DISCORSO XLV. ERETICI NEL VENETO. ACCADEMIA DI VICENZA. FRANCESCO NEGRI. GIROLAMO ZANCHI. ALTRI.

Fin dal 1248 Venezia avea stabilito si punissero quelli che un concilio di prelati sentenziasse d'empietà; e nella promission ducale di Marino Morosini nel 1249, per la prima volta si legge: Ad honorem Dei et sacrosanctæ matris Ecclesiæ et robur et defensionem fidei catholicæ, studiosi erimus, cum consilio nostrorum consiliariorum vel majoris partis, quod probi et discreti et catholici viri eligantur et constituantur super inquirendis in Veneciis. Et omnes qui illis dati erunt pro hæreticis per dominum patriarcam Gradensem, episcopum Castellanum, vel per alios episcopos provinciæ ducatus Veneciarum, comburi faciemus de consilio nostrorum consiliariorum vel majoris partis ipsorum. Il 4 agosto 1289, ad istanza di Nicola IV s'introdusse l'Inquisizione, composta di tre giudici, che erano il vescovo, un domenicano e il nunzio apostolico: però non poteano seder a tribunale senza commissione sottoscritta dal doge: solo dal doge poteano aver ajuto nel loro uffizio: si depositerebbe una somma presso un deputato del Comune, il quale ne farebbe le spese, e ne riceverebbe tutti gli emolumenti e benefizj: vi assisterebbero tre savj dell'eresia, incaricati dal doge per impedire gli abusi e tener informato il Governo delle prese deliberazioni. Procedere doveano unicamente contra l'eresia; non contra Turchi ed Ebrei i quali non sono eretici; non contra Greci, perchè la loro controversia col papa non era ancora stata decisa; non contra i bigami, perchè, il secondo matrimonio essendo nullo, aveano violato le leggi civili, non il sacramento; gli usuraj pure non intaccavano alcun dogma: i bestemmiatori mancavano di riverenza alla religione, non la negavano: nè tampoco fatucchieri e stregoni doveano esser competenza di quel tribunale, salvo che si provasse aveano abusato de' sacramenti. Le ammende ricadevano all'erario, e agli eredi i beni de' condannati.

Essendo denunziato un libro favorevole alle opinioni di Giovanni Huss, la Signoria lo fece ardere, e l'autore mandò attorno colla mitera in capo, indi sei mesi di prigione e nulla di peggio. Viepiù tollerante era verso gli Ebrei, come negoziatori. L'ingegnere Alberghetti nel 1490 ideò un congegno nuovo, e per applicarlo essendosi associato ad alcuni Ebrei, domandò al collegio se l'ordinanza 19 marzo 1414 relativa ai privilegi fosse applicabile anche agli Ebrei. Risposto fu che quella concessione riguardava chiunque inventasse alcuna nobile ed utile opera, non distinguendo veneti o forestieri, cristiani od ebrei, di qual fossero città o setta. Anche più tardi vietossi d'inveir dal pulpito contro gl'Israeliti, nè di obbligarli andar alla predica o portar segni umilianti.

Da una autobiografia di Giovanni Bembo veneziano, scritta nel 1536 e dall'erudito Teodoro Mommsen pubblicata nel 1861, raccogliamo che sua madre Angela Corner, con altre venete matrone, il nome delle quali scomparve in una laceratura del manuscritto, assistevano alla lettura e spiegazione del vangelo in lingua vulgare, fatta da Giovanni Maria da Bologna medico. Questo, denunziato da Francesco Giorgio frate Mendicante, fu posto in carcere, da cui venne liberato dopo molti anni da papa Giulio. Ciò dovette dunque accadere ne' primi anni del secolo, e avanti che di Germania tonassero i riformatori.

Al 26 agosto 1520 presentossi al senato il vicario del patriarca Contarini, esibendo la bolla pontifizia che condannava le opere e le proposizioni di Lutero, e minacciava di scomunica chi le tenesse e le professasse; e domandò di poter mandare i famigli nella libreria del tedesco Giordano, sita a San Maurizio per sequestrar di tali libri, venuti di Germania. Avutone licenza, li fece solennemente bruciare, ma già alcune copie n'erano uscite, e Marin Sanuto, autore di curiosi Diarj, dice averne avuta una, e tenerla nello studio. Il qual Sanuto racconta pure come «sul campo[149] san Stefano fo predicato per messer Andrea da Ferrara, qual ha gran concorso: era il campo pien, e lui stava sul pozuolo[150] della casa del Pontremolo, scrivan all'officio dei Dieci; el disse mal del papa e della Corte romana. Questo seguita la dottrina de frà Martin Lutero, ch'è in Alemagna homo doctissimo, qual seguita san Paolo, ed è contrario al papa molto, ed è sta per il papa scomunicato»[151].

Lamentossi il pontefice, per bocca del suo segretario Bembo, dell'impunità concessa a questo frate, e raccomandò che la Repubblica non permettesse di stampare un'opera di esso, di sentimento luterano: del che venne data sicurezza al legato; e il frate fu lasciato o fatto partire.

Quell'anno stesso Burcardo Scenck, gentiluomo tedesco, scriveva allo Spalatino, cappellano dell'elettore di Sassonia, che Lutero godeva stima a Venezia, e ne correano i libri, malgrado il divieto del patriarca; che il senato penò a permettere vi si pubblicasse la scomunica contro l'eresiarca, e solo dopo uscito di chiesa il popolo. Lutero stesso per lettere[152] felicitavasi che tanti di colà avessero accolto la parola di Dio, e tenea corrispondenza col dotto Giacomo Ziegler che caldamente vi s'adoperava; come di là giungevano esortazioni a Melantone perchè non tentennasse nella fede, nè tradisse l'aspettazione degli Italiani.

Al 21 marzo 1521 il consiglio dei Dieci deliberava intorno ad eretici di Valcamonica, accusati di stregheria, e rammemorando lo zelo sempre spiegato a favor della Chiesa cattolica, soggiungea doversi però in tal materia procedere con cautela e giustizia, e affidarne la procedura a persone di chiara intelligenza, di retto giudizio e superiori a ogni sospetto. Pertanto ne fossero, insieme col padre inquisitore, incaricati uno o due vescovi insigni per dottrina, bontà, integrità, e s'accordassero con due dottori laici nella confezione del processo. Finito questo senza tortura, i rei sarebbero sottoposti a nuovo interrogatorio dai due rettori di Brescia colla corte del podestà e quattro altri dottori, procedendo con ogni diligenza e circospezione prima di passar alla sentenza, e ponendo mente che la cupidigia di denaro non fosse causa di condannare o diffamare alcuno senza colpa[153]. Raccomandavano poi di mandare nella valle predicatori, de' quali que' semplici e ignoranti montesi aveano maggior bisogno che non d'inquisitori.

Monsignor Aleandro scrive al Sanga da Ratisbona il 31 marzo 1532 d'un frà Bartolomeo minorita veneziano, fuggito per sospetto di luterano, e diceva, per malevolenza particolare contro lui di monsignor Teatino. Anguillava costui, chiedendo un breve del papa che lo giustificasse in modo da poter vivere tranquillo in patria, ma al tempo stesso parlava da luterano, e asseriva d'aver buone offerte dagli eretici se si desse con loro. L'Aleandro usava seco or dolci modi or aspri, ma non venendone a capo, gli parea meglio lasciarlo andare fra tante migliaja di Luterani, che non rimetterlo in Venezia, dove «avendo parenti e, per la tristezza de' tempi, molti fautori etiam de summatibus», potrebbe disseminar tristi germi.

Più tardi troviamo costui a Norimberga in mezzo a Luterani, «che cantava di bello contro la Chiesa con parole donde nascea non piccol carico τῶν ἑνετῶν». Ove l'Aleandro soggiunge: «Da Venezia messer Roberto Magio mi stimola con lettere che io vadi colà, che è molto necessario, e grande espettazion di tutti. In una che ebbi jeri mi è scritto, che questi sono tempi da potersi far per me in quella città di buone opere[154]».

Baldassare Altieri d'Aquila, stabilito in Venezia, e agente di molti principi tedeschi, ebbe comodità di diffondervi libri e idee nuove; e tanto crebbero, che nel 1538 Melantone esortava il senato a permettere vi s'istituisse una chiesa: «Voi dovete conceder, particolarmente ai dotti, il diritto d'esternar le loro opinioni e insegnarle. La vostra patria è la sola che posseda un'aristocrazia vera, durata da secoli, e sempre avversa alla tirannia: assicurate dunque alle persone pie la libertà di pensare, e non si incontri costà il despotismo che pesa sugli altri paesi»[155].

La quaresima del 47 predicò in San Barnaba un giovane servita con maggior concorso che altri mai, e parendo avesse trasgredito i modi cattolici, fu detenuto, toltigli i libri e le scritture, dal cui esame apparve «luterano e persona di grande scandalo e degna di castigo»[156].

A Venezia da Enrico di Salz e Tommaso Molk di Königsgratz fu fatta stampare una Bibbia ussita, che or trovasi nella biblioteca di Dresda[157]. Vedemmo che il Bruccioli ivi pubblicò la sua Bibbia vulgare in senso luterano. Nelle case di Giovanni Filadelfo, il 1536 e 37, vi fu stampato il «Commento sull'epistola di san Paolo, compuesto per Juan Valdesio, pio y sincer theologo»; nel 46 da Paolo Gherardo il Beneficio di Cristo, e per Filippo Stagnino Le opinioni di sant'Agostino sulla Grazia e il libero arbitrio nel 1545 da Agostino Fregoso Sostegno. Ivi predicava l'Ochino; a Padova fece lunga dimora Pietro Martire Vermiglio, e tenne scuola lo Spiera di Castelfranco (Vol. II pag. 124): a Treviso si formò un'accolta di novatori; e in una a Venezia tennero conferenze circa quaranta persone, che spingeansi ben oltre i confini dei Protestanti. Di ciò prese ombra Melantone, e nel 1539 scriveva al senato pigliasse precauzioni contro gli Antitrinitarj, nè lui confondesse con essi; finchè n'è tempo ci proveda, perchè è fama che più di quaranta persone nella loro città e campagne ne siano infette, persone nobilissime e d'acuto ingegno[158].

Dicemmo di monsignor Della Casa, ito nunzio papale a Venezia nel 1544, e della parte sua nel processo del Vergerio. Dalle sue lettere appajono le guise che quel Governo teneva coll'autorità ecclesiastica. Al cardinale Farnese il 29 maggio 1546 scrive: «Avendo io fatto mettere prigione un Francesco Strozzi, eretico marcio, il quale si tiene che traducesse in vulgare il Pasquillo in estasi, libro di pessima condizione e pestifero, e sendosegli trovato adosso, quando fu preso, uno epitafio mordacissimo e crudelissimo fatto da lui contro la persona di nostro signore, ed avendo sua santità a Roma con l'oratore di questi signori fatta ogni istanza necessaria, ed io qui non mancato di tutte le diligenze possibili per potere mandare il detto Francesco a Roma, il quale è prete e stato frate dodici anni, non si è potuto avere, e finalmente il serenissimo mi ha dato tanto precisa negativa jeri mattina, che giudico non sia più da tentare questa pratica; fondandosi sopra la conservazione della giurisdizione, e mostrando quanto ciascuno Stato debba sforzarsi di mantenerla».

Il 29 giugno: «Sopra Francesco Strozzi la illus. Signoria mi ha promesso stamattina di darmelo in qualunque prigione io lo vorrò; e come io l'abbia in loco comodo, farò fare quanto richiede la giustizia in caso così atroce[159].

Il 25 agosto: «Qui son molti fautori de' Luterani che spesso spesso levano rumori assai. I quali non avendo modo di ribattere, quantunque questi signori siano prudentissimi, e non diano orecchio così facilmente a ogni cosa, crescono però e si dilatano per tutto».

Il 21 maggio seguente: «Io non ho ancora potuto aver risoluzione di quello ch'io debba fare del frate eretico, del quale io parlai mercoredì passato in Collegio (in senato) bene efficacemente, mostrando a quei signori che i rimedj ordinarj non bastavano a reprimere la malizia di questa setta, come l'esperienza dimostra tuttavia. E perchè lor sublimità furono di varj pareri, non ebbi risoluzione ferma: ed io ho molto riguardo di non pronunziar cosa che non sia poi eseguita da loro, che sarebbe poco onor di questo officio, e darebbe animo alli eretici. Averò la resoluzione lunedì, e sono assai certo che i signori deputati hanno novamente avuto ancora maggior autorità, e sono stati esortati alla severità e al rigore. Per il che io spero bene».

Raccogliamo da altro luogo che quel frate fu degradato in San Marco, in abito secolare condotto nel Forte, condannato in vita; e i suoi libri e la scritture bruciati[160].

L'11 giugno 1547 lo stesso Della Casa scriveva: «Io credo che quello che sua santità ha detto al signor ambasciadore abbia fatto bonissimo frutto nella causa delle eresie, perchè due di quei signori deputati mi hanno ringraziato molto delle buone relazioni che dicono saper che io ho fatte a Roma delle persone loro, mostrando di averne infinito piacere: e la causa in se va molto bene, e spero che, con qualche destrezza necessaria, in effetto in tutta questa negoziazione di qua si sarà, con l'ajuto del santo Dio, fatto assai opportuno rimedio a questa fastidiosa e pericolosa malattia».

E il 3 agosto 1549: «Sopra due eretici di Padova, per aver un poco di querela fondata contra di loro, si è commesso al vicario che faccia un poco di esamine secreto, e si vedrà di farli venir qua».

Infine il 9 novembre all'eletto di Pola a Roma: «Facendo io jermattina instanza in Collegio per aver il braccio secolare per il Grisonio nelle eresie di Conegliano, il principe m'interruppe dicendo, che aveano fatto un'esecuzione molto laudabile contra quei di Digiano ecc. e che si avvertisse che i preti che si poneano in luogo dei contumaci fossero buoni, e sedessero là per sanar e correggere quanto aveano infettato questi ecc.»

Nel 1546 Baldassare Archiew inglese domandava al senato licenza di rimaner in Venezia come residente per la sua nazione, e presentar lettere di cui lo aveano incaricato i principi di Germania. Sul consentirglielo si disputò per molti giorni. Michele Barozzi sostenea che in paese cattolico non poteasi tollerare un residente eretico, per cui favore l'eresia troverebbe modo d'insinuarsi: ma il Pesaro riflettea trattarsi di Stato, non di fede: i Protestanti erano grandi principi, occupavano mezza Europa, si opponevano all'imperatore, di che tornava vantaggio a Venezia: se poi si volesse aver riguardo alla fede, ben altri rigori occorrerebbero per reprimere la simonia. Il Barozzi replicava che la domanda dell'Archiew riguardava appunto la fede, poichè tendeva a procacciarsi stabile e riconosciuto dominio in Venezia, e perciò arbitrio di parlar liberamente, spacciare suoi libri, e scandolezzare i Cattolici coi liberi modi di protestante. Il Trevisan insisteva, i Protestanti non mandare certo a trattar di fede, bensì di Stato: i principi tedeschi non cercare che la conservazione della propria libertà e degli interessi religiosi: solo per questi, dopo ventinove anni che professavano la nuova fede, essersi ora uniti in lega spedendo nunzj alle diverse potenze, fra cui anche a Venezia, dirigendole per mezzo dell'Archiew una lettera alla quale sarebbe scortesia il non rispondere: come sarebbe improvido il non tenersi amica una Lega tanto potente. In fatto la lettera fu ricevuta, e datavi risposta evasiva; e l'Archiew rimase come residente d'Inghilterra. Del che lagnandosi il papa, gli fu risposto esser ciò necessario per le continue comunicazioni con quel regno; del resto sua santità non poter dubitare della devozione della Repubblica.

Nessun però creda che i Veneziani s'allentassero nel perseguitare l'eresia; sì perchè ve li portava l'indole dei tempi, sì perchè essa turbava la quiete pubblica, primario intento di quel Governo. Fin dal 22 aprile 1547 erasi data questa commissione agli assistenti del Sant'Uffizio.

«Nos Franciscus Donato dux Venetiarum, ecc. Conoscendo, niuna cosa esser più degna del Principe Cristiano, che l'essere studioso della Religione e difensore della Fede Cattolica, il che etiam n'è commesso per la promissione nostra ducale, e stato sempre istituito dalli Maggiori nostri; però ad onore della Santa Madre Chiesa avemo eletti in questi tempi col nostro minor Consiglio voi, dilettissimi nobili nostri, Nicolò Tiepolo, dottor Francesco Contarini e Marco Antonio Venier dottore, come quelli che sete probi, discreti e cattolici uomini, e diligenti in tutte le azioni vostre, e massimamente dove conoscete trattarsi dell'onore del Signore Iddio. E vi commettemo, che dobbiate diligentemente inquirere contro gli eretici, che si trovassero in questa nostra città, e etiam ad mettere querele contro alcuno di loro, che fossero date; e essere insieme col reverendissimo Legato e Ministri suoi, col reverendo Patriarca nostro e Ministri suoi, col venerabile Inquisitore dell'eretica pravità, sollecitando cadauno di loro in ogni tempo e in ogni caso che occorrerà, alla formazione de' processi: alla quale etiam sarete assistenti, etiam procurando, che siano fatte le sentenze debite contro quelli, che saranno conosciuti rei. E di tempo in tempo ne avvisarete tutto quello che occorrerà, perchè non vi mancheremo d'ogni ajuto e favore, secondo la formola della promozione nostra ecc.».

Il 21 ottobre 1548 fu presa questa parte, cioè determinazione nel Consiglio dei Dieci:

«In esecution della Promission del serenissimo principe nostro e del capitular di conseglieri, furono da Sua Serenità con il consenso loro deputati tre delli primarj nobili nostri ad inquirir e accettar denunzie contra eretici in questa città e ducato solamente. I quali essendosi ridutti insieme con l'auditor del reverendissimo legato e con l'inquisitor tre fiate alla settimana dal mese di aprile 1547 in qua, hanno fatto quel buon frutto che a cadauno è noto. Imperochè sono cessate le conventicule che prima si facevano in diversi luoghi publici e privati di questa città, e molti immersi in tale diabolica pravità si sono abjurati publicamente; la qual bona opera quando si facesse nelle altre città del Stato nostro, nelle quali vi regna questa detestanda setta, si come da diversi Rettori nostri per molti casi d'importanzia siamo stati ricercati a fare, e anco dal reverendissimo legato apostolico, non ha alcuno che non conosca quanto si faria cosa grata all'onnipotente Dio e Signor nostro Jesù Cristo, però,

«L'anderà parte, che la deliberazion di questo Consiglio del 21 marzo 1521 in materia de strigoni e heretici, sia, quanto spetta ad eretici della fede catolica e di sacramenti della santa Chiesa, riformata, e da novo sia dechiarito che si abbi ad osservar quanto si osserva in questa nostra città, cioè:

«Che li rettori delle infrascritte città, debbano primamente far elezione de dui dottori, over persone intelligenti, catoliche e di bona vita, e poi ridursi in qualche loco commodo con il reverendo vescovo over suffraganeo o vicario suo, e con il venerando inquisitor, e tutti insieme inquirir et accettar denunzie contra cadaun eretico sottoposto alla città, alle castelle e a tutta la diocese sua; assistendo continuamente li rettori e li dui per loro ut sopra eletti al accettar delle querele e alla formazione di processi e non altramente, prestando il consiglio e favor suo fino alla compita formazione di essi: e che per i ditti reverendi ecclesiastici siano fatte le sentenzie contra quelli che sarano conosciuti rei secondo il tenor di sacri Canoni. Al far delle qual sentenzie debba sempre intervenir il Consegio e li dui per loro eletti, si come è ditto di sopra e non altramente, e similmente assister e prestar il loro consegio in ogni cosa pertinente a questa materia. Fatte veramente le sentenzie, debbano li rettori darli la debita esecuzione. E se per qualche justo impedimento non potessero assister ambidue li rettori alle cose sopra ditte, vi debba almeno intervenir uno di loro, insieme con li dui qualificati ut sopra. E ove si attrova uno solo rettor, quello debba assister personalmente, avendo sempre appresso di sè li altri dui a questo deputati da lui. E questo ordine sia posto de cætero nelle commissioni di essi rettori, acciò ch'el sia del tutto osservato.

«Li processi veramente che sin ora fussero sta fatti in questa materia senza la presenzia di rettori nostri, s'intendino nulli, ma ben si possano da novo formar nel modo sopra ditto.

«Sia etiam commesso alli predetti rettori, che, subito receputo il presente ordine nostro, debbano far pubblicamente proclamar nella città a loro commessa e in tutte le castelle sottoposte alla sua jurisdizione, che se alcuno averà libri proibiti dalla santa Chiesa Catolica, possino e debbino presentarli ad essi rettori fra quel termine che li parerà statuirli, senza incorrer in pena alcuna, ma ben i libri siano brusati publicamente. Passato veramente il termine, si procederà contra li inobedienti come parerà alli rettori esser conveniente.

«E da mo sia preso che alli stessi rettori nostri[161] insieme con la deliberazion soprascrita, sia scrito a parte secretamente quanto si contiene ut infra:

«Istruzione secreta.

«Averete veduto quanto vi avemo commesso con il Consegio nostro di Dieci e zonta, in materia di proceder contro eretici con l'assistenzia e consiglio nostro, e di quelle due persone qualificate da esser per voi elette, la quale deliberazion volemo che eseguiate. Ben vi dicemo con l'istesso Consegio e zonta che quando si trattasse de qualche persona dalla quale vi paresse poter provenir qualche scandalo per alcuno rispetto, debbiate, avanti che si devenga a retenzione o sentenzia, dar avviso alli Capi di esso Consegio con dichiarir particolarmente la qualità della persona, li parenti ed aderenti, e facoltà soa, e ogni altra cosa e rispetto che ve paresse degno de considerazione, e il simile servarete avanti l'esecuzion delle sentenzie contra ogni altra persona quando abbia intervenir pena de vita o membro, overo di confiscazion di beni, perchè poi vi si darà commissione di quanto ne parerà convenirse.

«Questo ordine nostro essendo importantissimo, volemo che teniate secretissimo apresso di voi soli, sì che nè alcun ministro vostro nè alcun altro, sia chi esser se vogli, lo possa saper, e consignarete le presenti alli vostri successori in propria mano con la istessa secretezza, i quali facino il medesimo a quelli che si succederanno di tempo in tempo».

Lo stesso Consiglio dei Dieci colla sua Giunta, a' varj rettori delle provincie scriveva:

«Averete veduto il modo col quale s'abbia proceder contro li eretici luterani, dell'esecuzion del quale credemo ve sarà cura diligente. Ben vi dicemo col detto Consegio e zonta, per conveniente rispetto, che quando ve paresse la cosa redutta in termine ch'el se dovesse venir a sentenzia contra alcuno de vita over de membro o de confiscazion de beni, vediate de intervenir, sì che abbia star suspeso il proceder più oltre, e debiate scriver alli Capi di esso Consiglio, mandando il processo formato sotto sigillo e espettando ordine nostro».

Al 29 novembre 1548 il doge Francesco Donato scriveva al rettore di Bergamo:

«Avemo inteso con grandissimo dispiacere nostro, che in questa città si ritrovano alcuni eretici, i quali non solo non vivono cattolicamente, ma pubblicano, disputano e cercano di persuadere agli altri le opinioni luterane, cosa che non volemo comportare per modo alcuno». Ed essendosi il papa doluto che il capitano e podestà di Vicenza lasciassero predicare liberamente l'errore, la Signoria, conforme ai detti ordini severi, cominciò supplizj. Guido Zanetti fu consegnato all'Inquisizione romana; Giulio Ghirlanda trevisano e Francesco di Rovigo condotti a Venezia e di subito strozzati; così Antonio Ricetto vicentino, Francesco Spinola prete milanese e frà Baldo Lupetino: Francesco di Ruego fu affogato nel 1546. Alquanti approfittarono del terribile avviso per fuggire, tra cui Alessandro Trissino con altri riparò a Chiavenna, donde a Leonardo Tiene suo concittadino scrisse, eccitandolo ad abbracciare una volta la Riforma, con tutta la città.

L'Altieri suddetto, il 24 marzo 1549, scriveva al Bullinger da Venezia: «Qui la persecuzione si fa ogni dì più insolente: molti son presi, e condannati alle galere o a carcere perpetuo, alcuni s'inducono a ritrattarsi per timor della pena, talmente ancora è debole Cristo: molti son proscritti colle donne e i figli, altri provedonsi colla fuga. Tra questi il pio e dotto vescovo Vergerio, il quale se viene a voi, accoglietelo bene e favoritelo cortesemente. Io pure sarò ridotto alla condizione stessa, giacchè Dio vuol con queste tentazioni provar la fede de' suoi».

Esso Altieri procurò che i Tedeschi e Svizzeri facessero ritirare il decreto del senato: ne scrisse al duca di Sassonia; andò in Isvizzera: protestava i Veneti esser tutti favorevoli ai Francesi e perciò nemici dell'imperatore, e in conseguenza dovere i principi di Germania tenerli in conto, come opportuni ai loro divisamenti: ma non potè ottenere se non lettere commendatizie, e reduce ebbe intimazione di professar il culto romano, o andarsene. Così in fatto fece, passando per Ferrara a Firenze, poi tornando nel Bresciano, donde scriveva ad esso Bullinger, il novembre 1549, trovarsi in gran molestie e pericoli della vita, nè scorger luogo in Italia ove stare sicuro colla moglie e il figlio: «nè avran posa gli empj finchè non mi assorbano vivo».

Più violento il Vergerio scriveva: «Se sarebbe crudeltà, barbarie ed asineria a voler impedire che fosse restituita la purità e bellezza della lingua volgare, perchè non è da dire che sia infinitamente maggior barbarie, crudeltà, asineria l'aver mandato un Archinto milanese legato in Venezia, il quale non pensa ad altro tutto il dì che di far strascinare in prigione e cacciar in bando gli uomini da bene, solamente perchè si dimostrano bramosi di veder restituita alle Chiese quella purità e bellezza dell'evangelo, che Gesù Cristo venne ad insegnarci, e la quale era stata sconcissimamente contaminata e vituperata?[162]»

E al Dolfin vescovo di Lésina: «La ingiustizia e crudeltà è grandemente cresciuta d'un tempo in qua appresso de' vostri, perciocchè a' tempi nostri i papi fan annegare i nostri fedeli di notte segretamente, senza che possano prima esser le loro difese ascoltate, almen in luogo pubblico, come s'è fatto novamente di que' due santi martiri di Cristo frà Baldo Lupetino d'Albona, di cui fu nipote e discepolo M. Mattia Flacio Illirico, ben conosciuto dal mondo, e M. Bartolomeo Fonzio, tra gli altri dico che di notte furon fatti annegare, nè vogliono i medesimi papi che i rei in questa causa possano essere ascoltati, se non appena da qualche diabolico inquisitor in un cantone Sed tu Domine usquequo?».

Sotto il 24 aprile 1551 racconta: «C'è di nuovo in Italia che i signori Veneziani avean fatto un decreto che niun legato papale nè vescovo nè inquisitore potesse procedere contro alcun suddito, senza la presenzia ed intervento di alcun magistrato laico; ed ora il papa freme, ed ha fulminato una sua bolla, che sotto gravissime pene niun principe secolare possa impacciarsi nè molto nè poco nelle materie degli accusati per conto di religione, e staremo a vedere se i Veneziani vorran obbedire. Buona cosa sarebbe se per questa via entrasse discordia tra loro e l'anticristo»[163].

Poi al Bullinger da Tubinga il 6 settembre 1554: «Ho qui con me Gerolamo Donzelino medico, cacciato or ora da Venezia pel Vangelo; uom prudente, che sa molto di ciò che si fa in Italia; e m'afferma che la peste servetana più che mai serpeggia, e ch'egli fu tentato dal Gribaldo per accedere a quella opinione. Certo è che da alcuni di Basilea si fe, con alquanti italiani, una cospirazione che, se non venga compressa, ci partorirà qualche gran male». E negli ultimi suoi giorni (1562) scriveva informando Venetos impios sœvire, quod antea non fecerunt; nec dubium est quin cum papa sint confœderati contra, ut ajunt, Lutheranos. Florentiæ ibidem; imo una vice propter religionem XVIII captos et in carcerem conjectos fuisse. Theologum, qui diversam de Trinitate sententiam pro concionibus defendere voluerit, Genevæ esse decolatum; quod factum non omnes approbant.

Aveasi dunque a Venezia libertà di costumi, non libertà d'opinioni, che spesso con quella è confusa[164]. Vero è che i Tre Savj dell'eresia, istituiti nel 1551, erano uno spediente per vigilar l'azione del Sant'Uffizio. Gli Esecutori sopra la bestemmia doveano approvare le stampe, vigilare sopra gli eretici, i bestemmiatori, i violatori di cose sacre, coloro che celebrassero messa non ordinati.

Ed è pur vero che i papi querelavano la Signoria di troppa mitezza; e segnatamente Giulio III nel 1550 ne mosse vive rimostranze all'oratore Matteo Dandolo[165], anche perchè i laici fossero chiamati a giudicare cogli ecclesiastici in materia di fede; contro la qual pratica esso pontefice pubblicò una bolla.

Fu forse per le instanze del papa che, il 3 novembre 1550, fu emanata questa provigione:

«Franciscus Donato Dei gratia dux Venetiarum etc. Nobilibus et sapientibus viris Francisco Venerio, de suo mandato potestati, et Hieronymo Grimani capitanio Veronæ, et successoribus suis, fidelibus dilectis salutem et dilectionis affectum. Avendo noi esistimato cosa equa e conveniente, che contra li imputati d'eresia da per tutto nella giurisdizione del Dominio nostro si abbi a procedere ad un modo istesso, avemo deliberato nel consilio nostro di Dieci e Zonta, che, nelli casi occorrenti e che occorreranno di essa eresia, si debba osservar la medesima forma di procedere che è statuito si servi in le città nostre di Bressa e di Bergamo, come in le lettere scritte alli rettori di quelle per il ditto Consilio di X con la zonta, sotto li 29 di novembre 1548 si contiene in tutto e pertutto, cioè: che ritrovatevi con quel reverendo Vicario, over con quel reverendo Episcopo se si troverà presente de lì, e l'inquisitore, debbiate insieme con loro e doi dottori delli primarj di quella città, che a voi pareranno prediti di bontà e dottrina, non ostante alcuno altro ordine, formar diligente processo in questa materia: nel qual vi troverete presenti in tutto quello che si opererà; ovvero, se qualche fiata per alcun necessario impedimento non poteste voi intervenire, farete che vi si ritrovi il Vicario di voi Podestà, appresso alli sopradetti, e usarete ogni diligenzia acciò che il processo sia formato di quel modo che si conviene, e noi possiamo intendere con bon fondamento come passano le cose nella prefata importantissima materia, e finito che sarà, lo mandarete alli Capi del Consilio preditto immediate, il quale poi che averemo veduto, vi daremo avviso di quello ch'occorrerà. Pertanto con l'autorità del preditto nostro Consilio di Dieci e Gionta vi commettemmo che debbiate così osservar e far osservare, facendo registrar queste lettere in quella cancellaria vostra per memoria de quelli che di tempo in tempo vi succederanno a effetto di tal osservanzia»[166].

Pio IV nel 1564 si doleva coll'oratore Marco Soranzo perchè la Signoria non operasse abbastanza severa ne' casi d'eresia, che si verificavano a Venezia, Verona, Vicenza. «Bisogna che si mostrino più severi, e che facciano migliori rimedj che non han fatto finora. Lo Stato loro da più bande è vicino ad eretici; è necessario che facciano buona guardia che questa peste non vi entri, e che, quando alcuno vien scoperto d'eresia, lo puniscano acerbamente. Il che non hanno fatto fin adesso in quel modo facea bisogno, e noi sapemo che anco in Padova hanno tollerato delli scolari tedeschi apertamente eretici, li quali hanno infettato degli altri»[167].

In conformità, il Consiglio dei Dieci emanò un'ordinanza, ove professava non potersi fare a Gesù Cristo e a tutti i fedeli cosa più grata, che il cercar tutti i mezzi d'allontanare que' mali uomini, i quali in materia di religione seguono opinioni particolari: pertanto ingiungevano ai rettori di sbandirli da tutte le terre della repubblica fra quindici giorni dalla pubblicazione del decreto, con minaccia che, se tornassero, verrebbero chiusi in prigione sicura, appartata da quella pe' delitti ordinarj, e sottoposti a grave multa.

Ciò non tolse che l'anno medesimo scrivessero a' Grigioni di venir pure a negoziare in Venezia senza paura dell'Inquisizione, sicuri sulle promesse già date anche per tutto lo Stato, purchè vivessero modesti e non recassero scandali.

Sollecitato da Pio V perchè la Signoria applicasse rigorosamente l'Inquisizione, l'ambasciatore veneto Paolo Tiepolo scrive avergli risposto si farebbe, ma guardando «troverebbe che in quel dominio si vive più religiosamente e cattolicamente che forse in qualsivoglia altra parte; e non sapeva dove più si frequentassero le chiese e i divini uffizj che in quella città. Di che rimase alquanto sopra di sè, forse per l'informazione avuta del contrario».

E altra volta: «Venne a trovarmi l'inquisitore di Brescia, e mi disse che il papa l'aveva lungamente esaminato sopra le cose di quella città, e che egli, che conosceva che con sua santità non era bisogno di sperone ma di freno, avea fatto ogni sorta di buon officio, scusando e raddolcendo quelle cose che erano venute alle orecchie della sua santità, affermando che da quei clarissimi rettori gli erano prontamente prestati tutti quegli ajuti e favori che sapea desiderare. Mi soggiunse aver detto a sua santità d'aver sentito che non era ben disposto verso quel serenissimo dominio: ma come devoto della sua santità volea dirle che non sapea Stato che facesse più di quello per la santa sede; che, sebbene in una moltitudine grande si trovasse qualcuno che non avesse mente del tutto retta, non bisognava fare mal concetto di tutta una repubblica così degna e così buona come quella».

Altrove narra come rassicurasse il santo padre che la Signoria vigilava occulatissima sugli eretici, non solo per zelo religioso, ma per la concordia e unione de' cittadini, la quale ne rimarrebbe turbata; e che «le cose erano in buono stato, e forse migliori che in altra parte della cristianità, non ostante che quel dominio avesse per più di trecento miglia continui confini colla Germania, e per questo rispetto convenisse aver molto commercio con Tedeschi». Aggiungeva «che noi usiamo più effetti che dimostrazioni, non fuochi e fiamme, ma far morire segretamente chi merita... Quelle dimostrazioni palesi, più grandi, severe e terribili, portavano maggior danno che utile, e poteano piuttosto confermar quei che seguirono i loro umori che spaventarli: in Francia e ne' paesi di Fiandra si eran fatte ammazzare le decine di migliaja di persone, non solo senza frutto, ma con vedere ogni giorno moltiplicar la gente nell'opinione dei morti; che il Consiglio dei Dieci aveva ultimamente fatto legge, che, chiunque fosse bandito da qualsiasi città per conto di religione, s'intendesse bandito da tutto il dominio, cosa che forse non si avrebbe potuto fare per gli ordinarj termini di giustizia».

Quella terribile frase del Tiepolo «far morire segretamente chi merita» speriamo fosse una di quelle diplomatiche, ove la seconda parte distrugge l'effetto della prima, e che si usano da chi cede nelle forme per conservare il fondo. Chè, se vi furono supplizj segreti, dovettero essere eccezionali, non mai per sistema. Ed anche nel 1588 querelandosi Sisto V de' portamenti della Repubblica, il cardinale Farnese replicò sorridendo: «Padre santo, que' signori governano lo Stato colle regole di Stato non con quelle del Sant'Uffizio; e se devesi aver occhio sincero alla religione, bisogna averlo anche ad altro»[168].

Nelle carte Medicee cogliemmo una lettera del cavaliere Nobili ambasciadore di Toscana, il quale da Madrid scrive, l'8 giugno 1568[169]:

«Io ho ritratto dall'ambasciadore di Venezia, com'egli è qua un Italiano, il quale è stato molti mesi in terra di Svizzeri e Grigioni là al confine di Milano, ed è venuto in notizia di molti vassalli del re, che tengono intelligenza con Luterani di que' paesi; ed è venuto alla Corte per manifestar a sua maestà questi tali infetti d'eretica opinione. E costui medesimo ha parlato con l'ambasciatore di Venezia, dicendogli che nel trattare questo negozio ha trovato molti delle terre de' Veneziani, uomini di qualità, di questa mala intenzione: e che se la Signoria vorrà remunerarlo, andrà là, e darà conto di tutte queste cose con molta giustificazione e verità. Onde l'ambasciadore s'è mosso a scrivere alla Repubblica, esortandola a volerne veder il vero, e castigar severamente chi tenesse queste pratiche nello Stato loro, e massime in Bergamo e Brescia, terre dove costui accenna esser seminata questa infezione».

Poi il 30 luglio: «Sopra quello che per lettera delli 11 aprile passato scrissero il duca mio signore e vostra eccellenza a sua maestà Cattolica del pericolo che sovrastava all'Italia da' Franzesi e dalli eretici quando si fossero volti a tentar questa provincia, sua santità ancora n'ha scritto in conformità, e particolarmente s'ingegna di mostrare in qual sospetto si doveano tenere il duca di Savoja e i Veneziani; l'uno per l'infezione ch'è nello Stato suo di questa peste dell'eresia e per la vicinità con Francia, e questi per tener poco conto come ciascun viva o cattolicamente o altrimenti; e con l'ajuto o pur con la sola permissione di questi duoi pare che possino derivare tutte le turbazioni che altri disegni per Italia: e contro quel duca e quella Repubblica s'è disteso, caricandoli molto appresso sua maestà, come quelli dei quali è molto dubbiosa la volontà in servizio della fede cattolica e di sua maestà».

Jacopo Brocardo veneziano (secondo altri, piemontese) seguì Calvino, e pretese confermare colla santa scrittura le visioni che dicea d'avere: nel 1565 ritiratosi nel Friuli, scrisse di fisica, ma scoperto fu arrestato dai Dieci: rilasciato, andò vagando a Eidelberga, in Inghilterra, in Francia, in Olanda, ove pubblicò libri sostenendo che i profeti aveano vaticinato gli avvenimenti particolari del secolo XVI: e gli applicava ai fatti venturi, a quanto accadrebbe a Filippo, a Elisabetta, al principe d'Orange. Il sinodo di Middelburg disapprovò questa guisa d'interpretar la Bibbia. Segur Pardalliano bretone credette che il personaggio, designato in queste profezie come destinato ad abbatter l'idra papale, fosse Enrico IV, e indusse questo a spedirlo ai principi protestanti per tal oggetto; ma divenne ridicolo quando palesò donde traeva tali persuasioni.

Un commento del Brocardo sulla Genesi fu condannato dal sinodo nazionale della Rocella nel 1581. Ritrattò poi i suoi libri mistici e profetici, pure fu sbandito dall'Olanda, e campò miseramente fin dopo il 1594.

Il modo di procedere in fatto d'eresie a Venezia appare da questa istruzione:

«Modus qui servatur in tribunali nostro in procedendo contra hæreticos.

«Et primo, porrecta querela, sive denuntia contra aliquem per judices ecclesiasticos, videlicet reverendum dominum Auditorem reverendissimi d. Legati apostolici et per patrem inquisitorem hæreticæ pravitatis, cum assistentia clarissimorum dominorum deputatorum contra hæreticos, ex offitio super ea testes assumuntur et examinatur; et si faciunt inditia aut probationes, ita quod deveniri possit ad capturam denunciati, tunc Judices ecclesiastici, accedente consilio prædictorum clarissimorum dominorum deputatorum, dictam capturam decernunt; sin autem, eundem ad comparendum personaliter citari mandant, qui si non comparuerit, proclamatur in scalis publicis, et contra ipsum proceditur, ejus contumacia non obstante. Si vero comparuerit, judices ecclesiastici cum assistentia prædictorum clarissimorum d. deputat. ejus rei recipiunt aut constitutum, et eo recepto, decernunt (accedente consilio ut supra) quod incarceretur aut consignetur in aliquo loco quem ei deputant pro carcere, cum fidejussione de se præsentando et de non recedendo, et successive ad ulteriora proceditur, examinando testes et contestes, et constituendo inquisitum qui confitetur se errasse, et qui se remittit sanctæ matris Ecclesiæ correctioni. Tunc formata abjuratione illa, reus, ore proprio, si scit legere, sin autem notarius reo præsente et omnia in eadem abjuratione confitente, recitat die statuto per judices. Deinde ipsi judices ecclesiastici, habito colloquio de pœna sive pœnitentia, ad quam reus veniat condemnandus, cum prædictis clarissimis dominis deputatis, et citato reo ad audiendiam sententiam, illam in scriptis, accedente consilio ut supra, proferunt et promulgant, et in ipsius sententiæ fine serenissimi principis pro executione ipsius sententiæ brachium humiliter implorant. Si vero reus negaverit delicta, de quibus in inquisitione, perpetrasse, tunc in arctiori carcere detrudi mandatur, ut eo mediante, delicta per se perpetrata confiteatur. Si vero illa confiteri negaverit, tunc et eo casu utatur deductis in processu et attestationibus testium, dummodo videantur esse conformes et sine aliqua inimicitiæ suspicione, ac tales quod in juditio fides eisdem adhiberi possit: et sic ad sententiam condemnatoriam, prout juris fuerit ut supra proceditur. Si vero testes examinati non plene probaverint, ita quod tantummodo inditia fecerint, aut semiplene probaverint, tunc et eo casu proceditur ad torturam, licet hactenus in tribunali nostro hujusmodi non evenerit casus, et ita hactenus fuit servatum et processum, cum assistentia prædictorum clarissimorum domin. deputatorum et eorum accedente consilio decretum et sententiatum».

L'archivio del Sant'Uffizio di Venezia, or riunito agli altri nel convento de' Frari, consta di cencinquanta cartelle. Eccetto un processo del 1541, la serie regolare non comincia che al 1548. Secondo il Romanin, fra quest'anno e il 1550 si fecero sessantatre processi sia nella dominante o nelle provincie; diciannove di essi vennero sospesi: gli altri riuscirono a condanne di multa o bando; alcuni di carcere temporario, uno di galera, uno di morte. Gl'imputati sono preti o artigiani: pochi civili, nessun nobile. Solo alla Marciana[170] esiste la sentenza contro Francesco Barozzi per stregheria, seduzione, apostasia ostinata: egli acconciossi a confessar tutto, purchè gli si lasciasse salva la vita e non confiscati i beni: restò alcun tempo in carcere, pagò cento ducati di cui fare due crocifissi d'argento, e s'obbligò a certe preghiere e a confessarsi regolarmente.

Nè scarseggiarono nel Veneto i processi di streghe; e ne' Diarj di Marin Sanudo ne occorrono varj, coi soliti abusi delle procedure d'allora, e con evidenti prove di superstizione, di delirio, di allucinazioni. Dagli Annali di Brescia, manuscritti alla Quiriniana, raccogliesi che nel 1455 frate Antonio inquisitore invocava il Governo contro eretici nella pieve di Edolo, che ricusavano i sacramenti, immolavano fanciulli, adoravano il diavolo. Nel 1510 a Edolo e Pisogne essersi bruciati da sessanta streghe e stregoni, che confessarono aver ammaliato uomini, donne, animali, seccato prati ed erbe: e menati al fuoco, non si mostravano sbigottiti, nella certezza che il demonio avrebbe fatto miracolo per salvarli. Nel 1518 essersi bruciate da settanta streghe in Valcamonica, togliendone i beni: e di quell'anno stesso una lettera da Orzinovi denunzia come infetti di stregoneria molti preti, che non battezzavano, e che dicevano la messa come Dio vuole.

Il dottor Alessandro Pompejo, in lettera da Brescia del 28 luglio 1518, racconta come sul monte Tonale si raccogliessero fin duemilacinquecento persone alla tregenda: e Carlo Miani patrizio veneto con maggiori particolarità riferisce che, sollecitate dalle madri, le fanciulle fanno una croce in terra, poi la calpestano, e sputacchiano; ed ecco presentarsi loro un cavallo, sul qual montato, subito si trovano sul Tonale alle turpi nozze. Introdotte in magnifica sala tutta a seta, vedono un signore, assiso in tribunale d'oro e gemme, che le fa scompisciar la croce, indi le accoppia a giovincelli bellissimi. Anche sul monte Crocedomini fra la val Sabbia e la Camonica teneansi di tali congreghe, testimonio il Gàmbara nelle note alle sue Geste de' Bresciani durante la Lega di Cambrai.

Per l'Inquisizione de' libri proibiti Venezia volle salve le ragioni del principato, e affidò tal materia al Consiglio dei Dieci, il quale, con decreto del gennajo 1526, comandò non si stampasse nulla senza licenza dei tre capi del Consiglio: poi passò tal cura agli Esecutori contro la bestemmia. L'Indice di Clemente VIII non fu ricevuto che con certe restrizioni, e nel concordato del 1596 si stabilirono nove capitoli: 1º i libri sospesi dal nuovo Indice per doversi espurgare, possano vendersi a chi abbia licenza dal vescovo o dall'inquisitore: 2º se gli stampatori volessero ristamparli, potran essere corretti dal vescovo o dall'inquisitore, senza mandarli a Roma; 3º de' libri nuovi si consegnerà l'originale al segretario de' riformatori dello studio di Padova o al cancelliere del capitano delle altre città; 4º sui libri si stamperà la licenza avuta e il nome di chi gli ha riveduti: 5º non si pongano figure disoneste; 6º i libraj per questa sola volta presentino all'inquisitore l'inventario dei libri che hanno, per espurgare i notati nell'Indice; 7º vescovi e inquisitori possano proibire solo per titolo di eresia o per falsa licenza: 8º non son obbligati gli stampatori a dare il giuramento; 9º gli eredi libraj diano all'inquisitore la nota de' libri proibiti che trovassero nell'eredità.

Siffatti rigori non tolsero che la tipografia fosse una delle principali e nobili industrie di Venezia, segnalata dagli Aldi, dai Baglioni, dai Comini, dagli Zatta: anzi i Baglioni ottenero la nobiltà veneta, e gli Albrizzi la dignità di procuratori di San Marco.

Ogni capoluogo del Veneto aveva il suo tribunal d'Inquisizione, organizzato a immagine di quel di Venezia; e d'accordo coi riformatori dello studio di Padova, facea la revisione de' libri e delle stampe; e la licenza dovea registrarsi dal magistrato degli Esecutori contro la bestemmia. Un consultore ecclesiastico ed uno secolare venivano interrogati nelle differenze fra gli avvedimenti religiosi e i politici; un Revisore dei brevi esaminava tutte le bolle e carte che venissero da Roma.

Quanto dicemmo nel Discorso IX sulla scuola di Padova vuolsi inteso per Venezia, di cui quella città era il ginnasio. Il Caracciolo denunzia Padova come «ricetto di eretici; vi furono per alcun tempo non solo il Vergerio, ma Enrico Scotta, Sigismondo Gelvo, Martin Borrao, il Gribaldo e lo stesso Calvino, quando, fuggito di Picardia, venne in Italia e arrivò sino a Firenze. Chioggia aveva il vescovo molto sospetto d'eresia, sicchè poi al Concilio non fu arrestato sol per la protezione del cardinale di Trento. In universale di tutta questa provincia di Venezia quanto fosse macchiata di eresie, si può scorgere dalla relazione fatta di lei a papa Clemente VII dal vescovo Teatino».

Fra le lettere del Bullinger n'ha una del 30 marzo 1543, dove Osvaldo Miconio parla d'un decano di Padova, il quale parea voler combinare i riti cattolici colle nuove credenze; e d'un altro, non nominato, che in colloquio sosteneva volersi un solo pastore e un solo ovile, si osservasser la quaresima, il digiuno, le feste, l'intercession dei santi, insomma (dice) connettere Cristo e Belial. Accenna pure d'un altro italiano, che cattivossi Calvino in modo, da ottenerne una commendatizia; eppure venuto ad Arovia, palesò di non credere nello Spirito Santo.

Anche Bernardino Tomitano di Padova, che stampò una Esposizione letteraria del testo di Matteo evangelista (Venezia 1547), che probabilmente è tradotta da Erasmo, fu accusato d'eresia, ma se ne scolpò colla «Orazione I e II ai Signori della Sant'Inquisizione di Venezia»; (Padova 1556).

Nell'archivio vaticano si trova una «Scrittura fatta sotto Federico Cornaro vescovo di Padova circa il tollerare o non tollerare la licenza della nazion germanica»[171], dove si muove lamenti perchè anche in questa Università si esiga altrettanto che in quelle d'Inghilterra, di Ginevra, di Germania, «che vogliono che tutti li forestieri dopo tre giorni siano obbligati, lasciando il proprio rito, accomodarsi all'abuso e licenza loro».

L'insegnamento degli Averroisti[172] sopravvisse nella scuola di Padova anche dopo che di quelli la barbara forma era condannata dagli umanisti, e il fondo dai Cattolici. Zabarella, Zimara, Federico Pendasio, Luigi Alberti ed altri proseguirono quella tradizione, benchè repudiassero tutti l'unità dell'intelletto. Francesco Ludovici veneziano, in una delle tante continuazioni del poema dell'Ariosto, intitolata il Trionfo di Carlo Magno, canta di Rinaldo, che penetrato nelle viscere del monte Atlante, si trova nel tempio della Natura, e là vede dar l'esistenza a quanto vegeta e respira; la quale Natura v'è collocata al posto di Dio, come l'intelligenza e la ragione tengono luogo dell'anima. Interrogata da Rinaldo perchè gli uomini abbiano anima più intelligente che le bestie e immortale, la Natura risponde: