Descrizione della Mecca. — Sua posizione geografica. — Edificj. — Mercati pubblici. — Viveri. — Arti e Scienze — Commercio. — Povertà. — Decadenza.
La santa città della Mecca, capitale dell'Hedjaz, o dell'Arabia deserta degli antichi geografi, è il centro della religione Musulmana, a cagione del tempio che Abramo v'innalzò all'essere Supremo, oggetto dell'attenzione di tutti i fedeli credenti.
Un gran numero di osservazioni mi diedero la latitudine della Mecca al 21° 28′ 9″ N., e la longitudine 57° 54′ 45″ E. dell'osservatorio di Parigi. L'osservazione di molti azimut dà per la declinazione magnetica 9° 43′ 52″ O.
Trovasi alla Mecca un dignitario col titolo di Monjim Bascki, o capo degli Astronomi; ma non ha verun astronomo sotto di lui, ed egli stesso ignora perfettamente la posizione geografica della città, non avendo la più leggiera tintura di astronomia, riguardata da lui e da tutti gli abitanti siccome l'arte di far pronostici: pure vi è molto stimato.
La città della Mecca, in arabo Mekka, è posta in una valle, la di cui compensata larghezza è di circa centocinquanta tese sopra una linea tortuosa che va da N. E. a S. O. tra basse montagne: e per conseguenza secondando le sinuosità della valle ha una forma affatto irregolare, e le case fabbricate sul piano della valle, ed ancora sopra una parte del pendio delle montagne da ambo i lati, ne accrescono l'irregolarità. Si può avere un'idea di questa città figurandosi un ammasso di molte case aggruppate al N. del tempio, che prolungansi in forma di luna crescente dal N. E. al S. O. per il S. La città si sviluppa sopra una linea di novecento tese di lunghezza all'incirca, e di dugento sessanta sei di larghezza nel centro dall'E. all'O.
Le principali strade sono bastantemente regolari, e potrebbero quasi dirsi belle per le eleganti facciate delle case: sono coperte d'arena, ed assai comode. Avvezzo com'io era alle città dell'Affrica fui graziosamente sorpreso dalla vaghezza degli edificj della Mecca.
Io suppongo che la loro forma si avvicini al gusto indiano o persiano, che si era introdotto durante la residenza del Califfato a Bagdad. Le case hanno due ordini di finestre, come in Cipro, con molte griglie; ma vi si vedono altresì grandi finestre aperte come in Europa. Le più però sono coperte da una specie di persiana leggerissima di palma che difende dal sole senza togliere il passaggio dell'aria, piegandosi a piacere nella loro più alta parte, come le persiane usate in Europa.
Tutte le case solidamente costrutte di pietra, hanno tre o quattro piani, ed anche più, con facciate ornate di modonatura, zoccoli e pitture, lo che dà loro un grazioso aspetto. Difficilmente trovansi porte senza gli ornamenti e modonature con iscaglioni e banche ai due lati.
I tetti sono piani in forma di terrazza, e circondati d'un muro alto circa sette piedi; il quale muro è di tratto in tratto interrotto da un andamento di fori fatto con mattoni bianchi e rossi posti orizzontalmente e simmetricamente a secco onde lasciar passare l'aria, di modo che contribuiscono ad un tempo all'ornamento della facciata, ed a celare le donne che trovansi sulla terrazza.
Tutte le scale ch'io vidi sono strette, oscure, e con scalini troppo alti. Le camere sono ben proporzionate in larghezza, lunghezza ed altezza. Oltre le grandi hanno pure un secondo ordine di piccole finestre, e come in Alessandria una tavoletta all'intorno che serve per riporvi diversi oggetti.
La bellezza delle case prova l'antico splendore della Mecca, che gli abitanti procurano di conservare appariscenti, per allettare i pellegrini, formando gli affitti delle case la miglior parte delle loro entrate. Non sonovi in questa città formali mercati, non permettendolo l'irregolarità del terreno, e la ristrettezza dello spazio; perciò tengonsi lungo le strade principali, e può dirsi che la grande strada centrale sia un continuo mercato da cima a fondo della città. I venditori stanno entro le loro baracche formate di bastoni e di stuoje, ed alcuni non hanno che un grande parasole sostenuto da tre bastoni che si riuniscono al centro. I mercati abbondano di commestibili, e d'ogni sorte di oggetti grossolani; e la gente vi è sempre affollata, specialmente nell'epoca del pellegrinaggio. Vi sono allora vivandieri ambulanti, pasticcieri, calzolaj, sarti, e simili.
Quantunque abbondanti i viveri, ad eccezione delle carni, sono cari: un grosso castrato si paga circa sette franchi; i polli scarseggiano, e perciò anche le ova; e non v'è selvaggiume d'alcuna sorte. La farina viene dal basso Egitto, i legumi ed il riso dall'India, gli erbaggi da Taïf, di dove viene ancora formento e farina in poca quantità, e di qualità inferiore a quella d'Egitto. Il butirro che si conserva negli otri e ne' vasi è assai comune; ma dal calore reso liquido come l'olio.
Il prezzo delle derrate varia assaissimo a cagione della mancanza di sicurezza del commercio: eccone i prezzi che vi si facevano in tempo del mio soggiorno nel 1807.
| Piastre Turche | |
| Un oka di butirro | num. 5 |
| Un pollo | 4 |
| Sei ova | 1 |
| Un carico di Cammello d'acqua dolce | 2 |
| Un oka d'olio | 4 |
| Parà | |
| Un oka di pane | num. 12 |
| Un otre d'acqua di pozzo | 15 |
| Un oka di legna da fuoco | 3 |
| Un oka di carbone | 20 |
I pesi e le misure sono le medesime che si usano in Egitto, ma così inesatte, che sarebbe inutile di cercarne la regola. Le monete correnti sono pure quelle dell'Egitto. La piastra spagnuola vale in commercio cinque piastre turche di cinquanta parà cadauna; ma a cambio non ne vale che quattro e mezzo. Vedonsi circolare alla Mecca le monete di tutti i paesi; onde trovansi cambiatori col loro banco ne' pubblici mercati sempre occupati con una piccola bilancia a pesare e cambiare valute. Le loro operazioni eseguisconsi per dir vero assai all'ingrosso, ma può facilmente credersi che i loro errori non siano giammai a proprio danno.
Trovansi pure ne' mercati tutti i prodotti naturali ed artificiali dell'India, e della Persia. Eravi presso alla casa in cui io alloggiavo una fila di botteghe esclusivamente destinate alla vendita delle cose aromatiche, delle quali io ne presi il catalogo e le descrizioni[9].
Alla Mecca, siccome in tutta l'Arabia, non si fa pane propriamente detto, ossia ciò che comunemente s'intende sotto questo nome: bensì si fabbrica con farina diluita nell'acqua senza lievito, e talvolta con pochissimo lievito, una piccola quantità di focaccie, di tre o quattro linee di spessezza, e di otto o nove pollici di diametro. Vendonsi tali focaccie mal cotte, e molli come pasta; e queste sono chiamate pane, hhops.
L'acqua dolce che viene continuamente portata dalle vicine montagne di Mina sopra cammelli è assai buona; ma l'acqua de' pozzi come anco quella dello Zemzem, quantunque bevibile, è alquanto salmastra: pure il basso popolo non beve che di questa.
Ho esaminati con particolare attenzione alcuni pozzi, e li conobbi tutti della medesima profondità, e tutti contenenti un'acqua perfettamente eguale. Nelle strade più vicine al tempio vi sono pozzi, e non ne mancano pure nelle parti più rimote della città. Io ho potuto persuadermi mercè di un attento esame intorno alla profondità, qualità, temperatura e gusto dell'acqua, che essa deriva da una sola fonte, il di cui livello è a cinquantacinque piedi sotto al suolo, ed il di cui ammasso si forma col filtramento delle acque piovane.
Il suo gusto salmastro non può attribuirsi che alla decomposizione della selenite mista colla terra.
La carne che si mangia alla Mecca non è della miglior qualità; i montoni sono assai grandi ma tutti magri. Non si sa quasi cosa sia pesce benchè il mare trovisi a sole dodici leghe di distanza. Gli erbaggi che vi si portano da Taif e da altri luoghi vicini principalmente da Santa Fatima, sono cipolle, cocomeri, pastinache, cetriuoli, capperi, ed una specie d'insalata con foglie somiglianti alle gramignacee; la quale pianta ch'io non ho potuto vedere intera, vien detta corrat.
Nel tempo ch'io dimorai alla Mecca non vidi altri fiori, fuorchè uno andando ad Aàrafat. Aveva ordinato ad uno de' miei domestici di portarmele colla pianta, ma ne fu impedito da molti pellegrini, i quali gli rimostrarono essere peccato lo svellere, o troncare una pianta nel pellegrinaggio d'Aàrafat: e quindi io dovetti rinunciare al solo fiore, che scontrai in quel viaggio. Fannosi alla Mecca diverse bevande con uve secche, zucchero, mele, ed altre frutta. L'aceto non val nulla, e si fa, per quanto mi fu detto, coll'uva secca.
Non credo che in verun'altra città musulmana si trascurino le arti come alla Mecca, dove non si troverebbe un uomo capace di fare una serratura, o una chiave. Le porte vengono chiuse con grossolane chiavi di legno, le casse ed i bauli con serrature europee. Non mi fu quindi possibile di sostituire altre chiavi a quelle rubatemi a Mina. Le pantoffole, e le pappuzze vengono da Costantinopoli e dall'Egitto, perchè alla Mecca non si sanno fabbricare che sandali e scarpe cattivissime. Altra volta eranvi alcuni incisori in pietra, che ora sono affatto mancati, e più non si troverebbe un uomo capace d'incidere ragionevolmente una iscrizione.
Parrebbe che in un paese, non alieno dalle armi, dovrebbero almeno trovarsi alcuni mediocri armajuoli, pure si cercherebbe invano chi sapesse rifare il più piccolo pezzo di un fucile europeo. Codesti armajuoli non sanno fare che rozzi fucili a miccia, coltelli curvi e lancie o alabarde all'uso del paese. In qualunque luogo essi trovinsi, la loro officina è subito allestita; riducendosi a fare un buco in terra che serve di fucina, una o due pelli di capra che un operajo agita innanzi alla fucina, e tengono luogo di mantice, due o tre stuoje di foglie di palma, e quattro bastoni formano le pareti ed il tetto.
Non si manca di chi sappia ripulire il vassellame di rame, che peraltro viene dall'estero; e sonovi fabbricatori di alcune specie di vasi di latta, di cui valgonsi i pellegrini per trasportare l'acqua miracolosa del pozzo Zemzem. Vi trovai pure uno sgraziato incisore in rame.
Nè le scienze vi sono meglio coltivate delle arti: tutto il sapere degli abitanti si ristringe al leggere il Corano, a scrivere assai male, ad imparare fino dalla fanciullezza le preghiere e le cerimonie del santo pellegrinaggio alla casa di Dio, a Saffa, ed a Meroua, onde poter di buon'ora guadagnar denaro, facendo la guida ai pellegrini; sicchè si vedono fanciulli di sei in sett'anni portati in ispalla dai pellegrini, farne le funzioni. I pellegrini vanno replicando le parole, che questi recitano con acutissima voce, mentre dirigono il cammino dei pellegrini, e le cerimonie alle diverse stazioni.
Io desiderava di far acquisto di un Corano scritto alla Mecca; ma difficilmente se ne trovano, ed anche trovandone, sono così orribilmente scritti, e scorretti, che non possono valere ad alcun uso.
La Mecca non ha scuole regolari fuorchè di leggere e scrivere. Alcuni Talbi o dottori, per capriccio, per vanità, o per allettamento di guadagno, vanno a sedersi sotto i portici o gallerie dell'Haram, ove incominciano a leggere ad alta voce per chiamare gli uditori, che d'ordinario vanno gli uni dopo gli altri a porsi in cerchio intorno al precettore. Questo, come può meglio, spiega, legge, o predica; e se ne va e ritorna come gli aggrada. Tali sono i mezzi d'istruzione che trovansi nella santa città. Tutte le sere due o tre di cotal fatta di dottori recansi nelle gallerie del tempio, ma io non vidi che alcun di loro avesse giammai più di una dozzina d'ascoltanti.
Da ciò risulta che i Mecchesi sono ignorantissimi; al che contribuisce pure assai la posizione geografica della città. La Mecca posta nel centro di un deserto, non venne, come Palmira, dal commercio dell'oriente cogli occidentali portata a quell'alto grado di splendore di cui ci fanno testimonio le sue ruine, e che forse sarebbe anche di presente una ricchissima città se non si fosse scoperto il Capo di Buona Speranza. La Mecca trovasi lontana da ogni passaggio, nel centro dell'Arabia, circondata a levante dal golfo Persico, dal Mar Rosso all'occidente, dall'Oceano a mezzo giorno, e dal Mediterraneo dalla banda del nord: però il centro di questa penisola non può essere un centro di comunicazione coi paesi circonvicini, cui si può andare per mare. I suoi porti possono tutt'al più servire di scala ai bastimenti commercianti di Djedda e di Moca sul Mar Rosso, ed a quelli di Muscate presso all'imboccatura del golfo Persico. La Mecca non è dunque per la sua posizione destinata ad essere piazza di commercio; nè i suoi abitanti in mezzo ad un arido deserto possono occuparsi nè all'agricoltura, nè alla pastorizia. Quai mezzi rimangono però ai Mecchesi per sussistere? la forza delle armi per costringere gli altri popoli a dargli parte dei loro prodotti, o l'entusiasmo religioso per chiamare gli stranieri a portare il denaro nella loro città. Ai tempi de' Califfi questi due mezzi avevano procurate alla Mecca immense ricchezze, ma prima e dopo quest'epoca gloriosa non ebbe altro modo di provvedere alla sua sussistenza, che quello dell'entusiasmo religioso, che sgraziatamente va scemando di giorno in giorno, e rende affatto precaria la esistenza di questa città.
La Mecca fu sempre il centro dell'entusiasmo religioso di diversi popoli. L'origine dei pellegrinaggi, e la primitiva fondazione del suo tempio perdonsi nell'oscurità de' secoli, poichè sembrano anteriori ai tempi storici. Il profeta atterrò gl'idoli che profanavano la casa di Dio; il Corano approvò il pellegrinaggio, ed in tal maniera la divozione degli altri popoli fu in ogni tempo la base della sussistenza dei Mecchesi. Ma perchè questa sorgente non basta ai bisogni di tutti gli abitanti, la Mecca era assai povera avanti la venuta del Profeta, e dopo una breve epoca di gloria e di ricchezze acquistate colle armi, ricadde in quella povertà cui sembra condannata dalla sua posizione. Come si può dunque sperare che vi fioriscano le arti e le lettere? Lontana da tutte le comunicazioni commerciali, ignora tutto quanto accade nel mondo, le scoperte, le rivoluzioni, le azioni tutte dagli altri uomini; e la Mecca rimarrà costantemente nella più profonda ignoranza malgrado l'affluenza degli stranieri, che non vi rimangono che il tempo necessario assolutamente al soddisfacimento de' sacri doveri del pellegrinaggio, per alcuni affari commerciali, e per preparare quanto abbisogna per tornare ai loro paesi.
La Mecca è di sua natura così povera che senza la casa di Dio troverebbesi deserta nello spazio di due anni, o ridotta piccola borgata, poichè i suoi abitanti non hanno, generalmente parlando, altro mezzo di sussistenza nell'andante anno, che quanto possono raccogliere nell'epoca del pellegrinaggio. In tale circostanza la città prende un'apparenza di vita, il commercio si anima, e la metà degli abitanti si trasmuta in albergatori, in mercadanti, in facchini, in domestici, ec.; mentre l'altra metà interamente attaccata ai servigi del tempio, vive colle limosine, e coi regali de' pellegrini. Tali sono i mezzi di sussistenza dei Mecchesi; esistenza deplorabile che impresse sulle loro figure l'immagine dell'alta miseria che li circonda.
L'arabo è naturalmente magro; ma i Mecchesi, e più d'ogni altro gl'impiegati del tempio sono vere mummie ambulanti ricoperte di una pelle attaccata alle ossa. Confesso che rimasi stupefatto quando li vidi la prima volta. Sarò forse imputato d'esagerazione, ma protesto che non ho minimamente alterata la verità, e soggiungo essere impossibile formarsi, senza averli veduti, un'adequata idea d'una unione di uomini tanto magri e tanto scarnati quanto gl'impiegati d'ogni ordine, ed i servitori del tempio, tranne il capo dello Zemzem che è il solo uomo ben nutrito, oltre due o tre eunuchi negri meno magri degli altri. Sembra impossibile che questi scheletri o piuttosto ombre, possano sostenere le fatiche come fanno. Figurinsi due grandi occhi sepolti, un naso affilato, guancie incavate fino alle ossa, braccia e gambe veramente disseccate, le coste del petto, le vene, i nervi tutte le parti secche così rilevate, che prenderebbonsi per modelli perfettissimi d'anatomia: tale è il tristo aspetto di questi sciagurati, che l'occhio mal può comportare così orrido spettacolo. Ma i piaceri, di cui parteciperanno in cielo, non sono forse un largo compenso dei terreni patimenti? Pure malgrado questa speranza è impossibile di trovare gente più trista e melanconica dei Mecchesi. In tutto il tempo della mia dimora non ascoltai un solo istrumento musicale, o il canto d'un solo uomo: ho due o tre volte udito il canto di qualche femmina, e mi sono preso cura di farne memoria. Immersi in una continua malinconia, s'irritano all'istante per la più leggiera contrarietà. I pochissimi schiavi dei Mecchesi sono i più sventurati di quanti se ne trovino in tutti i paesi musulmani. Ho udito stando in casa un abitante battere uno schiavo per un quarto d'ora non con altro intervallo che quello che gli era necessario per riprendere maggior forza.
Dopo ciò non sarà meraviglia che la popolazione della Mecca vada sensibilmente diminuendo. Questa città che altra volta ebbe centomila abitanti non ne conta oggi più di sedici in diciotto mila. Sonovi esteriormente delle contrade affatto abbandonate che cadono in ruina: due terzi delle case della città sono vuote, e le abitate si vanno internamente guastando malgrado la loro solidità, perchè i proprietarj non si prendono cura che delle facciate per allettare i pellegrini; ed intorno a queste ancora non facendosi importanti riparazioni, non tarderanno a cadere. Una sola casa io ho veduto rifarsi di nuovo, ma con una estrema lentezza: e per poco che duri un tale stato di cose, la città in un secolo si vedrà ridotta alla decima parte di quello che è presentemente.