ei solo il re può dare al regno

E 'l regno al re, domi i tiranni e i mostri,

E placargli del cielo il grave sdegno.

148. Il cardinale Sforza Pallavicini volea che la Corte di Roma fosse ricchissima, affine di provvedere non solo allo spirito, ma anche alle utilità secondo la carne, essendo «quell'anima che tiene in unità tanti regni, e costituisce un corpo politico il più formidabile, il più virtuoso, il più letterato, il più felice che sia in terra». Perciò richiede «torrenti di pecunia», e viver pomposo di cardinali, e proporzionato ne' vescovi; e che a Roma concorrano a servizio uomini d'ogni natura, e quei che vivono solo dello spirito, e quei che per soprapiù desiderano i beni mondani, e quei che tali beni antepongono a quelli dell'anima.

149. Campo dicesi a Venezia quel che altrove piazza o largo.

150. Terrazzino.

151. Diarj manuscritti, T. XXIX, pag. 126 e 482.

152. Luthebi, Op. compl. edit. Walch. XXI, pag. 1092.

153. Ecco la parte, quale sta nella biblioteca di Brera a Milano, fra avanzi di carte tolte a Venezia nelle depredazioni del regno d'Italia.

«E' stà sempre instituto del religiosissimo Stato nostro insectar li heretici et estirpar così detestando crimine, sicome nella Promission del ser. Principe et capitolar di Conseglieri nei primi capituli si legge, dal che sine dubio è processa la protetione che sempre il Sig. Dio ha havuta della Repubblica nostra, come per infinite esperientie di tempo in tempo si è veduto, onde essendo in questa materia dei strigoni et heretici da proceder con gran maturità, però.

«L'anderà parte, che chiamando nel Collegio nostro il reverendissimo legato, intervenendo i Capi di questo Consiglio, gli sia per il Serenissimo Principe nostro, con quelle gravi et accomodate parole pareranno alla sapientia de sua Serenità, dechiarato quanto l'importi che questa materia sia con maturità et giustitia trattata et terminata in forma, che, giusta l'intention et desiderio nostro, tutto passi giuridicamente et con satisfation dell'honor del Signor Dio et della fede cattolica. Et però ne par debbino esser deputati a questa inquisitione uno o doi Reverendissimi Episcopi, insieme con un venerandissimo inquisitor, i quali tutti siano di dottrina, bontà et integrità prestanti ac omni exceptioni maiores, acciò non s'incorri nelli errori vien detto esser seguiti fin questo giorno: et unitamente con doi eccellentissimi dottori di Bressa habbino a formar legitime i processi contra detti strigoni et heretici. Formati veramente i processi, citra tamen torturam, siano portati a Bressa, dove per i predetti, colla presentia et intervento di ambi li Rettori nostri et colla corte del podestà et quattro altri dottori di Bressa della qualità sopra deta, sieno letti essi processi fatti, con aldir etiam i rei et intender se i ratificheranno li loro ditti se i vorranno dir altro: nec non far nove esaminationi et repetitioni et etiam torturar, se così giudicheranno espediente. Le quali cose fatte con ogni diligentia et circonspetione, si procedi poi alla sententia per quelli a chi l'appartien, giusta il Consiglio delli sopra nominati, all'esecution della qual, servatis omnibus praemissis et non aliter, sia dato il brachio seculare. Et questo anche si ha a servar nelli processi formati per avanti, nonostante che le sententie fossero sta fatte sopra di quelli. Praeterea sì efficacemente parlato con ditto Reverendissimo legato et datoli cargo che circa le spese da esser fatte per l'inquisitione, el facci tal limitation che sia conveniente et senza estorsion o manzarie, come si dice esser sta fatte fino al presente, sed imprimis si trovi alcun espediente che l'appetito del denaro non sia causa di far condannar o vergognar alcuno, senza over con minima colpa, sicome vien dimostrato fin hora in molti esser seguito. Et dee cader in consideratione che quelli poveri di Valcamonica sono gente semplice et di pochissimo ingegno, et che hariano non minor bisogno di predicatori con prudenti instrutioni della fede catholica, che di persecutori con severe animadversioni, essendo un tanto numero di anime quante si ritrovano in quelli monti et vallade. Demum sia suaso il Reverendissimo legato alla deputation di alcune persone idonee, quali habbino a riveder et investigar le mancanzie et altre cose malfatte, sindicare et castigar quelli che havessero perpetrati di mancamenti che si divulgano con mormoratione; universale et questo sia fatto de presenti senza interposizion di tempo per bon esempio di tutti. Et ex nunc captum sit che, da poi fatto la presente essecutione con il Reverendissimo legato, si venga a questo Consiglio per deliberar quanto si haverà a scriver alli Rettori nostri de Bressa et altrove, sicome sarà giudicato necessario, et sia etiam preso che tutte le pignoration ordinate et fatte da poi la suspension presa a 12 dicembre pross. praet. in questo Consiglio, siano irrite et nulle, ne haver debbano alcuna essecutione».

154. Monumenta Vaticana, XCII e XCVIII. In quel tempo v'era famoso predicatore frà Zaccaria da Luni, che nel 1534 ottenne dal senato l'isola di San Secondo, ove molti concorsero sotto la regola di san Domenico. Vedi Codagli, Hist. dell'isola e monastero di San Secondo. Questo frà Zaccaria scrisse una Defensio qua tuetur H. Savonarolam, sociosque ab hæresi immunes esse; manuscritto già nel convento di San Marco di Firenze.

155. Epistolæ, col. 150 e 154, ediz. di Londra.

156. Vedi Lettere d'uomini illustri conservate in Roma. Parma 1853, p. 181.

157. Secondo Lebret, Staatsgescichte von Venedig II, parte II, pag. 1168.

158. Melanchtonis epist., T. I, pag. 100, e vedi Allwoerden, Hist. M. Serveti, p. 34.

159. Pier Filippo Pandolfini, residente di Toscana a Venezia, ai 17 giugno 1546 scrive d'aver raccomandato al senato M. Francesco Strozzi, e n'ebbe in risposta dal principe che quei signori erano certificati esser lui innocente, e falsamente imputato d'eresia. E in altra del 23 luglio, che lo Strozzi avea detto villanie al legato e minaccie, e con ciò ritardato la decisione. Più tardi annunzia che fu liberato. Lo stesso scrive, ai 7 maggio 1547, che i Signori hanno creato tre uomini dei primi della città, che insieme col nunzio procedano contro a' Luterani. Arch. Dipl. di Firenze.

160. Lettera di Valerio Amanio, 30 maggio; ibid.

161. Cioè di Padova, Brescia, Cividal di Belluno, Vicenza, Bergamo, Feltre, Verona, Treviso, Udine, Chioggia, Adria, Capodistria.

162. Giudizio sopra le lettere di XIII uomini illustri.

163. Manuscritto nella libreria di Zurigo.

164. Il Romanin, nel vol. V, pag. 328 della sua Storia di Venezia, rimprovera me dell'aver detto che Venezia fu severa e fino atroce nel punire gli eretici. Parli il fatto. Il Romanin era ebreo, e non poteva intender bene l'organamento cristiano, troppo poco conosciuto anche da' nostri. Egli dunque, a mostrare la mitezza del Governo veneto, cita i molti riguardi usati agli Ebrei. Che ci ha a fare? gli Ebrei non cadeano sotto la giurisdizione dell'Inquisizione o della Chiesa cattolica (lo dicemmo) se non in quanto tentassero fare proseliti.

165. Questo dispaccio dell'ambasciatore Matteo Dandolo, da Roma, 15 giugno 1550, trovasi nella Biblioteca di Brera.

«Excellentissimi Domini. Lunedì poco dopo vespero, venne a me il reverendo Mignanello, già legato de lì, che è quello che, fuor che di cose di Stato, fa per la santità sua più che alcun altro, e mi disse, che ella me lo avea mandato per farmi intendere che quella mattina in concistoro quattro reverendissimi cardinali de' più vecchi e più gravi gli erano andati alla sedia a far grave querimonia de Luterani, che si trovano per il stato dell'Ecc. vostra, e della poca cura che se gli mette, proponendogli et eccitandola a volerne far lei qualche gagliarda provisione con mandargli un legato a posta per questo, o tutto quello, che gli parrà, per non lasciare andare più innanti in simili luoghi sì propinqui, tanta peste; che lei gli avea promesso e la buona diligenzia di quell'eccellentissimo domino, et ogni provisione necessaria o conveniente, ma che me lo avea voluto mandare a far intendere per lui, pregandomi a scriverne in calda forma, offerendogli l'opera sua, e di mandargli Legato o Prelato a posta, e qual altra cosa se gli saprà dimandare; ricordandogli, per il grande amore che porta a quel Stato, oltra il debito suo servizio al Signor Dio, quanto che gli può nuocere indubitatamente del particolare e temporale, et a non volersi fidare in questo de' suoi cittadini delle sue terre, perchè si può ben dubitare che l'Ecc. vostre non siano amate da tutti. Io per risposta gli dissi di quelle cose che altre fiate a Sua Santità ho detto, e di quel dignissimo Magistrato contro Luterani, e di quanto se gli opera con l'assistenzia de' suoi legali et auditori di essi; che sua signoria che gli è stata, ben lo potea giustificare: che di Venezia io ne ero quasi sicuro, ma di altri luoghi di quel Stato non sapevo altro, salvo che mi pareva di poter prometter, che da quell'amplissimo Magistrato non se gli manchi, nè se gli sia per mancare, sì che non potrà essere bisogno nè di Legato, nè di altro prelato; che l'Ecc. vostre non mancheranno del debito e solito loro verso il Signor Dio e cose sue, ma che io non mancherei di scriverglielo per il primo corriero; del che, se ben me ne avea fatta pressa, mostrò di contentarsi che io non glielo avessi ad espedire altrimenti a posta. Da buona via poi ho inteso, buona parte causa di questo essere stato alcuni frati inquisitori, che qui riferiscono cose grandi di Bressa, e forse anco maggiori di Bergamo; tra le quali di alcuni artesani, che vanno la festa per le ville, e montano sopra i alberi a predicar la setta luterana a popoli e contadini, e dicono esserne un processo da Bergamo già più di un anno mandato all'Ecc. vostra giustificatissimo contra simili, i quali non ne sentendo alcuna contraddizione, non che castigo, si sono invaliditi, e vanno continuando al peggio che ponno..... Nel fine mi disse, che quasi si era scordato di parlarmi di cosa molto importante. E mi entrò in questa, ma con gran dolcezza e dimostrazione di amorevolezza, con dire che gli convenia ben quest'ufficio per l'amor di Dio, ma lo facea anco per amor di quel Stato, pregandolo a voler avvertire in ogni modo, perchè gli ne potrebbe andar assai, e che quando gli vorrebbe provveder poi non potrebbe. Allegando l'Imperatore, che con un segno di croce nel principio si sarebbe potuto provvedere, e con non se ne aver curato, si può dire ne sii venuto a perder l'imperio, ch'el non sa che fare, nè che dire lì ove si attrova, nè come partirsi; che è pur più grande Stato assai quello che gli ubedia, che non è quello dell'Ecc. vostra replicandomi dirlo con non manco amore verso di quelle, che del suo debito verso il Signor Dio. Devenendo ai particolari massime di Bergamo e poi di Bressa, che di essa sa esser noto a quelle. E poi disse anco di Padoa, che quasi non ne può aver pazienzia, che in quel studio, ove sono tanti scolari teneri e nobili, si possono fornire di questa detestanda dottrina; della qual Padova io gli dissi, per haverne molta pratica come privato e in Reggimento che gli son stato, non ne aveva mai sentito parola. Mi disse, Non la trovareste così ora; so ben quel ch'io mi dico, ma per il vero di quel studio qui per molti è diffamato di tal setta un dottor piemontese, conduttovi già non molto tempo a uno de' primarj luoghi di legge. E lei continuando mi disse: Offerite a quei signori se gli paresse, che gli mandassamo o qualche prelato espresso per questo, o qual provisione che vogliano, che non ci sparagnino in quel che potemo, che noi non se gli sparagnaremo punto. Pregateli per l'amor di Dio, in nome nostro, per l'amor di Dio e per l'amor di loro, che sapemo ciò che gli dicemo. E per non mancar di quel tanto che per ora potemo, facevo ritornar il vescovo di Verona, che a nostro servizio stava in Alemagna, a custodire quella terra, che non s'infetti anche essa tra tante tanto infette. — Io laudai la santità sua del paterno e debito affetto alla religione, e la ringraziai di quello che la dimostrava a quell'inclito Stato, replicandogli le cose sopra dette di quel dignissimo Magistrato, e della diligenzia che in quell'alma città si usa, e che io non credevo si mancasse di usarla anco in quelle altre città sue; nondimeno che io non mancherei di scriverglielo diligentemente come la mi commettea, promettendogli diligenzia tale dell'Ecc. vostra che non gli sarebbe bisogno di altro Prelato per questo; ma gli offrirei quelle paternali offerte che la gli facea; e così me ne pregò di novo».

166. Da carte 139 del vol. I, Parti et decisioni del Consiglio dei X e maggior consiglio, segnato n. LIX del catalogo presente. Altre leggi si hanno sullo stesso argomento, del 29 dicembre 1550, del 13 marzo 1555.

167. Cod. DCXCVII, classe VII ital. nella Marciana.

168. Dispaccio da Roma, Cod. MCCLXXIX della Marciana.

169. Archivio di Stato di Firenze, filza 4898.

170. Cod. CCCLXVII, Classe VII ital.

171. Cod. Urbin. 859, fol. 325.

172. Vedi il nostro vol. I, pag. 176. A Riva di Trento, nel 1560 fu stampato un compendio della logica d'Averroè; molte volte ristampato, rimase classico fra gli Israeliti fino a questi ultimi tempi.

173. Ecco il preambolo del suo Trattato sull'anima, giusta il manuscritto della Marciana, classe VI, n. 190.

Explicaturi libros Aristotelis de anima, quamvis illis auditoribus eos exponamus, quos a rectæ veritatis tramite, quem aperit christiana religio, deviaturos nec timendum est, nec potest credi, ob sanctas et religiosas institutiones in quibus vivunt, tamen, ob nostrum legendi munus non debemus sine præfatione hujusmodi contemplationem aggredi. Estote igitur admoniti nos in hac pertractatione vobis non dicturos quid sentiendum sit de anima humana, illud enim sanctius me, et vere præscriptum est in sancta Romana Ecclesia: sed solum dicturum quod dixerit Aristotelis. Per sapientiam enim certe insipientiam assequeremur, si magis Aristoteli quam sanctis viris credere vellemus. Aristoteles enim unus est homo, et dicit Scriptura, Omnis homo mendax, Deus veritas; quare veritatem ex Deo ipso et ex sanctis hominibus, qui ex Deo locuti sunt, accipere debemus, atque illam semper et constanter anteponere omnibus aliorum sententiis, quamvis viri qui illas protulerint sint apud mundum in existimatione. Rationes omnes quibus Aristoteles, de anima loquens, videtur esse veritati contrarius solvunt præcipue theologi, ex quibus S. Thomas et alii ipso recentiores. Quare quotiescumque continget ut aliquid dicatur minus consonum veritati, habebitis apud istos quid sit respondendum, et ego illud opportune memorabo, quandoquidem in his libris hanc sum expositionem scripturus, ut nihil dissimulem eorum quæ ab Aristotele dicuntur, et dictorum fundamenta, prout ex ingenio potero, aperiam; quandocumque tamen aliquid accidet, quod a veritate christiana sit remotum, illud admonebo, et quomodo allata fundamenta sint removenda declarabo. Scitote tamen quod non sunt multa in quibus Aristoteles dissentiit a veritate, et illa non sunt ita demonstrata, ut non possint habere demostrationum resolutionem. Hic igitur est modus nostræ expositionis, quam non aliter facere debemus ex sacrorum canonum decreto.

174. Sta nella biblioteca di Monte Cassino, n. 483.

175. Selectarum disputationum theologic., vol. I, p. 206.

176. Elogi d'uomini letterati, T. II, p. 124.

177. Vives, De veritate fidei, lib. II, pag. 264.

178. Bullarium Romanum.

179. Defensione al serenissimo doge Donato. «Un certo Muzio, la cui professione è dettar cartelli e condurre gli uomini ad ammazzarsi negli steccati, è fatto teologo papesco in tre giorni, e di più bargello de' papisti. E se ne domandi il signor castellano di Milano se è vero che colui avesse preso la corte e la sbirreria, e fosse andato cum fustibus et gladiis per prender quel buon servo di Cristo M. Celso Martinengo, e darlo in man degli Scribi e Farisei». Negli archivj di Ginevra è notato: «Il conte Celso Massimiliano Martinengo di Brescia arrivò in questa città nel mese di marzo 1552, e poco dopo fu stabilito ministro della Chiesa».

180. Filippo Gallizio scrive al Bullinger da Coira, l'ultimo di febbrajo 1552.

«Celso Martinenghi, passando di qua, mi sostenne che non si può colle scritture canoniche provare la parola di trinità e di persone; e che noi non dobbiamo usar voci non usate da' Padri: che la verginità di Maria dopo il primo parto non ci è accertata dalle Scritture: che il battistero deve escludersi dal tempio... Comander si meraviglia che cosa vogliano: io credo rechino in petto cose che poi oseranno versar fuori..... Dall'Italia s'ode esservi chi non teme dire che Cristo nacque dal seme di Giuseppe, e quel che Matteo e Luca narrano della concezione di Cristo per opera dello Spirito Santo, non è altrimenti appoggiato al vangelo. Quelle teste ambiziose non possono requiare».

E il Comander al Bullinger, 5 aprile 1552: «L'Italia è sbranata dagli Anabatisti, ed anche la nostra Valtellina. Il Martinengo, infetto di questa macchia andò in Inghilterra: mettansi in avvertenza i buoni contro costoro».

181. Il Morone, interrogato se conoscesse il Soranso, rispose: «Quest'uomo veniva qualche volta da me, e mostrava di esser riformato, e sempre mi parlava delle cose di Cristo. Ed una volta essendo lui stato chiamato a Roma, mi disse ch'era stato accusato in molti articoli, e lo trovai che voleva cavalcare a spasso fuor di Roma, e cominciò a parlare del matrimonio de' sacerdoti, e contendeva che questo si poteva fare, e che il cardinale Sfondrato avea tollerato un prete che avea moglie. Io non potea patir questa impudenza di parlare, e gli diceva che non era vero, e cercava con molte ragioni persuadergli il contrario».

182. Hieronimi Zanchii Responsio ad Jo. Sturmium. Nel tom. VIII delle Oper. Theol., col. 835.

183. Melchior Adam, Vitæ Theol. exter., p. 151. Vedi il nostro VOL. II, pag. 206.

184. Non nei Benedettini, come dice il Carrara nel Nuovo Dizionario istorico, pubblicato in Bassano nel 1796. Oltre quest'esteso articolo, del Negri parlò il Verci nelle Notizie degli scrittori bassanesi. Li contraddisse il grigione Domenico Rosio de Porta, ministro riformato a Soglio nel 1794, dirigendosi al delegato don Fedele di Vertemate Franchi; poi più diligentemente Giambattista Roberti, Notizie storico-critiche della vita e delle opere di Francesco Negri, Bassano 1839. È errore del Quadrio il farlo di Lovere.

185. Abbiamo desiderato notizie delle persone nominate in questa lettera; ma solo potemmo raccogliere dal sullodato signor Baseggio che il Fornasiero era agostiniano e bassanese, come anche il Testa; fuggirono di patria, nè più se ne seppe; nè si potè raccapezzare la corrispondenza ch'essi tenevano collo Spiera.

186. Il Vergerio ne fece la prefazione e alcune note nell'edizione del 1550, nella quale leggesi il nome di F. Negri. Se n'ha una traduzione francese anonima del 1559 colla data di Villafranca, cioè Ginevra, e una in latino dell'anno e luogo stesso.

187.

Esse diu mentitus erat se Papa per orbem

Semideumque virum, semivirumque Deum.

At vere hunc, retegente Deo, nunc esse videmus

Semisatanque virum, semivirumque Satan.

Atto III, sc. 4.

188. Altri fecero composizioni teatrali intorno alle controversie religiose. Nominatamente Tommaso Kirchmaier (Maogeorgus) di Staubing in Baviera compose Incendia, sive Pyrgopolinices tragædia, nefanda quorumdam papistarum facinora exponens (Wirtenberg 1538): Mercator, seu judicium, in qua (tragædia) in conspectu ponuntur apostolica et papistica doctrina, quantum utraque in conscientiæ certamine valeat et efficiat, et quis utriusque futurus sit exitus, 1539.

Abbiamo anche una «Commedia piacevole della vera, antica, romana, cattolica ed apostolica Chiesa, nella quale dagli interlocutori vengono disputate e spedite tutte le controversie fra i Cattolici romani, Luterani, Zuingliani, Calvinisti, Anabattisti, Svenfeldiani ed altri». Romanopoli 1537.

Si hanno tre medaglie coniate al Negri, e queste opere:

Rhætia, sive de situ et moribus Rhætorum.

De Fanini faventini ac Dominici bassanensis morte, qui nuper ob Christum in Italia romani pontificis jussu impie occisi sunt, brevis historia. Chiavenna 1550.

Historia Francisci Spieræ civitatulani qui, quod susceptam semel evangelicæ veritatis professionem abnegasset, in horrendam incidit desperationem. Tubinga 1555 (probabilmente tradotta dall'italiano del Vergerio).

189. Lubienecius, nella Hist. reform. polonicæ, 1685, riferisce che nel 1546 si teneano congreghe a Vicenza: che un abate Bucalo fuggì di colà a Tessalonica con quaranta compagni: Giulio Trevisano, Francesco da Ruego, Jacobo da Chiari furono presi: quest'ultimo morì, gli altri furono strangolati a Venezia. L'abate morì a Damasco, e i suoi compagni si sparsero nell'Elvezia, in Moravia ecc.

190. Quest'onorevole amico ci ha pur comunicato un atto del notaro Bartolomeo Buzato del 29 novembre 1300, con cui il Sant'Uffizio di Vicenza vende a Manfredino quondam Zuanetto alcune case confiscate a Negro Misini: l'ordine dato il 20 ottobre 1227 ai frati di quella provincia di predicar contro i Patarini, giusta la bolla di Gregorio IX; un atto notarile del 4 dicembre 1281 con cui il vicario del vescovo di Vicenza condanna l'usurajo Sclate; e una del 9 febbrajo 1292, con cui l'inquisitore frà Bonagiunta di Mantova condanna Bartolomeo Spezzabraghe di Sandrigo a pagare 200 lire veronesi al Sant'Uffizio per bestemmie proferite contro il corpo di Cristo.

191. Eusebius captivus, sive modus procedendi in curia romana contra Lutheranos; in quo est epitome præcipuorum capitum doctrinæ christianæ et refutatio pontificiæ sinagogæ; una cum historiis de vitiis aliquot pontificum, quæ ad negotium religionis scitu utiles sunt ac necessariæ. Basilea 1535 e 1597. Prende il nome di Hyeronimus Marius Vicentinus; e falsamente l'opera è attribuita al Curione. Vi è aggiunto un Modus solemnis et autenticus ad inquirendum et inveniendum, et convincendum Lutheranos, valde necessarium ad salutem sanctæ sedis apostolicæ et omnium ecclesiasticorum, anno 1519 compositus in M. Lutheri perditionem, et ejus sequacium: per V. M. S. Prieratus ecc. Quest'indicazione d'autore è una falsità.

192. Lirutti, Notizie del Friuli, vol. V fine.

193. Morelli, Storia di Gorizia, vol. I, pag. 295.

194. «Aloysius Mocenico, Dei gratia dux Venetiarum, nobili et sapienti viro Danieli Priolo, de suo mandato locumtenente Patriæ Fori Julii fideli dilecto salutem et dilectionis affectum.»

«Veduto quanto ne scrivete per le vostre dei XXI del presente e le scritture che in esse ci avete mandato in materia della richiesta fattavi dalli reverendi vicario del reverendissimo patriarca d'Aquileja, e dall'Inquisitore, perchè doveste intravenire alla espedizione di Zanetto Foresto di Brescia proclamato d'eresia, Vi dicemo con li capi del Consiglio nostro di Dieci che essendo, come è, che il tribunale del reverendissimo patriarca è solito tenersi in Udine, principal terra di questa Patria; nè essendo conveniente che esso tribunale si levi per andar a giudicar li rei ora in uno ed ora in un altro luogo, voi però debbiate intervenire all'espedizione del prefato reo; acciocchè, servatis servandis, sia spedito quanto prima, come parerà alla giustizia di esso tribunale.»

«Datum in nostro Ducali Palatio, die XXVI januarii. Ind. XV 1571 (Dal Lib. privil. civit. Utini; carte 137).

195. Monografie Friulane, 1847, pag. 18.

196. Lirutti, Vite de' letterati del Friuli, vol. IV, pag. 395 e 418.

197. Reverendissime Pater et Domine Clementissime.

Scribit D. Petrus, in priore sua canonica epistola, diabolum, leonis instar, circumire quaerereque quem devoret, unde monet idem Petrus ut ei, fortes in fide facti alacres intrepidique resistamus. Hanc Apostoli divinam sententiam veram esse, luculenter testantur divinae literae, quae tradunt diabolum ipsum suis fallaciis in ipso mundi exordio primis nostris parentibus insidias struxisse, imposuisse, et demum in extremum exitium una cum universa posteritate conjecisse. Hoc ejus vafrum et fallax ingenium adversus humanum genus semper exercuit, quo et Optimi Maximi Dei gloriam obscuraret, et homini, quoad fieri per ejus sedulitatem poterat, incommodaret. Modo excitavit tyrannos, qui corporibus, modo haereticos, qui bonorum et simplicium animis insidiarentur; nec unquam destitit quousque et Christum ipsum Dei Filium calumniis impiorum gravatum, agnum tamen innocentissimum in crucem egit. Cum autem Christus sibi Ecclesiam sanguine suo acquisivisset, et caput teterrimi illius serpentis contrivisset, non cessarunt parenti (?) frustra negotium Ecclesiae Domini adhuc facessere, eam omnibus scalis et machinis admotis diripere, diruere, ac solo aequare voluerunt; sed Dominus praesto semper fuit, et lupos, qui illam invadebant, procul fugavit. Inter alias autem pestes, quas mendacii pater diabolus in Ecclesiam Dei invexit, nulla fuit nocentior Martino Luthero apostata qui ante annos 40, Dei et propriae salutis oblitus, Ecclesiam Domini sponsam deserens, et aliam nescio quam imaginariam sibi fingens, novam doctrinam, nova dogmata, novosque ritus excogitavit, haecque omnia editis in lucem perniciosis libellis orbi christiano obtrusit. In quos et similes cum Dominicus Fortunatus Bellunensis theologus franciscanus, ante annos 30 incidisset, et, ut erat titulo magis quam re theologus, eorum lectione delectatus fuisset, evenit, ut post annos decem me quoque decemocto annorum adolescentem bonarum artium studiosum, e gymnasio bononiensi reducem, ad eorumdem librorum, quos mihi summopere commendabat, lectionem adhortatus fuerit. Ego vero, qui purus simplexque eram, et omnium liberalium artium, praesertim vero theologiae, cognoscendarum cupidus, purus, sic me induxi, ut non exignum hujusmodi librorum numerum emerem, quos per annos aliquod apud me servavi inspexi, legi, animo plane candido nec a sancta catholica Ecclesia vel tantillum alieno.

Accidit vero ut me Patavii strenuam operam literis navante, in patriam Bellunum charissimorum parentum revisendorum gratia revocarer: ubi cum Fortunatus animadvertisset me non contemnendos fecisse in literis progressus, veritus ne paucos post annos illum et dignitate et auctoritate superarem, rationem commodam excogitavit, qua me patria pellere, adeoque pessumdare quandocumque vellet posset. Itaque mihi reditum Patavium adornanti, suasit ut literas ad fratrem meum sacerdotem, Franciscum nomine, virum bonum et Dei timentem, quem ille superstitiosum et hypocritam esse dicebat Patavio darem, et librum insuper aliquem ejus farinae ei relinquerem. Ego imprudens nihil mali hic latere putans, librum, cui titulus erat Postilla Corvini, reliqui; et cum primum Patavium rediissem, epistolam satis quidem juveniliter et imprudenter scriptam ad eumdem fratrem meum dedi, qua illum ad ejus libri lectionem, prudenter tamen, et superstitionem et hypocrisim relinquendam adhortabar. Hanc epistolam Fortunatus proditorie intercepit, et per totos quinque annos suppressit: interim vero amicitiam arctissimam mecum simulavit, et quotannis conscientiam confessione sacramentaria expurgare, et singulis fere diebus divinissimum Salvatoris nostri sacramentum ut alter Judas intra sua viscera recipere non est veritus. Anno vero nostrae salutis supra millesimum et quingentesimum quinquagesimo primo, cum doctor theologiae creatus et guardianus mei conventus electus in patriam rediissem, et sancte ac inculpate vivere instituissem, ille per totos duos menses me ferre non potuit, quandoquidem ad suam tyrannidem et vitam omnino impuram connivere nolebam: iccirco epistolam ipsam in lucem prolatam, reverendissimo episcopo Bellunensi, qui tunc aderat, obtulit; meque, cum sibi duos alios nequam ordinis nostri sacerdotes adjunxisset, haereseos accusavit.

Episcopus judex, in re praeceps et parum aequus, inaudita parte, patrium solum vertere me jubet: minister provinciae guardianatu me privat, et Inquisitori ordinario sisti mandat. Ego male acceptus utrique pareo; libros, quos in agro Tarvisino suspectos habui, ad unum exuro; Venetias proficiscor; Inquisitorem accedo. Ille jubet me Tarvisium reverti, recipitque se revocaturum me esse Venetias post dies XV: expecto unum et alterum mensem; non parvos sumptus facio; et meis illic amicis gravis fio. Generalis quidem Jacobus Montifalchius per literas ministro mandat, ut me in tutum carcerem det, ibique diligenter ad suum usque reditum servet. Inquisitor me Venetias revocat, in carcerem conjecturus: amici consulunt, ne me Inquisitoris illius indocti, mali, et mihi infensi judicio credam, sed potius ut reverendissimum generalem accedam. Illis pareo, deque hoc toto negotio Inquisitorem admoneo, itineri me accingo, et Urbini generalem extinctum invenio. Romam recta propero; meque reverendissimo cardinali Maffeo, ordinis vice-protectori sisto: ille me amanter excipit, et me per literas diligentissime commendavit, ad reverendum Julium Magnanum vicarium generalem Bononiam mittit, is me indignissime acceptum quartana febre laborantem in tetrum carcerem conjicit, ibique totum mensem satis inhumaniter servat; post alterum fere mensem, facta per amicum quemdam meum 200 coronatorum fidejussione, Venetias se sequi jubet. Illic me sumptu meo viventem integrum mensem detinet; territat; deinde triremes, carceres perpetuos, ignes minatur; et tandem vi extorquet a me confessionem, quod circa articulos quosdam dubitaverim, quo apparentem aliquam causam condemnandi me habere videretur. Audet dicere facilius se mihi parsurum esse si hominem occidissem, quam quod scripserim eas literas: tentat subjicere me reverendissimi legati judicio, verum frustra. Discedit tandem, et me Inquisitoris illius nequam, cujus judicium detrectaveram, arbitrio linquit.

Inquisitor praedam nactus, quam dudum optaverat, carnificinam de me instruit, et in quoddam privatum cubiculum venire jussum, quo multos actus publici testes futuros vocaverat, formulam abjurationis nescio quam mihi in manus dat, jubetque ut dare legam. Ego cum prius illam utcumque legendo percurrissem, rei indignitate motus protestor, me non esse reum eorum quae Inquisitor de me concinnaverat, asseroque lecturum me quidem esse Formulam ut scripta erat, quo semel tandem e manibus hominis illius liberarer, quin majora, atrocioraque lecturum, si talia in ipsa Formula continerentur; non tamen fateri propterea me juste puniri, sed Deo oppressorum vindice in testem vocato, affirmo constanter, me injuste opprimi atque damnari. Ad haec Inquisitor nihil respondit, nisi ut jusserat formulam ipsam legerem. Legi itaque, qua lecta ille me absolvit; deinde sententiam quam contra me tulerat, promulgari mandavit. Illam ego cum audivissem injustam adeo atque iniquam, ad Sanctum Tridentinum Concilium appellare decreveram: sed et monitis et precibus reverendi magistri Camini Bellunensis patri mei, qui aderat, mitigatus supersedi. Dicebat enim Deum vindicaturum propediem injurias, quibus afficiebar; sumpturum supplicium de proditoribus et jniquis iudicibus meis, quod sane fecit; et tandem innocentiam meam christiano orbi ostensurum, quod cito futurum spero.

Venio in Poloniam, et hic totum fere quinquennium, quod temporis spatium exilii mei terminus erat, honeste catholiceque vitam duco. Elapso quarto mei exilii anno, reverendus Julius Magnanus generalis bonam mihi spem facit per literas reverendi domini Flori Archipresbyteri Bellunensis fratris mei germani, fore ut me cito in Italiam ab exilio revocet, si quidem meae vitae honeste catholiceque traductae fide dignorum hominum testimonium ante praemittam. Pareo, amplissimumque testimonium omnium meorum fratrum, quibus cum familiariter vixeram, et summi insuper Cracoviensis magistratus ad eum mitto. Ille testimonio accepto, nescio qua causa, revocationem ad generale capitulum, quod postea Brixiae proximo mense junio celebravit, usque prorogat. Illic de meo negotio cum provinciae meae patribus frigide tractat, tandem reverendo magistro Camillo Bellunensi provinciae Sancti Antonii ministro, patruo meo jubet, ut me in Italiam per literas familiariter revocet; promittitque daturum se operam, cum in Italiam venero, ut salva atque incolumi ejus existimatione, libertati et dignitati meae, quoad ejus fieri possit, consulat. Ego ad nova examina et judicia vocari me videns haesito, et quid mihi sit faciendum plane ignoro. Interea ex Italia amici et propinqui certiorem me reddunt, Inquisitorem in meo negotio reverendissimo generali adversari, omnemque movere lapidem ne ego ante absolutum quinquennium in Italiam redeam, minas insuper addit.

Hic vero in Polonia apostata Lismaninus ab relvetiis redux, veluti ex Trophonii antro prodit: quem cum ego semel atque iterum cum aliis fratribus officii causa invisissem, ille, ut callidus est et versipeliis, audito mearum rerum statu, suis artibus ita me fascinavit et irretivit, ut propositis a parte sinistra, quae me manebant in Italia, poenis; a dextra vero praemiis, quae hic promittebat, nolentem me et tergiversantem in suam sententiam me pertrahere facile potuerit. Hoc autem dico quod ad habitum tempus ad deponendum attinet: quandoquidem quod ad fidei et catholicae religionis negotium pertinet, Deus scit me tale quidpiam in animo numquam habuisse. Cessi itaque dolens, cum ut a tyrannide illius Inquisitoris tutus essem, tum ut mutato statu experirer, tantum prosperiore aliqua fortuna uti possem. Cum autem unum et alterum mensem apud illum mansissem, observata ejus et sui similium religione ac vita, reditum ad meos meditari incipio, scriboque non semel ad reverendum commissarium, ut mittat qui me Cracoviam reducant. Lismaninus literas eas intercipit, et me in Helvetiam linguarum graecae et hebraicae addiscendarum causa mittere quamprimum tentat. Ego his angustiis circumseptus quid faciam aut quo me vertam nescio: tandem ejus in hac re consilio acquiesco, atque ad Helvetios, circiter calendis octobris anni 1556, me statim confero, sperans futurum ut illinc in Italiam redeundi aliqua mihi occasio daretur. Ticuro ad patrem scribo, eum de meo statu certiorem reddo; rogoque ut quamprimum potest ad me illinc adducendum ipse properet, aut aliquem e meis fratribus mittat.

Lelius sozzinus Senensis literas eas, quas illi diligentissime commendaveram supprimit, meque et Italiam cito revisendi, et charissimos parentes meos aliquando amplexandi certissima spe privat. Circumventus ab his, qui se falso Fratrum titulis ornant, studio hebreae linguae per annum integrum me totum do; anno sequenti graecas literas salutare incipio, quo tempore literae de morte charissimi parentis mei nuntiae ad me scribuntur. Ego infausto hoc nuntio consternatus, de opera linguis ulterius navanda animum plane despondeo. Ad Lismaninum scribo, illumque supplex rogo, ut in Poloniam reduci me quamprimum curet. Ille cum subolfecisset me per sesquiannum nec artificiosissimis Ochini concionibus, nec praelectionibus doctissimis P. Martyris et aliorum non potuisse trahi in suam de religione sententiam; tantum abest, ut meo desiderio satisfecerit, ut nec minimo quidem responso dignatus me fuerit. Ad Deum tunc me converti, illumque precibus ex intimis cordis recessibus petitis continenter pulsavi, ut me e faucibus luporum ereptum Poloniae et catholicae Ecclesiae restitueret. Annuit statim clementissimus coelestis Pater, et meos labores ac aerumnas miseratus effecit, ut Italus quidam, religione excepta optimus vir mihi, se ultro obtulerit, reducturus secum me in Poloniam honeste et commode, nulloque meo sumptu, si vellem. Conditionem a Deo per hominem tam pie oblatam libens accipio, meque itineri statim accingo. Cracoviam ante biennium bonis avibus tandem redeo, et hic apud meos in Dei et proximi servitio, rugiente diabolo, qui me devorare volebat, catholice honesteque vivo; quod num verum sit, tu, piissime pater, fidelibus testibus, quibus cum familiariter vixi versatusque sum, scire facile poteris. Hic autem historiae hujus finis esto.

Articuli quatuor.

Quoniam vero Inquisitor, qui me judicavit ante annos novem cum ex Epistola mea ad fratrem, tum ex scheda quam a me extorsit vicarius generalis, articulos quatuor excerpsit, quos satis esse putavit ad meam damnationem, operae pretium erit illos huc adscribere, et brevi ac aperta responsione diluere.

Primus est, aberrasse me dubitando aliquoties de purgatorio, justificatione, liberoque arbitrio. Respondeo, me sacrae theologiae studiis nondum initiatum potuisse facile de hisce articulis inter doctos nostri temporis controversis dubitare, cum viderem rationes et auctoritates sanctarum scripturarum, et veteris Ecclesiae sanctorum patrum utrinque adduci; cum autem in ea dubitatione numquam perstiterim, nec super his articulis aliquid unquam certi contra fidem catholicam asseruerim, non video qua ratione hunc articulum tamquam haereticum mihi affixerit, praesertim cum non dubitatio temporaria, sed assertio pertinax haereticum faciat.

Secundus est, aberrasse me retinendo per multos annos nonnullos et varios libros haereticos scienter, quos etiam sciebam esse prohibitos. Respondeo verum quidem esse me libros hujusmodi retinuisse: hos autem libros tenebam et servabam, non ut abuterer illis, sed uterer tantum. Putavi enim abusum tantum verum prohiberi, non autem usum, cum nulla creatura plane sit, qua quis uti vel abuti non possit. Pulcherrima autem cogitatio fuit velle haereticos suis ipsorum gladiis jugulare. Quoniam vere errasse me fateor hos libros contra summi pontificis placitum retinendo, etiamsi non malo, ut dixi, animo; ita constanter assero me propter hunc articulum ab Inquisitore haereseos non potuisse aut debuisse damnari.

Tertius est aberrasse me, quod ejus doctrinae haereticae fautor extiti hortando quemdam germanum meum, ut vacaret, daretque operam ut proficeret in eadem, in commodando et commendando quemdam librum haereticum et suspectum, Corvinum appellatum, promittens eidem illius professionis me alios libros mandare, quando cognoscerem suum profectum et studium in eisdem. Respondeo, meram esse calumniam et mendacium, quod dicit me doctrinae haereticae fautorem extitisse. Totus enim vitae meae transactae cursus ostendebat, me a doctrinae haereticae professione abhorrere. Si haereticus fuissem, poenitentia indulgentiaque anni jubilei quam Julius III omnibus Venetorum ditioni subiectis, qui superiore anno Romam ire non poterant, concesserat, meam conscientiam non purgassem. Quod autem articulum hunc probare contendit, propterea quod ad fratrem meum germanum epistolam illam suspectam scripserim, et librum reliquerim eiusdem farinae, nihil efficit. Ostendi enim supra, quod etiam Romam ad reverendissimum Alex. cardinalem (Alexandrinum?) scripsi, me proditoris suasu epistolam ipsam scripsisse, et librum eidem fratri meo reliquisse. Quando dicit recepisse, me missurum esse fratri meo libros ejusdem professionis alios, quando cognoscerem etc. impudenter mentitur: duo enim illa verba de suo infarsit, quae in meo exemplari numquam visa sunt. Non debui igitur adeo veteratorie mecum agere, et me, cum catholicus essem, etiamsi tunc, ut paulo post evenit, ruptus (?) fuisset haereticum facere.

Quartus est aberrasse, quod parvipendi sacram canonum doctrinam existimans, facere ad hypocrisim, minusque prodesse animabus quam pestilentissimam doctrinam illam in eisdem libris haereticis prohibitisque contentam. Respondeo, et hunc articulum, quem mihi falso affingit, esse impudens mendacium. Ego enim sacram canonum doctrinam numquam parvipendi; immo manifeste apparet, me illam maximi semper fecisse, cum in ea epistola fratrem meum hortarer ad studium eorumdem canonum; quos dicebam, quod etiam in scheda repetii, veram sanctam scripturam interpretandi et veritatem a falsitate cognoscendi regulam esse. Apparet igitur Inquisitorem hunc, non Deum, sed suos tantum privatos affectus ante oculos habuisse, et me injuste, impie, et nihil minus quam christiane condemnasse. His articulis affine est, quod in sententia dicit, me spontaneam istorum articulorum confessionem fecisse, confirmasse, et ratificasse, cum actio ista omnis coacta fuerit ac violenta, ne dicam tyrannica, quemadmodum ipsa protestatio mea prae se tulit.

Videat igitur, post Deum, singularis pietas tua hanc causam meam, et requirat. Itaque cum videas manifestissime, piissime praesul, quid egerim, quid passus fuerim per totos fere decem annos, quantam jacturam fecerim charissimorum parentum, libertatis, existimationis, fortunarum, valetudinis, aliarumque rerum; quam obedienter paruerim sententiae etiam iniquissimae; cum experiaris insuper, me recte de sacra catholica religione sentire, ea omnia, quae hominem christianum et verum catholicum decent, munia obire, in sancta romana Ecclesia constanter vivere ac mori velle, ab omni haeresi et haeretica professione alienissimum esse; per Deum et tuam pietatem te supplex rogo, velis me manu tandem mittere, in pristinam libertatem asserere, Italiae, patriae, propinquis, amicis, existimationique restituere, et ita restituere ne posthac in cujusvis invidi sycophantae arbitrium situm sit me haereseos insimulare aut damnare, atque adeo periculum aliquod vitae, existimationis aut fortunarum mihi creare; quandoquidem, praeterquam rem christiano episcopo dignam fecisse te scies, hominem vere catholicum sublevasse, et tibi etiam devinxisse perpetuo cognosces. Potestatem tibi fecit sanctissimus Pius IV, vivae suae vocis oraculo me absolvendi, liberandi, pristinae libertati et dignitati restituendi. Id ne differas exequi, quod heros tam pius jussit. Bonam meae paternae haereditatis partem jam exhausi; tempus, rem omnium pretiosissimam, inter Polonos et Helvetios frustra trivi discendo et docendo; propter multas causas fieri doctior non potui. Effice nunc, pater amplissime, ut una eademque opera omnia isthaec damna brevi temporis spatio tua singulari pietate sarcire possim. Omnia candide exposui, nihil sciens et prudens celavi. Vides, ex re minima quantas tragoedias per suos satellites excitavit rugiens ille leo diabolus. Privavit vita Deus suo justo judicio intra parvi temporis spatium auctorem mearum calamitatum, Inquisitorem illum iniquum, et tres alios mihi infensissimos hostes; spero, illum de reliquis quoque, qui superstites sunt, supplicium brevi sumpturum. Illis rogo ut pareat, ipsis ut meliorem mentem det. Hunc supplicem libellum, amplissime pater, tumultuarie scriptum, et plus aequo verbosum pro tua ingenuitate boni consule, ac vale.

In nostro Cracoviensi Franciscanorum monasterio. Nonis Augusti MDLX».

Amplitudinis Tuae addictissimus cliens, F. Julius Maresius Bellunensis.

La Maresia era famiglia cittadina ragguardevole, ma non appartenente al comune o consiglio dei nobili. Florio, figlio di Francesco, fu discepolo di Pierio Valeriano, che gli dedicò il V libro dei suoi Geroglifici, e fu arciprete del capitolo. Bonaventura Maresio, altro Conventuale, fu visitatore del suo Ordine in Polonia nel 1579, assistente e teologo del generale Antonio de' Sapienti al Concilio di Trento, e secondo inquisitore del Santo Ufficio a Belluno per quaranta anni, cominciando dal 1566. Devo tutte queste notizie al don Francesco de' Pellegrini. Il padre Domenico Fortunato, accennato nella lettera, è appunto il primo degli Inquisitori in Belluno, eletto a quell'ufficio nel 1546. Il vescovo del quale il frate si lagna era Giulio Contarini (1542-75) nipote del celebre cardinale Gaspare suo antecessore, al quale pure si raccomanda sul finire della lettera, e che lasciò fama eccellente di pietà e di sapienza.

198. Primo Trubero, nato nella Schiavonia il 1508, morto il 1586, fu il primo che adoprò la lingua schiavona a scrivere, traducendo il Nuovo Testamento, il Catechismo, la Confessione d'Augusta, e alcuni trattati di Melantone: pei quali la dottrina luterana si estese nella Carniola e Carintia.

199. Missa latina quæ olim ante romanum circa septingentesimum domini annum in usu fuit, bona fide ex vetusto authenticoque codice descripta a Mathia Flacio. Strasburgo 1537.

200. Melch. Adam, in Vitis philosoph., pag. 195.

201. Appare da Paolo Sarpi, e massime dalle sue lettere al Priuli, ambasciadore a Cesare. Egli ha un consulto «se l'eccelso Consiglio de' Dieci, esaminando i rei ecclesiastici, deva intervenir col vicario patriarcale»: sostiene il no.

Nella lettera LXIX: «Alcuni monaci di Padova, avendo molte baronie, tutte possedute da loro, aveano formato una giurisdizione sopra li contadini, la quale gli è stata levata, con disgusto del papa. Roma sopporta ogni cosa, ma finalmente converrà ovvero rompersi, ovvero perder tutto. Il papa ha creduto far dispiacere non facendo cardinale alcun veneto; ma li buoni l'hanno per cosa di pubblico servizio».

Nel 1865 furono, per opera del conte Papadopulo, stampate le Leggi venete intorno agli ecclesiastici sino al secolo XVIII.

202. Venezia 1670, cap. 116.

Al tempo di Clemente VII, quando trattavasi di far guerra ai Turchi e ai Luterani, i Veneziani si opponeano: quanto ai primi perchè temevano eccitarli a riazioni: quanto agli altri perchè non si dessero a qualche passo disperato: onde preferivano sempre la convocazione del Concilio, e il nettare e purgare alla quieta gli animi dal funesto veleno (Secreta 27 ottobre 1530 nell'Archivio di Venezia). E passando a quei giorni don Pietro de la Queva per andar a Roma a sollecitare il Concilio, i signori veneziani gliene mostrarono grandissima compiacenza; perocchè «pochi sono tra essi, che, sul fatto della riforma del clero e del togliere l'asse ecclesiastico, non siano più luterani di Lutero stesso, dicendo pubblicamente che il papa, i prelati, i sacerdoti devono vivere delle sole decime». Sono parole di Rodrigo Nigno ambasciadore cesareo, nel leg. 1308 dei manuscritti negozj di Stato nell'Archivio di Simanca.

203. Conosciamo una relazione che il vescovo, dappoi cardinale Bolognetti, dirigeva a Camillo Paleotto intorno alla nunziatura che, regnante Gregorio XIII, sostenne nel Veneto. Incaricato di farvi la visita apostolica, gravissime difficoltà incontrò per parte della Signoria, ma con modi insinuanti e prudenti riuscì a comporre le differenze. Gliene seppero mal grado alcuni curialisti, e nominatamente il cardinal Gallio segretario di Stato, che avrebbero voluto un procedere più risoluto: talchè fu richiamato. Egli si giustifica mostrando come colle cortesie, col rispetto, col temporeggiare s'ottenga ben più che colle violenze, principalmente verso principi cristiani; e come avesse conseguito veri vantaggi col sopprimere una scomunica, voluta da zelanti che poco bene servivano alla causa del papa.

204. A Clemente VIII, ambasceria veneta straordinaria. Pubblicato dal Fulin, per nozze, nel 1865.

205. Statuti dell'Inquisizione di Stato. Supplemento I, art. 3.

206. Wicquefort, L'Ambassadeur, p. 416.

207. «E se li detti doge e senato, per tre giorni dopo il fine dei ventiquattro giorni, sosterranno con animo indurato (il che Dio non voglia!) la detta scomunica, noi, aggravando la detta sentenza, da adesso parimenti siccome da allora sottoponiamo all'interdetto ecclesiastico la città di Venezia e l'altre città, pronunciandole e dichiarandole tutte poste a detto ecclesiastico interdetto; il quale durante, in detta città di Venezia e in qualsivoglia altra città, terre, castella e luoghi di detto dominio, e nelle loro chiese e luoghi pii e oratorj, ancorchè privati, e cappelle domestiche, non possano celebrarsi messe solenni e non solenni e altri divini officj, eccetto che nei casi dalla legge canonica permessi, e allora solamente nella chiesa e non altrove, e in quelle con tener ancora le porte chiuse e senza sonar campane, ed escludendo affatto gli scomunicati e gli interdetti; nè in quanto a questo possano di altra maniera suffragare qualunque indulti o privilegi apostolici concessi o che si concedessero per l'avvenire in particolare o in generale a qualsivoglia chiese tanto secolari, quanto regolari, ancorchè sieno esenti ed immediatamente alla sede apostolica soggette, e se bene sono di jus patronato, eziandio per fondazione e dotazione o per privilegio apostolico dell'istesso doge e senato...

«Ed oltra di questo, priviamo e decretiamo che restino privati gli suddetti doge e senato di tutti i feudi e beni ecclesiastici se alcuno ne possede in qualunque modo, dalla romana e dalle nostre o altre chiese; e ancora di tutti e qualsivoglia privilegi e indulti, i quali in generale o in particolare sono stati forse loro concessi in qualsivoglia modo da' sommi pontefici nostri predecessori, di procedere in certi casi per delitti contro i cherici, e di conoscere con certa forma prescritta le cause loro. E niente di meno, se detti doge e senato persisteranno più lungamente pertinaci nella contumacia loro, riserviamo a noi e successori nostri pontefici romani nominatamente e specialmente la facoltà di aggravare e riaggravare più volte le censure e pene ecclesiastiche contro di essi e contro gli aderenti loro, e contro a quelli che nelle cose suddette in qualsivoglia modo gli favoriranno o daranno ajuto, consiglio o favore, e di dichiarare altre pene contro li stessi doge e senato, e di procedere secondo la disposizione dei sacri canoni ed altri rimedj opportuni; non ostante qualsivoglia costituzioni e ordinazioni apostoliche e privilegi, indulti e lettere apostoliche alli detti doge e senato, o qualsisia loro persone concessi in generale o in particolare, ed in ispecie disponenti che non possano essere interdetti, sospesi o scomunicati in virtù di lettere apostoliche, nelle quali non si faccia piena ed espressa menzione di parola in parola di tale indulto, ed altrimente sotto qualunque tenore e forme, e con qualsivoglia clausola eziandio deroganti alle derogatorie, ed altre più efficaci ed insolite e con irritanti ed altri decreti, ed in ispecie con facoltà di assolvere nei casi a noi ed alla sede apostolica riservati, a quelli in qualsivoglia modo, da qualunque sommi pontefici nostri predecessori, e da noi e dalla sede apostolica, in contrario delle cose sopradette, concesse, confermate ed approvate».

208. Paolo V e la Repubblica veneta. Giornale quotidiano. Vienna 1859. È un estratto, fatto forse per uso d'uffizio, degli atti passati in quel tempo, non già note giornaliere d'un testimonio, come parrebbe indicare il titolo; tace quel che non fa al suo intento, come si vede da quel che vi supplì l'editore Cornet. Nel giornale nè nei supplementi non v'è pur cenno dei tentativi di apostasia di cui parleremo.

209. Galileo Galilei da Venezia l'11 maggio 1606 scrive: «Jer sera furono mandati via li padri Gesuiti con due barche, le quali dovevano quella notte condurli fuori dello Stato. Sono partiti tutti con un Crocifisso attaccato al collo, e con una candeletta accesa in mano, e jeri dopo desinare furono serrati in casa, e messovi due bargelli alla guardia della porta, acciò nessuno entrasse o uscisse dal convento. Credo si saranno partiti anche da Padova e di tutto il resto dello Stato, con gran pianto e dolore di molte donne loro devote».

Tutte le lettere de' residenti di quel tempo ragguagliano o di satire o di prediche o di discorsi tenuti da Gesuiti contro la Repubblica; de' loro sforzi per mettere un'Università a Gorizia, o a Ragusi, o a Castiglione delle Stiviere; finchè uscirono le ducali del 14 giugno 1606, che sbandivanli dallo Stato, del 18 agosto che proibivano ai sudditi di mandar figliuoli ai collegi de' Gesuiti, del 16 marzo 1612 che vietavano ogni corrispondenza con essi.

210. In una cronaca citata dal Cicogna, Iscrizioni, tom. V, pag. 556, leggesi al 1606: «Occorse in questi giorni che le reverende monache di San Bernardo di Murano, persuase dal suo cappellano, furono scoperte che osservavano l'interdetto del papa, e che non ascoltavano messa nè si confessavano e comunicavano, avendoli detto reverendo mostrato un giubileo che ha concesso il papa a chi osserverà l'interdetto, nè ascolterà messa, promettendogli un paradiso di delizie fatte a lor modo... Avendole prima persuase li suoi procuratori del monasterio e senatori loro parenti, et anco il vicario del suo vescovo, nè per questo avendole potute rimuover da questa loro opinione, furono immediate mandati li capitani del Consiglio dei Dieci, d'ordine del senato, a serrarle nel convento, ficando le finestre e porte de' fuori con buoni cadenazzi, con pena della vita a chi s'accostasse a detto monasterio, nè meno le soccorresse di cosa alcuna, tenendole del continuo guardie».

211. Raccolta degli scritti usciti per le stampe di Venezia e di Roma e altri luoghi nella causa dell'interdetto. Coira, per Paolo Marcello, 1607.

212. Il Grisellini, nella vita o piuttosto apologia di frà Paolo, dice che questo «dopo che fu eletto consultore, ad alcuna opera non diede mano giammai senza il motivo del pubblico interesse, cioè o per difendere il sovrano diritto del principato, o per autorizzare la santità delle sue ordinazioni», pag. 78. E anche d'altre opere dice sempre: «A norma delle pubbliche mire, venne dal nostro autore intrapresa»; p. 101, e passim.

213. Opinione di frà Paolo come debba governarsi la Repubblica per avere il perpetuo dominio, ecc.

214. Mem. de Duplessis-Mornay, X, 292.

215. Fra' Fulgenzio. — Nel lib. IV della Letteratura veneziana del Foscarini è a vedere quanti nobili veneziani in quel tempo, oltre i prelati e i monaci, coltivassero le scienze sacre e la storia ecclesiastica e ne scrivessero.

216. Ricaviamo tali particolarità dalle Memorie citate. Vedi pure Blicke in die Zustände Venedigs zu Anfang des XVII Jahrhunderts, negli Historische politische Blätter für das katholische Deutschland. Monaco 1843; e nelle Memorie storiche e letterarie della società tedesca di Königsberg, G. Mohnicke, Versuche zu Anfang des XVII Jahrhunderts etc., cioè Tentativi fatti al principio del secolo XVII per introdur la Riforma a Venezia, con due lettere sinora inedite di Giovanni Diodati per illustrare la storia e il carattere di frà Paolo. Queste lettere, che parlano d'una gita del Diodati a Venezia nel settembre 1608, furono date da un suo discendente, professore a Ginevra.

Nella Semaine religieuse del 1863 a Ginevra fu pubblicato dal signor Eugenio de Buddé una Brève relation de mon voyage à Venise en septembre 1608, di Giovanni Diodati. Vi fu sollecitato da amici di colà, e massime dall'ambasciatore d'Inghilterra e da un Biondi che gli scriveva l'11 aprile 1608: «Se V. S. è disposta a venire a Venezia, ve la prego ed esorto. Questa risoluzione sarà una consolazione per voi, un potente sostegno allo spirito, e produrrà frutto per alcuno e gloria a Dio... Aspettate qualche pericolo. Dite d'andar tutt'altrove che a Venezia. Se Roma lo sapesse, potrebbe venirne qualche incaglio e scandalo: e posso dirle che il papa è informato da tutte le parti. Rivestitevi del desiderio di compiere un'opera così alta: se lo fate, spero che i semi da voi gettati produrranno un albero sì grande, che tutti potranno prosperare alla sua ombra».

Il Diodati v'andò in gran secreto, appena ebbe compita la traduzione della Bibbia, e inviatine alquanti esemplari. Un francese Papillon, frequentando molte case patrizie, v'aveva avuto grandi speranze di stabilirvi un'assemblea, senza però che si desse alcuna confessione o promessa. Frà Paolo era «la première roue instrumentale de cette sainte affaire», ma non voleva dichiararsi coi molti gentiluomini che dipendevano affatto da lui, «se contentant de jeter dans leurs âmes quelques semences de vérité par des avis familiers, et les sermons de son disciple Fulgentio, et de saper sécrétement la doctrine et l'autorité d'un pape, ce en quoi il a extrémement été utile». Gli altri che aveano desiderio di stabilire una chiesa, vedendo frà Paolo sì ben dissimulare, perdeano confidenza. Di frà Paolo loda l'immenso sapere: «Mais ce grand et incomparable savoir est detrempé en une si scrupuleuse prudence, et si peu échauffé et aiguisé de ferveur d'esprit, quoique accompagné d'une vie très-intègre et toute exemplaire, que je ne le juge capable de donner le coup de pétard et de faire l'ouverture». Frà Fulgenzio ha più zelo, e men timore e meno scrupoli politici, più forza di corpo e facondia e gioventù, e gran reputazione come predicatore, ma è contrappesato dalla tiepidezza di frà Paolo. Fa però molto coi discorsi e gli avvisi e i fremiti.

Frà Paolo gli confessò più volte che ingannava se stesso, ma la necessità lo costringeva: altrimenti gli converrebbe spatriare, e così sarebbero divelte tutte le speranze, e rialzato il coraggio de' nobili, contrarj al bene. E del suo non operare adduceva tre ragioni. 1. che Dio non gli diede natura ardente quanto si vorrebbe a un tale tentativo: 2. che gl'Italiani non pendono a queste cose celesti; e non si può arrivarvi che lentamente: 3. che affidando a lui la repubblica gli affari più scabrosi, avea mezzo di scalzar l'autorità del papa e preparare i cuori, e rivolgere le deliberazioni verso il buon partito.

Il Diodati però non disperava, primo perchè vide molti bene informati su assai punti, e disgustati degli abusi del papato, tanto che l'ultimo giubileo fu celebrato appena da un decimo della nobiltà: secondo, per la gran libertà di discorrere e di legger libri buoni, inclinando a giustificare e lodare il partito: le Bibbie se le strappan di mano l'un l'altro: l'inquisizione v'è legata. Avendo il re di Francia mosso lamento all'ambasciador veneto a Parigi perchè si lasciassero circolare ben 2000 Testamenti nuovi di fabbrica ugonota, quegli rispose non saperne nulla, ma Venezia è città libera, onde i libri vi sono venduti senza riserbo: terzo, l'ambizione di Roma che vorrebbe ricuperare di qua dei monti ciò che perdette di là, e mentre di là riceveva tesori che arricchivano l'Italia, or deve snervare questa colle sue esazioni. Venezia cerca impedirlo, e all'uopo smunge gli ecclesiastici che sangue succhiarono; onde perpetui scontenti e maliumori col papa.

Per riuscire bisogna compor libri a posta, e principalmente opuscoli. A tal uopo egli, il Diodati, s'è messo a tradur in rima satire italiane. Inoltre spedire in buone case mercanti fiamminghi, che v'impareranno la lingua, e poi potranno venir buoni. Terzo trovar persone dotte, prudenti e mature, e stipendiarle perchè tengan occhio alle opportunità. In quarto luogo cercare che gli Stati di Fiandra domandino d'aver un fondaco come i Tedeschi, ed esercitarvi il loro culto in lingua francese. È poi necessario che qualche principe tedesco tenga agenti a Venezia, e questi abbiano ciascuno con sè qualche personaggio dotto da consultare, e che potrebbe dar consigli anche ai Veneziani ne' loro dissidj col papa.

Tutto ciò è esposto in una lettera del 4 aprile 1608 al Du Plessis, raccomandandogli strettamente il secreto. Averlo a ciò sollecitato l'ambasciadore inglese, che con frà Paolo e frà Fulgenzio ha divisato d'erigere una chiesa secreta, adoprarvi il messale corretto, e intanto fondar la verità negli spiriti; a ciò sono comuni in Venezia il desiderio di saper i fondamenti di ciò che si crede, e la libertà di seguirne i mezzi particolari; cioè il volere e il potere. «Frà Paolo predica pubblicamente i principali e generali fondamenti della verità: questa quaresima ne ha scossi molti: è nel massimo favore, ma va cauto per non iscoprirsi, e così prepara gli spiriti colle sue massime irrefragabili.

«Un gentiluomo veneziano che conobbe la verità in Francia, m'ha scritto che il desiderio d'istruzione è in molti, in tutti l'animosità contro la tirannia di Roma sul personale».

Un signor Danquoy di Couvrelles nel 1609 scriveva altre particolarità sopra Venezia: «Vorrei sentiste come parlano franco i padri Paolo e Fulgenzio, che nulla meglio desiderano che di veder altri finir l'opera ch'essi hanno sbozzata».

Della Bibbia del Diodati parlammo nella nota 11 del Discorso XXXVII.

Se gli odierni accademici della Crusca l'ascrissero fra le opere classiche per lingua, fu per condiscendenza alle idee correnti. Vissuto a Ginevra, e sol per poco viaggiato in Italia, avvezzo al parlare e allo scrivere francese, nel quale tradusse la storia di frà Paolo, non poteva usare che la lingua letteraria, con affettazioni ed arcaismi; mentre il Martini, toscano, usò la viva e popolare. Nelle note il Diodati offre interpretazioni di calvinisti o di dottori protestanti: mentre il Martini pone le interpretazioni de' santi padri, quasi altro non facendo che tradurle in modo piano.

217. Le lettere del Sarpi pubblicaronsi a Ginevra colla data di Verona 1673, poi in calce alla Storia arcana di frà Paolo. Sono dirette a Girolamo Groslot signor Dell'Isola, amico del Casaubono, al medico Pietro Asselineau, a Francesco Castrino ugonotto, a Giacomo Gillot, cappellano e consigliere al parlamento di Parigi. Gregorio Leti, nella Vita di Cromwell, ne attribuisce a sè la pubblicazione. Alcuni ne hanno impugnato l'autenticità; altri le supposero interpolate. Questa seconda asserzione non potrebbe che provarsi coi particolari: esaminate le ragioni contrarie, io le credo autentiche; e gran peso mi fa questo passo del famoso Pietro Bayle, nella lettera al signor Sondré, 21 settembre 1671: Frà Paolo a été un des plus grands hommes de son temps. On a imprimé ici ces lettres; mais on croit qu'on en arrétera l'impression, à cause que messieurs de Rome y verroient qu'il entretenait commerce avec ceux de notre réligion... et qu'ainsi ils recuseraient son témoignage touchant l'histoire du Concile, que nous leurs opposons. Ce fut une des raisons qui obligea monsieur Dallez à s'opposer à l'impression de ces mêmes lettres; quoique au reste il eut beaucoup de passion pour la gloire de frà Paul, qu'il avoit autrefois connu très-particulièrement à Venise lorsqu'il y conduisit les petits néveux de monsieur Duplessis-Mornay.

Non così credo autentiche le Scelte lettere inedite, stampate a Capolago il 1847, essendo di stile pieno di tropi, e girato in tutt'altro modo che quel di frà Paolo: o piuttosto sono di mani diverse. Un'altra edizione delle Lettere di frà Paolo Sarpi fu fatta a Firenze il 1863, 2 vol. in-16º, per cura di F. L. Polidori, senza discerner le autentiche dalle altre, con prefazione di Filippo Perfetti, il quale si lagna che «i nemici della libertà religiosa incolpino il Sarpi d'aver insegnato a tôrre alla Chiesa la libertà, dando allo Stato illegittima autorità e arbitrio sopra di quella». Come si accordino questi due membri lo spieghi chi sa. Lo loda per lo stile ironico, e dice: «Non ha somiglianza a Lutero, non è uomo di misticismo e di sentimento, ma di ragione ferma e tetragona; nè tampoco rassomiglia a Calvino; mancagli l'audacia del paradosso e il furore della novità; nè il suo ingegno si appiglia alla critica minuziosa onde scaturiva il soccinianesimo. Insomma non era buono da farne un eresiarca; non saria stato sufficiente a trarre dietro a sè le turbe, ma valentissimo era nei consigli di pochi savj... E tanto difficile che Sarpi fosse un altro Lutero, quanto che Lutero avesse ambito alla porpora de' cardinali».

218. Ep. 358, p. 865.

219. Ep. 574.

220. Lettera 13 settembre 1611.

221. Chiesto dall'ambasciatore olandese di commendatizie, Duplessis-Mornay gli scriveva il 3 ottobre 1609: Pour adresse, je ne la vous puis donner meilleure qu'au vénérable père Paulo, directeur des meilleurs affaires... auquel, avec le zèle de Dieu, vous trouverez une grande prudence conjoincte: mais il faut l'exciter à ce que l'une enfin emporte l'autre. Vous avez aussi le père Fulgenzio, qui n'est que feu; précheur admirable. Mémoires, 393. Il Bayle in Aarsens, riferisce che frà Paolo imbattuto l'ambasciadore d'Olanda, gli disse che avea gran piacere di vedere il rappresentante di una repubblica, la quale teneva il papa per anticristo. Questo fatto venne addotto dal Pallavicino nella prima edizione della storia del Concilio, ma espunto nelle seguenti; segno che il conobbe falso. Vittorio Siri dice aver trovato negli archivj di Francia moltissime traccie del favore dato dal Sarpi agli Ugonotti, e massime ne' registri del nunzio Ubaldini, attentissimo a sventarne le trame, e che cercò aver gli originali delle lettere per imputarlo d'eretico avanti al senato veneto.

222. Essa è arditamente impugnata e da Voltaire e dal Daru come viltà indegna di Enrico IV: eppure è messa fuor di dubbio dalle Memorie di Mornay. Inoltre nel processo contro Antonio Foscarini (sospettato anch'egli di opinioni ereticali) è un carteggio di Pietro Contarini ambasciadore di Venezia in Francia, del 1615, ove scrive d'aver inteso dal nunzio pontifizio, che «vivendo il fu re, per le pratiche che teneva del continuo a Ginevra, aveva avuto avviso ed alcune lettere, che non mi espresse se fossero scritte da Venezia o dal signor Foscarini, con le quali si avea fatto venir costà (a Venezia) un ministro ugonotto: del che il re fin d'allora ne facesse avvertire la repubblica per l'ambasciatore M. di Champigny, considerandole il pregiudizio che poteva ricevere la religione cattolica dalle pratiche di simil gente in quella città, e che saputosi ciò da esso signor Foscarini, ne era stato grandemente conturbato». Vedi Relazioni degli Stati Europei lette al senato di Francia, pag. 405.