Nell'uom ne pon'io più (d'intelletto) ch'è mio volere;
E tanto è quel, che d'ogni altro animale
Eccede di lontan vostro savere.
Quell'altro poi, che in voi dici immortale,
Io non lo fo. Se Dio lo fa, sel faccia:
Che cosa ella si sia non so, nè quale.
Puote esser molto ben che a lui ne piaccia
Far, quando i corpi io fo, qualcosa in voi
Che torni al vostro fin nelle sue braccia;
E questo, se a te par, creder lo puoi.
Ultimo rappresentante di quella scuola ci appare Cesare Creminino da Cento, che professò diciasette anni a Ferrara, poi quaranta a Padova. Le poche cose sue stampate non ne giustificherebbero l'alta reputazione; ma sussistono molte copie de' corsi che spiegava agli scolari. Egli non accetta l'unicità dell'intelligenza: pone per intelletto attivo Dio stesso, distinto dalle potenze dell'anima, sussistente per se stesso, vita dell'universo, il qual universo non è, ma diventa (mundus nunquam est, nascitur semper et moritur). Distingue sempre la verità filosofica dalla teologica, e specialmente nell'aprire il trattato dell'anima dice agli uditori: «Io non pretendo insegnarvi quel che hassi a credere dell'anima, ma solo quel che disse Aristotele. Ora tutto quanto è in Aristotele è contrario alla fede, e i teologi vi han risposto ad esuberanza. Una volta per sempre ne siate avvertiti, acciocchè, se udrete qualche proposizione di mal suono nel mio corso, sappiate ove trovarne la risposta»[173].
Queste e altre precauzioni non tolsero che l'inquisitore di Padova, ai 3 luglio 1619, gli scrivesse per richiamargli il decreto del Concilio Lateranense, che obbliga i professori a confutare seriamente gli errori che espongono[174].
«La santità di nostro signore mi ha ordinato ch'io faccia sapere a vostra signoria che nella sua Apologia non solo non ha sodisfatto alla correzione del primo libro, inscritto Disputatio de Cœlo, secondo la disposizione del Concilio Lateranense, ricogliendo la ragione d'Aristotele, confutandolo, e manifestamente difendendo la fede cattolica, ma d'avantaggio ha di proprio senso inventato certi modi di dichiarazioni e distinzioni, che contengono asserzioni degne di censura, come si può vedere dalle osservazioni che gli ho fatto avere. Per tanto V. S. corregga per se stessa il primo libro, secondo il prescritto del Concilio Lateranense; e essendo questo debito suo e non dei teologi e d'altri, V. S. lo deve fare così per obbligo di coscienza, essendo quel filosofo cristiano e cattolico che dice di essere, come per stimolo di riputazione, volendo esser tenuto dal filosofo cristiano e non etnico. E di più, V. S. levi dall'apologia e rivochi quei modi d'esplicare e di distinguere che di propria mente ha rese per dichiarazione delle propositioni che furono notate e censurate nel primo libro, perchè non soddisfano all'ordine che li fu dato, nè si devono per se stesse tollerare. Per tanto essendo necessario per ovviare a quei mali che la lettura di detti libri può causare, V. S. corregga il primo libro, secondo il prescritto che le fu ordinato in conformità del Concilio Lateranense, e levi e rivochi dal secondo gli errori ed asserzioni degni di censura che V. S. ha scritti di proprio senso, insieme con quei modi che ha tenuti in dichiarare la sua intenzione in dette cose; altrimenti mi scrivono da Roma che si verrà alla proibizione di detti libri; nè in questo negozio si pretende altro che l'onor di Dio e la salute delle anime. In oltre si pone in considerazione a V. S. che la retrattazione in cose concernenti alla fede deve esser chiara e manifesta, e non involuta nè ambigua, ed altri uomini di valore hanno esposto Aristotele in questa Università di Padova; con tutto che tenesse l'anima mortale, provavano non di meno insieme Aristotele essersi ingannato intorno a ciò, e in lumine naturali, e egregiamente confutarono le sue ragioni, in principiis philosophiæ, e tra gli altri il Pendasio a' nostri tempi, uomo di molta dottrina e pietà. Che è quanto mi occorre farli intendere in scrittura, oltre al ragionamento avuto seco a lungo di tal proposito. V. S. dunque mi risponda in scrittura distintamente a quanto io le scrivo, a fine che ne possi dar conto a Roma per venerdì prossimo futuro. Dio la conservi».
Il Cremonino di rimando:
«Ho vista la lettera che mi scrive vostra paternità, nella quale trovo due cose: una è l'avvisarmi, incitarmi e persuadermi a procurar di dar soddisfazione all'osservazioni venute novamente intorno a' miei libri. La ringrazio del buon affetto, e credo che ella sappia ch'io l'altra volta, secondo l'ordine de sua santità, fui prontissimo, e deve credere che ancor ora sono il medesimo ad ogni conveniente richiesta. L'altra cosa è quello che mi propone doversi fare; del che di passo in passo le dirò quello ch'io possa fare. Vedrò poi l'osservazioni più tosto ch'io possa, essendo ora un poco risentito, sì che non posso attender a studio, e farò con vostra paternità per adempimento di quanto occorrerà.
«Quanto a metter mano nel primo libro, non posso farlo assolutamente, perchè, allora che si trattò, fu concluso di ordine di nostro signore, che si facesse con l'occasione dell'Apologia, come s'è fatto; e ciò fu saputo in senato, e si tien per certo, sì che io non ho autorità di metter mano nel libro.
«Quello ch'io posso fare è questo: nell'ultima parte che darò fuori De cœli efficientia, avere riguardo ad ogni cosa che accaderà, e far quanto convenga per farmi cognoscere quel filosofo cattolico e christiano che dico di essere, e che so che vostra paternità sa chi io sono, che qui mi vede ogni dì essa l'esser mio, e non ha a stare a Dio sa quali relazioni. Quanto ai modi d'esplicare che dice, credo questi saranno a parte notati nell'osservazioni; vedrò e sarò con lei. Vedremo anche insieme il Concilio Lateranense, e così farò quello che occorrerà. Ma quanto al mutar il mio modo di dire, non so come poter io promettere di transformar me stesso. Chi ha un modo, chi un altro. Non posso nè voglio ritrattare le esposizioni d'Aristotele, poichè l'intendo così, e son pagato per dichiararlo quanto l'intendo, e nol facendo, sarei obbligato alla restituzione della mercede. Così non voglio ritrattare considerazioni avute circa l'interpretazione ch'abbiate fatte delle lor esplicazioni circa l'onor mio, l'interesse della cattedra, e per tanto del principe. Ma vi è rimedio; ci sia chi scriva il contrario; io tacerò, e non procurerò di respondere altro. Così al Suessano fu fatto scrivere il libro De Immortalitate, contra il Pomponazio.
«Quanto alle cose dell'anima, ora non è tempo; quando farò il commento, mi porterò da buon cattolico, e non inferiore di pietà cristiana ad alcun altro filosofo».
Bisogna dire che, in causa delle sue credenze, nessun disturbo gli venisse, perocchè continuò ad insegnare a Padova. Ma il suo nome restò come tipo della dotta miscredenza, narrandosi che in modo antifilosofico troncasse risolutamente l'accordo tra la fede e la filosofia, dicendo, Intus ut libet, foris ut moris: e che, morto ottuagenario dalla peste del 1631, anche dal sepolcro protestasse contro l'immortalità mediante l'epitafio: Hic jacet Cremoninus totus.
Questo fatto è vero?
Gisberto Voet scrive[175] che antehac ab eruditissimo viro et amico mihi comunicatum erat epitaphium quod dicebatur sibi fecisse, Totus Cremoninus hic jacet: sed postea ab eodem aliunde aliter informato, monitus revocari illud.
Ma il Balzac, raccomandando un M. Drouet, dice: «Son nom est en grosse lettre dans les archives de l'escole de Padoue; et il sortit de la discipline du grand Cremonin, presque aussi grand et aussi savant que luy. Non pas que pour cela il soit partisan aveugle de feu son maistre. Je vous puis asseurer qu'il n'en a espousé que les legitimes opinions, et jamais fidèle ne fut mieux persuadé que luy que le Dieu d'Abram et d'Isac est le Dieu des vivans, et non pas des morts».
E Lorenzo Crasso[176] pronunzia del Cremonino: «È veleno d'animo contagioso l'insegnare che l'anima dell'uomo, soggetta alla corruzione, non differisce nella morte da quella de' bruti, com'egli faceva, ancorchè sagacemente asserisse sostener ciò solamente in sentenza d'Aristotele»; e aggiunge che «fu ben composto di corpo, austero di volto, brieve di sonno, ambizioso di saper molto, finto di costumi, lontano d'ogni religione, avendo, secondo il parere d'alcuni, fatto non pochi allievi, confidenti di questa prava sua dottrina».
Veramente reca meraviglia che il peripatismo scolastico durasse sì tardo in quell'Università, e il Cremonino vi sponesse il trattato della Generazione e Corruzione, e quello del Cielo e del Mondo, mentre Galileo vi spiegava Euclide; il Cremonino che, quando Galileo scoperse i satelliti di giove, non volle guardarli col telescopio perchè quel fatto repugnava ad Aristotele. Ma la ruina di quella scuola non fu tanto dovuta alla scienza seria e sperimentale, quanto al trionfo definitivo dell'ortodossia.
Nella terraferma veneta conosciamo Paolo Lazise veronese, canonico lateranense, che mentre insegnava il latino a San Fridiano di Lucca, udì Pietro Martire, e gustò i dogmi eterodossi, de' quali fece professione nel 1542. Stette alcun tempo professore a Zurigo, poi a Basilea, infine Martino Bucer lo invitò a insegnar greco ed ebraico a Strasburgo.
È famoso nell'ampia schiera de' letterati ciarlatani Giulio Cesare Scaligero, di Verona probabilmente, che sulle prime attaccò Erasmo per le beffe contro i latinisti italiani, e fu sospettato d'aderire alle opinioni nuove: consta che morì da cattolico il 21 ottobre 1558, pure sul suo sepolcro a Agen in Francia scolpirono questa scettica epigrafe: J. C. Scaligeri quod fuit.
Domizio Calderini, di Caldiero presso Verona, autore di varj commenti sopra gli antichi, segretario apostolico a Roma, con una critica presuntuosa si procacciò nemici, i quali dissero schivava la messa, e quando doveva assistervi esclamava: «Andiamo all'error comune»[177]. Ciò basta perchè l'abbiano posto fra i testimonj della verità.
Alessandro Citolini, di Serravalle diocesi di Céneda, oltre un'Arte di ricordare, ove riduceva a certe categorie tutte le cose escogitabili, affine di poter discorrere sopra qualunque soggetto, nel 1561 stampò a Venezia la Topocosmia, o il Mondo ridotto a un luogo solo, miscuglio di tutte le cose intelligibili e materiali; spargendovi per entro gli errori, dai quali s'era lasciato affascinare. Rifuggì a Strasburgo, poi in Inghilterra, e grandemente è lodato dallo Sturm.
Al 13 luglio 1528, Clemente VII dirigeva una bolla al vescovo di Brescia Paolo Zema e all'inquisitore di quella città, congratulandoli perchè essi e tutto il municipio, a non perdere l'ottimo nome lasciato loro da' parenti e antecessori, con ogni diligenza vigilassero acciocchè l'eresia non vi pullulasse, e per estirparla se ve ne fosse. E che, avendo essi saputo come taluni, scuranti della fama e dell'onore, non si fosser vergognati di professare la dottrina luterana, e quel che non osavano in pubblico insegnavano in disparte, molti traviando, avevano eletto tre cittadini, per cui cura l'eresia diabolica luterana fu quasi divelta dalla città e dal territorio, e puniti gli autori e seminatori di essa. Pertanto gli esorta a dar ascolto a questi cittadini, affinchè del tutto sia sradicata la dottrina luterana e gli altri errori nella città e diocesi; e ricordando l'accusa ch'e' mossero contro Giambattista Pallavicino frate carmelitano, che, predicando la quaresima precedente a Brescia, aveva enunciato alcune cose erronee ed avverse alla fede cattolica, scandolezzando i pii, gli autorizza a proferir sentenza, escludendo qualunque appello, foss'anche alla santa sede; obbligar colle censure ecclesiastiche i testimonj che ricusassero; e proceder contro chi tenga, o favorisca, o consigli le massime di frà Martino; dichiara infami e intestabili i pertinaci, e indegni della sepoltura sacra: si ricevano all'abjura i pentiti, e a giurare che mai più non ricadranno: e vengano assolti da ogni inabilità o infamia[178].
Anche del già mentovato bresciano Jacopo Bonfadio, fatto morire dal Governo genovese per delitto nefando, gli scrittori plebei vollero dire che del supplizio fosse promotrice la corte di Roma. Al contrario nell'archivio genovese esiste lettera di monsignor Giambattista Lomellini, scritta da Roma a quel Governo il 1 febbrajo 1551, in cui racconta il cardinal Crescenzio avergli detto come «sua santità restava grandemente scandolezzata di quella Signoria, a cui si era dovuto in poco tempo far richiamo di tre quattro casi esorbitanti, commemorando primo il Bonfadio, il quale ancorchè allegasse esser prete, l'aveano fatto morire senza dargli tempo di provar questo».
Nel processo del Cardinal Morone trovammo inserta questa lettera, di nota difficile e scorretta:
«Al molto dotto predicatore e reverendo vicario generale don Polito Crizola mio osservandissimo. Roma, alla Pace.
«Carissimo fratello, già due mie dopo la prima vi ho scritte; credo averti scritto al mio intento e parere: non dirò altro se non che, da Dio incatenato contro ogni mio volere e determinio, son venuto a Milano, e ho cominciato oggi a predicar: sia fatta la volontà del Signore. Io predicherò con quella diligenza che potrò. Nostro Signore mi guidi. Mai fu mio intento rovinar niuno, dimandando Dio in testimonio che, se la coscienza mi si potesse aquietare, il tutto sarebbe aquietato. Userei di que' rimedj che voi mi scrivete. Son tanto persuaso che la libertà cristiana deva servire alla carità cristiana, che anco questa deva servir alla fede. Maledetta quella libertà cristiana, la quale distrugge la carità, ma più maledetta la carità che distrugge la fede. Che se potessi accozzar queste tre cose, io sarei il più contento uomo del mondo, ma non posso. Io pensavo di trovar il vescovo di Bergamo, che vedesse se mi poteva aquietar. Di grazia vi prego che richiediate il Polo, Morone, patriarca, e vescovo di Bergamo a' quali tutti me raccomanderete. Vedete se potete avere tanto ozio, che mi medichiate dove mi duole. Questo mi consolerebbe. Io desidererei godere i comodi del mondo, onesti però e cristiani, se potessi: nè mai fui tanto in calma quanto ora che so che non mi abbandoneranno. Ma con gran mio piacere ora finirò di predicare. Voi scrivete, ed io scriverò, fra tanto, pregando il comun padre Gesù Cristo il quale del cuore egli solo ne è padrone, veghi che questa è piaga del cuore. Non mancate pregare con tutti i fedeli.
«Da Milano, la prima domenica di quaresima (1552).
«Vostro Celso.
«Salutanvi Ottaviano Pisogno, e Adiodato, che sono qui con esso meco».
Questo Celso Massimiliano, figlio del conte Cesare Martinengo di Brescia, canonico lateranense, eccellente predicatore, chiamato a Lucca dal Vermiglio, con esso venne nell'errore. Racconta il Vergerio che, trovandosi questo eccellente servo di Dio presso Milano, il Muzio mandò soldati con bastoni e spade per arrestarlo, e darlo nelle mani degli scribi e Farisei[179]. Uscito d'Italia, il Martinengo posossi in Valtellina, ma quivi fu sospetto di anabattista e unitario[180]; non ostante divenne pastore della Chiesa italiana a Ginevra, dove fu ricevuto cittadino gratuitamente il 30 gennajo 1556.
Pietro Martire, in una lettera del 1557 entrante, si conduole a Calvino della morte della moglie del Martinengo, che era la inglese Giovanna Strafford vedova Williams, rifuggita a Ginevra e da lui sposata il febbrajo 1556. Egli poi morì nel 57, e gli succedette Lattanzio Ragnoni di Siena. Ci accadrà altrove di discorrerne.
Il tante volte citato Caracciolo riconosce in Bergamo molti eretici, e principalmente il vescovo e il suo vicario prevosto Nicolò Assonico; e che il Ghislieri fu mandato a formarne processo, con gran pericolo, perchè quello era favorito dai rettori e dai principali della città. «Ma essendo alla fine scoperto, e mandato i rettori e il vescovo gente per ritenerlo e per farlo con grande strazio morire, se ne fuggì, avvisato ed ajutato d'alcun fautore della Inquisizione, e fu condotto in sicura parte, e il processo tanto importante (affinchè non corresse pericolo insieme con la persona) fu lasciato in salvo in man d'un frate di San Francesco: non guari dopo, per mano d'amico lo riebbe, e tornossene a Roma con molto onor suo per sì degna opera. Ove citato il vescovo, benchè favorito e difeso da potenti uomini, comparve in persona, e posto in Castel Sant'Angelo e convinto, sottoscrisse a molti capi d'errori eretici e di pessimo esempio, per li quali scorgeasi lui tener modi per infettar tutto il paese, se con l'opera di frà Michele alla ruina di tante anime non si riparava. Il vescovo, privato della chiesa, morì poi in Venezia infelicemente».
Sappiamo in fatti che alla sede di Bergamo era stato preconizzato il famoso Pietro Bembo, il quale mai non vi andò; quindi gli successe nel 1547 Vittore Soranso, che ripetutamente accusato di eresia e condannato, fu alfine cancellato di vescovo[181]. Il suo vicario prevosto Assonico, processato, morì a Venezia.
Nel 1593 Alvise Priuli, rettore di Bergamo, scriveva alla Signoria veneta, «non esservi in quel territorio eretici, ad onta de' molti mercanti tedeschi che vi abitano; che però vivono senza scandalo, e ad onta della frequente pratica de' Bergamaschi nella Valtellina: e ciò perchè que' fedelissimi sudditi, impiegati ne' negozj e traffichi loro, sono lontanissimi dall'ozio, dal quale infine derivano tutti questi mali».
Che però il paese non fosse così mondo ce lo provano il medico Guglielmo Grattarola fuggito ai Protestanti, e Girolamo Zanchi (1516-96) di Alzano. Era egli figliuolo di Francesco e nipote di Paolo, uomo erudito, i cui figli Basilio e Cristoforo segnalaronsi per talento. Basilio, buon poeta e canonico lateranense, studioso di sacre scritture, sotto Paolo IV fu per accusa d'eresia messo in prigione, e vi morì nel 1559. Girolamo, non eremitano, ma canonico regolare, cambiò di fede nell'ascoltare a Lucca Pietro Martire, al quale si conservò poi sempre devoto. Uscito di patria il 1550, a Strasburgo succedette a Gaspare Hedion nello spiegar le lettere sante, continuandovi dal 1553 al 63, e dando anche lezioni sopra Aristotele. Secondo il genio de' nostri italiani, non accettava integralmente la Confessione augustana, ma moderatissimo, riprovava le esagerazioni, non oltraggiava il papa, riconosceva molti pregiudizj ne' Riformati, e cercava conciliare le diverse opinioni. E scriveva allo Sturmio: «Mi muove a sdegno il veder nelle nostre chiese riformate il modo di scrivere di molti, anzi di quasi tutti coloro, che pur vogliono passare per pastori, dottori, colonne della Chiesa. Sovente a bella posta rendiamo oscuro il vero stato della quistione, acciocchè non possa esser bene intesa: abbiam l'impudenza di negare le cose evidenti, e sfacciatamente affermiamo il falso: inculchiamo fortemente ai popoli come principj di fede dottrine apertamente empie, e denunciamo come ereticali opinioni perfettamente ortodosse: mettiamo a tortura le Scritture per ridurle d'accordo colle nostre invenzioni, e ci vantiamo d'esser discepoli dei Padri, mentre ricusiamo seguirne la dottrina. L'inganno, la calunnia, l'ingiuria sono a noi famigliari, nè pensiamo quanto, con simili scritti, nociamo al progresso del Vangelo, quanta rovina portiamo alla Chiesa di Cristo, e come rassodiamo i settarj nelle loro eresie, eccitiamo i tiranni a prender le armi contro di noi, dilatiamo sulla terra il regno del demonio. Sia bene o male, sia vero o falso, poco ci cale, purchè sosteniamo la causa nostra. O tempi, o costumi! Chi mai, vedendo, leggendo, esaminando queste cose, se scintilla conserva di pietà cristiana, non sarà profondamente addolorato ed inquieto, e, non deplorerà amaramente le sciagure de' nostri tempi?»[182].
Ma mentre cercava metter pace, egli stesso versò in continui dissidj. Entrato in quel capitolo di San Tommaso, per le sue divergenze intorno alla predestinazione, alla perseveranza nella santità, all'ubiquità, all'anticristo fu preso in iscrezio, non gli faceano di cappello, non gli dirigevano la parola; sinchè egli, per conservar il posto, segnò un formulario, però con riserve, e modo ortodoxe intelligatur.
Rinunziò poi al canonicato, e a Chiavenna stette dal 63 al 68, fructuose quidem, sed non absque cruce. Avea sposato Violanta, figlia di Celio Curione, e in lettera a Pietro Martire Vermiglio ne descrive la morte: tutta piena di aspirazioni, prelibava il paradiso; struggeasi di veder il Salvatore; incaricava Olimpia Morata di sepellirla: e nell'abbraccio del marito finì esclamando, Al cielo, al cielo[183]. Dapoi egli sposò Livia Lumaca ricca chiavennasca, e n'ebbe molti figliuoli. Dall'elettor palatino Federico III fu domandato a professar teologia ad Eidelberga, e scrisse contro gli Antitrinitarj; ma alla morte di quel suo protettore cangiatesi le credenze del paese, egli trovossene sbalzato con tutti quei che deviavano dal luteranesimo, e ricoverò a Neustadt finchè potesse tornar ad Eidelberg. Di settant'anni e già cieco, stese una professione di fede per sè e la sua famiglia, ove dirigendosi a Ulisse Martinengo, protesta non aver ripudiato tutti i dogmi della Chiesa romana, ma que' soli che non erano conformi agli insegnamenti della Chiesa primitiva; nell'abbandonare la romana, essersi proposto di ritornarvi qualora ella si emendasse; e lo bramava di tutto cuore, poichè il fato più desiderabile è di viver gli ultimi giorni in seno della Chiesa in cui si fu battezzati.
Morto nel 1590, gli fu posto quest'epitaffio:
Hieronymi hic sunt condita ossa Zanchii
Itali exulantis Christi amore et patria.
Qui theologus quantus fuerit et philosophus
Testantur libri editi ab eo plurimi.
Testantur hoc quos voce docuit in scholis
Quique audiere eum docentem ecclesias.
Nunc ergo quamvis hinc migravit spiritu
Claro tamen nobis rem auxit nomine.
Le opere sue vennero raccolte in sei volumi, contandone due di Lettere pubblicate a Ginevra il 1619. La più celebre fu De Dei natura et de tribus elohim Patre, Filio et Spiritu Sancto, uno eodemque Jehova, in due parti: nella prima espone la pura dottrina e spiega il mistero della Trinità: nell'altra confuta gli argomenti opposti. Queste scritture lo levarono in tal fama, che lo Sturmio diceva basterebbe egli solo a tener testa a tutti i Padri tridentini; ma se ottennero molte lodi, ebbero pochi lettori, e il Bayle riflette che le si aveano per un nulla, e le compravano men tosto i teologi che i pizzicaruoli.
In non minore rinomanza salì Francesco Negri da Bassano. Per un amore infelice entrò negli Agostiniani[184]; di nuovo l'amore lo trascinò fin ad un assassinio, pel quale ricoverossi in Isvizzera. Legatosi con Zuinglio e adottatone le dottrine, vuolsi l'accompagnasse alla conferenza di Marburgo nel 1529; alla dieta d'Augusta sostenne la piena libertà de' culti, che invece fu limitata alle due Sette principali, e finì cogli Antitrinitarj.
Si annunziò che il suo carteggio fosse, or fa alquanti lustri, trovato in Isvizzera e portato a Bassano, ma per quanto noi ne cercassimo, non trovammo che due lettere, tra quelle onde il Baseggio arricchì quella biblioteca. Una è di nessun interesse: nell'altra da Strasburgo il 5 agosto 1530 al molto reverendo maestro Paolo Rossello di Padova parla del quanto, dopo spatriato, ebbe a soffrire per Cristo; e come la quaresima precedente si fosse recato incognito a Venezia e in altri luoghi d'Italia, ove trovò «diversi fratelli alli quali narrai (dic'egli) diffusamente tutte le cose sì mie quanto dell'Evangelio. Li nomi di essi fratelli sono questi. In Venezia parlai con prè Aloisio dei Fornasieri di Padova, olim in monacato chiamato don Bartolomeo. In Padova parlai con prè Bartolomeo Testa, al quale lasciai el benefizio mio, che al presente è maestro de casa de monsignor Stampa. Deinde in una villa sul Veronese, appresso Lignago tre ovver quattro miglia, il nome della quale al presente non mi soccorre, parlai per due giorni copiosamente con prè Marino Gujoto, qui quondam monachus, dicebatur don Pietro de Padova. Ultimo loco, a Brescia ragionai cum don Vincenzo di Mazi per un giorno continuo. Da questi adunque potrete intender tutto»[185].
Dategli poi le nuove di Germania, conchiude: «Non potiamo se non aspettar qualche gravissima croce. Orandum sine intermissione nobis ac vobis est, ut Dominus ipse negotium suum defendat. In Venezia non potei parlar con frate Alvise, come desiderava, imperciocchè l'era andato a star a Treviso, prout mi disse sua madre. Altro non mi occorre se non instantissimamente pregarvi che vui e gli altri fratelli cristiani preghino enixissime Dio per nui».
Il Negri prese stanza a Chiavenna come maestro, ma non pare vi fosse pastore, giacchè il primo di tal chiesa fu Agostino Mainardi, vissuto fin al 1563, il quale anzi lo scomunicò come socciniano. Il Negri se ne scolpò a Zurigo, poi pubblicò la propria professione di fede, confessando la divinità e incarnazione di Cristo, e l'efficacia del battesimo e dell'eucaristia.
Le molte opere sue lo attestano dotto di greco e d'ebraico e delle quistioni teologiche, ma scarso di gusto e d'eleganza. È notevole quella sulla morte del Fanino di Faenza (non Fanno, come dice il Tiraboschi) e di Domenico Cabianca di Bassano. Quest'ultimo avea militato con Carlo V, e delle dottrine nuove fattosi apostolo, a Piacenza le predicò apertamente, onde arrestato e ricusando ritrattarsi, fu appiccato nel settembre 1550.
Il Negri tradusse in latino il caso di Francesco Spiera da Cittadella. Ma il suo scritto più famoso è la tragedia intitolata Libero arbitrio, stampata il 1546, poi il 1550, poi in latino il 1559. È un atteggiamento drammatico delle controversie religiose; e le invettive contro monsignor della Casa, il Tedeschino, cioè monsignor Tommaso Stella vescovo di Capodistria, il Muzio la fecero dallo Zeno attribuire al Vergerio[186], da altri a Luigi Alamanni o all'Ochino, ma non par dubbio sia del Negri, che certamente si palesa ben addentro nelle quistioni che tratta, nelle eresie di Lutero e Zuinglio, nello svolgimento de' dogmi, nell'introduzione dei riti, nelle leggi canoniche, nelle istituzioni di Ordini.
L'azione accade in Roma, sulla piazza del Vaticano, regnante Paolo III, e dura dal pranzo a sera; con personaggi reali, misti ad allegorie. Fabio da Ostia, pellegrino tornato da Terrasanta, fa la protasi. Monsignor Clero, figliuolo del papa e primo ministro del regno cattolico, simboleggia il pontefice; nel cui palazzo tiensi il Concilio. Diaconato, maestro di casa di monsignor Clero, diplomatico, sostenendo i diritti pontifizj, fa la più fosca dipintura della Corte di Roma. Ammonio e Trifone, cancelliere e notajo della dateria, rivelano gl'intrighi degli ecclesiastici; inoltre compajono Orbilio servo, il cappellano di messer Clero e suo confidente, ipocrita ignorante; l'angelo Rafaele e la Grazia giustificante, mandati in terra a uccidere il Libero Arbitrio, e condannar il papa come anticristo.
Il papa, convocato il Concilio per reprimere la ribellione, sembra sulle prime riesca a conservare la sua illimitata autorità. Fabio da Ostia, reduce da Palestina, imbatte il Discorso Umano, dal quale ode la rivolta de' Settentrionali contro il re Libero Arbitrio; Diaconato sopraggiunto gliene espone le ragioni, e come Libero Arbitrio fosse coronato re dal papa, che gli concesse il regno delle buone opere, gli altri possessi riservando per sè e per l'unigenito suo monsignor Clero, che dotò colla provincia sacramentaria, cui capitale è l'Ordine sacro, paese diviso in molte contrade, in ciascuna delle quali stanzia una gerarchia diversa, fra cui primeggia il concistoro dei cardinali, e ciascun cardinale tien una Corte sontuosa della quale si dipingono i disordini.
Partito il pellegrino, Ermete, interprete del Concilio di Trento, esce a raccontar a Diaconato quai discorsi tennero fra i bicchieri i teologi, banchettati da monsignor Clero: cioè le quistioni intorno alla Riforma, e le decisioni del Concilio, statuenti l'inviolabile volontà del papa e la illimitata sua podestà, condannando chiunque sparge massime contrarie, o interpreta al popolo le divine scritture in modo differente. Felino, spenditor del Concilio, racconta grossolamente gli stravizzi, cui s'abbandonarono i teologi.
Al secondo atto, Libero Arbitrio e i suoi ministri, Discorso Umano segretario e Atto Elicito maestro di casa, cioè i due impulsi dell'animo a operar con libertà, discorrono sopra una lettera dell'imperatore, che gl'istruisce dei progressi della Riforma in Germania. Il re fa cercar nella dateria documenti che provino il loro legittimo possesso; i quali son letti dal notajo, e commentati dal buffone alla guisa che potete immaginare; enumerandosi i varj Ordini religiosi, le ricchezze e le colpe loro, le dignità clericali, le istituzioni di luoghi pii e di congregazioni secolari; poi si discute della confessione, della eucaristia, dell'orazione, della messa, delle limosine, dei suffragi, delle indulgenze; con un incidente drammatico per mostrare che a denaro si ottiene qualunque assoluzione.
Al terzo atto, Discorso Umano, per commissione del re, partecipa a monsignor Clero e a Diaconato che in segreto colloquio esso re e il papa conchiusero di scomunicare e combattere gli eretici tedeschi, emanare severissimi banditi, inacerbire l'Inquisizione: a tal uopo si convochino i cardinali, prescelti alla congregazione del Sant'Uffizio. Diaconato vorrebbe che Felino ritrattasse le calunnie date ai prelati; e poichè questo invece rincarisce le accuse[187], vien interrogato Ermete, il quale mostrando sostenerli, gli appunta d'ignoranza e nequizia: dove espone anche una quistione sorta fra Zuinglio ed Echio, in cui il primo esce vincitore.
Al quarto atto, i santi Pietro e Paolo in arnese da pellegrini presentansi a Bertuccio, cugin di Pasquino, e riconosciutolo propenso alle novità, gli si manifestano, dicendo esser venuti dal cielo a Roma onde chiarirsi quanto ci avesse di vero nelle notizie da Pasquino recate in cielo circa le innovazioni papali contrarie alla divina scrittura. Mentre essi van cercando maniera di penetrar nella Corte, monsignor Clero esce con Felino discorrendo della congregazione di cardinali eletta per inquisire; dove Bertuccio si pone a inveir contro costoro e contro monsignor Della Casa, il Muzio giustinopolitano, il vescovo Stella, ed altri impugnatori della Riforma. I due apostoli, convintisi del traviamento della Corte romana, declamano in modo, che Bertuccio si converte affatto alle dottrine di Lutero e Zuinglio, dei quali sono esposti i dogmi e le discipline.
Al quinto atto, la catastrofe s'avvicina. L'angelo Rafaele e la Grazia Giustificante scesero dal cielo; questa decapita il re Libero Arbitrio: l'angelo racconta il caso ai due apostoli, e il papa esser l'anticristo, e grave giudizio sovrastare alla cattolica potestà. Fra ciò sopraggiunge in trionfo la Grazia Giustificante, e impone all'angelo di divulgare per tutto la sentenza da Dio pronunziata contro l'intruso tiranno, che «l'Anticristo sia, col coltello dello spirito che è la parola di Dio, a poco a poco ucciso»; e ragionando cogli apostoli, mette a parallelo i canoni sacri colle dottrine di Roma, rilievandone le contraddizioni[188].
Come già vedemmo a Treviso e a Modena, così a Vicenza nel 1546 era una adunanza di eletti ingegni, quali Valentino Giulio di Cosenza, il Paruta, il Gribaldo, il Biandrata, Giampaolo Alciato, l'Ochino, Lelio Soccino, che intertenevansi di dispute religiose, e spingeano la critica fino a negare la Trinità. Le persecuzioni allora cominciate gli obbligarono a disperdersi, e andarono pel mondo apostoli di eresia. Giulio Ghirlanda trevisano e Francesco di Ruego, malgrado la nobiltà, la ricchezza e la fama, vennero messi a morte, e dagli Unitarj sono contati fra i loro martiri[189].
È singolare che di quell'accademia, della quale tanto si discorre, nulla si sa, nè tampoco il titolo, o dove s'adunasse, o il decreto che la condannò. La tradizione, forse non fondata che sulla bizzarria della facciata, porterebbe si raccogliesse nella casa Pigafetta o in una nel pianoro vicentino, ove i colli a Lonedo si attaccano alla montagna; e segnasi la via per la quale fuggendo ricoverarono in Germania.
L'eresia dovette essere favorita dal disordine in cui la Chiesa vicentina era abbandonata dal cardinale Ridolfi, tantochè ne fu mosso rimprovero davanti al Concilio dal vescovo di Calaora, ch'era stato mandato colà da Paolo III quando ideava raccoglier il Concilio nella gentile città. Certamente i sopranominati apparvero poi fra gli Antitrinitarj, sicchè possiamo indurne che questa eresia vi fosse comune. Principalmente la famiglia Thiene fu involta in quella persecuzione. Giulio e Brunoro, esigliati nel 1532, si erano ricoverati a Mantova colle mogli, di casa Camposampiero. Quivi Giulio uccise la cognata, sotto pretesto di averla côlta in colpa, ma dissero per trarne a sua moglie l'eredità: questa moglie stessa fu trucidata nel 1553, non sappiamo da chi. Giulio è nominato in una sentenza dell'Inquisizione di Vicenza del 4 aprile 1570, e in una di quella di Cremona del 1580, per le quali era spogliato dei beni, ch'egli però avea già trasferiti ne' figliuoli. Stabilì poi la sua casa in Francia ove si propagò.
Odoardo Thiene, conte di Cicogna, feudo padovano, generoso protettore de' letterati e del Palladio, lasciata la patria del 1557, si pose in Isvizzera, favorendo chi fuorusciva per religione; ricevette la dedica del discorso di Alessandro Trissino, pur vicentino e pastore a Chiavenna, intorno alla Necessità di ritirarsi a vivere nella Chiesa invisibile di Gesù Cristo (1572): morendo nel 1576 lasciò erede principale Giulio, e destinò esecutori testamentarj Teodoro Beza, Nicola Balbani, Prospero Diodati.
Dalla Camposampiero era nato Tiso Thiene, a cui il padre fece dono della sostanza: ma l'Inquisizione di Cremona cassò quell'atto, perchè era tenuto calvinista: e la donazione fruttò ai nipoti, che tornarono al culto degli avi. Dalla Camposampiero nacque pure Antonio, che visse in Francia, ed era signore di Chelles e Tourane nel Delfinato. Il Sant'Uffizio di Cremona non tenne buona la procura che, al 3 giugno 1569, stando in Basilea, fece in Francesco Borroni, il che lo dà a credere eretico; ma dovea discordare dal conte di Cicogna, che lo espunse da' suoi eredi, col pretesto fosse già ricco.
Alessandro Thiene fece testamento l'11 maggio 1566, prima di fuggire da Vicenza: morì nel 1568 in Spira: e i suoi beni furono confiscati dalla Inquisizione di Cremona.
Nicolò, magistrato municipale nel 1558, esulato da Vicenza divenne scudiero di Enrico III e fe testamento nel 1579. Aveva moglie una Leoni di Padova, dalla quale generò Ermes, che anch'egli abbracciò i riti calvinici, e visse a Corcelles. In Francia andò pure, probabilmente per causa di religione, Adriano Thiene, amico del Palladio, che fece testamento nel 1550.
Di questa famiglia era economo Francesco Borroni vicentino, a cui dicemmo ch'essi diedero una procura da Basilea il 3 giugno 1569. Venuto a Cremona per affari de' suoi principali nel feudo di Rivarolo, vi fu preso dall'Inquisizione, che questo feudo confiscò, e lui condannò al fuoco il 3 agosto 1580.
Coi Thiene aveano grand'entratura i Pelizzari, che li seguirono nell'esiglio, e posero banca a Lione.
A Londra si piantò Gaspare Gato mercante di seta, e alla regina Elisabetta regalò un par di calze, fatto con seta nata, filata e tessuta in Inghilterra. Le espressioni de' contemporanei fan credere appartenesse alla società ereticale.
Alcune frasi del testamento del 1575 fecero noverar fra gli aderenti al calvinismo anche Volpe Brunoro.
Una lettera del 7 marzo 1591 di Gabriele Capra narra che i figli di Marcantonio Franceschini tolsero per forza una loro sorella al convento, e la voleano convertire; ma questo non basta per farli credere eretici.
Di Giulio Pace, altrove da noi mentovato, fu quartogenito Giacomo, che tornò cattolico, e stette professore a Padova. Una sentenza del 5 luglio 1570 del tribunale ecclesiastico di Vicenza, firmata da Antonio Rutilio vicario generale e frà Andrea da Materno inquisitore speciale, condannava Francesco Renalda e Giambattista Trento. Quest'ultimo, ricoverato in Inghilterra e postosi ospite del ministro di Stato Francesco Walshingam, protesse i profughi per religione: nel testamento del 2 marzo 1588 beneficava i fratelli Pelizzari suddetti; i suoi libri ed altro lasciava alla chiesa italiana in Londra, nominando esecutore il Walshingam, e volle esser colà sepolto in San Nicolò.
Nel martirologio di Ginevra è notato Ricetto da Vicenza, che il 15 febbrajo 1565 a Venezia fu posto sopra le famose due gondole unite, che poi separandosi lasciavano cadere in mare il condannato. Ivi cercò un mantello perchè sentivasi freddo. «Che freddo? (gli rispose alcuno). Ben maggiore n'avrai ben tosto in fondo al mare. Che non cerchi piuttosto salvar la tua vita? Fin le pulci fuggono la morte» — «Ed io (rispose) fuggo la morte eterna».
In un manuscritto di memorie autografe, or posseduto da monsignor Marasca di Vicenza leggesi: «1559 a dì primo zunio morse ne le preson monsignor Augustin da Cittadella, e dappoi morto fu posto in Campo Marzo, e lì brusado per luterano»[190].
All'11 marzo 1585 Giovanni Strozzi scriveva al granduca di Toscana da Trento: «Qui s'è detto che inverso Lione sono state intercette lettere di Vicentini, che da Vicenza mandavano a quelli di Lione, confortandoli a difendersi costantemente e non dubitare, perchè presto verrebbe tempo che tutti insieme godrebbero della comune vittoria». E al 15: «Essi inteso che a Vicenza sono stati presi, per ordine del consiglio dei Dieci, alcuni gentiluomini per conto d'eresia, forse per occasione di quelle lettere intercette, che per l'altra dissi a vostra eccellenza illustrissima».
Del poeta Gian Giorgio Trissino accennammo altrove le libere critiche contra il clero, ma non v'è ragione di aggregarlo ai miscredenti. Fra i tanti che v'aspiravano, egli fu prescelto a sorreggere lo strascico del manto papale nella coronazione di Carlo V a Bologna. Venuto nel 1542 a lite col figlio Giulio ecclesiastico, lo dipingeva qual luterano, sedotto da Pellegrino Morato e da un prete Salvago, probabilmente vicentino; e che seguisse e favorisse gli eretici, e ne adduce qualche prova.
Carlo Sessi nacque da Gian Lodovico e Caterina Confalonieri a Sandrigo, donde i suoi erano feudatarj, e donde lo menò via il vescovo di Calaora, ch'era al seguito di Carlo V, e gli diè sposa una nipote. Dicemmo come fosse vittima dell'Inquisizione di Spagna l'8 ottobre 1559. I suoi figli rimpatriati, si stabilirono a Verona.
È noto come nel 1560 si trattava di congregar il Concilio generale a Vicenza: ma la Signoria veneta vi renuiva perchè potrebbe nel Turco destar sospetti che, sotto velo di religione, si macchinasse altro; e perciò molestare i sudditi della serenissima.
Grand'avversario degli eretici mostrossi san Gaetano Thiene da Vicenza, il quale vantasi d'averne convertiti molti sul patibolo, come fecero pure i Teatini da lui istituiti, e introdotti in patria nel 1595. Dopo quest'anno era da quel Sant'Uffizio condannato a morte Francesco detto il Tartarello, per eretico relapso; ma un Teatino riuscì a farlo ricredere e salvarsi. Presto vi erano stati introdotti anche i Barnabiti, che vi fondarono l'Opera della missione per ricoverare convertite, e teneano congregazioni di laici per opporle a quelle di eretici. Convien dire fossero benedetti di molti frutti, giacchè nel 1550 i loro avversarj sollevarono una persecuzione contro di essi, tacciandoli di turbolenti e fin di eretici, e riuscendo a farli cacciare.
Sappiamo di altri protestanti che abitavano il paesello di Calvene. A Schio ed Arzignano nel 1562 allignava la setta degli Angelicati, a estirpar la quale fu mandato il padre Pagani. Don Silvestro Cigno prete vicentino, predicator famoso tra il 1541 e 1570, deplorava esistesse colà la setta dei Donatisti e dei Ribattezzatori. Girolamo Massari d'Arzignano, a Strasburgo insegnò medicina. Alcuni tra' suoi amici e settarj, sbigottiti dalla persecuzione, eransi professati cattolici, e lui l'esortavano a far altrettanto, togliersi dalla comunione ereticale, e venir a una conferenza con essi. Egli ricusò, temendo fosse un lacciuolo per catturarlo, ma perchè alcuni gliene davano colpa, scrisse un libro, ove finge che un Eusebio Uranio, prigioniero a Roma, renda conto della sua credenza davanti al papa e all'Inquisizione. Son tre giornate: i giudici parlano pochissimo, troppo l'accusato che esce in lunghe digressioni[191]. Nel 1536 stampò De fide ac operibus veri christiani hominis ad mentem apostolorum, contra evangelii inimicos, nella cui prefazione accenna a molti italiani dimoranti in Basilea. Fe pure una versione latina e parafrasi del trattato d'Ippocrate De natura hominis (Strasburgo, 1564), una grammatica tedesca ed una ebraica, e morì a Strasburgo il 1564.
Domenico Cabianca di Bassano, d'anni trenta, fu condannato a morte dal Sant'Uffizio di Cremona, e alcuni dicono fosse il primo che venisse ucciso a Roma per apostasia: come di martire ne scrisse la vita Francesco Negri.
In Valtellina nel 1594 troviamo profugo a Morbegno Bernardo Passajotto, vicentino. Poi quando que' valligiani uccisero tutti i Protestanti, caddero fra questi Anna Liba di Schio, moglie d'Antonio Crotti, con un bambino alla mammella, e Paola Beretta monaca pur di Schio, che fuggita di convento, avea sposato il frate Carolini. Quest'ultimo, tradotto a Milano, dicono si salvasse abjurando.
Nella biblioteca Silvestriana di Rovigo esistono gli Elogi de' Rodigini di Giovanni Bonifazio, fra' quali è menzionato Domenico Mazzarella, eccellente nella legale e nella poesia, che dettò in italiano un dialogo della filosofia nel 1568, e altri lavori, ma tristi fato has regiones penitus deserere coactus est.
Baldassare Bonifazio, altro biografo, ricorda Teofrasto Mazzarella figlio di Domenico, nato in gran povertà, brutto, guercio, ma di bell'ingegno nelle leggi, nella poesia e nella fisica, che scrisse in italiano un sermone della filosofia: ma poi, quasi fossegli guastato lo spirito dal corpo, mentre la patria prometteasi da lui gran cose, factus pharabuta, perduellis, disertorque fidei, Genevam repente contendit, ubi sumptus inter novatores magister et ecclesiastes, maximos quoque apud hostes catholicæ religionis obtinuit honores, si tamen infamibus viris in ignominioso impiorum asylo ullus esse honor potest. E in nota è soggiunto che fu scomunicato e dichiarato infame in chiesa di San Francesco.
Pare che Domenico e Teofrasto sian una persona sola. Un trattato di massime religiose stampato a Ginevra accenna in fatti «Mazzarella Domenico accademico degli Addormentati in Rovigo: pei rigori dell'Inquisizione abbandonò la patria e si recò a Ginevra ove si fece calvinista: diventò predicante di quella comunità, e cangiò il suo nome in quel di Teofrasto; è fama che morisse assassinato nel letto da un domestico sul finire del secolo XVI». I riscontri che cercammo nella sua patria poco ci soccorrono.
Neppure il Friuli fu mondo di eresie. Nel 1558 il senato veneto deputò commissarj, che uniti a quelli del patriarca d'Aquileja, inquisissero alcuni eretici in Cividale[192]: al tempo stesso che il luogotenente del territorio di Gradisca metteva in avviso il capitolo d'Aquileja contro il suo vicario di Farra, il quale ricusava levare e accompagnar i morti secondo l'antico rito; toglieva le divote immagini, e vietava a' suoi il venerarle[193].
Il Grimani patriarca d'Aquileja fu processato dalla Inquisizione di Roma per opinioni intorno alla predestinazione; laonde nella promozione de' cardinali del 1561 fu escluso, malgrado le istanze della Signoria di Venezia; dovette ritrattarsi a' piedi del papa, e non fu assolto se non dal Concilio Tridentino, ove molti teologi opinarono che le sue sentenze erano quelle di sant'Agostino e de' santi padri.
Nel 1571 il luogotenente della Patria del Friuli, richiesto dal vicario del patriarca e dall'inquisitore, spediva Zanetto Foresto, accusato d'eresia, come da una ducale di quell'anno nell'archivio di Udine[194], ove ha pure un decreto del luogotenente del 1580, che annulla un processo in materia d'eresia, fatto in Gemona dagli Inquisitori senza che vi assistessero il luogotenente e due dottori, a norma delle leggi.
Giorgio Rorario di Pordenone credesi autore delle note marginali alla Bibbia tedesca di Lutero[195].
Col Vergerio avea tenuto corrispondenza Orazio Brunetti di Porcia, militare, istruito nella medicina dallo Zarotto di Capodistria. A Venezia nel 1548 stampò lettere, che abbondano in senso protestante, e combatteva il cattolicismo collo svisarlo in molti opuscoli italiani, nè pregevoli per scienza nè belli per forma, senza lealtà nè convinzione.
È memoria di Bernardino Gorgia, che, sul fine del Cinquecento, fuggito dalle carceri del Sant'Uffizio di Udine, predicò le massime luterane nella parte austriaca del Friuli, insieme con Federico Soriano di San Vito[196].
Jacopo Maracco, vicario del patriarca d'Aquileja, diffuse colà le massime nuove, e non profittando quanto desiderava, si volse a predicarle nella parte veneta del Friuli, dove già la bandivano il Primosio, il Vergerio, Nicola da Treviso, gli anzidetti Gorgia e Soriano.
Nel 1567 col Carnesecchi fu mandato al fuoco un frate di Cividal di Belluno come relapso. Chi era?
Giulio Maresio, essendo di diciotto anni tornato in Belluno dallo studio di Bologna verso il 1541, fu circuito da un Francescano imbevuto delle nuove dottrine, dandogli anche a leggere scritture ereticali. Ma quando nel 1551 ebbe a Padova ottenuto il grado di dottore in teologia e di guardiano nei Conventuali di Belluno, quel frate per invidia lo accusò di eresia al vescovo, il quale mandollo a Venezia all'inquisitore. Poichè questi volea metterlo in carcere, egli fuggì a Roma presso il generale Giacomo di Montefalco: e trovandolo morto, raccomandossi al cardinale Maffeo protettor dell'Ordine, che umanamente lo accolse e lo spedì a Bologna. Quivi il reverendo Giulio Magnano lo chiuse in prigione, minacciandolo della galera e del rogo se non confessasse d'aver dubitato d'alcuni articoli di fede; e fu obbligato leggere una formola di ritrattazione, e condannato a cinque anni di confino in Polonia. Il quarto anno, Florio Maresio suo fratello gli dava buone speranze da parte del generale Magnano; ma altri misero in sospetto l'inquisitore se lo lasciasse rimpatriare. Fu allora che il Lismanino, giunto colà dalla Svizzera, lo persuase a gittar la tonaca, e andare apostolando con lui; lo spedì poi a studiar greco ed ebraico in Isvizzera, dove Lelio Soccino lo tenea ben d'occhio perchè non si restituisse in Italia, come ne mostrava sempre intenzione. In fatto, dolente per la morte di suo padre, e disgustato dell'Ochino, di Pietro Martire, del Soccino, fuggì in Polonia, e ritornò alla Chiesa e al suo convento. Nel 1566 gli fu fatto il processo dalla curia di Belluno, nel quale trovammo lettera sua, dal convento de' Francescani di Cracovia il 1560, in cui ad un suo superiore racconta questi fatti[197]; e potrebbe darsi fosse egli appunto il frate che venne arso col Carnesecchi.
Nella contea di Gorizia penetrarono alcuni luterani della Carniola e della Carintia[198], ma erano poco favoriti; Giovanni Rauscher parroco vigilava perchè non sorgessero eretici, ed erano esigliati dal principe.
Del Lismanin di Corfù, e del Lucar di Candia parliamo altrove. Al 20 febbrajo 1582 il residente veneto a Roma, informava della pubblicazione di diciasette inquisiti dal Sant'Uffizio, tre dei quali furono mandati al fuoco come relapsi, fra i quali Jacobo Paleologo di Scio, famoso eresiarca unitario, che riprovato per eccessivo sin da Fausto Soccino, girò assai per la Germania finchè fu tradotto a Roma. Lo nominammo nei Discorsi XXXII.
Matteo Flach, nato in Albona d'Istria nel 1520, e noto col nome di Flacius Illiriens, studiò belle lettere a Venezia sotto l'Egnazio, e voleva ridursi monaco, ma un suo parente, provinciale de' Cordelieri, lo dissuase; andasse piuttosto in Germania. Questo provinciale era Baldo Lupatino di Albona, che molto adoprò a difondere la riforma nel Veneto, e che preso, fu in Venezia tenuto prigione venti anni, e dopo questi buttato in mare. Il Flacio a Wittenberg si pose scolaro di Lutero e Melantone, che molte accoglienze gli fecero, e cominciò la storia ecclesiastica, famosa sotto il nome di Centurie di Magdeburgo.
Espertissimo nel cavar fuori documenti antichi, fra il resto trovò una Messa de' primissimi tempi del cristianesimo[199]. I Luterani ne menarono vanto come diversissima dagli usi recenti di Roma; ma postavi maggior attenzione, trovaronla sfavorevole ai loro dogmi, e diedero opera a sopprimerne tutte le copie, mentre il cardinale Bona la ristampò al fine de' suoi Liturgici.
Nel Catalogus testium veritatis (Basilea, 1556) il Flacio schierò le persone e scritture che prevennero o sostennero il protestantesimo. Incitatissimo contro il papato, però nelle opinioni non sempre si conformava ai capi, che lo diceano accattabrighe, intollerante: causò disordini, e parea che di questi si giovasse per tener in freno i principi. Mentre Melantone, che all'amor della pace avrebbe sagrificato tanto, scrisse un libro delle cose indifferenti (De adiaphoris), ove vuole non s'abbia a ostinarsi nel ripudiar riti e cerimonie, purchè non inchiudano idolatria, Flacio furibondo urlava si dovrebbero devastar le chiese, minacciar i principi d'insurrezione, piuttosto che tollerare una sola cotta[200]. Sosteneva in tutta forma che il peccato originale è la sostanza dell'uomo decaduto; sublimazione dell'errore, che eccitò moltissimi contraddittori.