineri, quod utinam contrariis ad multorum exitium exemplis non pateret.

Già dicemmo di san Carlo. Il suo cugino e successore Federico Borromeo due volte per queste dispute dovette viaggiare a Roma; minacciò di censure chi trafficasse con Svizzeri, e Grigioni eretici, e scomunicò il governatore perchè, col proibire le risaje nelle vicinanze delle città, arrogavasi giurisdizione su possessi ecclesiastici[136].

Il regno di Napoli se ne trovava viepiù compromesso, attesa la sua feudale dipendenza dalla Santa Sede. Filippo II re di Spagna con qualche restrizione ricevette i decreti del Concilio tridentino, e il 2 luglio 1564 ordinò al vicerè di Napoli, di pubblicarli perchè fossero osservati anche in questo paese, protestando però non si derogava con essi alle preminenze regali, nè ai patronati regj, od altri diritti della sovranità. Esaminatili, il reggente vi trovò molti punti che pregiudicavano tali diritti. Così il Concilio infligge scomunica e multa a chi stampa libri sacri senza licenza del vescovo; or se alla Chiesa spetta la censura, spetta al principe il consentire o no la stampa. Per certi casi si dà licenza ai vescovi di procedere contro ecclesiastici e secolari colla scomunica non solo, ma collo sfratto e con pene pecuniarie anche forzose: ora l'esecuzione è attributo regio. Ad essi vescovi è pure conferito l'approvare i maestri e professori, e con ciò s'intacca l'autorità del principe e delle Università. Per fondar nuove parrochie o seminarj, il vescovo può imporre decime, oblazioni, collette sul popolo; mentre questo diritto è inerente alla sovranità, e non alla podestà ecclesiastica. Così la visita e amministrazione di tutti i luoghi pii e spedali e confraternite, il rivederne i conti, il commutar la volontà de' testatori, l'imporre pene ai laici e patroni che malversino le rendite e ragioni di loro chiese, il sottrarre ai tribunali secolari i chierici tonsurati, sono atti che assottigliano la giurisdizione civile. In quel regno, per abitudine antica, le censure ingiuste o nulle erano fatte revocare, e ciò il Concilio proibiva; come colpiva di scomunica e fin privazione di dominio i principi che permettessero il duello; ai combattenti e padrini, oltre la censura, infliggeva la confisca dei beni e perpetua infamia.

Pertanto il Concilio fu lasciato divulgare, ma senza pubblicazione solenne, e si tenne in non cale ogni qual volta paresse pregiudicare la regalia; nè bolla o rescritto di Roma valea senza l'exequatur regium, e poichè il papa di ciò si offendeva, Filippo II gli scrisse non volesse porsi all'avventura di veder di che cosa fosse capace un re potente spinto all'estremo.

Nuovi urti cagionò la bolla in Cœna Domini, alla quale il vicerè duca d'Alcala risolutamente si oppose, fino ad arrestare i libraj che la stampassero; fu condannato alle galere uno che aveva pubblicato l'opera del Baronio contro il privilegio d'esenzione, chiamato la Monarchia Siciliana, pel quale al re competevano le divise e i diritti di legato pontifizio[137]. Di rimpatto i vescovi pretendeano giurisdizione sui testamenti, e per qualche tempo tenere i beni di chi moriva intestato, applicandone una parte a suffragio del defunto: nei casi misti, cioè di sacrilegio, usura, concubinato, incesto, spergiuro, bestemmia, sortilegio, potesse procedere il fôro ecclesiastico o il secolare, secondo che all'uno o all'altro fosse prima recata la querela; donde inestricabili altercazioni. Il popolo vi trovava il suo conto, perocchè nel 1582 essendosi messa la gabella d'un ducato ad ogni botte di vino, il cappuccino frà Lupo uscì minacciando di grave castigo celeste quei che la pagassero o la esigessero. Pensate se vi si diede ascolto: tanto che fu dovuta sospendere. Nè pochi vescovi proibivano l'esazione delle gabelle nella loro diocesi, in forza di quella bolla: e la Piazza di Nido a Napoli ricusò un dazio nuovo, perchè non approvato dal papa. E il papa vi dava rinfranco, e minacciava interdire la città; fu respinto dal confessionale e privato del viatico chi, ne' consigli vicereali, aveva opinato in contrario, e il famoso reggente Villani a stento ottenne l'assoluzione in articolo di morte.

Per tal operare i doveri di suddito trovavansi in conflitto con quelli di cristiano, nè vedeasi via di composizione. S'aggiungano a ciò le citazioni che faceansi alla Curia di Roma, e i visitatori apostolici che il papa mandava nel regno per esiger le decime, ed esaminare le alienazioni indebite di beni ecclesiastici, e se adempiti i legati pii; se no, trarli a vantaggio della fabbrica di san Pietro.

Privilegi ecclesiastici consentiti all'autorità secolare rendevano la Sicilia indipendente da Roma, ma la sottomettevano alla Spagna e all'Inquisizione, che quivi potea più che in altro paese d'Italia, elidendo la giurisdizione dei vescovi, oppugnando la resistenza dei vicerè, e alle prepotenze de' baroni opponendo la secreta efficacia de' foristi o famiglia del Sant'Uffizio. Avendo il duca di Terranuova mandato in galera un orefice ladro, di Spagna gli venne ordine di rilasciarlo perchè era forista del Sant'Uffizio, pagargli ducento scudi per indennità, e far pubblica penitenza. Essendo nel 1602 bandito un Mariano Alliata forista, il Sant'Uffizio intimò ai giudici lo ripristinassero; e non obbedito, li scomunicò; e perchè l'arcivescovo gli assolse dalla scomunica, il Sant'Uffizio scomunicò l'arcivescovo. Questi ricorre al vicerè marchese di Feria, il quale manda contro gli Inquisitori due compagnie d'alabardieri col connestabile e il manigoldo; e gli Inquisitori dalle finestre del convento scomunicano costoro e chiunque vi dà ajuto: i soldati sfondano la porta; ma trovando i frati assisi in giro e tranquilli, non osano far violenza; al fine il dissenso è accomodato ritirando l'interdetto e consegnando il delinquente agli Inquisitori[138].

I principi mal tolleravano queste restrizioni alla loro autorità, e che si avessero giudizj non solo, ma armi indipendenti dall'unità di governo che andavano introducendo. Di qui una concatenazione di litigi, che l'età nostra compassiona, ma che in fondo erano le quistioni costituzionali d'allora, dove la libertà compariva sotto le cappe pretesche, come ora in abito di avvocato e di senatore. Anticamente essa libertà non era conosciuta che in forma di privilegi, e questi erano tanti, così varj, così gelosamente protetti dalle corporazioni o dall'energia personale, che costituivano un insieme robusto e bastevole di pubbliche garanzie. La Chiesa era stata la prima ad acquistar e assicurare la sua libertà, e sovente offrì un asilo alle pubbliche o individuali, che mancavano di sicurezza. Quando la monarchia assoluta le assorbì tutte, molti popoli credettero che le immunità della Chiesa, più o meno rispettate, fossero un compenso più o meno sufficiente di quanto i principi aveano tolto, e zelarono le immunità ecclesiastiche.

Taglieggiata da principi, la politica romana parve si voltasse a favorire di preferenza i popoli, perchè ragionava de' loro diritti, e ponea qualcosa di sopra all'onnipotenza dello Stato e dei re. Chi seguì le nostre disquisizioni ha potuto vedere come ella avesse sempre prediletto i governi elettivi, il suffragio popolare, la preminenza dei migliori; sempre all'assolutezza regia opposte la legge di Dio, cioè la giustizia eterna. Sottentrati i secoli princicipeschi, il diritto nuovo vi surrogava i dominj ereditarj, la onnipotenza parlamentare, cioè la supremazia del numero e della forza; e scassinata l'autorità divina, si dovette cercare nuovi fondamenti alle obbligazioni dei privati e delle nazioni.

Fra i pensatori italiani che si staccarono dalla Chiesa già altrove mentovammo Alberico Gentile. Fondator della dottrina del diritto pubblico, separava questo dalla religione, volendo che le differenze di fede e di culto nulla ingerissero sulle relazioni di Stato e sulle ambascerie. Però ne' pubblicisti d'allora sentesi la riazione cattolica sebben sieno protestanti, non ostentando più le sguaiate immoralità di Guicciardini e Machiavello, l'indifferenza tra il bene ed il male, la venerazione per la riuscita qualunque ne siano i mezzi. Molti de' nostri corsero quei campi, senza lasciarvi orme insigni. Scipione Ammirato difende la Corte di Roma, e nega che da essa venga lo sbranamento d'Italia, il quale del resto egli preferisce a una «mal costante e peggio impiastrata unione», la qual non potrebbe ottenersi senza la ruina del paese. Paolo Paruta, adoratore della libertà della sua Venezia, ritrasse la guerra di questa coi Turchi, che è l'epopea della riscossa cattolica, della quale quanto egli stesso risentisse appare nel Soliloquio sopra la propria vita. Giovanni Botero piemontese, segretario di san Carlo e di Federico Borromeo, nella Ragione di Stato, una teorica intera della economia dello Stato fonda sul Vangelo, vale a dire sulla giustizia e l'umanità, in perfetta opposizione al Machiavello, che combatte sempre e non nomina mai[139]. Messo che lo Stato sia «dominio fermo sopra i popoli», giustifica troppo i mezzi di conservarlo; approva la strage del san Bartolomeo, mentre sgradisce la cacciata dei Mori di Spagna, e loda la Francia d'aver concesso libertà di culto ai Protestanti. Da orgoglio e potenza derivano i vizj del clero, che altra autorità non dovrebbe avere se non quella venutagli dalla moderazione e dal disinteresse. Nella Regia Sapientia ammanisce precetti alla condotta dei re, traendoli da passi scritturali, donde forse tolse esempio d'ispirazione Bossuet alla sua Politica tratta dalla santa scrittura.

Ma i liberali protestanti non giungevano che alla negazione, resistendo al despotismo in nome del diritto non del dovere, o zelando quel criticismo inesperto, che vede le piaghe, non la difficoltà del rimedio, e che distruggendo il rispetto, incita alla disobbedienza. Essi tacciavano i Cattolici di legittimare la resistenza agli arbitrj; di voler che anche la Chiesa partecipasse al potere, anzichè concentrarlo tutto ne' principi; di supporre qualcosa di superiore e anteriore ai patti sociali, là dove essi non deducevano le obbligazioni se non dalle leggi; d'insegnare con san Tommaso che l'obbedienza ai re è subordinata all'obbedienza dovuta alla giustizia.

I teologi nostri sostenevano che la papale sovrasta alla prerogativa politica, perchè di diritto divino[140]. Se rispondeasi dover essere divino anche il diritto dei principi, altrimenti qual ne sarebbe il fondamento? essi non esitavano a rispondere, il popolo, sancendo così la sovranità di questo, cioè il diritto che Dio conferì alle società di provedere al proprio governo qualora ne manchino; non però di violare diritti acquistati, nè di sostituire il capriccio della folla alle legittime istituzioni.

Personificazione di tali idee fu Roberto Bellarmino gesuita da Montepulciano (1542-1621). Secondo lui, la podestà civile deriva da Dio; prescindendo dalle forme particolari di monarchia, aristocrazia o democrazia, fondasi sulla natura umana, e non essendo insita ad alcun uomo in particolare, appartiene all'intera società. La società non può esercitarla da se medesima, onde è tenuta trasferirla in alcuno od alcuni, e dal consenso della moltitudine dipende il costituirsi un re o consoli o altri magistrati, come il diritto il cambiarli[141].

Fine diretto e immediato della Chiesa è l'ordine spirituale, del principe il temporale. Se il principe trascende a danno delle anime, la Chiesa dee richiamarlo, e lo può anche esautorare.

La supremazia papale è sottratta da qualsiasi giudizio; essendo il papa anima della società, di cui non è che corpo la potestà temporale[142]. Però negli affari civili non deve egli maneggiarsi, salvo ne' paesi suoi vassalli; anzi è lecito resistergli qualora turbi lo Stato, e impedire che sia obbedito. Deporre i re non può ad arbitrio, se pur non sieno suoi vassalli; ben può mutarne il regno ad altri, ove lo esiga la salute delle anime, e qualora egli pronunzii, una nazione deve cessare d'obbedirgli[143].

Questo sistema giuridico insieme e storico è quel che noi esponemmo dominare ne' tempi ove professavasi regnante Cristo. Alla monarchia pura antepone il Bellarmino quella temperata dall'aristocrazia; e se pur dice che il papa può l'ingiustizia render giustizia, convien ricordarsi che Hobbes attribuiva lo stesso diritto ai re[144].

La sua opera spiacque grandemente a Napoli e a Parigi; neppure gradì a Roma, e Sisto V la pose all'Indice, ma contro il voto della Congregazione, sicchè ben tosto ne fu depennata; e ad attestarne il merito basterebbe sapere che ben ventidue opere uscirono a confutarlo[145], anzi si eressero cattedre a posta per ciò.

Nel 1585 comparve un Avviso piacevole dato alla bella Italia da un giovane nobile francese. Secondo il De Thou è opera di Francesco Peratto, calvinista, che vi costipa quanto di peggio dissero contro del papa i classici nostri, poi altri, e sostiene ch'esso è l'anticristo, e che il ben d'Italia vorrebbe fosse sterminato. Vi rispose il Bellarmino coll'Appendix ad libros de summo pontifice, quæ continet responsionem ad librum quendam anonymum, e vi sostiene che la bellezza d'Italia «in ciò consiste, che non è contaminata da veruna macchia d'eresia nè di scisma».

Eppure com'egli sentisse la necessità di riguardi e transazioni il mostrano certe istruzioni che dirigeva ad un nipote vescovo, tra il resto dicendogli: «Viviamo in un tempo dov'è difficilissimo tutelare le libertà ecclesiastiche senza incorrere nell'indignazione dei poteri secolari. D'altro lato, se noi siamo timidi o negligenti, offendiamo Dio stesso e il glorioso suo vicario. Bisogna col nostro modo di operare mostrar ai principi e ai loro ministri che non cerchiamo occasioni di cozzare con essi, ma che il solo timor di Dio e l'amore del suo nome ci determinano a difendere le libertà della Chiesa. L'esserci avvolti in un combattimento legittimo non ci tolga d'apprezzare la benevolenza de' principi del secolo».

Il Bellarmino, già predicatore cercatissimo a ventidue anni, da san Francesco Borgia spedito all'Università di Lovanio per opporsi all'eresia serpeggiante, vi fu consacrato sacerdote; combattè Bajo che deviava in punto alla Grazia, e continuò a predicare e istruire finchè per titolo di salute si restituì a Roma. Nelle Dispute delle controversie della fede espone prima l'eresia, poi la dottrina della Chiesa e i sentimenti de' teologi, rinfiancandoli non con argomentazioni, ma con testi della Scrittura, dei Padri, de' Concilj e colla pratica; infine confuta gli avversi. Modello d'ordine, di precisione, di chiarezza, scevro dalle aridità e dal formalismo di scuola, se sbaglia talvolta sul conto degli scrittori ecclesiastici, non ancora passati al vaglio d'una critica severa, sa arditamente ripudiare scritti apocrifi; non inveisce contro gli avversarj, ma appoggiato all'autorità di teologi, li ribatte con chiara e precisa verità; e Mosheim, uno dei più accanniti campioni dell'eterodossia, pretende che «il candore e la buona fede di lui lo esposero a' rimbrotti de' teologi cattolici, perchè ebbe cura di raccogliere le prove e le objezioni degli avversarj, e per lo più esporle fedelmente in tutta la loro forza».

Uno de' tanti libelli usciti contro di lui narrava come, straziato dai rimorsi, fossesi condotto alla santa casa di Loreto a confessare sue colpe: ma uditene alcune, il penitenziere lo cacciò come irreparabilmente dannato, sicchè cadde per terra, e fra orribili scontorcimenti perì. Ciò stampavasi mentr'egli viveva in umiltà laboriosa; ammirato per disinteresse e umiltà, in tutt'Europa volava il suo nome e traducevasi il suo catechismo; un Tedesco venne apposta a Roma, con un notajo attese presso la casa dove il Bellarmino abitava finchè questi uscisse, fece rogar atto d'averlo veduto, e di ciò glorioso tornò in patria: il papa lo creava cardinale quia ei non habet parem Ecclesia Dei quoad doctrinam. E morendo santamente, professava non solo tener tutta la fede cattolica, ma nel punto controverso della Grazia pensare come i Gesuiti[146].

Anche l'altro gesuita Santarelli insegnava poter il papa infliggere al re pene temporali, e per giuste cagioni sciogliere i sudditi dalla fedeltà. Invano i suoi confratelli ritirarono tosto quell'opera; il parlamento di Parigi e la Sorbona, cui era stata denunziata, la condannarono ed arsero, obbligando i Gesuiti a far adesione a tale condanna, e dichiarare l'indipendenza dei principi[147].

Per queste opinioni i Gesuiti furono dichiarati nemici ai re, apostoli della democrazia, predicatori del tirannicidio, insomma precursori dell'odierno liberalismo; il quale poi alla sua volta dovea sentenziarli dispotici, oppressori del pensiero, alleati de' tiranni; e allora e adesso senza esame o senza lealtà. Nè dobbiamo tacere come Clemente VIII, in un'istruzione sull'Indice, raccomanda «si abolisca ciò che, dietro alle sentenze, ai costumi, agli esempj gentileschi, favorisce la polizia tirannica, e ne induce una ragion di Stato avversa alla cristiana legge». Ecco da qual lato stesse il sentimento più umano.

Eppure corre opinione che la Riforma partorisse la libertà, e che la Chiesa nostra la esecrasse. Il vero è che, divisa da quel punto l'Europa in cattolica e protestante, cessò la comune azione civilizzatrice, e bisognò congegnare un equilibrio, che d'allora divenne la legge politica. Ridotta impotente alle più elevate attribuzioni sociali, e ristretta ognor più alla vita individuale e al bisogno di conservarsi, la Chiesa alleossi coi re, declinando dalla propensione popolare che l'avea controdistinta nel medioevo; la tirannide uffiziale, che essa avea sempre riprovata, ma che allora veniva introdotta dai principi protestanti, si comunicò pure ai cattolici; e il clero, che non poteva impedirla, pensò tornasse opportuna a frenare i dissensi baldanzosi: mentre i principi, sentendosi minacciati dalla libertà del pensiero, fecero sinonimi eretico e ribelle, e insieme li perseguitarono. Di rimpatto i fautori della Riforma e d'una libertà sfrenata e persecutrice, vedendo la Chiesa cattolica porsi dal lato della resistenza e dei regni assoluti, contro le sorgenti franchigie politiche, la denunziavano come sostegno del despotismo, inducendo quella confusione di cose umane e divine, che il secol nostro si compiace di rinnovare a sterminio della vera libertà.

Mentre dunque dapprima il delitto confondeasi col peccato, il fôro secolare stava a servigio dell'ecclesiastico, alla Chiesa affluivano tributi, tasse, diritti, or tutto cambiava. I papi, spoveriti di mezzi[148], scaduti d'autorità, trovaronsi ben presto soccombenti davanti all'assolutismo organizzato e armato, dovettero rassegnarsi a molte concessioni per salvar l'essenziale, e lasciar che i principi acquistassero passo a passo le attribuzioni ecclesiastiche, che i Protestanti aveano carpite. La sanzione di tali acquisti viene espressa ne' Concordati, che sono il preciso opposto della formola assurda e micidiale, or proclamata da certuni, la separazione della Chiesa dallo Stato. La Chiesa cattolica possiede la verità tutta, la verità pura, e con essa i principj puri della giustizia e della prudenza, talchè anche nell'ordine temporale è la più opportuna alla felicità. Ma se il dominio suo è desiderabile, non sempre è possibile: mentre è necessario v'abbia una potenza spirituale, sicura, indipendente, che eserciti diritti proprj e costanti, conferitile dal divino suo fondatore. Essa riconosce a se sola l'autorità di definire, corregger gli abusi, modificare, riformare la disciplina esteriore, in quanto non si opponga ai dogmi e al gius divino. Perciò, secondando i tempi, più volte consentì privilegi, indulti, dispense, grazie, esenzioni. Finchè concernevano piuttosto il favore concesso che non il vantaggio generale della Chiesa, ebbero la forma ordinaria; ma dacchè trattossi di assicurar l'esercizio dei diritti della religione, e modificavano talune discipline per un'intera nazione, sicchè acquistavano effetto di legge obbligatoria, vestirono forma più solenne, e chiamaronsi Concordati.

Furono sempre promossi dai principi per materie su cui non si estendono le loro facoltà, prendendo l'aspetto di domanda, anzichè d'esigenza; e la santa sede li sanzionò per gravi motivi, quali il libero esercizio della religione cattolica o della giurisdizione episcopale; la libera comunicazione dei fedeli col papa; l'uso dei beni; l'osservanza della disciplina ecclesiastica; la nomina de' vescovi, attribuita ai capitoli o ai principi; la cognizione delle cause ecclesiastiche e l'appello alla santa sede; l'incolumità della fede e dei costumi de' Cattolici viventi fra eterodossi, o simili intenti.

Roma li considerò come liberalità de' pontefici e dovere de' principi: questi riconoscendo l'indipendenza dell'autorità ecclesiastica, quelli dando concessioni per quiete delle coscienze. Non sarebbero patti bilaterali, giacchè la Chiesa riservasi il diritto di interpretare, modificare, abrogare: pure seguono la natura degli altri contratti quanto alla durata e alla soluzione.

Ma oggi, che la Riforma s'è innestata sulla ragion di Stato, una politica, sterminatrice d'ogni personalità giuridica, cassa arbitrariamente gli accordi colla Chiesa, e la vuole segregata affatto dallo Stato, protetta coll'ignorarla, in effetto perseguitata, spoglia della proprietà, dell'associazione, dell'insegnamento, e ridotta alle serene contemplazioni e a giaculatorie. Questa eresia sociale nel linguaggio nuovo adombrasi col nome di Chiesa libera, e serve alle volubili opinioni delle maggioranze politiche: anzichè accettare qual è naturalmente il dualismo umano di anima e corpo, per cui la società, attraverso alle cose mortali, pellegrina verso le eterne.