Capitolo IX[128] LA REPUBBLICA FIORENTINA AI TEMPI DI DANTE

I

La Repubblica Fiorentina, dopo gli Ordinamenti di giustizia (1293) e la cacciata di Giano della Bella, entra in un periodo di straordinaria, quasi vertiginosa confusione. I fatti sono assai noti, perché questo è il momento in cui comincia quella splendida serie di cronisti e di storici fiorentini, i quali raccontano, coi piú minuti particolari, tutto ciò che hanno essi stessi veduto. E i moderni vi sono tornati sopra, rovistando gli archivi, massime il professor Del Lungo, il quale recentemente ha dato prova d'una diligenza e di una dottrina che non si potrebbero lodare abbastanza. Pure io credo che non sia inutile provarsi a raccogliere questi fatti, ricercandone l'unità organica, per vedere donde essi muovano, dove vadano, e cosí spiegare, se è possibile, la causa di tanta confusione ed il significato vero delle nuove rivoluzioni. Aggiungerò anzi che questa ricerca può avere una grande importanza storica, perché noi siamo al tempo in cui non solo incominciano un'arte, una letteratura ed una civiltà nuova; ma la vecchia società medioevale si decompone e sparisce, la società del Rinascimento incomincia a formarsi. Ed in mezzo a questi avvenimenti sorge gigantesca la figura di Dante, che ridesta subito una straordinaria attenzione, dà un grande valore a tutto ciò che lo circonda.

La storia di Firenze fino al 1293, noi lo abbiamo visto e ripetuto piú volte, è assai chiara: una serie di guerre e di rivoluzioni, con le quali il popolo guelfo della Città, prima assale i baroni feudali e ghibellini, che incastellavano tutte le colline d'intorno, impedivano il suo commercio, e, dopo averli vinti, demolisce i loro castelli, obbligandoli ad abitare dentro la cerchia delle mura, sotto le leggi del Comune. Ma allora il popolo è costretto a combattere ed abbattere gli avanzi del feudalismo, che tentava di ricostituirsi dentro la Città. Esso era stato già distrutto prima del 1293, lasciando dietro di sé i Grandi, cioè nobili che erano rimasti senza titoli e senza i loro antichi privilegi feudali. Gli Ordinamenti di giustizia che disciolsero le loro consorterie e li esclusero addirittura dal governo, avevano rafforzato invece le Arti ed il popolo, che fu allora padrone di Firenze, e colla nuova legge ebbe in mano un'arme efficacissima per continuare a perseguitare e battere i Grandi dinanzi ai magistrati. I nomi di Guelfi e di Ghibellini duravano ancora, ma avevano perduto il loro antico significato. La vecchia aristocrazia che aveva formato il nucleo vero del partito ghibellino, essendo ora scomparsa, la Città era divenuta tutta guelfa. Anche le condizioni generali d'Italia favorivano un tale stato di cose. Infatti, con la caduta degli Svevi, col trionfo degli Angioini, chiamati in Italia dai Papi, il partito guelfo aveva vinto in tutta la Penisola. La morte di Corradino (1268) era stata il funerale dei Ghibellini. La Francia trionfava sempre piú, e durante l'interregno imperiale, Filippo il Bello assumeva quasi le parti d'imperatore. Nello stesso tempo Bonifazio VIII dichiarava altamente, che il Papa era superiore a tutti i principi e re della terra, i quali dovevano, esso diceva, prestargli obbedienza.

Ma non perciò le divisioni cessavano in Firenze. E prima di tutto v'erano nel popolo stesso germi di future discordie, perché esso trovavasi diviso in popolo grasso o delle Arti maggiori, e popolo minuto o delle Arti minori, alle quali teneva dietro la plebe. Le maggiori, che facevano la grande industria, il grande commercio d'esportazione e d'importazione, erano sempre pronte ad intraprendere nuove guerre, le quali, opprimendo di tasse la Città, rendevano, se non impossibile, assai difficile quel lusso interno, di cui vivevano invece le Arti minori, che esercitavano in essa le piccole industrie. Ci voleva poco a mutare questo conflitto d'interessi economici in un conflitto politico, specialmente se si riflette, che le Arti maggiori s'erano impadronite del governo, e le minori ne erano escluse. Tuttavia, per ora almeno, il popolo minuto, sebbene numeroso e tumultuoso, non aveva coesione, né esperienza, né capi. Ma se mancava d'ogni vera forza politica, e non poteva ancora formare un partito, era tuttavia materia attissima a dar forza ai partiti che si fossero formati, che avessero saputo profittare del suo aiuto, cercando cosí di salire al governo.

I Grandi dall'altra parte, quantunque perseguitati, oppressi, battuti, non erano certo scomparsi, né erano senza autorità o senza accortezza. Un esempio se n'era avuto nella cacciata di Giano della Bella, che essi seppero riuscire un momento a far credere nemico del popolo, che di fatti lo abbandonò, ed a sollevargli contro la plebe. Se i Grandi non avevano piú la forza legale, avevano ancora la forza reale. Essi che si vantavano sempre d'aver vinto a Campaldino, erano veramente quelli che avevano in passato capitanato tutte le piú grosse guerre della Repubblica, ed anche ora si trovano piú assai dei popolani educati alle armi. Ricchi, nella città e nella campagna, di case, castelli e poderi, non erano distratti dal commercio; potevano piú facilmente darsi agli esercizi militari; e la materiale indipendenza di cui godevano, faceva loro piú vivamente sentire l'aculeo delle passioni politiche. A combattere il popolo grasso, era naturale che cercassero e trovassero favore nel popolo minuto. E cosí, riuniti insieme con questo formarono una gran massa di gente irrequieta e pericolosa; ma poco organica e tenuta fuori del governo, perché gli uni n'erano stati cacciati nel '93, gli altri non v'erano mai stati ammessi.

II

E qui si cominciò a vedere di che cosa fosse capace la sottile astuzia dei Fiorentini. Quell'arte d'essere padroni dello Stato senza parere, che piú tardi dètte, con sí grande fortuna la Repubblica in mano di Cosimo e Lorenzo dei Medici, i quali di fatto furon principi, sebbene restassero sempre legalmente privati cittadini; quell'arte fu trovata ora dai Grandi. Essa consisteva nel lasciare intatte le istituzioni repubblicane, non curandosi neppure di farne parte, cercando però che v'entrassero solo i propri amici. Mezzo principale a ciò erano gli uffici della Parte Guelfa, nei quali, come è noto, i Grandi erano ammessi, e cosí potevano, col dichiarar ghibellino un cittadino, farne confiscare i beni, ed escluderlo dal governo ogni volta che volevano. Se dunque non entravano nella Signoria, avevano pure un modo, piú o meno legale, per impedire che v'entrassero gli avversari piú odiati. Giano della Bella s'era bene avvisto del pericolo, e aveva cercato di porvi riparo; ma non arrivò in tempo, perché i Grandi riuscirono prima a farlo cacciare.

Un altro mezzo efficace per riafferrare il potere perduto, i Grandi lo trovavano nel cercare di riuscire ad esser padroni della scelta dei giudici, per poi agire sopra di essi personalmente. Molti di questi giudici, come il Podestà ed il Capitano del popolo, che dovevano essere anche cavalieri, cioè nobili, erano forestieri insieme coi loro notai, cancellieri e giudici subalterni. Essi decidevano non solo le cause civili e criminali, ma le politiche ancora. Al Podestà ed al Capitano, insieme col Gonfaloniere, spettava infatti l'applicazione degli Ordinamenti; ed inoltre il diritto pubblico si trovava allora talmente mescolato col privato, che non era possibile separar l'uno dall'altro. In origine anzi il Podestà, come abbiam visto, era stato poco meno che il capo del Comune. Comandava l'esercito, firmava i trattati di pace; e come gli storici antichi ricordavano gli avvenimenti di Roma sotto il nome dei Consoli, cosí i cronisti fiorentini registrarono quelli di Firenze prima sotto il nome de' suoi Consoli, poi sotto quelli dei Podestà. In sul finire del secolo XIII le cose erano però mutate. Colla distruzione del feudalismo, col progresso della civile eguaglianza e della cognizione del diritto romano, scemò la importanza politica di quei magistrati. Podestà e Capitano del popolo andarono sempre piú divenendo semplici giudici superiori. E però, tanto essi quanto i loro dipendenti, ebbero sempre minore autorità, minor forza; furono peggio pagati e meno rispettati, il che li rendeva piú facili alla corruzione ed a cadere sotto il dominio dei Grandi. Molti di essi venivano dalla Romagna, dalle Marche, moltissimi da Gubbio. Vissuti sotto le tirannidi, educati col diritto romano nello Studio di Bologna, ignoravano affatto, e spesso non riuscivano mai a capire il significato vero della lotta dei partiti in Firenze, e quindi neppure quello di leggi come gli Ordinamenti di giustizia, che erano sopra tutto leggi politiche. Ciò contribuiva non poco a renderli piú facilmente ciechi istrumenti di coloro che volevano impadronirsene. Tutta la letteratura di questo periodo infatti è piena di sanguinose imprecazioni contro «i tristi, i maledetti, i perversi giudici, rovina delle città».[129]

Cosí, col favore del popolo minuto e della plebe, con le ingiuste sentenze dei Capitani di Parte guelfa, con la corruzione dei giudici forestieri, i Grandi cercavano riguadagnare il terreno perduto, e impadronirsi nuovamente del governo. Né era del tutto impossibile riuscirvi, tanto piú che (come vedremo fra poco) essi avevano appunto allora potenti aiuti di fuori. Ma occorreva che fossero uniti, quello appunto che non era sperabile, perché essi erano composti d'elementi non solo diversi, ma anche eterogenei. Si poteva quindi fin d'ora prevedere che, prima o poi, la discordia sarebbe inevitabilmente e sanguinosamente scoppiata anche nel loro seno.

Dino Compagni osserva nella sua Cronica, che «i potenti cittadini non tutti erano nobili di sangue, ma per altri accidenti erano detti Grandi».[130] Essi infatti si componevano di antiche famiglie nobili, spogliate dei loro titoli e privilegi feudali; di antichi popolani, per moltiplicate ricchezze, saliti in alto; di coloro che il popolo dichiarava Grandi, a solo fine di punirli, escludendoli dal governo. E gli antichi nobili, come è naturale, guardavano con diffidenza e disprezzo questi nuovi venuti, che assai spesso (se non essi, i loro parenti) continuavano nei traffici e nelle industrie, il che li teneva in continue relazioni col popolo grasso, avverso al minuto, che perciò s'avvicinava invece alla parte piú potente e aristocratica dei Grandi. Né questo è tutto. V'erano fra di essi anche i nobili di contado, come gli Ubertini, i Pazzi del Valdarno, specialmente poi gli Ubaldini, che possedevano quasi tutto il Mugello, e l'occupavano coi loro forti castelli. Fortissimo era tra gli altri quello di Montaccenico, circondato da tre cerchi di mura, e fondato già da quel cardinale Ottavio degli Ubaldini, che Dante pone nell'inferno, e che disse un giorno: «Se anima è, per li Ghibellini io l'ho perduta». Tutti questi nobili di contado serbavano assai piú vivo l'antico carattere feudale, ed erano avversissimi al popolo, quindi alla Repubblica, che di continuo li combatteva. Se venivano in Città, dovevano certo al pari degli altri sottostare alle leggi comuni; ma i loro parenti ed essi stessi, quando tornavano nei propri castelli, restavano sempre baroni feudali.

Nel 1296 i Fiorentini, per indebolire i Pazzi e gli Ubertini, fondarono nel Valdarno di sopra, tra Figline e Montevarchi, le due terre di S. Giovanni e Castelfranco, nelle quali esentarono per dieci anni dalle tasse, e liberarono dal vassallaggio tutti i fedeli dei nobili, che vi andavano ad abitare.[131] Contro gli Ubaldini però simili provvedimenti sarebbero stati inefficaci, e fu quindi necessaria una guerra prolungata e sanguinosa. Questi baroni del contado avrebbero dovuto logicamente essere imperiali e ghibellini; ma l'Impero era omai debole e lontano, il Papa e la Francia vicini e forti. Laonde essi s'avvicinarono invece ai Grandi guelfi di Firenze, piú specialmente a quelli di antiche famiglie, venendo cosí a formare un nuovo elemento in quello strano agglomerato di forze diverse. Se a ciò s'aggiungano le gelosie private e gli odi sempre piú pronti ad infiammarsi e a divenire irrefrenabili là dove mancano l'unità organica e l'interesse comune di un partito bene ordinato, si capirà facilmente quanta dovesse essere la confusione, quale il disordine.

III

Per validi che fossero gli aiuti che i Grandi, in uno o in un altro modo, ricevevan di fuori; per minacciosi che allora divenissero, rimaneva però sempre vero un fatto, che non bisogna mai perder di vista, perché è quello che meglio può spiegarci la storia fiorentina di quel tempo. Che essi cioè erano un partito destinato a scindersi, a decomporsi ed a sparire, che aveva di fronte a sé, nelle Arti maggiori, un partito giovane, vigoroso, unito da comuni interessi, nel quale risiedevano invece la forza vera e l'avvenire del Comune. La storia di questi tempi non è infatti altro, che la storia del modo in cui le Arti Maggiori riescono, fra mille ostacoli, a divenire la Repubblica stessa, eliminandone gli altri elementi ostili o estranei. Già da un pezzo queste Arti, massime le prime cinque,[132] da cui le altre piú o meno dipendevano, erano in uno straordinario incremento. E quando gli Ordini della giustizia vennero a rafforzarle, esse nei loro Statuti, che in quegli anni rinnovarono, espressero molto chiaramente lo scopo commerciale e politico che avevano nell'aumentare la propria fortuna, rendendo non solo piú ricca, ma ancora piú potente la Repubblica. Ben presto le cinque Arti principali si collegarono in una Universitas Mercatorum, che nel 1308 ebbe l'autorità di un vero tribunale di commercio, e nel 1312 compilò definitivamente i suoi statuti. Tutto ciò si deve anzi ritenere che fu una parte principale dell'opera promossa da Giano della Bella,[133] quella in cui, secondato dalle condizioni dei tempi, esso riuscí meglio, come ne fece prova la prosperità di Firenze, divenuta in quei giorni, non ostante le continue lotte dei partiti, prodigiosa davvero. Di tale prosperità e felicità il Villani parla ripetutamente, aggiungendo che le feste erano allora continue, che la Repubblica poteva mettere in armi 30,000 uomini nella Città, e 70,000 nel contado.[134] Ma quello che è ancora piú, i suoi banchieri tenevano in mano il commercio principale del mondo, che venne inondato dalle manifatture fiorentine. Essi facevano gli affari della Curia romana; essi facevano quasi tutto il commercio della Francia e dell'Italia meridionale; ad essi ricorrevano i sovrani d'Europa, che nelle loro zecche, nelle loro amministrazioni ed ambascerie adoperavano assai spesso qualche accorto e intraprendente Fiorentino. Cosí il danaro d'ogni parte affluiva nella Città; ed è questo il momento in cui si narra che Bonifazio VIII, ricevendo gli ambasciatori delle varie potenze, e vedendo con maraviglia che erano tutti Fiorentini, esclamò: «Voi siete dunque il quinto elemento!». La conseguenza naturale di tutto ciò fu che la piccola repubblica divenne una potenza di primo ordine, la quale esercitava dovunque, specialmente in Italia, un'azione preponderante. Tutte le vicine città volevano imitare le sue leggi, le sue istituzioni, in cui vedevano la causa di cosí mirabile prosperità; né solo le piccole, ma anche le grandi, Roma stessa sembra ora intenta a modellare i suoi magistrati, i suoi Consigli, il suo Comune su quello di Firenze.[135]

E questo appunto era ciò che piú irritava i Papi, sempre in lotta col municipio di Roma; sopra tutto poi irritava adesso Bonifazio VIII, che sembrava deliberato a schiacciarlo, ma trovava vivissima opposizione nella nobiltà e nel popolo, i quali non gli davano mai pace, lo facevano andare quasi ramingo di città in città. Di un'indole impetuosa, di un'ambizione sconfinata, egli aveva dell'autorità papale un cosí alto concetto, che voleva dominare il mondo. Non poteva quindi rassegnarsi alla resistenza dei Romani, e molto meno all'esempio ed all'incoraggiamento che essi ricevevano da Firenze. Concepí quindi il disegno di sottometterla, per farne come un feudo della Chiesa, con un capo di sua elezione. Una volta concepito questo disegno, ci si volse con tutto il suo solito ardore. Non mancava di certo qualche probabilità di riuscita; ma s'urtava contro un ostacolo insuperabile, del quale egli non si rendeva conto. La probabilità nasceva da ciò, che Firenze, divenuta ora come una repubblica di mercanti, si trovava poco atta alle armi. I suoi 100,000 soldati, che vantava il Villani, erano una specie di guardia nazionale d'artigiani e contadini, poco o punto educati alla vita militare, senza ufficiali, senza generali che sapessero comandarli. Mancava quella cavalleria d'uomini d'arme, della quale solo i nobili potevano avere il tempo d'educarsi a farne parte. Ma il Comune diffidava dei nobili di città, e quelli del contado gli erano addirittura nemici. Le compagnie di ventura, che piú tardi s'ebbero per danaro, non si erano ancora cominciate a formare. Pure un esercito occorreva, e sopra tutto capi i quali sapessero comandarlo, se la Repubblica voleva mantenere in Italia la propria autorità, tutelare il suo commercio contro la gelosia crescente dei vicini. Questa era la ragione per la quale in passato essa aveva, a un tratto, accettato Vicari nominati dai Papi, ed era giunta sino a dare, per dieci anni, il supremo dominio a Carlo d'Angiò, che le mandava in fatti capitani e soldati. Perché non poteva ora Bonifazio indurla ad un simile accordo, in modo anche piú efficace e permanente? Il bisogno d'un capo militare v'era oggi, come e piú che in passato; il consenso e favore dei Grandi si potevano ritenere sicurissimi. Ma l'ostacolo insuperabile, di cui il Papa non si rendeva conto, era che i Fiorentini avevano sempre voluto e volevano chi li difendesse, non chi li comandasse, né in questo sarebbe stato facile ingannarli o piegarli. Ciò a cui essi piú tenevano, a cui non avrebbero mai rinunziato, era il governo popolare delle Arti, quello appunto che il Papa avrebbe dovuto distruggere o sottomettere, se voleva riuscire nel suo intento. E questo non era facile di certo.

Il problema poteva essere risoluto solamente dalla forza, ed il Papa non era uomo da indietreggiare per ciò: una collisione diveniva quindi inevitabile. A rendere poi sempre piú intricato un tale stato di cose, s'aggiungeva che questa Repubblica, contro cui Bonifazio VIII assai irritato ora si volgeva, era guelfa e voleva restar tale, né solo per sentimento o antica tradizione, ma piú ancora per interesse. Essa infatti s'era costituita combattendo per secoli i nobili e potenti ghibellini, sulle cui rovine aveva finalmente fondato il governo delle Arti, ed a ciò aveva contribuito non poco il trionfo degli Angioini chiamati dai Papi. Il suo principale commercio, quello da cui venivano la sua forza e la sua potenza, era colla Francia, coll'Italia meridionale dove erano gli Angioini, e con Roma. Non poteva quindi, in nessun modo, pensare a farsi nemici il re di Francia, il Papa e gli Angioini, che erano allora uniti. Il partito ghibellino si trovava poi in Toscana rappresentato da tutte le città nemiche di Firenze. Siena, Arezzo, Pistoia v'inclinavano piú o meno apertamente. La repubblica di Pisa, che con tanto ardore aveva aiutato l'impresa di Corradino, teneva sempre alta e spiegata la bandiera di quel partito. Ed essa era l'eterna rivale di Firenze, alla quale voleva chiudere il mare, di cui questa aveva piú che mai urgente bisogno. La guerra fra loro era tale che doveva assolutamente finire con la distruzione dell'una o dell'altra repubblica. E cosí i Fiorentini si trovano costretti ad essere amici del Papa, ed a combatterlo nello stesso tempo. Che la loro storia riesca, in tali condizioni, complicata e difficile, può capirlo ognuno.

IV

Dopo la cacciata di Giano della Bella i Grandi parvero un momento tornati padroni della Città; ed il loro animo crebbe a dismisura, quando il 16 giugno del '96 riuscirono a fare eleggere una Signoria composta tutta di loro amici. Ai primi di luglio essi già s'erano messi fra loro d'accordo, e scesero addirittura armati in piazza. Ma il popolo fece lo stesso, ed in numero anche maggiore, sicché si era già sul punto di venire alla guerra civile, quando fortunatamente alcuni frati ed alcuni cittadini, messisi di mezzo, riuscirono a pacificare gli animi. Nondimeno la Signoria, che era amica dei Grandi, volle profittare della occasione, e fece vincere il 6 luglio '95 quella provvisione cui abbiamo piú sopra accennato, la quale fece parte degli Ordinamenti, che modificava, attenuandoli non poco.[136]

Alcune di queste attenuazioni erano di pura forma, altre erano però di sostanza. Autori principali dei delitti puniti dagli Ordinamenti, non furono piú come nel passato tutti coloro che v'avevano preso parte; ma si riconosceva un solo Capitaneus homicidii. A provare il delitto non bastavano piú due testimoni di pubblica fama, ma ne occorrevano invece tre. E finalmente, per entrare a far parte della Signoria, non era piú necessario che i candidati esercitassero effettivamente l'arte, continue artem exercentes; bastava che fossero semplicemente ascritti ad essa, qui scripti sint in libro seu matricola alicuius artis. Questa ultima concessione era in realtà minore che non pareva, perché anche prima l'esercizio effettivo dell'arte era stato assai spesso piú apparente che reale. Ma il principio per cui s'era combattuto veniva abbandonato, e se si pongono insieme le varie concessioni fatte nel '95, si vedrà chiaro che la nuova legge fu veramente una vittoria dei Grandi. Infatti grandissimo si dimostrò per essa lo scontento del popolo, ed il Villani ci dice, che i Signori i quali la proposero e la fecero vincere, vennero, nell'uscire d'ufficio, derisi, insultati, col tirar loro persino delle sassate nella pubblica via.[137] E ne seguí addirittura una reazione popolare, che fu il germe di nuove e gravi discordie cittadine. Si cominciò col levare ai Grandi alcune delle loro armi; e poi quelli fra di essi che erano tenuti meno faziosi, vennero dichiarati di popolo, per indebolire cosí il loro partito.[138] Inoltre si cominciarono ben presto a fare altre leggi, che rafforzarono da capo gli Ordinamenti, procedendo sempre piú oltre per questa via, fino alla creazione d'un nuovo magistrato, che, come vedremo, fu esclusivamente destinato ad assicurarne la rigorosa esecuzione. Ma tutto ciò non poté seguir senza nuove divisioni e senza spargimento di sangue cittadino.

Questo infatti è il momento in cui non solo s'inasprí la divisione fra Grandi e popolo, ma i primi si divisero in due partiti, quelli cioè che persistevano a voler distruggere gli Ordinamenti, e quelli che di ciò abbandonavano il pensiero. I due nuovi partiti presero nome da due famiglie che li capitanarono, i Donati cioè ed i Cerchi. Questi ultimi erano gente venuta su di piccolo stato, ma fra i piú ricchi mercanti del mondo. Vantavano numerosa parentela, molte amicizie, vasti possessi in campagna ed in città, e menavano gran vita. Avevano recentemente comprato i molti palazzi dei conti Guidi, stati già fra i piú antichi nobili di Firenze; nelle proprie case, in S. Procolo, alloggiavano la Signoria stessa, che ancora non aveva un suo palazzo, e cosí restava ad essi piú facilmente tenuta ed amica. Il Villani, che era del partito avverso, li chiama «morbidi, innocenti e salvatichi». Non erano infatti gente data alle armi, ma al commercio, né molto rotta ai maneggi politici. Il nome di salvatichi veniva loro dalla modesta origine, e lo stesso Dante chiama selvaggia la loro parte, che fu anche la sua. Questa origine ed il continuare essi nell'esercizio della mercatura, faceva loro incontrar simpatia e favore nel popolo, favore che crebbe sempre piú quando si dimostrarono avversi ai Donati.[139] Né meno delle ricchezze e della larga parentela giovavano ad essi i modi cortesi.

I Donati, invece, che il Villani chiama «gentili e guerrieri», erano di antica origine feudale. E Messer Corso loro capo era un uomo audace, manesco, accorto, non molto ricco, ma pure ambizioso e superbo in modo, che non sapeva tollerare uguali, massime poi fra i mercatanti arricchiti. Lo chiamavano il Barone, ed il Compagni, che parteggiava pei Cerchi, dice che, quando passava per le vie a cavallo, pareva «che la terra fosse sua». A lui facevano capo molti Grandi della città e nobili del contado, principali fra di essi i Pazzi del Valdarno di sopra. Né mancavano anche mercatanti, fra i quali sono da annoverare gli Spini, che avevano banco a Roma, dove facevano gli affari della Curia e del Papa, col quale avevano perciò grande entratura. Dal popolo grasso erano odiati, ma trovavano invece favore nel minuto, che acclamava per le vie il Barone. Al quale, se assai giovavano, nella lotta cui già s'apparecchiava, l'audacia e l'accortezza, noceva non poco la sua superbia, che allontanava molti da lui, respingendoli verso i Cerchi. Lo detestavano fra gli altri i Cavalcanti, e sopra tutti il giovane Guido, gentile poeta, ardito cavaliere, che gli era divenuto mortale nemico, a segno tale che non si potevano scontrare per via senza metter mano ai ferri. I Donati si facevano valere in città piú specialmente col favore dei Capitani di Parte; i Cerchi invece col favore della Signoria. Cosí il Palazzo della Parte e quello dei Priori erano come i quartieri generali dei due campi avversi. Le due famiglie si trovavano inoltre vicine nei loro possessi in campagna ed in città. Ambedue avevano case nel sesto di S. Piero, che per le continue zuffe fu chiamato allora il Sesto dello Scandalo. Tutto dava esca al fuoco. Le parole venivano da una parte all'altra riferite, esagerate. Quando Corso alludeva a Guido Cavalcanti, lo chiamava Guido Cavicchia; quando alludeva a Vieri de' Cerchi, che era il capo della famiglia e della parte, domandava: Ha oggi ragghiato l'asino di Porta? I Donati invece erano dai loro avversari chiamati Malefami, quasi di mala fama, autori di malefici.

Come e quando questi partiti assumessero il nome di Bianchi e di Neri, non è facile dirlo con precisione, perché i cronisti non sono in ciò molto chiari, né vanno tra loro sempre d'accordo. I due nomi erano antichi in Firenze, come distintivi di famiglia; v'erano infatti già prima i Cerchi bianchi ed i Cerchi neri, ma questi ultimi erano quelli che poi divennero i capi della parte bianca.[140] I medesimi nomi avevano allora diviso in due avverse fazioni la famiglia dei Cancellieri in Pistoia, dove fieramente si laceravano. I Fiorentini, che vi esercitavano molta autorità, s'intromisero fra quelle parti, per pacificarle; ed a tal fine mandarono da quella città alcuni dei Bianchi ed alcuni dei Neri a Firenze. I primi alloggiarono in casa Frescobaldi, i secondi in casa d'alcuni dei Cerchi, loro parenti. Ma avvenne il contrario di ciò che si sperava, giacché, osserva il Villani:[141] come una pecora malata corrompe l'altra, cosí i Pistoiesi comunicarono i loro odi partigiani ai Fiorentini, che sempre piú si divisero. Certo è che d'ora in poi i Donati sono Neri ed i Cerchi sono Bianchi.

Questa divisione, come chiaro apparisce da quanto abbiam detto, non ha piú nulla che fare con quella di Guelfi e di Ghibellini. Ai principi si vanno ora sostituendo sempre piú gli odî, le passioni personali. Se però, stando alla natura delle cose, si fosse voluto dare a qualcuno il nome di ghibellino, questo in Firenze sarebbe di certo toccato ora ai Donati, famiglia di origine feudale, alleata coi nobili piú antichi nella città e nel contado. Essi avevano a loro capo Messer Corso, il quale, morta la prima moglie, aveva condotto in seconde nozze una giovane degli Ubertini, antica famiglia ghibellina, stata sempre avversa al governo popolare, e pareva che egli avesse nelle vene il sangue stesso dei tiranni di Romagna e di Lombardia. Pure fu principalmente per opera sua, che anche ora avvenne il contrario di quel che si poteva supporre. Divorato dall'ambizione, egli iniziò a Roma, per mezzo degli Spini, segrete pratiche con Bonifacio VIII, il quale credette d'avere in lui trovato finalmente il suo uomo.[142] E tutto ciò non tardò molto a rendersi palese.

V

Che il Papa volesse allora assumere una indebita ingerenza nelle cose di Firenze, si vide chiaro quando si cominciò in essa a parlar di revocare l'esilio di Giano della Bella. Non solo, senza avervi diritto di sorta, egli vi si oppose con violenza; ma il 23 di gennaio 1296, scrisse ai Fiorentini, minacciandoli addirittura d'interdetto, se non ne abbandonavano il pensiero.[143] Allora non si sapeva però che egli avesse già formato un disegno, e tramasse in segreto per attuarlo; non si supponeva, che Papa Bonifacius volebat sibi dari totam Tusciam,[144] come si vide piú tardi, e come si trova scritto sopra un antico documento, che ci fa conoscere assai bene quali erano veramente le sue mire.[145] Queste però furono abbastanza chiaramente espresse dal cronista Ferreto, quando scrisse che Bonifazio meditava: «faesulanum popolum iugo supprimere, et sic Thusciam ipsam, servire desuetam, tyrannico more comprehendere».[146] Infatti già nel maggio del 1300 il Papa aveva mandato al Duca di Sassonia, per esporgli come le parti di Toscana si diffondessero ne' suoi Stati, e gli rendessero impossibile andare innanzi senza sottomettere questa provincia. Sebbene potesse farlo di sua autorità, cosí egli scriveva, pure desiderava avere l'assenso dei principi elettori, e d'Alberto d'Austria, re dei Romani, al quale mandava addirittura la minuta dell'atto di rinunzia.[147] Il Donati era a parte di tali disegni, e però aveva subito cominciato ad assumere l'attitudine di guelfissimo tra i Guelfi, e dava nome di Ghibellini ai Cerchi, ai quali, come era naturale, sempre piú s'andavano accostando tutti coloro che diffidavano di Bonifazio.

Ad un tratto s'ebbe in Firenze notizia abbastanza certa delle trame, che in segreto venivano condotte dal Donati in Roma, per mezzo degli Spini. Messer Lapo Salterelli, un avvocato assai accorto, ma di dubbia fede, pronto a seguire sempre il vento che tirava, si presentò con due suoi amici[148] ai magistrati, e pubblicamente accusarono di attentato contro lo Stato tre Fiorentini residenti a Roma, nel banco degli Spini, tre «mercatores romanam Curiam sequentes».[149] In quel momento Corso Donati non era a Firenze, perché si trovava a Massa Trabaria, città dello Stato romano, ai confini di Toscana, e nella quale appunto allora egli era stato nominato rettore dal Papa, il che aumentava i sospetti, e faceva credere il pericolo ancora piú grave ed imminente. Non volendo chiudere un occhio, né troppo irritare Bonifazio VIII, i magistrati condannarono subito a gravissime multe quei tre cittadini, aspettando nuove indagini, per procedere contro tutti gli altri, che pure dovevano aver avuto parte nella congiura. A sopire i sospetti contro di sé, il Papa avrebbe dovuto ora con prudenza tacere, ma la sua impetuosa natura non gli permetteva riguardi. Andò quindi sulle furie, e con lettera del 24 aprile 1300, minacciò di scomunicare la Città, che osava condannare i suoi familiari, e intimò ai tre accusatori di recarsi subito a Roma.[150] Naturalmente non ottenne nulla, anzi Lapo Salterelli, che era appunto allora stato eletto dei Priori, negandogli il diritto d'ingerirsi nei fatti interni di Firenze, sollevò il conflitto di giurisdizione. Il Papa intanto aveva fatto chiamare a Roma Vieri dei Cerchi, per indurlo a pacificarsi col Donati, che già si trovava colà. Ma il Cerchi, senza mostrarsi consapevole del processo, affermando di non avere odio contro alcuno, ed adducendo altri vaghi pretesti, ricusò di far la pace, cosa che portò al colmo l'ira di Bonifazio.[151] Era naturale che a lui importasse molto pacificare i Grandi, essendo il solo mezzo possibile a sottomettere il popolo. Ma appunto perciò a questo premeva invece che stessero divisi, e quindi piú che mai favoriva i Cerchi, e li aizzava a tutta possa contro i Donati.

VI

In tale disposizione d'animi venne quello che fu da alcuni chiamato il fatale Calen di Maggio. A festeggiare l'entrata della primavera del 1300, le giovani fiorentine, secondo il costume, ballavano in Piazza Santa Trinita. La gente s'affollava e stringeva a guardare da una parte e dall'altra. V'erano giovani a cavallo, cosí dei Bianchi come dei Neri, che si spingevano innanzi e si urtavano. Dalle parole si venne ai fatti, le armi balenarono, e vi furono molti feriti. A Ricoverino dei Cerchi fu addirittura staccato il naso dal volto, ferita che non poteva restare senza sanguinosa vendetta. E come il fatto del Buondelmonti fu dai cronisti dichiarato causa della divisione dei Guelfi e dei Ghibellini, cosí questo del Calen di Maggio venne da altri ritenuto origine e causa delle parti Bianca e Nera.[152] Ma anche esso non fu che lo scoppio improvviso di passioni da lungo tempo represse, le quali erano state ora dalle trame del Papa riaccese. In conseguenza di questi tumulti, si deliberò subito nei Consigli una provvisione (4 maggio), che dava alla Signoria piena balía, per far tornare la Città tranquilla; tener fermi gli Ordini della giustizia; tutelare «l'antica, consueta e continua libertà del Comune e Popolo fiorentino, la quale correva pericolo d'essere mutata in servitú, per le molte e pericolose novità tam introrsum, quam etiam de foris venientes».[153] E con queste ultime parole s'alludeva chiaramente al Papa, il quale perciò scrisse da Anagni, il 15 maggio, al vescovo ed all'Inquisitore in Firenze, una lettera violentissima. In essa si doleva che quei «figli d'iniquità, per ritrarre il popolo dalla obbedienza alle Somme Chiavi, andassero spargendo che egli voleva togliere alla città le sue giurisdizioni, e scemarne le libertà, quando invece voleva accrescerle». Ma poi scattava: «Non è il Papa supremo signore di tutti, e specialmente di Firenze a lui per speciali ragioni soggetta? Gl'Imperatori e Re dei Romani non si sottomettono forse a noi, e non sono essi qualche cosa piú di Firenze? La Santa Sede non nominò forse, vacando l'Impero, re Carlo d'Angiò vicario generale in Toscana? E non fu da voi stessi riconosciuto? L'Impero è adesso vacante, perché la Santa Sede non ha ancora approvato l'elezione del nobile Alberto d'Austria». E cosí, con un crescendo continuo, minacciava i Fiorentini, che se non obbedivano, «avrebbe non solo contro di essi scagliato l'interdetto e la scomunica, ma esposto i loro cittadini e mercanti ad ogni ingiuria; i loro beni ad essere rubati, confiscati in ogni parte del mondo; sciolto i loro debitori dall'obbligo di pagare». Tornava ad inveire contro i tre audaci accusatori, che egli avrebbe trattati e puniti come eretici, scagliandosi con particolare acrimonia contro Lapo Salterelli, il quale aveva osato sostenere, che il Papa non poteva mescolarsi nei giudizî del Comune. E di nuovo imponeva che fosse annullata la sentenza contro i tre suoi familiari.[154]

I Fiorentini non dierono retta, ed i Neri allora cominciarono a pensare ai casi loro, perché temevano che la parte bianca o, come essi già la chiamavano, ghibellina, «non esaltasse in Firenze, che sotto titolo di buono reggimento già ne faceva il sembiante».[155] E però indussero il

Papa a mandare il Cardinale d'Acquasparta, perché si provasse a far pace tra i Grandi. Il Cardinale venne ai primi di giugno, e chiese balía per fare gli accordi, proponendo che i Signori si traessero a sorte, per evitare cosí i continui tumulti che seguivano ad ogni elezione.[156] I Fiorentini gli fecero a parole grandi profferte, ma non gli dettero poi la balía che chiedeva. Si sapeva da un pezzo, per esperienza, che accordo fra i Grandi voleva dire «frangere il popolo», e se ne ebbe un'altra prova in questi giorni medesimi. Non aveva infatti il Cardinale cominciato appena a riavvicinare fra loro i Grandi, che già essi si sollevavano, e quasi sotto i suoi medesimi occhi, la vigilia di S. Giovanni (23 giugno), assalirono i Consoli delle Arti, che andavano a fare offerta nel tempio del Santo, e li percossero, dicendo: «Noi siamo quelli che demmo la sconfitta in Campaldino, e voi ci avete rimossi dagli ufficî e onori della nostra città».[157] La enormità della cosa era tale, che non poteva passare senza qualche grave provvedimento, e la Signoria, composta allora di popolani Bianchi, tra i quali trovavasi anche Dante Alighieri, esiliò il giorno dopo alcuni Grandi dell'una e dell'altra parte.[158]

I Bianchi obbedirono subito, andando a Sarzana; i Neri invece ricalcitravano, e solo cedendo alle minacce di piú severo castigo, andarono a Castel della Pieve, nel Perugino. Si disse che avevano osato resistere perché, d'accordo col Cardinale, aspettavano dai Lucchesi aiuti che poi non vennero. E questi aiuti sarebbero mancati, perché i Fiorentini, già insospettiti di ciò, s'erano parati alla difesa, e ne avevano mandato avviso a Lucca. Vero o non vero che sia, certo è che lo sdegno contro il Cardinale arrivò a tale, che il popolo tirò colpi di balestra alle finestre del vescovado, dove egli alloggiava. Uno dei quadrelli restò infisso nell'asse del soffitto, di che egli si spaventò per modo, che prima alloggiò altrove, poi se ne partí, lasciando la città interdetta e scomunicata.[159] Ma gli odî e le zuffe continuarono; e presto anche si lasciarono tornare dall'esilio i Bianchi. Si usò loro questa indulgenza, in parte perché il clima di Sarzana era malsano, tanto che si ammalò Guido Cavalcanti, il quale poco dopo ne morí; ma in parte ancora perché essi erano in assai migliori termini col popolo. I Neri invece tramavano piú che mai col Papa, e secondati dai Capitani di Parte, cospiravano con animo di venire addirittura alle armi,

Bonifazio intanto sollecitava vivamente a muoversi di Francia in Toscana Carlo di Valois, fratello del Re, e già chiamato in aiuto anche da Carlo II d'Angiò, per la lotta che sosteneva contro i Siciliani. Esso era un audace e crudele soldato. Nella guerra di Guascogna aveva, l'anno 1294, fatto appiccare 60 cittadini, e trucidare gli abitanti di Réole, quando già avevano deposto le armi. Nei primi del 1300 aveva guerreggiato in Fiandra, e dopo la presa di varie città, costretto quel Conte ad aprirgli le porte di Gand. Giurò allora, in nome del Re, di restituirlo ne' suoi Stati; ma poi lo mandò invece a Parigi, e, spergiurando, annesse la contea alla Francia.[160] Questi era l'uomo che il Papa mandava adesso a Firenze. Per indurlo a venir subito e di buon animo, gli faceva balenare perfino la speranza della corona imperiale. In ogni caso, valendosi dell'autorità che presumeva d'avere durante l'interregno, lo avrebbe nominato vicario imperiale e paciaro in Toscana, «per recarla colla forza a suo intendimento».[161] Quale fosse questo intendimento, lo dice il Villani stesso che parteggiava per lui: «abbattere il popolo e parte bianca».[162]

I Neri perciò si davano ora un gran da fare, con l'aiuto dei loro amici in città e nel contado. Ebbero varie adunanze; ma piú celebre e piú tumultuosa fra tutte, fu quella tenuta il giugno del 1301 in S. Trinita, per sollecitare il Papa a far venire Carlo di Valois a rimetterli in istato, dichiarandosi essi, per parte loro, pronti a cooperare con qualunque sacrifizio.[163] Tutto ciò non poteva certo restare segreto; ed infatti la Signoria pronunziò subito varie condanne contro i cospiratori. Messer Corso, assente, fu condannato nell'avere e nella persona; alcuni dei Neri furono confinati; altri dovettero pagare 2000 lire, ed anche da Pistoia furono cacciati i loro amici, per sempre piú indebolire la Parte.

Intanto Carlo si mosse di Francia, ed in quell'anno stesso era già a Parma «cum magno arnese equorum et somariorum;»[164] nei primi d'agosto giungeva a Bologna, dove trovò ambasciatori dei Bianchi e dei Neri, i quali ultimi già avevano in «curia domini Papae» versato la grossa somma di 70,000 fiorini, per aiutare l'impresa,[165] che ormai era certa. Egli andò prima con 500 cavalieri ad Anagni, dove vide re Carlo di Napoli, e s'accordarono insieme per la guerra di Sicilia. Il Papa lo nominò subito Conte di Romagna, e poi, in nome dell'Impero vacante, Paciaro in Toscana.[166] Dopo di che, senz'altro esso partí per Firenze, accogliendo per via gli esuli che venivano ad ingrossare le sue schiere. Il mandato era: abbattere i Bianchi ed il popolo, esaltare i Neri. E Carlo lo aveva accettato con animo deliberato; ma in verità piú per compiacere al Papa, del cui favore gli Angioini avevano ora gran bisogno in Sicilia, che per suo interesse personale. A lui, infatti, che sapeva di non poter pensare a farsi signore di Firenze, la cosa importava assai mediocremente. Sperava tuttavia di poter cavare dalla città buona somma di danaro, ed a questo fine menava seco per suo pedotto, come dice il Villani, Messer Musciatto Franzesi. Costui era un notissimo mercante del contado fiorentino, che in Francia s'era arricchito con leciti ed illeciti guadagni; era stato nominato cavaliere da quel Re, che molto lo aveva adoperato, ed al quale, nella guerra di Fiandra, aveva suggerito il modo di far danaro, falsificando la moneta.[167] In questo suo pedotto molto sperava Carlo di Valois; molto invece ne diffidavano i Fiorentini.

Il 13 settembre s'adunarono nel Palazzo del Podestà tutti i Consigli, nei quali sedeva in quel giorno anche Dante Alighieri, per deliberare «quid sit providendum et faciendum super conservatione Ordiuamentorum lustitiae et Statutorum Populi».[168] Questa e non la lotta fra i Bianchi ed i Neri, era sempre pei Fiorentini la questione sostanziale. Fu quindi concluso, che per ora rimanesse tutto affidato alla cura dei magistrati repubblicani, non tralasciando l'invio d'una ambasceria al Papa. Sulla parte che, secondo gli storici, prese Dante Alighieri a questa ambasceria, s'è molto disputato, come su tutta la vita del sommo poeta. In quel tempo egli era con grande ardore entrato nella vita politica, e sebbene d'antica famiglia, non solo si trovava scritto alle Arti, e parteggiava pei Bianchi, ma era d'un animo solo col popolo, favoriva gli Ordini della giustizia, ed avversava le mire di Bonifazio. Dal 15 giugno al 15 agosto 1300, era stato dei Priori che avevano esiliato i capi dei Bianchi e dei Neri. Nelle Consulte del 1296 e 97 lo vediamo opporsi a coloro che volevano inviare danari a Carlo d'Angiò, per aiutarlo nella impresa di Sicilia. Nel 1301 pigliò parte anche maggiore alle discussioni nei Consigli, manifestando sempre i medesimi sentimenti. Infatti, nelle Consulte del 14 aprile, per ben due volte, alla proposta di mantenere a servizio del Papa, ed a spese del Comune, cento militi, egli rispondeva: Quod de servitio faciendo domino Papae nihil fiat.[169] Era stato piú volte adoperato anche in altri uffici dalla Repubblica, e non è impossibile che lo mandassero ora a Roma, come affermano molti biografi. Che cosa si poteva dire al Papa? Certo era inutile sperare che egli ora sospendesse l'invio di Carlo di Valois; ma oltre alle buone parole per calmarlo, non era affatto inopportuno o inutile provarsi a fargli capire, che, col cacciare i Bianchi ed esaltare i Neri, non avrebbe ottenuto lo scopo cui mirava, perché il governo della Città sarebbe rimasto sempre in mano delle Arti. Meglio valeva mettersi d'accordo col popolo, che era rimasto sempre guelfo, e che, come in passato, cosí, calmati gli animi, avrebbe anche per l'avvenire potuto accettare da lui un vicario temporaneo, salva però sempre la libertà del governo popolare, gli Statuti e gli Ordinamenti. Ma questo governo era quello appunto che il Papa s'era omai deciso a non volere assolutamente. E però, senza far molte parole, senza quasi dare ascolto agli ambasciatori, esso, secondo il Compagni, a tutti i loro discorsi rispose solamente: — Umiliatevi a noi. — Due di loro sarebbero, secondo lo stesso cronista, tornati subito a Firenze, e Dante, che era il terzo, sarebbe invece rimasto ancora per poco a Roma.[170]

VII

E intanto Carlo di Valois, con la solita mala fede, per sempre piú ingannare tutti, scriveva il giorno 20 settembre, al comune di San Gimignano: «Siate pur certi che non è punto intenzione del Papa né mia de iuribus iurisdictionihus seu libertatibus, quae per comunitatis Tusciae fenentur et possidentur, in aliquo nos intromictere, sed potias... favorare».[171] Ma i Fiorentini non si lasciarono illudere da queste mendaci promesse, ed il 7 di ottobre elessero, con anticipazione, la nuova Signoria, cercando di accomunarla fra le due parti, sperando cosí di calmare alquanto i rancori. Ormai però, come osserva giustamente il Compagni, era tempo piuttosto «da arrotare i ferri». Carlo giunto il 14 a Siena, mandava ad annunziare la sua venuta per mezzo d'ambasciatori, che furono accolti nei Consigli radunati insieme, non esclusi quelli della Parte Guelfa. Vi si trovavano perciò non pochi dei Neri e dei Grandi, i quali, uniti a coloro che dovunque e sempre sogliono andare con la fortuna che trionfa, fecero a chi parlava piú calorosamente in favore della buona accoglienza da farsi allo straniero.[172] In sostanza nessuno voleva ora opporsi a quella che era divenuta necessità inevitabile, tanto piú che Carlo non solo ripeteva a voce, ma scriveva agli ambasciatori fiorentini in Siena, che voleva rispettare le leggi e giurisdizioni della città.[173] Cosí il dí d'Ognissanti, 1º novembre, accolto con gran festa ed armeggiamenti, egli entrava come paciero, «disarmata sua gente», dice il Villani. Dante Alighieri però scrisse nella Commedia:

Per far conoscer meglio sé e i suoi,

Senz'armi n'esce solo con la lancia

Con la qual giostrò Giuda, e quella ponta

Sí che a Fiorenza fa scoppiar la pancia.[174]

Le sue genti s'erano per via accresciute in modo che arrivavano a circa 800 cavalieri forestieri e 400 italiani. Certo non erano abbastanza né per assediare, né per tener sottomessa Firenze; ma egli aveva con sé il favore di Roma e quello di Francia, e i Neri erano pronti a pigliare le armi. Andò quindi sicuro ad alloggiare Oltrarno, in casa Frescobaldi, una volta amici, ora nemici dei Cerchi. Ivi riposò alcuni giorni, per meglio apparecchiare il terreno; poi chiese la signoria e guardia della Città, per pacificarla. Il 5 di novembre si tenne per ciò solenne adunanza in S. Maria Novella, dove intervennero tutti i primi cittadini e magistrati fiorentini. La sua domanda fu accolta, avendo egli giurato come figlio di re, di conservare la città in buono, pacifico e libero stato. Il Villani che si trovò al giuramento di Carlo, e lo favoriva, aggiunge, «che incontanente per lui e per sua gente fu fatto il contrario». Di fatti, per consiglio di Musciatto Franzesi, in ciò d'accordo coi Neri, si pose subito mano alle armi, il che fece andare in subbuglio tutta Firenze, essendosi capito che l'ora dell'assalto e del tradimento era sonata.

La Signoria, combattuta dai Neri, tradita da Carlo, abbandonata dai Bianchi, che l'accusavano d'essersi fatta sorprendere impreparata a resistere, si trovò impotente, e la Repubblica restò senza governo. Il nuovo podestà era Messer Cante dei Gabrielli di Gubbio; venuto con Carlo, si può bene intendere a qual fine. Ed in questo momento, alla Porta a Pinti si presentava, armato co' suoi. Corso Donati. Trovatala chiusa, poté, col favore degli amici di dentro, sfondare la postierla, ed entrare in Città, dove la plebe l'accolse al solito grido: Viva Messer Corso, viva il Barone. Senza indugio egli s'affrettò ad aprire le prigioni, poi andò al Palazzo dei Signori, che costrinse a tornarsene alle case loro. E in «tutto questo stracciamento di cittade,» dice il Villani, Carlo, violando i patti appena che li aveva giurati, non impedí nulla, ma stava a guardare».[175] Cominciarono subito i saccheggi, le ferite, le uccisioni contro i Bianchi. Questa «pestilenza» durò cinque giorni in Firenze, otto nel contado, dove le masnade scorrazzavano, ponendo fuoco alle ville, dopo di avere rubato e ferito. I Medici furon tra coloro che commisero maggiori eccessi e piú crudeli.[176] Il giorno 7 i Signori, ormai sgomenti, proposero essi stessi una legge che permetteva loro di abbandonare il potere prima del tempo legale, e cosí il dí 8 novembre entrò in ufficio la nuova Signoria, che doveva durare sino al 14 dicembre, quando, secondo la legge, sarebbe stato necessario procedere alla consueta elezione. Essa annunziò subito a tutti il felice trionfo della parte della Chiesa, sotto gli auspicî del Papa e di Carlo, per mezzo dei quali Populus roboratus, Status et Ordinamenta Iustitiae, iurisdictiones, honores et possessiones Populi et Comunis Florentiae suorumque civium observata.[177] Per quanta ipocrisia vi fosse in questo linguaggio, era pur certo che neppure ora si osava annullare gli Ordinamenti, e levare il governo di mano al popolo, come era vero del pari che, con questa Signoria di Neri, con un Podestà quale Cante dei Gabrielli, con Carlo circondato da Musciatto Franzesi e da Corso Donati, i Bianchi erano spacciati. I rubamenti infatti continuarono, gli esuli amici furono richiamati, venne confermato il bando degli avversarî,[178] e Carlo cominciò colle minacce a cavar danari dai cittadini. Prima di tutto ne richiese ai Signori usciti d'ufficio, ai quali propose di pagare o andar prigionieri in Puglia, il che si sapeva che cosa volesse dire.[179]

Il Papa intanto, non fidandosi molto di Carlo di Valois, né della poca conoscenza che questi aveva di Firenze, e persistendo sempre nella sua idea di pacificare tra loro i Grandi, per sottomettere il popolo, mandò di nuovo il Cardinale d'Acquasparta «a secondare», cosí diceva la lettera del 2 dicembre 1301, «i provvedimenti di Carlo, sostituendo alle dissensioni cittadine l'opera di carità e di pace».[180] Erano però vane speranze. Il Cardinale s'adoperò a tutt'uomo, e concluse qualche accordo, anche qualche matrimonio fra Bianchi e Neri; ma quando fece la proposta d'accomunare gli ufficî, i Neri, sostenuti da Carlo, vivissimamente s'opposero. E quando il Cardinale continuava ne' suoi vani sforzi, Messer Niccolò dei Cerchi, andando cogli amici a diporto in campagna, arrivato in Piazza Santa Croce, fu, di pieno giorno, inseguito da Simone di Messer Corso Donati, che lo uccise in sul ponte dell'Africo. Simone ricevette però dall'avversario che si difese, una tale ferita che poco dopo ne morí. E come egli era il figlio prediletto di Messer Corso, cosí si può bene immaginare se tutto ciò doveva favorire la pace promessa dal Papa per mezzo del Cardinale. Intanto già Messer Cante dei Gabrielli aveva cominciato a pronunziare le condanne dei Bianchi, le quali vennero poi trascritte in quel Libro del Chiodo, che è pervenuto sino a noi, e che con esse appunto incomincia. Quattro dei Bianchi vennero esiliati il 18 gennaio 1302; cinque, fra i quali Dante Alighieri, il 27. Nel febbraio furono pronunziate altre quattro sentenze, che mandarono in esilio piú di cento tra popolani e Grandi di città e di contado.[181] Per tutto ciò il Cardinale adirato se ne partí, lasciando Firenze da capo interdetta, non senza aver prima riscosso 1100 fiorini, che vennero per lui stanziati il 26 febbraio 1302, come remunerazione della sua vana opera.

Carlo di Valois era in questo mezzo andato a Roma, non si sa bene a che fare. Il Compagni dice che v'andò per cercar danari al Papa, il quale gli avrebbe risposto: «Io t'ho messo nella fonte dell'oro, tocca adesso a te pensare di trovar modo». È però molto probabile che egli andasse a persuaderlo, che la pace sognata da Sua Santità non era possibile, e che non c'era da far altro che sollevare i Neri, ed abbattere i Bianchi insieme col popolo, il quale li favoriva. Poco pratico dei Comuni italiani e di Firenze, neppur egli s'avvedeva che si potevano abbattere i Bianchi, non però il popolo. A ciò infatti sarebbe stata necessaria una vera strage, e non vi si sarebbe poi riuscito. Comunque sia, egli fu di ritorno il 19 marzo, e subito si pretese d'avere scoperto una congiura, tramata contro di lui dai Bianchi, d'intesa con un suo barone, Pietro Ferrando, provenzale; e si trovò perfino l'accordo messo in iscritto e suggellato dai congiurati. I cronisti, fra i quali il Villani,[182] dicono che fu tutta una finzione; ma il trattato, che è del 26 marzo, esiste anche oggi nell'Archivio fiorentino.[183] O dunque fu sin d'allora falsificato, per averne pretesto ad altre condanne, o Pietro Ferrando lo fece per ingannare i Bianchi, e cosí dare contro di essi una nuova arme in mano a Carlo, che infatti ricominciò subito a perseguitarli. I capi furono citati a comparire; ma invece emigrarono subito a Pistoia, Arezzo, Pisa, dove s'allearono coi Ghibellini, con tutti i nemici di Firenze. Undici di essi vennero condannati come ribelli; le loro case, i loro beni furono confiscati e disfatti.

Dopo questo nuovo colpo dato ai Bianchi, e dopo avere assicurato il trionfo dei Neri, Carlo di Valois se ne partí, non senza aver prima avuto dagli amici promessa di nuovo danaro. Nel dicembre infatti ebbe 20,000 fiorini, e nell'ottobre del 1303 gliene furono mandati altri 5000.[184] Il Podestà Messer Cante continuava intanto le condanne, che nel maggio erano arrivate a 250, e furono continuate poi dal suo successore; sicché in quel solo anno 1302 ascesero a piú di 600, tra confische, esilî e sentenze capitali.[185] «Così», conclude il Villani, «fu disfatta e cacciata l'ingrata parte dei Bianchi, per opera di Carlo, e commissione di Bonifazio VIII, di che seguirono poi molte rovine».[186] E fin qui la successione dei fatti è ormai chiara abbastanza. Ma dal momento in cui gli esuli cercarono amici di fuori, e si posero in guerra con la loro città natale, il disordine dei partiti e la difficoltà d'intendere il significato vero dei fatti divengono sempre maggiori. È quindi il momento di provare se le osservazioni finora esposte possono gettare qualche nuova luce sopra un periodo storico, che non riesce interamente chiaro, sebbene sia stato già da molti studiato con grande acume e con profonda dottrina.