La piazza del Mercato di Napoli, tanto memorabile nella nostra storia, fu rinchiusa nel perimetro della città coll'ampliazione Angioina circa il 1270[3]. Prima di una tal epoca tutta la contrada era un campo vasto ed inabitato, che dalle mura e dai fossati posti ad occidente ed a settentrione, dove ora trovasi S. Eligio ed il Monastero dell'Egiziaca a Forcella, distendevasi verso mezzogiorno ed oriente fino al lido del mare, ed alla chiesa ora parrocchiale di S. Angelo all'Arena, che dal suo sito prendeva una tal denominazione[4].
Questa pianura, come già prima tutto il littorale fino al Molo piccolo, chiamavasi in quel tempo Moricino[5], ed il tratto più occidentale di essa campo del Moricino[6]. Qui, e propriamente lungo le mura, dove poscia fu edificato S. Eligio, ed accanto la porta, che dicevasi Porta nuova, anche allora si teneva il mercato della città[7]. Un fiumicello formato dalle acque esuberanti del fonte Formello, o sia dell'acqua della Bolla, che quivi accoglievasi, attraversava e chiudeva questo campo nel sito che si diceva e si dice il Lavinaio, ed indi andava a scaricarsi nel mare[8]. Al di là del fiumicello verso oriente sorgeva una piccola chiesetta con un contiguo romitorio, ove alcuni Frati Carmelitani da poco tempo avevano esposta alla venerazione dei fedeli una devota imagine della Vergine[9], ed innanzi la chiesetta una colonna con una croce, ed alquanto più oltre il sepolcreto degli Ebrei[10].
Tal era il campo del Moricino, allorchè nel 1268 fu il teatro di una sanguinosa e memorabile tragedia. Ai 29 ottobre di quell'anno Corradino di Svevia, per ordine di Re Carlo I d'Angiò, ivi subiva con alcuni suoi compagni di sventura l'estremo supplizio. L'infelice principe, che pel tradimento di Astura cadeva nelle mani del suo nemico, era stato, secondo che afferma uno scrittore contemporaneo, condannato[11] nel capo da un'assemblea di Sindaci, o buoni uomini deputati delle provincie di Terra di Lavoro e de' Principati, la quale riunita a tal effetto, e ligia del nuovo dominatore, aveva trovato, come suole avvenire, il diritto nella forza, e la colpa dove stava l'infortunio[12]. E in quel campo, l'ultimo rampollo della casa di Hohenstauffen, come Manfredi lungo il fiume Verde, trovava un'ignominiosa sepoltura
“Sotto la guardia della grave mora.„
Ma poco stante l'aspetto del campo fu mutato in massima parte. Re Carlo, che avea fissato la sua dimora in Napoli, e l'avea dichiarata capitale del suo reame, volse tosto le sue cure all'ampliazione ed all'abbellimento della medesima. Volle quindi che le murazioni e la porta, che dicevasi Porta nuova o del Moricino, si protraessero più verso oriente nel sito innanzi l'attuale chiesa del Carmine, lungo il descritto fiumicello, e nell'angolo della strada del Lavinaio[13]. Concedeva pure un buon tratto di suolo pubblico a tre pii francesi, i quali vi fondavano la chiesa di S. Eligio, e lo spedale pe' poveri ciechi e pe' mutilati in servigio del Re[14]. Collocava inoltre in questo sito accanto alle mura taluni pubblici edifizii, come il macello (buczaria) la panatica (panecteria) e la casa dello scaldatoio (domus scaldatorii), che era accanto al macello verso oriente, e che non saprei dire a qual uso propriamente servisse[15]. Poco tempo dopo, Re Carlo II, proseguendo l'opera del genitore, trasportava dalla contrada di Pistasi in questo sito i conciapelli, dando loro uno spazio accanto le mura verso il mare di canne 17 di lunghezza e 9 di larghezza, spazio, che aveva da un lato il nuovo Oratorio di S. Maria del Carmine ed il Lavinaio, dall'altro la via che conduceva alla spiaggia e la spiaggia stessa[16]. Contemporaneamente concedeva ampio privilegio ai Napoletani di continuare a tenere nel medesimo campo del Moricino il pubblico mercato due volte la settimana; e volendo che si fosse quel sito sempre nella stessa ampiezza e capacità conservato, prometteva che giammai nell'avvenire quel luogo o parte di esso ad alcun privato potesse esser donato o conceduto, o in qualunque altra maniera alienato e distratto[17].
Dopo quest'epoca la piazza perdette l'antica denominazione, e prese quella di Mercato di S. Eligio, e per lo più semplicemente di Mercato, con la quale nello stesso secolo e nel seguente comparisce più volte nella storia della nostra città. Qui infatti nell'agosto del 1346, Roberto Cabano, gran Siniscalco del Regno, Raimondo Cabano ed il Conte di Terlizzi conducevansi per essere bruciati vivi in pena della morte da essi procurata ad Andrea d'Ungheria marito della Regina Giovanna I. Il supplizio era accompagnato da atti della più nefanda ed inaudita barbarie. I rei dopo essere stati tormentati con tenaglie infuocate e frustati per le principali vie della città, giunti nella piazza, chi semivivo e chi morto, venivano gittati nel fuoco. Allora il popolo accorso in gran numero all'atroce spettacolo, slanciandosi quasi tra le fiamme istesse, ne estraeva i corpi degl'infelici, e con le accette li spaccava come legna, ed indi ritornava a gittarli nel fuoco. Nè contenti di ciò alcuni artigiani dalle ossa formarono poscia dadi e manichi di coltello, secondo che ci attestano alcuni scrittori contemporanei[18]. La vecchia Filippa Catanese, che i Napoletani volgarmente chiamavano la mastressa (mastrissa, magistressa) non perchè, come dice il Villani (L. XII, c. 52), fosse la maestra della Regina, ma perchè intrigando dominava in Corte, pure condannata allo stesso supplizio era preventivamente morta nelle carceri[19]. Qui pure nel 1348 Landulfo e messer Giacomo della Polla presi da Ludovico re d'Ungheria, che era venuto a vendicare la morte di suo fratello Andrea, erano impiccati per la gola, come rei d'aver consentito allo stesso delitto[20]. E pare che in quel tempo le mura della città nel medesimo sito fossero cadute o abbattute, perchè gli Ungari, qualche anno dopo, ritornati in Napoli, combattendo cogli uomini d'arme del secondo marito di Giovanna, entrarono senz'alcun intoppo nel Mercato, e saccheggiarono le botteghe della bucceria, che stavano appresso delo dicto mercato[21].
Nel secolo seguente qui, e propriamente nell'orto di Agostino Bonsani o Bongiani, ricco mercante fiorentino, la Regina Giovanna II, invitata alle nozze della figliuola di lui, veniva un giorno a convito. Era allora il 13 settembre 1416. Moltissima gente del popolo e parecchi nobili, che si erano già prima indettati sul da farsi, ingombravano il Mercato e le vie circostanti. Dopo pranzo la Regina si affacciò alla moltitudine, che gridava: Viva Madamma la Regina, e dicendo: Signori per Dio non me abbandonate, nè fatime trattar così da mio marito, non mi abbandonate, eccitò tutti a por mano alle armi. Allora messer Ottino Caracciolo ed i fratelli, che erano i capi della congiura, presero Giovanna in mezzo, e non facendola ritornare al Castel nuovo, dove era suo marito, per la via de lo Pendino de S. Augustino la condussero al palazzo arcivescovile, e di là nel giorno seguente al castello di Capuana. Così essa ripigliò l'autorità ed il comando, che Giacomo della Marca dopo il matrimonio si aveva appropriato[22].
La piazza aveva allora poche abitazioni. A settentrione, oltre l'orto del Bongiani, di cui abbiamo parlato, vi erano parecchi altri giardini, e tra essi quello principalmente di Diomede Carafa, conte di Maddaloni[23], di cui resta tuttora memoria nel nome di Orto del Conte, in alcuni vicoli ivi posti. Nelle fazioni, che indi seguirono in Napoli per le contese tra la stessa Regina Giovanna ed Alfonso d'Aragona, costui dopo che ebbe inutilmente tentato d'impadronirsi di Castel Capuano, ove la regina dimorava, qui come in luogo ampio e spazioso[24] ridusse le sue schiere Catalane, evitando le anguste e tortuose vie della città, nelle quali avrebbe potuto essere facilmente oppresso dai Durazzeschi, che in Napoli erano molti e prendevano le parti della regina.
Ma verso la fine del secolo, per l'incremento continuo e progressivo della popolazione, il recinto angioino si allargava anche dippiù, ed il muro della città fu inoltrato più in là, dove fino a tempi nostri abbiam potuto e possiamo ancora osservarne le vestigia. A 15 giugno 1484 re Ferrante I d'Aragona con gran solennità iniziava questa nuova murazione, gettando alcune monete d'oro per memoria nelle fondamenta di essa, e ponendo un palo per segno della nuova ampliazione dietro la chiesa del Carmine[25]. Così sparivano a poco a poco gli orti e i giardini, che nella contrada esistevano, e si mutavano in numerose case ed abitazioni, le quali, dopo che i nobili ed i ricchi preferirono di portare la loro dimora nella parte occidentale della città, quando ivi sursero la novella via di Toledo ed il regio palazzo, furono ordinariamente lasciate agli artigiani ed alla infima plebe.
La piazza verso la meta del secolo XVII, allorché fu il teatro di uno dei più memorabili e singolari avvenimenti che ci ricordi la storia, presentava, specialmente per gli usi e pei costumi del popolo di quel tempo, un aspetto assai diverso dal presente. Essa, senza comprendervi lo spazio innanzi al Carmine, aveva la estensione di più di 12 moggia e quarte due dell'antica misura napoletana[26]. Lungo la linea dei fabbricati girava intorno una via, che dalle selci vesuviane, ond'era costruita, veniva volgarmente chiamata l'inseliciato[27]. Il resto della piazza era semplicemente in terreno battuto, ed era in molte parti sozzo, dove da piccoli pantanetti di acqua, dove da pozzanghere e da mucchi di lordure, in cui a loro posta s'avvoltolavano i porci in gran numero, che allora potevano impunemente vagare per la città. Le case per lo più irregolari avevano le finestre con le gelosie e senza invetriate o con le impannate spezzate in croce e chiuse, invece di vetri che era piuttosto un lusso, con tele incerate[28]. Pochi erano i veroni, e tutti con parapetti di fabbrica, o con ringhiere di legname. Una tettoia fissa, ordinariamente di tavole impegolate, talvolta anche in fabbrica, sporgeva per lo più sulle botteghe, e col permesso del Portolano, magistrato municipale, dove più dove meno, si allungava fino a palmi nove e mezzo. Anche le cacciate o le mostre al di sotto potevano avere uno sporto simile, dove i bottegai usavano esporre le loro robe e le cose commestibili, di cui facevan commercio, e gli artigiani lavorare riparati dal sole e dalla pioggia[29]. Ai venditori di grascia e di pane, che chiamavansi volgarmente suggici[30] perchè soggetti alla giurisdizione del Giustiziere e del Tribunale di S. Lorenzo, era prescritto dagli ordinamenti municipali che dovessero tenere attaccata ad un'asta o sospesa alla porta, una tabella coll'assisa o tariffa dei viveri, secondo che era stata da quelli già determinata[31]. Una sudicia bandiera o una grossa frasca era poi l'insegna delle osterie, e tra queste sappiamo essere allora la più famosa la taverna de' galli[32]. È ricordato dalla storia come alcune di queste insegne fossero le prime bandiere usate dai lazzari, e come uno de' primi atti di Masaniello fosse stato l'aver tolto via dalle botteghe le assise che vi erano, allora per i molti dazii gravissime, e l'avervi indi sostituite le altre rifatte con prezzi più miti dal principe della Rocca, nuovo Grassiere, e da Francescantonio Arpaia, nuovo Eletto del popolo. Sopra taluna di queste botteghe di grascia[33] vedevansi inoltre dipinte le armi di qualche nobile e potente famiglia, o di qualche regio ministro, il quale occupava uffizii superiori ed importanti. Era questa una salvaguardia, onde potere a propria voglia rubare ed angariare il popolo minuto, e con essa senza timore alcuno bravare i ministri di giustizia ed i grascini, che avessero voluto fare il proprio dovere. Ben le leggi di quando in quando provvedevano a vietare un tale abuso, ma esse eran per lo più impotenti a reprimerlo. Imperocché nè i bandi municipali, nè un severissimo ordine del vicerè Duca d'Ossuna, col quale minacciavasi la galera a chi vi contravvenisse, ebbero per moltissimi anni effetto alcuno[34]. L'interesse de' venditori, l'orgoglio dei nobili e la stessa legge che accordava espressamente il privilegio del monopolio e della esenzione a coloro che fornivano di viveri la casa viceregnale e le milizie, contribuivano a far sempre più attecchire questa costumanza invece di estirparla.
Noi uomini del secolo XIX, avvezzi dopo le conquiste della rivoluzione francese all'uguaglianza di tutt'i cittadini in faccia alla legge ed ai procedimenti regolari ed uniformi nei giudizii civili e criminali, non possiamo comprendere gli ostacoli, che allora incontrava l'amministrazione della giustizia, e com'essa, anche quando eseguivasi, divenisse spesso arbitraria ed ingiusta. Privilegi locali e personali, immunità ecclesiastiche, feudali o municipali, ed altre cause di violenza o di corruzione, garantivano da una parte la impunità dei delitti; dall'altra le leggi stesse, non determinando la pena dovuta ai reati, e rimettendola ordinariamente all'arbitrio del vicerè o del magistrato, erano non rare volte ingiuste ed oppressive, ed in taluni casi anche un mezzo di basse e prepotenti vendette. Chi infatti allora si affacciava in sulla piazza del Mercato vedeva tosto sorgere quasi in mezzo di essa una trave con la corda per la pena dei minori reati, non che un talamo fisso ed una forca stabilmente eretta pel supplizio dei nobili e degl'ignobili colpevoli di più gravi delitti[35].
Ma nello stesso tempo dal vestibolo della chiesa del Carmine, il bandito Domenico Perrone ed i suoi compagni nel giugno del 1647 potevano guardar sorridendo quegli strumenti di tortura e di morte, ed in quel sacro recinto sfidare orgogliosamente tutt'i birri della G. Corte della Vicaria, che per colà dinanzi passavano. Così, il dritto di asilo, rimedio opportunamente introdotto dai Canoni nelle società barbare per aiuto del debole contro il potente, era allora per la malvagità degli uomini divenuto mezzo ai colpevoli per eludere le leggi e fonte non certo lodevole di ricchezza per i monasteri e le chiese[36].
La piazza, e forse più verso il lato occidentale, si vedeva allora in buona parte ingombra da molte baracche di legno, ove pure esercitavansi le piccole arti ed il minuto commercio delle civaie e di altre robe comestibili, ed ove, sia per custodia delle loro merci, sia per non avere più comodo abituro, dimoravano puranche moltissimi del popolo, che a quei mestieri intendevano. Quarantacinque anni dopo in una Situazione fatta dal Portolano della città se ne numeravano fino a 156 disposte in otto file, cominciando dalla croce di pietra che esisteva dietro S. Eligio. Alcune fosse profonde che, fatte in origine per conservarvi granaglie, nel 1656 servirono per sepoltura ai morti di contagio in quella terribile epidemia, stavano allora quasi nel mezzo e sotto della piazza medesima. Il luogo dopo quell'epoca luttuosa fu detto i Morticelli[37]. Qui ed in alcune fogne circostanti, allorché nel 10 luglio 1647 lo stesso bandito Perrone tentò di ammazzare Masaniello, per testimonianza d'alcuni scrittori furono riposti parecchi barili di polvere affinché dandovisi fuoco nel momento in cui la piazza era maggiormente piena di popolo, i sollevati fossero massacrati e le loro abitazioni ruinate e distrutte. Fallito il colpo si ebbero il Perrone ed Antimo Grasso suo compagno coi loro seguaci condegno e terribile castigo. Nè finalmente in tutto l'ambito della Piazza mancavano posti o banchi fissi per altri venditori che non avevano botteghe o baracche; tavolilli[38], o tavolini, ove si esponevano le frutta in quadretti[39], o sia disposti ordinatamente in quadri; salmatari o ortolani che vendevano erbe ed ortaglie; e spesso anche palchi per i cerretani ed i saltimbanchi, ove si facevano balli, salti, forze d'Ercole, mattacini e commedie, le quali colla loro rozzezza e coi modi satirici ed osceni ricordavano le antiche favole Atellane.
Era questo l'aspetto generale della Piazza verso la metà del secolo XVII.
Ma a compimento del quadro, che io ho tentato di abbozzare, giova riferire le parole di uno scrittore contemporaneo, che descrivendo alle signore Milanesi il movimento che in essa facevasi, quando vi si teneva mercato nei giorni di lunedì e venerdì di ciascuna settimana, in questo tenore ne discorre:
Dirò de la gran piazza del mercato
Dove tutti vi vanno
La settimana ogn'anno
Due volte sempre, chi per lo suo affare
E chi per tempo à vendere, ò comprare.
Ivi tiensi apparato
Il grano, e l'orgio e tutto il miglio insieme
Nè molto indi distante
I ceciri, i fasoli, e fave frante.
Così gran quantità d'ogni altro seme
Ch'à seminar convien prato, e lupini
Con quanto è di bisogno à quei giardini;
Cento carri di vini
L'un dopo l'altro in ordinanza posti
Carrichi di suoi fosti
Colà vedrete, e quà cento facchini
Con i barrili in spalla, ad aspettare
S'alcun vuol comperare
A posta sempre, sol per guadagnare.
Più innanzi havete i lini,
Bianchi, forti e maturi
Mà più, che il ferro duri,
Come gli vuole il mio napoletano
Maturati ad Agnano;
Tale un lago chiamato
Ch'imbianca il lino e non lo fa salato.
Qui porci, asini, capre, agnelli, e bovi
In infinita quantità vedreste
Qui cento e mille ceste
Donna mia tu ritrovi
Cento sporte e panari
Di frutti e tutti rari
E mela, e pere, e là mille sportoni
D'uva, persiche, fichi e di melloni,
All'altra parte poi cento montoni
Di noci e di nocelle
Castagne verdi, secche e mondarelle;
Quà giumenti e cavalli
E là galline, et oche, anatre e galli.
Cento tende parate
Donne mie ritrovate
Havreste voi per vestir la famiglia
e qui l'olive e la buona caniglia
Molte tele vedreste
Se comprar le vorreste
Bianche, brunette e forti
Di cinquecento sorti
Come certe altre, ch'han le villanelle
chiamate cetranelle
che fanno invidia a quelle in fede mia,
De la Cava, ò di santa Patricia
Di più sarian da lor begli occhi visti
Trecento semplicisti
Voglio dir non dui soli
di quei nostri herbaioli
da cui prendon sovente i spetiali
l'herbe atte à i servitiali
E semplici con fior più d'una sorte
Con cui fan spesso resistenza à morte[40]
Ecco ora alcuni particolari degli edifizii e del vicoli, che per tutt'i lati circoscrivevano la descritta piazza. E primieramente nel sito poco più oltre, dove ora vedesi la seconda fontana verso il Carmine, esisteva allora una piccola cappella isolata e con volta arcuata col titolo di S. Croce. Essa era di palmi 20 quadrati ed aveva due porte, una dalla parte di mezzogiorno, l'altra dalla parte d'oriente. All'altare nel lato settentrionale della cappella era soprapposta una colonna di porfido alta circa palmi 10, e di palmi 4 di circonferenza, su cui sorgeva una croce di marmo, e nel muro posteriore vedevansi dipinte le imagini della B. Vergine, di S. Giovanni Evangelista, della Maddalena e di S. Orsola. Nella parete occidentale erano inoltre dipinti i fatti di Corradino di Svevia, il suo passaggio in Italia, la disfatta di Tagliacozzo, la presa dell'infelice giovine in Astura, e la morte nel campo del Moricino[41]. Per antica tradizione credevasi che questo fosse stato il luogo, ove fu decollato il misero giovanetto, di tal che un pietoso napoletano per nome Domenico Punzo conciatore di pelli, nella metà del secolo XIV vi erigeva l'accennata cappella. Ora la colonna di porfido ed un ceppo colla impresa dell'arte del Coriarii veggonsi nella sagrestia della nuova chiesa del Purgatorio al Mercato[42]. Nei tempi, di cui discorriamo, accanto alla cappella era il posto dei venditori di lino[43].
Le case nel lato meridionale della piazza tiravano verso il Carmine più in là di quello che al presente s'inoltrano. Per allargare lo spazio innanzi al castello, parecchi fabbricati vennero in quel sito abbattuti sotto il governo del vicerè Conte di Pignoranda nel 1662. E qui nell'angolo incontro la chiesa ed il convento da una parte, e la sopradescritta cappella della Croce dall'altra[44], trovavasi allora collocata la statua di una donna incoronata e sedente con una borsa tra le mani[45]. Tenevasi allora comunemente che fosse quella l'imagine della madre di Corradino, chiamata erroneamente Margherita, la quale, venuta in Napoli per salvare il figliuolo caduto nelle mani di Carlo d'Angiò e trovatolo morto offriva i tesori portati a quest'oggetto ai frati del Carmine per l'ampliazione della loro chiesa e del convento. La statua che, non di Elisabetta madre di Corradino, ma piuttosto, come non ha guari ha dimostrato il principe Filangieri[46], era di Margherita, seconda moglie di Carlo I d'Angiò, ne' tempi successivi fu trasferita nel secondo chiostro del medesimo convento, e poi sotto la porta su cui s'erge il famoso campanile di fra Nuvolo, e di là finalmente nel Museo di S. Martino, ove ora ritrovasi.
I vicoli, che da questo lato sboccano nella piazza, appartengono al quartiere della Conceria, che estendevasi verso mezzogiorno fino alla muraglia fatta costruire per timore dei Turchi nel 1537 dal Vicerè D. Pietro di Toledo. Da qui si usciva poi sul mare per una porta col prospetto a levante, che dicevasi della Conceria, ed era posta innanzi la chiesa di S. Caterina in foro magno; e più in là per un'altra porta che dicevasi di S. Maria a parete da una cappella di Nostra Donna ivi esistente, e della quale ora, posciaché le mura furono cangiate in abitazioni, vi rimane un semplice arco[47]. Era questo il quartiere del conciapelli[48], i quali allora formavano due corporazioni, distinte in arte grossa e piccola. Gente ardita e robusta, essi s'adoperavano ad estinguere gl'incendii, allorché non era ancora istituita presso noi alcuna compagnia di vigili, o di altre persone a tale oggetto ordinata. Da questo stesso lato verso S. Eligio fino ai tempi del Celano si notava il sito sopra alcuni archi, ove un tempo fu fondato lo spedale di Niccolò o Nicola di Fiore, detto volgarmente di Cavolofiore. L'aneddoto, che diè causa alla sua abolizione, è noto nel popolo, e ci viene così raccontato nel suo rozzo ed ingenuo stile da un nostro antico scrittore. “Detto Cola, dice egli, andando un giorno nela preta del pesce per comprar del pesce, ritrovando un cefaro solo, ch'altro pesce non vi era, facendo il patto con lo pescatore, et non furno d'accordo, nel medesimo istante arrivò lla un ferraro mal vestito, e subito s'accordo con lo pescatore, e si pigliò il cefaro, dove detto Cola, qual stava a vedere, ne rimase molto ammirato, et li dimandò che arte faceva, li rispose, ch'era ferraro, e replicando detto Cola quanto tempo havea posto a guadagnare detti danari ch'havea dispeso al cefaro, li rispose che ci era stato dui o tre giorni; li ricordò detto Cola, come ti governerai si ti accaderà alcuna infermità; detto ferraro li concluse che nel presente voleva godere, et si alcuna infirmità li fosse venuta da poi, non li saria mancato l'ospidale di Cola di Fiore, non conoscendo detto Cola; quale intendendo questo disse, adunque io faccio l'hospidale per li poltroni, e così mancò di seguire dett'hospidale, et il Diavolo vinse che non si seguisse detta buon'opra[49]„.
Nel lato occidentale della piazza non vedevasi nel tempo di cui discorriamo, la facciata regolare e di soda architettura, che ora ha lo Stabilimento di S. Eligio. Ivi allora scorgevasi la parte postica della chiesa coi suoi finestroni gotici, ed indi le fabbriche non molto elevate dello spedale e del conservatorio, ed innanzi, sopra il terrazzo di alcune botteghe, una cappella intitolata a S. Maria della Neve. Era questa antichissima ed aperta da ogni lato verso la piazza affinché la messa, che ivi, per inveterata consuetudine, nei giorni di mercato celebravasi, potesse, da tutti coloro che colà convenivano, vedersi. Una campana avvertiva allorché dal sacerdote consacravasi, ed era, dice lo Stefano, mirabil cosa a vedersi come in un attimo tutta la innumerevole gente, che nel Mercato allora trovavasi, intermettesse subito i suoi negozii prostrandosi devotamente al santo sacrificio, e come al chiasso ed al tumulto succedesse immediatamente un profondo ed istantaneo silenzio. Sull'altare della cappella era dipinta nel muro la B. Vergine con S. Agnello, S. Gennaro ed altri Santi[50].
Volgendoci dall'altro lato, tutta la contrada posta a settentrione della piazza che come già accennai, dicevasi una volta l'Orto del Conte, denominazione ora rimasta soltanto a due vie parallele alla stessa piazza, allora era ed è tuttavia intersecata da più vicoli che presero successivamente varie e diverse denominazioni. Così il primo, che incontrasi dopo l'angolo di S. Eligio, fu detto, e dicesi ora de' Cangiani[51]. L'altro che segue è il vico dei Spicoli, che così pure chiamavasi nel secolo XV[52]. Più oltre sbocca il vico delle Barre, che trovo così denominate fin dal 1449, e dove nel 1529 ebbe cominciamento la peste in Napoli[53]. Ad esso dalla parte superiore corrispondeva il Fondaco dei Cenatiempo, così detto da questa famiglia, che ivi aveva un ampio palagio[54].
Il vico che segue de' Barrettari, fu chiamato una volta de' Scannasorici[55] per qualche possedimento di questa nobile famiglia, già estinta nel sedile di Portanova e poi dei Scafari[56]. Esso, come ben dice il Celano (III, 263), dovrebbe dirsi piuttosto dei Parrettari, perchè qui si facevano quelle pallottole, che si scagliavano dalle baliste, allorché non era tanto in uso lo schioppo, e che da noi si dicevano parrette[57]. Sotto l'arco, che dalla piazza immette in questo vicolo esisteva nel secolo XVII una cappella di S. Maria delle Grazie dei carrettieri[58].
Procedendo più oltre verso oriente, il vico che segue ebbe in prima il nome di Lioni o fontana delli lioni, forse da qualche fonte che quivi vedevasi, o l'altro, generico a tutta la contrada, di Orto del Conte[59]. Poscia fu detto del Carminello dalla chiesa della Vergine sotto questo titolo, che fondata verso la metà del secolo XVI, fu nel 1611 data ai Gesuiti, ed ampliata con denaro del Monte della Misericordia e di alcuni pii gentiluomini Napoletani, i quali per altro intendevano ad una diversa opera di beneficenza.
La via, che è l'ultima da questo lato, fin sopra, dove sta ora la Chiesa di S. Maria delle Grazie all'Orto del Conte, fu chiamata allora dei lanaiuoli[60], forse perchè in tutto il contorno di essa non vi era vicolo, come dice il Celano, che non fosse pieno di donne che filavano lana[61]. Ora per quel tratto dov'essa è più larga e spaziosa dicesi Piazza larga, per l'altro, che è più angusto e tira su alla trasversale di S. Maria della Scala, prende il nome di via Salaiolo.
In sul cominciare della strada Piazza larga, ed, a quanto pare, a dritta di essa, stava in quel tempo la casa e la dogana della farina, dentro la quale vedevasi pure un'altra chiesetta sotto lo stesso titolo di S. Maria delle Grazie fondata nel 1597 dai vastasi o facchini, e specialmente da quelli che intendevano a trasportar la farina dalla dogana e a distribuirla per i panettieri della città[62]. Per regolamento municipale erano costoro obbligati a matricolarsi in S. Lorenzo, e dovevano dare plegeria de fideliter exercendo il loro mestiere[63]. Dopo che verso la fine del secolo XVI il vicerè Conte di Olivares fece fabbricare un nuovo edificio per la conservazione dei grani al Mandracchio, questa casa colla dogana fu adoperata soltanto per le provvenienze di terra, e nel breve imperio di Masaniello servì di carcere a molti della nobiltà e dell'ordine civile che, caduti in sospetto del popolo e quivi trattenuti per essere giustiziati, vennero poscia per le pratiche del cardinale Filomarino liberati.
Chiudeva la piazza dal lato d'oriente un'isola di case dal vico rotto o del pero fin dove termina la strada del Lavinaio dinanzi la chiesa del Carmine. E qui, poco dopo il vicolo, stavano gli ufficii dell'arrendamento di piazza majure o piazza maggiore;[64] e dell'arrendamento del grano a rotolo, dazii di consumo sugli animali e sulle carni fresche e salate, non che sulle provole o sia provature ed ogni altra specie di formaggio[65]. Il sito prendeva allora da quell'ufficio la denominazione di Piazza majura, ed ora, conservando tuttavia le tracce dell'antico balzello, che ivi riscotevasi, dicesi comunemente la gabella delle provole. Alquanto più oltre vedevasi una gran fontana circolare di piperno, con una piramide nel mezzo, che da più fistole buttava acqua[66], ed in sulla estremità dei fabbricati allo sbocco della strada del Lavinajo rimanevano ancora i ruderi della vecchia porta Angioina, rovinata in parte nel 1637 per l'incendio di talune case contigue; mentre pochi anni prima eransi diroccate altre case, le quali, prolungandosi più in là verso mezzogiorno, impedivano la vista della facciata della chiesa del Carmine[67]. Il sito dicevasi il Ponticello[68], ed era destinato alla vendita delle robe commestibili di cattiva qualità[69].
Del resto tutto l'isolato, con cui abbiam compiuta la descrizione della piazza del Mercato nel secolo XVII, non presentava allora altro di notevole; nè ora meriterebbe l'attenzione dei posteri, se non ricordasse un uomo ed un avvenimento, memorabili certo per ogni napoletano non incurioso della patria storia. Qui infatti e propriamente nelle prime case dopo il vico Rotto al primo piano, stava nel 1647 la povera abitazione di Masaniello o Tommaso Aniello d'Amalfi. Gli storici della rivoluzione napoletana di quell'anno, toccando di un tal particolare, tutti concordemente asseriscono che il capo e l'iniziatore di quella dimorasse in una casa che affacciava sulla piazza del Mercato[70]. Taluni inoltre riportano qualche più precisa indicazione. Il Giraffi, ed il suo pseudonimo il Liponari, nella Relazione data in quel tempo stesso alle stampe, asserisce che Masaniello abitava nel Mercato verso la parte sinistra della fontana ivi vicina, ed altrove ricorda l'isola della casa di Masaniello[71]. Il Campanile nel suo Diario tuttora inedito, ove si contengono preziose notizie riguardanti la storia di quel fatto, chiaramente afferma che Masaniello aveva la sua stanza a dirimpetto lo spedale di S. Eligio, che è situata sopra la gabbella dello bestiame al Mercato[72]. Maggiori particolarità troviamo negli altri scrittori contemporanei. Nel Racconto o Diario Ms. del Verde, con le correzioni e giunte del Tutini, leggesi che in quel tempo: “era venuta in Napoli una compagnia di ballerini, li quali facevano cento giochi con camminar sopra la corda, ed avevano preso luogo vicino la strada detta de' Lanajuoli al Mercato, non lungi la fontana, e posto avevano un palco di tavole, sopra del quale salivano a rappresentare„[73]: Leggesi pure: “che in questo tavolato saliva Masaniello scalzo e vestito di tela grossa con un berrettino rosso in testa, e dava ordini e leggi„[74]. Inoltre dal Tontoli sappiamo che Masaniello reggeva il popolo sopra il trono assiso di un tavolo mercenario a caso eretto da salterini giocatori sulla corda avanti sua casa; e dal Nicolai, che dava i suoi comandi alla plebe “sopra un palco fatto da alcuni cerretani poco discosto da casa sua„[75]. Le medesime cose son pure ripetute dal Donzelli, che aggiunge aver avuto questa casa corrispondenza[76] colla strada di dietro (del Lavinajo), dal Capriata[77], dal Tarsia[78] e specialmente dal dott. Aniello della Porta, il quale riportando qualche altra particolarità, afferma che Masaniello abitava su la strada del Lavinajo, e propriamente a la sbarra di Piazza Majura, e che dava udienza nei giorni del suo potere sopra alcune tavole nell'affacciata del Mercato sotto le finestre di sua casa a piazza Majura, che per prima vi stavano certi saltatori ciarlatani[79].
Ma niun altro scrittore, tra i moltissimi editi e inediti che ho potuto riscontrare, descrive con maggior precisione il sito di questa casa quanto un tal d. Giuseppe Pollio, scrittore di non molta levatura ma assai ben informato dei fatti che narra, perchè sacerdote ed abitante dello stesso quartiere. Questo Masaniello, egli dice, teneva la sua casarella nel Mercato sopra la gabella del grano a rotolo al muro della dogana della farina, vicino la piazzetta de li lanaiuoli allo lavinaro al primo appartamento dove sono le portelle congionte; la prima a mano destra era la sua; sopra le sue finestre vi era un aquila di pittura imperiale[80] fatta da molti anni prima per abbellimento credo di quella casa da 5 palmi alta, quale vi durò per cinque anni da poi delli tumulti. et credo che fosse stata levata da nuovi padroni di quella casa. Altrove aggiunge, che sotto la finestra di Tommaso Aniello vi era un lungo intavolato, che certe persone forestiere ci facevano giochi come salti, balli, et forze dercole, et continuarono detti giochi per molti giorni prima del narrato tumulto[81].
Qualche altro particolare che riguarda pure l'interno di essa casa, ci vien somministrato da una storia Ms. di questo avvenimento, di cui io conservo una copia recente avuta già dall'amico Minieri Riccio. In essa al fol. 7 leggesi: abitava (Masaniello) a man sinistra, quando si entra al Carmine; la sua casa consisteva in una sola camera, ove si ascendeva per una portella. E più appresso al fol. 36 v.: “facendosi il signor Tomasaniello assistere da gente di confidenza attorno, diede ordine che tutta la riviera dei palagi attaccati con la sua casa, così di sopra fino al primo vicolo, come di sotto fino alla chiesa del Carmine, che si sgombrasse dalli abitatori„. Ed anche a fol. 36 aggiungesi: “concorrevano tante gente alla sua udienza per ogni affare della città et regno et teneva tanti segretarii, parenti, amici et compatri attorno che nella sua piccola camera non si potevano movere, laonde comandò che si sfabricasse un muro divisorio con la camera del fratello, et essendo ciò fatto hebbe più comodità di dar udienza per le finestre, senza partirsi di casa et hora per una finestra della camera del fratello che haveva l'uscita alla strada del Lavinaro et hora per la sua propria ascoltando tutti faceva gratie et giustitie infinite„[82].
Nè da ultimo mancano testimonianze di altra natura, che confermano quanto leggesi negli accennati scrittori su questo proposito. Chi si fa infatti a considerare il famoso quadro di Micco Spadaro, o, se pur non è suo, certamente d'altro pittore contemporaneo, quadro che ancora vedesi nel Museo Nazionale, scorge in fondo di esso dopo la cappella della Croce l'isola di case che chiude la piazza del Mercato dal lato d'oriente, ed innanzi ad essa la fontana che ho di sopra accennata; più a sinistra di chi guarda il palco, di cui discorrono gli scrittori della rivoluzione, è Masaniello in piedi sul medesimo che parla a molto popolo ivi radunato; e finalmente dietro al palco le due portelle congiunte, ed accanto un breve tratto di fabbricato, che costeggiando la piazza presenta un portoncino ed una bottega, e va a terminare al vico rotto.
Ora, comunque il lungo volger dei secoli, ed i mutamenti che la progredita civiltà, l'interesse o il genio dei proprietari ed il comodo o le necessità degl'inquilini han dovuto arrecare all'aspetto esterno ed alla distribuzione interna del descritto caseggiato, abbian potuto per avventura rendere questo in alcune sue modalità più o meno diverse da quello che era nel secolo XVII;[83] pur nondimeno non può mettersi in dubbio, che qui e propriamente o nel portoncino segnato col numero civico 177, o piuttosto nella portella che ha il numero 179,[84] ambedue a brevissima distanza dal vico rotto, dovette dimorare Tommaso Aniello d'Amalfi. La concorde autorità delle testimonianze contemporanee che ho di sopra allegate, ed oltre a queste l'attestato espresso dalle fedi parrocchiali, che notando la dimora della famiglia di Amalfi la designano sempre con l'indicazione al vico rotto, dimostrano con evidenza ed assai chiaramente la verità di quanto su tal fatto ho affermato[85].
Qui dunque, sebbene ora in qualche parte mutata, era senz'alcun dubbio la casa di Masaniello, e dalle finestre di essa, che erano assai basse[86], o dal palco vicino, egli nel suo breve imperio resse e governò Napoli con potere assoluto e quasi sovrano. Non vi era in quei giorni altro Magistrato o Tribunale nella città, non altro comando politico o militare. Gli stessi ordini del Vicerè non avevano per l'ordinario esecuzione alcuna, se Masaniello non ne avesse prescritta la osservanza colla formola che ci vien riferita dagli scrittori contemporanei[87], e che è la seguente: “Visto il presente bando d'ordine di S. E. si ordina da parte dell'Illustrissimo sig. Tommaso Aniello d'Amalfi Capitano Generale di questo fedelissimo popolo, che al sudetto bando le sia dato la debita esecuzione.„
La casa del vile pescivendolo era quindi più che il regio palazzo allora frequentata. Nobili e plebei, religiosi e cavalieri, cittadini e regnicoli, chi per necessità chi per curiosità, tutti accorrevano numerosi sotto le finestre di questa casa per loro negozii, o per vedere cogli occhi proprii il fatto stranissimo e singolare. E qui nel 10 luglio del 1647 il generale delle galee del Regno, Giannettino Doria, appena giunto nel golfo spediva un suo gentiluomo da Masaniello, perchè “Sua Sig.ª Illustrissima divisasse il modo, col quale esso Doria si dovesse governare;„ e qui l'arcivescovo di S.ª Severina volendo partire da Napoli mandava parimente, come molti altri signori per lo stesso oggetto, a ricercare prima il di lui beneplacito. Anche il cardinale Trivulzio[88], che andava vicerè a Palermo, ed allora trovavasi di passaggio in Napoli, insinuato dal Duca d'Arcos si portò qui un giorno a visitar Masaniello, il quale è fama che lo ricevesse dicendo: la visita di Vostra Eminenza benchè tarda pure ci è cara[89].
Qui seduto sul davanzale della finestra con le gambe penzoloni al di fuori, senza scarpe e senza calze il capitan generale del popolo, arbitro della vita e della morte, con una daga o un moschetto tra le mani, dava ordini, spediva provvigioni, e disbrigava gl'innumerevoli memoriali, che sulla punta delle canne o delle picche dalla strada gli si presentavano[90]. Nè deliberava soltanto sulla polizia, o sull'annona della città, sulle armi e sulle milizie, sulla giustizia civile e criminale e su quanto i 37 tribunali e magistrati, che allora erano in Napoli, la loro giurisdizione estendevano. Egli intendeva puranche riformare i costumi, regolare gli Ecclesiastici con strettissima disciplina, maritar tutte le donne di partito, e castigar di morte gli adulteri[91]. E negli ordini suoi, nelle disposizioni che dava, se non vuolsi ricusare la testimonianza di un uomo competente e che molto da vicino ebbe a trattarlo, voglio dire il Cardinale Filomarino, testimonianza che è pure confermata dagli scrittori contemporanei tanto napoletani che stranieri, è indubitato che il povero pescivendolo si comportò sul principio con grandissima prudenza, giudizio e moderazione, e che anco senza consulto d'alcuno nei primi giorni dette perfettissimi ordini di buon governo, e dimostrò grandissimo animo, spirito e sapere[92]. Ed era pure meravigliosa cosa notare con quanta prontezza e con che cieca obbedienza i suoi ordini, anzi i suoi cenni, erano eseguiti. Una leggiera fregatina di collo fatta coll'indice della mano era sentenza del tagliamento del capo; il pollice uncinato e premente il disotto della mascella era più sentenza che indizio di forca. In somma quel misero plebeo, era divenuto, come il cardinal Filomarino, che ebbe a trattarlo continuamente, scrive al Papa: un Re in questa Città, ed il più glorioso e trionfante che abbia avuto il mondo[93].
Fu in questa casa che nella notte del 10 luglio si deliberava delle sorti della città e del regno tutto, e si gettavano le basi delle capitolazioni, poi lette pubblicamente sul tavolato della piazza e nella chiesa del Carmine, ed indi giurate dal Vicerè nel Duomo. Principal consultore di questi trattati era d. Giulio Genoino, vecchio ottuagenario, allora prete, e che in sul principio fu l'anima e la mente della rivoluzione. Altri dottori mascherati si trovarono pure in casa di Masaniello in queste deliberazioni, e credesi che fossero Onofrio di Palma, Salvatore di Gennaro, e specialmente Vincenzo d'Andrea, che poscia ebbe tanta parte nel seguito della rivoluzione, ed indi anche nel ristabilimento degli Spagnuoli[94].
Qui pure a 13 luglio la gente del Mercato vide strano e curioso spettacolo. Il Vicerè dopo aver giurato i Capitoli nel Duomo, verso la sera di quel giorno per le vie del quartieri popolari di Napoli se ne tornava al regio palazzo. La cavalcata procedeva collo stesso ordine che aveva tenuto nell'andata. Si apriva con molti reali trombetti e con una compagnia di cento cavalli comandata dal suo capitano e dai rispettivi aiutanti. Succedevano indi parecchi Capitani delle 29 Ottine, in cui Napoli era allora divisa, dopo i quali Masaniello montato sopra un cavallo bianco, dono del vicerè, vestito di lama d'argento bianca, con un cappello in testa ornato parimente di piume bianche, augurio e simbolo di pace, e colla spada nuda tra le mani si dimostrava, a tutti riguardevole; e per la testimonianza di uno scrittore contemporaneo, e Spagnuolo di nazione, manifestava eccessi di varie virtù bastanti ad indurre il popolo all'applauso, l'Italia all'ammirazione, ed il mondo tutto ad uno stupore infinito ed incredibile[95]. A fianco a lui cavalcava Giovanni d'Amalfi, suo fratello puranche vestito di lama d'argento, ma di color cilestro, ed immediatamente dopo Francesco Antonio Arpaia, il nuovo Eletto del popolo, con due segretarii; d. Giulio Genoino che veniva appresso per la sua grave età condotto in una sedia di cuojo nero. Seguiva indi il capitano delle guardie di palazzo d. Diego Carriglio con quattro alabardieri, i quali precedevano la carrozza del vicerè tirata da sei cavalli, e circondata da paggi e palafrenieri e dai medesimi soldati Alamanni, che in quei tempi formavano la guardia d'onore del Vicerè. Molte carrozze chiudevano il corteggio, in cui erano i reggenti del Collaterale, i Consiglieri di Stato ed i Gentiluomini della Corte del Duca.
La cavalcata uscita dal Duomo aveva girato per la via Tribunali, per la Nunziata, e pel Lavinaro. Tutte le strade, per le quali passava, erano addobbate di tappezzerie, e, dove non si aveva di meglio, da bianche lenzuola, e le case avevano sulle porte le armi di Spagna da un lato e quelle del Popolo dall'altro[96]. Di quando in quando lungo il cammino s'incontravano sotto baldacchini di seta o di damasco i ritratti di Carlo V e di Filippo IV[97] che erano fatti segno alla pubblica venerazione[98]. I popolani armati sotto le rispettive insegne facevano ala al passaggio. Era un tripudio, una gioia universale. Tutte le campane delle chiese suonavano a festa, ed i gridi di viva il Re di Spagna ed il Duca d'Arcos, ai quali dava il cenno Masaniello istesso, si avvicendavano col suono dei tamburi, con i clangori delle trombe, e collo sparo festivo dei moschetti, che secondo gli usi della milizia salutavano il Vicerè nel suo passaggio.
Giunti innanzi alla chiesa del Carmine, fosse arte dello astuto spagnuolo, il quale intendeva con ogni modo a gratificarsi la plebe, fosse caso o ordine di Masaniello stesso, la cavalcata volgendo a dritta prese a girare intorno la piazza del Mercato. Così passava per sotto la casa di Masaniello, ove alle finestre stava la moglie di lui Bernardina Pisa, giovine, bella ed avvenente, la quale vestita di damasco turchino guarnito di una sola guarnizione e con una collana d'oro al collo[99], secondo l'antico costume del nostro popolo nelle grandi occasioni di festa e di allegrezza, gettava con un bacile di argento ai lazzari ed ai monelli colà raccolti grano, confetti, e danaro[100].
Il Duca d'Arcos, addatosi della persona di lei, o forse dimandatone a chi n'era informato, nel passare la salutò, cavandosi il cappello, come se fosse una delle più grandi dame della città[101]. Così egli, come dice il buon prete Pollio, che non poteva con più enfatica parola compendiare la grandezza e la singolarità del fatto, volle vedere Masaniello trionfante nella sua propria casa, ed indi fra gli applausi e le festive dimostrazioni del popolo, essendosi la città tutta per l'avvicinarsi della sera straordinariamente illuminata, verso le ore due della notte si ridusse al regio palazzo.
Ma la povera casa venne tosto in uggia al Capitan generale del popolo. Allorchè la gran mole dei pensieri, la lunga inedia, l'abuso del vino e le veglie protratte, e forse, più che tutto ciò, il veleno dell'adulazione, di cui era stato così largamente abbeverato dal Vicerè, perturbarono il suo cervello, egli ordinò — e guai a chi non avesse subito ubbidito — che fra lo spazio di 24 ore tutti quelli che dimoravano allato o di contro la sua casa, avessero le proprie abitazioni sgomberate[102]. Ivi egli disegnava ergere un maestoso palazzo che fosse degna dimora di uno, il quale aveva tanta potenza ed autorità sul popolo. La fine immatura di lui, chè non andò guari e vituperosamente cadde ucciso, troncò a mezzo il superbo disegno.
L'ultima volta che egli si mostrò alle finestre di quella casa fu nella vigilia della sua morte. Era alta la notte; il silenzio e la quiete succedevano ormai ai tumulti ed agli schiamazzi della giornata, ed i lazzari sdraiati nel torno ai fuochi, che sparsi per la piazza o posti nel capo d'alcuni vicoli della Conceria e dell'Orto del Conte cominciavano ad impallidire e ad estinguersi, chiudevano gli occhi al sonno. Poche scolte appoggiate al moschetto o alla picca guardavano mezzo assonnate la brace, che di quando in quando, gettando una fiamma più viva, illuminava fantasticamente i volti, e le bizzarre posture di quei plebei. Era uno spettacolo degno del pennello di Gherardo Hontorst o delle stile di Hoffman. Le guardie si vedevano più numerose intorno la casa di Masaniello, ove vegliavano sei compagnie comandate da Pione o Scipione Giannattasio del Lavinaro e da altri capitani più fedeli. Componevansi di giovanetti da 16 a 22 anni, antichi compagni del pescivendolo, per lo più cenciaiuoli o saponari, che portavano ordinariamente come special distintivo il graffio e la sporta. Lungo le mura delle case qualche rara ombra cercava di strisciare inosservata. Era Vanni o Giovanni Panarella della Conceria, o taluno di quelli che col Vicerè avevano concertato la morte di Masaniello, e cercavano l'opportunità di mandare ad effetto il loro disegno.
Balzato improvvisamente dal letto così com'era, in camicia, Masaniello si fece alla finestra, ributtando la povera madre e la moglie che cercavano di ritrarnelo, e dato il suo solito grido di comando, così cominciò a parlare[103]: “Popolo mio, (in questo modo egli soleva apostrofare i suoi seguaci e la gente che intorno a lui radunavasi) lascia che io ti dica due parole per mia soddisfazione. Tu ti ricordi, popolo mio, in che stato eri ridotto per le tante gabelle ed estorsioni, e per le tante tirannie, con le quali gl'infami traditori e nemici della patria ti opprimevano. Ti ricordi che non potevi saziarti di quelle frutta, di cui tanta copia ti dà questa terra benedetta, perchè dovevi pagare quelli arrendatori e gabelloti che ti dissanguavano. Ed ora la mercè di Dio e della SS. Vergine del Carmine (ed in così dire si toccava l'abitino che dal petto gli pendeva) tu guazzi e vivi nell'abbondanza e nella grassa, senza gabella e senza gabelloti. Ma per mezzo di chi, popolo mio, hai tu ottenuto tutto ciò? Chi ti ha levato da tante oppressioni e tirannie se non io che non ho risparmiato travaglio e pericolo alcuno per liberarti? E pure qual mercede ne ricevo da te, popolo ingrato! Dopo tutti questi servigii che io così fedelmente ti ho prestati, dopo tanti benefizii che ti ho fatti, ecco in che modo ne son riconosciuto da te. Oggi coll'abbandono e col disprezzo, dimani colla morte, perchè io so che sarò ucciso fra poco. Popolo mio, io son morto, ho visto che fino la montagna di Somma (il Vesuvio) mi è contraria, ed ha vomitato sopra di me un diluvio di fuoco. Ecco, vedete, io non ho più carne (e mostrava il petto ignudo) e questa pelle è solamente informata dalle ossa. Credetemi, io so chi è stato che mi ha ridotto in questa misera condizione, chi congiura per finirmi, e potrei anco annichilarlo. Pure io lo perdono, e voglio che questo Cristo anco lo perdoni„. Così dicendo, levò il crocifisso che avea tra le mani per benedire il popolo e soggiungeva: “Ecco che io ti voglio fare cinque benedizioni per le cinque piaghe di questo Cristo, anzi sette per le sette allegrezze, nò, voglio essere più liberale, sieno nove per li nove misteri„. E così fece, ed indi lasciando il Crocifisso, volle che portassero alla finestra tra due torce accese le teste del Duca di Maddaloni e del padre di lui che erano staccate dai loro ritratti, opere del cav. Massimo Stanzioni o di altro famoso pennello, e gridò: “Orsù, popolo mio, ecco i traditori della patria; io so che domani debbo essere ucciso, ma non me ne curo; voi però dovete trascinare quest'infame di Maddaloni, e tutt'i suoi compagni per Napoli, e poi, popolo mio, se vuoi star sicuro, e farti sentire da sua Maestà, devi seguire il mio consiglio, e fare un porto di questa piazza ed un ponte da Napoli a Spagna. In quanto a me io so e son certo di essere ucciso domani„. Tutte queste parole avrebbero certo grandemente commosso il popolo circostante, se vacillando di nuovo l'intelletto non avesse dato un'altra volta segni evidenti di aberrazione e di pazzia. Per mostrare col fatto lo stato, in cui per la inedia e per la fatica erasi ridotto, egli si scoprì il petto e il ventre e le parti anche che il pudore cela. L'atto strano eccitò il riso degli astanti, e la perorazione del discorso fu accolta con beffe e fischi all'uso napoletano. Il prestigio era perduto, o piuttosto si era ecclissato con la ragione del misero pescivendolo. Allora i parenti potettero ritrarlo dalla finestra stanco ed abbattuto com'era dalla commozione e dal travaglio.
* * *
La piazza del Mercato, che Masaniello voleva fosse sgombrata delle baracche di legno che la deturpavano, e che prendesse il nome di piazza del popolo, dopo la sua morte non ebbe alcun notevole mutamento sino al 1781. Allora per un incendio appiccatosi a quelle dopo i fuochi artificiali, che solevano farsi nella sera della festività della B. Vergine del Carmine, il suo aspetto fu cangiato nel modo come presentemente si vede. Poco dopo, nell'ultimo anno del secolo, la sua storia, che comincia col supplizio d'un Principe, fu chiusa con la memorabile e tirannica ecatombe di quei tanti illustri personaggi, che allora sagrificarono ivi la loro vita all'amore e alla libertà della patria.