Dopo la morte di Federigo II, vi fu un lungo interregno imperiale. Per ventitre anni nessuno fu in Germania definitivamente proclamato re dei Romani, e per sessantadue nessuno venne in Roma a prendere la corona dell'Impero. Il partito ghibellino si trovò quindi abbandonato a sé stesso, ed i suoi capi cercarono di far prevalere i loro diritti feudali, le loro armi, la loro fortuna, a danno della Città e dei minori potenti, che non avevano speranza di trovare protezione nell'Imperatore. Cominciavano quindi a sorgere per tutto piccoli tiranni, e la piú parte di essi erano nobili ghibellini, i quali, fra le tante disfatte avute dall'aristocrazia in Italia, trovavano pure nuovo ed inaspettato aiuto nelle mutate condizioni dei tempi. Assai vi contribuiva anche la nuova arte militare, la quale aveva dato nella guerra prevalenza agli uomini d'arme, che erano cavalieri coperti, insieme col loro cavallo, di pesanti armature, e muniti d'una lunga lancia, con la quale abbattevano il fantaccino prima che potesse, con la sua alabarda, arrivare fino a loro. Occorreva perciò un lungo tirocinio, il quale rendeva sempre piú difficile all'artigiano o al mercante il seguire con fortuna il mestiere delle armi, che diveniva invece l'occupazione principale dell'aristocrazia. Molti infatti delle piú nobili famiglie cominciavano ora ad acquistar nome nella nuova arte della guerra, trovavano seguaci, e, messisi alla testa d'una piccola compagnia, a poco a poco divenivano potenti, e cosí nascevano in essi il desiderio e la speranza di farsi tiranni. Per questa e per molte altre ragioni, che appariranno anche piú chiare in seguito, quasi tutte le città di Lombardia, e non poche della Italia centrale, andavano perdendo la loro libertà.
Non mancavano certo le medesime ambizioni anche nel partito guelfo; ma in esso l'aristocrazia feudale era assai meno potente, e maggiore invece il numero dei mercanti e dei ricchi popolani. Oltre di che, il Papa era vicino, e nella vacanza dell'Impero, le città guelfe trovavano nello stesso tempo un pericolo ed un protettore ambizioso non solo in lui, ma anche in Carlo I d'Angiò, Paciaro e Vicario imperiale in Toscana, durante l'interregno. Carlo nominava i Podestà in tutte le città guelfe di Toscana, dove, quando non veniva egli stesso, mandava un suo rappresentante, o, come lo chiamano i cronisti, Maliscalco del Re, accompagnato da alcune centinaia di fanti e cavalieri, Pisa, Arezzo, tutte le città ghibelline, che non riconoscevano la sua autorità, si trovavano esposte a continue minacce di fuori, ed erano dentro lacerate dai tentativi di coloro che volevano fondarvi la tirannide. Le città guelfe, invece, si trovavano, sotto il continuo incubo dell'ambizione del Re; ma egli non era poi tanto sicuro di sé, da potere, con un ufficio temporaneo e limitato, pretendere di dominare come signore di Toscana, sebben tale fosse la sua segreta mira. Per ora gli bastava presentarsi come alto protettore dei diritti e delle libertà municipali, affinché le città guelfe potessero lusingarsi di trovare in lui un aiuto contro le ambizioni esterne dei Ghibellini, e contro i tentativi di tirannide interna.
Ma i Fiorentini non erano uomini da lasciarsi illudere sull'avvenire, né ingannare sul presente. Avevano richiesto la protezione di Carlo, ponendovi però dei limiti, che erano decisi a fare, in ogni modo, rispettare. Anch'essi avevano un segreto pensiero, e questo era: valersi dell'autorità e delle armi del Re, per crescere non il suo, ma il loro predominio in Toscana. L'autorità imperiale era in Italia assai decaduta; l'autorità temporale dei Papi decadeva anch'essa, e i municipî, sentendosi piú indipendenti, estendevano il proprio territorio. Tutte le città italiane miravano ora a questo scopo. Ma appena che una diveniva piú potente, le altre ad essa vicine, o dovevano fare altrettanto, o divenivano sua preda. E cosí erano spinte a guerreggiare continuamente fra loro, non tanto per gara di partiti o gelosia, quanto per difesa dei propri interessi. Inoltre, con l'uso invalso d'assoldar gente straniera e soldati di ventura, chiunque aveva denari a sua disposizione, poteva a un tratto mettere insieme un esercito potente, ed assaltare il vicino. Bisognava quindi premunirsi, star sempre sull'avviso, accrescere le proprie forze, la propria potenza; ed i Fiorentini pensavano, a questo fine, di valersi ora dell'autorità, del nome e delle genti di Carlo.
E però quando vennero in Firenze, da lui mandati (1267), il Podestà Emilio di Corbano,[299] ed il Maresciallo Filippo di Monforte con 800 cavalieri francesi,[300] i Fiorentini andarono subito con quest'ultimo, con la sua cavalleria, ed un loro esercito, raccolto da due Sesti della Città, ad assediare il castello di S. Ilario o S. Ellero, dove s'erano rifugiati parecchi Ghibellini, capitanati da Filippo da Volognano. Il castello venne preso, e 800 Ghibellini che v'erano dentro furono quasi tutti uccisi fatti prigionieri[301]. Si trovavano fra di essi molti delle piú nobili famiglie di Firenze, come i Fifanti, gli Scolari, gli Uberti, e l'odio di parte era, allora tale, che un giovanetto degli Uberti, quando vide ogni difesa riuscita vana, piuttosto che cader nelle mani dei Buondelmonti, preferí gettarsi dall'alto di un campanile.[302] Continuando la guerra, furono presi i castelli di Campi e Gressa; volte a parte guelfa, cacciandone i Ghibellini, le città di Lucca, Pistoia, Volterra, Prato, S. Gemignano, Colle ed altre ancora, che entraron nella Lega o Taglia coi Fiorentini, sotto il comando del Maresciallo di Carlo.
Pisa e Siena restarono però ghibelline; la prima era stata sempre, e si manteneva ancora il piú forte sostegno del partito in Toscana; nella seconda s'erano, come al solito, rifugiati di nuovo gli esuli di Firenze, e parecchi Tedeschi avanzati alla strage di Manfredi. I Fiorentini non erano riusciti ancora a vendicare la rotta di Montaperti, il che era come una spina nel loro cuore; e Carlo che desiderava anch'esso ardentemente di distruggere ogni avanzo degli amici e sostenitori di casa sveva, s'apparecchiava a venire in Toscana, per condurre in persona la guerra contro Siena. E intanto i Fiorentini, dopo avere invano assalito la città e dato il guasto al contado, visto che gli esuli, coi Tedeschi e con altri Ghibellini, s'erano fortificati in Poggibonsi, andarono coi Francesi e coi Guelfi della Taglia, a portarvi regolare assedio. Allora appunto re Carlo arrivò a Firenze, dove le accoglienze furono perciò assai liete. I piú autorevoli cittadini gli andarono incontro col carroccio, segno di grandissimo onore, e dopo otto giorni di festa in Città, dove nominò varî cavalieri, egli se ne partí pel campo. L'assedio durò quattro mesi, dopo i quali il castello dovette arrendersi per fame, verso la metà di dicembre 1267. Carlo vi mise allora un Podestà che governasse in suo nome, e vi cominciò una fortezza, per costruire la quale, secondo il suo costume, impose gravi tasse alle città della Taglia. Firenze dovette dare 1992 lire. E dopo di ciò, senza metter tempo in mezzo, si condusse l'esercito contro Pisa. Sottomettere una cosí potente e bellicosa repubblica non era impresa agevole; ed il Re quindi si contentò solo di umiliarla, pigliando per ora Porto Pisano e facendone abbatter le torri. Nel febbraio del 1268 andò a Lucca, donde si mosse ad assediare il castello di Mutrone, che prese e donò ai Lucchesi. E cosí aveva, con una serie di vittorie, non di molta importanza, ma pure abbaglianti e rapide, rialzato assai il nome e l'autorità della parte guelfa, la quale aveva contribuito alla guerra, non solo coi suoi uomini, ma sostenendone tutta la spesa, con grosse e continue somme di danaro, che Carlo imperiosamente e continuamente chiedeva. Infatti, fino a tutto il febbraio del 1268, Firenze sola aveva pagato 72,000 lire, 20,000 delle quali per pigliare Poggibonsi, dove il Re non aveva poi costruito la fortezza promessa. Ma ora si levava improvviso un grido di guerra, che commoveva tutta Italia, e Carlo si vide a un tratto minacciato da un pericolo cosí imminente, che, dopo avere alquanto esitato, dovette nel marzo decidersi a tornar nel Reame per difenderlo.
Corradino, figlio di Corrado e nipote di Federico II, era l'ultimo erede di casa sveva in Germania, e l'ultima speranza dei Ghibellini in Italia. A lui spettava per eredità il regno di Napoli, che Carlo d'Angiò aveva usurpato colle armi; ed era anche ritenuto da molti futuro imperatore. Giunto che fu alla età di 15 anni, si presentarono a lui molti fuorusciti di Napoli, di Sicilia, e d'altre parti d'Italia, invitandolo a riconquistare il suo regno, a sollevare la parte imperiale in Italia. Ed egli, che era d'animo precoce, pieno di ardore e di ambizione, appena che vide balenare una speranza, subito decise di passare le Alpi. Vendé i pochi beni che gli restavano, raccolse i suoi piú fidi amici, mise insieme un piccolo esercito, e giunse a Verona il 20 ottobre, con 3000 cavalieri e parecchi fanti. Di là spedi a tutti i principi cristiani lettere, che narravano le sue sventure; le ingiurie ricevute per le usurpazioni di Carlo d'Angiò, per l'odio di papa Urbano IV, il quale, non contento d'invitare un usurpatore francese a calpestare i diritti dell'Impero, aveva ancora scomunicato i legittimi eredi dell'Impero stesso. E papa Clemente, in risposta, rinnovava ora la scomunica contro Corradino; mandava per tutto lettere violenti, velenose contro di lui; sollecitava Carlo, che ancora se ne stava in Toscana ad aspettare ivi la battaglia, perché andasse a difendere il suo Reame dai pericoli imminenti. Infatti la cospirazione ghibellina si estendeva adesso in tutta Italia. Pisa e Siena sollevavano l'animo a grandi speranze, le città di Romagna, le città del Napoletano, quelle soprattutto della Sicilia, si ribellarono contro di lui. Nell'aprile del 1268 Corradino era già a Pisa, col suo esercito, che s'andava aumentando per l'accorrere di molti partigiani, sebbene la mancanza di danari avesse fatto tornare a casa parecchi Tedeschi. Carlo era già tornato nel Reame, per apparecchiarsi alla difesa, ed intanto assediava Lucera, dove i Saraceni di Manfredi avevano innalzato la bandiera di Corradino, che era pronto a partire, senza neppur fermarsi in Toscana ad incoraggiare le città che si sollevavano in suo favore, Pisa e Siena erano apertamente per lui; Poggibonsi si ribellò subito dai Fiorentini; altre terre s'apparecchiavano a far lo stesso. Intanto i soldati tedeschi s'avviarono subito verso Roma, dove il senatore Errico di Castiglia li attendeva. I Francesi, che erano in Firenze, uscirono per chiuder loro la via, e furono invece respinti con gravissime perdite, il che dette nuovo animo a Corradino ed ai suoi.
Ma la battaglia di Tagliacozzo, seguita il 23 d'agosto 1268, presso le rive del Salto, doveva decidere il suo fato. Dapprima l'esercito di Carlo, inferiore di numero, pareva disfatto, a segno tale che i Tedeschi già si davano da ogni lato ad inseguirlo. Ma quando s'erano sbandati, inseguendo e saccheggiando, Carlo, che s'era nascosto con una riserva di 800 cavalieri, piombò loro addosso, e la vittoria improvvisamente fu sua. La sera stessa, frenetico di gioia, annunziò il fatto al Papa, non meno di lui esultante. Inaudite furono le crudeltà commesse contro i prigionieri, amputati, decapitati, bruciati vivi. Corradino, con circa 500 de' suoi, in compagnia di Arrigo d'Austria, Galvano Lancia, il conte Gherardo Donoratico di Pisa, ed altri fidi, s'avviò verso Roma, di dove, abbandonato dai piú, dovette fuggire per la Maremma, ricoverandosi nel castello d'Astura. Ma ivi, mentre che s'apprestava ad andarsene con pochi de' suoi, sopra una barca in Sicilia, fu preso da Giovanni Frangipane signore del luogo, che lo consegnò a Carlo, e ne ebbe in premio alcuni feudi.
Questi adesso manifestava la sua grande gioia con sempre nuove crudeltà. In Corneto, si afferma, fu vista una torre incoronata di cadaveri dei piú cospicui e valorosi soldati ghibellini. Nelle città del Reame egli eccitava i piú crudeli furori della plebe contro i signori, che avevano parteggiato per Corradino. E i suoi ministri gareggiarono di crudeltà in Sicilia, dove, fra le altre barbarie, si racconta che in Augusta il carnefice dovette, in un sol giorno, ammazzare tanti infelici Siciliani, che ne rimase esausto, e, a forza di vino, lo rinfrancarono per farlo continuare nel macello. Ma l'animo feroce del Re si fermò piú particolarmente a decidere il destino, che voleva serbare a Corradino. Uccidere migliaia di cristiani, farli morire fra i piú crudeli tormenti, era cosa per lui di poco momento; ma dinanzi ad un uomo di sangue reale ed imperiale, egli doveva esitare alquanto. Dicesi infatti che chiedesse consiglio al Papa; ma poi, senza aspettar la risposta, cercò di coonestare la sua vendetta con le forme menzognere d'un giudizio legale. Egli presumeva di trattare un rivale, cui aveva usurpato il regno, come un ribelle al legittimo sovrano, e come reo d'alto tradimento un prigioniero di guerra, che voleva render colpevole ancora di tutti gli eccessi commessi nella guerra dai soldati tedeschi. E pure, sebbene il tribunale fosse composto di persone scelte dal Re fra i nemici di casa sveva, pare che non mancasse chi difese nobilmente Corradino. Si affermò, che Guido da Suzzara, nell'Emilia, giureconsulto al suo tempo riputato, adducesse la giovane età dell'accusato, i diritti che esso credeva d'aver sul Reame, le ragioni della guerra. Si affermò del pari che molti dei giudici si tacquero, e che uno solo si dichiarò apertamente per la condanna. Ma fu tutto invano. Carlo, che già aveva messo a morte alcuni dei baroni, e fra gli altri il conte Galvano Lancia, a cui, prima di morire, aveva fatto vedere il figlio strangolato sotto i proprî occhi, aveva iniziato il processo di Corradino per pura forma: interpetrò quindi il silenzio dei giudici come assenso alla condanna, che fu senz'altro pronunziata. E la sentenza venne subito comunicata nella prigione a Corradino, che giocava agli scacchi col cugino Federico d'Austria. Il 29 d'ottobre 1268 essi furono condotti al patibolo sulla piazza del Mercato di Napoli. Il protonotario Roberto di Bari, che aveva sostenuto l'accusa, lesse la sentenza, e Carlo volle esser presente. Dicesi che non pochi dei Francesi stessi fremevano di sdegno e di umiliazione dinanzi a questo crudele spettacolo. Una moltitudine immensa era nella piazza, e molti s'inginocchiarono commossi. Corradino si levò il mantello, dette uno sguardo alla folla silenziosa, gettò ad essa, in segno di futura vendetta, il guanto, e poi sottopose il capo alla scure. Cosí moriva l'erede di Federico II, l'ultimo degli Svevi. Federico d'Austria voleva baciarne il capo, ma fu subito preso, e la scure del carnefice fece a lui subire la stessa fine. Non pochi sono i particolari, storici o leggendarî, con cui i cronisti accompagnarono il racconto di questa lugubre tragedia. Il Villani, che pur era guelfo, prestò fede all'erronea voce (VII, 29), la quale affermava che Roberto conte di Fiandra, genero di Carlo, all'udire il Protonotario di Bari leggere la sentenza di morte, fu preso da tal furore che gli dette un colpo di stocco col quale lo finí sotto gli occhi del Re. Tutto ciò prova almeno quale era la impressione che il fatto universalmente produsse. Della parte avuta in questa tragedia dal Papa, s'è diversamente parlato. Il vero è che egli vide e tacque.[303]
Ma sebbene questi fatti venissero da tutti in Italia con grande severità condannati, pure essi tornarono subito a vantaggio di Carlo e della parte guelfa. I Fiorentini ne profittarono per pronunziar nuove condanne contro i Ghibellini, e poco dopo s'apparecchiarono a ripigliare la guerra contro i vicini, massime contro Siena, desiderosi sempre di vendicare la rotta di Montaperti, ed ora piú che mai irritati dal vedere colà raccogliersi di nuovo, ed essere festeggiati i loro esuli. A Siena essi attribuivano anche la recente ribellione di Poggibonsi, il cui territorio andarono perciò a devastare, il che bastò a riaccendere la guerra. I Senesi, che per la passata di Corradino s'erano levati a grandi speranze, non volevano ora darsi facilmente per vinti. Prevaleva sempre nella loro città Provengano Salvani, uno dei promotori della battaglia di Montaperti, nella quale aveva fatto prova di gran valore. E molti fatti generosi a lui si attribuivano anche ora. Narrasi come, trovandosi un suo amico prigioniero di Carlo, che gl'impose una taglia di 10,000 scudi, sotto pena del capo, e non potendo la famiglia pagarli, né avendo Provenzano il danaro sufficiente ad aiutarlo, stendesse un tappeto sulla piazza, e, ponendosi pubblicamente a questuare pel prigioniero, raccogliesse la somma voluta e liberasse l'amico. Tutto ciò gli dava nel popolo una grandissima autorità; ed esso era ghibellino e nemico dichiarato di Firenze. A Siena v'era inoltre un buon numero di Spagnuoli e di Tedeschi avanzati alle battaglie ghibelline, e v'era il conte Guido Novello, che, sebbene assai poco valesse, pure eccitava di continuo gli animi alla guerra. Cosí fu raccolto un esercito, che il Villani dice di 1,400 cavalieri, e 8,000 pedoni, ed andò ad assediare il Castello di Colle in val d'Elsa, per vendicare il guasto dato al contado di Poggibonsi. I Fiorentini, guidati dal vicario di Carlo, con 800 cavalieri, uniti ad un numero non molto grande delle loro genti, si avanzarono subito, e sebbene con forze assai minori, andarono contro i Senesi, che accettarono la battaglia (17 giugno 1269) e furono disfatti. Il conte Guido Novello, secondo il suo solito, sparí dal campo; ma Provenzano Salvani, non smentendo mai sé stesso, morí combattendo. La sua testa, fitta sopra un'asta, fu portata in giro pel campo, verificandosi cosí una profezia, che gli aveva detto, prima che partisse: la tua testa fia la piú alta nel campo, parole che egli aveva interpretate, invece, come augurio di vittoria. I Fiorentini, che non dettero ora quartiere ai Senesi, se ne tornarono trionfanti a casa, e, credendo di avere finalmente vendicata l'ingiuria di Montaperti, cominciarono trattative di pace. E prima espressa condizione fu, che i Senesi non dovessero piú ricoverare gli esuli ghibellini, i quali se ne dovettero, infatti, ben presto partire, andando d'ogni parte raminghi, per tutto inseguiti, e crudelmente trattati. I Pazzi, fra gli altri, che avevano ribellato il castello d'Ostina, furono presi e tagliati a pezzi.
Dopo un guasto, dato dai Fiorentini e Lucchesi nel contado di Pisa, che aveva, nell'aprile 1270, fatta pace con Carlo, se ne conchiuse il 2 maggio un'altra anche tra essa e Firenze, nella quale si stipularono quasi gli stessi patti e la medesima alleanza politico-commerciale che nella pace del 1256.[304] In quel momento erano di Siena partiti pel Casentino, Azzolino, Neracozzo e Conticino degli Uberti, con un cavaliere Bindo dei Grifoni, che caddero subito nelle mani de' Fiorentini. Questi interrogarono re Carlo in qual modo dovessero trattarli, ed egli rispose: punirli come traditori, inviando a lui Conticino, ch'era assai giovane. Gli altri tre vennero subito decapitati per ordine del podestà Berardino d'Ariano (8 maggio 1270). Si narra che, avvicinandosi al patibolo, Neracozzo domandasse ad Azzolino: dove andiamo? A che l'altro avrebbe tranquillamente risposto: a pagare un debito che ci lasciarono i nostri padri. Conticino morí nelle prigioni di Capua. Tutto ciò dimostra chiaramente quanto grande fosse divenuta l'autorità di Carlo nella Repubblica. Ma i Fiorentini tolleravano ogni cosa, pur di arrivare col suo aiuto a rendersi temuti in Toscana, ed a rialzare in essa il nome del partito guelfo, nel che si può dire che erano già riusciti. Tutta Toscana era infatti ridotta al partito guelfo; le antiche e le nuove ingiurie erano vendicate. Disfecero adesso anche il castello di Pian di Mezzo in Val d'Arno, e le mura di Poggibonsi.
Nello stesso tempo era però cresciuta la potenza, e s'era resa temibile l'autorità degli Angioini. Carlo, sicuro padrone del reame di Napoli; nominato dai Papi, durante l'interregno, Senatore di Roma e Vicario, non solo in Toscana, ma anche in Romagna, aveva, nel rendere potente il partito guelfo, reso piú potente assai ancora sé stesso. Si vedeva chiaro, che già balenava in lui l'ambizione di farsi signore d'Italia, ed ai Fiorentini cominciava perciò a puzzare quel suo inframmettersi per tutto; quel tenere in ogni Comune i suoi Podestà, che in suo nome e sotto la sua autorità, comandavano e condannavano. E quasi ciò non bastasse, vi doveva essere in Toscana ancora un Maresciallo o Vicario del Re, che insieme cogli altri vessava le città con domande sempre insistenti e minacciose di nuovi danari. Ma piú di tutti s'ingelosiva ora anche la Corte di Roma. I Papi avevan chiamato gli Angioini ad abbassare la potenza degli Svevi, non tanto perché questi erano ghibellini e quegli guelfi; quanto perché gli Svevi avevano avuta quella medesima ambizione, che ora cominciava a nascere anche nell'animo di Carlo. V'erano dunque le stesse ragioni per combatterlo. Niccolò Machiavelli ha piú volte ripetuto, che i papi «temevano sempre colui, la cui potenza era divenuta grande in Italia, ancora che la fosse con i favori della Chiesa esercitata. E perché e' cercavano di abbassarla, ne nascevano gli spessi tumulti e le spesse variazioni, che in questa seguivano, perché la paura di un potente faceva crescere un debole, e cresciuto che gli era, temere, e temuto, cercare di abbassarlo. Questo fece torre il governo di mano a Manfredi e concederlo a Carlo, questo fece poi aver paura di lui, e cercare la rovina sua».[305] Infatti Urbano IV aveva invitato Carlo a prendere il regno di Napoli, Clemente IV lo aveva nominato Vicario, Gregorio X cominciava ora ad avversarlo, ed i suoi successori seguirono l'esempio dato da lui. Cosí nel centro d'Italia venivano ora in gioco tre politiche diverse: quella degli Angioini, che già vagheggiavano il dominio d'Italia; quella dei Fiorentini, che volevano servirsi della potenza di Carlo d'Angiò, per divenire padroni di Toscana; e quella dei Papi, che volevano frenare l'ambizione angioina, e ripigliare il loro antico ascendente in Toscana.
Il primo segno di questa mutazione nella politica papale si vide subito in Firenze, sebbene a Roma si cercasse, con ogni arte, nascondere il vero scopo e le vere cagioni del mutamento, si facesse anzi ogni opera perché nessuna variazione d'animo apparisse. Gregorio X cominciò a mostrarsi dolente, che gli odii tra i Guelfi ed i Ghibellini continuassero a tenere divisa una città cosí ricca e fiorente qual era Firenze. Voleva che tra loro si facesse la pace. Niun desiderio doveva sembrare piú naturale nel capo dei fedeli; ma in Carlo già destava sospetto vedere il Papa nutrire a un tratto questa insolita pietà pei Ghibellini. E piú dovette esserne insospettito, quando vide i Fiorentini accettare assai volentieri le proposte papali. Essi già avevano dato segno di volersi emancipare, chiedendo al Re un Potestà italiano, a forma dei loro Statuti, ed egli l'aveva dovuto, con parole piene di benevolenza, concedere fin dal gennaio 1270.[306] Ora essi afferravano a volo il segreto pensiero di Roma, comprendendo che era tempo di profittarne, secondandolo. E lo facevano tanto piú volentieri, quanto piú volevano non solo mettere un freno alla crescente autorità di Carlo, ma riparare ad un altro danno, che questa supremazia già faceva nascere nella Città. Carlo era circondato sempre dai suoi baroni e soldati, che come stranieri non erano ben veduti: da nobili e cavalieri guelfi di Toscana e d'altre parti d'Italia. In Firenze egli favoriva costantemente la vecchia nobiltà guelfa; ed ogni volta che vi si fermava, creava sempre nuovi cavalieri. Cosí i mercanti guelfi, fatti nobili, s'univano agli altri, e pigliando nome di Grandi, si trovavano subito in opposizione col popolo, e ridestavano tutto l'antico odio della democrazia fiorentina, la quale, come non aveva voluto in passato tollerare la superbia feudale dei Ghibellini, cosí non voleva ora tollerare neppure quella dei vecchi e nuovi Guelfi. Bisognava dunque in ogni modo frenarli, ed a ciò pareva opportuno consiglio richiamare i Ghibellini loro nemici e del Re. Il popolo avrebbe in tal modo ricevuto forza dalla divisione dei nobili, e lasciandoli consumarsi fra loro, avrebbe anche indebolito il numero di coloro che si dimostravano troppo ossequenti a Carlo. Il quale perciò non poteva farsi illusione di sorta sul segreto significato di questi maneggi, e massimamente sulle vere intenzioni del Papa. Egli sapeva che questi sollecitava ora i Tedeschi ad eleggere Rodolfo d'Asburgo a re dei Romani, perché cessasse l'interregno imperiale, e quindi il vicariato di Carlo. Quale altra ragione poteva avere il Papa per desiderare un Imperatore, se non quella d'indebolire la potenza degli Angioini? Pure il Re ed il Papa s'infingevano, e sembravano essere tuttora nel migliore accordo del mondo; ma il vicendevole sospetto traspariva continuamente.
Gregorio X aveva convocato pel 1274 un Concilio in Lione, a fine d'indurre i Cristiani a combattere gl'infedeli; passò, nel suo viaggio, per Firenze, dove arrivò il 18 giugno 1273, e vi si fermò appunto, cosí egli affermava, per farvi la pace generale. Veniva con tutto il seguito dei cardinali e prelati; con l'imperatore di Costantinopoli, Baldovino II, che sollecitava il soccorso dei Cristiani contro gl'infedeli, con re Carlo d'Angiò, che in segno di onore e d'ossequio, diceva di non voler lasciar solo il Papa in Firenze. E questi trovando assai lieta una tale dimora, decideva di passarvi la state. Il 2 di luglio era il giorno fissato per la gran pace tra Guelfi e Ghibellini, ed i sindachi degli uni e degli altri erano in Città. Sul greto dell'Arno, in gran parte asciutto, presso al Ponte alle Grazie, furono costruiti palchi di legno, sui quali salirono a sedere il Papa, l'imperatore Baldovino e Carlo d'Angiò. In presenza d'una gran moltitudine ivi accorsa, fu dato il giuramento di pace; i sindachi si baciarono; il Papa pronunziò la sua benedizione, minacciando la scomunica contro chiunque osasse violare il giuramento. Furono dati ostaggi, ceduti castelli dall'una e dall'altra parte, in pegno della giurata fede. Tutto pareva che fosse seguíto secondo le benevole intenzioni del Santo Padre, il quale aveva preso alloggio nel palazzo dei Mozzi suoi banchieri. Baldovino abitava al Vescovado, e Carlo in alcune case nel giardino de' Frescobaldi. Altro non restava che darsi bel tempo in Firenze, aspettando il ritorno dei Ghibellini per festeggiarli. Ma ad un tratto si seppe, che i sindachi dei Ghibellini, invece di eseguire le ultime clausole della pace, s'erano dati a precipitosa fuga. E la ragione di ciò si disse essere stata, che il vicario di Carlo aveva fatto loro intendere, che se non partivano subito, egli li avrebbe, a richiesta dei Grandi guelfi, fatti tagliare a pezzi. Il Papa allora se ne partí senz'altro pel Mugello, assai adirato, non solo contro il Re, ma piú ancora contro i Fiorentini, che si dimostravano indifferenti a tutta questa commedia, e lasciò la Città interdetta pel giuramento violato.
Carlo intanto proseguiva la sua politica aggressiva contro i Ghibellini, e i Fiorentini lo secondavano, andando con la bandiera del Comune, qualche volta soli, piú spesso in compagnia dei cavalieri francesi, ad imporre la pace ed il trionfo della Parte in tutte le vicine città. Ma qualche volta spinsero la loro superbia troppo oltre. I Bolognesi avevano cacciato i Ghibellini, ed essi, non richiesti, si misero subito in moto per portar loro aiuto. Ma con grande maraviglia, quando furono sul fiume Reno, trovarono i Bolognesi che li aspettavano pronti a respingerli. Avevano voluto e saputo, colle proprie armi, cacciare i Ghibellini; ma non volevano che Firenze, sotto colore di portare aiuti, venisse colla sua alterigia a seminare anche fra di loro gli odî delle sue parti. Il Podestà dei Fiorentini, che voleva andar oltre, venne ucciso, ed essi dovettero, umiliati, tornarsene a casa (1274).
Piú fortunati furono contro Pisa, che, lacerata dalle sue fazioni, aveva cacciato Giovanni Visconti giudice di Gallura ed il conte Ugolino della Gherardesca di Donoratico, nobili ambiziosi, i quali da parte ghibellina erano passati a parte guelfa, e chiesero aiuto ai Fiorentini, che subito li concessero. E allora andarono tutti, insieme coi Francesi, a muover guerra all'antica rivale, cui nel settembre del 1275 presero il castello d'Asciano. Nel giugno del seguente anno, istigati dai medesimi fuorusciti, tornarono in campo, con piú grosso esercito, aiutati dai Lucchesi e da altri Guelfi, insieme col Maresciallo del Re, e dopo una nuova vittoria obbligarono Pisa a fare la pace il 13 giugno del 1276, a richiamare gli esuli, specialmente il conte Ugolino, la cui ambizione doveva poi portare a sé stesso ed alla sua città guai infiniti.
Intanto papa Gregorio, tornato da Lione, era giunto in Toscana nel dicembre del 1275, e non voleva entrare in Firenze, contro cui si dimostrava sempre irritatissimo; ma l'Arno era cosí grosso, che dovette pure traversarlo sopra uno dei ponti della Città, e sospese perciò l'interdetto su di essa, ma solo durante il tempo del suo passaggio. Egli moriva poco dopo, il 10 gennaio 1276, ed in un solo anno gli succedevano rapidamente tre nuovi papi: Innocenzo V, Adriano V, Giovanni XXI; e finalmente veniva eletto (25 nov. 1277) Niccolò III, che restò sulla sedia pontificale tre anni, nei quali riprese con piú ardore che mai la politica di Gregorio X. Ambizioso e superbo, esso voleva sollevare non solo l'autorità pontificia, ma anche il nome della sua famiglia. Fu egli che ricominciò lo scandalo del nepotismo e della simonia, facendo cardinali alcuni de' suoi parenti, ad altri dando ufficî assai importanti. Ma quando pensò di dare una sua nipote in moglie ad un nipote del re Carlo, questi ne ferí mortalmente l'orgoglio, dicendo: — Che sebbene il Papa avesse il calzamento rosso, non per ciò il suo sangue s'era nobilitato abbastanza, per potersi mescolare con quello dei reali di Francia.[307] — E Niccolò III, che già era insospettito e scontento del Re, non poté facilmente perdonar questa ingiuria. Valendosi quindi della prima opportunità, fece osservare a Carlo, che se Rodolfo di Asburgo non era ancora venuto a Roma per farsi coronare imperatore, era pure stato eletto in Germania Re de' Romani, il che rendeva inutile e vana la continuazione del vicariato, a lui concesso solo durante l'interregno. E cosí Carlo dovette finalmente lasciare il vicariato di Toscana, il titolo di Senatore di Roma, ed anche la giurisdizione sulle terre di Romagna e delle Marche, la quale in parte aveva ottenuta, in parte usurpata. Vedendo che a questo colpo non v'era rimedio possibile, il Re cedette subito, senza pure far mostra del piú piccolo risentimento, tanto che il Papa ebbe ad esclamare: — Questo principe avrà ereditato la sua fortuna dalla casa di Francia, la sua astuzia dalla Spagna; ma la sua accortezza nel discorrere deve averla imparata frequentando la Corte di Roma.[308] — Pure non si lasciava punto illudere da questa apparente tranquillità di Carlo, e profittava d'ogni occasione che potesse scemarne la potenza, accrescendo quella della Santa Sede. Cosí quando Giovanni da Procida percorreva l'Italia, cercando fautori alla rivoluzione siciliana, che doveva piú tardi scoppiare, trovò incoraggiamento nel Papa. Profittando poi della occasione opportuna, questi che tanto favoriva Rodolfo, ottenne da lui, che riconoscesse l'estensione del dominio della Chiesa sino ai confini del regno di Napoli da un lato, e dall'altro v'includesse la Marca d'Ancona, la Romagna e la Pentapoli. Erano presso a poco i medesimi confini, che lo Stato della Chiesa ritenne sino ai nostri giorni. In parte, è vero, i Papi non ebbero allora che un alto dominio piú che altro nominale; ma seppero, a poco a poco e con molta costanza, trasformarlo poi in dominio effettivo.
Niccolò III infatti cominciava col mandare a pacificar la Romagna, suo nipote il cardinale Latino dei Frangipani, domenicano, che aveva reputazione di grande oratore, perché in questo modo si cominciasse a far sentire la nuova autorità della Chiesa, e con lui mandò anche il conte Bertoldo Orsini. Dopo una breve dimora colà, il Cardinale fu inviato a Firenze, per tentare una seconda volta e con migliore successo, quella pace fra i partiti, che Gregorio X non era riuscito a concludere. Questa volta i Fiorentini stessi ne avevano mostrato vivo desiderio. Liberati dalla troppo grave protezione di Carlo, sentivano ora le tristi conseguenze della sua politica. I Grandi, sempre irrequieti, erano cresciuti di numero e di potenza, e minacciavano di dividere lo stesso partito guelfo. «Riposati», dice il Villani, «dalle guerre di fuori con vittorie e onori, e ingrassati sopra i beni de' Ghibellini usciti, e per altri loro procacci, per superbia e invidia cominciarono a riottare tra loro; onde nacquero in Firenze piú brighe e nimistadi tra' cittadini, mortali e di ferite».[309] Avevano cominciato gli Adimari, per odio contro i Tosinghi, poi i Pazzi e i Donati, a far nascere subbuglio; e si vedeva che questo era un principio di mali maggiori. Fu perciò che i Guelfi inviarono messi a pregare il Papa, che mandasse a pacificare la Città, se non voleva vedere lacerata la stessa parte guelfa. Uguale desiderio dimostravano i Ghibellini, stanchi del lungo esilio, delle confische continue, e per la speranza avevano, che l'odio popolare, essendosi ormai acceso anche contro i Grandi guelfi, potesse essere divenuto piú mite contro di loro.[310]
Il cardinale Latino adunque entrò in Firenze il dí 8 ottobre 1279, con 300 fra cavalieri e prelati, e fu accolto con ogni specie di onori. Gli venne incontro il clero fiorentino, e la Repubblica mandò anche il carroccio con gran numero d'armeggiatori. Egli, come domenicano, prese alloggio nel convento di S. M. Novella, dove pose la prima pietra per la fondazione della celebre chiesa di quel nome. E incominciò subito le pratiche per la pace. Il 19 novembre furono costruiti alcuni palchi sulla piazza di S. M. Novella Vecchia, e fatto in essa, presenti i magistrati ed i Consigli, radunare il Parlamento, il Cardinale chiese ed ottenne di poter concludere la pace con l'autorità stessa che aveva il popolo, il che voleva dire facoltà di por taglie, fare confische, occupare castelli, per sicurtà dei patti che sarebbero stati giurati. Incominciò poi a tentare accordi fra quelli che piú s'odiavano, tra quei Guelfi che eran fra loro divisi, tra i Ghibellini, tra Guelfi e Ghibellini. E la cosa riuscí fino a che non si venne ai Buondelmonti ed agli Uberti, tra i quali i vecchi odî erano cosí profondi, che non vi fu modo a conciliarli, essendosi alcuni di loro sdegnosamente ricusati. Laonde il Cardinale dovette risolversi a scomunicare ed a far bandire dal Comune i piú renitenti. Finalmente il 18 gennaio 1280 fu stabilito di concludere la pace generale. Nella piazza di S. Maria Novella Vecchia era grande apparecchio di palchi, di arazzi, di teli che ricoprivano la piazza stessa. Vennero i Dodici, il Podestà, il Capitano del popolo, che allora chiamavasi della Massa di parte guelfa, coi loro Consigli; vennero tutti gli altri magistrati e grandissimo popolo. Il Cardinale comparve finalmente in mezzo ai suoi prelati, da tutti aspettato, anche perché doveva parlare, ed aveva voce d'essere uno dei piú eloquenti oratori del suo tempo. Parlò sulla utilità e necessità della pace, che finalmente fu letta. Con essa si poneva fine a tutti gli odî antichi; si ordinava che fossero resi ai Ghibellini i beni confiscati, capitale e parte anche degl'interessi; che si cancellassero le sentenze, i giuramenti, le leghe o consorterie fatte da una parte a danno dell'altra, levando dagli Statuti tutto ciò che poteva alimentare questi odî. Richiese 50 mallevadori da ciascuna delle parti, con obbligo di pagare 50,000 marchi d'argento, quando la pace fosse violata. Volle alcuni castelli per maggiore sicurezza, e si riserbò di chiedere anche altri mallevadori. Seguiva un numero assai grande di minute condizioni tutte intese allo stesso fine. Molte delle principali famiglie restavano confinate fino a che non avessero fatta pace coi loro avversarî, e data, con danaro e con ostaggi, sicurtà di mantenerla. I sindachi delle parti si baciarono in bocca, gli atti dell'accordo furono solennemente rogati, e i bandi e le condanne delle parti furono cancellati o arsi. Gli esuli poterono tornare; il Capitano e le Capitudini ebbero, senza pregiudizio del Podestà, l'incarico di mantenere inalterate le condizioni della pace. E per questa ragione il Capitano non doveva piú d'ora innanzi essere chiamato Capitano della parte guelfa, ma della Città, e Conservatore della pace. Essendo poi cessato l'ufficio di Vicario imperiale concesso a Carlo, veniva ordinato del pari, che d'ora innanzi Podestà e Capitano sarebbero per due anni eletti dal Papa, e avrebbero ciascuno a loro comando 50 uomini a cavallo e 50 a piedi. Dopo due anni, l'elezione tornerebbe al popolo, con l'obbligo di non nominare alcuno contrario a Santa Chiesa, la quale doveva anzi approvare la scelta. Avrebbero ciascuno a loro comando 100 uomini a cavallo e 100 a piedi, che non dovevano essere né della Città né del distretto, per potere cosí meglio riuscire a mantener la pace. A questo fine dovevano contribuir pure le Arti, che anch'esse giurarono. Si dovevano rivedere gli Statuti, riformare il governo della Città, fare un estimo dei beni di coloro i quali erano condannati a multe o a risarcimenti di danni.[311]
Da tutto ciò parrebbe, che al Cardinale fosse stata concessa quasi una dittatura temporanea di fare e disfare a suo arbitrio. Ma molte di queste condizioni di accordi egli le propose dopo aver consultato i magistrati, e di molte altre i Fiorentini tennero poi il conto che vollero. La pace si desiderava dal popolo, per le ragioni che abbiamo accennate, e si dette piena balía al Cardinale, perché, con l'autorità sua e della Chiesa, la conducesse a termine. Ma egli ottenne in realtà meno assai che non parrebbe. Continuò infatti la costituzione della Parte guelfa; continuarono le divisioni a lacerare la Città, appena che il 24 d'aprile egli fu partito, non senza aver prima ricevuto Mille floreni auri in pecunia numerata, et alie zoie empte pro Comuni Florentie.[312]
Tuttavia nel febbraio e nei primi di marzo, egli, contento assai del buon successo che si lusingava d'avere ottenuto, attese a concludere molte amicizie anche fra quelli che erano rimasti confinati; cercò d'attuare le riforme della costituzione, accennate nella pace, e principalmente sostituí ai Dodici, Quattordici Buoni uomini, otto dei quali dovevano esser Guelfi e sei Ghibellini. Essi, che insieme col Capitano e coi Consigli, ebbero il governo della Città, mutavano ogni due mesi. Continuarono però a durare un anno l'ufficio del Podestà e del Capitano. L'autorità del primo era stata, sotto il dominio di re Carlo, che lo nominava, diminuita assai; e però si cercava adesso accrescere quella del Capitano e dei Dodici, che divenuti ora Quattordici, formavano la Signoria vera e propria.[313]
Su questa mutazione della Signoria ogni due mesi, che continua sino agli ultimi tempi, si è molto ragionato in senso diverso. Certo la Repubblica non poteva aver pace in un cosí rapido alternarsi del supremo magistrato; ma noi abbiamo già piú volte osservato, che la nuova costituzione delle Arti aveva ridotto a ben poca cosa le attribuzioni del governo centrale. E da un altro lato, la tendenza, che sembrava manifesta in tutte le repubbliche italiane, di cadere nella tirannide, rendeva i Fiorentini sospetti d'una Signoria che durasse piú lungo tempo. Specialmente ora che tornavano i Ghibellini, si temeva che essa fosse spinta a cospirare per sostenere l'ambizione di qualche tiranno, che da un momento all'altro poteva sorgere. Furon queste le ragioni per le quali si volle da un lato scemare l'importanza del Podestà, e da un altro mutare cosí spesso non solo i capi del governo, ma, come vedremo, anche altri ufficî politici; e piú tardi si ricorse alla elezione a sorte, sempre per evitare che in nessun caso riuscisse possibile l'attuazione di un disegno prestabilito a danno della libertà.[314]
Intanto il Re dei Romani mandava in Italia un suo Vicario con soli 300 uomini, per vedere in quali disposizioni fosse il paese, e se le città riconoscevano ancora la loro soggezione all'Impero. Il Vicario, arrivato in Toscana, si fermò a S. Miniato al Tedesco, e trovò i Pisani, sempre ghibellini, pronti a fare subito atto d'obbedienza; ma le altre città toscane ricusarono; i Fiorentini, per mezzo di danaro, lo corruppero, e mostrandogli l'inutilità della sua impresa, lo persuasero d'andarsene, riconoscendo i privilegi che essi avevano ottenuti dal Papa. In questo modo, la mutata politica di Roma riusciva a loro vantaggio, di che seppero abilmente profittare, e a danno di Carlo d'Angiò, che perdette ogni autorità nell'Italia centrale. Niccolò III, rievocando l'Impero, incoraggiando Rodolfo di Asburgo, e mettendolo di fronte a Carlo, aveva saputo indebolire l'uno e l'altro, accrescendo forza al papato. E i Fiorentini, con non minore accortezza, s'erano valsi di Carlo per dominare la Toscana; del Papa per indebolire Carlo; e finalmente dell'uno e dell'altro, per non sottomettersi a Rodolfo.
Niccolò III moriva nel 1280. Egli aveva costretto Carlo a lasciare la Toscana, a contentarsi di ricevere l'investitura della Provenza e del Reame da Rodolfo. E perché questi accordi ricevessero una qualche sanzione, s'era anche stretto un parentado, avendo Rodolfo dato la propria figlia in moglie ad un nipote di Carlo. Ma questi, come era naturale, assai di mal'animo accettava tutto ciò, anzi non tralasciava mai di sobillare in segreto i Guelfi di Toscana contro i Ghibellini, che ora alzavano la testa. E conoscendo già per lunga esperienza che grande differenza vi fosse tra l'avere amici o nemici i Papi, corse ad Orvieto, dove s'era adunato il nuovo Conclave, deciso a far di tutto per avere una elezione a lui favorevole. Secondo il suo solito, egli operò senza scrupoli e senza esitare. Visto che i cardinali temporeggiavano, né avendo tempo da perdere, promosse una rivoluzione, per la quale il popolo s'impadroní di due cardinali di casa Orsini, parenti del Papa defunto ed avversissimi agli Angioini. Dopo di che, l'elezione ebbe luogo, ed il 22 febbraio 1281 fu proclamato papa Martino IV, il quale, francese e di re Carlo amicissimo, si dette subito a favorirne la politica ed a sostenere i Guelfi.
Ma le condizioni generali dell'Italia erano assai mutate, e però il trionfo ottenuto da Carlo a Viterbo, non valse ad impedire che le conseguenze già preparate dalle sue crudeltà nel Reame e dalla politica di Niccolò III, avessero il loro effetto. L'accordo concluso da questo con Rodolfo fu continuato anche dal nuovo Papa, che raccomandò alle città italiane di fare buona accoglienza alla figlia di lui, la quale veniva sposa al nipote del Re. Ed anche Firenze dovette accoglierla con onore, sebbene fosse accompagnata da un Vicario imperiale, che al solito si fermava a S. Miniato, per cercare di far rivivere in Toscana i diritti dell'Impero. Ma un mutamento assai piú grave avvenne quando nel marzo 1282, i Siciliani, stanchi della mala signoria, raccolsero il guanto gettato al popolo da Corradino, e coi Vespri cominciarono quella sanguinosa rivoluzione, che, dopo una lunga e gloriosa guerra, doveva per sempre togliere l'Isola agli Angioini. I Fiorentini, per tenersi fedeli al partito guelfo, e non irritar troppo né il Papa né Carlo, mandarono a questo 500 cavalieri, i quali, sotto il comando del conte Guido di Battifolle de' conti Guidi, con la bandiera del Comune, andarono all'assedio di Messina. Ma la rivoluzione superò tutto, ed essi vennero come gli altri battuti, lasciando anche la bandiera in mano del nemico. L'Isola fu inevitabilmente perduta dai Francesi.
Era assai naturale che i Fiorentini, prima ancora che scoppiasse la rivoluzione dei Vespri, avessero aperto gli occhi, e pensato ai casi loro. Vedendo che il Vicario imperiale era venuto con poca gente, e non trovava gran seguito, cercarono subito contentarlo con danari, ed ottennero che, riconosciute le antiche concessioni fatte loro, se ne partisse. Nello stesso tempo, profittando della debolezza di Rodolfo, combattuto in casa sua, e della lontananza di Carlo, già nel Reame turbato dal pensiero dei gravi avvenimenti che s'apparecchiavano in Sicilia, posero mano a riformare la loro costituzione. E prima di tutto, ora che il Podestà ed il Capitano erano eletti non piú dal Re, ma dal Papa, vollero accrescerne la forza, per mantenere la Città tranquilla, mettendo un freno alle prepotenze dei Ghibellini, ed all'arbitrio dei Grandi, che ogni giorno divenivano piú minacciosi. Questi ultimi specialmente facevano colla violenza cancellare i bandi dei magistrati, impedivano l'esecuzione delle leggi, commettevano o promovevano gli omicidi per vendette partigiane, e tenevano perciò la Città continuamente perplessa. Quindi s'ordinò che il Podestà avesse mano piú libera a procedere severamente contro tutti i delitti, e che il Capitano avesse maggior forza a mantenere la pace, a punire coloro contro i quali il Podestà non usasse subito il dovuto rigore. E i Grandi dovettero dare non solo promessa di sottostare alle leggi, ma anche sicuri mallevadori, affinché se, commesso il delitto, riuscissero ad evadere, vi fosse sempre in Città chi scontasse la pena, o pagasse la somma, cui veniva condannato colui pel quale s'era dato mallevaria o sodato, come allora dicevasi. Tutti i vagabondi e gli oziosi furono cacciati dal territorio della Repubblica, e coloro che avevano dimostrato odio contro qualche privato cittadino, dovettero far promessa di rinunziare alla vendetta, dandone anch'essi mallevaria. E perché a tutti questi ordini si desse esecuzione, furono scelti dalla cittadinanza mille uomini armati, 200 del Sesto di S. Piero Scheraggio, 200 di quello di Borgo, e 150 dagli altri, che, divisi in compagnie, con un gonfalone per Sesto, furono messi, 450 sotto gli ordini del Podestà, e 550 sotto quelli del Capitano. Le insegne eran loro date da quei due magistrati in presenza di pubblico Parlamento, e quando la campana sonava per raccoglierli, non era permesso tenere radunanze in Città.[315]
Questa riforma parve necessaria anche perché, durante la signoria di Carlo, era andato in disuso l'ordinamento del popolo armato sotto i Gonfalonieri delle Compagnie, e la tranquillità cittadina si era mantenuta con l'aiuto dei soldati stranieri, per la qual cosa anche il Capitano aveva perduto una parte di quella importanza, che gli veniva ora restituita. Ma oltre di ciò noi troviamo che i Quattordici governavano senza adunare il Consiglio dei Cento, il quale nei documenti sembra infatti scomparso. Da ciò e anche dal trovarsi essi fra loro divisi, perché otto dovevano esser guelfi e sei ghibellini, ne venne che la loro autorità, invece di crescere, s'andava indebolendo. Si pensò quindi ad un'altra riforma, quando la notizia dello scoppio dei Vespri lasciava ai Fiorentini le mani piú libere. Tre cose essi avevano sopra tutto di mira. Rendere la Repubblica indipendente dal Papa, dall'Imperatore e da Carlo; farla finita coi Ghibellini, perché nobili e aderenti sempre all'Impero, che riaffacciava le sue pretese in Toscana; abbassare la superbia dei Grandi, guelfi o ghibellini che fossero, perché colle loro prepotenze turbavano di continuo la Città. Ed anche per questa ragione si era finito col non piú osservare neppure i patti della pace del cardinale Latino; specialmente non si erano pagate le somme promesse ai danneggiati ghibellini. Inoltre il di 8 febbraio 1282 si strinse una lega guelfa con Lucca, Pistoia, Prato, Volterra, e Siena, che dovette per forza aderirvi; e si lasciò luogo d'entrarvi anche a S. Gimignano, Colle e Poggibonsi. Si giurò di restare per 10 anni uniti a difesa comune, con obbligo di prendere a soldo 600 cavalieri col loro seguito, e s'aggiunse al solito una specie d'unione doganale fra gli alleati.
Ma ciò che per Firenze ebbe piú grande importanza fu la riforma interna. Le Arti, massime alcune delle maggiori, andavano acquistando un ordinamento sempre piú vigoroso, e con esso aumentava il loro potere politico. Le Capitudini infatti compariscono nei documenti sempre piú spesso, accanto ai Quattordici, al Capitano, al Podestà. Ed ora appunto (1282-3) noi troviamo anche un Defensor Artificum et Artium con due Consigli, il che dimostra di certo la cresciuta potenza di queste.[316] Esso, è vero, piú tardi scomparisce e si fonde col Capitano; ma ciò avvenne dopo che le Arti stesse salirono addirittura al governo della Repubblica. Intanto già partecipavano alla elezione dei Quattordici, e li consigliavano. I cronisti ci dicono che, con una riforma del giugno 1282, i Priori delle Arti, pigliando il luogo dei Quattordici, salirono finalmente al Governo; ma in verità ciò non avvenne ad un tratto, come apparirebbe dalle loro parole. Noi troviamo invece, che per qualche tempo, i Quattordici (come seguiva sempre nelle riforme fiorentine) continuarono a governare insieme coi nuovi Priori, sino a che, dinanzi all'importanza crescente di questi, finalmente scomparvero. Certo è che il 15 giugno del 1282 furono messi a capo della Repubblica tre Priori delle Arti, uno dell'Arte di Calimala, il secondo dei Cambiatori, il terzo della Lana. Ebbero sei berrovieri e sei messi, per chiamare i cittadini a Consiglio; abitavano nella casa della Badia, donde non uscivano mai, e deliberavano di regola insieme col Capitano. I Quattordici continuarono ancora qualche tempo, piú che altro pro forma, a comparire accanto ad essi.[317] Passati i primi due mesi, si vide la necessità d'aumentare il numero dei Priori, non solo perché quello di tre appariva troppo ristretto; ma ancora perché, dovendo essere scelti ora in una metà, ora in un'altra dei sei sestieri, pareva che il loro governo rappresentasse sempre una parte sola dei cittadini. E cosí nell'agosto di quell'anno, senza metter tempo in mezzo, alle tre Arti già menzionate furono aggiunte quelle dei Medici e Speziali, dei Setaioli e Merciai, dei Vaiai e Pellicciai. Piú tardi ve ne furono aggiunte anche altre, ma il numero dei Priori restò fermo a sei, uno per Sesto. «Le loro leggi... (dice il Compagni) furono, che avessino a guardare l'avere del Comune, e che le Signorie facessino ragione a ciascuno, e che i piccoli e impotenti non fossino oppressati dai grandi e potenti».[318] Quelli che uscivano d'ufficio, insieme con le Capitudini e con alcuni cittadini aggiunti, cui si dava nome d'Arroti, eleggevano ogni due mesi i successori.
Il Villani afferma che il nome di Priori fu preso dal Vangelo, là dove Cristo dice ai discepoli: Vos estis priores. Certo è però che con questa riforma le Arti o sia il commercio e l'industria salirono addirittura al governo della Repubblica; ed è pur notevole che, sebbene quelle che abbiamo qui sopra nominate, costituissero, insieme con i giuristi e notai, le sette Arti maggiori, pure di questi, forse perché non rappresentavano né l'industria né il commercio, non si fa qui dai Cronisti menzione alcuna. Certo d'ora in poi la Repubblica è proprio una repubblica di mercanti, e solo chi è ascritto alle Arti può governarla: ogni grado di nobiltà antica o nuova è piú un danno che un privilegio.
Infatti molte delle piú grandi famiglie cominciarono a mutare i loro nomi, per nascondere l'antica e nobile origine. I Tornaquinci si divisero in Popoleschi, Tornabuoni, Giachinotti, ecc.; i Cavalcanti in Malatesti e Ciampoli; altri presero altri nomi.[319] Ciò nonostante, molti ritennero con orgoglio i nomi e i titoli antichi, e quando il principe di Salerno, figlio di re Carlo, chiamato a Napoli dalla Provenza, passò per Firenze, egli, imitando l'uso paterno, vi si fermò per crear nuovi cavalieri. Cosí cercavasi, con mezzi artificiali e vani, perché contrarî affatto all'indole della costituzione e della società fiorentina, di ridonar forza a quella aristocrazia, che il cammino naturale delle cose distruggeva continuamente. Liberi ormai dal Papa e dall'Imperatore, liberi dalla uggiosa protezione di re Carlo, tutto occupato nelle faccende della Sicilia, i Fiorentini avevano ordinata a lor modo la costituzione, dando la Repubblica in mano delle Arti maggiori; avevano ottenuto in Toscana un grande predominio, di cui seppero giovarsi mirabilmente per aumentare il loro commercio. A questo infatti giovò moltissimo la lega politico-commerciale, conclusa nel marzo dell'82, cui abbiamo piú sopra accennato, come aveva giovato la sottomissione delle terre o città vicine.
Restavano però sempre nemiche Arezzo e Pisa, ambedue ghibelline. La prima minacciava nella valle superiore dell'Arno; la seconda, ricca, potente, signora del mare, minacciava nella valle inferiore, e teneva in mano la chiave del commercio marittimo dei Fiorentini, trovandosi nella via che mena a Livorno ed a Porto Pisano. Bisognava quindi che Firenze prima o poi pensasse, con le forze riunite de' suoi amici, con nuove alleanze, a liberarsi da questi nemici, soprattutto dal secondo, che, chiudendole il mare, divenuto ora piú che mai necessario al suo commercio, poteva render vani tutti i trionfi già ottenuti.
Intanto vi furono due anni tranquilli, nei quali i Fiorentini poterono godersi i benefizî della pace. Vennero accolti in Città, con pompa ed onore, il principe di Salerno figlio di re Carlo, ed altri della casa reale. Nel marzo del 1283 venne il Re stesso, che andava in Francia, per battersi in singolar tenzone a Bordeaux con Pietro d'Aragona, il quale dal popolo di Sicilia era stato proclamato signore dell'Isola. Con questo duello, di cui fu molto parlato, ma che non ebbe poi luogo, doveva finir la guerra che desolava l'Italia meridionale. Ed anche ora il Re, sebbene dovesse aver l'animo turbato da molti e gravi pensieri, sebbene ricevesse in Firenze una clamorosa accoglienza, pure, non curando punto la noia che dava al popolo, volle creare altri cavalieri. Tuttavia, partito che fu, le feste continuarono con piú ardore che mai. In occasione del giorno di S. Giovanni, sempre solennemente celebrato in Firenze, si formò una compagnia di mille giovani, i quali, vestiti di bianco, avendo alla testa uno di loro che rappresentava l'Amore,[320] si dettero a giuochi e sollazzi d'ogni sorta, con balli di dame, cavalieri e popolani nelle vie e nelle case. Questa specie di corte d'amore era una imitazione dei costumi francesi, che s'erano cogli Angioini introdotti in Firenze. Ora vi si numeravano 300 cavalieri di corredo, creati in massima parte, secondo l'usanza francese, dal re Carlo. Essi imbandivano tavole con donzelli, cortigiani e buffoni, che venivano da molte parti d'Italia e di Francia. Ma tutto ciò era uno sforzo vano, per introdurre nella Città costumi contrarî alle sue tradizioni; un desiderio puerile di far credere all'esistenza d'una nuova aristocrazia. Il basso popolo godeva di questi passatempi; ma la cittadinanza piú operosa, che teneva il governo e costituiva la forza della Repubblica, li disapprovava altamente, e s'accorgeva che, dopo tante guerre fatte ai nobili, v'era pur sempre da combattere ancora, per distruggerne gli ultimi avanzi. E v'era anche da combattere in tutta Toscana il partito imperiale, che dopo i Vespri pareva volesse alzare la testa. Il 26 febbraio 1285, Corso Donati aveva perciò esclamato in una delle Consulte, che tutte le terre, le quali erano de Imperio, e confinavano col territorio fiorentino, dovevano essere sottoposte ad iurisdictionem Comunis Florentiae.[321] Ed a questo fine si fecero nuovi accordi con le città guelfe.[322] Innanzi tutto era però urgente il pensare a domare la potenza e l'orgoglio di Pisa, sempre ghibellina, contro cui s'era sempre dovuto, e si doveva ora combattere di nuovo. Ma per venirne veramente a capo, quando non si poteva né si voleva fidare piú negli aiuti di re Carlo, tutte le forze unite della Repubblica e de' suoi alleati non erano sufficienti. Bisognava, coll'ingegno o coll'accortezza politica, saperle moltiplicare; ed in questa occasione si vide di che cosa i Fiorentini erano capaci.
La città di Pisa, sebbene traesse tutta la sua forza e la sua potenza dal commercio marittimo, pure, sia per essere stata sempre imperiale, sia perché tale pareva che fosse in Italia il destino delle repubbliche marittime, si trovava dominata da una potente aristocrazia, al pari di Genova e di Venezia. I Fiorentini avevano, da lungo tempo e con molta prudenza, cercato d'esercitare fra i nobili pisani la loro azione per poterli dividere. Giovanni Visconti, chiamato giudice di Gallura, pel ricco e potente ufficio da lui già tenuto in Sardegna, dove aveva governato alcune province in nome della repubblica pisana, ne era stato poi esiliato nel 1274 come guelfo, e s'era quindi unito col vicario di re Carlo e colla Taglia dei Guelfi contro la sua patria. Egli morí nell'anno seguente; ma allora uno dei piú potenti e ambiziosi uomini di Pisa, il conte Ugolino della Gherardesca, che aspirava alla tirannide, fu, insieme con altri Guelfi assai possenti, esiliato (1275). Ed essi, non solamente s'allearono co' Fiorentini, ma, insieme con la Taglia, combatterono contro i Pisani, occuparono Vico Pisano ed altri castelli. Nel settembre del medesimo anno, tornarono all'assalto coi Fiorentini, coi Lucchesi, col vicario di re Carlo, ed a tre miglia della loro città sconfissero i proprî concittadini, pigliando il castello d'Asciano, che restò ai Lucchesi. Nel 1276 i Fiorentini ed i Lucchesi ripigliarono la guerra, istigati sempre dal conte Ugolino e da' suoi amici. Questa volta, come abbiamo già accennato piú sopra, s'incontrarono da una parte e dall'altra due poderosi eserciti, fra Pisa e Pontedera, presso quello che chiamavasi Fosso Arnonico, un canale fatto già dai Pisani colle acque dell'Arno, per difendere con esso il territorio della loro repubblica. La disfatta che questi subirono fu ora anche maggiore, e bisognò accettar dai Fiorentini le condizioni della pace, fra cui la prima e piú dura fu, che dovessero rimettere in città gli esuli guelfi, specialmente l'ambizioso e già molto odiato conte Ugolino.
Gregorio X era assai scontento della guerra, proseguita con tanto ardore, con tanta ostinazione d'animo, perché egli vedeva nel ghibellinismo pisano un argine contro la crescente potenza de' Fiorentini, i quali eran guelfi, ma facevano ogni opera per rendersi affatto indipendenti dal Papa. Avendo loro imposto di posare le armi, e vedendo che invece continuavano a combattere, scomunicò la Città, la quale, scusandosi alla meglio, non tenne di ciò alcun conto fino al 1276, quando si concluse una pace, che fu però assai breve, e già si meditavano nuovi assalti.
La repubblica di Pisa restò allora tranquilla qualche anno, ed il suo commercio era cosí vasto, le sue colonie cosí estese, che le finanze in brevissimo tempo ritornarono assai floride. Se non che, queste medesime ricchezze avevano colà reso alcune famiglie tanto potenti, che, non soddisfatte piú d'una eguaglianza repubblicana, volevano primeggiare nell'interno, e dirigere la politica estera, non già secondo l'interesse dello Stato, ma secondo le loro ambizioni personali. Il giudice di Gallura ed il giudice d'Arborea, i conti Ugolino, Fazio, Neri e Anselmo della Gherardesca tenevano ognuno una piccola corte con uomini armati, quasi fossero altrettanti principi. Occupati nelle loro gare ambiziose, distraevano l'attenzione dei magistrati dai pericoli che, ogni giorno piú da vicino e piú gravi, minacciavano la loro repubblica. Infatti non era solo la Lega guelfa, che con una guerra continua esauriva sempre piú le forze dei Pisani; ma da qualche tempo l'eterna rivalità di Genova minacciava una guerra ben piú sterminatrice. Queste due città marittime, ambedue ghibelline, avrebbero avuto ogni ragione d'essere unite, per difendersi dal predominio assai maggiore, che aveva sui mari quella di Venezia. Ma sembrava che tutto ciò le rendesse invece piú gelose l'una dell'altra. Le loro navi venivano continuamente alle prese sui mari di Oriente. Un fiero scontro ebbe luogo nel 1277 presso Costantinopoli e nel mar Nero. Cominciato dai Pisani, era finito con loro danno, ed aveva lasciato in essi un grande desiderio di vendetta. Né le occasioni mancavano. Mentre che i Veneziani dominavano quali padroni assoluti nell'Adriatico, i Genovesi ed i Pisani, che erano a poca distanza sul Mediterraneo, s'incontravano ogni giorno, perché facevano i medesimi commerci, e possedevano terre nelle medesime isole di Corsica e di Sardegna. Tutto ciò era cagione di continue discordie. Inoltre la Lega guelfa, diretta specialmente contro i Pisani, dava a Genova occasioni continue d'iniziare la guerra, alla quale i Fiorentini l'istigavano con tutte le arti della loro politica. Tale e tanto era poi l'odio fra loro, che furono i Pisani stessi quelli che primi si lasciarono indurre a provocarla. Li moveva un'ardente brama di tornare alle armi, sempre riaccesa dalle ambizioni dei nobili, che speravano cosí di farsi strada al potere, ed erano anch'essi stimolati, incoraggiati da Firenze.
Comandava in Corsica un tale Sinucello, che aveva titolo di Giudice di Cinarca. Costui, allevato in Pisa, era stato da essa aiutato a riprendere ed accrescere nell'isola i possessi della sua famiglia. Dominando come protetto e dipendente da Pisa, s'era poi sottomesso invece con giuramento di fedeltà, a Genova, che teneva un'altra parte dell'isola. E piú tardi, commettendo ogni sorta di crudeltà e di prepotenze, era tornato nemico dei Genovesi, le cui città nell'isola aveva devastate. Rifuggitosi a Pisa, questa se ne dichiarava protettrice come di suo antico vassallo, senza fare alcun conto né dei posteriori trattati, con cui esso aveva giurato fedeltà a Genova, né delle crudeltà commesse. Voleva rimetterlo colla forza in Corsica, ma i Genovesi volevano invece tenerlo lontano, e fu questa un'occasione alla guerra. Egli venne ricondotto nell'isola con 120 cavalli e 200 fanti, coi quali riprese le sue terre; e da quel momento (1282) le navi genovesi e pisane s'andarono cercando sul Mediterraneo, per combattersi. Ed infatti dalla fine dell'anno 1282 all'agosto del 1283 fu una serie continua di sanguinose scaramucce, che piú d'una volta presero le proporzioni di vera battaglia navale, quasi sempre colla peggio dei Pisani, i quali però ripigliavano subito forza, e s'apparecchiavano a nuove lotte. Una volta ebbero metà delle navi distrutte dalla tempesta, e, ciò nonostante, poco di poi (1284) ventiquattro delle loro galee scortarono il conte Fazio, che andava in Sardegna, dove essi avevano coi Genovesi continua cagione di guerra. Infatti il dí 1 maggio incontrarono l'armata genovese, e cominciò la battaglia, che durò tutto il giorno con grande ostinazione; ma finalmente i Pisani lasciarono 13 galere in mano del nemico, con moltissimi prigionieri. Eppure fu in quello stesso anno, che ebbe luogo fra le due repubbliche un'altra battaglia navale, che è fra le piú memorabili nelle storie del Medio Evo.
Genova, che aveva dovuto pagar care le sue vittorie, faceva costruire ed armare navi in tutta la Riviera; Pisa, esausta da tante guerre per terra e per mare, fece prodigi d'ogni sorta. Ricorse al patriottismo delle sue piú nobili famiglie, che si mostrarono degne del proprio nome. I Lanfranchi, assai numerosi in Pisa, armarono a loro spese non meno d'undici galere; i Gualandi, i Lei, i Gaetani ne armarono sei, i Sismondi tre, gli Orlandi quattro, gli Upezzinghi cinque, i Visconti tre, i Moschi due, altre famiglie s'unirono per armarne una. Andrea Morosini veneto, dei piú reputati nelle cose di mare, fu nominato Podestà, ed a lui venne data ogni autorità per provvedere agli apparecchi della guerra, e tener poi sul mare il comando supremo del naviglio. Cosí, da un lato e dall'altro, si misero in moto due delle piú formidabili armate, che si vedessero mai a que' tempi. Gli scrittori genovesi fanno ascendere a 96 le navi di Genova, a 72 quelle di Pisa; gli storici pisani, invece, numerano 130 navi genovesi e 103 pisane. Comunque sia, gli uni e gli altri riconoscono nelle prime una superiorità numerica, che fu aiutata anche dall'arte maggiore nel comando. Le due armate si cercarono lungamente, e poi temporeggiarono, perché ciascuna voleva trovarsi in una posizione piú vantaggiosa. Dicesi che i Pisani arrivassero sino al porto di Genova, tirando frecce d'argento e palle fasciate di porpora, per far pompa della propria ricchezza, secondo il costume del tempo. Certo è però, che una parte delle loro navi trovavasi ancorata a Porto Pisano, altre erano nell'Arno fra i due ponti della città, quando venne l'annunzio che i Genovesi erano in vista. Tutta Pisa fu a rumore; i marinai corsero alle loro navi; l'arcivescovo, seguito dal clero, portando in mano lo stendardo della repubblica, venne sul Ponte Vecchio, di dove benedisse l'armata, che con un grido di gioia levò l'ancora, e, scendendo il fiume, s'avviò al mare. Si racconta pure che, nel momento della benedizione, cadde il Cristo che era sull'alto della bandiera, e fu tenuto segno di sinistro augurio.
Il 6 agosto 1284 fu un giorno memorabile. I due navigli s'incontrarono presso la Meloria, a poca distanza da Porto Pisano. Ivi, in passato, i Genovesi aveano ricevuto una grave disfatta dai Pisani, ed ora venivano a vendicarla, con la battaglia memorabile di cui son piene le nostre storie. La distanza del tempo, e la moltitudine spesso discorde degli scrittori toscani e genovesi, rendono assai difficile una vera esattezza nei particolari. Cercheremo quindi d'accennare solo i piú notevoli e sicuri.
L'armata pisana era divisa in tre schiere. Comandava la prima l'ammiraglio Andrea Morosini; la seconda era affidata al conte Ugolino, valoroso, ma poco sicuro, perché divorato da un'ambizione, che gli faceva posporre l'interesse della patria al desiderio di dominarla; la terza era comandata da Andreotto Saracini. Oberto Doria, assai valoroso ed esperto, era l'ammiraglio dell'armata genovese, la quale, a vederla allora sul mare, sembrava per numero uguale alla pisana; ma ciò era perché Benedetto Zaccaria, con una riserva di trenta galere, se ne stava nascosto, secondo alcuni, dietro la Meloria, secondo altri, dietro Montenero, pronto ad accorrere in tempo opportuno. Poco dopo il mezzogiorno si cominciò a combattere, e la lotta durò aspra ed incerta per lungo tempo. Quando le due navi ammiraglie s'avvicinarono, lo scontro delle armate fu generale. Un numero grandissimo d'uomini vennero da una parte e dall'altra gettati nel mare, tra morti, feriti o storditi dai colpi ricevuti. Le onde erano rosse pel sangue; i naufraghi s'attaccavano ai remi per salvarsi, ma venivano dai medesimi remi rituffati nel mare, per la necessità di continuare le manovre, in un momento in cui la mischia era giunta al suo punto culminante e decisivo. Ed allora appunto, Benedetto Zaccaria, il quale già aveva ricevuto l'ordine d'avvicinarsi, fece forza di vele e di remi, per arrivare in tempo a decidere l'esito della battaglia. Quando i Pisani lo videro apparire, riconobbero subito la inferiorità delle proprie forze, e l'animo cominciò loro a mancare, sebbene proseguissero con uguale ardore a combattere. Lo Zaccaria, appena che sopraggiunse, riuscí ad avvicinare la sua galera a quella del Doria, per poter cosí pigliare in mezzo il Morosini, che con la sua capitana combatteva fieramente. Nel medesimo tempo la galera che portava lo stendardo di Pisa, veniva anch'essa circondata da piú lati. L'improvviso aiuto aveva per tutto accresciuto l'animo dei Genovesi, abbattuto quello dei Pisani. La lotta, divenuta troppo disuguale, continuava pure senza cedere da ambo i lati, perché ciascuna delle due eterne rivali pareva che volesse questa volta distruggere con l'armata nemica, l'esistenza stessa dell'avversa repubblica.
Ma cosí non si poteva durare a lungo. Ad un tratto si vide lo stendardo di Pisa, che era sostenuto da una grossa asta di ferro, piegarsi e cadere con fracasso orribile sotto i ripetuti colpi che aveva ricevuti, e nello stesso tempo cominciava a cedere la capitana dell'ammiraglio Morosini, il quale, orrendamente ferito nel volto, dovette arrendersi insieme con essa. Fu questo il momento in cui il conte Ugolino tradiva, dando il segnale della fuga: la disfatta divenne allora generale. Sette galere pisane colarono a fondo, ventotto restarono in mano del nemico, e i prigionieri furono, secondo una iscrizione che si trova sulla facciata della chiesa di S. Matteo a Genova, non meno di 9,272. Gli scrittori pisani li fanno ascendere fino ad undici, ed alcuni anche a quindicimila, forse perché vi computano molti dei morti, che furono 5,000. Certo è che dopo la battaglia della Meloria, soleva dirsi in Toscana, che per veder Pisa bisognava ormai andare a Genova.
Quando i superstiti pisani ritornarono a casa, tutti i cittadini uscirono nelle strade, per aver notizia dei loro parenti, e non vi fu quasi nessuno che non dovesse piangere qualche morto o prigioniero. Una moltitudine di donne, di vecchi e bambini, errava per la città come forsennata, a segno tale, che i magistrati dovettero dare ordine, che ognuno tornasse alle proprie case. Ben presto tutti in Pisa erano vestiti a bruno, e per le vie non si vedevano che donne. A Genova, invece, era dovunque gioia e tripudio; né l'odio contro i nemici s'era per la vittoria punto scemato. E di ciò s'ebbe una prova, quando si venne a discutere che cosa dovesse farsi dei prigionieri. Alcuni proposero di restituirli per una grossa somma di danaro; altri volevano invece avere il Castel di Castro, in Sardegna, ch'era la chiave dei possedimenti pisani in quell'isola; ma non fu vinto nessuno di questi partiti. Si levarono oratori, i quali proposero di ritenere i prigionieri fino a che non fosse finita del tutto la guerra. In tal modo, si diceva, le donne resterebbero vedove, senza potersi rimaritare, e si sarebbe impedito alla popolazione, e quindi all'armata pisana, di rifarsi delle perdite sofferte. La guerra infatti durò sedici anni ancora, e quando i prigionieri vennero restituiti, erano ridotti a poco piú di mille, gli altri essendo morti per le malattie, l'età, le ferite o gli stenti sofferti.