CAPITOLO II. Di Astolfo Re de' Longobardi: sua spedizione in Ravenna, e fine di quell'Esarcato.

I Longobardi, tosto che Rachi si fece Monaco, sustituirono nel solio del Regno Astolfo suo fratello: Principe prode di mano, e più di consiglio, il quale avendo portato il suo Regno all'ultimo periodo della grandezza; questo stesso cagionò la sua declinazione, e la ruina de' Longobardi in Italia. Mostrò nel principio del suo governo sentimenti di moderazione e di quiete: confermò con Zaccaria la pace altre volte stabilita con Luitprando e con Rachi suo fratello, ed accordò al medesimo tutte quelle condizioni, che coi suoi predecessori erano state pattuite. Questo Pontefice, dopo aver con Astolfo stabilita la pace, e dopo aver così prosperamente composti gl'interessi della sua sede, uscì da questa mortal vita nell'anno 752. Pontefice, a cui molto debbe la Chiesa romana, che seppe far tanto per la di lei grandezza, e per l'augumento della sua autorità: egli lasciò a' suoi successori fondamenti molto stabili e ben fermi, onde con facilità poterono da poi condurre la lor potenza in tutte le parti d'Occidente a quella grandezza, che finalmente si rendè a' Principi sospetta, ed a' Popoli tremenda.

Morto Zaccaria, il Clero e Popolo romano sustituirono Stefano II, ma questi non tenne più quella sede, che tre o quattro giorni; perocchè oppresso da grave letargo per tre giorni continui, nel quarto rendè lo spirito. Tosto ne fu eletto un altro, anche Stefano nomato, il quale dagli antichi Scrittori viene appellato anche II, non avendo ragione del suo predecessore, che morì senza esser consecrato: poichè in questi tempi l'elezione sola non dava il Papato, ma la consecrazione; onde se alcuno eletto moriva innanzi d'esser consecrato, non era posto nel catalogo e numero de' Pontefici: così veggiamo, per tralasciar altri, che Erchemperto ed Ostiense[247] chiamano questo Stefano II, e non III. Al presente però si tiene per articolo, contra quello che l'antichità ha creduto, che per la sola elezione de' Cardinali il Papa riceva tutta l'autorità; e per ciò gli Scrittori di questi ultimi tempi si sono travagliati per metter in numero, ed in catalogo questo Stefano, laonde è loro convenuto mutare il numero agli altri Stefani seguenti, chiamando il secondo terzo, ed il terzo quarto, e così fino al nono, che lo dicono decimo, con molta confusione tra gli Scrittori vecchi e nuovi, nata solo per interesse di sostenere questo articolo.

Questo Pontefice assunto al trono, imitando i vestigi de' suoi predecessori, mandò dopo tre mesi del suo Pontificato Legati ad Astolfo con molti doni, perchè con lui ristabilisse quella pace, che già con Zaccaria aveva fermata; Astolfo la ratificò e fu accordata per 40 altr'anni.

Ma questo Principe, che non nudriva nell'animo pensieri meno ambiziosi di quelli di Luitprando, aveva fermata questa pace col Papa, acciocchè non potesse il medesimo frastornargli i disegni, che aveva di sottoporre al suo dominio Ravenna con tutto il resto dell'Esarcato, che ancor era in mano de' Greci, e che veniva governato dall'Esarca Eutichio. Avea egli per questa impresa, da che fu innalzato al Trono, per lo spazio di due anni sotto altri colori unite tutte insieme le sue forze, e rendutele più poderose che mai; e scorgendo che Costantino Copronimo, il quale in questi tempi aveva assunto per compagno al Trono Lione suo figliuolo, era distratto in altre imprese nella Grecia e nell'Asia, e che punto non badava alle cose d'Italia, nè volendo avrebbe potuto sì tosto soccorrerla; si mosse in un subito con tutte le sue forze contra Eutichio, ed a Ravenna capo dell'Esarcato dirizzò il suo cammino, cingendo di stretto assedio quella imperial città. Eutichio colto così all'improvviso, mal potendo sostener l'assalto, nè a tanta forza resistere, gli convenne per tanto render la Piazza, e con quella ogni speranza di ricuperarla; poichè lontano da qualunque soccorso, e sproveduto di gente e di danaro, abbandonando ogni cosa se ne ritornò in Grecia. Ad Astolfo, presa Ravenna, con facilità si renderono tutte le altre città dell'Esarcato e di Pentapoli, e trionfando de' suoi nemici, unì al suo Regno l'Esarcato di Ravenna, per cui tante volte i suoi predecessori s'erano indarno affaticati, i quali ora perditori, ora vincitori, mai non poterono interamente e stabilmente unirlo alla lor Corona, senza timore di perderlo: come fortunatamente accadde ad Astolfo, ed alla felicità delle sue armi.

Ecco il fine dell'Esarcato di Ravenna, e del suo Esarca: Magistrato che per lo spazio di 183 anni aveva in Italia mantenuta la potenza e l'autorità degli Imperadori d'Oriente: fine ancora del maggior lustro e splendore di quella città, la quale da Onorio e da Valentiniano Augusti, posposta Roma, avendo avuto l'onore d'esser perpetua sede degl'Imperadori, e dappoi degli Esarchi, a' quali ubbidivano i Duchi di Roma, di Napoli e di tutte l'altre italiche città dell'Imperio, e che i suoi Vescovi contesero con quelli di Roma istessa della maggioranza; ora ritolta da' Longobardi a' Greci, mutata fortuna, e ridotta in forma di Ducato, non fu da essi trattata da più, che gli altri Ducati minori, onde il Regno de' Longobardi era composto: origine che fu della sua fatal ruina, e dello stato in cui oggi la veggiamo. Marquardo Freero[248] nella Cronologia ch'ei tessè degli Esarchi di Ravenna, da Longino primo Esarca sotto Giustino II, infino all'ultimo, che fu questo Eutichio, scrisse che questo Esarcato durò 175 anni; ma dal computo degli anni, ch'e' medesimo ne fa, si vede, che essendo, com'egli stesso dice, cominciato da Longino nell'anno 568 e finito in Eutichio, dopo aver Astolfo presa Ravenna secondo lui nell'anno 751, durò l'Esarcato non già 175 ma ben 183 anni. E secondo coloro, che portano la caduta di Ravenna nell'anno 752 l'Esarcato durò 184 anni.