Cominciarono prima ad illustrar questi libri con semplici glose, Bulgaro, Pileo, Ugolino, Corradino, Vincenzo, Goffredo, ed altri[118]: ma poi Giovanni Colombino superò tutti, in guisa che dice Giasone[119], che dopo lui niun altro ebbe ardimento di scriver glose sopra que' libri.
Altri si presero la briga di comporre Somme, e particolari trattati de' Feudi, ed i primi furono Pileo, Giovanni Fasoli, Odofredo, Rolandino, i due Giovanni, Blanasco e Blanco, Goffredo, Giovanni Lettore, Martino Sillimano, Giacomo d'Arena, Giacomo de' Ravanis, Ostiense, Pietro Quessuael e Giacomo Ardizone, seguitati poscia da Zasio, da Rebuffo, da Annettone, da Rosental e da infiniti altri moderni.
Ma tra quelli, che con pieni Commentarj illustrarono questa parte, s'innalzarono sopra tutti i nostri Giureconsulti. È vero che Giacomo di Belviso fu il primo, ma da poi il nostro Andrea d'Isernia oscurò il costui vanto, il quale negli ultimi anni del Regno di Carlo II che morì nel 1309 scrisse sì copiosi Commentari sopra i Feudi, che oscurò quanti mai prima di lui s'eran accinti a quest'impresa. Scrisse ancora, dopo aver professato quaranta sette anni di legge civile, i Commentari sopra i Feudi Baldo da Perugia, e poco da poi Giacomo Alvarotto da Padova, Giacobino di S. Giorgio e Francesco Curzio juniore, ma sopra gli altri surse il nostro Matteo degli Afflitti, il quale oscurò la costoro fama. Scrisse egli i Commentari sopra i Feudi sotto Ferdinando I, allora che con pubblico stipendio ed universale applauso insegnava nella nostra Accademia gl'interi libri feudali co' Commentari d'Isernia, ciò che niuno ardì di farlo nè prima, nè dopo lui; e cominciò a scrivergli nell'anno 1475 com'egli medesimo testifica[120], quando era di trentadue anni: ciò che è stato necessario avvertire per non lasciarci ingannare da Camerario, da cui furono ingannati i nostri Autori, che credette Afflitto avere scritto questi Commentari, quando era già vecchissimo e che perciò non bene avesse penetrato la mente d'Isernia. Taccia per tutti i versi da non comportarsi di quell'insigne Giureconsulto; poichè oltre che gli scrisse nella età sua più verde e florida niente anche vi sarebbe stato che riprendere, se pure gli avesse scritti in età di 80 anni, nella quale morì. Egli trapassò nell'anno 1523 e fu sepolto in Napoli nella Chiesa di Monte Vergine, ove ancora s'addita il suo sepolcro, nel qual ancora si legge, che ancorchè carco d'anni, fu però in età senile cotanto vigoroso di mente che potè sostenere tanti studj insino all'ultima vecchiaja. Ciocchè i suoi domestici, che ebbero la cura d'ergergli quel sepolcro, vollero fare scolpire in quel marmo, per manifestare essere stato tutto livore de' suoi nemici, i quali dando a sentire al Re cattolico, che in quella età decrepita sentisse dello scemo, fecero sì che il Re lo privasse della dignità di Consigliero di S. Chiara, della quale era adorno, e morisse senza toga; ond'è, che nel suo testamento non si vegga nominato Consigliero, ma semplice Dottore. E quanto sopra gli altri s'innalzasse in commentando i Feudi, non è da tralasciarsi il giudicio che ne diede il nostro incomparabile Francesco d'Andrea[121], il quale non ebbe difficoltà di dire, che fra tutti coloro, che prima e da poi scrissero i Commentari sopra i Feudi, pochi sono coloro, che potranno con lui compararsi, ma niuno che a lui si possa preporre.
Sursero, dopo questi lumi della giurisprudenza feudale, fra noi, altri Scrittori un Camerario, un Sigismondo Loffredo, un Pietro Giordano Ursino, un Bammacario, un Revertero, un Pisanello, un Montano e tanti altri, de' quali nojosa cosa sarebbe tesserne qui lungo catalogo; tanto che niun'altra Nazione può vantar tanti Scrittori in materia Feudale, quanti il Regno di Napoli.
Ma non possiamo infra gli esteri fraudar della meritata lode l'incomparabile Cujacio. Egli fu il primo, che rifiutando gli altri come barbara questa parte della nostra giurisprudenza, l'accolse e le apparecchiò una abitazione più elegante, e quando prima tutta squallida ed incolta andava, egli coll'aiuto de' libri più rari, e degli Scrittori di que' tempi, le diede altra più nobile ed elegante apparenza; tanto che gli altri Eruditi, che prima come barbara la discacciarono, s'invogliarono dal suo esempio ad impiegarvi ancora i loro talenti, come fecero Duareno, Ottomano, Vultejo ed altri nobili ingegni; ond'è che oggi la vediamo esposta ed illustrata non meno dagli uni, che dagli altri Professori.
Cujacio accrebbe in prima i libri feudali co' frammenti e capitoli, che furono prima restituiti da Ardizone e da Alvarotto, e gli divise in cinque, in quella maniera che si è detto di sopra. Prima di lui Antonio Mincuccio di Prato vecchio, Giureconsulto bolognese, per comandamento di Sigismondo Imperadore intorno l'anno 1436 avea disposto questi libri in altra forma; ed avendogli divisi in sei, gli offerì all'Università di Bologna, perchè proccurasse da Sigismondo la conferma di questa sua Raccolta; ma non costa, che l'Imperadore l'avesse loro data; onde non essendo stata da tutti ricevuta, richiesero i Bolognesi di nuovo la conferma dall'Imperador Federico III, il quale loro la diede; onde avvenne, che questi libri nell'Accademia di Bologna pubblicamente si leggessero, ma non acquistarono giammai autorità pubblica; la qual Raccolta fu da poi data alla luce da Giovanni Schiltero[122]. Un'altra tutta nuova ne fece Cujacio, il quale non solo con somma diligenza diegli altro miglior ordine e ridusse que' libri alla vera lezione; ma anche con pellegrina erudizione gli commentò, spiegando il vero sentimento di quelli. E sopra tutto accrebbe di molte Costituzioni imperiali il quinto libro, le quali da Ugolino furono tralasciate, dandogli miglior ordine e disposizione.